Tempo di Natale 20 – Battesimo del Signore

battesimo di gesù

Is 40,1-5.9.11; Tt 2,11-14; 3,4-7; Lc 3,15-16.21-22

Domenica dopo l’Epifania o Prima domenica del Tempo Ordinario? Se da un lato questa domenica chiude il ciclo liturgico delle “manifestazioni” del Signore, dall’altro dà il via a quel tempo liturgico che in parte precede la Quaresima e in parte fa seguito alla domenica di Pentecoste, lasciando quasi intendere che l’aggettivo “ordinario” stia ad indicare qualcosa di poco importante, una specie di riempitivo. E, invece, è proprio la celebrazione del battesimo di Gesù – e nel suo il nostro – la chiave di lettura della pregnanza non solo di questa domenica, ma di tutto il ciclo liturgico e della nostra vita cristiana.

Si tratta di un atteggiamento di solidarietà con gli uomini peccatori: Gesù si fa carico dei loro peccati, come già ebbe a dire il profeta Isaia: «Il mio giusto servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità» (Is 53,11).

È la logica di solidarietà – a questo punto chiamiamola pure carità, amore – che guiderà tutta la vita di Gesù e che raggiungerà il suo punto più alto sulla croce. È la missione insita in quel battesimo ricevuto da Giovanni, ma che in realtà gli è data dal Padre, che può ufficialmente compiacersi della sua obbedienza: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

La prima lettura ripropone l’invito che durante l’Avvento è servito a prepararci al Natale. Ora risuona quale monito ad accogliere colui che è già in mezzo a noi e che ha il potere di battezzare «in Spirito Santo e fuoco». E san Paolo ce lo ricorda affermando in termini chiari e precisi: «È apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini». Quella «grazia» è Gesù che «ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo» (seconda lettura).

Con il battesimo siamo diventati una cosa sola in Cristo Gesù e fatti degni di annunciare in tutto il mondo il suo mistero. Lode a Dio!

Annunci

Tempo di Natale 19 – 12 gennaio – San Bernardo da Corleone

957

1Gv 5,14-21; Gv 3,22-30

Viene sempre il momento in cui il sole tramonta per dare luogo ad una nuova aurora. Come chi smetta un abito vecchio per indossarne uno nuovo o come il corridore che consegna il testimone a un altro perché ne continui la corsa.

Giovanni il Battista – vangelo – si presenta oggi come colui che sa di essere giunto sul viale del tramonto. Dietro di lui c’è già colui al quale ha preparato la strada e ha indicato ai discepoli più fortunati come l’«agnello di Dio» (Gv 1,29). È già all’opera chi è venuto a «togliere il peccato del mondo» (cfr. ivi) e al quale non si sente neppur degno di «sciogliere il legaccio dei sandali» (Gv 1,27).

Può sembrare, a prima vista, una mesta pagina che si chiude; è, invece, una finestra che si spalanca sul mondo perché tutti possano inebriarsi della nuova ventata dello Spirito che con Gesù sopraggiunge «a rinnovare la faccia della terra» (cfr. Sal 104/103,30). Giovanni si ritira lasciando ai suoi discepoli l’ultima testimonianza della sua vocazione e missione: «La mia gioia è compiuta: Egli [Gesù] deve crescere e io invece diminuire».

È l’inaspettata esultanza dell’amico dello sposo che finalmente può ascoltare nel godere della sua presenza. Non importa se davanti a sé ha già l’immagine dell’ultimo tratto di strada in salita. La conclusione della sua vita nel carcere di Macheronte non potrà che essere l’autenticazione di una missione compiuta per amore.

Giovanni, l’evangelista, conclude la sua Lettera – prima lettura – con un’affermazione quanto mai consolante: in Cristo abbiamo la sicurezza di aver incontrato «il vero Dio e la vita eterna». Questo è indubbiamente fonte di serenità e di pace, non nel senso che il cristiano debba sentirsi, di fatto, al sicuro da qualsiasi forma di deviazioni o cadute, quanto piuttosto nel considerare una vita di peccato incompatibile, in linea di principio, con la sua vita di fede. E questo è anche richiamo a mantenere sempre viva una profonda coscienza del dono ricevuto.

La preghiera di noi credenti in Cristo Gesù, d’altro canto – preghiera reciproca gli uni per gli altri -, sarà sostegno alla nostra debolezza e fiducia indiscussa che «qualunque cosa chiediamo a Dio secondo la sua volontà, egli ci ascolta».

«E se sappiamo che Dio ci ascolta in quello che chiediamo, sappiamo di avere già quello che gli abbiamo chiesto».

Tempo di Natale 18 – 11 gennaio

foto di enza vecchione1

1Gv 5,5-13; Lc 5,12-16

Non dimentichiamo che la liturgia che stiamo celebrando è ancora connotata dal mistero del Tempo di Natale e più specificatamente avvolta nel clima che fa seguito alla solennità dell’Epifania, anche se ormai giunta al suo epilogo. Questo deve servire ad essere illuminati sui settanta volti – come dice il pio israelita – della Parola di Dio. La Parola, infatti, va letta, interpretata e accolta all’interno del mistero che si celebra.

Che cosa significa, in questo contesto, la guarigione di un uomo affetto da lebbra – vangelo – se non la “rivelazione”, la “manifestazione” che i tempi messianici ci sono ormai giunti? «Signore, se tu vuoi, puoi sanarmi».

Stupenda professione di fede semplice e totale! Fede di un povero che riconosce di essere malato, che non nasconde la sua malattia e che umilmente si getta ai piedi di Gesù chiedendo il miracolo. Come dire: non pretendo nulla ma, conoscendo chi tu sei, cioè una persona buona, che mi vuole bene, una persona che non mi darebbe mai una pietra se le chiedessi un pane, o una serpe se le chiedessi un pesce (Mt 7,9-10), non posso non riconoscere in te colui che da secoli stiamo aspettando, cioè il Cristo di Dio. Perciò: «Se tu vuoi…», perché per il resto so che tu puoi…

Quello che segue è tutto a nostro insegnamento: la guarigione, l’ordine di presentarsi al sacerdote e – soprattutto – il ritiro di Gesù in luoghi solitari per dedicarsi alla preghiera.

La prima lettura – al di là delle difficoltà testuali ed esegetiche – ci ripropone ancora una volta l’oggetto della nostra fede, che sappiamo essere non qualcosa ma Qualcuno. Ne sono testimoni «lo Spirito, l’acqua e il sangue». E questa è l’occasione per ribadire l’incarnazione, cioè l’ingresso di Gesù nella nostra storia e la sua manifestazione agli uomini. L’acqua e il sangue sono un rimando evidente al Crocifisso dal cui costato «uscì sangue ed acqua» (Gv 19,34). Più tardi si leggeranno in essi i segni del battesimo e dell’eucaristia. Su tutto aleggia lo Spirito come «in principio» quando «lo spirito di Dio aleggiava sulle acque» (Gn 1,1-2).

Lo Spirito è «datore di vita» (cfr. Simbolo o “Credo”) ieri come oggi e sempre. Noi siamo inseriti nella vita di Dio attraverso la fede e l’amore. Per questo possiamo comprendere il valore della realtà profonda di Gesù e dei segni che la manifestano e la testimoniano.

Tempo di Natale 17 – 10 gennaio-

foto di enza vecchione2

1Gv 4,19-5,4; Lc 4,14-22a

Fede e amore – si diceva ieri – devono andare di pari passo a braccetto. E se è vero che «noi amiamo Dio perché egli ci ha amati per primo», è altrettanto vero che «questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede».

Anche oggi la prima lettura insiste sull’amore che deve distinguere il cristiano: amore a Dio e amore al prossimo che, comunque, trova la sua origine e la sua forza propulsiva nell’amore che Dio per primo ha avuto e ha per noi.

A questo punto la domanda più pertinente – benché retorica – è quella che Gesù pone ai discepoli al termine della parabola del giudice iniquo e della vedova importuna: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8).

Non amare il fratello che si vede e pretendere di amare Dio che non si vede – dice Giovanni – è assurdo e ingannevole. Ma dietro questa affermazione c’è anche tutta la fatica di riuscire a vedere Dio nel fratello…

È la fatica della fede che, sebbene dono, necessita di un superamento continuo di tutto ciò che alberga dai tetti in giù. Il vero amore fa incontrare Dio nel prossimo; la fede autentica lo vede.

Nell’odierna pericope evangelica Gesù inaugura il suo ministero pubblico tra la sua gente, in mezzo ai suoi concittadini, nella loro sinagoga. Lì pronuncia il suo discorso programmatico in cui trova ampio spazio la presenza dello Spirito Santo accanto a quello della sua identità di profeta – in linea con i grandi profeti – e allo stesso tempo di Messia, cioè di colui che porta a compimento la profezia: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi».

Gesù rivela l’amore di Dio per l’uomo inaugurando un ministero di liberazione dal male e di servizio. È la conferma che è sempre lui il primo ad amare i suoi fratelli per poi chiedere a loro di fare «come ho fatto io» (cfr. Gv 13,15) dopo averlo accolto e creduto in lui.

È il ciclo vitale della fede e dell’amore che si perpetua nei credenti in Cristo Gesù. È la grande carità da cui prendono calore e significato tutti i nostri gesti più o meno feriali…; anzi, in un percorso inverso, questi diventano la misura della verità del nostro amore.

Sappiamo quanto sia difficile impegnare tutta una vita in ciò che ci caratterizza come cristiani: per questo chiediamo «che la forza inesauribile di questi santi misteri ci sostenga in ogni momento» (orazione dopo la comunione).

Tempo di Natale 16 – 9 gennaio-

183

1Gv 4,11-18; Mc 6,45-52

In questi giorni la liturgia, attraverso i testi che quotidianamente ci propone, è come se ci riversasse addosso una cascata di affermazioni, una più importante dell’altra e, allo stesso tempo, sconvolgenti.

Anche la prima lettura di quest’oggi è un concentrato di tali affermazioni, talvolta nuove, tal altra ripetute alla lettera o leggermente modificate. Il movimento, però, rispetto a ieri, è inverso.

Questa volta l’affermazione di principio è posta alla fine o, meglio, all’inizio del brano che verrà proclamato domani, facendo così risultare quello di oggi una specie di brano-cerniera: «Noi amiamo Dio perché egli ci ha amati per primo». L’esperienza dell’incarnazione del Figlio di Dio come manifestazione del suo amore – lo abbiamo considerato ieri – non può e non deve essere ritenuto semplicemente come un qualcosa da ammirare, ma deve coinvolgere tutto il nostro essere e il nostro operare, pena la vanificazione dell’incarnazione stessa di Gesù. E il coinvolgimento deve incominciare dall’amore reciproco: di Dio verso di noi – che non va posto in dubbio -, di noi nei suoi confronti, di noi verso i fratelli. E il segno di questo coinvolgimento è la presenza dello Spirito con tutti i suoi frutti che san Paolo elencherà scrivendo ai Galati: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Un amore a tutto campo, come si vede. Un amore, però – continua Giovanni – che escluda il timore, perché «l’amore perfetto scaccia il timore».

È proprio il timore e la poca fede che Gesù rimprovera ai suoi discepoli nell’episodio evangelico narrato da Marco e illuminato da una annotazione finale: «Non avevano capito il fatto dei pani essendo il loro cuore indurito».

Che cosa avrebbero dovuto capire? Di certo questo: che chi ama è capace di tutto perché è in possesso di una disponibilità oblativa tale da non temere di farsi dono sempre, generosamente, instancabilmente, gratuitamente, consapevole che «chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui».

Ora, in Dio tutto è possibile. Il «fatto dei pani» sta a dimostrare che Gesù è nel Padre e il Padre in lui.

Fede e amore nei discepoli devono fondersi come atteggiamento permanente. A dimostrazione che le forze dal male operano, ma che la fede e l’amore vincono.

Tempo di Natale 15 – 8 gennaio- Beata Eurosia Fabris Barban

942

1Gv 4,7-10; Mc 6,34-44

«Dio è amore» è di sicuro la definizione più bella che di Dio si possa e sia stata data. Ma la comprensione e i risvolti spirituali è sempre opportuno inquadrarli nel contesto liturgico in cui di volta in volta questo testo è calato. Nel caso specifico il Tempo di Natale post-Epifania splendidamente riassunto nell’orazione di colletta con cui la Chiesa ci ha fatto pregare: «O Padre, il cui unico Figlio si è manifestato nella nostra carne mortale, concedi a noi, che lo abbiamo conosciuto come vero uomo, di essere interiormente rinnovati a sua immagine». È, dunque, attraverso l’esperienza dell’incarnazione del Figlio che noi possiamo cogliere la manifestazione più sorprendente dell’amore di Dio.

Dalla prima lettura, in cui Giovanni riafferma la sua visione di Dio sperimentata come «amore», cogliamo qualche spunto di riflessione.

L’apostolo fa due affermazioni che si chiarificano a vicenda: «Dio è amore», appunto, ma questa preceduta da un’altra altrettanto precisa e lapidaria: «L’amore è da Dio». Di qui la proposta dell’amore cristiano che, nel testo, risulta essere ancora precedente alle due, ma che di fatto è intesa come qualcosa di logicamente susseguente: «Carissimi, amiamoci a vicenda». Dove chiaramente l’amore ai fratelli non può che provenire dalla sua naturale fonte che è Dio. E perché questo non sia percepito come una pia raccomandazione o come una vaga illusione, Giovanni indica il fatto più sorprendente della storia: «In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui».

Anche la moltiplicazione dei pani – vangelo – rientra in questa logica di amore che esce da Dio Padre, si incarna nel Figlio e giunge agli uomini quale monito per un dovuto ringraziamento e un doveroso impegno a farsi pane per gli altri. È anch’essa il racconto di una manifestazione dell’amore di Dio che non disdegna di tradurre in “cibo” i sentimenti di “compassione” per una folla divenuta «come pecore senza pastore». Anticipo di un altro momento in cui il farsi pane sarà il segno e, quindi, la manifestazione più grande del mistero pasquale di Gesù. Amore insuperato.

Forse a noi toccherà soltanto di far sedere la gente sull’erba o prestarci a distribuire i pani e i pesci… Ma a Gesù basterà, se sarà amore!

Tempo di Natale 14 – 7 gennaio

natale14

1Gv 3,22-4,6; Mt 4,12-17.23-25

La solennità dell’Epifania ha un respiro più ampio che non il solo fatto dell’arrivo dei Magi a Betlemme. E ieri la liturgia dava spazio – seppure senza enfasi – anche ad altre due “manifestazioni” di Gesù: quella verificatasi al suo battesimo al fiume Giordano (che celebreremo domenica concludendo il Tempo di Natale) e quella alle nozze di Cana quando cambiando l’acqua in vino «Gesù diede inizio ai suoi miracoli, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli cedettero in lui» (Gv 2,11). Questi pochi giorni che seguono la solennità dell’Epifania sono come un richiamo a lasciarci guidare dalla fede che anche noi abbiamo ricevuto con il battesimo e ad impegnarci ad essere portatori di fede additando il Signore Gesù.

Il pensiero dominante trasmesso dalla prima lettura è quello del “discernimento”: «Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova ogni ispirazione, per saggiare se provengono veramente da Dio». Buona cosa, certamente, l’amore che spinge verso i fratelli, ma anch’esso va assicurato da una saggia verifica «per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso invano» (Gal 2,2).

Questo discernimento è garantito da alcuni atteggiamenti spirituali: quello della preghiera, innanzitutto («Qualunque cosa chiediamo la riceviamo dal Padre»); poi quello di una fede che non sia un vago sentimento, ma adesione incondizionata a Cristo Gesù inviato a noi come salvatore e da noi riconosciuto come uomo e Dio («Ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio»); e, infine, adesione alla sua Chiesa («Chi conosce Dio ascolta noi»).

Nel solco di questo discernimento fiorisce l’autentica carità, che non va disgiunta dall’annuncio del Regno, come del resto Gesù stesso ci ha insegnato a fare percorrendo tutta la Galilea, insegnando nelle sinagoghe, predicando la buona novella e curando ogni sorta di malattie e di infermità (cfr vangelo). Il regno di Dio è un’esperienza vissuta, percepita attraverso elementi esteriori che raggiungono, però, l’interiorità dell’essere per ritornare nuovamente all’esterno in opere d’amore.

Il Regno è il campo in cui ogni cristiano è chiamato ad operarvi nella fede e nella carità. Campo di Dio! Forse non è inutile ricordare l’opportunità di chiedersi: «Signore, sei contento di come sto lavorando?».