Terra Santa 5 – L’Amministrazione Usa pronta al taglio dei fondi per i palestinesi

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«Non vogliono un accordo, perché diamo loro tutti questi soldi?» Abu Mazen categorico: «Gerusalemme non è in vendita». Pena di morte ai «terroristi»: primo sì

Dopo aver tagliato 255 milioni di dollari di aiuti al Pakistan, accusato di non aver mantenuto gli impegni presi sul fronte terrorismo, il presidente americano Donald Trump ha minacciato di ritirare i fondi che gli Stati Uniti donano all’Unrwa, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi. «Paghiamo ai palestinesi centinaia di milioni di dollari all’anno e non otteniamo alcuna riconoscenza o rispetto. Noi abbiamo tolto Gerusalemme, la parte più complicata del negoziato, dal tavolo – il riferimento è al riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, il 6 dicembre scorso – e se i palestinesi non vogliono più parlare di pace perché dovremmo continuare a dare loro queste enormi quantità di denaro?».

Gli Stati Uniti sono tra i principali donatori dell’Unrwa, con quasi 370 milioni di dollari l’anno (seguiti dalla Ue: 143 milioni). L’Agenzia provvede all’assistenza di milioni di palestinesi. E il suo lavoro è «indispensabile», per la popolazione e per la stabilità della regione, come ha ricordato ieri un portavoce, segnalando che comunque, sinora, non è arrivata alcuna comunicazione dalla Casa Bianca.

Il presidente dell’Anp Abu Mazen ha risposto a Trump che «Gerusalemme è l’eterna capitale della Palestina e non è in vendita per oro o miliardi». L’Olp ha fatto sapere che «i palestinesi non si faranno ricattare da Trump», «presidente che ha sabotato il nostro impegno per la pace»», e che il Consiglio dell’Organizzazione discuterà la «cancellazione degli accordi di Oslo». Il premier israeliano Benjamin Netanyahu non ha commentato, ma molti suoi ministri hanno accolto con favore l’annuncio Usa.

La decisione è destinata ad acuire tensioni già molto forti. Ieri un palestinese di 17 anni è stato ucciso dalle Forze di sicurezza israeliane in Cisgiordania. Mentre la Knesset ha approvato in via preliminare una legge che rende più facile la pena di morte per i «terroristi ». Israele ha abolito la pena di morte per i crimini ordinari dal 1954. Ma è prevista (con sentenza discrezionale) in questi casi: genocidio, omicidio di persone perseguitate commesso durante il regime nazista, atti di tradimento in base alla legge militare e alla legge penale commessi in tempo di ostilità, uso e porto illegale d’armi. Dalla nascita dello Stato, nel 1948, è stata eseguita una sola volta, nel 1962, quando fu messo a morte il gerarca nazista Adolph Eichmann.

B.U., «L’Amministrazione Usa pronta al taglio dei fondi per i palestinesi», in “Avvenire”, giovedì 4 gennaio 2018, p. 13.

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Terra Santa 4 – Israele. Dopo gli insediamenti, arriva lo strappo su Gerusalemme

Terra Santa

La Knesset cambia la legge: sarà più difficile cedere porzioni di terra ai palestinesi. L’Anp: «Una dichiarazione di guerra». Raid su Gaza

La questione di Gerusalemme “capitale” di Israele, neanche un mese dopo il riconoscimento da parte di Trump, ha effetti alla Knesset. Il Parlamento israeliano, alle prime ore del mattino di ieri ha approvato (64 voti favorevoli e 51 contrari) un emendamento in base al quale ogni futura cessione di porzioni di Gerusalemme ai palestinesi, nel contesto di accordi di pace, necessiterà l’approvazione di almeno 80 dei 120 deputati israeliani. Prima era richiesta una maggioranza semplice di 61 voti. La legge su Gerusalemme, originariamente approvata nel 1980, vieta di cedere parte del territorio della Città Santa ad entità straniere, compreso un futuro stato palestinese. L’emendamento è stato approvato dopo che il 1° gennaio il comitato centrale del Likud, il partito del premier Benjamin Netanyahu, ha approvato all’unanimità una mozione per chiedere l’annessione di tutti gli insediamenti ebraici in Cisgiordania.

Il voto della Knesset su Gerusalemme «equivale ad una dichiarazione di guerra contro il popolo palestinese e la sua identità politica e religiosa», ha detto Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente Abu Mazen.

Sempre ieri caccia israeliani hanno bombardato basi di Hamas a Khan Younis e a Deir al-Balah nella Striscia di Gaza causando danni ma non vittime. Lunedì un razzo sparato dalla Striscia era esploso nel sud di Israele, senza causare danni. Il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha accusato per questa escalation i maggiori finanziamenti a Hamas giunti dall’Iran e al tentativo di gruppi salafiti di Gaza, e in particolare di Hamas, di provocare un conflitto.

Il 1° gennaio, l’amministratore apostolico di Gerusalemme, l’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa ha affermato che la pace «appartiene a tutti e non solo ai capi di turno. Non serve chiedere la pace dai grandi e non costruirla nel nostro piccolo».

Luca Geronico, «Israele. Dopo gli insediamenti, arriva lo strappo su Gerusalemme», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 11.

Terra Santa 3 – Il Likud strappa sugli insediamenti

Ahed Tamimi

Votata una mozione (non vincolante) che chiede l’annessione de facto e maggiore flessibilità legislativa. L’Anp: «Decisione grave e crudele, quelle sono le nostre terre»

GERUSALEMME. Il Comitato centrale del Likud, il partito del premier israeliano Benjamin Netanyahu, ha approvato all’unanimità una mozione per chiedere l’annessione de facto di tutti gli insediamenti ebraici in Cisgiordania. La mozione chiede anche una più ampia “flessibilità” nella gestione degli insediamenti, sostenendo che sarebbero sottoposti alla legge civile e non militare, e che quindi sarebbero liberi di espandersi senza il vincolo del consenso finale del ministero della Difesa. «A mezzo secolo dalla liberazione della Giudea- Samaria, inclusa Gerusalemme, la nostra capitale eterna – si legge nel testo votato l’altra notte – il Comitato centrale del Likud fa appello ai suoi delegati affinché agiscano a favore di una libera attività edilizia e per l’estensione delle leggi di Israele e della sua sovranità su tutte le aree di insediamento liberate». Il ministro per l’Intelligence, Israel Katz, ha precisato che il documento riguarda gli insediamenti abitati da israeliani ma non le città palestinesi della Cisgiordania. Il premier Netanyahu non è obbligato a rispettare la mozione, che è non vincolante.

Il governo palestinese ha definito «grave e crudele» la decisione del Comitato centrale del Likud e ha chiesto l’intervento della Comunità internazionale. «Si tratta in realtà di terre palestinesi, al cuore delle quali si trova la nostra capitale, la Gerusalemme araba», ha sottolineato il portavoce governativo palestinese Yousuf al-Mahmoud. «L’escalation degli occupanti contro la nostra terra e contro il nostro popolo – ha aggiunto – procede in questa fase a ritmo accelerato e in maniera pericolosa».

La notizia è destinata ad acuire tensioni già molto forti dopo la decisione del presidente americano Donald Trump di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele, spostandovi l’ambasciata, attualmente a Tel Aviv.

Simbolo della protesta contro lo strappo voluto da Trump è la giovane attivista palestinese Ahed Tamimi (16 anni), che nei giorni scorsi è stata arrestata per aver schiaffeggiato, spintonato e preso a calci due soldati israeliani che si trovavano accanto alla casa di famiglia a Nabi Saleh, in Cisgiordania. Ieri la ragazzina è stata incriminata da un tribunale militare per 12 capi d’accusa, tra cui aggressione aggravata, lancio di pietre, istigazione. L’accusa ha chiesto di prolungare la detenzione, e quella della madre, Nariman, fino alla chiusura del processo.

B.U., «Il Likud strappa sugli insediamenti», in “Avvenire”. martedì 2 gennaio 2018, p. 14.

La foto: Ahed Tamimi

Terra Santa 2 – Non c’è pace per la Terra Santa

Terra Santa

TEL AVIV. Non accenna a stemperarsi la tensione in Vicino oriente dopo la decisione del presidente statunitense, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme quale capitale dello stato di Israele.

Tre razzi sono stati lanciati ieri dalla Striscia di Gaza verso il sud dello stato ebraico. Due sono stati intercettati dal sistema antimissile Iron Dome, mentre il terzo è caduto su un edificio della zona di Shaar HaNegev. Sono stati segnalati solo danni materiali; nessuna vittima né feriti.

I tre razzi avevano come obiettivo – secondo alcune fonti dell’esercito israeliano citate dai media locali – un kibbutz nel quale si stava svolgendo una commemorazione in onore del soldato Oron Shaul caduto nella guerra del 2014 tra Israele e Hamas, e le cui spoglie sono ancora trattenute dal movimento islamico. Le sirene dell’allarme antimissile, risuonate in tutte le comunità israeliane nei pressi della Striscia, hanno costretto le persone a correre nei rifugi o a cercare riparo.

Subito dopo il lancio dei missili, c’è stata la reazione israeliana: colpi di mortaio e un’incursione aerea hanno centrato due postazioni di Hamas nel nord della Striscia. Anche in questo caso non sono stati registrati vittime né feriti.

La tensione è altissima anche nei Territori palestinesi in Cisgiordania. Ieri – nel quarto “venerdì della collera” proclamato dai palestinesi contro la decisione di Trump – si sono registrati manifestazioni e scontri a Gerusalemme est. Secondo dati della Mezzaluna rossa palestinese, i feriti sono stati almeno cinquanta.

Sul piano diplomatico, continua intanto il muro contro muro. I palestinesi hanno dichiarato ieri che boicotteranno qualsiasi paese che trasferirà la propria ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. L’annuncio è stato dato da Riyad Maliki, ministro degli esteri dell’esecutivo presieduto da Mahmoud Abbas. Maliki ha spiegato che il prossimo 6 gennaio si terrà in Giordania un incontro tra diversi paesi arabi. La questione dello status di Gerusalemme sarà l’argomento centrale del summit nel quale si cercherà di adottare una linea araba comune.

«Non c’è pace per la Terra santa. Scontri a Gaza e in Cisgiordania», in “L’Osservatore Romano”, domenica, 31 dicembre 21017, p. 1.

Terra Santa 1 – Gerusalemme: Va in scena la rabbia «attutita»

RAMALLAH'TA CATISMA

Manifestazioni in tono ridotto nella quarta convocazione delle proteste palestinesi: feriti a Gaza e in Cisgiordania. Erdogan telefona a papa Francesco

Ramallah. Si ripete, per la quarta volta, il «venerdì di collera» a Gaza e in Cisgiordania. Secondo fonti dell’esercito israeliano tre razzi sono stati lanciati dalla Striscia verso le regioni confinanti di Israele. “Iron dome” il sistema antimissilistico difensivo, ha abbattuto due dei razzi, mentre il terzo ha colpito un edificio nella provincia di Shaar Hanegev, senza causare morti o feriti.

Le forze armate israeliane hanno replicato attaccando due postazioni di Hamas con incursioni aeree e colpi d’artiglieria. Le esplosioni sono state descritte come provenienti dalla zona centrale della Striscia, non lontano dal campo profughi di Nusseirat.

In Cisgiordania gli scontri fra giovani palestinesi e forze miste di polizia ed esercito hanno avuto luogo in numerosi villaggi e in tutti i centri maggiori, Ramallah, Nablus, Hebron e Betlemme. Secondo la Mezzaluna Palestinese sarebbero trentacinque i feriti nelle diverse località della Cisgiordania.

Ventiquattro dimostranti palestinesi sono stati invece «feriti dai militari israeliani», secondo quanto aggiorna il ministero per la sanità di Hamas a Gaza. L’agenzia stampa palestinese Wafa riporta che nelle prime ore del mattino le forze israeliane hanno condotto quattro raid nei villaggi di Faqqua e Fandaqumiya, nella zona di Jenin, Qalqiliya, centro a pochi chilometri dal confine orientale con Israele, e Beit Hummar, a nord di Hebron. Le incursioni sono state caratterizzate da perquisizioni ai domicili e si sono concluse con l’arresto di quattro cittadini palestinesi. Nella notte fra mercoledì e giovedì i trattenuti sarebbero stati diciassette.

La nuova stagione di attriti è stata innescata il 6 dicembre dalla decisione del presidente americano Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

Dodici i palestinesi uccisi dalle forze israeliane in questo frangente, centinaia i feriti. Sono circa trenta i razzi lanciati dalla Striscia di Gaza, il numero più alto dall’ultima guerra fra Hamas e Israele, esplosa nell’estate 2014.

Nella giornata di ieri il presidente turco Erdogan ha chiamato al telefono papa Francesco, ribadendo al pontefice (come aveva già fatto la scorsa settimana in un’altra chiamata) l’importanza di preservare lo status quo di Gerusalemme, futura capitale di due Stati.

Luca Foschi, «Gerusalemme. Va in scena la rabbia “attutita”», in “Avvenire”, sabato 30 dicembre 2017, p. 15.