Terrorismo 7/2 – Attacchi in Germania e Regno Unito, paura nella notte di Capodanno

A Manchester un 25enne ha invocato Allah prima di colpire con un coltello due persone: fermato dalla polizia, ferito anche un agente. Nel Nord Reno-Westfalia un uomo ha investito di proposito un gruppo di cittadini siriani e afghani: cinque sono gravi

Terrorismo e xenofobia. Due gesti di odio, con motivazioni diverse, hanno di fatto segnato la notte di Capodanno a Manchester, nel Regno Unito, e nelle città tedesche di Bottrop ed Essen, nel Nord Reno-Westfalia. In entrambi i casi non si sono registrate vittime, ma la paura è stata tanta.

A Manchester si indaga per terrorismo dopo l’attacco, avvenuto due ore prima dello scoccare di mezzanotte di Capodanno, alla stazione Victoria. Un 25enne che urlava «Allahu Akbar» ha ferito due persone, entrambe sulla cinquantina, prima di essere bloccato da un agente rimasto anch’egli ferito. L’inchiesta è stata affidata agli agenti dell’antiterrorismo.

L’aggressore, arrestato sul posto, è entrato in azione alle 21,50. A raccontare la scena di orrore è stato il 38enne Sam Clack, produttore della Bbc. «Ha urlato Allah prima e durante l’attacco con un grosso coltello da cucina». In un video si sente chiaramente il giovane, immobilizzato dagli agenti e spinto all’interno di un van della polizia, che urla «Allahu Akbar, Lunga vita al califfato». «Finché continuerete a bombardare altri Paesi, questo tipo di cose continuerà ad accadere», avrebbe urlato, sempre secondo il testimone.

Le tre persone colpite, una donna e due uomini, tra cui un agente della polizia dei trasporti, non sono in pericolo di vita. «Ho sentito urlare in modo terrificante e ho guardato verso la piattaforma», ha raccontato ancora Clack. «È venuto verso di me, ho visto che aveva un coltello da cucina con una lama lunga 30 centimetri. È stato spaventoso, davvero spaventoso». Circa «sei o sette» poliziotti sono poi riusciti a bloccare l’aggressore.

I festeggiamenti per il nuovo anno a Manchester sono comunque andati avanti ad Albert Square, con tanto di fuochi d’artificio. La sicurezza è stata tuttavia rafforzata. La stazione dove è avvenuto l’attacco è poco distante dalla Manchester Arena, teatro dell’attentato del 22 marzo 2017, durante un concerto della cantante Ariana Grande: il 22enne Salman Abedi, un britannico di origine libica, si fece saltare in aria uccidendo 22 persone e ferendone 139, per lo più giovanissimi fan della star americana.

Capodanno di paura anche in Germania nel Nord Reno-Westfalia. Poco dopo la mezzanotte, un uomo a bordo di una Mercedes ha guidato la sua auto contro un gruppo di pedoni e ferito almeno quattro persone, alcune seriamente. La polizia sospetta motivazioni xenofobe alla base del gesto. «Le autorità sospettano un attacco mirato, causato dall’atteggiamento xenofobo dell’uomo al volante», hanno riferito la polizia e gli inquirenti. L’autista è stato arrestato: non si esclude un suo squilibrio mentale. «Sembrava una caccia all’uomo» ha riferito un poliziotto.

L’uomo al volante prima ha cercato di investire un pedone a Bottrop, che però è riuscito a schivare l’auto. Poi ha guidato contro un altro gruppo di pedoni e almeno cinque persone, tra cui cittadini siriani e afghani, sono rimaste gravemente ferite. Quindi l’autista è fuggito verso Essen. Ha provato nuovamente a investire un altro gruppo di persone fermo a una fermata dell’autobus. Ma a quel punto l’autovettura è stata fermata dagli agenti di polizia.

Paolo M. Alfieri, «Attacchi in Germania e Regno Unito, paura nella notte di Capodanno», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 13.

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Terrorismo 7/1 – Giappone. Giovane in auto sulla folla: «Fermate le esecuzioni»

Terrorismo 7,1

Tokyo È stato arrestato l’uomo al volante dell’auto che si è gettata sulla folla poco dopo la mezzanotte in una area pedonale di Tokyo, ferendo nove persone che festeggiavano il Capodanno. Kazuhiro Kusakabe, questo il nome del 21enne arrestato, è stato fermato in un parcheggio un’ora e mezzo dopo il suo gesto. Alla polizia ha detto di aver voluto compiere un atto di «terrorismo» contro la pena di morte e di «non voler scusarsi» per quanto fatto.

Intanto uno dei feriti, un giovane studente universitario, si trova in condizioni critiche. Non è chiaro se Kusakabe volesse protestare contro una esecuzione in particolare o l’intero sistema della pena di morte in Giappone. Due condannati a morte sono stati impiccati giovedì, mentre lo scorso luglio sono state eseguite le pene capitali di tutti i 13 membri della setta Aum Shinrikyo ritenuti responsabili per l’attacco terroristico con il gas sarin del marzo 1995 nella metropolitana di Tokyo.

Secondo l’agenzia Kyodo, le autorità stanno cercando di stabilire se Kusakabe sia mentalmente instabile. Il giovane ha detto di essere partito in macchina da Osaka con l’intenzione di uccidere dei passanti. Nella sua auto è stata trovata una latta di kerosene, che sarebbe dovuta servire per incendiare l’auto dopo l’attacco, secondo quanto ha detto il 21enne durante l’interrogatorio dopo il suo arresto.

L’incidente, che è stato classificato come «possibile episodio di terrorismo», è avvenuto dieci minuti dopo la mezzanotte nel distretto di Harajuku, molto frequentato da turisti e giovani giapponesi.

R.E., «Giappone. Giovane in auto sulla folla: “Fermate le esecuzioni”», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 12.

Terrorismo 6 – Come nel nome della Jihad aiuto i fedeli ad arruolarsi

Terrorismo6

Avevo chiamato al telefono Abdul Qadir la prima volta il 23 luglio, nella sua veste di imam della moschea di Carmagnola, e lui si era dilungato nell’accusare l’Italia: «Noi musulmani siamo vittime della politica dell’Italia, degli arresti, delle accuse, dei ricatti. Dopo l’11 settembre è aumentata l’oppressione dei musulmani. Se i musulmani continuano a subire, sono sicuro che le conseguenze ci saranno, perché i musulmani non dimenticano».

Quando tieni i sermoni in moschea, inviti i fedeli ad arruolarsi per andare a fare la Jihad in Afghanistan in difesa del popolo afghano e di bin Laden? «Se noi non lo facessimo non manterremo l’impegno preso con Dio. Nel caso specifico dell’Afghanistan, trattandosi di un territorio attaccato la cui popolazione musulmana non è in grado di difendersi da sola, il Jihad è un dovere oggettivo, fard ayn, cioè a cui nessun fedele può sottrarsi».

Ma concretamente ci sono dei fedeli che partono dall’Italia in Afghanistan per combattere al fianco di bin Laden e dei Taliban? «Qui in Italia tutti i fratelli sono in ansia. Aspettano. Però non c’è la possibilità di entrare in Afghanistan. Se ci fosse la strada aperta Bossi sarebbe contento perché l’Italia sarebbe vuota! Prima dell’11 settembre l’America non ci aiutava ma neppure ci ostacolava. Ora tutte le strade per l’Afghanistan sono chiuse».

Mi puoi spiegare come era la situazione del Jihad in Italia prima dell’11 settembre? «Prima dell’11 settembre la strada era aperta. Quelli andavano, stavano lì sei mesi, poi tornavano. L’hanno fatto in centinaia».

Quanto durava l’addestramento militare in Afghanistan? «Durava sei mesi, un anno. Noi abbiamo sete di giustizia e siamo convinti che l’unico modo di cambiare il nostro paese è il Jihad. E non si può fare Jihad senza sapere come si fa la guerra. Questa è la realtà. Questi ragazzi non sono terroristi, sono dei mujahidin, gente in cerca di cambiamento. Noi vogliamo imparare a combattere per portare la libertà nelle nostre terre. Se ci chiamate terroristi questo è un zulm, un’ingiustizia, noi siamo mujahidin».

Fammi un esempio concreto. Tu sei imam della moschea di Carmagnola. Se uno ti chiedeva di andare a fare il Jihad in Afghanistan, cosa gli rispondevi? «La moschea di Carmagnola è chiusa. Però prima dell’11 settembre se un fratello veniva da me alla Moschea di Torino e mi diceva: “Fratello Abdel Qadir io voglio andare a fare la Jihad, tu sai come devo fare?”. Io gli dicevo: “Vai al sito tale e lì ti dicono cosa devi fare per andare. Ad esempio c’era il sito http://www.azzam.com o http://www.azzam.net e http://www.qoqaz.com e http://www.almouhajiroun.come c’erano tanti siti che davano indicazione su cosa fare per andare in Afghanistan».

Qual era in realtà la strada che uno faceva? «Ci si presentava al consolato pakistano e si diceva di essere membri del Tabligh (sono una comunità islamica apolitica dedita al proselitismo religioso) o degli uomini d’affari e prendevano il visto. Poi i servizi segreti pakistani sapevano ma chiudevano gli occhi anche perché prendevano la rashwa, dei soldi per farsi corrompere».

Questo avveniva al consolato pakistano a Roma? «Un po’ in tutti i consolati. A Roma poco. Loro prendevano il visto in Turchia, ad Ankara o a Istanbul e poi partivano con l’aereo per il Pakistan. Oppure ci arrivavano via Iran, che ora è chiuso».

In Pakistan cosa succedeva? «Si arrivava a Karachi, a Islamabad, a Lahore. Ad attenderli c’erano i fratelli che li portavano in Afghanistan. Lì c’erano i campi di addestramento militare. Facevano il loro dovere fisico e mentale e poi tornavano in Italia. L’hanno fatto a centinaia. Le autorità italiane non si devono ingannare: in questi ultimi cinque anni minimo 1.500 o 2.000 persone sono andate dall’Italia in Afghanistan. Loro non ci andavano con la loro identità normale. Era meglio andare in Afghanistan senza lasciare tracce».

Intendi dire che ci andavano con dei documenti falsi? «L’80 per cento non andava con i loro documenti. Questa è la realtà. Questo è il mio consiglio positivo per la comprensione della realtà».

Almeno 2.000 persone residenti in Italia sono andate a fare la Jihad in Afghanistan? «Sì. Tutte andavano lì per l’addestramento militare».

Questo addestramento militare avveniva nei campi di Al Qaeda di Osama bin Laden? «Sì, sì, nei campi di sheikh Usama, che Dio lo conservi».

Queste persone poi sono tornate in Italia? «Sì, sono qui, hanno la loro famiglia».

Ma quale era l’addestramento che ricevevano nei campi di Al Qaeda? «Addestramento militare. Ci sono diverse forme di addestramento, corporale, dei gruppi d’assalto, maneggiare gli esplosivi, queste cose qua».

Diciamo addestramento alla guerriglia? «Siccome noi non abbiamo un esercito, una brigata, uno stato, i musulmani vengono addestrati a come si dice»…

Guerriglia. «Guerriglia. Tutti i tipi di addestramento sono per il sabotaggio. Vedi dei giovani che insegnano loro come distruggere una grande città come Londra in 24 ore, essendo minimo 3 o 4 persone. In realtà è gente pericolosa perché ha imparato delle cose pericolose».

Come compiere degli attentati. «Sai nell’addestramento gli insegnano di tutto, quindi… Però ripeto, per quella gente lì l’obiettivo non è l’Italia. Quella gente adesso non dorme la notte e il giorno perché vuole soltanto andare in Afghanistan. Io voglio solo che lei scriva che a questa gente non interessa fare degli attentati in Italia».

Ho capito, è molto chiaro. «Sono dei professionisti, fratello. Se volevano dare fastidio, fare qualcosa, l’avrebbero già fatto! Eh, sì, perché nessuno ci può fermare! Uno che fa questo non gli serve la vita (intende non gli importa di morire, n.d.r.), non gli serve il carcere a vita. È come in Palestina, capito? (Il riferimento è ai shahid, i martiri, n.d.r.). Lasciateci vivere in pace. Questi fratelli sono qui perché vogliono la libertà per la loro terra, se fosse libera tornerebbero a vivere con la loro famiglia».

Tu hai fatto il Jihad in Afghanistan? «Non in Afghanistan. Ho fatto da un’ altra parte il mio addestramento militare, l’ho fatto in Libia negli anni 1987-88. Era un’altra bandiera. Era con Gheddafi quando aveva appoggiato quel gruppo della Gambia. I libici venivano a reclutare in Mauritania e in Gambia per fargli fare addestramento militare in Libia, poi li mandavano a combattere in giro per l’Africa. Poi sono andato in Bosnia».

Hai fatto il Jihad in Bosnia? «In Bosnia sì. Lì c’erano molti italiani».

Italiani autoctoni o immigrati musulmani residenti in Italia? «La maggior parte erano residenti in Italia. C’erano almeno 300 mujahidin provenienti dall’Italia».

Questi mujahidin sono poi tornati in Italia? «Diciamo che il 60 per cento è tornato in Italia. L’altro 40 per cento è andato in Afghanistan, in Cecenia. Lì hanno continuato la loro Jihad, alcuni sono andati in Algeria, in Palestina. In Italia tanti fratelli sono tornati a fare una vita da signori».

Come mai? «Perché qua in Italia si sentono tranquilli».

Magdi Allam, «Come nel nome della Jihad aiuto i fedeli ad arruolarsi», in “La Repubblica”, 8 ottobre 2002, p. 37.

Terrorismo 5/2 – La reazione I 50 combattenti stranieri. De Raho: la prevenzione c’è

Ros

«Il nostro Paese viene più considerato come territorio di passaggio, i foreign fighters (combattenti stranieri, ndr) non dovrebbero essere più di una cinquantina». È il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero de Raho, a chiarire bene la vera portata dell’allarme. Queste persone, sottolinea, vanno comunque monitorate. Ma anche i giovani di seconda generazione vanno tenuti sotto stretta osservazione. Sono questi immigrati, infatti, sottolinea de Raho, che soffrono di condizioni sociali di emarginazione e «offrono il principale terreno di cultura alla radicalizzazione del terrorismo. Esiste un generale rischio terroristico effettivo, ma non un allarme di maggiore preoccupazione rispetto al passato. La rete di prevenzione è sempre attiva» prosegue. Il rischio, cioè, non è «altissimo», secondo de Raho, come aveva invece dichiarato non troppo velatamente, alcuni giorni fa, il ministro del-l’Interno, Marco Minniti. «Le operazioni di Roma, Torino, Bari confermano la nostra attenzione preventiva verso qualsiasi segnale su possibili soggetti pericolosi – conclude il procuratore –. La Rete offre strumenti di proselitismo, addestramento, collegamento, radicalizzazione inimmaginabili rispetto al passato. Il controllo della Rete è fondamentale e continuo».

E ancora ieri, dopo il blitz di Fossano, nel Cuneese, il ministro dell’Interno ha ricordato che «la minaccia era ed è seria, ma abbiamo dimostrato di avere capacità di prevenzione».

L’allerta antiterrorismo e le recenti operazioni che hanno individuato sul nostro territorio la presenza di esponenti pericolosi hanno innescato anche la reazione “dura” di una certa politica. Fratelli d’Italia chiede che «tutti i soggetti radicalizzati siano espulsi dall’Italia e dalle nostre carceri». Matteo Salvini (Lega) si è detto invece «molto preoccupato degli arresti in giro per l’Italia». «Non voglio fare l’uccello del malaugurio – ha aggiunto – ma spero che non sia troppo tardi per controllare, bloccare gli sbarchi ed espellere».

Daniela Fassini, «I 50 combattenti stranieri. De Raho: la prevenzione c’è», in “Avvenire”, sabato 31 marzo 2018, p. 11.

Terrorismo 5/1 – L’operazione. Nuova operazione anti-jihad

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Dopo i 5 fermi di giovedì, la Digos di Latina esclude di aver sventato il rischio di un attentato nella metropolitana di Roma

Ha solo 19 anni ma molti contatti su Internet, Hadouz Ilyass, il marocchino arrestato ieri mattina all’alba nella sua abitazione a Fossano, in provincia di Cuneo. Utilizzando la rete di Facebook, Twitter e Instagram, il marocchino propugnava e rilanciava un’intensa propaganda jihadista. Inneggiava al “martirio”, alla ricompensa che Dio concederà alla comunità dei musulmani impegnati nel jihad, alla punizione che la stessa riserverà ai miscredenti, esaltando le gesta, il valore ed il coraggio dei combattenti in nome di Allah.

«È deprimente morire di vecchiaia», «ai miscredenti saranno destinati giorni neri che faranno imbiancare i capelli ai bambini» scriveva Hadouz nei suoi post che accompagnava con tanto di foto e immagini tipiche dei miliziani-terroristi del Daesh.

Il lavoro investigativo dei carabinieri del Ros si è concentrato proprio nel monitoraggio del giovane, anche attraverso intercettazioni telematiche, per verificarne i collegamenti con gli ambienti del terrorismo. Le indagini, sottolineano gli investigatori, hanno consentito di «affermare con estrema sicurezza l’adesione dell’indagato alle tesi jihadiste», come proverebbe anche la recente scoperta di un ulteriore suo profilo Facebook (reso anonimo e delocalizzato), «collegato direttamente a blog e community Facebook intrise di retorica jihadista».

Tra le pareti di casa, soprattutto in orario notturno, Hadouz navigava, chattava, scaricava e vedeva video inneggianti la propaganda del Califfato. Ne rimaneva talmente affascinato da farsi riprendere e fotografarsi in gestualità tipiche dei combattenti del Daesh. All’interno dell’abitazione sono state trovate immagini in cui assume le gestualità tipiche dei miliziani-terroristi.

Secondo gli inquirenti è un esempio di scuola del cosiddetto «terrorismo homegrown», un terrorismo cioè che si sviluppa tra le pareti di casa, una «minaccia estremamente insidiosa e complicata da contrastare». L’escalation della radicalizzazione di Ilyass Hadouz, ribattezzatosi Ilyass El Magrebi, inizia nel febbraio di quest’anno. Risalgono ad allora quelle che gli inquirenti definiscono «intense navigazioni internet».

Negli ultimi giorni, poi, aveva postato come immagine di sfondo la foto di un Corano esposto alla luce di un cielo stellato su una distesa di sabbia, contenente un riferimento diretto al Daesh, e aveva modificato lo stato del suo profilo inserendo una frase evocativa della protezione di Dio e della buona sorte di fronte a una nuova sfida. Un segnale di radicalizzazione che è suonato come un campanello d’allarme per un possibile salto dalla propaganda all’azione. Da qui è scattato ieri mattina il blitz, su disposizione della Procura di Roma.

L’allerta terrorismo intanto resta sempre alta, da Nord a Sud. Ma non basta. Perché proprio nella capitale, ieri mattina, un tir con targa turca è riuscito a “bucare” la zona di sicurezza del centro arrivando addirittura nei pressi di piazza del Parlamento. Proprio nel giorno del Venerdì Santo e nella città dove l’attenzione è massima, il mezzo pesante, lungo 12 metri è entrato nella green zone – la zona di protezione disposta nel centro dal piano di sicurezza per la Pasqua. A fermarlo su via del Corso, una pattuglia dei Carabinieri. «Non sapevo del divieto» avrebbe detto il conducente del mezzo, spiegando che aveva perso la strada e doveva scaricare biancheria in un negozio del centro storico. Accertata la buona fede, l’uomo è stato accompagnato all’esterno dell’area di sicurezza. «La circostanza dimostra la assoluta reattività del dispositivo di sicurezza – ha sottolineato la Questura – della green zone, che non prevede chiusure predefinite ai varchi ma, come più volte chiarito, controlli rigorosi e capillari».

Intanto, dopo l’arresto a Latina di 5 uomini, sono in corso anche a Ventimiglia approfondimenti sulla rete di Anis Amri, l’attentatore di Berlino. In particolare le forze dell’ordine si sarebbero concentrate su un “soggetto” citato in alcune intercettazioni pronto a trasportare il tunisino in auto oltre confine. Da Latina puntualizzano di «non aver sventato alcun attentato», in particolare nella metropolitana di Roma, come invece riportato ieri da alcuni organi di stampa.

Daniela Fassini, «Nuova operazione anti-jihad. Allerta alta in tutto il Paese. Inneggiava alla “guerra santa”: arrestato a Cuneo. Roma, tir entra nella zona protetta: falso allarme», in “Avvenire”, sabato 31 marzo 2018, p. 11.

Terrorismo 4/3 – La reazione Dambruoso: «Il pericolo maggiore? La radicalizzazione dei più giovani»

Mosaico

L’ex deputato, tornato in magistratura: «L’inchiesta di Foggia è un campanello d’allarme. Spero che Minniti rilanci la legge che avevamo proposto, ma che il Parlamento non ha varato»

«I vessilli neri del Califfato non sventolano più su Raqqa e Mosul, ma le indagini mostrano come quella propaganda di odio e di terrore abbia colonizzato giovani menti, anche in Italia. È il pericolo maggiore: se non sapremo arginarlo, non solo sul piano investigativo ma anche sociale e culturale, rischieremo di pagare un amaro tributo in futuro». Dopo una legislatura come deputato di Scelta civica e questore della Camera, Stefano Dambruoso sta per indossare di nuovo la toga: se il plenum del Csm confermerà quanto deciso in terza commissione, andrà in Procura a Bologna, dove potrebbe tornare a occuparsi di contrasto al terrorismo, sul quale ha indagato per anni come pm a Milano. Al telefono dagli Usa, ragiona con Avvenire sulle ultime indagini: «Le preoccupazioni del Viminale sono condivisibili, sia sul rischio “lupi solitari” che sulla minaccia rappresentata dai returnees».

Per quali ragioni?

Dalle aree di conflitto di Siria e Iraq, c’è un reducismo numeroso. I combattenti partiti dal nostro Paese non sono tanti, ma per molti altri siamo stati terra di transito e, dunque, di potenziale “ritorno” verso i Paesi d’origine.

La inquietano le presenze “nostrane”, come la presunta rete nel Lazio che dava appoggio ad Anis Amri?

Ci sono persone che offrono assistenza “logistica”, case “sicure” e documenti falsi. E ci sono reti di indottrinamento e reclutamento che possono fare proseliti fra persone fragili, giovani stranieri o italiani convertiti.

A Foggia, la polizia ha arrestato un “cattivo maestro” che, in italiano, indottrinava bambini come a Raqqa, nel Califfato.

È un campanello d’allarme. Quell’indagine mostra quanto sia facile per i seminatori d’odio pescare fra i più giovani, perfino fra i bimbi, per trasformarli col tempo in jihadisti.

Il ministro dell’Interno parla di «un cuore di tenebra» nel nostro Paese.

È un’immagine angosciante, ma efficace. La sabbia nella clessidra scorre e ormai abbiamo pochi anni per lavorare sul piano della prevenzione culturale e sociale, per evitare che crescano nuovi italiani non integrati, portatori di risentimento sociale. È nelle Molenbeek italiane e nelle carceri che bisogna entrare, per evitare che nascano “soldati” del terrore. Sarebbe una iattura che pagheremmo con anni di attacchi, come sta avvenendo in Francia, Belgio, Germania e altri Paesi europei, dove diversi attentatori sono figli del malessere delle seconde e terze generazioni.

Roma sta vivendo una Pasqua “blindata”, con la vigilanza di 10mila agenti. La minaccia è cresciuta?

È un prezzo da pagare, in tempi segnati da attentati e migliaia di falsi allarmi. E non è detto che basti: come si è visto, un uomo solo con un’arma o un furgone può colpire luoghi non presidiati, come il supermercato di Carcassonne.

L’Islam moderato italiano ha maturato gli anticorpi sufficienti a isolare gli estremisti?

Nella comunità musulmana cresce la consapevolezza di non volersi far contagiare da predicatori radicali. Ma da sola non è sufficiente. Serve un ventaglio di interventi. E, nella legislatura appena conclusa, il Parlamento ha perso un’occasione.

Si riferisce al disegno di legge sui fenomeni di radicalizzazione, proposto da lei e dal deputato del Pd Andrea Manciulli?

Già. Siamo arrivati letteralmente all’ultimo giorno della legislatura e neppure allora il Parlamento è riuscito ad approvarlo, nonostante ci fossero le coperture necessarie. Può sembrare un rimpianto solo personale, ma non è così.

Perché?

Perché quel testo avrebbe introdotto politiche per analizzare e prevenire la radicalizzazione. Per una volta, l’Italia avrebbe potuto alzare antenne istituzionali e sociali prima, invece di pensare a norme d’emergenza, dopo.

Chi non ha voluto quella legge?

È un caso di miopia del legislatore. Forse, in assenza di attentati in Italia, governo e Parlamento si sono convinti che la situazione sia “gestibile” attraverso le eccellenti capacità investigative di forze dell’ordine e intelligence – dimostrate anche in queste ore – e con le espulsioni di elementi radicali.

Lei e Manciulli non siete stati ricandidati. Chi rilancerà quelle proposte nel nuovo Parlamento?

Non so. In cuor mio, confido che il ministro dell’Interno uscente Marco Minniti, che ha competenza e autorevolezza, possa portare a compimento quel progetto che, a onor del vero, era nato da una sua intuizione.

Vincenzo R. Spagnolo, «Dambruoso: “Il pericolo maggiore? La radicalizzazione dei più giovani”. “Bisogna evitare che l’Italia divenga come Francia e Belgio”», in “Avvenire”, venerdì 30 marzo 2018, p. 7.

Terrorismo 4/2 – L’ultima settimana Foggia, Torino e l’ultimo blitz. Minniti: la minaccia è e resterà seria

CINQUE ARRESTI, SMANTELLATA LA RETE ITALIANA DI AMRI

Prima la segnalazione anonima, poi rivelatasi infondata, di un presunto attentatore tunisino pronto ad entrare in azione nella capitale. Martedì il fermo a Foggia di un imam di origini egiziane che faceva lezioni di “guerra santa” ai bambini; mercoledì l’arresto a Torino di un 23enne italo marocchino, autoradicalizzato sul web, che «studiava attacchi con i camion». Infine, all’alba di ieri, il blitz che tra Latina e Roma ha portato in carcere cinque persone, riconducibili alla rete di relazioni intrattenute in Italia da Anis Amri. Segnali inquietanti che, da Nord a Sud, nell’ultima settimana hanno fatto innalzare il livello di attenzione per la massima vigilanza possibile.

La minaccia terroristica «era, è e resterà seria per un certo periodo di tempo nei confronti dell’Italia, ma le operazioni di polizia dimostrano che c’è una straordinaria capacità di prevenzione» e la guardia sarà alta «anche nelle vacanze pasquali» ha sottolineato al Tg1 il ministro dell’Interno, Marco Minniti.

Quanto al tipo di pericolo, il titolare del Viminale ha precisato che i combattenti stranieri vanno considerati «una minaccia incombente, che deve tuttavia arrivare, mentre i “lupi solitari” possono attivarsi con una capacità di prevenzione molto bassa e a prevedibilità zero».

«Foggia, Torino e l’ultimo blitz. Minniti: la minaccia è e resterà seria», in “Avvenire”, venerdì 30 marzo 2018, p. 7.