Sport 8 – Marchisio, Marisa e altri «generosi»

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Si è chiuso un anno di sport. Una foresta, come sempre, cresce silenziosa intorno a singoli alberi che cadono fragorosamente: un ragazzo ucciso in un’azione di guerriglia urbana, gli ululati contro i giocatori di colore, il tutti-contro-tutti a cadenza domenicale. Meglio precisare, tuttavia: così si è chiuso l’anno calcistico, non quello sportivo. La tendenza a confondere il mondo dello sport con il calcio è sempre dietro l’angolo, lo ha ricordato anche il Presidente Sergio Mattarella nel suo straordinario discorso alla nazione: «Il modello di vita dell’Italia non può essere quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi. Lo sport è un’altra cosa».

Sia chiaro, io sono un grande appassionato di calcio. Ritengo, citando Marcelo Bielsa (un grandissimo allenatore di cervelli, oltre che di corpi), che il calcio custodisca stati emotivi che raggiungono livelli di intensità inaudita. «È per questo – sostiene Bielsa – che, in termini di emozioni, niente nella vita è come il calcio».

L’anno che inizia, dunque, porta con sé una rinnovata e aumentata responsabilità al mondo del calcio e ai suoi protagonisti: penso a tifosi, dirigenti, tecnici, giornalisti e cantori di questo meraviglioso sport. Ma quelli che davvero sono chiamati a un cambio di passo, sono gli atleti. Gente il cui cognome finisce sulla schiena di ragazzi di ogni ceto sociale, religione e razza, in ogni parte del mondo e che ha, nelle proprie mani, il potere di cambiare un paradigma. Se i calciatori decidessero di staccare la spina tutto, evidentemente, finirebbe. Certo non sarebbe un’operazione conveniente, soprattutto per chi è abituato a non guardare oltre che al proprio interesse.

Lo standing, la presa di posizione netta, per cambiare un paradigma non è cosa da tutti e, considerato che spesso si parla di fuga dei cervelli, voglio segnare un caso di eccellenza nel mondo del calcio: un atleta-pensante al quale voglio assegnare il mio personalissimo pallone d’oro. Si tratta di Claudio Marchisio, per tanti anni protagonista con la Juventus, ora in forza allo Zenit San Pietroburgo. Tornato nella sua Torino per qualche giorno, ha voluto richiamare l’attenzione dei suoi oltre 6 milioni di followers sulla Onlus fondata da Marisa Amato, sopravvissuta alla tragedia di Piazza San Carlo, scrivendo: «A volte mi chiedo cosa significhi davvero essere generosi. Il giorno della finale di Champions League, Marisa insieme al marito stava passeggiando nei pressi di piazza San Carlo, quando all’improvviso una folla in preda al panico, in fuga dalla piazza, li ha investiti. A causa dei traumi subiti, oggi Marisa è paralizzata. Credo che da un gioco del destino così crudele possano nascere sentimenti di rabbia, sfiducia e frustrazione, invece Marisa non solo non si è arresa, ma ha deciso di fondare I sogni di Nonna Marisa Onlus con l’obiettivo di aiutare persone che soffrono di disabilità motoria. In questo Natale, Marisa e la sua storia mi hanno regalato la miglior definizione di generosità che potessi aspettarmi». Marchisio non ha mai avuto timore a schierarsi, dimostrando in passato solidarietà ai rifugiati o definendo Silvia Romano, la cooperante rapita in Kenya, «la meglio gioventù».

Il mondo del calcio cambierebbe, se ci fossero un paio di Marchisio in ogni squadra del nostro campionato di serie A e, in ogni caso, quei pochi che ci sono, bisognerebbe tenerseli ben stretti. Invece in un Paese dove il Ministro dell’Interno si comporta da ultras e dove le Onlus vengono punite (forse per eccesso di buonismo?) con un aumento della tassazione, i calciatori che potrebbero davvero cambiare un paradigma se ne devono andare all’estero.

Che il 2019 possa raddrizzare questo mondo capovolto.

Mauro Berruto, «Marchisio, Marisa e altri “generosi”», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 2.

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Sport 7 – Nadia Battocletti

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A 18 anni l’azzurra Battocletti, figlia d’arte, è già sul tetto d’Europa, avendo vinto a dicembre l’oro nella rassegna continentale di cross. Prima donna italiana a trionfare e a salire sul podio in venticinque edizioni: «Questa vittoria mi ha cambiata, sogno un grande 2019. Devo tutto ai miei genitori, maestri di vita prima che di sport»

Essere sul tetto d’Europa a soli 18 anni, roba da poche elette, anzi solo una: Nadia Battocletti. La trentina della Val di Non lo scorso 9 dicembre ha vinto l’oro agli europei di cross. Prima donna italiana a vincere e a salire sul podio in 25 edizioni della specialità. Unica. E predestinata. Già perché per chi mastica atletica un Battocletti già lo conosce: è il padre Giuliano, oggi 43enne, campione del mezzo fondo azzurro con ben 17 presenze in nazionale e un oro a squadre agli europei di cross del 1998. Ma non basta, perché i geni vincenti della campionessa Nadia arrivano anche dalla mamma Jawhara Saddougui che ha un passato da ottima atleta sulle piste marocchine.

Nata solo nel 2000 Nadia ha già scritto una pagina importante dell’atletica italiana, ma non è nuova nell’ambiente, nel 2017 nonostante fosse ancora una diciassettenne da “Allieva” ha vinto il bronzo nei 3000m agli europei categoria Junior, ovvero under 20. Ha battuto le più grandi, così come questa estate ed è diventata la prima “millennial” a conquistare un tricolore assoluto, a Pescara, nei 5000 metri. Quest’oro europeo con una gara dove ha recitato da protagonista dall’inizio alla fine, in testa per oltre due giri su tre resistendo agli attacchi di temibili avversarie l’ha consacrata definitivamente, convincendo in maniera definitiva tutti quanti, sé stessa per prima.

«Questa vittoria mi ha cambiata. Di solito prima delle competizioni importanti sono sempre stata nervosa e preoccupata, questa volta ho avuto un approccio totalmente differente. Ero cattiva, grintosa, sicura di me stessa e il risultato si è visto».

Sì è notato dalla sua autorevole condotta di gara, a cosa è dovuto questo cambiamento mentale?

A mio padre in particolare. Che è anche il mio allenatore da sempre. Mi ha convinta in maniera definitiva. Sento di essere cresciuta, so come impormi nella gara, sono totalmente me stessa e credo di più in me.

Ha due genitori che sono stati due campioni. Cosa le hanno trasmesso in particolare?

Lo sport come filosofia di vita, come divertimento. La mia prima gara sono stati gli ultimi cinquanta metri di mio padre alla Ciaspolada. Stava vincendo, aveva talmente tanto vantaggio sul secondo che si è fermato per prendermi e ho corso con lui fino al traguardo. Ero piccola, ma li ho capito che correre è una cosa bellissima. Poi mi hanno trasmesso la loro educazione e fair-play di sportivi, ciò che acquisisci in anni di pratica sportiva. Insegnamenti prima di tutto per la vita, ancor prima dello sport. Io ho ricevuto tutto questo dalla nascita.

Come si differenziano nel rapporto con lei?

Papà è più tecnico, mi allena e mi insegna anche a come si corre sul fango, come si mettono i piedi e tanto altro. Ha un doppio ruolo di padre e allenatore. Ma è unico, mi capisce immediatamente, basta uno sguardo. Sono abituata a questa sua doppia figura, gli riesce d’essere naturale quando fare il padre e quando fa il coach. Mia madre mi è vicina sul morale, diciamo più sull’aspetto mentale.

L’atletica italiana ora conta tanto su di lei. Ci sono pochi talenti: lei, Crippa, Tortu e pochissimi altri. Lei è il volto pulito e sorridente di questa Italia che tra pista e strada vince ben poco. Sentirà la pressione?

No, penso di no. Mi piace essere d’esempio e prendermi le mie responsabilità. Per me parleranno sempre e solo i risultati anche se, ripeto, tutto questo è un divertimento. Anche se sta diventando un lavoro visto che sono entrata nelle Fiamme Azzurre.

Chi è il suo idolo sportivo?

Non ho dubbi: il marocchino Hicham El Guerrouj, uno dei più grandi mezzofondisti di tutti i tempi, due ori olimpici e quattro ori Mondiali. Mi è piaciuto per la sua costante testardaggine, ha vinto gare che sembravano perse. Un po’ mi ci rivedo, vorrei essere così.

È vero che ogni tanto rinunci anche ad allenarti per studiare?

Ogni cosa che faccio tento di farla al meglio. Sempre. Sto facendo la quinta liceo scientifico e studiare è importante. Cerco di tenere un equilibrio e dare delle priorità. Se ho un periodo di esami e interrogazioni importanti mi è capitato di saltare qualche allenamento. Nel 2019 volevo iscrivermi a medicina ma poi ho capito che sarebbe stato davvero inconciliabile con la vita di atleta. Perdere cinque anni di agonismo tra i 20 e i 25 anni sarebbe per me impensabile. Ho optato dunque per architettura che sia chiaro non è un piano B. Diciamo un piano A-2…

Vive tra Cavareno dove abita e va a scuola a Cles dove si allena. Grandi feste al suo ritorno da Tilburg?

Per ora no, perché dicembre a scuola è stato tempo di verifiche quindi poche le distrazioni. Però so che durante la gara del 9 dicembre tutti i miei amici e compagni mi hanno seguita e tifata. A scuola c’è una mia foto appesa con la medaglia così come in Comune, in biblioteca, dal panettiere e un grande striscione all’entrata del paese. Mi fa piacere.

Dove può arrivare nel 2019 Nadia Battocletti?

Sarò in gara il 6 gennaio al cross del Campaccio poi forse un’altra campestre. Poi le indoor in febbraio con i 1500 ai campionati italiani junior e i 3000 agli Assoluti. Il 24 marzo i mondiali di cross in Danimarca, nel 2017 tra le under 20 sono stata la migliore delle atlete europee. Sarebbe bello fare una gran bella gara.

In quale distanza si sente davvero te stessa?

Ho corso i 5000 solo due volte. I 3000 sono la mia specialità, diciamo una via di mezzo tra i 1500 che mi piacciono molto e i 5000 metri. L’anno prossimo però non ci saranno più i 3000 piani e per preparare i 3000 siepi ci vuole troppo tempo e specializzazione anche se mi piacerebbe provare. Penso però che farò 5 e 10000 metri. Non so ancora bene cosa mi piace, l’importante è correre e provare a vincere. Sempre.

Cesare Monetti, «La corsa di Nadia. Il talento ereditato», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 23.

Sport 6 – Morlacchi: “Nato per l’acqua”

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Un grande azzurro del nuoto paralimpico e compagno di Nazionale di Antonio Fantin è il 24enne Federico Morlacchi. Specialità: “200 metri in due minuti”. Anche Federico ha stupito ai Mondiali assoluti di Città del Messico 2017, tornando nella sua Luino con un tesoretto: sette medaglie, due ori, tre argenti e due bronzi. Un settebello da mandare agli annali e che hanno incorniciato un 2017 in cui il campione luinese si è anche tolto lo sfizio di debuttare come “scrittore” con Nato per l’acqua (Lastaria Edizioni. Pagine 217. Euro 14,90). Il suo romanzo autobiografico. Una storia raccontata dal pluricampione paralimpico a Davide Di Giuseppe, scrittore e docente dello stesso liceo frequentato da adolescente dal nuotatore azzurro, il Vittorio Sereni di Luino. La vicenda umana di Federico viene ripercorsa in tutte le sue tappe, dall’ipoplasia congenita alla gamba sinistra fino all’apoteosi delle Paralimpiadi di Rio 2016. Giochi fantastici per Federico che si distinse con un oro e tre argenti paraolimpici.

Dopo aver conquistato i Mondiali di Montreal nel 2013, dove realizza anche il record del mondo nei 100 Delfino, abbattendo il muro del minuto con il tempo di 59’’63, il giovane nuotatore fa incetta di ori agli Europei di Eindhoven nel 2014 e a quelli di Funchal 2016.

«Libro. Morlacchi, “Nato per l’acqua”», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 21.

La foto: Il campione paralimpico luinese mentre presenta a Villa Recalcati la biografia scritta con Davide Di Giuseppe, “Nato per l’acqua”.

Sport 5 – Fantin. Bracciate mondiali

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Paralimpico. Il 16enne di Bibione iridato del nuoto si racconta anche alla luce dei trionfi di Città del Messico 2017: un oro nei 400 stile, due argenti (uno in staffetta) e un bronzo. «Ho cominciato a nuotare per fare riabilitazione, ora la piscina è la mia vita. Ai Mondiali mai avrei sognato neppure di andarci, l’obiettivo stagionale era la convocazione agli Europei giovanili. Il mio primo tifoso è il parroco don Andrea Vena. Il mio motto? Crederci sempre anche quando non ci crede nessuno»

Antonio martedì ha lasciato vuoto il proprio banco, nell’aula della III B del liceo scientifico Mattei di Latisana (Udine). Non essendo ancora maggiorenne, serviva una giustificazione da firmare, ma mamma Sandra e papà Marco erano avvertiti, perché erano con lui; l’unico inghippo, sintetizzare la motivazione da scrivere sul libretto, perché «presenza alla cerimonia di consegna dei collari d’oro al merito sportivo» suonava magari qualcosa di eccessivamente pomposo per chi ama mantenere un basso profilo. Ma è giusto godersele sino in fondo, certe giornate, e così Antonio Fantin ha potuto mettersi al collo la massima onorificenza sportiva e, nella Casa delle Armi del Foro Italico a Roma, tra Vincenzo Nibali e Tony Cairoli, tra Federica Pellegrini e Jessica Rossi, tra Andrea Cassarà e Dino Zoff, è stato chiamato anche il suo nome. Di più: con i suoi 16 anni festeggiati ad agosto, Antonio era il più giovane fra i premiati.

Del resto anche solo in estate non avrebbe mai potuto immaginarsi lì, su quel palco. Ma la sua è una vicenda sportiva straordinaria, in senso letterale: a inizio dicembre, infatti, è stato convocato per i Mondiali assoluti di nuoto paralimpico a Città del Messico e lì ha strabiliato tutti. Breve inventario: titolo iridato nei 400 stile nel primo giorno di gare (toccando la piastra davanti al campione di Rio 2016, Francesco Bocciardo), quindi a distanza di poche ore l’argento nella 4×100 stile assieme allo stesso Bocciardo, Morlacchi e Barlaam, poi nei giorni successivi il bronzo nei 100 stile e nei 100 dorso e un altro argento in staffetta, nella 4×50 mista 20 punti.

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Piatto ricco, e Antonio ci ha messo un po’ a realizzare che tutto questo stava accadendo a lui, e con pieno merito: «Davvero, mai avrei sognato neppure di andarci, ai Mondiali. Il mio obiettivo stagionale era quello di essere convocato agli Europei giovanili e puntare a fare il massimo in quel contesto (tanto per gradire: 4 ori e un argento nella rassegna continentale di ottobre a Genova), penso in genere a fare un passo alla volta. Quello che è successo lo sto realizzando poco per volta».

Dominatore della categoria S6, e vale la pena ripeterlo: iridato a 16 anni, «e so che alla mia età capita a poche persone. Ma è talmente indescrivibile, quasi immenso…». Non ci sono segreti, se non quello di «crederci sempre, anche quando non ci crede nessuno».

Lui lo ha fatto, come del resto è abituato da quando era bambino, da quando un’emorragia midollare da fistola arterovenosa nella colonna vertebrale gli ha causato una paralisi flaccida, ossia parziale, delle gambe. L’acqua, la piscina, è diventata la sua compagna, presso gli impianti del Bella Italia-Efa Village di Lignano Sabbiadoro e grazie oggi anche alla società Aspea Padova per la quale è tesserato e al suo allenatore Roberto Evangelista: «Iniziai a nuotare per la riabilitazione, poi ho cominciato a livello agonistico, scoprendo che lo sport arricchisce la vita. A me ha dato tanto, mi ha aiutato a crescere, a fare sacrifici e a metterli a frutto, sino a vivere in prima persona momenti come questi».

A Bibione, dove Antonio vive, c’è poi un tifoso piuttosto particolare, uno che non si è fatto scrupoli a suonare le campane nel giorno del rientro dal Messico del campione di paese. È don Andrea Vena, parroco della comunità dall’ottobre 2003, da sempre vicino alla famiglia Fantin, anche per una coincidenza che ha legato le due storie: «Don Andrea è arrivato a Bibione quando mi sono ammalato, e da allora mi ha sempre spronato e ha spronato tutti a seguirmi. L’accoglienza e l’affetto che mi sono stati riservati al rientro in paese sono stati fantastici. Domenica scorsa poi don Andrea ha anche celebrato una Santa Messa di ringraziamento per me e per i miei risultati. Ma sono io, veramente, a dirgli grazie, di cuore».

Apprezzare la vita, amarla e cercare in ogni cosa un’opportunità: è la storia di Antonio, ed è anche singolare che i suoi trionfi siano arrivati a Città del Messico, dove il terremoto del 30 settembre aveva portato al rinvio della manifestazione, che sarebbe iniziata di lì a pochi giorni e, improvvisamente, rischiò di saltare. Ma anche lì, dal dramma si è innescata un’opportunità, quella cioè di ripartire, ed ecco a dicembre appunto il nuovo programma di gare. In fondo, sono tutte testimonianze e inviti a non arrendersi mai, nonostante colpi durissimi. È proprio in quei frangenti che non serve chiudersi, ma avere al contrario la forza di aprirsi, sebbene non sia facile.

Lavora sodo Antonio per rimanere al vertice del nuoto paralimpico mondiale: 10 allenamenti a settimana durante l’estate, 6 in inverno, da mescolare abilmente con la scuola e con la vita di un adolescente. «Tanti mi hanno chiesto come faccio ad andare avanti e indietro ogni giorno solo seguendo una linea nera, ma è una questione di passione, di amore per quello che si fa. Entro in acqua e la mia mente è libera». A riempirsi, intanto, ci pensa la bacheca di casa Fantin.

Lorenzo Longhi, «Fantin. Bracciate mondiali», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 21.

La foto: Antonio Fantin, in vasca e accanto al tricolore.

Sport 4 – Roberto Carcelén

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È tempo di buoni propositi, classica abitudine di inizio anno, consapevoli che, come in tutti gli anni che finiscono con un numero pari, il 2018 ci sottoporrà a grandi passioni sportive. Visto che si inizierà, fra poco più di un mese, con i Giochi Olimpici invernali di PyeongChang, approfitto di queste due congiunture per raccontare una storia di buoni propositi, di visione, di ispirazione che, guarda un po’, nasce proprio agli ultimi Giochi Olimpici invernali, quelli di Sochi 2014.

In realtà la storia nasce qualche anno prima, nel 2003, quando Roberto Carcelén, giovanotto peruviano impiegato per la Microsoft, incontra a Seattle una ragazza che ha conosciuto online. Si chiama Kate, lavora nella sua stessa azienda, divisione marketing. Diventerà presto sua moglie e lo convincerà a fare due cose: trasferirsi negli USA e provare lo sci di fondo. Roberto è un atleta, bravo nel surf e con alle spalle qualche partecipazione a eventi di triathlon, ma fondamentalmente non ha mai visto la neve. Prova, un po’ per curiosità, un po’ per far contenta Kate. Cade almeno venti volte il primo giorno, ma scopre che quello sport così esigente dal punto di vista fisico, gli piace. Non noleggia più il materiale, si compra tutto ciò che serve e si iscrive persino a qualche gara locale, dove figura bene. Tanto che qualcuno gli mette in testa un pensiero: «Il Perù non ha mai mandato un suo atleta ai Giochi Olimpici invernali, dovresti provarci». Il fatto che abbia 36 anni non lo preoccupa più di tanto: «Se hai una visione e una passione forte per qualcosa arrivi a credere di poter cambiare il mondo inseguendola» dice Roberto.

Detto, fatto. Roberto, quarantenne, è il portabandiera per il Perù ai Giochi Olimpici di Vancouver, nel 2010. Si iscrive alla 15km, vinta dallo svizzero Dario Cologna, lui arriva dodici minuti e diciassette secondi dopo, ma si toglie la soddisfazione di arrivare penultimo, lasciando alle sue spalle un portoghese.

Tuttavia, si sa, se ai Giochi ci vai una volta fai di tutto per tornarci. Capita così anche a Roberto che mette nel mirino Sochi. Già, perché al ritorno da Vancouver, scoperto l’impatto che la sua performance ha avuto in Perù, decide di usare la sua fama per restituire qualcosa, per aiutare le persone più sfortunate, in particolare i bambini del suo paese d’origine. Ora Roberto ha due idee forti: vuole creare una fondazione e arrivare, in qualunque modo, a Sochi.

Passano quattro anni di lavoro (incluso quello tradizionale, mai abbandonato, nel mondo dell’informatica), di fatica, di sudore, spinto dall’idea di essere fonte di ispirazione per il suo Paese. Passano quattro anni (meno due settimane) e tutto fila liscio. Ottiene la qualificazione e, nonostante le 44 primavere, si sente pronto. Anzi, così pronto che decide di finalizzare la preparazione in Austria, dove passerà gli ultimi 15 giorni prima dell’inizio dei Giochi.

Proprio due settimane prima della cerimonia di apertura, Roberto sta scendendo da una collina ghiacciata. Cade. Va a sbattere contro una roccia e si rompe due costole. Un medico austriaco gli dice un’unica cosa: «Riposo assoluto. Fai le valigie e torna a Seattle». Roberto, invece, torna in hotel, con altri due pensieri. Pensiero numero uno: «Ok, la gente capirà e io andrò avanti con il mio progetto, anche se fisicamente non potrò tagliare quel traguardo». Pensiero numero due: «E se ci provassi? E se ci riuscissi? Non per me, ma per coloro che mi guarderanno in Perù. Potrebbe essere la mia occasione per dimostrare loro che perseveranza e determinazione possono far accadere qualsiasi cosa».

Chissà quale pensiero è passato per la testa di Dario Cologna che, invece di festeggiare la sua seconda medaglia d’oro consecutiva nella 15 km, decise di aspettare per ventotto minuti sulla linea del traguardo Roberto Carcelén con le sue due costole rotte e una bandiera del Perù fra le mani. Ultimo, ultimissimo. Addirittura dieci minuti dopo il penultimo, il nepalese Dachhiri Sherpa, anche lui fermo lì sulla linea del traguardo ad aspettare Roberto, come a chiudere un cerchio perfetto.

La Roberto Carcelén Foundation aiuta oggi moltissimi bambini e bambine peruviani attraverso tre strumenti: lo studio dell’informatica, il perfezionamento della lingua inglese, lo sport e i valori olimpici. Guarda caso le tre cose che hanno avuto un ruolo centrale nella vita di Roberto. “Learn, earn, return” dicono gli anglosassoni: “Impara, guadagna, restituisci”.

Mauro Berruto, «Impara, guadagna e restituisci. Anche con le costole rotte», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 3.

Sport 3 – Alessia Iezzi

Alessia Iessi

La tiratrice abruzzese, specialista del trap, si racconta dopo il successo di Nuova Delhi

«Ho impiegato qualche giorno a realizzare quello che era successo. È stata un’emozione e una soddisfazione grandissima, anche per il livello delle avversarie che ho battuto». Così l’abruzzese Alessia Iezzi, ventun anni, inquadra la vittoria nella Coppa del Mondo di tiro a volo, specialità trap, ottenuta a fine ottobre a Nuova Delhi in India. Un successo per la campionessa mondiale juniores del 2015, che ha un sapore particolare anche alla luce del 2017 dell’atleta del Centro Sportivo Carabinieri. «Non è stato un anno per nulla facile – spiega l’ennesimo talento della scuola azzurra del tiro –, avevo cominciato con due gare che non erano andate bene ed ero entrata in un periodo di buio. Ne sono uscita grazie al lavoro insieme ai tecnici, al preparatore, allo psicologo che mi segue e a tutte le persone, a partire dalla mia famiglia, che mi sono state vicine». Un trionfo, fino ad il più importante nella carriera da senior di Alessia, le cui radici si trovano a Manoppello Scalo, non lontano da Pescara, sul campo creato nel 1979 insieme a due amici da suo nonno Carmine e dove ha mosso i primi passi nel tiro a volo anche suo padre Antonello, ex tiratore di ottimo livello, nonché suo allenatore e tecnico della Nazionale azzurra giovanile di trap (la disciplina in cui il tiratore deve colpire, avendo due colpi a disposizione, un piattello lanciato dal basso verso l’alto con traiettoria sconosciuta).

«Mi sono appassionata a questo sport – racconta Alessia – seguendo dal vivo proprio le gare di papà, insieme a mio nonno. A nove anni ho chiesto come regalo di compleanno una carabina ad aria compressa, a dieci ho cominciato a sparare i primi piattelli, piazzandoli su un albero. Poco dopo ho iniziato anche a gareggiare nella categoria Esordienti [fino ai tredici anni, ndr] e alla prima sono arrivata seconda. Al di là della passione famigliare per il tiro a volo mi ha sempre affascinato un’immagine, quella del piattello che si rompe, soprattutto perché penso a quanto lavoro e quanta grinta ci voglia per colpirlo».

Un amore coltivato conciliando scuola e sport («Non è stato facile, perché per le gare di alto livello mi dovevo assentare spesso», racconta) e sempre sotto la guida di papà Antonello. «In pedana non siamo padre e figlia – spiega Alessia – ma allieva e maestro. Ci sono, come è normale, dei confronti ma mi sono sempre fatta allenare da lui, perché ho iniziato con lui e mi conosce ovviamente meglio di tutti».

Tanto lavoro, programmato in funzione di impegni e momento della stagione che si articola normalmente su doppi allenamenti giornalieri in pedana, a cui si affiancano tre volte a settimana sedute in palestre e due con lo psicologo e che hanno portato Iezzi fino alla Nazionale azzurra seniores. Lì divide ritiri e competizioni tra gli altri con Jessica Rossi, tre volte campionessa del mondo e oro a Londra 2012. «Con lei ho un buon rapporto – dice l’atleta abruzzese –; fuori dalle gare si parla, si ride, si scherza, poi in pedana ognuno pensa per sé».

Una ragazza determinata, che considera la vittoria a Nuova Delhi, come un passaggio importante nella sua crescita. «Al di là dei miglioramenti tecnici per la prima volta – spiega la tiratrice – ho messo in pedana tutta la grinta che avevo, senza emozione e senza riserve».

Un’attitudine che le fa guardare con fiducia il cammino verso i Giochi del 2020, dove la Federazione Italiana Tiro al volo cercherà di bissare le cinque medaglie di Rio. «Tokyo è il mio obiettivo. Chiunque faccia sport ad alto livello sogna le Olimpiadi. Per arrivarci devo lavorare tanto e cercare di correggere i miei difetti». La strada è lunga, ma per Alessia l’avventura a cinque cerchi non è più così lontana.

Roberto Brambilla, «Alessia Iezzi, una Coppa del Mondo sognando Tokyo», in “Avvenire”, sabato 30 dicembre 2017, p. 24.

Sport 2 – Come cambia la geopolitica dello sport

Sport

Confrontare l’annata sportiva 2017 con gli ultimi vent’anni mostra un mappamondo in evoluzione: ecco le potenze in ascesa e quelle in declino L’Italia salvata da nuoto e scherma

Fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce. Così del 2017 dello sport tricolore più che i trionfi nelle discipline olimpiche – dal nuoto alla scherma passando per il canottaggio – verrà ricordata la disfatta della nazionale di calcio. Sul tetto del globo nel 2006, cancellata dalla cartina di Russia 2018: dalle stelle alle stalle in dodici anni. L’Italia arretra, gli emergenti avanzano. Non solo col pallone al piede.

Il calcio fornisce lo spunto per un viaggio nella geopolitica sportiva, tra potenze in declino e altre in ascesa. Il paragone è tra la stagione agli sgoccioli e gli ultimi anni del precedente millennio, dato che è dal 1998 che il Mondiale di calcio è con le attuali 32 squadre. Diciannove nazioni in lizza a Mosca e dintorni la prossima estate furono presenti anche in Francia quasi vent’anni fa. In tredici invece sono scomparse dai radar. Oltre all’Italia anche le nobili europee decadute Olanda e Romania, le sudamericane Cile e Paraguay e le allora emergenti Sudafrica e Stati Uniti. I nuovi ricchi del Vecchio Continente sono Portogallo, Polonia e la matricola Islanda, in Sudamerica sono cresciute Uruguay e Perù, l’Australia per sedersi stabilmente a tavola ha preso la cittadinanza asiatica, mentre l’America centrale racconta la favola dell’altra esordiente Panamà.

Fin qui il confronto sulle presenze, per gli altri sport il paragone è invece sui risultati. Nell’atletica a Siviglia 1999 l’Italia raccolse due ori e due argenti, piazzandosi sesta nel medagliere. Roba che confrontata col misero bronzo di Londra 2017 fa rabbrividire. Su pista e pedane il movimento tricolore ha fatto marcia indietro, mentre gli Stati Uniti sono sempre padroni. Kenya, Sudafrica e Francia salgono, la Russia perde la propria bandiera a causa del doping, la Germania non è più una potenza. Eppure il numero di Paesi è stabile: 42 sul podio in Spagna, 43 in Inghilterra, sempre da tutti i continenti. Scompaiono Ecuador, Mozambico e Algeria, spuntano Bahrein, Qatar e Venezuela.

Nel nuoto a Budapest 2017 hanno raccolto medaglie 29 Paesi, mentre a Perth 1998 furono 21. L’Italia ha fatto passi da gigante, passando da sei a sedici medaglie, una crescita percentuale superiore a quella dei titoli in palio, ma il piazzamento è rimasto il sesto. Stati Uniti sempre leader, Australia al tracollo, Francia in crescita, continente nero rappresentato da Sudafrica e Egitto.

Quattordici bandiere sventolarono sul podio dei Mondiali di ginnastica artistica di Tianjin 1999, quindici vessilli hanno garrito a Montréal due mesi fa. Del tricolore bianco-rosso-verde nessuna traccia in entrambi i casi: all’epoca dominava la Russia, oggi sugli attrezzi si parla cinese.

L’italiano è la lingua della scherma, con gli azzurri dominatori in luglio a Lipsia con 4 ori, un argento e un bronzo: tre metalli in più rispetto al due periodico di Seul 1999. In Corea del Sud si divisero le 42 medaglie 15 nazioni (11 europee), in Germania sono state 14 (nove europee): con fioretto, sciabola e spada la globalizzazione va a rilento.

Discorso diverso per il canottaggio dove cambiano gli addendi ma non la somma. Sul podio ci sono ancora i cinque continenti e, se le nazioni passano dalle 26 dell’Ontario 1999 alle 29 della Florida 2017, l’Italia da terza diventa prima. É stato quindi il remo la sorpresa azzurra nell’anno che si chiude. Al pari del ciclismo su pista: sul legno di Berlino 1999 l’Italia raccolse appena un bronzo, a Hong Kong in primavera è stato invece tris di colori.

Se il calcio piange, gli altri sport di squadra non ridono. Nel 1998 gli italiani della pallavolo furono campioni del mondo in Giappone, mentre all’ultimo Mondiale (Polonia 2014) sono stati eliminati al secondo turno. Sotto canestro gli azzurri furono sesti nel 1998 in Grecia, mentre nel 2014 in Spagna non hanno partecipato.

Tuffandosi nella neve, ai Mondiali di sci di Vail 1999 (8 squadre sul podio, Austria padrona) l’Italia rimase a bocca asciutta, mentre quest’anno da Sankt Moritz (12 medagliate, Wunderteam ancora in vetta) un bronzo è arrivato.

Nel 2018, che la vedrà spettatrice del Mondiale di calcio, l’Italia cercherà riscatto ai Giochi d’inverno. Due decenni or sono a Nagano (ultima apparizione a cinque cerchi di Alberto Tomba e Deborah Compagnoni) il raccolto fu di 5 ori, 8 argenti e 3 bronzi. Numeri sulla carta irripetibili a Pyeongchang. Su neve e ghiaccio il mondo è piccolo, tanto che a calpestare il podio olimpico sono stati finora solo 43 Paesi, di cui 10 extraeuropei: 2 nordamericani, 6 asiatici e 2 oceanici. Completamente assenti Africa e Sudamerica: gli equilibri geopolitici invernali resistono più di quelli estivi.

Tra Sydney 2000 e Rio 2016 le nazioni sul podio sono cresciute da 80 a 87 (le complessive sono più di 140, alcune non più esistenti), con 9 inni risuonati per la prima volta in terra carioca: quelli di Vietnam, Kosovo, Figi, Singapore, Porto Rico, Bahrein, Giordania, Tagikistan e Costa d’Avorio. All’ombra dei cinque cerchi estivi la foresta che cresce compone una fragorosa melodia.

Mario Nicoliello, «Come cambia la geopolitica dello sport», in “Avvenire”, sabato 30 dicembre 21017, p. 24.