Spettacoli 3 – Giovanni Scifoni, «Santo piacere»

scifoni

L’istinto è un alleato. Il vero problema è che «l’uomo beve senza sete». E si accontenta di surrogati di seconda e terza scelta percorrendo scorciatoie deludenti

Tutta colpa di un errore di traduzione. Un malinteso durato secoli, che ha generato a sua volta una lunghissima catena di malintesi, banalizzazioni moralistiche, scorciatoie semantiche, errori di metodo e di merito. Una svista apparentemente minuscola – l’equivoco riguarda il significato di due sillabe, il termine ebraico tavlin – ma letale, nel senso letterale di “portatrice di morte”, nemica della vita e della gioia. Per colpa di questo rovinoso malinteso – spiega Giovanni Scifoni nel suo ultimo esilarante, travolgente “one man show, Santo piacere, in scena al teatro Brancaccino di Roma fino al 3 gennaio – Origene non è diventato santo, anzi, si è rovinato la vita. E anche noi rischiamo seriamente di non diventare santi – cioè compiuti, perfecti, pienamente felici – e di rovinare la vita a noi stessi e a chi ci sta intorno. Ciascuno di noi, spiega Scifoni con la consueta allegra, pirotecnica profondità, rischia di fare lo stesso, anche se con metodi meno cruenti rispetto a Origene (che scelse l’evirazione per seguire alla lettera Matteo, 19,12) più sottili ma non meno pericolosi; anche un cristiano del ventunesimo secolo può cadere nell’errore di vedere il proprio corpo come un avversario fastidioso, un coinquilino molesto dell’anima.

L’istinto, invece, è un alleato, dice la prima scena del monologo, senza prediche ma solo con l’ausilio di una tuta da meccanico e una colonna sonora di vertiginosa, stellare bellezza. A lezione da un antenato “alla Flintstone”, scopriamo verità semplici e luminose, tanto evidenti quanto dimenticate, sepolte sotto ere geologiche e strati giurassici di paccottiglia travestita da alta filosofia. L’istinto è un alleato, la creazione è buona, dice la Bibbia. Il problema è che «l’uomo beve senza sete», avvelena da solo il pozzo delle sue sorgenti, distoglie lo sguardo troppo in fretta dalla vertiginosa profondità dell’amore e si accontenta di surrogati di seconda e terza scelta, e si abitua presto a percorrere scorciatoie deludenti.

«Non c’è sesso senza amore – si legge nelle note di regia – è solo il riff di una canzone o una verità assoluta?». Non è facile prendere sul serio i propri desideri, guardarli per quello che sono, un varco verso l’infinito. «Dio ha riempito il suo mondo di piaceri. Li ha inventati lui i piaceri. E gli è piaciuto inventarli. Ma il piacere senza limiti è mostruoso, doloroso. E se il piacere fosse legato proprio al suo limite?».

Le variazioni sul tema del sesto comandamento procedono in un crescendo di ritmo e risate, dribblando con classe le pozzanghere della battuta facile, pescando a piene mani nell’immaginario di chi è stato ragazzino negli anni ottanta: in scena, Fregoli-Scifoni evoca Lupo Alberto e Cannelle, la testimonial delle Morositas, parla con la goffa dolcezza di don Mauro, prete di campagna veneto con un debole per i proverbi incomprensibili e i corsi parrocchiali buoni per tutte le stagioni, e la saggezza di Rashid, pizzaiolo egiziano che ha letto l’Humanae vitae.

Fino allo struggente finale, in cui lo splendore dell’amore umano è descritto come una lampadina che non si brucia mai, contrapposta a una metaforica, triste scatoletta di tonno (non spieghiamo oltre per evitare spoiler guastafeste a chi deve ancora vedere lo spettacolo). «“Antidoto alle passioni è la parola di Dio”, ha letto Origene, sbagliando tutto. Non antidoto ma spezia!» grida Rashid alias Scifoni. «Tavlin significa anche spezia, qualcosa che aggiunge sapore. Condimento delle passioni è la parola di Dio». Il problema è che non ci fidiamo di Chi ci ha creati; non crediamo fino in fondo che ci possa rendere molto, molto più felici di quello che possiamo immaginare.

Silvia Guidi, «Quella spezia che rende tutto più buono. La gioia (umana e divina) dell’amore nell’ultimo spettacolo di Giovanni Scifoni», in “L’Osservatore Romano”, mercoledì-giovedì 2-3 gennaio 2019, p. 4.

Annunci

Spettacoli 2 – Mirkoeilcane. Talento di razza

mirkoeilcane

«Che poi a chiamarla barca ci vuole un bel coraggio / stare in tre seduti in mezzo metro di spazio/ e come me altri duecento tutti intenti a pregare/ e io vorrei soltanto alzarmi e palleggiare». Mentre le onde del mare si fanno sempre più minacciose, un bambino di 7 anni che sogna di fare il calciatore cerca di resistere alla paura, ma alla fine cede, «non ho forza, chiudo gli occhi e non so neanche nuotare».

Ha fatto piangere la giuria di Sarà Sanremo di Rai 1, che lo ha promosso all’Ariston con la sua Stiamo tutti bene, ed è pronto a dare un cazzotto nello stomaco al grande pubblico del Festival (6-10 febbraio) il cantautore Mirkoeilcane, alias Mirko Mancini, 31 anni da Roma. Sfiderà gli altri 8 concorrenti della categoria Nuove Proposte del Festival con un commovente e graffiante brano narrato alla Faletti con echi di Samuele Bersani su un tappeto sonoro cinematografico, ma assolutamente originale, che racconta il dramma di un viaggio della morte visto con gli occhi ingenui di un bambino.

«Nasce da un racconto vero che ho sentito da un ragazzo africano incontrato per caso all’uscita da un locale. Mi aveva colpito come mi raccontasse cose di una estrema atrocità e violenza, il suo viaggio in mare in condizioni disumane, ma con il sorriso e una allegria che mi hanno fatto scattare scintilla» ci spiega Mirko mentre sta provando gli archi con il maestro Fio Zanotti che lo dirigerà al Festival sul brano prodotto da Steve Lyon. Ne è nato di getto un brano fuori da ogni retorica «con cui spero di far riflettere anche chi non ha mai pensato a una situazione che nessuno può permettersi di ignorare: in mare c’è gente che muore».

La paura di essere banale nell’affrontare un tema troppo spesso abusato, viene superata dal cantautore mettendosi nei panni di un bambino. «È stato un viaggio con me stesso, sono ritornato bambino io per immaginare queste cose in prima persona. Non è una canzone politica, non ci sono schieramenti, è la cronaca di un viaggio».

Un brano anche musicalmente atipico per gli standard festivalieri, che Mirko non si aspettava assolutamente potesse essere ammesso all’Ariston, ci spiega tradendo un pizzico di emozione negli occhi azzurri da gattone romano. «Sanremo è un rischio per uno come me abituato a scrivere canzoni ironiche e polemiche sulla società. Sono felice di andarci ma a modo io: quando mi rivedrò fra 30 anni almeno non mi metterò le mani in faccia».

La canzone farà parte del nuovo album dedicato a tematiche sociali e ai rapporti affettivi, espressi con tocco ironico da Mirkoelcane che ha avviato nel 2016 la carriera da solista dopo aver lavorato per altri artisti lavorando come chitarrista in studio sia su dischi sia per spot e sigle tv, e componendo diverse colonne sonore fra cui quella del film I peggiori di Vincenzo Alfieri.

Nello stesso anno il giovane cantautore vince una sfilza di premi di qualità dal Premio Bindi al premio Incanto sino all’ultimo premio Musicultura per il brano Per fortuna che critica l’eccessivo uso delle tecnologie. Sempre l’estate scorsa si fa conoscere con un divertente brano sulle smanie per la villeggiatura Epurestestate, che finirà nel nuovo album. Non male per uno studente dell’istituto tecnico col pallino della chitarra, perfezionata al Saint Louis College of Music di Roma («volevo diventare il più grande chitarrista del mondo» sorride), figlio della maestra Anna e dell’autista di autobus turistici Umberto, che insieme alla sorella Jennifer e all’adorata nonna Maria costituiscono il suo mondo degli affetti. «Una bella famiglia unita, sono stato molto fortunato» ammette Mirko che però nemmeno a loro ha svelato il perché del suo nome d’arte Mirkoeilcane: «È un segreto».

Ma se la musica del cuore è quella dei Beatles e di Jeff Beck, le parole fondamentali per la sua formazione cantautorale, oltre a quelle di grandi come Francesco De Gregori e Ivano Fossati, sono quelle della scuola romana di Max Gazzé, Daniele Silvestri e Niccolò Fabi. E proprio alla sua Roma nel prossimo album, dedicherà un brano in dialetto, Non t’ho mai vista Roma da qui. D’altronde nel suo omonimo album d’esordio c’è una certa sfiducia, come scrive nel libretto, per la città in cui è nato che definisce «presuntuosa» e per la sua Nazione che ringrazia «per la superficialità e le inesistenti prospettive».

«Nell’altro disco ero molto arrabbiato, era un momento in cui mi era crollato tutto addosso. Nel nuovo album sono più cosciente» aggiunge raccontando che «nelle canzoni che ho scritto sinora sono solito prendermela con tutti, ma a fin di bene, cerco di proporre delle soluzioni».

C’è quindi una nuova via per il cantautorato italiano oggi? «La mia l’ho presa come una missione, riuscire a convincere le persone ad ascoltare musica non impacchettata – afferma appassionato –. È evidente che c’è una tipologia di musica nei supermercati e nelle radio che è commerciale, e io che sono amante dei cantautori e delle parole, di arte ne vedo poca».

La parola, quella fatta di poesia e anima, Mirko Mancini la scopre nell’adolescenza. «Ero piccolo, avendo pochissima memoria ero solito scrivermi quello che mi succedeva. Il mio diario da adolescente a un certo punto ha cominciato a cambiare forma: la prima canzone è nata da una forte passione per la lettura e la scrittura». Passione che lo spingeva a passare interi pomeriggi a frugare negli scaffali di casa e a leggere i grandi classici italiani e stranieri, passando da Bukowski a Stefano Benni. «Il libro che mi ha cambiato la vita è L’uccello che girava le viti del mondo dello scrittore giapponese Haruki Murakami – spiega Mirkoeilcane –. Mi ha scosso. Ho capito la forza che posso assumere le parole inserite in un certo contesto. La mia voglia di denunciare? Occorre un minimo di sensibilità altrimenti non si è mai scossi da niente. Parlo spesso della superficialità delle persone perché ci rimango male. La sindrome di Peter Pan non mi piace».

Angela Calvini, «Mirkoeilcane. Talento di razza», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 20.

Spettacoli 1 – «Ticket to ride-Trilogia Beat»: Inno alla cultura pop degli Anni ’60

Tiket to ride

Un cast eccezionale, le canzoni dei Fab Four, una regia ricca di vigore e fantasia: lo spettacolo di Emilio Russo è puro entusiasmo

Barbara Begala, Eugenio Fea, Helena Hellwig, Leda Kreider, Dario Mené, Martina Sammarco, Maria Vittoria Scarlattei, Jacopo Sorbini, Chiara Tomei, Josefina Torino, Francesca Tripaldi, Emanuele Turetta: la recensione inizia con l’elenco dei nomi, completo, di tutti gli attori. Uno più bravo dell’altro. Cantanti, che avranno studiato recitazione, pensavo all’inizio, dato il livello musicale, perentorio e gioioso. No, mi accorgo poco dopo, attori che cantano benissimo, e danzano, come in Inghilterra e Stati Uniti è normale, anzi ovvio, da noi forse meno. Spettacolo musicale, ma non usiamo la parola musical, che vale solo per la scena americana, e poi inglese. Data la natura del lavoro di cui ci stiamo occupando è arduo, anzi impossibile, individuare ruoli, personaggi precisi, e di conseguenza interpreti: Ticket to ride, scritto e diretto da Emilio Russo (in scena fino al 31 dicembre al Teatro Menotti, Milano), è uno spettacolo teatrale in cui si fondono parole e musica, in una giostra danzante, dove come al circo i volti e i corpi mutano e si alternano in un vortice felice.

Nomino tutti gli attori, giovani, bravi, generosi, intelligenti (una di loro, rossovestita, sarebbe una superba lettrice di poesia) come si elencano i campioni di una squadra di calcio primavera, un gruppo in cui intuisci o speri di vedere qualche futuro campione, ma certo dove nessuno manca il suo compito. L’omaggio ai Beatles di Emilio Russo è prima di tutto un euforizzante spettacolo di vitalità e nostalgia, augurale per l’anno in arrivo, in un clima più che mai tragico, come quello di oggi, e purtroppo debole di risposte sociali potenti come fu quella dei giovani americani e poi europei al tempo della guerra del Vietnam, della cultura bellica, del razzismo non ancora sconfitto. Oggi è peggio: oltre al razzismo ben nutrito e pimpante, alla rinascita disgustosa delle apologie fasciste, è rinato lo schiavismo, quello serio, scientifico, all’antica, come questo giornale testimonia da anni. E non vediamo cortei, folle di giovani anche ingenui, ma certo benefici, a sfilare gridando “Love and Peace”, amore e pace.

Ma il felice spettacolo scritto da Emilio Russo, che ne cura la regia come uno scenografo, un maestro di canto, uno dei Togni o degli Orfei, magico e semplice, spara nel pubblico un’overdose di speranzosa allegria

Il testo di Russo, convinta apologia di una ribellione giovanile attraverso la musica (i Beatles, come gli inarrivabili Stones, come il Boss, i Pink Floyd, come Neil Young e Melanie e Janis Joplin, sono eredi di Orfeo, con stille di Dioniso), diviso in due parti, la prima in India e genericamente Oriente, la seconda in un salotto un po’ eliotiano, con eleganza e alcool in eccesso (e disagio, e vuoto che i giovani e i Beatles vogliono mutare in pieno), suscita un crescendo emotivo che rende la musica necessaria, i Beatles balsamici.

Anche grazie al lavoro musicale di Andrea Salvadori. Russo regista è rigoroso e trascinante, Russo autore è efficace, semplice, originale e persino un po’ ingenuo: il che è un titolo di merito in una situazione autoriale del teatro italiano dove imperano due dogmi connessi: “minimalismo” e “non aver niente da dire”. Russo non fa “parlare il silenzio”, sa benissimo che quelle sono cose solo a Beckett concesse, data la natura fulgorea della sua parola. Non fa il nichilista “de’ noantri”, fa cantare e muovere dei bravi giovani attori, mostrando che può esistere teatro fruibile e appagante ma nello stesso tempo fedele al suo compito di spettacolare e a volte leggera conoscenza. Uscendo dal teatro ero felice.

Roberto Mussapi, «Energia e felicità: i Beatles oggi sono più necessari di ieri», in “Avvenire”, sabato 30 dicembre 2017, p. 23.