Venezuela. Il caso/1 – Venezia. Stone attacca gli Usa e porta Chavez in passerella

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Il regista: «“South of the Border” racconta il nuovo corso dell’America Latina contro lo strapotere delle multinazionali». Ma la pellicola, feroce con i media americani, è di fatto un ritratto agiografico senza mai domande scomode

Ha fatto la passerella, come una star di Hollywood. Poi è entrato in sala grande tra lo sventolio di alcune bandiere rosse, inni nostalgici e le urla di alcuni fan. Tra l’imbarazzo degli organizzatori (che si sono affrettati a sottolineare che era stato invitato a titolo personale dal regista Stone) ieri il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, ha di fatto monopolizzato la Mostra. Accompagnato da decine di guardie del corpo, ha detto ai giornalisti. «Sono molto felice di essere qui. Amo l’Italia. Conosco bene la Loren e la Cardinale, anche se, devo riconoscere che ero innamorato della Lollo. Considero Oliver Stone un grande lavoratore e un grande raccontatore di storie vere». Tra cui, ovviamente, c’è la sua. «Vera» per antonomasia. Per decreto. Per forza.

Dopo Michael Moore che racconta il capitalismo come una storia d’amore finita male, l’America è così finita di nuovo sotto attacco qui alla Mostra, questa volta davanti all’obiettivo di Oliver Stone che fuori concorso con “South of the Border” realizza un documentario sul “laboratorio politico” dell’America Latina intervistando il presidente venezuelano Hugo Chavez, ma anche, più brevemente, il boliviano Evo Morales, il brasiliano Lula da Silva, il paraguayano Fernando Lugo, l’ecuadoregno Rafael Correa, il cubano Raul Castro, l’ex presidente argentino Nestor Kirchner e la moglie Cristina Kirchner.

Ma la star del film è il controverso Chavez. Letteralmente massacrato dai media americani (e non solo da quelli), Chavez trova una riscossa nel film di Stone che, utilizzando immagini di repertorio, denuncia l’ignoranza e l’approssimazione dei giornalisti statunitensi complici secondo il regista di una propaganda politica che mira a delegittimare un presidente democraticamente eletto più volte, ma decisamente troppo scomodo per l’economia americana.

Se però è impossibile non sorridere e sdegnarsi per certe improbabile affermazioni di tv e giornali americani (la giornalista che confonda coca e cacao è uno dei più “scandalosi” esempi), le chiacchierate di Stone con Chavez tendono a tracciare un ritratto del presidente privo di qualunque ombra e contraddizione, una sorta di “santino” che nuoce a un’approfondita analisi della situazione politica sudamericana. Niente domande scomode, insomma. «Il presidente Chavez – ha detto però Stone – è colui il quale ha dato voce al desiderio dell’America Latina di unirsi per combattere il modello economico americano e le grandi multinazionali che non agiscono nell’interesse delle persone. Gli attacchi della stampa, non solo americana, nei suoi confronti sono stupidi. Nonostante le contestazioni dell’opposizione la sua popolarità non è stata intaccata, tant’è che viene regolarmente eletto dal popolo».

Tariq Ali, storico e sceneggiatore spiega così il «senso» del documentario: «Per capire questo film bisogna conoscere la situazione del Venezuela dove il 95% della stampa è ostile a Chavez. Il nostro obiettivo è quello di spiegarla all’Europa e all’America e di correggere un equilibrio totalmente sbilanciato a suo sfavore. Chavez ha regalato al Venezuela la costituzione più democratica del mondo dando al popolo il diritto di revocare il mandato presidenziale attraverso referendum».

E il produttore Fernando Sulichin aggiunge: «In Sud America è avvenuto un cambiamento della politica partito dal basso perché i nuovi movimenti si impegnano ad aiutare i poveri e rispettano i loro programmi: europei e Americani non sono più abituati a questo. Una rivoluzione senza armi né violenza, condotta solo con democratiche elezioni».

Alessandra De Luca, «Venezia. Stone attacca gli Usa e porta Chavez in passerella», in “Avvenire”, martedì 8 settembre 2009.

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Per capire/5 – Venezuela: La strana muffa delle biblioteche venezuelane. Chavez sostituisce i libri scomodi. Ma senza idee, nascono muraglie

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Il combustibile c’è già in abbondanza, ed è il petrolio venezuelano appena nazionalizzato dal presidente Hugo Chávez. Se poi il rogo dei libri “controrivoluzionari” sia davvero in procinto di essere acceso o se, peggio, sia già in atto da tempo, è notizia tutta da verificare. Fatto sta che, secondo quanto assicurano le autorità di Caracas, da quelle parti i libri conservati nelle biblioteche pubbliche non si bruciano, a meno che non siano attaccati da muffe, parassiti o altri accidenti che li rendano inutilizzabili.

L’elemento curioso e un po’ inquietante è che, a quanto pare, le muffe venezuelane hanno un debole per le opere inconciliabili con il guevarismo imperante. Da qui la purga, appunto. Igienista e non ideologica, forse. O forse no.

Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, per dirne una, è tra i titoli a cui capita di scomparire dagli scaffali. Per iniziativa dei parassiti, viene da pensare, perché altre ragioni per prendersela con la più classica delle favole moderne restano difficili da ipotizzare. Magari non va bene che il protagonista sia un principe? Le teste coronate non hanno mai amato le rivoluzioni, si sa. E poi quell’aviatore, quell’aeroplano in panne… Così un bambino si mette in testa strane idee, molto meglio che impari a sognare sfogliando una vita illustrata del Che.

La denuncia, che proviene da diversi responsabili del sistema bibliotecario venezuelano, lascerebbe intravedere un’attività di distruzione selettiva in grande stile. Mai dichiarata, si capisce, ma non per questo meno odiosa. Improvvisamente ci si accorge che i gialli di Hitchcock (troppo americani, nonostante il regista fosse inglese) e i tragici greci (troppo attenti al destino personale e ignari delle sorti collettive, probabilmente) versano in condizioni di conservazione tale da renderne consigliabile l’avvio al macero. Non li si brucia, come accadeva ai tempi del Terzo Reich, però li si affoga in un pastone da cui sarà possibile ricavare nuova carta, destinata magari a ospitare opere di provata fede progressista.

Almeno un titolo si può provare ad anticiparlo: “Le vene aperte dell’America latina” di Eduardo Galeano, vale a dire il volume che lo stesso Chávez ha esibito in dono a Barack Obama qualche settimana fa, provocando un’improvvisa impennata nelle vendite del capolavoro dello scrittore uruguaiano.

Per ironia della sorte, la recente e aggiornatissima “Storia universale della distruzione dei libri” è opera di uno studioso venezuelano, Fernando Báez. Ed era stato proprio un grandissimo autore latinoamericano, l’argentino e cosmopolita Jorge Luis Borges, a far notare come, fin dai tempi dell’imperatore cinese Shi Huangdi, la distruzione dei libri sia sempre andata di pari passo con la costruzione di muraglie. Il più potente dei baluardi non basta a difendere il potere, se quello stesso potere può essere corroso dall’interno attraverso la forza silenziosa delle idee. È un errore commesso da molti in passato e che solo qualcuno ha avuto il coraggio di ammettere.

Che cosa stia combinando Chávez non è ancora abbastanza chiaro, ma a quanto pare le muraglie non gli dispiacciono.

Alessandro Zaccuri, «La strana muffa delle biblioteche venezuelane. Chavez sostituisce i libri scomodi. Ma senza idee, nascono muraglie», in “Avvenire”, sabato 9 maggio 2009.

Per capire/4 – Venezuela: Cultura «pericolosa». Venezuela: il “Piccolo principe” è un libro troppo «capitalista»

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Via dalle biblioteche pubbliche 62mila volumi scomodi e anti-rivoluzionari. Chavez tira diritto: entra in vigore la legge sugli espropri in campo petrolifero. Mandati al macero e trasformati in pasta di cellulosa migliaia di tomi. Il governo: macché ideologia erano pieni di muffa.

Vecchi, pieni di muffa, obsoleti. È la ragione «ufficiale» per cui 62.000 volumi sono stati eliminati dagli scaffali di diverse biblioteche pubbliche venezuelane, finendo al macero: erano in cattive condizioni. Ma secondo l’opposizione il motivo di fondo è un altro: i valori che trasmettono non sarebbero in sintonia con l’ideologia del governo bolivariano di Hugo Chavez.

A denunciarlo è Miriam Hermoso, attuale presidente dell’Istituto Autonomo delle Biblioteche di Miranda (uno Stato governato dall’opposizione e fortemente critico con Chavez). Secondo Hermoso, le biblioteche rischiano di trasformarsi in «centri ideologici». Accuse pesanti.

Il quotidiano americano Nuevo Herald parla di una sorta di «purga» di libri avvenuta a partire dal 2008 in decine di biblioteche. Fra i titoli sgraditi, spiccano «Il Piccolo principe» di Saint-Exupery, «Il mistero della mummia» di Hitchcok e i testi politici dell’ex presidente venezuelano Betancourt.

«Hanno eliminato dagli scaffali i testi collegati all’impero statunitense» ha detto Hermoso in un’intervista. Per il Nuevo Herald, il comune denominatore che collegherebbe libri così diversi è il presunto legame con la società «consumista» o il «capitalismo ».

Buona parte di tutti questi volumi (ufficialmente ammuffiti) sono stati trasformati in pasta di cellulosa e sono stati venduti a 0,12 euro al chilo, calcola il quotidiano spagnolo El Periodico.

Al loro posto, le biblioteche hanno acquistato nuovi titoli, in particolare testi legati al marxismo o biografie di Che Guevara, dice la Hermoso.

Nelle 56 biblioteche dello Stato di Miranda, denuncia, sono stati ritirati 46.000 volumi durante la precedente gestione filo­governativa. Fra i testi scomparsi ci sarebbero anche centinaia di copie di saggi dell’ex capo di Stato venezuelano Romulo Betancourt. Sua figlia, ex direttrice dell’Istituto della Biblioteca Nazionale, ha ricordato all’Universal che in totale si parla di quasi 65.000 libri: «Mi sembra un po’ strano che abbiano tutti delle muffe».

Per le autorità venezuelane sono accuse infondate. Il responsabile della Biblioteca Nazionale, Ignacio Barreto, ribatte: «Muffe e insetti non conoscono l’ideologia»: i testi erano in pessime condizioni. Il contenuto, le idee – assicura – non c’entrano nulla.

In un articolo, Barreto ha denunciato una campagna informativa che vorrebbe presentare Chavez come un «biblioclasta», dimenticando che proprio questo governo ha fatto importanti sforzi per promuovere la lettura, ad esempio con la “Missione Cultura”. I gusti letterari del presidente hanno fatto il giro del mondo durante l’ultimo Vertice delle Americhe, quando ha regalato a Barack Obama un classico della sinistra sudamericana: «Le vene aperte dell’America Latina» dell’uruguayano Eduardo Galeano.

Lo scorso anno – su richiesta di un’agenzia del governo – un canale televisivo venezuelano cancellò la trasmissione del cartone animato «I Simpson», perché «non adatto» alla fascia oraria infantile: venne sostituito dalla serie «Baywatch».

Fra una polemica e l’altra, le nazionalizzazioni vanno avanti. L’ultima legge promulgata da Chavez riguarda la possibilità di espropriare le aziende che prestano servizi collaterali al settore petrolifero: dalle tuberie alle imbarcazioni, dai moli al trasporto di personale.

Quanto alla risoluzione approvata dall’Europarlamento che critica «il deterioramento della democrazia» in Venezuela, Chavez taglia corto: «Puzza di marcio. È un’immondizia di documento».

Michela Coricelli, «Cultura “pericolosa”. Venezuela: il “Piccolo principe” è un libro troppo “capitalista”», in “Avvenire”, sabato 9 maggio 2009.

Per capire/3 – Venezuela: Speculazioni. Cacao globale

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Il mercato a 6 multinazionali. Prezzi su, i coltivatori in crisi

Dolcezza, infanzia, energia: cioccolato. Profitto, sfruttamento, sottosviluppo: cacao. Una semplificazione brutale? O piuttosto due facce della stessa medaglia, due aspetti di un mondo poco conosciuto con il quale abbiamo a che fare, senza saperlo, ogni giorno?

Il commercio e la trasformazione del cacao è all’origine dei dolciumi che acquistiamo nei supermercati e nei bar, ma dietro la patina magica ed evocativa delle etichette dei prodotti di cioccolato si nascondono spesso storie di povertà e perfino di schiavitù. L’ultima vicenda che riguarda la guerra combattuta tra Paesi produttori e multinazionali per il controllo del mercato è avvenuta in Venezuela. In ottobre, il pre­sidente Hugo Chávez ha promesso di nazionalizzare il cacao venezuelano (il “Venezuelan black” è considerato il miglior cioccolato al mondo): «Non possiamo continuare a esportarlo – ha tuonato – dobbiamo industrializzarlo». I veri profitti, infatti, arrivano dalla trasformazione della materia prima in cioccolato, più che dalla vendita dei raccolti.

Attualmente, il settore è caratterizzato da forte concentrazione: sette Paesi rappresentano l’85% della produzione mondiale, cinque imprese controllano l’80% del commercio, cinque società detengono il 70% della lavorazione e sei multinazionali controllano l’80% del mercato del cioccolato. Tra queste ultime, tre sono americane, Hershey, Mars, Philip Morris (proprietaria della Kraft­Jacobs-Suchard-Côte d’Or) e tre sono europee: Nestlè (Svizzera), Cadbury-Schweppes (Uk) e Ferrero (Italia).

I fabbricanti di cioccolato – gli “Willy Wonka” (il protagonista del noto film) delle nazioni più ricche – sono l’anello solido di una catena che ha il punto più debole negli agricoltori dei Paesi poveri. I grandi produttori spendono somme di denaro talmente elevate nella pubblicità e nella fidelizzazione del cliente che di fatto dominano le catene di distribuzione: quale supermercato può permettersi di fare a meno dei prodotti più famosi? Le speculazioni sul prezzo, che era crollato negli anni 90 scate­nando danni sociali e sottosviluppo nei principali Stati produttori – tutti nel Terzo Mondo – hanno lasciato spazio ai ricchi margini attuali, dato che nel 2008 il cacao è stato uno dei pochi beni a incrementare le proprie quotazioni sulle Borse mondiali.

Dagli anni 70 il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio hanno spinto i Paesi produttori di cacao a privatizzare le imprese pubbliche che gestivano il commercio e che spesso garantivano gli interessi degli agricoltori e delle economie nazionali. Le liberalizzazioni hanno aggravato la situazione dei coltivatori, aumentando lo sfruttamento minorile e la marginalizzazione dei sindacati. Portando così le multinazionali a comprare ciò che prima era statale e tutelato da interessi pubblici.

Oggi l’opera di molte ong e le iniziative Oceano Pacifico 70 a tutela dei Paesi d’origine (come gli Accordi sul cacao sostenibile) promuovono, con l’ausilio dei mass media, progetti tesi a limitare la forza di influenza delle grandi imprese (e in qualche caso le aziende hanno reso etiche e trasparenti le proprie operazioni). Mentre le innovazioni tecnologiche sono in grado d’incentivare la nascita di industrie di trasformazione negli Stati produttori.

Infine, sta crescendo un nuova consapevolezza nelle nazioni industrializzate: attraverso strumenti di pressione democratica e la richiesta di soluzioni legislative, gruppi di cittadini del mondo “sviluppato” cercano di disincentivare lo sfruttamento dei coltivatori spesso condotto da alcune multinazionali del cioccolato, fenomeno che pesa sulle economie più deboli.ù

Le prime popolazioni a coltivare la pianta furono i maya, seguiti dai toltechi e dagli aztechi. Nel 1528 Ferdinando Cortéz trasportò in Spagna i primi sacchi di cacao. Il cioccolato, cacao lavorato con l’aggiunta di zucchero o latte, cominciò a diffondersi in Europa nel Seicento. (Reuters)

Gianluca Schinaia, «Speculazioni. Cacao globale», in “Avvenire”, martedì 24 febbraio 2009.

Per capire/2 – Venezuela: Chavez presidente «per sempre»

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Con il 54% di sì (ma con il 50% degli elettori che ha votato), il presidente venezuelano Hugo Chavez ha vinto il referendum che gli consentirà di candidarsi alle elezioni presidenziali vita natural durante.

Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha vinto ieri un referendum che gli consente di essere rieletto fino a quando continuerà a battere alle urne i suoi avversari politici, rafforzando il sostegno alle sue politiche socialiste e anti-americane.

Chavez, 54 anni, è al potere da 10 anni e il voto di ieri gli permette di governare per decenni, come lui stesso aveva promesso, nonostante la crisi economica in questo momento limiti la sua abilità di spendere i proventi petroliferi nella nazionalizzazione delle industrie e di estendere la sua influenza all’estero. Le autorità elettorali hanno detto che il 54% degli elettori ha approvato la riforma costituzionale per rimuovere i limiti alla rielezione, dando la possibilità a Chavez di rimanere in carica sino a che non verrà sconfitto alle urne. Il suo mandato attuale termina nel 2013. “Lunga vita alla rivoluzione” ha gridato Chavez, maglietta rossa e pugno alzato, dal balcone del suo palazzo davanti a migliaia di sostenitori. La crisi economica ha oscurato il suo trionfo, con il presidente che per la prima volta non ha annunciato – come usualmente fa nei suoi discorsi di vittoria – nuove misure, affermando piuttosto il consolidamento delle politiche socialiste già in atto e il prosieguo della lotta alla corruzione.

L’opposizione ha accettato la sconfitta, pur considerando Chavez un autocrate che vuole fare del Venezuela una replica della Cuba comunista catturando lo scontento della popolazione riguardo al crimine, alla corruzione e alla crisi.

«Venezuela: Chavez presidente “per sempre”», in “Avvenire”, martedì 17 febbraio 2009.

Per capire/1 – Venezuela. Deriva davvero mondiale. Il rischioso gioco delle petro-nazioni

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I Paesi produttori di petrolio “con in testa i sauditi” li chiamano “tagli per la stabilizzazione del mercato”. Il premier britannico Gordon Brown la definisce invece “una decisione incresciosa e irresponsabile” e la Casa Bianca “un provvedimento contro il mercato”. Nonostante ciò l’Opec (il cartello che raduna 13 dei grandi produttori mondiali di greggio) ha deciso ieri di tagliare a partire dal primo novembre la produzione giornaliera di 1,5 milioni di barili al giorno. Dal loro punto di vista “che è e rimane essenzialmente quello del profitto” gli undici signori dell’Opec (Iraq e Indonesia ne fanno ancora parte ma non rispettano più gli accordi interni sulle quote) sono molto preoccupati per la precipitosa discesa dei prezzi del petrolio: se ricordate, solo nel mese di agosto sfiorava i 160 dollari, mentre ieri in apertura dei mercati a New York navigava cento punti sotto, attorno ai 63,05, un secco 6% in meno rispetto al giorno precedente. Se occorreva un segnale ulteriore della gravità e della complessità della crisi economica in mezzo alla quale ci troviamo, questi dati ne sono una conferma: se cioè neppure i litigiosi ma potentissimi arbitri dell’oro nero sono più in grado di determinarne i corsi, significa che la deriva innescata dalla crisi finanziaria ha assunto una tale forza da non poter più essere governata, se non da se stessa.

Il termine più appropriato infatti è recessione, malattia endemica di tutte le economie mondiali, che a quanto sembra ha finito per aggredire perfino i ricchi produttori di greggio: Paesi come il Venezuela di Hugo Chavez, “grande elemosiniere del continente latinoamericano, da Cuba alla Bolivia”, basano le proprie politiche (e quindi la propria stabilità interna) su un prezzo al barile pari almeno a 120 dollari. Sotto quella soglia non sono più possibili certe scelte populistiche e certe alleanze. Così pure l’Iran di Ahmadinejad adopera con successo la leva petrolifera come cuneo per sfibrare le economie occidentali.

Si staglia dunque sul panorama dei mercati un nuovo suggestivo ritorno al passato: come negli anni Settanta all’indomani dello choc petrolifero, i grandi Paesi produttori di greggio si rivelano attori di primo piano (anche se amano stare dietro le quinte), capaci di sfruttare le opportunità che la congiuntura di volta in volta fornisce loro: che ad agire siano i fondi sovrani (come fanno gli Emirati del Golfo) o le banche centrali (come i libici con Unicredit), piuttosto che le manovre sulle quote petrolifere, le petro-nazioni tornano ad essere protagoniste del mercato.

Lo scenario “nella sua drammaticità” sembra risultargli favorevole: secondo l’Ocse la recessione durerà almeno due anni (ieri vi è entrata ufficialmente la Gran Bretagna mentre le Borse asiatiche e europee precipitavano di nuovo a livelli abissali e Wall Street bloccava gli scambi sui futures), e i Paesi petroliferi annusano il profumo di ottimi affari nel medio periodo.

Ma anche per loro si profila un pericolo mortale: il crollo dell’industria automobilistica. I segnali di allarme (Ford, General Motors, Renault, Volkswagen stanno mettendo migliaia di dipendenti in mobilità) già ci sono. E la recessione, anche per chi controlla i rubinetti del greggio, potrebbe essere dietro l’angolo.

Giorgio Ferrari, «Deriva davvero mondiale. Il rischioso gioco delle petro-nazioni», in “Avvenire”, sabato 25 ottobre 2008.

Venezuela 1 – Giovane incinta uccisa dalla polizia a Caracas

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La diciottenne aspettava il suo turno per acquistare prosciutto a prezzi calmierati: la guardia ha improvvisamente aperto il fuoco

Caracas. Alexandra Colopoyn aveva 18 anni, era incinta di 25 settimane ed è stata uccisa a Caracas con un colpo di pistola alla testa da un agente della Guardia nazionale bolivariana, la notte di Capodanno, mentre faceva la fila per acquistare del prosciutto a prezzi calmierati dal governo in occasione del Natale. Alexandra era assieme ad un altro gruppo di persone in attesa da ore per approfittare dei «benefici sociali autorizzati dal governo», ma ad un certo punto «la situazione è divenuta violenta», si legge in un rapporto di polizia citato dal Latin American Herald Tribune.

Secondo la stessa fonte, un gruppo di agenti della Guardia nazionale ha iniziato a chiedere alle persone in fila di tornarsene a casa, e uno di loro, «facendo un uso non autorizzato della sua arma da fuoco, ha iniziato a sparare». Il fatto è avvenuto nella municipalità di Libertador, di cui uno dei consiglieri ha raccontato che «i prosciutti messi in vendita non erano sufficienti e la gente ha iniziato a protestare». Per questo, ha aggiunto, «l’agente è diventato molto nervoso… e ha aperto il fuoco. Ha colpito una donna di 18 anni incinta e ragazzo di 20 anni ad una natica». La donna è stata subito soccorsa, ma quando è arrivata in ospedale era già morta.

Se si guarda alla situazione economica del paese, balza agli occhi l’inflazione: il 2017 si è chiuso con il 2735 per cento. È il primo paese al mondo che registra su base annua una salita dei prezzi a quattro cifre.

Oltre ai prezzi, l’inflazione così alta è sintomo della svalutazione della moneta e della perdita di potere d’acquisto delle famiglie. Solo nella settimana che va dal 15 al 22 dicembre, la Banca centrale venezuelana ha aumentato la base monetaria del 24,15 per cento.