Vangelo e Società 5/4 – Auspicata dai vescovi. Un’inchiesta sulle violenze a Kinshasa

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Kinshasa. Si moltiplicano le reazioni di indignazione e sgomento dopo gli scontri avvenuti domenica a Kinshasa durante le manifestazioni per chiedere che si svolgano al più presto le elezioni presidenziali rinviate al 2019 dal presidente Joseph Kabila. Sono almeno otto le persone morte.

La Conferenza episcopale del Congo (Cenco) si è dichiarata «profondamente colpita dagli atti ignobili che hanno avuto luogo» durante la marcia promossa dal Comité Laïc de Coordination in ricordo della firma, avvenuta sotto l’egida dei vescovi, dell’accordo di San Silvestro che prevedeva di tenere le elezioni presidenziali entro la fine del 2017. Nel suo comunicato, pubblicato il 2 gennaio, la Cenco condanna «la violazione della libertà di culto garantita in ogni stato democratico e la profanazione di alcune chiese, accompagnata dall’aggressione fisica di fedeli, chierichetti e sacerdoti». Ugualmente, i vescovi denunciano «con fermezza il ricorso alla violenza di alcune forze dell’ordine, una violenza non giustificata e che ha occasionato la morte di persone» e chiedono «un’inchiesta seria e obiettiva per verificare i responsabili delle aggressioni fisiche e delle perdite umane». La Cenco ha anche voluto «ricordare a tutti i cittadini che l’unica soluzione pacifica a questa crisi è l’attuazione integrale dell’accordo di San Silvestro che, nonostante le recenti trasgressioni, rimane un punto di riferimento».

Anche l’Unione europea ha denunciato oggi «il ricorso alla violenza» di fronte alle iniziative popolari che miravano a chiedere un’alternanza ai vertici della Repubblica Democratica del Congo». L’uso della violenza, «anche durante cerimonie religiose, a scopo di repressione di ogni tentativo di manifestazione pacifica, va contro la Costituzione congolese che garantisce il diritto a manifestare e la libertà di riunione», ha dichiarato Federica Mogherini, Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza comune. «Il blocco dei media e dei social network – ha aggiunto – costituisce anche una violazione della libertà di espressione». Per tre giorni, le autorità hanno infatti interrotto l’accesso a internet, che è stato ripristinato ieri.

«Auspicata dai vescovi. Un’inchiesta sulle violenze a Kinshasa», in “L’Osservatore Romano”, giovedì 4 gennaio 2018, p. 2.

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Vangelo e Società 13 – Il ruolo del cristiano in Parlamento davanti alle «leggi imperfette»

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Votare “no” in Parlamento per cercare di impedire l’approvazione di una legge che si ritiene inaccettabile, sotto il profilo etico e delle proprie convinzioni religiose, è tutto sommato un esercizio semplice. Ma talvolta si riduce a un atto di mera testimonianza.

Più complesso, ma anche più stimolante per il legislatore, è il caso delle cosiddette leggi “imperfette”, ovvero – è la chiara definizione di Carlo Bresciani, vescovo di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto – quelle leggi «che pur contrarie a quanto esigerebbe la norma morale, non lo sono in toto, ma tuttavia portano con sé aspetti o risvolti positivi dei quali non si può non tenere conto in una organizzazione della società pluralista e democratica». La citazione di monsignor Bresciani è tratta dal suo intervento contenuto nel volume Il problema delle “leggi imperfette”. Etica della partecipazione all’attività legislativa in democrazia (Morcelliana, pagine 178, euro 18) curato da Luciano Eusebi, ordinario di Diritto penale all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si tratta dell’ampia rielaborazione delle relazioni presentate nel corso di un seminario di studio promosso a fine 2015 da “Scienza e Vita”, con l’aggiunta di un testo di Giacomo Sameck Lodovici e una presentazione di Paola Ricci Sindoni, già presidente e oggi consigliere dell’Associazione.

Le “leggi imperfette”, dunque.

Attenzione, non si tratta semplicemente di scegliere «il male minore». Per quanto, osserva il bioeticista Maurizio Pietro Faggioni, in alcuni casi «la logica del minor male si coniuga con la logica del miglior bene possibile». La questione presenta aspetti di grande complessità. Annota Eusebi: se «è bene, dati certi presupposti, votare una norma “imperfetta” migliorativa dell’esistente, non può essere valutato negativamente, in linea di principio, il previo impegno mirante a consentire che il progetto di una simile norma, sebbene “imperfetta”, venga presentato, e lo sia al massimo livello contingentemente perseguibile di aderenza ai valori che s’intendano salvaguardare». Qui viene in soccorso ancora il vescovo Bresciani, ricordando come nell’Evangelium vitae si affermi che nel caso «non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista», un parlamentare contrario all’aborto «potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge». Anche perché, sottolinea Bruno Bignami, docente di Teologia morale, per evitare di fossilizzarsi in «battaglie di retroguardia», il parlamentare cristiano deve evitare «due tentazioni»: la prima è «rifugiarsi in un principio autoritario gnostico, secondo il quale possa esistere una comunità di perfetti» assistiti dall’autorità divina; la seconda adeguarsi a un «clima eticamente soporifero» (citazione da Sabatino Majorano, teologo morale redentorista). Da qui «la necessità di una legislazione che non pretenda di pensarsi assoluta» e la consapevolezza che «talvolta le decisioni prese non sono quello che si vorrebbe, ma il meglio possibile nella situazione concreta».

Un principio che si è cercato di applicare anche al caso delle unioni omosessuali, nel quale tuttavia, secondo il teologo morale Pier Davide Guenzi, «la ricerca di un punto condiviso di mediazione» non può nascondere «la reale consistenza dei problemi che si agitano a livello più profondo» di quello normativo. E con la legge in materia approvata dal Parlamento, per il giurista e attuale presidente di “Scienza e Vita” Alberto Gambino, il risultato non è stato soddisfacente. Per sbrogliare certe matasse occorre «la laicità del cristianesimo», che è sempre una laicità positiva e «si fa capacità di dialogo tra ordini e uomini», scrive Mauro Orlando, ordinario di Diritto civile alla Cattolica. Ma non si può escludere, per dirla con Sameck Lodovici, che «la mera riaffermazione, da posizioni minoritarie, del valore [morale] negato [da una legge] sia per sé in grado di assumere una specifica fecondità».

Danilo Paolini, «Il ruolo del cristiano in Parlamento davanti alle “leggi imperfette”», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 19.

Vangelo e Società 12 – Nigeria, assalto dopo la Messa. Trucidati nel Sud 17 cristiani

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Nello Stato meridionale di Rivers proliferano nuovi gruppi confessionali, spesso legati alla criminalità organizzata che punta al controllo del territorio

Diciassette fedeli uccisi e altri dodici feriti. È tragico il bilancio di un doppio attacco messo a segno da un gruppo di uomini armati nella località meridionale nigeriana di Omuku, non lontano da Port Harcourt, dopo la Messa della notte di San Silvestro. Secondo quanto riferito da fonti giornalistiche locali, i due agguati coordinati sono avvenuti intorno a mezzanotte e mezza. In quel momento alcuni cristiani stavano facendo ritorno a casa dopo aver partecipato alla Messa in due diverse chiese: sono stati presi di mira nelle zone di Kirigani e di Oboh, ad Omoku.

Stando al quotidiano This Day, 14 fedeli sono morti sul colpo, mentre altre 12 persone ferite sono state trasportate in ospedale: di queste, tre sono poi morte dopo il ricovero, portando a 17 vittime il bilancio della strage. Le autorità locali hanno lanciato una caccia all’uomo per catturare gli autori dell’eccidio, che potrebbe essere opera di una setta locale o di un gruppo criminale. Promessa anche una ricompensa equivalente a circa 450mila euro a chi darà informazioni utili alla cattura dei responsabili.

Il direttore generale dell’agenzia di sicurezza Nigerian maritime administration and safety agency, Dakuku Peterside, ha parlato di episodio legato alla lotta per la supremazia tra gruppi confessionali rivali della zona, e ha aggiunto che il proliferare di sette è dovuto anche al sostegno di potenti politici locali. «Quanto accaduto deve essere condannato», ha aggiunto Peterside, che ha poi accusato il governatore del Rivers State, Nyesom Wike, di non riuscire a garantire la sicurezza della popolazione locale.

Nello Stato petrolifero di Rivers la povertà domina, malgrado la ricchezza generata dalla produzione di greggio. Nella regione sono attive molte bande criminali, anche dedite a sequestri e uccisioni di stranieri, oltre che a una guerra violenta per il controllo del territorio. In mezzo a povertà e violenza attecchiscono spesso le nuove sette religiose, alcune delle quali legate direttamente alla criminalità organizzata.

Sempre la notte di San Silvestro in un’altra località nigeriana, Ilorin, capitale dello Stato centrale di Kwara, un gruppo di fedeli metodisti e di altre confessioni, inclusi alcuni musulmani, sono stati attaccati da alcuni giovani al termine di una funzione religiosa. L’assalto ha avuto come conseguenza il ferimento di tre persone. «L’attacco non ha connotazioni religiose – ha fatto sapere un funzionario di polizia locale, Ajayi Okasanmi –. Si è trattato dell’azione criminale di un gruppo di giovani locali».

Stando a quanto ricostruito, ad agire sarebbero stati infatti dei giovani ai quali era stato proibito dalle autorità locali di celebrare l’arrivo del nuovo anno con una parata carnevalesca. Il gruppo ha quindi preso di mira i fedeli di diverse confessioni che si erano riuniti in una scuola della zona per una funzione religiosa.

Tre i feriti nell’assalto, che ha anche causato la distruzione di alcuni veicoli. La polizia ha fatto sapere ieri di aver arrestato dieci persone in relazione a quanto accaduto. Il governatore Abdulfatah Ahmed ha ringraziato coloro che si sono presi cura delle vittime senza riguardo alla loro fede religiosa. «La pace è la condizione per lo sviluppo di ogni società e il governo non tollererà azioni dirette a contrastare l’unità e la tranquillità dello Stato», si legge in una nota diffusa dallo stesso governatore.

Paolo M. Alfieri, «Nigeria, assalto dopo la Messa. Trucidati nel Sud 17 cristiani. Due attacchi coordinati a Omoku: “Opera di una setta”. Fedeli nel mirino anche nella zona di Ilorin: tre i feriti», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 11.

Vangelo e Società 6/7 – I cattolici nell’Italia di oggi – La fine di un certo cristianesimo

Giotto, Ingresso a Gerusalemme

Il professor Bettiolo ci ha offerto due letture che parlano di una fine del cristianesimo, almeno come noi lo conosciamo, attraverso due esempi che ci hanno portato l’uno negli Stati Uniti, l’altro in Francia: effettivamente ci sono racconti che si possono fare del cristianesimo, che sono racconti di una fine, di un esaurimento culturale, della fine di un mondo. Ma la domanda è: che cosa sta finendo? Sta finendo il cristianesimo o qualcos’altro? E il papa come si pone nei confronti di questa fine?

La mia analisi è che sta finendo una fase, ma non si tratta di quella che è cominciata negli anni Venti del Novecento, quando la Chiesa ha rinunciato a usare strutture cristiane per costruire la società cristiana, ma ha puntato su un’animazione cristiana della realtà temporale, attraverso cose come il partito cristiano, l’“apostolato dei laici”, le Università cattoliche e quant’altro, facendo propria la linea maritainiana che era poi quella di Montini. No, la fase che sta finendo non è questa, essa è cominciata ben prima, e coincide con l’età costantiniana della Chiesa, che si è andata svolgendo da quando si è dato avvio a un cristianesimo concepito come regime di cristianità. Quella che sta finendo è infatti la formula della religione intesa come un monoteismo che fonda un’unità politica, formula che passa per Costantino, Eusebio, Teodosio, arriva a Carlo Magno (la res publica christiana) e nell’ultimo millennio diventa la grande pretesa della Chiesa di essere lei la sovrana sulla terra, la sostituta di Dio, di essere lei quella che realizza l’unità tra regime politico, religione e fede: Questa è stata una cosa molto studiata, faccio solo una piccola citazione, da un saggio su L’idea di Europa, del filosofo novecentesco Edmund Husserl, che spiega come la modernità sia uscita da un tempo, il Medioevo, in cui si era costituita “un’unità di cultura gerarchica” tale per cui la scienza era normata dalla fede, e la Chiesa si poneva come “una comunità sacerdotale sovranazionale organizzata in modo imperialistico, quale portatrice dell’autorità divina e organo deputato alla guida spirituale dell’umanità” mettendo ogni cosa al servizio della “cristianizzazione dell’intera cultura”. Ma anche lo storico viennese Fiedrich Heer, facendo l’anamnesi dell’Europa cristiana, dice la stessa cosa, descrivendo un arco che da Costantino che fonda lo “Stato totalitario europeo” attraverso la riforma gregoriana col papato di Gregorio VII arriva al Novecento, in base all’idea di un regime unitario di politica, istituzioni e fede.

Questa però è la cristianità, non il cristianesimo, è una forma di realizzazione del cristianesimo nella dimensione della cristianità, basata sulla pretesa di un’unità organica tra fede e politica. Questa pretesa appartiene a una teologia che non a caso parte con Ario: è molto interessante il fatto che Eusebio, che è un grande storico della Chiesa e il grande apologeta di Costantino, considerato come il nuovo Cristo, taccia completamente la condanna di Ario e l’affermazione del dogma trinitario, perché il modello era: un Dio un imperatore, una terra, una fede (statale, politico-religiosa), per cui “il Dio unico troneggia come il Gran Re nella sua dimora reale, nel suo palazzo celeste. Sulla terra lo rappresenta Costantino”…

Nel Novecento le cose cambiano, è giustissimo il riferimento fatto dal professor Bettiolo, certamente si passa a una forma che non è più quella di strutture cattoliche, leggi cattoliche, Stati cattolici, poteri cattolici, e si passa invece a una forma di mediazione, al tentativo di un’egemonia. Ma in realtà non si esce da quella vecchia dimensione perché l’obiettivo è sempre il regno cristiano, il regno di Dio che si realizza attraverso l’autorità della Chiesa sulla terra. Dopo gli anni Venti-Quaranta, dopo la guerra mondiale, quella che ha corso è la versione maritainiana di questa realizzazione della cristianità (si ricordi l’Umanesimo integraledi Jacques Maritain): è chiaro infatti che la cristianità non si può più realizzare nella vecchia forma, perché c’è stata Porta Pia, non si può più immaginare che si attui col potere temporale, ma essa si deve realizzare con altri mezzi. Maritain offre gli strumenti per farlo ma il fine è sempre quello, è la società cristiana, l’identificazione della fede, della religione, con una società data, terrena. La regalità di Dio diventa la regalità della Chiesa. E questo arriva fino al Concilio Vaticano II. Io sono testimone del Concilio e ricordo benissimo che si ripeteva continuamente che si stava uscendo dal regime costantiniano, ma di fatto come denuncerà Dossetti che l’aveva vissuto dall’interno, il Concilio stesso è rimasto dentro quella idea della cristianità. La grande dimostrazione di debolezza data dalla Chiesa dopo il Concilio e nella fase della sua ricezione, aveva la sua causa proprio nel fatto che essa non era riuscita a venir fuori da questo habitus della cristianità da realizzare. E devo dire che neanche Dossetti era davvero uscito da questo modello della cristianità.

Questo modello era finito da tempo, ma non ne era stata metabolizzata la fine. Ora l’attuale papato formalizza la fine, e dichiara esso stesso che la cristianità è finita; ma questo non vuol dire che è finito il cristianesimo, esso va ripreso da un’altra parte. Il cambiamento epocale è questo. Finisce un’epoca di quasi due millenni (tre millenni se ci si mette l’epopea davidica), l’ultimo è il millennio “dal Medioevo a Hitler” come dice Friedrich Heer nel suo Storia intellettuale d’Europa. Finisce questa idea della realizzazione terrena della città di Dio. E il papa che cosa dice? Quando gli hanno proposto il Premio Carlo Magno, prima il papa non voleva riceverlo, poi il cardinale Kasper l’ha convinto che poteva essere un momento importante per dire il suo pensiero sull’Europa. Allora sono venuti tutti i leader europei a Roma a portarglielo, e lì Francesco fa un discorso, simile a quello fatto al Parlamento europeo, nel quale sostanzialmente si riprende la corona che un suo predecessore aveva messo sul capo di Carlo Magno e la rimette là dove il potere nasce, nel popolo, conformemente al diritto, la restituisce a Cesare, all’umanità, alla politica. Ancor prima papa Francesco va all’Onu e afferma “la sovranità del diritto” – non la sovranità della fede – intendendo per diritto il diritto positivo che sta scritto nelle Costituzioni.

Quello che fa il papa è di prendere atto che c’è una forma religiosa che è finita. Lui ha la forza e la capacità di dar vita a una nuova predicazione cristiana. È proprio della predicazione nascere da una liturgia, da una teologia, dalla lettura del Vangelo, dalla lettura di un passo dell’Antico o del Nuovo Testamento. E così era stata forgiata in passato la cristianità, densa di una teologia che partiva da una certa immagine di Dio, che era il Dio della potenza, del giudizio, della condanna. È invece a partire da un nuovo annuncio di Dio, che la cristianità si converte in cristianesimo. Infatti questo papa dice tante cose che gli altri non dicevano, ma soprattutto ci sta presentando un altro annuncio di Dio. Quando lui insiste sulla misericordia non fa solo allusione a uno dei tanti nomi di Dio, a un predicato come gli altri, ma ne fa la sostanza della sua predicazione, della sua teologia.. E questo è un Dio nonviolento. La prima cosa che avviene nel pontificato di Francesco è la pubblicazione di un documento della Commissione teologica internazionale con la firma del cardinale Müller, che era il prefetto del Sant’Uffizio; un documento il cui studio era stato avviato da Benedetto XVI. Ebbene questo testo, dotato di un’elevata autorità dottrinale, afferma che il Dio violento è il frutto di un fraintendimento umano. Esso si trova anche in molte pagine della Bibbia, perché la Rivelazione non è avvenuta come per la trasmissione di un fotogramma fisso, ma è avvenuta nel corso di un lungo processo che è documentato dalla Scrittura. Quindi le immagini di un Dio violento ritraggono un Dio che non esiste; il Dio della guerra dice il papa, non esiste. Questo è un cambiamento epocale, sta ripartendo una storia, che riprende le origini, che torna a muoversi dai nastri di partenza. Questa è la novità, un papa che ogni mattina apre il Vangelo a Santa Marta e con quello rifonda la Chiesa ogni giorno. Perciò non è finito il cristianesimo, comincia la sua novità.

Raniero La Valle, «La fine di un certo cristianesimo», in “gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, nn. 46-47, pp. 24-25.

La foto: Giotto, Ingresso di Gesù a Gerusalemme

Vangelo e Società 6/6 – I cattolici nell’Italia di oggi – Prospettive

illustrazione di Stefano Ricci

Nel 1931 la casa editrice cattolica Desclée de Brouwer pubblicava a Parigi un agile volume dal titolo La giurisdizione della Chiesa sulla Città, dovuto a un giovane teologo svizzero fieramente neotomista e grande amico di Jacques Maritain, già allora uno dei maggiori pensatori cattolici, Charles Journet. Lo scritto risultava essere l’ampliamento di un saggio pubblicato due anni prima, nel 1929, sulla rivista “La vie intellectuelle sotto una diversa etichetta: Il pensiero tomista sul potere indiretto. Argomento e date hanno la loro importanza, perché ciò di cui si discuteva era in quegli anni un tema che suscitava accesi dibattiti all’indomani di un pronunciamento papale che avrebbe separato due epoche. Negli ultimi mesi del 1926 Pio XI aveva infatti condannato l’Action Française di Maurras, quel “cattolicesimo politico” indifferente al dogma e alla fede, ma strenuo difensore di una chiesa intesa come indiscusso principio d’identità della “Nazione”, che andava con ogni forza difesa dagli attacchi di una Repubblica laica e negatrice di quella dimensione religiosa che sola poteva fondare l’unità del popolo francese. Le reazioni alla condanna erano state durissime, anche dall’interno della chiesa stessa, da parte di autorevoli teologi ed ecclesiastici. “Atei devoti” erano certo spesso i politici e gli intellettuali del movimento; Maurras era certo un positivista erede della lezione di Comte, che solo aveva sostituito alla fredda “religione dell’umanità” costruita a tavolino dal maestro un cristianesimo “culturale” per mille vie legato alla storia della Francia. Ma l’Action Française ridava comunque centralità culturale e sociale al cattolicesimo, e del resto inaudito e illegittimo, si sosteneva, era l’intervento in una vicenda prettamente politica da parte del pontefice. Di qui l’accendersi di una discussione storica e teorica su quella postestas indirecta, su quel potere indiretto che a motivo del peccato il papa sarebbe stato tenuto a esercitare nei confronti del governo della città terrena. Il Primato dello spirituale, titolo di un decisivo libro di Maritain pubblicato nel 1929, difendeva appunto questa tesi post-tridentina e quindi l’intervento del papa, e pure Journet con i suoi contributi interveniva in questo senso.

Ammetto che possa sembrare una curiosità erudita ricordare non quella vicenda (il “cattolicesimo politico” è ancora coltivato nel Fronte nazionale in Francia o in influenti ambienti statunitensi legati a Trump, per fare due minimi esempi), ma quello scritto del teologo svizzero. Tuttavia le pagine di Journet ospitano alcune conclusioni di grande interesse per capire la situazione presente del cattolicesimo – e proprio lì dove, difendendo la piena legittimità della potestas indirecta (tesi contrastata fin dal suo apparire da molti e autorevoli teologi, va ricordato), ne dichiarava tuttavia l’inapplicabilità nel presente.

“Quel che chiamiamo cristianità è come una veste viva di cui si cinge nel corso dei secoli la chiesa eterna, scriveva Journet. Il cristianesimo resta, ma le cristianità che sviluppa intorno a sé si succedono l’una all’altra e svaniscono. È possibile un’unica chiesa, ma sono possibili parecchie cristianità. (…) La cristianità medievale è oggi tramontata. Intorno alla chiesa eterna una nuova cristianità cerca di prendere forma dovunque, in oriente e in occidente. Non è l’imperatore che ne sarà lo strumento (come nel Medio Evo): non c’è più alcun imperatore. D’altra parte i nazionalismi sono troppo esasperati perché ci si possa attendere da un qualche stato un protettorato disinteressato. Di fatto non è a una qualche nazione o a un qualche principe che Pio XI chiede un simile servizio. Parla a tutto il popolo. Invita tutti i battezzati, laici e chierici, a un’Azione cattolica che prepari la cristianità del futuro (corsivo nostro)”. Nel frattempo, però, nella città secolare, in cui “l’omogeneità politica della civiltà medievale è spezzata” – e con tutta evidenza “in modo definitivo” –, non vi sono più le condizioni per l’esercizio della potestas indirecta, non v’è più quella res publica cristiana che la legittimava. La chiesa vive ormai come nei primi secoli, in condizioni di minorità sia sociologica sia culturale. In questo contesto il “primato dello spirituale”, per riprendere il titolo del libro di Maritain, significa quindi due cose: 1. un ritiro nell’interiorità e una rifondazione e maturazione a partire da essa della presenza cristiana nel mondo, nella spogliazione finalmente accolta, e non subita, di ogni potere, di ogni pretesa di dettare la forma della città, e 2. una rinnovata considerazione dell’ordine naturale e storico, colto ora nella sua creaturale dignità – il che comportava una svolta nel rapporto del cattolicesimo con la modernità nella sua pretesa di “autonomia”.

Certo, aggiungo, era convinzione di Maritain che questa radicale e salutare cancellazione della “prepotenza” con cui la chiesa aveva teso a imporre il proprio primato sul “mondano” nei lunghi secoli del medio-evo e della modernità avrebbe gettato le basi per il superamento delle guerre di religione che a lungo avevano scelleratamente e con gravissime conseguenze lacerato l’Europa e l’occidente. La “nuova cristianità” in questa prospettiva sarebbe stata il frutto di un libero, convinto assenso di ciascuno e di tutti al Cristo e alla sua chiesa, inermi testimoni della misericordia del Dio vivente. In fondo non riteneva anche l’“ateo” Renan nella Francia repubblicana di fine XIX secolo che quanto per l’Europa era decisivo, “l’ideale” per cui sempre, in ogni circostanza e contesto lavorare con tenacia era l’attuazione di quel “regno di Dio” che Gesù aveva fondato come “mondo superiore all’odio, alla gelosia, all’orgoglio, dove il più stimato non è chi ha fatto più male, chi colpisce, uccide, insulta (…) ma colui che è il più dolce, il più modesto, il più lontano da ogni certezza, iattanza e durezza, che cede il passo a tutti, che si considera l’ultimo”?

Credo fossero queste le attese di quegli ambienti cattolici che maturarono la stagione conciliare: una chiesa purificata avrebbe trovato atti e parole capaci di parlare al cuore di un mondo che in occidente ne aveva secolarizzato, ma non dimenticato il vangelo e la pratica della giustizia evangelica.

Certo, perduravano potenti nella chiesa le pratiche di una “volitività cattolica”, come avrebbe detto Giuseppe Dossetti, per nulla convinta di questa apertura alla modernità sospetta di “neo-modernismo”, per nulla disposta a rinunciare alla “doverosa” egemonia della chiesa su un secolo ebbro della propria libertà e potenza. Certo i pontificati successivi a quello di Giovanni XXIII registravano una lotta tenace quanto debilitante l’istituzione ecclesiastica tra sostenitori dello “spirito” del Concilio e sostenitori della sua “lettera”, che lo voleva solo pastorale (in un’accezione riduttiva della pastoralità, priva di qualsiasi dimensione teologica) e solo interpretabile nella continuità più stretta con il magistero precedente. Certo, infine, non v’era nella generazione che aveva preparato il Concilio la percezione esatta della crisi del proprio tempo. Nel momento in cui la maggioranza conciliare si apriva a un mondo che riconosceva (tardivamente) segnato dai “valori” e dalle attese di un umanesimo cristiano, sia pur secolarizzato, quel mondo conosceva infatti il suo tramonto. La fine degli anni Sessanta non attesta solo l’“esplosione” del cristianesimo, ma anche l’“esplosione” delle democrazie. Queste infatti presuppongono valori condivisi, da cui procede l’azione delle istituzioni democratiche e il cui rispetto e attuazione garantiscono la loro autorità. Ora il ’68 aveva dimostrato che le democrazie occidentali non avevano più il consenso di parte consistente dei propri cittadini, o quanto meno che quel consenso era divenuto ampiamente problematico. Le istituzioni infatti erano ormai percepite non più come protagoniste della realizzazione di un progetto politico condiviso, ma come semplici organizzatrici della società in corrispondenza a interessi di parte tra loro in conflitto, in una distorsione radicale del loro compito. La razionalizzazione al servizio dei valori, che era il compito dello Stato, si era separata dai valori e di fatto mutava quest’ultimo in impresa di imprese. Gli stessi soggetti politici, sindacali o culturali in cui si articolava la vita democratica si erano del resto venuti da tempo costituendo come meri comitati d’affari o gruppi di pressione in ordine all’affermazione delle proprie, settoriali esigenze.

In questa crisi, e nell’involuzione del dibattito e delle pratiche intra-ecclesiali, dalla fine degli anni Sessanta si era accelerata una diaspora dei credenti che vivevano ormai la loro fede sempre più “anonimamente”, senza alcuna specifica connotazione cristiana del loro pensiero e della loro azione e senza alcun “necessario” rapporto con l’istituzione – non con la sua dottrina ma neppure con la sua dimensione liturgica e sacramentale. Il “primato dello spirituale” assumeva quindi una declinazione che separava l’interiorità da qualsiasi appartenenza comunitaria e, nella misura in cui il cristianesimo era spesso vissuto come necessariamente saldato a una dimensione ecclesiastica invadente e disciplinatrice, era il cristianesimo stesso a essere guardato con sospetto e ritenuto inidoneo a dar forma alla vita “spirituale”, che fin dal XVII secolo trovava nella “mistica”, in un’esperienza e letteratura sottratta a qualsiasi magistero esteriore, la sua più autentica espressione.

Ma che ne è a questo punto del cattolicesimo oggi? Vorrei proporre due diverse risposte, tra le molte possibili, a questa domanda.

1. Nel 2016 uno studioso di Geopolitica e Geopolitica delle religioni, Manlio Graziano, ha pubblicato un volumetto dal titolo accattivante: In Rome we trust. L’ascesa dei cattolici nella vita politica degli Stati Uniti. La tesi di fondo sostiene, contro tutte le teorie che prospettano il declino forse irreversibile del cattolicesimo, soprattutto in Occidente, la vitalità del mondo cattolico negli Stati Uniti, la sua accresciuta influenza nella società americana con una sensibile accelerazione a partire dagli anni della presidenza di Reagan, la reciproca influenza degli Usa sulla chiesa di Roma e di questa su quelli, al di là delle divergenze nella dottrina e nell’agenda di due attori che sono tra i pochi ad avere una politica planetaria, globale. Cito due pagine del libro per rendere evidente attraverso due “fotografie” la tesi che vi è esposta. “Nel 1978 – scrive Graziano –, ai funerali di Paolo VI, il presidente Carter mandò sua madre come rappresentante ufficiale degli Stati Uniti. Nel 2005, ai funerali di Giovanni Paolo II parteciparono il presidente in carica, George W. Bush, i suoi due immediati predecessori (…), e il segretario di stato (…) (in aggiunta a una delegazione non ufficiale, tra cui spiccavano John Kerry, Edward Kennedy (…)). Per molti commentatori, una delegazione così nutrita e influente (…) voleva rendere un appropriato tributo di riconoscenza a colui che, insieme a Ronald Reagan, aveva contribuito in maniera decisiva alla caduta dell’”impero del male” sovietico. (…) Ma la nostra ipotesi è che esso riguardasse non solo le strade parallele percorse dagli Stati Uniti e dalla Chiesa cattolica nel passato, ma anche, e forse soprattutto, le strade parallele da percorrere nel futuro”. Più oltre, rilevando che Obama “non è sempre stato in buoni rapporti con la Chiesa cattolica”, annotava: “Cionondimeno, ha riempito di cattolici i vertici politici, giudiziari e militari del paese”, facendo osservare come si fosse evidenziato che “sulle tredici persone identificate nella fotografia dei responsabili della sicurezza nazionale che assistono in diretta all’uccisione di Osama bin Laden (…), ben nove (erano) di religione cattolica o (avevano) ricevuto un’educazione gesuitica’”.

Obama, si ricorda anche, ricevendo papa Francesco aveva affermato: “Tutti gli americani, di ogni origine e di ogni fede, stimano al suo giusto valore il ruolo che la Chiesa cattolica svolge nel rafforzare l’America. (…) Ho visto in prima persona come, ogni giorno, le comunità cattoliche, i sacerdoti, le suore e i laici danno da mangiare agli affamati, curano i malati, accolgono i senzatetto, educano i nostri figli. (…) Le organizzazioni cattoliche, prestano assistenza ai detenuti, costruiscono scuole e case e fanno funzionare orfanotrofi e ospedali” – secondo un’immagine del tutto tradizionale di una chiesa conformata al compimento delle opere di misericordia (ma il papa al Congresso ha ricordato tra i grandi americani anche un contemplativo, Thomas Merton).

Graziano, osservo, nel sottolineare questi tratti positivi, trascura i forti conflitti interni al mondo cattolico statunitense, l’ambiguità di molte sue esperienze, che un Ivan Illich potrebbe allineare sotto il segno della “perversione del cristianesimo”. Registra tuttavia, al di là delle crisi che hanno squassato la chiesa statunitense, la tenuta di un’istituzione capace di un pluralismo e di una vivacità insospettate.

2. Incuriosito dalla lettura di un’intervista in cui un ex-gesuita francese, protagonista delle vicende ecclesiali degli anni Sessanta/Settanta, segnalava come vi fosse documentato un giudizio conclusivo sul cattolicesimo, ho letto alcuni mesi fa il volume di un’anziana e autorevole sociologa, Danièle Hervieu-Léger, che molte ricerche aveva dedicato alla chiesa di Francia, dal titolo: Cattolicesimo. La fine di un mondo, edito a Parigi nel 2003. Ne cito una pagina iniziale, in cui sono ricapitolati i termini del problema: “Il vero enigma (della situazione della chiesa francese oggi) – scrive – non sta tanto nelle forme nuove che nella nostra società è suscettibile di assumere l’idea, ricorrente da due secoli, secondo cui il cristianesimo, soprattutto nella sua forma cattolica, potrebbe aver fatto il suo tempo nell’epoca della secolarizzazione e dell’emancipazione religiosa delle coscienze. Sta piuttosto nelle condizioni sociali, culturali e psicologiche capaci di spiegare la crescita recente e forte tra i credenti di un senso soggettivo di svalutazione di una religione che pure statisticamente resta maggioritaria nel nostro paese (il corsivo è mio)”. “Niente – prosegue l’autrice – permette di dire che il venir meno delle osservanze, lo sprofondamento delle pratiche e la diminuzione del personale clericale bastino di per sé a spiegare questa demoralizzazione, perché questa costatazione non data da ieri e ha nutrito in altri tempi slanci missionari e impegni militanti di uno straordinario dinamismo (…) a dispetto delle difficoltà del compito e del contesto più esplicitamente ostile con cui si scontrava.

Il problema di oggi – prosegue – (…) è quello dell’atonia della scena cattolica, un’atonia alimentata dalla sensazione condivisa da un numero crescente di cattolici di essere gli ultimi a far ancora riferimento a un mondo di credenze, pratiche e valori che è definitivamente scivolato nell’insignificanza culturale”, e questo in un momento in cui i “cattolici francesi (…) avrebbero seri motivi per guardare con stima agli sforzi intrapresi dalla loro istituzione per dare di sé un’immagine conforme ai valori di cui intende dare testimonianza. La chiesa di Francia (infatti) non è arrogante, non solo perché non ha i mezzi per esserlo, ma perché da una ventina d’anni ha scelto di non esserlo”.

Qui siamo in un contesto molto diverso da quello presentato da Graziano, e non basta a spiegare la differenza l’evidente diversità della vicenda europea (e in particolare di quella francese) da quella americana. Qui al cuore è posta l’“exculturation” nei confronti della società contemporanea in cui vive il cattolicesimo in Francia (ma non solo): è venuta meno cioè quella coerenza riconoscibile tra “valori” cristiani e “valori” della società che reggeva ancora fino alla fine degli anni Sessanta del XX secolo, cui sopra si accennava. La “cultura” cattolica cade fuori da quella dominante ed è a questa inintelligibile – non diversamente, suggerirei, da come si presentava il cristianesimo in formazione nei primi secoli all’“opinione pubblica”, al mondo intellettuale dominanti nel mondo mediterraneo. Come diceva Journet, ma forse con una percezione della crisi assai più acuta, la cristianità è morta – apparentemente qualsiasi forma di cristianità.

Per il credente con ciò non è morta la chiesa, ma v’è un duro cammino dall’esito imprevedibile da compiere. Per dirla con Michel de Certeau, che aveva anticipato queste analisi agli inizi degli anni Settanta, non basta più una fedeltà sia pur creatrice a un passato irreversibilmente tramontato: serve molto più, una rottura instauratrice acquisita da una fede strutturalmente debole. Ricordo che in una relazione del 1962 Dossetti aveva insistito sulla difficoltà della “conversione” richiesta ai credenti (soprattutto italiani), dicendo: “(…) noi siamo ancora fra i pochi superstiti di una situazione di cattolicesimo cosiddetta di maggioranza (e vorrei) cercassimo in questi anni, fin che abbiamo ancora un pochino di tempo, di prendere veramente contatto e di entrare nelle scarpe e nei vestiti di coloro che devono vivere il cattolicesimo di infima minoranza”. Ma questo coraggio, questa rottura non è chiesta al solo credente, direbbe: è tutta la modernità, figura dell’occidente, tanto legata al mondo cristiano, a essere messa in questione, a dover trovare le vie di una rottura creatrice nei confronti del proprio passato, pena l’andare incontro alla propria fine, come nel passato a tante civiltà è accaduto.

Qui m’arresto, dopo aver offerto alla lettura e alla riflessione un quadro incerto e indeciso; un quadro caratterizzato dalla compresenza nella chiesa di possibilità diverse, in un conflitto che la lacera, ma forse non spezza e interdice la possibilità di una storia ulteriore, nella fatica dello stare insieme dei diversi, degli opposti – a patto che ciascuno rinunci alla pretesa di essere l’unico e vero testimone, perché infine il regno viene da sé, non per umana osservanza; viene per tutti, non per alcuni. Un esercizio duro, credo, ma non impossibile e salutare, deo adiuvante.

Paolo Bettiolo, «Prospettive», in “gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, nn. 46-47, pp. 21-24.

La foto: Illustrazione di Stefano Ricci

Vangelo e Società 6/5 – I cattolici nell’Italia di oggi – Resistenza spirituale

David

Vorrei cominciare, per definire la condizione dell’uomo di oggi e dei cristiani, rifacendomi immediatamente all’immagine di Davide, un’icona descritta dal cardinale Martini in un suo intervento degli anni Duemila. Parlando del rapporto fra il mondo cattolico e la cultura di oggi, il cardinale ha delineato lo scenario dello scontro fra Davide e Golia: un’immagine molto efficace per evidenziare la tipologia di comportamento del cristiano di oggi, la sua capacità di resistenza di fronte alle forme del potere: ce ne rendiamo conto pensando all’eclissi dell’etica e all’invadenza sempre più forte e allarmante della tecnologia. C’è chi l’ha chiamata la mega-macchina, c’è chi l’ha chiamata la tecno-scienza: chiamiamola come vogliamo, ma sappiamo che dobbiamo fare i conti con un Golia forte e armato davanti a noi, dotato di un apparato tecnologico proprio dei potenti. Ogni giorno basta leggere i giornali o ascoltare la televisione per vedere che ci sono nuovi passi avanti, nuove sfide che arrivano e noi rimaniamo un po’ allarmati e un po’ sprovveduti, incapaci comunque non solo di gestire il cambiamento ma di incidere in qualche maniera, di portare il nostro contributo.

Di fronte a questa situazione sarebbe a mio avviso sbagliato reagire solo con paura o solo con l’arroccamento; però sempre il cardinale tracciava alcune doti essenziali davanti a quella che in prima battuta pare un’evidente sproporzione di forze. E queste doti erano più o meno queste: una spregiudicatezza evangelica necessaria per affrontare un avversario forte e compatto, una libertà spirituale, una scioltezza nel guardare avanti, una coltivazione dell’interiorità e della preghiera, una familiarità con la Scrittura e, infine, una capacità di riconoscere quei contro-valori che nascono in una società che è sempre più sottoposta all’arbitrio, al fatto che ciascuno ritiene di poter decidere della vita e della morte come vuole, senza nessuna regola. Queste erano più o meno le doti di Davide , se vogliamo le doti di noi cristiani di fronte a questo momento storico in cui , pensiamo alla pervasività dei mass media, ai grandi cambiamenti dovuti a Internet a alla società dell’informatica, alle grandi scoperte della biotecnologia, rimaniamo spesso confusi o addirittura sconcertati.

Alla fine credo che il discorso non possa non coinvolgere l’ambito della famiglia e della scuola, ma anche dei luoghi di aggregazione sociale che ancora resistono: dalle parrocchie ai centri culturali fino alle biblioteche che è buon auspicio pensare siano sempre più rese capillari, nei paesi e nei quartieri delle città. Cominciando da quelle scolastiche, che vanno realizzate, incentivate e ampliate: sono il primo luogo, oltre che dentro la propria casa, in cui bambini e ragazzi possono appassionarsi alla lettura. E poi, ancora una volta, va stimolato l’operato degli insegnanti. Diceva Flannery O’Connor che buoni insegnanti, promuovendo la lettura presso i propri allievi e insegnando la letteratura attraverso i testi degli autori piuttosto che smarrendosi nella giungla dei messaggi semantici, sono in grado di modificare le classifiche dei libri più venduti. Forse un giorno ci arriveremo.

Di fronte a tutto questo aggiungo, da parte mia, che i cattolici devono essere capaci di riscoprire la forza del proprio patrimonio culturale, patrimonio enorme che per decenni è stato, a mio parere con una colpa grave, dimenticato.

Voglio citare quanto scriveva nel 1975 sul “Corriere della Sera” un critico letterario conosciuto, Pietro Citati: “Quando sfogliamo gli scritti di molti studiosi cristiani la nostra impressione è desolante: i testi antichi non suscitano in loro la minima emozione, lo stile meraviglioso non lascia nessuna eco nelle pagine plumbee e tristi, la maggior parte dei pensatori cattolici di oggi non possiede nemmeno questa consuetudine coi testi antichi; se li sono gettati dietro le spalle come il più noioso dei fardelli”.

Ecco, per fortuna, a mio parere si può dire che dopo quaranta anni non è più così. C’è stato negli ultimi tempi un recupero forte da parte della cultura ispirata dalla fede, un recupero forte di questo patrimonio, pensiamo alla patristica, ai testi dei primi secoli del cristianesimo, a tutto il territorio della mistica cristiana che ha lasciato tracce vive nel nostro continente, al grande patrimonio della Bibbia.

Peraltro è anche vero secondo me che l’Italia è stato nel Novecento il Paese europeo in cui meno la teologia ha influenzato il mondo della letteratura e quello delle arti. Sono stati necessari alcuni grandi critici letterari non cristiani: George Steiner, Harold Bloom e Northrop Frye, i quali hanno dovuto ricordarci che la Bibbia è stato il “grande codice” della cultura occidentale. Però, se pensiamo ad altre grandi nazioni europee, dalla Francia all’Inghilterra a tutto l’Est europeo e alla Russia, c’è stata una fortissima incidenza da parte della teologia sulla letteratura, sul modo stesso di concepire l’espressione narrativa. E anche questo secondo me è un limite che abbiamo avuto nella cultura di noi cattolici in Italia: si è verificata una sorta di abbuffata di attivismo e di sociologismo dagli anni Settanta in poi. Siamo di fronte alla necessità di recuperare un primato della contemplazione, del silenzio, dello studio, tenendo presente quello che dicevo prima, il recupero del patrimonio culturale cristiano.

D’altra parte, secondo me, occorre uscire da un complesso di inferiorità che per tanti anni ha colpito i cattolici, un complesso di inferiorità per cui accadeva che difficilmente un autore cristiano aveva diritto di partecipare al forum, alla piazza del dibattito culturale; ciò accadeva in parte per l’arroganza di una certa cultura laicista, ma anche per una incapacità da parte cattolica di essere consapevoli della forza e dell’originalità della propria cultura. Avere una determinata cultura non è affatto un handicap, non è affatto una condizione di inferiorità in partenza, anzi deve essere qualcosa che ci dà forza, tenendo presente poi la capacità di saper dialogare con tutti, anche i più lontani, essendo poi capaci anche di misericordia. Bisogna essere davvero capaci di cogliere il positivo che c’è in ogni espressione della cultura. Qualche anno fa ci è capitato di leggere un intervento di Norberto Bobbio pubblicato da “Repubblica”, che ha suscitato un certo dibattito fra credenti e non credenti su un tema alquanto dimenticato, le cose ultime, i Novissimi, l’aldilà. Un dibattito che ha dimostrato come il dialogo fra le culture si può svolgere a livelli alti senza scadere in basse polemiche, mantenendo le differenze ma essendo sinceramente aperti alle posizioni dell’altro.

Ma c’è un altro elemento che i cristiani debbono recuperare ed è la capacità di essere curiosi verso tutto, quella curiosità che va di pari passo con una passione per la verità, come dicevano gli autori latini: “Niente di ciò che è umano mi è estraneo”, scriveva Terenzio poi ripreso da Seneca e da vari altri. Quella curiosità che rende capaci di aprire gli orizzonti davanti a tutti gli avvenimenti, a tutte le culture, sapendo vedere il positivo ovunque si manifesti, nella consapevolezza che, come ha affermato il Concilio, i semi del Verbo si manifestano ovunque, anche dove non è riconosciuto. Anche san Tommaso, peraltro, l’ha scritto.

Dicevo prima della trascuratezza della cultura; devo ribadire che a mio parere aver ignorato e sottovalutato il mondo della cultura da parte dei cristiani è stata una delle colpe più gravi in questo secolo e particolarmente nel dopoguerra. Ci sono responsabilità pesanti che si sono manifestate nel corso del Novecento e secondo me questa è anche una delle cause profonde del fallimento del cosiddetto “partito cattolico”. Negli anni scorsi si sono fatte sui giornali inchieste a proposito dell’egemonia culturale marxista; pensiamo ai libri di testo nelle scuole e a come certi argomenti sono stati trattati. Tutto vero, però certamente c’è stato uno spazio che è stato totalmente abbandonato per anni, se non per decenni da parte dei cattolici, forse pensando solo alla politica; io non ho i titoli per fare processi a nessuno però certamente la mancanza è stata molto, molto grave.

Dopo queste brevi riflessioni di carattere generale vorrei entrare più nel concreto indicando alcune piste di lavoro, alcuni temi oggi fondamentali su cui sarebbe opportuno confrontarsi.

Al primo posto, l’ho già accennato, vorrei segnalare tutto quanto si agita nel mondo della scienza e della tecnica, le loro grandi acquisizioni di fronte alle quali siamo spesso sconcertati, impauriti, incapaci di interpretare il cambiamento. Mi è capitato di osservare come, sempre di più, da parte di molti scienziati vi sia l’obiettivo filosofico di fondare addirittura il senso dell’esistenza. Assistiamo a una specie di materialismo di ritorno: la scienza (penso ad alcuni studiosi francesi ad esempio), la neurobiologia cerca di fondare lei stessa l’uomo e l’essere umano come se il cervello fosse una realtà soltanto fisica. Si giunge in tal modo a negare l’esistenza dell’anima, si riduce la persona a qualcosa di solo fisico, l’uomo diventa una particella della natura e basta. Sono discorsi che capita di leggere anche sui giornali, non solo sulle riviste scientifiche o sugli inserti specializzati: teorie divulgate in Italia in maniera un po’ più rozza. Secondo me questo è uno degli elementi più importanti su cui i cristiani devono essere capaci di essere presenti anche perché mi sembra di vedere che da parte di filosofi e di pensatori cristiani di oggi ci sia una certa incapacità di intervenire su questi punti se non limitandosi a porre barriere. Bisogna veramente quasi rifondare l’idea del soggetto, della persona umana che è fatta di corpo e spirito, di mente e anima e non può essere ridotta soltanto a un fatto fisiologico.

Un altro punto secondo me decisivo riguarda invece le altre religioni, il rapporto con le altre fedi in primo luogo monoteiste, con la cultura ebraica, con la cultura islamica con cui dobbiamo continuamente fare i conti in questo periodo. Anche in questo caso dobbiamo smettere di essere dominati soltanto dalla paura e dall’ignoranza. Si tratta di studiare, di approfondire, di essere capaci di dialogare con l’altro, perché solo in questo modo, nella conoscenza reciproca, nell’approfondimento delle proprie culture, e anche delle proprie differenze che ci sono e che ci saranno sempre, si può eliminare la possibilità di episodi di intolleranza. Ancora, dobbiamo a mio parere riconoscere che non esistono religioni incontaminate e, sulla base di questa coscienza rinnovata, elaborare un codice etico per un dialogo reale fra le religioni, curando le nostre tradizioni malate e sapendo così venire incontro all’uomo del nostro tempo. Nonostante conflitti e violenze, non mi sento però di dire che il naufragio è totale: la via della ragione e del dialogo, che comprende un reciproco scambio di scuse e di perdono per le offese date e ricevute, non solo non è perdente ma non è affatto senza prospettiva.

Poi c’è tutto un discorso che riguarda i mass media: giornali, tv e internet. Ma vorrei prima spendere qualche parola sullo strumento del libro, oggi quanto mai in disuso. C’è un dato che spaventa e sono i 25-30 euro di spesa annua pro capite in Italia di acquisto di volumi; va detto che il trend è sempre più negativo e si può capire come sia assai problematico fare un lavoro culturale nel momento in cui le persone non leggono più, noi stessi non leggiamo più! E si finisce per essere inevitabilmente condizionati dalla televisione e dai mass media.

Del resto, secondo me, è importante far venir meno un certo disagio ancora diffuso nei cattolici verso i mass media, nonostante poi ci sia una molteplicità di mezzi a disposizione: penso ai tanti settimanali e bollettini di gruppi, ordini, parrocchie, movimenti, associazioni. Fin troppi. Ma a parte questo, si tratta di costruirsi una capacità critica nei confronti del mondo dei mass media. Ad esempio sapendo che sempre di più essi rappresentano una realtà che non è quella che è, ma è deformata. Mi colpiva recentemente un’affermazione di quello che è forse il maggior discepolo di McLuhan: il massmediologo canadese Derrick De Kerckhove. Spesso viene in Italia e ha modo di constatare la vitalità del Paese, poi la sera gli capita di guardare la tv, di accendere qualche canale, fare zapping e vede che tutto è storpiato. Praticamente l’Italia è l’unico paese al mondo dove la tv non rappresenta la realtà, non la esprime ma anzi la deforma, amplifica fenomeni o atteggiamenti del tutto marginali come se fossero normali, e proprio il nostro sociologo notava che negli altri paesi non è così. E questo secondo me è importante saperlo, perché molto spesso guardi la televisione o leggi i quotidiani in Italia e non riesci ad avere un’idea della ricchezza sociale del paese. È come se non ci fosse un livello intermedio, oltre alla politica o i grandi fatti internazionali e l’economia da un lato, e le vicende di cronaca nera o rosa dall’altro, fra i grandi eventi e il basso pettegolezzo. È come se la società civile (chiamiamola così) la società nella sua complessità, di fatto non interessasse più. Lo denunciava anche il più grande scrittore reporter del nostro tempo, il polacco Kapuscinski: i media sono diventati sempre di più strumenti di svago, ci esortano a dimenticare il mondo più che a conoscerlo. Lo stesso accade col web, che ci impedisce di approfondire e di capire la verità dei fatti.

Vorrei poi toccare altri due ambiti che mi stanno a cuore: l’arte e la bellezza. Temi richiamati più volte, e giustamente, in questi anni, anche da pensatori cristiani, ma secondo me è come se mancasse oggi chi sa veramente raccontare il cristianesimo, chi sa fare del cristianesimo un fatto che viene raccontato attraverso espressioni artistiche, che siano romanzi o opere figurative…. Si accennava prima all’ebraismo: pensavo di recente a quanti romanzi, quanti libri di racconti sono usciti per raccontare la memoria del popolo ebraico, veramente tanti, ed è giusto e bene che sia così. Testi letterari che raccontano la drammatica vicenda dell’Olocausto ma non solo, anche perché l’espressione narrativa assume tante forme diverse. E mi veniva in mente come invece sia sempre meno frequente vedere la stessa capacità di espressione in ambito cristiano, siano sempre meno gli scrittori che si ispirano al cristianesimo e sono in grado di raccontare, hanno il dono di essere scrittori. Anche questo mi pare un punto su cui meditare, su cui far lavorare i nostri giovani. Un discorso che si riallaccia ancora una volta alla necessità di rilanciare il nostro patrimonio, che non può essere conservato come se fosse soltanto un museo! Un bellissimo museo che non ha più niente da dire al mondo del nostro tempo.

E infine un ultimo punto su cui lavorare, collegato a quanto ho appena detto: l’educazione. Noi viviamo in un tempo in cui è sempre più difficile trasmettere la fede, viviamo in un tempo – non a caso è stata chiamata la società post-cristiana – in cui ci sono persone che nascono, vivono la loro vita tranquillamente, amano e lavorano, sono in fondo anche buone persone, ottime persone, infine muoiono senza avere di fatto incontrato il cristianesimo; o comunque avendolo anche incontrato ma solo come fatto culturale, come uno sfondo che non ha nulla a che fare con la loro esperienza quotidiana. Queste persone come dicevo non è che vivono male, non è che stanno male al mondo pur non avendo la fede: questa è la cosa drammatica e fa capire l’incapacità nostra di trasmettere la fede nuda, per quello che è. È la grande sfida dell’educazione che peraltro forse mai a nessuno come alla Chiesa in questo momento sta a cuore, un territorio direi quasi abbandonato da tutti, perché oggi si pensa che ciascuno cresce come vuole, prende in prestito dai vari modelli che gli vengono posti davanti e si crea da solo un senso per la vita.

Vorrei citare al riguardo una frase chi mi ha molto colpito, negativamente, ed è di quello che è considerato il più grande antropologo del Novecento, Claude Lévi-Strauss: “Meglio il mondo selvaggio – il mondo delle tribù degli uomini primitivi, che lui ha studiato, incontrato, con cui ha vissuto lunghi anni – dell’addomesticamento cristiano”. Mi è parsa una frase emblematica e terribile nella sua drammaticità, perché ci fa capire il nostro compito sia proprio questo addomesticamento, come scrive Saint-Exupéry nel Piccolo Principe: l’uomo ha bisogno di essere addomesticato, non di essere indottrinato, perché ha bisogno comunque di qualcosa di più grande in cui sperare, qualcosa che vada oltre i nostri orizzonti. Anche perché abbiamo visto in questo secolo, e anche in questi ultimi anni, cosa significhi questo ritorno al mondo selvaggio, abbiamo visto con i nostri occhi, dai Balcani al Ruanda al Califfato, cosa significa questo ritorno degli antichi déi della terra e del sangue.

Roberto Righetto, «Resistenza spirituale», in “gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, nn. 46-47, pp. 18-21.

Vangelo e Società 6/4 – I cattolici nell’Italia di oggi – Fare i conti con Costantino

Catacombe di San Gennaro a Napoli

Da quando ho iniziato a insegnare – oltre trenta anni fa – ho sempre trovato molto vantaggioso verificare, a inizio di ogni corso, quali fossero le reali conoscenze degli studenti riguardo alla storia del cristianesimo. Oggi mi ritrovo un patrimonio di dati che mostra persistenze di idee comuni a diverse generazioni. Spesso si tratta di generalizzazioni e di convinzioni senza alcun fondamento storico, risultato di un uso pubblico della storia di cui gli specialisti, chiusi nel loro mondo accademico di ricerche e pubblicazioni, non percepiscono nemmeno l’esistenza. Ma c’è in particolare un notizia più conosciuta universalmente e che attraversa il nord e il sud dell’Italia e tutti i continenti superando le barriere delle differenze culturali e generazionali. Infatti alla domanda “quali sono gli avvenimenti che lei ritiene tra i più significativi della storia del cristianesimo?” quasi il 90% converge sul sogno di Costantino e sulle indicazioni da lui ricevute per vincere la battaglia di ponte Milvio contro Massenzio compreso come l’incarnazione del persecutore dei cristiani.

Ed è certo sconcertante che il Gesù Cristo principe della pace sia stato posto a servizio della guerra come una qualsiasi divinità bellica e che si debba rivelare alla vigilia di una battaglia. Tuttavia l’aspetto inquietante è che quasi nessuno ha mai letto almeno una fonte su quel sogno universalmente tanto conosciuto. Tutti ignorano che la notizia del sogno abbia cominciato a circolare solo tre anni dopo quel 28 ottobre 312 prima grazie ad Eusebio nella Storia ecclesiastica, poi nel 318 con Lattanzio ne La morte dei persecutori e infine nel 337 con La vita di Costantino ancora di Eusebio. Quasi tutti non sanno che è solo questa versione tardiva ad avere alimentato la vulgata comune del sogno militaresco per ottenere la vittoria. Quel sogno, a distanza di secoli, non ha perduto la sua capacità suggestiva ed insieme a un editto che non è mai esistito come quello di Milano del 313 (sebbene celebrato con pompa appena nel 2013) costituiscono la matrice di un cristianesimo che, attraversando i secoli dalle crociate alla battaglia di Lepanto, giunge fino a noi come ideologia e giustificazione del potere. È un cristianesimo trionfante che genera una religione civile per la quale la fede è elemento accessorio, è un cristianesimo sul quale l’ombra del Costantino storico si dissolve lasciando il posto al costantinismo e al neocostantinismo. Erano questi che il domenicano Yves Congar (Diario del Concilio, San Paolo 2005) osservava nei primi giorni del concilio Vaticano II:

un apparato pesante e costoso, grandioso e infatuato di se stesso, prigioniero del proprio mito della grandezza temporale; tutto questo, che rappresenta la parte non cristiana della Chiesa romana e che condiziona, anzi impedisce, l’apertura a un compito pienamente evangelico e profetico, tutto questo viene dalla menzogna della Donazione di Costantino. In questi giorni lo posso vedere in modo evidente. Nulla avverrà di decisivo finché la Chiesa romana non avrà completamente abbandonato le sue pretese feudali e temporali.

Quel neocostantinismo, pur smentito dal Vaticano II e ancor più dal Patto delle Catacombe, non sembra aver perso la sua presa se si ricorda quanto scriveva in anni lontani una delle menti più acute della società e della Chiesa italiana della seconda parte del XX secolo:

C’è un’età che ha un regime mutato, un regime globale (culturale, sociale, politico, giuridico, estetico) non ispirato al cristianesimo. Cioè un’età non più di cristianità. Questo sì, e di questo dobbiamo convincerci. La cristianità è finita. E non dobbiamo pensare con nostalgia a essa, e neppure dobbiamo a ogni costo darci da fare per salvarne qualche rottame. Il sogno dello storico Eusebio di Cesarea – che ha idealizzato Costantino e la sua opera, anzi il regime che direi formalmente teodosiano più che costantiniano, di Teodosio il Grande che ha dato le prime linee di una struttura cristiana dell’Impero – è finito, irrimediabilmente finito. È finito dappertutto.

L’epoca costantiniana e il conseguente costantinismo, che attraverso i secoli è giunto fino a noi, dovrebbero dunque – secondo Giuseppe Dossetti (Il vangelo e la storia, Edizioni Paoline 2012) – essere ormai morti, ruderi inservibili di fronte alle emergenze della storia, dinnanzi alla richiesta di giustizia degli impoveriti e dei derubati ai quali oggi restituisce voce e dignità papa Francesco. Tuttavia il costantinismo, o ancor meglio lo spirito teodosiano, non mancano di continuare l’inganno innalzando le insegne e i labari del potere (si pensi all’editto di Tessalonica del 380 che stabiliva l’obbligo di essere cristiani e preannunciava punizioni per quelli non lo erano, Codice Teodosiano XVI,1,2), affidandosi a quello spiritualismo devoto e a quella mondanità spirituale che predica la rassegnazione in nome di una religione civile verniciata di cristianesimo, che pretende di circoscrivere l’annuncio a un Occidente “naturalmente cristiano” o a una Europa dalle radici virtualmente cristiane e che lascia annegare moltitudini di esseri umani nelle acque del suo Mediterraneo o che continua a sostenere una economia post coloniale che strangola popoli e cancella i loro diritti e i loro sogni.

I regimi concordatari, pur realizzati sovente con le migliori intenzioni, segnano sempre una identificazione con il potere e una perdita della libertà dell’annuncio illudendo che i riconoscimenti ufficiali possano favorire la evangelizzazione. La realtà dei fatti smentisce tutto questo come dimostra, per esempio, il concordato di Terracina del 1818 tra lo Stato Pontificio e il Regno delle due Sicilie che, con una perdita secca di autonomia da parte della Chiesa, consentiva ai Borboni di esercitare un controllo diretto sulle nomine episcopali e coinvolgeva la Chiesa nel sostegno di un regime illiberale e sanguinario. Ancor più grave fu quanto accadde nel 1929 quando il fascismo con i Patti Lateranensi chiuse la “questione romana” e in cambio di benefici e ristori pretese di addomesticare la Chiesa cattolica italiana rendendola strumento funzionale alla propaganda fascista. Quando Pio XI se ne avvide e fermamente protestò era ormai troppo tardi, la fascistizzazione della maggioranza dei cattolici italiani era già in buona parte compiuta. Essa era stata avviata anni prima con l’indifferenza di fronte agli omicidi di don Minzoni e Matteotti e con l’isolamento e la condanna di fatto all’esilio di un intellettuale e politico come Luigi Sturzo abbandonato, innanzitutto, da quello stesso mondo cattolico che lo avrebbe dovuto difendere e che avrebbe dovuto dargli ascolto. Così nella lunga durata il costantinismo ha mostrato la sua capacità di permanenza e di invasività come ho scritto con Stanislaw Adamiak in “Costantino e la teologia romana del XIX-XX secolo” incluso in Costantino I. Enciclopedia costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto editto di Milano 313-2013, Istituto dell’Enciclopedia Italiana 2013.

Sotto l’influenza degli atti di Costantino, si è sviluppato e poi si è fissato per secoli, un complesso mentale e istituzionale nelle strutture, nei comportamenti e perfino nella spiritualità della Chiesa, e questo non solo di fatto, ma come ideale. Siamo così trascinati attraverso parecchi secoli, durante i quali questo mito continua, ben oltre il periodo costantiniano e oltre l’Impero romano. Si trattava di un mito, quello del costantinismo, che si era espresso non solo in modo esplicito, ma che si era affermato nella storia della cristianità come dimensione sottesa percorrendo sotto traccia la storia della Chiesa, il ruolo che essa si riconosceva nel mondo e la storia delle relazioni tra la Chiesa e il potere politico. Un modello che aveva esercitato influenza sulla Chiesa stessa facendola diventare un vero e proprio regno tra gli altri regni, in grado di consacrare i poteri politici, di riconoscerne l’autorità politica come proveniente da Dio, di giustificare il potere temporale dei papi, complice anche l’invenzione della “donazione di Costantino” che accentuerà nei secoli successivi le caratteristiche mondane della corte pontificia.

Si tratta di una ideologia di cristianità che ancora brandisce la croce trasformandola da strumento infame del patibolo umano accettato da Cristo a segno di distinzione di una identità escludente: i nostri e gli altri, i comunitari e gli extracomunitari, i garantiti e quelli che sono nati nel luogo sbagliato. Dunque come dice il teologo Marie-Dominique Chenu in Un Concilio per il nostro tempo, Morcelliana 1962:

cristianità non è Chiesa: è certo una distinzione che è difficile applicare nelle sue frontiere dottrinali e istituzionali, ma che è urgente fare, in un mondo le cui dimensioni umane oltrepassano da ogni parte i confini dell’Occidente e la cui storia ci conduce decisamente fuori dalla cristianizzazione di Costantino.

È una ideologia di cristianità, apparentemente fedele alla Chiesa, che però accetta senza scandalo che dei pezzi di carta, come passaporti, permessi di soggiorno, biglietti di banca, possano determinare la vita e la morte. Una ideologia di cristianità riservata ai possessori di carte di credito, fedele a una religione senza fede ma larga di elemosine che ha per lungo tempo influenzato molti uomini di Chiesa. Per i poteri questa ideologia di cristianità avvolta nell’incenso e imbevuta di liberalismo economico e di occidentalismo dei valori è in grado di assicurare una società modellata sulle parole d’ordine della competizione, della meritocrazia e dell’individualismo. Edulcorato quanto basta da renderlo innocuo questo presunto cristianesimo funzionale al potere è in grado di offrire risposte senza domande. La condizione di morte di miliardi di esseri umani non importa poiché sembrano valere molto di più le alleanze con il potere in grado di garantire quei privilegi necessari per svolgere la missione. Generose beneficienze in cambio del silenzio o di rassicuranti giustificazioni affinché le leggi del mercato abbiano diretta relazione con la legge di Dio. È quella ideologia di cristianità che arma e giustifica le guerre, anche quelle travestite da missioni di pace e da guerre umanitarie. Essa ha un motto “A me che importa” che Francesco ha ben stigmatizzato, con immaginabile scandalo e rabbia di produttori e venditori di armi e di politicanti che sulla guerra fondano i grandi finanziamenti di cui dispongono per comprare il consenso. Francesco nel suo doloroso discorso al sacrario militare di Redipuglia il 13 settembre 2014:

Sopra l’ingresso di questo cimitero, aleggia il motto beffardo della guerra: “A me che importa?”. Tutte queste persone, che riposano qui, avevano i loro progetti, avevano i loro sogni…, ma le loro vite sono state spezzate. Perché? Perché l’umanità ha detto: “A me che importa?”.

Ecco la lezione più forte di Francesco in questi anni di pontificato: il superamento di ogni equivoco della giustificazione dell’individualismo e dell’indifferenza conseguenze di quel “A me che importa?” che ha come risultato una società fondata sull’annientamento sistemico degli esseri umani e dell’ambiente asserviti al potere come dominio. È in questa prospettiva che vanno rilette le parole che ritornano più volte nei suoi discorsi sulla assoluta centralità del lavoro per la vita umana e sulla sua sistematica violazione. Nel silenzio distratto dei sindacati e della politica e nell’affermazione di generici principi da parte dei banditori ufficiali della cosiddetta dottrina sociale della Chiesa, Francesco rompe con i protocolli del politicamente opportuno, con le mezze parole della diplomazia dai passi felpati, con la logica curiale del sopire, dell’annacquare, del pronunciare parole e compiere azioni che vadano bene per tutti e soprattutto per il potere. Rompere con quella efficienza mondana avvolta nell’incenso. È a causa di questa mondanità spirituale, tra prestigio, potere, carriera e delle 15 malattie di cui parlava Francesco nel suo discorso natalizio alla Curia romana (Il cristiano tra potere e mondanità. 15malattie secondo papa Francesco di Anna Canfora e Sergio Tanzarella, Il pozzo di Giacobbe 2015) che non c’è né più tempo né attenzione per occuparsi delle condizioni di schiavitù in cui sopravvivono miliardi di esseri umani, anche quelli appartenenti alle società dove i diritti sono sanciti da costituzioni e tutelati da leggi come ha detto il papa nel Videomessaggio alla 48ª settimana sociale dei cattolici italiani sul tema “il lavoro che vogliamo. libero, creativo, partecipativo e solidale”, Cagliari 26 ottobre 2017:

Ci sono lavori che umiliano la dignità delle persone, quelli che nutrono le guerre con la costruzione di armi, che svendono il valore del corpo con il traffico della prostituzione e che sfruttano i minori. Offendono la dignità del lavoratore anche il lavoro in nero, quello gestito dal caporalato, i lavori che discriminano la donna e non includono chi porta una disabilità. Anche il lavoro precario è una ferita aperta per molti lavoratori, che vivono nel timore di perdere la propria occupazione. Io ho sentito tante volte questa angoscia: l’angoscia di poter perdere la propria occupazione; l’angoscia di quella persona che ha un lavoro da settembre a giugno e non sa se lo avrà nel prossimo settembre. Precarietà totale. Questo è immorale. Questo uccide: uccide la dignità, uccide la salute, uccide la famiglia, uccide la società. Il lavoro in nero e il lavoro precario uccidono. Rimane poi la preoccupazione per i lavori pericolosi e malsani, che ogni anno causano in Italia centinaia di morti e di invalidi.

Ma Francesco non si accontenta di una forte e mirata denuncia (fatta nella quasi totale indifferenza da parte dei poteri politici italiani complici degli schiavisti) egli ha avviato uno smontaggio sistematico dei pilastri del turbo capitalismo che spesso continuano ad affascinare non pochi cattolici e sui quali diversi pensatori e teologi hanno costruito un sistema giustificatorio delle disuguaglianze. Elementi costitutivi di una società fondata su competizione e meritocrazia che genera esclusi e che non ha pietà per chi resta indietro, per coloro che vengono definiti difettosi e incapaci, considerati – meno che merci – come scarti. Chi lo ascoltava denunciare tutto questo nel Discorso al mondo del lavoro tenuto a Genova nello stabilimento dell’Ilva il 27 maggio 2017 non poteva non considerare che le sue parole andavano a sostituire l’afasia cronica della politica e del cattolicesimo italiani. Era la stessa afasia che lasciò solo un prete che già, come fosse oggi, sessant’anni fa su quegli esclusi scriveva:

Gente che non esiste, eppure vive e soffre e si ammala e mangia e prende moglie e fa figlioli e s’infortuna e tutto questo senza assicurazione, senza contratto, senza difesa. In una parola: schiava come ai tempi di Nerone: gente senza diritti (…). Il potere politico è in mano dei ricchi. Il potere della legge si infrange di fronte al potere economico. Le leve sono ferme in quelle mani. (…). Cosa è cambiato di sostanziale dal ’700 in qua? Quando un uomo può licenziare quanto e quando gli pare hai belle e inteso tutto. Ha il coltello dalla parte del manico, delle leggi sociali se ne può anche ridere.

Ecco, questo è il peggio davvero. Il peggio non è beffar la legge. Il peggio è beffar l’uomo, distruggerlo da dentro. E per distruggerlo da dentro basta una cosa sola: tenerlo sotto il segno del terrore.

Quel prete era don Lorenzo Milani (Esperienze pastorali, Libreria Editrice Fiorentina 1958).

Sergio Tanzarella, «Fare i conti con Costantino», in “gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, nn. 46-47, pp. 15-18.

La foto: Catacombe di San Gennaro a Napoli