Notarelle di costume 9 – Chat imbarazzanti fra un insegnante e alcune liceali. Dove e come si perde il ruolo del professore

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Il rapporto del prof con i suoi studenti e studentesse non è diverso dal rapporto dell’analista con i suoi e le sue pazienti

Non illudiamoci: noi parliamo raramente, con reticenza e malvolentieri delle simpatie (per usare un termine neutro) che nascono nelle classi tra professori e studentesse, ovviamente delle superiori, tendiamo a minimizzare, ma loro, le studentesse, ne parlano sempre, e le commentano, con tendenza ad esagerare.

La conseguenza è che per loro la loro versione è quella vera, e resterà nel loro cervello per tutta la vita. E se c’è una relazione immaginaria tra un prof e una studentessa, che per loro diventa una relazione vera, corredata di chissà quali e quanti incontri di cui nessuno sa niente, quella storia sarà per loro il marchio che contrassegnerà per sempre quella scuola e quegli anni, e per tutta la vita, a ogni rimpatriata, ne riparleranno. Quella storia, quelle storie, saranno più importanti di Hegel e Kant, che pure le hanno tanto impressionate. Più importanti di Nietzsche, che oggi va per la maggiore.

Quando qualcuna di queste storie trapela sui giornali, diventa subito la notizia più letta dalle ragazze in tutta Italia.

In questo momento la notizia più letta dalle ragazze in tutta Italia è certamente l’accusa di rapporti inopportuni del prof di filosofia di un liceo romano con alcune studentesse, quattro delle quali hanno presentato denuncia. Due sono minorenni. Ci sarà una causa. Il prof sarà interrogato e sapremo le sue risposte.

Finora non c’è una sentenza, e quindi non parliamo di un reato e di una condanna.

Parliamo del fenomeno carsico, sempre negato e tuttavia presente in tutte le scuole, dei legami sentimentali che nascono tra insegnanti e allievi. Anticipo subito, qui ad apertura, una mia vecchia tesi, ma non obbligo nessuno ad accettarla: il professore, di cui le studentesse non s’innamorano, è un cattivo professore; il professore, che s’innamora delle studentesse, è un cattivo professore.

Perciò qui, nel caso del liceo romano, per quel che ne sappiamo finora, il problema non è che le studentesse si scambiavano tra loro email sospirose (o anche esplicite) sul professore, il problema è che email sospirose, anzi esplicite e audaci (parole degli studenti) le scambiava il prof con loro. La difesa del prof sostiene che i messaggi del prof non sono molestie o violenze, perché hanno sempre ottenuto risposta. Da parte delle ragazze (nel caso delle minorenni, potremmo parlare di bambine) c’è insomma il consenso. Ma, a parte il fatto che il consenso delle minorenni non è valido (per questo son dichiarate minorenni), se la relazione vien corrisposta, vuol dire che è andata molto avanti e che è diventata stabile.

Per la ragazza, e per la bambina, innamorarsi del prof è un fenomeno di crescita: si sente più grande, diventa più grande. Per il prof, innamorarsi di una ragazza o una bambina è un fenomeno di de-crescita, e nel caso della bambina di rimbambimento. Il rapporto del prof con i suoi studenti e studentesse non è diverso dal rapporto dell’analista con i suoi e le sue pazienti. In questo caso, come insegna Freud, è inevitabile, utile, necessario che nasca un trasporto affettivo, che Freud chiama transfert. Il transfert è un grosso problema analitico.

Per anni Freud lo intese come un ostacolo all’analisi, il paziente s’innamora del suo analista e va in transfert perché vuole uscire dall’analisi, il transfert va dunque combattuto e ignorato, affinché l’analisi prosegua. Ma alla fine Freud si convinse che il transfert è un nuovo terreno sul quale il paziente replica i suoi problemi e i suoi bisogni, e che dando importanza al transfert e analizzandolo si favorisce l’analisi, e la si porta a compimento.

Posso sbagliare (sono uno scrittore, non uno psicanalista), ma ho sempre guardato con sospetto lo psicanalista che si mette con una sua paziente, e la sposa. Mi sembra un rapporto analitico interrotto e deviato. Per la stessa ragione guardo con sospetto il prof che scambia email erotiche con le sue alunne, ancora minorenni o appena maggiorenni: mi sembra un rapporto didattico perduto e non più recuperabile.

Ferdinando Camon, «Chat imbarazzanti fra un insegnante e alcune liceali. Dove e come si perde il ruolo del professore», in “Avvenire”, venerdì 5 gennaio 2018, p. 3.

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Azzardo 9 – Un ragazzo su 2 tenta la fortuna. E 1 su 5 è «incallito»

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La ricerca di Nomisma e Gruppo Unipol sui 14-19enni italiani. Propensione al gioco più alta al Centro-Sud che al Nord.

Ad essere irretiti dal sinistro fascino, e dal miraggio di facili vincite, esercitato dal gioco d’azzardo, sono sempre di più i giovanissimi. Per questo Nomisma e Gruppo Unipol hanno creato l’Osservatorio Young millennials monitor, che oggi a Bologna ha presentato i risultati della terza edizione dell’indagine che ha approfondito comportamenti e approccio dei 14-19enni italiani (11mila quelli coinvolti nello studio) verso il gioco d’azzardo. Con risultati affatto tranquillizzanti.

Forse l’unico dato non negativo è che nel 2016 gli studenti italiani che hanno “tentato la fortuna” almeno una volta è un po’ calato (dal 54% al 49%). Ma è pur sempre quasi un ragazzo su due, in numeri 1.240.000 giovani. La propensione al gioco è più alta al Centro (54%) e al Sud (53%), cala al Nord (42%), e interessa più i maschi (59%) delle femmine (38%), con quasi i tre quarti (72%) dei giocatori che dichiara di spendere meno di 3 euro alla settimana. Gratta & Vinci (sperimentato dal 35%), scommesse sportive in agenzia (23%) e online (13%) sono i giochi più popolari, mentre quelli più tradizionali come il Lotto perdono appeal.

Per i dati negativi c’è l’imbarazzo della scelta. Il 47% dei giocatori è minorenne. Il 27% dei giovani ha giocato a una o due tipologie di gioco, un altro 11% ne ha sperimentate fino a tre-quattro, l’11% almeno cinque, denotando una ricorsività preoccupante. Il 17% degli studenti delle superiori gioca una volta alla settimana o più spesso, cioè è un frequent player (in pratica un giocatore incallito), anche se nella maggior parte dei casi lo considera un passatempo occasionale. Proprio in come i giovani vedono il gioco d’azzardo si può intravedere uno dei rischi più gravi: lo percepiscono prima di tutto (32%) come perdita di denaro, poi c’è chi (17%) effettivamente ne avverte la componente di dipendenza o rischio, ma anche chi (19%) lo considera semplicemente un modo per occupare il tempo libero. Nel complesso, secondo il modello di screening elaborato dall’Osservatorio insieme all’Università di Bologna, i ragazzi con un approccio problematico al gioco sono il 5%. Un ulteriore 9% è considerato a rischio.

Che fare? Le conclusioni del rapporto indicano una serie di piste d’azione. Innanzitutto servono più informazione e trasparenza sui sistemi di controllo già esistenti. Bisogna anche parlare di più dell’impatto negativo che fenomeni quali il gioco problematico hanno sulla collettività, cioè in ultima istanza sui cittadini contribuenti, in termini assistenziali e di costi sanitari. E poi occorre creare maggiore consapevolezza sui rischi che derivano da un approccio non equilibrato al gioco d’azzardo, specie quando i soggetti coinvolti sono particolarmente esposti a tali rischi e quindi più vulnerabili, com’è appunto nel caso dei giovanissimi.

C’è ovviamente tanto da riflettere, infine, sul ruolo giocato in questa drammatica partita dalle istituzioni e dalle famiglie: «Tra i fattori predittivi che influenzano la propensione al gioco – ha dichiarato Luca Dondi, consigliere delegato di Nomisma – non c’è solo il profilo socio-demografico dei ragazzi ma anche le caratteristiche della famiglia di provenienza». C’è un abisso, ad esempio, fra la proporzione al gioco dei giovani in famiglie con un’abitudine al gioco rispetto a quelli di famiglie non giocatrici (64% contro 9%). Idem, o quasi, tra chi ha o non ha amici giocatori (64% contro 16%). Inoltre, il 36% dei giovani giocatori tende in famiglia a nascondere o ridimensionare le proprie abitudini di gioco. E se non lo si vuol dire a mamma e papà, evidentemente è anche perché si avverte che è cosa né giusta, né buona.

Andrea Di Turi, «Un ragazzo su 2 tenta la fortuna. E 1 su 5 è “incallito”. La ricerca di Nomisma e Gruppo Unipol sui 14-19enni italiani. Propensione al gioco più alta al Centro-Sud che al Nord», in “Avvenire”, lunedì 23 gennaio 2017.

Azzardo 8 – Gioca d’azzardo un italiano su due

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Il Dipartimento nazionale antidroga: appena 21 pagine su 498 dedicate al gioco patologico

Arriva con sette mesi di ritardo, è ampiamente incompleta e inevitabilmente deluderà chi si aspettasse di trovarvi dati fondamentali come, finalmente, una stima ufficiale, “governativa” dei malati di Gap (gioco d’azzardo patologico) in Italia. La Relazione annuale al Parlamento da parte del Dipartimento politiche antidroga (Dpa) per il 2016 dedica all’azzardo appena 21 pagine su 498, di cui la metà sono la sintesi dello studio Espad su azzardo e studenti, ampiamente noto, a cui Avvenire ha dedicato già ampio spazio nei mesi scorsi.

Relazione incompleta ma, va detto, senza colpa apparente per il Dna: appena il 60% dei 343 servizi del Sistema sanitario nazionale e il 17% delle strutture del privato sociale hanno infatti fornito dati sugli affetti da Gap in cura presso di loro. Di nuovo, o almeno poco noto, c’è soltanto un’indagine demoscopica realizzata dal Sistema di sorveglianza nazionale sul disturbo da gioco d’azzardo, intervistando 3000 italiani di oltre 15 anni sulla percezione rispetto all’azzardo. Circa la metà (49,7%) ha dichiarato di aver giocato almeno una volta negli ultimi 12 mesi, in maggioranza maschi (56%) e con una forte incidenza di fumatori (61,7%), a conferma del legame tra azzardo e ricorso a fumo, alcol e sostanze.

Un dato positivo: la dipendenza da azzardo è ritenuta grave, da curare con l’aiuto di uno psicologo e presso comunità e strutture specializzate.

Un dato negativo: se il poker è in assoluto il gioco più citato, seguito dalle “macchinette”, per più della metà (56%) gratta e vinti e Lotto non sono considerati azzardo.

Tra i provvedimenti per la lotta all’azzardo, gli italiani intervistati indicano l’eliminazione delle slot da bar e tabaccherie (51,8%), il divieto di pubblicità (34,3%), la prevenzione delle scuole (30,6%), l’introduzione di limiti nelle giocate (28,5%) e limitare il numero delle sale (26,6%).

Umberto Folena, «Gioca d’azzardo un italiano su due. Il Dipartimento nazionale antidroga: appena 21 pagine su 498 dedicate al gioco patologico», in “Avvenire”, martedì 17 gennaio 2017.

DAT Disposizioni anticipate di trattamento 2/14 – Equivoci antropologici sulla legge delle Dat. Perché non esiste un diritto a morire

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Il dibattito in corso sulla legalizzazione delle Dat (Disposizioni anticipate di trattamento) solleva il problema della morte come un diritto della persona, da riconoscere e tutelare legalmente. Se non nelle forme radicali ed estreme del suicidio ad libitum – “la vita è mia e la chiudo quando voglio io” – almeno in quelle soft e contenute del suicidio inteso a mettere fine a una vita considerata non più degna di essere vissuta. Diritto connesso al principio di autodeterminazione, per il quale ciascuno è padrone e arbitro di sé e delle sue cose, di cui decide in tutta autonomia. Diritto cui si può rinunciare, ma di cui a nessuno deve essere impedito di avvalersi.

Il problema è l’oggetto di questo diritto: la soppressione della vita di una persona. Diritto arbitrario per il credente, per il quale la vita è dono di Dio, di cui il soggetto è custode e non padrone, ma anche per il non credente. Il motivo teologico infatti si salda con quello antropologico. La vita non è dell’ordine dell’avere: qualcosa che uno ha, e di cui dispone, ma dell’essere che uno è, e di cui non dispone. Io non ho una vita: io sono la mia vita. La persona è l’unico esistente con dignità di soggetto e non di oggetto, con valore “in sé” e non derivato “da altro”, con natura di fine e non di mezzo.

Come tale irreificabile: non riducibile a cosa, e perciò a oggetto di diritto per nessuno. La persona è soggetto di diritto, mai oggetto. «La persona è il diritto sussistente», diceva Antonio Rosmini. La vita partecipa – è l’anima, il principio attivo – di questo diritto.

C’è pertanto un diritto alla vita, alla sua tutela e promozione, non un diritto sulla vita. Di qui la sua indisponibilità e inviolabilità anche per il soggetto, che priva di senso il diritto di morire. Disconoscere la differenza umana, riducendo la vita della persona a valore di cosa e di uso, di cui alla fine potersi disfare, non rappresenta un più, ma un meno di civiltà. Avremo maggiorato il principio di autodeterminazione, spinto fino al potere sulla vita, ma diminuito il principio di umanità. Un’autodeterminazione come puro potere di decisione, sganciato dall’ordine del bene e dei suoi obblighi, dal bene primo e basilare della vita, è un feticcio che narcotizza le libertà, abbandonandole alla loro solitudine.

Al punto cui siamo, le libertà non hanno bisogno di maggiorazioni di poteri, ma di consolidamenti valoriali. Altrimenti girano su se stesse in un vortice mortale, che le risucchia in quell’inconfessato cupio dissolvi che estingue il gusto della vita, tanto più quanto più questa è segnata dalla fragilità, dalla malattia, dalla disabilità, cui non si è più capaci di riconoscere e dare un senso.

E diventano insopportabili, tramontano le virtù di fiducia e di condivisione, come l’empatia, la compassione, la consolazione, nel loro significato originario e profondamente umano di enpaheia, sun-patheia, cumpassio, con-solatio: entrare nel pathos, nella passio, nella sofferenza e nella solitudine dell’altro, con-dividerla e far percepire anche in esse la bontà e la bellezza della vita. Unico argine a quel taedium vitae e libido moriendi che allignano in una cultura che perde logos e telos di significati, valori e orizzonti di vita. È una cultura, questa, che non sa proporre di più e meglio di un diritto a morire, rivendicato come indice di progresso e di modernità, fino alle apologie del suicidio, elogiato come supremo atto di libertà, con cui un individuo mette fine alla sua esistenza.

Elogio ingannevole, perché il suicidio non è mai affermazione di libertà, ma espressione d’infelicità. Rivendicazioni e plausi socialmente deludenti, per l’indebolimento progressivo del bene e dell’amore per la vita nell’immaginario delle coscienze, specialmente dei più giovani e dei più deboli. Ne è sintomo inquietante il possibile diffondersi, tra i teenagers, dell’ancora misteriosa sindrome della blue whale, che “Avvenire” ha preso in esame nei suoi controversi aspetti in queste ultime settimane.

Dire che non c’è una libertà per la morte non significa tuttavia perseguire la vita a ogni costo. Non c’è un diritto a morire volto a mettere fine alla vita. C’è però un diritto a morire bene. Tutti dobbiamo morire, ma non è detto che dobbiamo morire male.

C’è un diritto a morire con dignità umana e cristiana, volto a umanizzare il morire con la terapia del dolore e la rinuncia a mezzi di cura straordinari e sproporzionati. Rinunciare ai quali non vuol dire sopprimere la vita, ma accogliere e vivere la morte come l’ultimo atto della vita.

Mettersi dalla parte della vita, dando ragione della sua inviolabilità, non porta a ergersi a giudici, in tutta fedeltà all’imperativo evangelico: «Non giudicate!». Chi conosce infatti il cuore dell’uomo, al confine critico tra la vita e la morte? «Solo Dio», è la risposta della Bibbia. Per questo la Chiesa affida al giudizio e alla misericordia di Dio chi arriva al gesto tragico della rinuncia alla vita.

Mauro Cozzoli, «Equivoci antropologici sulla legge delle Dat. Perché non esiste un diritto a morire», in “Avvenire”, domenica 18 giugno 2017.

DAT Disposizioni anticipate di trattamento 2/13 – Sulle Dat le condizioni dei notai

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«Registro nazionale per le volontà di fine vita. Legge da cambiare». I professionisti del diritto chiamati ad applicare la norma in discussione al Senato chiedono più chiarezza

Più domande che risposte. Quel che sta accadendo lungo il percorso della legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) è eloquente: mano a mano che l’iter avanza (dopo il varo alla Camera il 20 aprile la legge, è in Commissione Sanità al Senato), il ventaglio dei dubbi anziché assottigliarsi si amplia. E viene alimentato da quanti la legge saranno chiamati ad applicarla. Chi ha assistito al convegno organizzato ieri dai notai milanesi per vederci chiaro sul piano dei contenuti – con interventi di Paola Binetti, Adriano Pessina, Umberto Galimberti, Barbara Randazzo, Luciano Eusebi, Andrea Nicolussi, Filippo Anelli e Alberto Gambino – ha toccato con mano le rilevanti perplessità di una categoria che in fatto di accertamento delle volontà chiede certezze e non la retorica della “libertà” e dei “diritti” individuali.

Alla quale hanno fatto puntuale riferimento Mina Welby e Marco Cappato («quella sulle Dat è una legge che offre una possibilità di scelta, non si impone a nessuno») ma che ha dovuto fare i conti con la serietà dei rilievi giuridici di professionisti del diritto tutt’altro che tranquilli all’idea di dover applicare forse di qui a pochi mesi una legge ancora nebulosa.

Per i notai è infatti insormontabile la questione del come e dove raccogliere le volontà di fine vita: «Il notariato – dice Carmelo Di Marco, presidente di Federnotai – sostiene la necessità di un registro nazionale delle Dat, che ne permetta la conservazione e la conoscenza in tempo reale in qualunque punto del territorio nazionale». La legge nell’attuale formulazione non prevede un registro simile ma all’articolo 4, 6° comma, si limita a dire che la Dat vanno «redatte per atto pubblico o per scrittura privata autenticata ovvero per scrittura privata consegnata personalmente dal disponente presso l’ufficio dello stato civile del comune di residenza del disponente medesimo, che provvede all’annotazione in apposito registro, ove istituito, oppure presso le strutture sanitarie».

Una formulazione dove spicca l’assenza di un registro unico che dia certezza su un terreno delicatissimo. Per i notai certo non può bastare il generico impegno di Emilia De Biasi, relatrice pd del provvedimento a Palazzo Madama, che rimanda a linee guida successive al varo della legge così com’è («nel testo – riconosce – ci sono imprecisioni, ma le possiamo correggere dopo»). Posizione comprensibile se l’obiettivo è varare a ogni costo il biotestamento entro la legislatura e quindi evitare una correzione qualunque che la farebbe tornare alla Camera. La correzione in questione, poi, sarebbe di non poco conto richiedendo un capitolo di spesa, attualmente non previsto, da spuntare nella legge di bilancio. Ma le incognite e le lungaggini inevitabili per una pro- simile segnerebbero probabilmente la fine del ddl, agitato da troppi come una nuova bandiera simbolica da inalberare.

Le obiezioni dei notai non terminano qui: in questione è anche la formulazione del documento per raccogliere le Dat, sul quale la legge non si pronuncia. «I modelli oggi circolanti, predisposti dai soggetti più diversi, sono troppo generici per una materia così rilevante – dice Enrico Sironi, consigliere nazionale del Notariato –: sui vari moduli scaricabili dal Web non si entra mai nel merito delle infinite patologie e dei conseguenti scenari possibili».

Pare chiaro che il notaio non potrà mai sostituire il rapporto tra il paziente e il suo medico, né può sapere di medicina a sufficienza (ma certo dovrà imparare a destreggiarsi tra diagnosi e terapie). «La nostra proposta di garantire la presenza del medico alla stesura delle Dat davanti al notaio è caduta alla Camera con il facile argomento dei costi per i cittadini – nota amaro Sironi –. Così si è lasciato campo libero alla soluzione attuale: scrittura privata presentata in Comune su un foglietto, con il solo accertamento dell’identità. Un po’ poco per decidere della propria vita».

Per i notai è decisivo che le volontà di fine vita siano espresse da una persona competente e informata, che sia in sé e certamente priva di condizionamenti esterni. Ma chi lo accerta? E chi lo garantisce davanti allo Stato? La legge su questo si mostra ancora deficitaria. Le Dat – afferma Giuseppe Calafiori, notaio e presidente di Confprofessioni Lombardia – «non devono rendere la relazione del paziente con medico e notaio «burocratica, non ci può essere spazio per moduli, formulari, carte copiative o crocette, al contrario c’è bisogno di una relazione sempre più proattiva e personale». C’è ancora tempo per rimediare.

Francesco Ognibene, «Sulle Dat le condizioni dei notai: “Registro nazionale per le volontà di fine vita. Legge da cambiare”. I professionisti del diritto chiamati ad applicare la norma in discussione al Senato chiedono più chiarezza», in “Avvenire”, sabato 17 giugno 2017.

Il Santo del giorno/21 gennaio – Sant’Agnese

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L’anima pura è come un tempio perché lì s’incontra Dio e avvicinarsi ad essa significa fare esperienza del trascendente. Ecco perché la storia di sant’Agnese e del suo martirio è costellata di segni miracolosi: sono il modo per raccontare la profonda vicinanza di questa giovane credente al Creatore.

Figlia di una famiglia patrizia romana, ad appena 12 anni si ritrovò a vivere nel buio della persecuzione anticristiana (forse quella di Decio attorno al 250, oppure quella di Diocleziano dal 303). Lei aveva offerto la propria verginità a Cristo e respinse quindi un giovane, che la denunciò come cristiana. Catturata venne esposta nuda al pubblico nei pressi dell’attuale piazza Navona, ma nessuno poté avvicinarsi. Nemmeno il fuoco ebbe la meglio sulla ragazza, che alla fine fu uccisa con un colpo di spada alla gola, come un agnello.

Matteo Liut, «Nell’anima pura la casa di Dio», in “Avvenire”, domenica 21 gennaio 2018, p. 2.

Lectio divina – II Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

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Prima lettura: Isaia 62,1-5

1Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. 2Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà. 3Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. 4Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. 5Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.

La prima lettura è stata scelta per gli evidenti richiami al vangelo, anche qui siamo in un contesto di nozze: è celebrata Gerusalemme come sposa del Signore. Verso la fine del suo libro profetico, ad una comunità scompaginata e delusa, Isaia rivolge un messaggio di sicura consolazione. La città si presenta sfavillante nel suo splendore, dono dello sposo, vincitore sui nemici. Nel poema si sovrappongono e si fondono l’immagine solare e quella del re vittorioso nel giorno delle sue nozze. Egli prende la città-sposa come sua corona e diadema regale, secondo l’espressione di Pr 12,4: «La donna perfetta è la corona del marito».

Il re vincitore “trasforma” la sua sposa, la cui nuova situazione è iscritta nel «nome nuovo». Per i semiti il nome è l’essenza stessa dell’essere, quindi Gerusalemme che riceve un nome nuovo è posta nella condizione di assumere una nuova identità. Da «devastata» e «abbandonata» si trova ad essere «mia gioia» e «sposata». Il compiacimento dello sposo denota che ora si rispecchia pienamente nella sua sposa, che egli ha creato e modellato secondo il suo gusto. La città che ritorna ad essere “vergine” è stata totalmente rifatta dal suo Creatore: la situazione attuale è frutto di un amore che riabilita e rinnova nel profondo. È la novità del bello e del buono, proprio come il vino assaggiato dal maestro di tavola.

Seconda lettura: 1Corinzi 12,4-11

Fratelli, 4vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; 6vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: 8a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; 9a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; 10a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue. 11Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole.

Nel quadro dell’odierna liturgia, la lettura paolina aiuta a ritrovare il valore della diversità dei ruoli nell’unità di intenti. Essa prima di tutto stigmatizza un modo di pensare che in un recente passato poneva in tensione dialettica e quasi in opposizione carismi e ministeri, come se il carisma fosse una particolare grazia, frutto dell’imprevedibile libertà dello Spirito e da giocare in libertà e il ministero invece qualcosa di permanente ed in connessione con gli aspetti istituzionali della Chiesa. Tale distinzione convogliava tutte le simpatie sui carismi ed ingenerava nei confronti dei ministeri un atteggiamento più o meno sottile di diffidenza. Il Concilio Vaticano II ha rimesso le cose a posto: anche nei ministeri si libera la presenza e l’azione feconda dello Spirito. Del resto Paolo, sotto la categoria dei “doni spirituali” colloca un po’ tutte le grazie, sia quelle che potremmo chiamare – con termine non appropriato – estemporanee e provvisorie, sia quelle che si incarnano in un ruolo permanente.

La riflessione sulla natura e sul ruolo dei carismi riceve una lunga e sistematica trattazione nei capp. 12-14 della prima lettera ai Corinzi. Evinciamo, senza troppa difficoltà, che numerose idee distorte o confuse ottenebravano il pensiero teologico della comunità. Paolo cerca di far chiarezza e di correggere: privilegiando la dimensione appariscente dell’azione dello Spirito, vengono incrementati l’orgoglio e l’ansia di accaparramento; considerando i doni dello Spirito in chiave prevalentemente individualistica, viene lacerata la comunità; ritenendo che la pienezza della vita cristiana dipenda dal possesso di doni spettacolari, viene scardinata la scala assiologica.

Precisato ciò, Paolo dà preziose direttive:

1.Lo fa usando tre termini – «carismi» (greco karismata), «ministeri» (greco diakoniai), «attività» (greco energeis) – per indicare non tre specie diverse dei doni dello Spirito, ma tre aspetti differenti della stessa azione: carisma indica la gratuità, ministero la destinazione comunitaria e attività la forza per costruire il regno di Dio. Si da una diversità che, nello Spirito e per lo Spirito, concorre all’unità (v. 4 e v. 11).

2. Tutti sono portatori di “carismi” che, al v. 7, ricevono una specie di definizione. Perché vi sia carisma occorrono tre condizioni: che sia dono dello Spirito, dato all’individuo, per il bene comune. Già questo dovrebbe privare il carisma di ogni pretesa meritocratica e di ogni accaparramento egoistico.

3. Viene proposta una lista di carismi, a puro titolo indicativo (vv. 8-10), per mostrare una varietà che alla fine va ricondotta alla libera e fantasiosa azione dello Spirito (cf. v. 11).

Il discorso sui carismi deve essere completato anche se la lettura si interrompe a questo punto. Bisogna relativizzare il valore dei doni dello Spirito: al primo posto, in assoluto, sta l’amore. L’uomo è salvato dall’amore ed è chiamato all’amore. È questo il primo e più alto dono che Dio fa al credente che si vede trasformato in creatura nuova. È l’amore l’anima della vita cristiana e, in quanto tale, non avrà mai fine (cf. 13,1-13).

Vangelo: Giovanni 2,1-1q

In quel tempo, 1vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». 4E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». 5Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». 6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. 8Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». 11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Esegesi

Giovanni si rivela consumato narratore e raffinato teologo, capace di calibrare la presentazione di Gesù. Di lui offre una inequivocabile carta d’identità che lo situa tra cielo e terra, divina Parola eterna e uomo in mezzo agli uomini (cf. 1,1-18). Poi fa echeggiare la vibrante testimonianza del Battista che lo indica Messia e, più ancora, «Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (1,29). Conclusa la fase di presentazione, inizia quella di autopresentazione. Gesù invita alla sua sequela chiamando alcuni uomini con un «venite e vedrete» che li stabilizza al suo seguito in una comunione di vita. Poi vengono esibite le credenziali, fatte di lunghi discorsi e di 7 miracoli che l’evangelista chiama sistematicamente “segni” perché devono indirizzare alla comprensione della persona di Gesù. Il brano evangelico riporta il primo di questi segni, quantitativamente ridotti rispetto ai vangeli sinottici, ma scelti con cura e racchiusi nella cifra che indica una pienezza.

Troviamo dapprima il quadro di una festa di nozze, la presenza di Maria e Gesù accompagnato dai discepoli e quindi la situazione incresciosa della mancanza di vino (vv. l-3a). Ad un certo momento Maria se ne accorge e ne rende partecipe Gesù (vv. 3b-5); questi reagisce verbalmente quasi a schermirsi, quindi compie il suo intervento prodigioso (vv. 6-8), fino a rendere il vino di ottima qualità: viene così confermato l’avvenuto miracolo (vv. 9-10). La conclusione sancisce l’avvio dell’attività taumaturgica di Gesù, richiamando i temi della gloria e della fede (v. 11). Il v. 12 apparentemente insignificante, perché sembra una semplice informazione, conferisce una valenza “ecclesiale” al miracolo e mostra la presenza di molteplici persone attorno a Gesù, richiamo alle diverse funzioni nella Chiesa.

1.Ora e gloria di Gesù. Risulta scontato dire che il brano profuma di cristologia. Una semplice osservazione statistica rivela che il nome Gesù ritorna 6 volte e per altre 7 un aggettivo o pronome si riferisce a lui. Al di là della quantità, appare la qualità. Giovanni ha voluto rivestire di sostanziosa teologia il primo miracolo: troviamo per la prima volta il tema dell’«ora» (cf. v. 4) che rimanda al momento culminante della morte e glorificazione; non per nulla quel concetto è correlato con quello della «gloria» che chiude il brano (cf. v. 11) ed è connesso con la fede dei discepoli che credono in lui, anticipo profetico di quella promessa: «Io quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (12,32). La vera «ora» sarà quella della morte che disvela appieno la sua gloria, la sua vicinanza con il Padre, la capacità di offrire la vita in un atto di amore infinito. In attesa di quella manifestazione piena e definitiva, ecco alcuni disvelamenti parziali che sono i miracoli, preziose indicazioni che interrogano sulla identità più profonda di Gesù, quella che sfugge allo sguardo frettoloso e distratto. Perciò Giovanni ama chiamare i miracoli “segni” perché sono come preziosi cartelli indicatori che orientano verso la comprensione piena di Gesù.

2. Dimensione mariologica. I discepoli, per credere, hanno bisogno di vedere la sua gloria riflessa nel miracolo. Maria no. In lei la fede nel Figlio è granitica fin dall’inizio. Il suo comando ai servi «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» non fa una grinza. Maria è il secondo personaggio della pericope perché citata 4 volte e sempre come «madre» (vv. 1.3.5.12). Non si sostiene una solida mariologia se non in intimo legame con la cristologia. Ogni discorso su Maria comprende e rimanda a Cristo. È la prima volta che Giovanni cita la madre; lo farà ancora e solo una volta, al momento della crocifissione: anche in quel caso ella sarà la «madre», madre di Gesù e madre del discepolo prediletto, figura di tutta la Chiesa (cf. 19,25-27). La madre appare nel IV Vangelo all’inizio e alla fine, sempre nel contesto dell’ora, perché ella prima e più di tutti partecipa alla passione/glorificazione del Figlio. Esiste tra i due una comunione che non è priva di “fatica”. Anche per Maria credere è una conquista progressiva, un allinearsi non certo istintivo alla suprema volontà divina. La risposta di Gesù: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora» denota un distacco che non è separazione, ma autonomia e rispetto dei ruoli. La frase, certamente forte, esprime una divergenza tra interlocutori (cf. Gdc 11,12; 2Sam 16,10), non necessariamente opposizione. La madre intercede ma non interferisce; suggerisce ma non comanda, perché Gesù agisce per decisione propria e sovrana. La sua volontà deve essere conforme solo a quella del Padre, suo criterio ultimo e decisivo di azione (cf. 4,34: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera»). Nessun altro deve guidare la sua mano (anche nel caso della malattia di Lazzaro: Gesù non si reca dall’amico alla notizia della sua grave malattia, ma quando lo decide lui, cf. Gv 11,7). Maria non è risentita per quel taglio netto che ella, anzi, bene accoglie e di cui è pienamente convinta. Per questo suggella le sue parole rivolgendosi ai servi chiedendo loro di sottomettersi, come lei, in tutto e per tutto a quello che Gesù vuole.

3. Valore del matrimonio. Il primo miracolo di Gesù avviene nel contesto di uno sposalizio: non solo Gesù vi è invitato e vi partecipa, ma pure raddrizza una festa che stava “deragliando” per la mancanza di vino. È un modo insolito, certamente originale, di apprezzare e valorizzare il matrimonio. Gesù che interviene a vantaggio dei due ignari sposini intende alludere ad un’altra festa che celebra le nozze tra Dio e l’uomo, tra cielo e terra, in una rinnovata alleanza, dopo che il peccato aveva distrutto il patto tra i due, rendendo l’uomo un “estraneo” di Dio, sua sbiadita e irriconoscibile immagine. Il significato del vino è ripetutamente richiamato, sia nella quantità (una stima approssimativa lo quantifica in circa 500 litri: due o tre barili – in greco: metrete, del valore di circa 40 litri l’una – in ognuna delle sei anfore, cioè almeno litri 40x2x6=480), sia nella qualità (lo riconosce il maestro di tavola che doveva essere un intenditore). Il vino era parte integrante del banchetto e questo a sua volta alludeva ad una situazione di intimità e di comunione che i profeti individuavano come caratteristica dei tempi finali, quelli della armonia di Dio con tutti gli uomini: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (Is 25,6).

Meditazione

L’antica tradizione liturgica poneva l’accento sull’unità della manifestazione – “epifania” – del Signore nei tre eventi dell’adorazione dei Magi, del Battesimo (o Teofania) presso il Giordano, del segno di Cana, dove l’acqua viene tramutata in vino. Canta ad esempio un’antifona della solennità dell’Epifania del Signore:

Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo:
oggi la stella ha guidato i magi al presepio,
oggi l’acqua è cambiata in vino alle nozze,
oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano
per la nostra salvezza, alleluia.

C’è un unico oggi in cui il Signore manifesta la sua salvezza. Ce ne vengono così narrati alcuni tratti essenziali: la salvezza è per tutte le genti (l’adorazione dei Magi); consiste nel renderci partecipi della figliolanza divina nel suo Figlio Unigenito, della cui Pasqua siamo resi partecipi in virtù del battesimo (la Teofania presso il Giordano); compie definitivamente l’alleanza che già la letteratura profetica aveva più volte annunciato con il simbolo delle nozze, come ricorda la prima lettura della liturgia odierna: «Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo» (Is 62,4).

Questa antica e sapiente tradizione liturgica sopravvive nel ciclo C del lezionario domenicale, che propone il segno di Cana come vangelo della II Domenica del Tempo ordinario, in continuità con la solennità dell’Epifania e con la Domenica del Battesimo. Il Tempo ordinario si salda così in modo forte con il Tempo natalizio, per mostrare come la salvezza di Dio, che in Gesù di Nazaret si è incarnata nella nostra storia, si dilati e riempia di sé le pieghe ordinarie e quotidiane della nostra vita.

Lo stesso evangelista Giovanni, nel raccontare l’episodio apparentemente molto familiare di Cana, insiste nell’affermare che si tratta dell’inizio dei segni compiuti da Gesù, attraverso il quale egli «manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (v. 11). È l’inizio non semplicemente perché è il primo segno di una lunga serie; piuttosto è il segno archetipo (in greco “inizio” è detto con arké), tale da costituire una sorta di stampo originario che imprime la sua forma su tutti gli altri segni che seguiranno, fino alla Pasqua. Non a caso è un segno che avviene proprio a Cana, piccolo villaggio della Galilea; il significato simbolico del suo nome non sfugge però all’evangelista, che sa bene che cana in ebraico significa “fondare”, “creare”. Ciò che Gesù opera a Cana è come una nuova fondazione, che porta a compimento la creazione di Dio, riscattandola dal male che il peccato ha introdotto nella storia, e fonda davvero la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo. Ora le nozze si compiono, Dio sposa l’umanità!

Il ricco simbolismo di questa pagina giovannea evoca infatti il tema dell’alleanza. Tutto accade non in un giorno qualsiasi, ma «il terzo giorno» (v. 1), espressione che ci orienta in avanti, facendoci immediatamente pensare al terzo giorno della Risurrezione. Nello stesso tempo l’evangelista ci invita a guardare indietro, al terzo giorno del Sinai, quando Dio dona a Mosè le Dieci Parole dell’Alleanza che stipula con Israele: «Il terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni e lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di corno: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore» (Es 19,16: così viene introdotta la Teofania che culmina, al capitolo 20, con il Decalogo). E l’alleanza, lo abbiamo già ricordato, è spesso descritta con la metafora delle nozze tra Dio e il suo popolo. Il vino stesso, che certo non può mancare a un banchetto nuziale, raccoglie in sé e simboleggia tutti i beni elargiti da Dio alla sua Sposa, in particolare il dono della Torah e della Rivelazione.

Qui a Cana, al terzo giorno, Gesù compie definitivamente l’alleanza. Ciò che era prefigurato nella Prima Alleanza diventa definitivo nella Nuova Alleanza. Le sei giare (sei è cifra simbolica di una imperfezione che però tende verso la pienezza del numero sette) colme di acqua fino all’orlo vengono trasformate in vino. Erano giare di pietra che contenevano l’acqua per la purificazione rituale dei Giudei (v. 6). Giare di pietra come spesso può essere di pietra il cuore dell’uomo, soprattutto quando lascia le parole di Dio scritte su tavole di pietra, anziché lasciarsele imprimere nel proprio cuore. Ma per quanto l’acqua riempia queste giare fino all’orlo, non basta a purificare il cuore di pietra e a trasformarlo in cuore di carne. È necessario un vino nuovo, un vino migliore, quello che solo Gesù può donare, trasfigurando la prima alleanza nella nuova e definitiva alleanza. Nel terzo giorno della Pasqua, nella sua Ora che già qui a Cana viene annunciata come imminente (cfr. v. 4), diventerà chiaro che questo vino nuovo e migliore Gesù lo dona nel suo stesso sangue versato per tutti.

Solo lui lo può donare. «Colui che dirigeva il banchetto… non sapeva da dove venisse» (v. 9). Nessuno può saperlo, perché questo da dove allude al mistero di Gesù, e più ancora al mistero del Padre, il solo che può donare il proprio Figlio e nel Figlio il vino migliore dell’Alleanza nuova, il vino delle nozze definitive con il suo popolo. Da dove (pothen in greco) ricorre spesso nel vangelo di Giovanni e sempre con un forte significato cristologico. Gesù è colui che non sappiamo da dove viene e verso dove va (cfr. Gv 8,14). Comprendere che viene da Dio e a lui ritorna è la condizione che ci permette di conoscere davvero il suo mistero personale e di accogliere la sua rivelazione. Proprio perché allude a Gesù, il da dove ci parla anche dei doni che egli offre alla nostra esistenza per colmare il suo bisogno di vita, e di vita piena, di vita eterna. Qui a Cana il capo-tavola non sa da dove viene il vino. In Samaria la donna chiede ironicamente a Gesù: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva?» (4,11). Al capitolo sesto sarà Gesù stesso a domandare a Filippo: «da dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (6,5). Il vino di Cana, l’acqua di Samaria, il pane della Galilea, vengono tutti da quel da dove che è il mistero di Dio e alludono a quel dono per eccellenza che è Gesù, lui che sa da dove viene e dove va. È lui il vero vino, la vera acqua, il vero pane di cui la nostra vita ha assolutamente bisogno per compiersi in pienezza. È lui lo Sposo, o meglio è in lui che si compiono in modo definitivo le nozze tra Dio e il suo popolo.

A Cana è presente la madre di Gesù, definita qui, come ai piedi della croce, “donna” (cfr. Gv 19,25-27). È simbolo della figlia di Sion, chiamata però anche “madre Sion” nei testi profetici; in lei è rappresentato il resto di Israele che attende l’ora del Messia, il suo giorno, perché scopre in sé una mancanza che ha bisogno di essere colmata: «non hanno vino» (v. 3). Insieme alla donna/madre ci sono con Gesù i discepoli, come ai piedi della croce ci sarà il Discepolo amato. Là la donna sarà consegnata al discepolo e il discepolo alla donna. La nuova Alleanza si compie, direbbe san Paolo, abbattendo ogni separazione e facendo dei due uno solo (cfr. Ef 2,14-18). La figlia di Sion – Israele – e i discepoli di Gesù – la Chiesa – sono consegnati reciprocamente gli uni agli altri. A Cana, nasce, viene fondata e ricreata, un’umanità nuova, l’umanità dei figli di Dio, chiamati ad abbattere ogni separazione, a superare ogni divisione, a vincere ogni logica perversa di inimicizia.

Ascoltando questo brano anche noi continuiamo a contemplare la gloria del Padre pienamente manifestatasi in Gesù: la gloria di un amore che continua a donarci in ogni Eucaristia il vino dell’Alleanza nuova, il vino migliore per la nostra gioia.

Preghiere e racconti

Il vino della festa

Sì, il vino: è lui, non l’uva, il vero “frutto” della vigna. E come la vigna è ricco di doni concreti e, al contempo, denso di rimandi simbolici. Da sempre, “dai tempi di Noè” appunto, accanto al pane del bisogno, al pane quotidiano necessario per vivere, l’uomo ha avuto il vino della gratuità e della festa: una bevanda non necessaria alla sopravvivenza, ma preziosa per la consolazione, la gioia condivisa, l’amicizia ritrovata… Il vino: bevanda che, bevuta in solitudine, ne stordisce l’amarezza solo per accentuarne la tristezza, ma anche bevanda che, gustata nell’intimità di un’amicizia, ne esalta il sapore e ne affina il piacere. Bevanda esigente, anche, perché richiede a chi la beve lo sforzo di liberarsi dalla schiavitù dell’efficienza esasperata per abbandonarsi alla gratuità senza la quale la vita è priva di sapore: bevanda che invita a cantare la vita, a immettere nella consapevolezza della morte la volontà di dire sì alla vita.

Forse è per tutti questi aspetti – oltre che per il discernimento che richiede nel conoscere se stessi, i propri limiti e quelli degli altri -, è per questa lettura dell’esistenza nel segno della gratuità e della gioia condivisa che il vino è divenuto nella Bibbia e in altre tradizioni spirituali il simbolo della sapienza. Sapienza perché dà “sapore” alla vita, ma anche perché il vino sa sciogliere il cuore e farne emergere ciò che davvero lo abita, sa trasformare la semplice assunzione di cibo in un banchetto, così come la fermentazione ha trasfigurato l’umile succo d’uva in bevanda inebriante. […] non a caso Gesù stesso porrà il suo primo “segno” alle nozze di Cana sotto il sigillo di una gioia condivisa grazie al vino migliore e lascerà ai suoi discepoli il comandamento nuovo dell’amore attorno al “segno” di un pane spezzato e di una coppa di vino versato perché tutti abbiano la vita in pienezza.

Enzo Bianchi, Il Pane di ieri

La fonte divina dell’amore

Di questa fonte inesauribile parla Giovanni nel racconto delle nozze di Cana (Gv 2,1-12). Il nostro vino, il nostro tentativo di amare, vede molto presto la fine. Non possiamo dare nessuna garanzia delle nostre emozioni. Prima o poi i nostri sentimenti di amore si volatilizzano e allora crediamo di non riuscire più ad amare l’altro. Questo capita a molti coniugi che assistano stupiti all’esaurirsi del loro amore. Questo capita anche alla coppia che celebra le nozze a Cana. Viene a mancare il vino, il loro amore viene a mancare, già il terzo giorno essi non hanno più né vino, né amore. Allora Gesù trasforma in vino sei otri d’acqua, in modo che il vino non abbia più a finire.

Sei è il numero dell’imperfezione e gli otri di pietra rimandano a quanto di duro e di impietrito vi è in noi. Nella loro incapacità di amare veramente, nelle loro durezze e nei loro blocchi, Gesù mostra agli sposi un’altra fonte d’amore, la fonte divina, che mai smette di sgorgare. Gesù pronuncia la sua parola d’amore in quanto in noi è divenuto sciapo e senza sentimento, in quanto in noi è imperfetto e indurito. Se noi ci fidiamo di questa parola, anche in noi tutto può mutarsi in amore.

D’improvviso noi possiamo amare con le nostre forze e le nostre debolezze, con le nostre imperfezioni e i nostri errori, con le nostre contrazioni e i nostri indurimenti. Tutto in noi può irradiare l’amore divino, così che intorno a noi possa svolgersi la festa della vita.

A. Grün, Abitare nella casa dell’amore

Riempi d’acqua il tuo otre vuoto

Adesso sono un otre vuoto!
Bisogna consumare tutto il proprio vino
per accorgersi che non era vino buono.
Bisogna consumare tutto il proprio vino
per desiderare, finalmente, il vino di Gesù.
Madre della compassione,
Madre che ti accorgi da sempre,
anche per me, dici a Gesù:
“non ha più gioia!”.
Non ho più gioia.
Otre vuoto io sono,
anche di speranza.
E tu, sicura come chi ha già ottenuto,
con gli occhi che tradiscono una gioia più grande
di quella che sarà la mia, supplichi:
“fa’ tutto quello che Lui ti dirà!”.
E Lui: “riempi d’acqua il tuo otre!”.
Da dove attingere, Signore, per colmare fino all’orlo?
Dalla mia mente deserta?
Dal mio cuore inaridito?
Dalla mia innocenza consumata?
Fammi, Signore, il dono delle lacrime:
siano esse l’acqua che con abbondanza tu trasformi,
e mentre bevo a piene mani, sento che Le dici:
“Donna, ecco tuo figlio!”.

«Non hanno più vino»

Il vino è la gioia di vivere che non può essere comprata ne fabbricata ed è difficile starne senza. È Gesù, questo vino, di cui gli sposi hanno bisogno, ma che non potrebbero mai darsi, questo vino Gesù lo “crea” dall’acqua, perché si tratta di un vino nuovo.

Giovanni vuole dirci che il vino nuovo e buono, mai gustato prima, è Gesù stesso. Il vino è significativo come dono di Gesù:  esso è alla fine; è buono; è abbondante. È segno del tempo della salvezza. Il vino è così il «sangue versato» da Cristo per noi, è il segno della carità, del dono di sé, così importante per poter vivere da cristiani. Il vino delle nozze di Cana, questo buon vino atteso, è il dono della carità di Cristo, il segno della gioia che la venuta del Messia realizza. Le feste degli uomini hanno la conclusione ben descritta dal maestro di tavola: la tristezza del lunedì. Gesù, invece, è «il sabato senza sera», come diceva sant’Agostino: quando si pensa che la festa finisca – «Non hanno più vino» -, salta fuori il vino buono, conservato fino allora, il vino nuovo mai gustato prima

Cf. A.S. BESSONE, Prediche della domenica, Anno C

Maria, donna del vino nuovo

Santa Maria, donna del vino nuovo, quante volte sperimentiamo pure noi che il banchetto della vita languisce e la felicità si spegne sul volto dei commensali!

È il vino della festa che vien meno.

Sulla tavola non ci manca nulla: ma, senza il succo della vite, abbiamo perso il gusto del pane che sa di grano. Mastichiamo annoiati i prodotti dell’opulenza: ma con l’ingordigia degli epuloni e con la rabbia di chi non ha fame. Le pietanze della cucina nostrana hanno smarrito gli antichi sapori: ma anche i frutti esotici hanno ormai poco da dirci.

Tu lo sai bene da che cosa deriva questa inflazione di tedio. Le scorte di senso si sono esaurite.

Non abbiamo più vino. Gli odori asprigni del mosto non ci deliziano l’anima da tempo. Le vecchie cantine non fermentano più. E le botti vuote danno solo spurghi d’aceto.

Muoviti, allora, a compassione di noi, e ridonaci il gusto delle cose. Solo così, le giare della nostra esistenza si riempiranno fino all’orlo di significati ultimi. E l’ebbrezza di vivere e di far vivere ci farà finalmente provare le vertigini.

Santa Maria, donna del vino nuovo, fautrice così impaziente del cambio, che a Cana di Galilea provocasti anzitempo il più grandioso esodo della storia, obbligando Gesù alle prove generali della Pasqua definitiva, tu resti per noi il simbolo imperituro della giovinezza.

Perché è proprio dei giovani percepire l’usura dei moduli che non reggono più, e invocare rinascite che si ottengono solo con radicali rovesciamenti di fronte, e non con impercettibili restauri di laboratorio.

Liberaci, ti preghiamo, dagli appagamenti facili. Dalle piccole conversioni sottocosto. Dai rattoppi di comodo. Preservaci dalle false sicurezze del recinto, dalla noia della ripetitività rituale, dalla fiducia incondizionata negli schemi, dall’uso idolatrico della tradizione.

Quando ci coglie il sospetto che il vino nuovo rompa gli otri vecchi, donaci l’avvedutezza di sostituire i contenitori. Quando prevale in noi il fascino dello «status quo», rendici tanto risoluti da abbandonare gli accampamenti.

Se accusiamo cadute di tensione, accendi nel nostro cuore il coraggio dei passi. E facci comprendere che la chiusura alla novità dello Spirito e l’adattamento agli orizzonti dai bassi profili ci offrono solo la malinconia della senescenza precoce.

Santa Maria, donna del vino nuovo, noi ti ringraziamo, infine, perché con le parole: «Fate tutto quello che egli vi dirà» tu ci sveli il misterioso segreto della giovinezza.

E ci affidi il potere di svegliare l’aurora anche nel cuore della notte.

Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni

Preghiera

Padre, che hai voluto fare del tuo Figlio l’Uomo nuovo, ricolmo del tuo Spirito, e per mezzo suo lo effondi nei cuori degli uomini rinnovandoli radicalmente, ti chiediamo con fiducia e insistenza, come egli stesso ci ha insegnato a farlo, di voler riempire i nostri cuori della sua presenza e della sua forza. Se tu ce lo doni, noi potremo uscire dalla condizione di uomini vecchi, mossi dall’egoismo che ci rinchiude in noi stessi, e potremo diventare davvero uomini nuovi. Saremo capaci di amare te come figli e gli altri uomini e donne come fratelli e sorelle.

E la gioia profonda della nostra nuova condizione riempirà ogni momento della nostra giornata.

Non lasciare che altri spiriti entrino nei nostri cuori: lo spirito dell’orgoglio, della vanità, dell’invidia, dell’avidità… Essi sono spiriti del mondo vecchio che portano alla morte e noi vogliamo vivere. Tu, che sei «amante della vita», strappa da noi tali spiriti perché possa occupare tutto il nostro spazio interiore lo Spirito vivificante che viene da te attraverso il tuo Figlio diletto.