Yemen 8 – Attentati sventati. Pacchi-bomba negli Usa: arrestata donna in Yemen

Mideast Dubai Mail Bombs

Il presidente yemenita ha reso noto che è stata una donna a spedire negli Stati Uniti i due pacchi con l’esplosivo scoperti ieri. Obama: «In due contenitori c’era dell’esplosivo, minaccia credibile». Il presidente Usa ha telefonato al premier britannico, David Cameron, per ringraziarlo della «stretta collaborazione».

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Il presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, ha reso noto che è stata una donna a spedire negli Stati Uniti i due pacchi con l’esplosivo scoperti ieri. In una conferenza stampa, Saleh ha precisato che le forze di sicurezza hanno circondato l’abitazione della donna e che le informazioni sulla sua identità sono arrivate dagli Stati Uniti. Le autorità americane hanno identificato la mittente dei pacchi scoperti sui cargo a Dubai e in Inghilterra attraverso la carta Sim che avrebbe dovuto fare esplodere uno dei due ordigni.

Intanto il presidente Usa, Barack Obama, ha telefonato al premier britannico, David Cameron, per ringraziarlo della «stretta collaborazione» dell’intelligence britannica nello smantellare il nuovo piano di attentati organizzato con una serie di pacchi-bomba imbarcati su aerei diretti in Usa. I due hanno avuto una conversazione nella mattinata «per parlare del complotto terroristico che è stato smantellato venerdì all’aeroporto East Midlands e di Dubai come risultato della stretta collaborazione tra gli Usa e il Regno Unito, e gli altri partner internazionali», si legge nel comunicato della Casa Bianca. «Il presidente ha espresso il suo apprezzamento per la professionalità dei servizi statunitense e britannico coinvolti nello sforzo congiunto per fermare l’attentato».

La minaccia sventata

Il terrorismo minaccia di nuovo gli Stati Uniti. «Una minaccia credibile che prendiamo molto seriamente», ha ammesso in tv lo stesso presidente Barack Obama al termine di una giornata convulsa, in cui due pacchi bomba – trovati su aerei partiti dallo Yemen e diretti agli Usa – hanno risvegliato l’incubo di un possibile attacco di al-Qaeda. Ieri, investigatori federali hanno isolato per ore due aerei cargo della società di spedizioni Ups sulle piste degli aeroporti internazionali di Philadelphia e Newark, nel New Jersey, in cerca di ordigni esplosivi. A scatenare l’allarme sarebbero state specifiche informazioni d’intelligence da parte di Paesi “alleati” degli Stati Uniti, secondo cui 13 pacchi sospetti provenienti dallo Yemen sarebbero stati in transito verso Chicago, per prendere di mira sinagoghe della città dell’Illinois. Elementi sufficienti a far intervenire l’Fbi, soprattutto alla luce dell’arresto questa settimana di un individuo di origine pachistana che intendeva far saltare alcune stazioni della metropolitana di Washington e alla minaccia lanciata alla Francia dal terrorista numero uno, Osama Benladen.

Come ha confermato la Casa Bianca, in un’azione congiunta tra agenzie Usa e straniere, «le autorità hanno identificato e esaminato due pacchi sospetti, uno a Londra e uno a Dubai, entrambi provenienti dallo Yemen», con il risultato di innescare «precauzioni di sicurezza» e «misure aggiuntive» nei maggiori scali cargo della costa orientale degli Stati Uniti. All’interno delle due scatole – secondo quanto ha affermato il presidente Obama – ci sarebbe stato «materiale esplosivo». Lo stesso hanno confermato fonti dell’Emirato sul pacco intercettato a Dubai.

Nelle ore precedenti, le autorità avevano negato. Anzi, avevano parlato solo di una cartuccia manomessa – e, dunque, “ritoccata” in modo da funzionare come un ordigno rudimentale – all’interno di uno dei plichi identificati all’aeroporto East Midlands, a circa 260 chilometri da Londra. È stato Obama, invece, ha chiarire, parlando di esplosivo e di nuova minaccia, proveniente dallo Yemen. E ha poi sottolineato che Washington si impegnerà per sgominare il terrorismo.

Anche se per il momento molte domande rimangono ancora senza risposta, l’indagine sta comunque proseguendo su entrambe le sponde dell’Atlantico, con la conferma da parte della britannica Scotland Yard di una serie di pacchi sospetti nelle mani degli inquirenti.

In serata, caccia dell’aviazione Usa hanno scortato un aereo passeggeri proveniente dagli Emirati Arabi e diretto a New York, perché a bordo c’era un pacco proveniente dallo Yemen. Appena atterrato il velivolo, forze di sicurezza hanno preso in consegna la scatola per l’ispezione. Quest’ultima, però, non avrebbe rivelato alcuna anomalia.

Secondo indiscrezioni, da giorni, i servizi segreti Usa sarebbero stati in allerta su possibili “prove generali” per un attentato terroristico da parte della filiale di al-Qaeda nella penisola arabica – l’organizzazione che le autorità americane ritengono responsabili di tutta la faccenda – ma alla Casa Bianca smentiscono, spiegando che «il presidente è stato avvertito della potenziale minaccia terroristica giovedì sera alle 22.35».

La minaccia di al-Qaeda nello Yemen non è però inedita, tanto che lo stesso Obama aveva accusato il gruppo terroristico del fallito attacco di Natale sul volo Amsterdam-Detroit e identificato il Paese islamico quale “piattaforma” da cui l’organizzazione di Osama Benalden «continua a seguire la sua agenda di morte». Fonti britanniche avrebbero poi confermato che i pacchi sospetti erano stati spediti dalla stessa persona nota per i suoi legami terroristici. Potrebbe non essere una coincidenza che il pacchetto confiscato a Londra fosse diretto verso la città di Obama e proprio a pochi giorni dalle elezioni di metà mandato. Secondo il presidente, il plico era destinato alle «istituzioni ebraiche della città». Inoltre, proprio a Chicago, Obama si recherà nei prossimi giorni per la campagna del voto di Midterm. Come pure, desta sospetti che uno degli aerei con a bordo i plichi sospetti sia stato fermato a Philadelphia, altra prossima tappa del giro elettorale del presidente.

Le autorità ritengono, comunque, che un attentato non sia imminente, ma per precauzione, si sono intensificate le misure di sicurezza in tutti gli aeroporti e nelle sinagoghe d’America, mentre FedEx (insieme a Ups la principale società di spedizioni) ha deciso di bloccare tutti pacchetti provenienti dallo Yemen.

Loretta Bricchi Lee, «Attentati sventati. Pacchi-bomba negli Usa: arrestata donna in Yemen», in “Avvenire”, sabato 30 ottobre 2010.

Nelle foto: la stampante esplosiva dallo Yemen.

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Yemen 7 – La guerra dimenticata. Raid sui civili: 87 morti

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Secondo alcuni testimoni il velivolo avrebbe preso di mira alcune famiglie di profughi. Nella zona sono in corso da oltre un mese violenti combattimenti tra le forze governative e ribelli sciiti.

Fuggivano dalla guerra, ma la guerra li ha ugualmente raggiunti e uccisi, vittime inconsapevoli di un conflitto sconosciuto, «dimenticato» tra le tante emergenze internazionali. Sono «almeno 87» i civili morti e una quarantina quelli rimasti feriti mercoledì nella regione di Adi, zona settentrionale dello Yemen dove da metà agosto è in corso un’offensiva militare denominata Terra Bruciata contro i ribelli zaiditi, in lotta dal 2004 con il governo di Sanaa. A ucciderli, ha denunciato l’organizzazione Human Rights Watch, sono stati aerei dell’esercito regolare: «Hanno compiuto quattro raid e, senza avvertimenti, hanno bombardato un gruppo di profughi che si riparavano in una zona vicina ad una scuola».

Una regione di fatto inaccessibile, quella di Adi, nella provincia di Omran, dalla quale a fatica emergono particolari sulla strage. Quel che si sa è che tra le vittime sono numerose anche le donne e i bambini e che al momento dell’attacco «non c’erano scontri armati in corso nella zona», anche se «l’area è vicina ad una strada qualche volta usata dai ribelli di Huthi».

Una fonte ufficiale yemenita ha rifiutato di confermare il bilancio delle vittime del raid, ma ha affermato che l’aviazione «ha puntato su ribelli che facevano fuoco mescolandosi con i civili».

Dal canto loro i miliziani guidati dall’imam sciita Abdel Malek al-Huthi hanno denunciato «un nuovo massacro compiuto dal potere sanguinario». La zona colpita sarebbe quella di Harf Sufian, una località che da giorni è scossa dai combattimenti tra i ribelli e l’esercito. Stando ad alcuni siti indipendenti yemeniti, sembra che gli sfollati fossero da tempo fermi in quella zona a causa dei continui scontri in corso nei dintorni. Il luogo obiettivo del raid non era infatti un vero e proprio campo profughi, ma uno spazio aperto vicino a una scuola e coperto da molti alberi.

La strage di civili ha scatenato la rabbia delle tribù locali, che hanno chiesto alle autorità di aprire un’inchiesta per accertare le responsabilità del raid. Richieste analoghe, peraltro, sono giunte da più parti, con la stessa Human Rights Watch che ha chiesto al governo dello Yemen di «investigare prontamente e con imparzialità» l’accaduto.

In un comunicato il presidente Ali Abdullah Saleh ha risposto all’appello, annunciando un’inchiesta, ma dalle autorità non è giunto alcun commento sull’eccidio. Un sito ufficiale ha riferito di operazioni militari nella zona di Harf Sufyan, ma senza menzionare i raid: «Le forze armate e le unità di sicurezza hanno impartito ai ribelli una dura lezione e molte perdite con operazioni coraggiose», si legge sul sito.

Già nelle settimane scorse le Nazioni Unite, il Programma alimentare mondiale e l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati avevano ammonito che la situazione dei civili intrappolati dagli scontri «è assolutamente drammatica». Il conflitto ha finora causato migliaia di morti e lo sfollamento di oltre 150mila persone, un terzo delle quali fuggite negli ultimi mesi. Ancora nei giorni scorsi decine di ribelli erano stati uccisi nella provincia settentrionale di Saada e in quella di Omran.

Dai miliziani continuano a piovere critiche sul «regime tirannico» del presidente Saleh e richieste di maggiore autonomia. Le autorità replicano che l’unico obiettivo dei ribelli è la restaurazione del potere dell’imam zaidita, rovesciato nel 1962, sul territorio al confine con l’Arabia Saudita, dove gli sciiti sono in maggioranza, mentre nello Yemen la popolazione è in prevalenza sunnita.

In mezzo alle contrapposizioni, però, restano bloccate decine di migliaia di civili, vittime involontarie di un cruento braccio di ferro politico-militare.

Paolo M. Alfieri, «La guerra dimenticata. Yemen, raid sui civili: 87 morti», in “Avvenire”, giovedì 17 settembre 2009.

Yemen 6 – Rapita un anno fa da un gruppo legato ad Al Qaeda, cittadina svizzera rilasciata nello Yemen

Silvia

Un’insegnante svizzera, Sylvia Abrahat, che era stata rapita nello Yemen da un gruppo legato ad Al Qaeda lo scorso marzo, è stata liberata e trasferita nella notte a Doha, grazie alla mediazione del Qatar. Lo ha annunciato una fonte del ministero degli Interni yemenita, precisando che la donna – impiegata in una scuola di inglese ad Al Hodayda – è stata liberata anche grazie alla mediazione di alcune tribù ed è stata consegnata alle autorità governative della provincia di Shabwa, dove si sono svolti i negoziati. La donna, un’insegnante di 33 anni, sta bene. Venne sequestrata il 12 marzo dello scorso anno nella propria abitazione a Hodeida.

Il ministro degli Esteri svizzero, Didier Burkhalter ha potuto intrattenersi per telefono con la donna subito dopo la liberazione. Il ministero degli Esteri svizzero ha lodato «gli sforzi straordinari» compiuti dal Qatar per il suo rilascio.

«Era stata rapita un anno fa da un gruppo legato ad Al Qaeda. Cittadina svizzera rilasciata nello Yemen», in “L’Osservatore Romano”, venerdì 1 marzo 2013, p. 3.

Yemen. Per non dimenticare/5 – Bambina di 11 anni racconta su Youtube fuga da matrimonio combinato

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Una bambina che parla con la voce alterata mentre racconta, in arabo, la fuga da un matrimonio forzato. È il video che pubblicato su Youtube in pochi giorni ha ricevuto oltre sei milioni e mezzo di visite. La piccola racconta come è scappata dalla sua famiglia per evitare un matrimonio combinato e che ora vive con suo zio.

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Una bambina che parla con la voce alterata mentre racconta, in arabo, la fuga da un matrimonio forzato. È il video che pubblicato su Youtube in pochi giorni ha ricevuto oltre sei milioni e mezzo di visite. La piccola racconta come è scappata dalla sua famiglia per evitare un matrimonio combinato e che ora vive con suo zio. Nel titolo del video c’è scritto che ha 11 anni e che proviene dallo Yemen, ma in realtà non si sa dove sia stata fatta la registrazione né l’età della giovane, ma nemmeno la veridicità degli eventi descritti. Il video, di tre minuti, è stato pubblicato su Internet dall’organizzazione Memri, Middle East Media Research Institut.

«Yemen, bambina di 11 anni racconta su Youtube fuga da matrimonio combinato», in “Avvenire”, mercoledì 24 luglio 2013.

Foto: In apertura, fermo immagine di Nada Al Ahdal. Al centro, una bella foto della undicenne.

Per non dimenticare/6 – Yemen, liberato il carabiniere Spadotto

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Alessandro Spadotto, il carabiniere addetto alla vigilanza e alla sicurezza presso l’ambasciata italiana nello Yemen, liberato ieri, è arrivato in Italia. L’aereo, un Falcon 900, proveniente da Sanàa, con a bordo il militare, è atterrato sulla pista dell’aeroporto militare di Ciampino alle 15,44. Il militare dell’Arma verrà sentito dai magistrati della Procura di Roma che hanno aperto un fascicolo sul rapimento.

Il carabiniere era stato rapito il 29 luglio da uomini armati. Il sequestro di Spadotto era avvenuto dopo un altro rapimento, nel marzo scorso, del vice console saudita ad Aden da parte di militanti legati ad al Qaeda. In Yemen diversi rapimenti sono stati condotti anche da fazioni tribali, per fare pressione sulle autorità.

Questi episodi evidenziano il permanere di uno stato di agitazione in Yemen nonostante l’accordo di pace in base al quale Saleh ha lasciato il potere dopo 33 anni, rimpiazzato dal suo vice, Abd-Rabbu Mansour Hadi.

La soddisfazione del ministro Terzi

La liberazione di Alessandro Spadotto, il carabiniere rapito in Yemen e rilasciato ieri sera, “è il 27esimo caso che si risolve con successo dall’inizio di questo governo”. Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri GiulioTerzi evidenziando come “i rapporti diplomatici e l’intensità delle relazioni anche personali siano molto importanti quando si verificano questi fenomeni”. Oltre “alla capacità di tutti gli organi dello Stato che operano in queste situazioni così difficili”.

Nel caso di Alessandro Spadotto, ha poi spiegato il titolare della Farnesina, c’è stato un continuo raccordo con il ministro degli Esteri yemenita che “a sua volta si è coordinato con il collega degli Interni di Sanaa”.

«Yemen, liberato il carabiniere Spadotto», in “Avvenire”, venerdì 3 agosto 2012.

Foto: Alessandro Spadotto, il carabiniere rapito in Yemen lo scorso 29 luglio e liberato dopo cinque giorni, al suo arrivo in Italia.

Per non dimenticare/5 – Yemen: Il carabiniere rapito in Yemen «libero entro due giorni»

Ten killed in fighting near Yemen's Interior Ministry

Sarà libero “entro due giorni” il carabiniere italiano Alessandro Spadotto, rapito domenica a Sanaa, in Yemen. Lo ha affermato stamani il sedicente capo dei rapitori in una telefonata all’agenzia yemenita Maareb Press.

Sarà libero “entro due giorni” il carabiniere italiano Alessandro Spadotto, rapito domenica a Sanaa, in Yemen. Lo ha affermato stamani il sedicente capo dei rapitori in una telefonata all’agenzia yemenita Maareb Press. “Non ho nessuna richiesta da fare all’Italia e il rapimento “del carabiniere è solo un modo per fare pressione sul governo yemenita”: ha aggiunto Ali Nasser Hreidqan, che ha spiegato che le sue richieste “sono personali, tra me e lo Stato yemenita”. L’uomo ha detto che “sono in corso mediazioni tra esponenti tribali per risolvere la questione” e che “domani o al massimo dopodomani” Spadotto sarà liberato. Il carabiniere “sta bene, ha telefono e Internet ed è provvisto di ogni comodità, più di quelle che avrebbe in Italia”, afferma Hreidqan, che ha poi smentito di appartenere a organizzazioni terroristiche o partiti politici.

Il rapitore chiede alle autorità del suo Paese che venga “annullato il suo divieto di espatrio” e che gli venga restituito il denaro “sottratto durante la prigionia”. L’uomo era stato arrestato a gennaio scorso con l’accusa di aver ucciso alcuni militari governativi. Era stato poi liberato in cambio del rilascio di un operatore norvegese dell’Onu rapito, come accaduto ora nel caso di Spadotto, da uomini del suo stesso clan tribale, i Jalal.

La Farnesina conferma la linea del “massimo riserbo” sul sequestro del carabiniere italiano, Alessandro Spadotto, sparito a Sanaa domenica scorsa. Ma sottolinea che il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, segue “personalmente” la vicenda, ha parlato più volte con il suo omologo yemenita, Abu Bakr al-Qirbi, ed è in costante contatto con le autorità locali per arrivare alla liberazione dell’ostaggio, sano e salvo, rendono noto fonti del ministero.

«Il carabiniere rapito in Yemen “libero entro due giorni”», in “Avvenire”, mercoledì 1 agosto 2012.

Per capire/4 – Yemen. Saleh, 33 anni di regno: le tribù dicono basta

Ali Abdullah Saleh

Governa da 33 anni, oltre la metà dei suoi 65 anni. Prima, ai tempi dei due Yemen, come leader della sola parte settentrionale, poi, dal 1990, come primo (e unico) presidente della nazione riunificata.

Ali Abdullah Saleh ha dimostrato in tre decenni straordinarie doti di vitalità, politica e non solo: di lui si dice tra l’altro che sia riuscito a sopravvivere a quasi un centinaio di attentati. Sin dai primi anni, ha governato col pugno di ferro, ricorrendo anche alla fucilazione di oppositori veri o presunti. Pur avendo avuto un’istruzione limitata, è riuscito a salire in fretta tutti i gradini della carriera militare e a diventare nel 1978, a soli 35 anni, il principale dirigente nord-yemenita. E da lì a lanciare l’offensiva per la riunificazione, ora rimessa in discussione da spinte secessioniste nel Sud.

Oltre agli ideali politici, allora c’era anche il sogno – di certo non realizzato – di unire le forze per sfruttare meglio le risorse petrolifere del Paese ed affrancarlo dal sottosviluppo, come i vicini ricchi del Golfo. Il 23 aprile, e anche un mese dopo, ha accettato il compromesso proposto da questi Paesi e che prevede che egli lasci il potere dopo trenta giorni di transizione, in cui il presidente avrebbe dovuto trasmettere il potere al vice presidente in cambio della immunità. Ma la sua firma non è mai arrivata.

Il punto di svolta

In un Paese dove la struttura clanica è fondamentale, è bastato che i capi degli Hashed e dei Bakil, le due più potenti tribù dello Yemen, si siano dissociati, il 26 febbraio scorso, dal presidente e si siano uniti alle proteste per far pendere il piatto della bilancia a favore dell’opposizione.

La confederazione tribale degli Hashed, è stanziata in una buona parte del Nord e si compone di 4 tribù (Bin Suraym, Kharif, al-Usaymat e Uzar), divisi a loro volta in 18 sottotribù. La confederazione è guidata dal gennaio 2008 dallo sceicco Sadiq Abdullah al-Ahmar, 55 anni, leader del partito Islah (Riforma). In passato, gli Hashed avevano dato filo da torcere a tutti i poteri che si sono succeduti nell’ultimo secolo nello Yemen: dagli Ottomani, all’imam Yahya, all’imam Ahmad, fino ai monarchici nella lunga guerra civile che ha scosso lo Yemen tra il 1962 e il 1970.

Lo Yemen è, alla fine, una sorta di “Repubblica delle tribù”. Il potere del presidente Saleh poggia su tre pilasti: la famiglia (suo figlio e i suoi nipoti sono comandanti della Guardia repubblicana e delle Forze speciali); la sua tribù dei Sahnan con i principali capi della tribù al-Ahmar e alcuni generali; e infine membri selezionati degli Hashed e dei Bakil, oltre ad alcuni religiosi salafiti, come lo sceicco Zindani.

Se il primo anello si mantiene ancora compatto attorno a Saleh, lo stesso non si può dire degli altri due livelli. Le prime defezioni si sono registrate nelle file dell’esercito, con alcuni generali di stanza a Jawf, Amran e Lahij che si sono uniti all’opposizione. Il peggio per Saleh è arrivato quando a questi si sono aggiunti i leader più influenti della confederazione degli Hashed. Dopo la svolta dello sceicco Sadiq, si sono dimessi dai loro incarichi il “numero due” del Parlamento, i ministri del Turismo e della Gioventù, il presidente del Consiglio di solidarietà nazionale, tutti membri del clan Ahmar, e almeno uno dei leader della confederazione dei Bakil, la più numerosa dello Yemen, lo sceicco Mohammed Abu Luhum, ha abbandonato il partito di Saleh.

Camille Eid, «Saleh, 33 anni di regno: le tribù dicono basta», in “Avvenire”, sabato 4 giugno 2011.

Foto: Ali Abdullah Saleh