Rifiuti ed ecoreati 19 – Campania violata. Terra dei roghi, un disastro annunciato

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La Commissione ecomafie già 16 anni fa presentò in Senato una relazione catastrofica sull’emergenza causata dall’incendio dei rifiuti nella provincia di Caserta: risultavano contaminati mangime, foraggio, latte e derivati.

«La combustione dei rifiuti, pericolosi e non, sprigiona altissime colonne di fumo nere e dense. I mezzi a disposizione degli ecocriminali, per tali devastazioni, sono rudimentali ma efficaci. Bastano, solitamente, pneumatici fuori uso, stracci e taniche di benzina». Non è la descrizione odierna della “terra dei fuochi”, quella che stiamo raccontando da tre settimane. È, invece, quello che scriveva otto anni fa la Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, meglio nota come Commissione ecomafie.

Era il 28 luglio 2004 e nella “Relazione sull’attività della commissione”, a pagina 53, c’era un paragrafo intitolato “L’emergenza diossina nella provincia di Caserta”. Con questi precisi riferimenti ai roghi dei rifiuti. «Materiale da bruciare c’è in abbondanza nelle campagne isolate. Qui i camion arrivano di notte e trovano ad attenderli persone fidate, senza le quali nessuno sarebbe capace di districarsi tra le stradine della campagna. Sono proprio questi fumi densi e neri che hanno originato la cosiddetta “emergenza diossina” nelle zone del casertano e napoletano».

Gli allarmi sulla “terra dei fuochi” sono dunque vecchissimi. Ben noti perfino al Parlamento. Almeno dal 1996, come vedremo. Ma inascoltati. Eppure la denuncia era chiarissima. «In seguito agli esami eseguiti su numerosi campioni di mangime, foraggio, latte e suoi derivati – si leggeva ancora – è emersa la presenza di una percentuale di diossina superiore di ben dieci volte i limiti fissati dalla normativa europea». Allarme preciso e documentato. Infatti, proseguiva la Commissione, «la diossina è la causa dell’inquinamento di una notevole estensione del territorio, in particolare tra i comuni di Marcianise ed Acerra da una parte, e Casal di Principe e Castel Volturno dall’altra».

Una storia comunque ancora più vecchia. Il 24 marzo 2004, nel corso delle audizioni della Commissione a Caserta, il direttore del dipartimento prevenzione della Asl Aversa Ce2, Pasquale Campanile, rivela: «Sin dal lontano 1994 abbiamo cominciato tutta una serie di ricerche miranti a verificare se, nelle produzioni zootecniche e nelle foraggiere destinate all’alimentazione del bestiame, vi fossero contaminanti ambientali di prevalente provenienza da discarica». Ebbene tali contaminanti c’erano, già 18 anni fa. «Abbiamo verificato – proseguiva Campanile – che, in presenza dei siti a più alta conurbazione ed a più alta concentrazione di micro e macrodiscariche – abusive e non; autorizzate e non –, la presenza di diossina in concentrazioni superiori alla media di tre picogrammi stabilita dal regolamento comunitario, era massiccia».

Quale il motivo? Di varie ipotesi, rivela il dirigente, «la più verosimile ci è sembrata l’abbruciamento massiccio di scorie, pneumatici, gomma e quant’altro».

Una situazione drammatica che era già stata segnalata al Parlamento fin dall’11 marzo 1996 nella Relazione conclusiva della Commissione, allora solo del Senato. «Di eccezionale gravità – scriveva ben 16 anni fa – si è rivelata la situazione riscontrata tra le province di Caserta e Napoli, in particolare nell’agro aversano e lungo la litoranea domiziano-flegrea, per la presenza di numerose discariche abusive di rifiuti, la cui gestione è direttamente riconducibile a clan della criminalità organizzata».

Due anni dopo la Commissione, divenuta bicamerale, nella Relazione sulla Campania approvata l’8 luglio 1998 aggravava l’allarme: «È stato accertato che analisi compiute su alcune colture di Villa Literno hanno evidenziato una concentrazione di metalli pesanti assai superiore ai limiti previsti dalla legge, determinando aumenti di neoplasie, soprattutto nella provincia di Caserta. Si tratta di una situazione da tenere sotto stretto controllo, adottando idonee misure e promuovendo indagini epidemiologiche specifiche, per accertare eventualmente la connessione tra tali episodi e gli smaltimenti illeciti di rifiuti nel territorio». Quattordici anni dopo la situazione si è aggravata come confermano proprio le indagini epidemiologiche.

Eppure la Commissione è tornata ad occuparsene altre due volte. Nella Relazione sulla Campania del 26 gennaio 2006 si legge: «È emerso un territorio martoriato per alcune significative porzioni, e visibilmente oltraggiato da lunghe e numerose colonne di fumo, sprigionate dai frequenti incendi di rifiuti, fonti incontrollate di inquinamento da diossina e, quindi, di pericolose alterazioni dell’intera catena alimentare».

Il 13 giugno 2007, in una nuova Relazione, la Commissione fa anche delle proposte, definendo «indilazionabile un programma di monitoraggio a carattere permanente avente ad oggetto la presenza e la concentrazione di diossina nei territori maggiormente colpiti dall’emergenza rifiuti nonché il livello di esposizione a rischio delle popolazioni residenti».

Questo cinque anni fa. Ma nulla è cambiato nella “terra dei fuochi” della quale è tornata a occuparsi anche l’attuale Commissione. Vedremo cosa scriverà nell’imminente nuova Relazione.

Antonio Maria Mira, «Campania violata. Terra dei roghi, un disastro annunciato», in “Avvenire”. martedì 31 luglio 2012.

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Protesta

Facebook ha bloccato tutti i mei articoli pubblicati nel mio “Il giardino dei miei pensieri” e che ho condiviso su facebook perché ritenuti non rispettosi degli “Standard  della community” (sic!!!). E tutto questo dopo che da diverso tempo condivido su facebbok quanto qui postato.

In che cosa, di grazia, avrei disatteso gli “Standard” di facebook? E questa non è censura bella e buona?

Indignato, a dir poco.

Lectio divina – VII Domenica del Tempo Ordinario – Anno

VIITOC

Prima lettura: 1 Samuele 26,2.7-9.12-13.22s.

In quei giorni, 2Saul si mosse e scese nel deserto di Zif, conducendo con sé tremila uomini scelti d’Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif. 7Davide e Abisài scesero tra quella gente di notte ed ecco, Saul dormiva profondamente tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra presso il suo capo, mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno. 8Abisài disse a Davide: «Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo». 9Ma Davide disse ad Abisài: «Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?».

12Davide portò via la lancia e la brocca dell’acqua che era presso il capo di Saul e tutti e due se ne andarono; nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò: tutti dormivano, perché era venuto su di loro un torpore mandato dal Signore.

13Davide passò dall’altro lato e si fermò lontano sulla cima del monte; vi era una grande distanza tra loro. 22Davide gridò: «Ecco la lancia del re: passi qui uno dei servitori e la prenda! 23Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore».

Gesù porta a piena fioritura il comandamento dell’amore dei nemici, offrendo anche il suo incomparabile esempio. Il testo della prima lettura mostra un antecedente veterotestamentario: Davide, risparmiando la vita di Saul che lo sta perseguitando, anticipa la nobiltà del perdono. Di più, mostra che esso è possibile, anche se oltremodo impegnativo.

Il cap. 26 è forse un doppione del cap. 24 che ripropone un analogo episodio di magnanimità di Davide verso il suo nemico. I fatti in breve: l’astro nascente di Davide che ha già dato prova di sé vincendo numerosi nemici, tra cui il gigante Golia, ha scatenato l’incontenibile gelosia di Saul che non tralascia occasione per tentare di eliminare colui che ora considera un minaccioso rivale. La loro amicizia di un tempo si è frantumata, miserevolmente annientata da quella specie di schiacciasassi che si chiama invidia e gelosia. Davide è costretto a fuggire e a vivere di espedienti, diventando un capobanda. L’episodio del brano odierno, ambientato nel deserto di Zif (una specie del deserto di Giuda), offre a Davide l’occasione di sbarazzarsi del suo persecutore. Il testo liturgico ha abbreviato il racconto selezionando i passi principali: ambientazione (v. 2), occasione propizia che mette Saul nelle mani di Davide; al suggerimento di uccidere il re, Davide oppone una motivazione religiosa (vv. 7-9), furto di lancia e brocca che si trovavano presso Saul, segno che Davide poteva eliminare il re (vv. 12-13), dichiarazione di Davide della sua volontà di non uccidere (vv. 22-23).

Il racconto presenta un gesto di rara magnanimità, ai limiti dell’eroismo. Davide costretto a vivere da fuggiasco, perseguitato politico e praticamente condannato a morte. Un’occasione propizia lo mette in condizione di eliminare il suo persecutore e tale è il suggerimento di Abisai, suo compagno d’armi: «oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo» (v. 8). Per Abisai la situazione è “provvidenziale”, voluta da Dio; lo documenterebbe anche il sonno che grava su tutti nell’accampamento (l’ebraico tardemah è lo stesso termine usato in Gn 2,21 per designare il sonno mandato da Dio su Adamo).

Davide dà una lettura diversa: Saul non è nemico, anche se gli è ostile, e soprattutto resta il «consacrato del Signore», cioè colui che Dio ha unto (“ungere” e “consacrare” sono lo stesso verbo e da qui viene anche il termine “messia”) con l’unzione della preferenza, scegliendolo tra molti altri; la motivazione teologica lo trattiene dal compiere un atto che, secondo il codice militare, rientrava nel lecito. Asportando la lancia (fino a poco tempo fa, presso i nomadi la lancia piantata indicava la presenza del capo) e la brocca d’acqua che si trovavano presso la testa di Saul, Davide documenta che il re era nelle sue mani e poteva ucciderlo. Le sue parole ribadiscono ed ampliano il concetto già espresso ad Abisai: egli rimette tutto nelle mani di Dio che renderà a ciascuno secondo le sue opere.

Davide rifugge da una giustizia sommaria o da un rischioso “fai da te”: è giustizia non attentare al consacrato di Dio, è lealtà rispettare il sovrano. Un bell’esempio di “amore per i nemici”, una rara perla nel mondo dell’AT tanto ricco di truculenta vendetta, una confortante assicurazione che, in nome di Dio e con il suo aiuto, è possibile orientarsi verso la strada impervia, ma redditizia, del perdono.

Seconda lettura: 1 Corinzi 15,45-49

Fratelli, 45il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita.

46Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.

47Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. 48Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti.

49E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uo-mo celeste.

Concluso con le due domeniche precedenti la questione sulla realtà della risurrezione, si inizia oggi ad affrontare il secondo problema, quello del modo della risurrezione. L’inizio, fuori dal testo liturgico, aveva addotto l’esempio del seme che non lascia presagire ciò che verrà; se esiste una continuità tra il seme e il suo frutto, esiste altresì una sostanziosa differenza (cfr vv.. 35-37). Paolo insiste di più sull’alterità che sulla continuità.

Tale insistenza si riflette anche nel nostro brano che mette a confronto, in una sorta di giustapposizione, il primo e l’ultimo Adamo e, di conseguenza, il corpo animale e quello spirituale (prima parte: vv. 45-47). Poi il confronto passa ai discendenti, quelli della terra e quelli celesti (seconda parte: vv. 48-49).

Quello animale (gr. psychikós) è quello animato dallo Spirito vivificatore. L’idea di corpo richiama la continuità con la realtà precedente, ma l’essere spirituale denota una sorprendente novità, consistente nell’essere risorti e quindi nell’essere partecipi della potenza dello Spirito di Dio e di Cristo (cfr Ez 37,1-14; Rm 1,4; 8,11).

Con un gigantesco arco capace di inglobare tutta la storia della salvezza, vengono ora messi a confronto Adamo, il primo uomo, con Cristo, uomo nuovo e novello Adamo. Pur restando nello stupendo miracolo della vita, la sproporzione balza evidente: mentre «il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente» (v.45a) «l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita» (v. 45b). Dall’ultima frase emergono due note cristologiche interessanti: la prima riguarda Cristo come «ultimo Adamo», quasi a dire che con lui la storia ha raggiunto il suo punto massimo; la seconda definisce, unico caso, Gesù come «spirito datore di vita». Il titolo è originalissimo. La definizione vale per Gesù a partire dalla sua risurrezione e significa, più che una semplice identificazione dinamica con lo Spirito Santo, una sua partecipazione alla più caratteristica funzione dello Spirito che è quella appunto di suscitare la vita, come attestato in numerosi passi (cfr Sal 104,30; Ez 37; Rm 1,4; 2Cor 3,6). Per questo lo Spirito non è più solo di Dio, ma anche di Cristo (cfr Gal 4,6; Rm 8,9). La capacità di donare lo Spirito denota la sua origine divina, diversa da quella puramente umana.

È Gesù risorto, uomo nuovo perché celeste, a ripristinare quell’immagine divina che il peccato aveva fatto sbiadire lasciando solo l’immagine dell’uomo della terra. La nostra vocazione e il nostro luminoso destino consistono nel conformarci alla «immagine dell’uomo celeste» (v. 49). Risuona il concetto di deificazione, tanto cara ai Padri della Chiesa: «se dunque l’uomo è divenuto immortale, sarà anche dio. Se nell’acqua e nello Spirito Santo diviene dio attraverso la rigenerazione del battesimo, dopo la risurrezione dai morti viene a trovarsi coerede di Cristo» (Discorso sull’Epifania, attribuito a s. Ippolito).

Nel contesto delle letture odierne, il brano indica che la capacità di amare i nemici e di perdonare attinge solo alla sorgente celeste dell’uomo nuovo, quello risorto, che, a imitazione di Cristo, diventa «datore di vita».

Vangelo: Luca 6,27-38

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 27«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, 28benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. 29A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. 30Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.

31E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. 32Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. 33E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. 35Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.

36Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.

37Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. 38Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Esegesi

Il cristiano che segue regolarmente il ciclo liturgico si accorge che il testo evangelico odierno continua la scia tracciata domenica scorsa: siamo nel contesto del discorso della pianura, omologo al discorso del monte di Matteo. Lo stralcio di oggi si potrebbe rappresentare come un’ellisse con due fuochi: «amate i vostri nemici» e «siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro». Sono due imperativi che, segnando le due partenze, smembrano e articolano il testo odierno (vv. 27-35 e vv. 36-38). Le due parti rispondono rispettivamente alle domande: che cosa? perché?

Alla domanda sul «che cosa»? risponde il primo imperativo: «amate i nemici»; esso inaugura una serie di frizzanti imperativi che alleggeriscono la vita cristiana, nel senso che le tolgono quel fardello che la rende tante volte invivibile. Il principio minimale «ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (v. 31) è un principio etico comune, di tipo “razionale” che non fa una grinza. Gesù lo accoglie per dilatarlo all’infinito, per riempirlo di contenuto così originale da renderlo un principio nuovo. È solo Luca, rispetto a Mt 5,44, ad aggiungere: «fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono» (vv. 27-28). Il cristiano amplia enormemente il suo orizzonte, fino a comprendere la zona off limits dei nemici.

La formula «amare i nemici» può essere sostituita dal verbo «perdonare». Un fremito attraversa il nostro corpo quando sentiamo questo verbo. Un campo immenso si spalanca davanti agli occhi. Per aiutare la retta comprensione, ricordiamo che perdonare non è semplice rimozione, né dimenticanza, né ignoranza di quanto è accaduto, né falsa etichetta appiccicata alle cose. Il perdono è capace di guardare in faccia la realtà, anche quella più cruda e ripugnante. Molto di più, l’amore/perdono opera sul versante positivo e il brano evangelico elenca concretamente una serie di interventi possibili: «fate del bene», «benedite», «pregate» (vv. 27-28).

Sorge immediatamente la domanda che rispecchia una comune e abituale difficoltà: non è istintivo amare i nemici. Perdonare è innaturale, bisogna riconoscerlo. Se uno mi ha fatto un torto o mi ha offeso, nasce in me l’antipatia, la rottura, l’allontanamento. E tutto viene naturalmente, senza il minimo sforzo. Il rancore e l’antipatia salgono dalle radici del nostro essere e sono alimentate dalla linfa maligna della nostra cattiveria. Senza essere pessimisti, sappiamo che il peccato ha lasciato tracce profonde nella nostra vita. Esistono poi ragioni psicologiche e sociali per non perdonare: «che figura ci faccio?», «che cosa diranno gli altri»…

Gesù richiede che si vada oltre il sentire comune, psicologico e sociale; di più, richiede che si vada oltre “il buon senso”, almeno quello comune della gente. Seguire Gesù richiede che siamo un po’ diversi dagli altri, da quelli che non conoscono e che non praticano il Vangelo. Non vogliamo distinguerci ad ogni costo. Dobbiamo tuttavia riconoscere con sincerità e con chiarezza che sul perdono si gioca uno dei tratti più tipici della nostra identità di cristiani. Il perdono è l’amore senza frontiere, il rischio di mettersi nelle mani dell’altro.

La seconda domanda è conseguenza immediata della prima: «Perché devo perdonare?». Abbiamo visto che le ragioni umane scarseggiano e addirittura sciamano. Occorre attingere a una fonte diversa che Gesù addita nel Padre celeste. Il motivo che adduce è squisitamente teologico: «siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro» (v. 36). La ragione ultima e profonda, praticamente l’unica accettabile, consiste nell’imitazione del Padre che perdona sempre e comunque, senza “ma” e senza “se”.

L’invito poi a non giudicare riguarda non l’attività giudiziaria e forense, ma la critica al prossimo e la sua condanna, come lascia intendere il v. 37. È l’invito a compiere quella sottile ma necessaria distinzione tra peccato e peccatore: il primo è da denunciare e da condannare, il secondo da accogliere, senza diventare però conniventi. Suggerisce saggiamente un testo conciliare: «il rispetto e l’amore deve estendersi pure a coloro che pensano e operano diversamente da noi […]. Certamente tale amore e amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene» (Gaudium et spes, 28). L’invito al perdono è invito alla magnanimità, al dono senza riserve, all’imitazione della generosità divina.

L’abbondanza e la generosità del perdono sono fissate nella icona del v. 38. Esso ricorre ad un’immagine che si capisce nel mondo orientale: il vestito, molto largo e chiuso in vita dalla cintura, diventa un comodo ricettacolo di «cose». Ancora oggi in oriente mettono ogni sorta di oggetti nel seno; da qui la raccomandazione: «Date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, poiché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio» (v. 38). Il perdono è la misura traboccante dell’amore e non dobbiamo temere a riversarla a piene mani sugli altri.

Non neghiamo la difficoltà di attuazione. Il perdono totale e irreversibile è solo di Dio. Invece l’uomo, anche quando riesce a perdonare conserva una specie di ruggine, o almeno, il ricordo negativo. Tante volte si sente dire: «non ci riesco, è più forte di me». Effettivamente il perdono non è istintivo e quando lo pratichiamo dobbiamo esercitare una non piccola violenza su di noi, o meglio, su una parte di noi stessi. Esistono meccanismi che rendono difficile il perdono: l’aggressività che c’è nell’uomo sembra frustata dal perdono, l’istinto di dominio non più gratificato, l’immagine positiva di noi stessi offuscata. Insomma, perdonando ci sembra di perdere qualcosa di noi stessi.

Pur con tutte queste difficoltà che non sono certo da sottovalutare, ribadiamo l’urgenza, la necessità e la bellezza del perdono. Il vero perdono è rinascita, liberazione, salvezza. Perdonare significa perdere qualcosa che ci è dovuto, dare parte di noi stessi agli altri, fare qualcosa non di superfluo, ma di necessario.

Dobbiamo sottoporci ad una vera e propria rieducazione all’amore, accettare di vivere un’ “illogica logica del perdono”. Saremo degni figli di quel Padre, prodigo di amore.

Meditazione

La liturgia odierna è molto esigente, dal momento che ci mette di fronte a questioni radicali, dal rispondere alle quali noi ci esimeremmo volentieri.

Il Vangelo affronta due problemi: perché amare? Come amare? Amare perché si è figli del Padre misericordioso («Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro») e si diventa veramente figli attraverso il cammino dell’amore. Tale amore non si dirige solo verso la cerchia ristretta di coloro che ci corrispondono, ma si dilata fino a raggiungere i nemici. Non possiamo pretendere che un altro smetta di essere nostro nemico, ma possiamo noi imparare a considerarlo con occhi diversi. Così facendo si spezza la spirale della violenza e dell’odio che tende a riprodursi in maniera simmetrica e si inserisce un elemento nuovo che è il riferimento alla fraternità misericordiosa di Dio che chiama tutti all’unità dell’amore. Oltre a essere così universale da abbracciare tutti, compresi i nemici, l’amore è presentato come assolutamente gratuito («Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete?»). Si sente in questa frase un’eco della cosiddetta legge del taglione, che suggerisce una sorta di proporzione tra il male che si riceve e quello che si restituisce all’altro di conseguenza. Analogamente si potrebbe supporre l’esistenza di una sorta di proporzione tra il bene ricevuto e quello che si restituisce. E invece no: il criterio dell’amore non è dare per ricevere, ma dare in maniera totalmente gratuita. Occorre ricordare che questa morale del Regno non si presenta prima di tutto come un imperativo, ma come un indicativo. Non è un imperativo categorico, ma prima di tutto Buona Novella, Vangelo, dono gratuito contenuto nel dono del Figlio.

La prima lettura ci insegna che un modo concreto per amare i nemici è quello di non diventare a nostra volta nemici di quelli che ci sono ostili. Come si diceva, non posso cambiare l’altro, ma posso lavorare su di me, sulle mie emozioni, sui miei sentimenti e risentimenti, per non incattivirmi, magari a ragione, nei confronti dell’altro. Davide, nel racconto tratto dal primo libro di Samuele, è vittima di un odio che Saul nutre senza motivo nei suoi confronti, quindi avrebbe esercitato il suo diritto se avesse reagito almeno in modo proporzionato. E invece Davide fa prevalere in sé la fede, cioè la relazione con Dio, e, di conseguenza, il rispetto e addirittura l’amore per il consacrato del Signore che lo sta cercando per ucciderlo.

Paolo nella seconda lettura esprime a sua volta un concetto analogo parlando dello Spirito vivificante che ci permette di diventare in pienezza immagine e somiglianza di Dio.

Dimenticare è perdonare

«Abele e Caino si incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano. Sedettero in terra, accesero il fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Alla luce della fiamma, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra, e, lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca, chiese che gli fosse perdonato il suo delitto.

Abele rispose: Tu mi hai ucciso, io ho ucciso te? Non ricordo più. Stiamo qui insieme come prima. “Ora so che mi hai perdonato davvero, disse Caino, perché dimenticare è perdonare”. Abele disse lentamente: “È così, finché dura il rimorso dura la colpa”».

Pregare per i propri nemici

I cristiani si ricordano a vicenda nelle preghiere (Rm 1,9; 2Cor 1,11; Ef 6,8; Col 4,3) e così facendo danno aiuto e forse salvezza a coloro per i quali pregano (Rm 15,30; Fil 1,19). Ma il testo decisivo sulla preghiera di compassione va al di là delle preghiere per i propri fratelli cristiani, per i membri della comunità, per gli amici e i parenti. Gesù dice senza possibilità di equivoci: «Io vi dico: amate vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» dicendo: «Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 25,54). Qui viene reso visibile il vero significato della disciplina della preghiera. Pregare ci fa portare al centro del nostro cuore non solo coloro che ci amano, ma anche quelli che ci odiano. Questo è possibile unicamente se siamo disposti a fare dei nostri nemici parte di noi stessi, convertendoli in tal modo innanzitutto nel nostro cuore. La prima cosa che siamo chiamati a fare quando pensiamo agli altri come a dei nemici, è pregare per loro. Non è davvero cosa facile.

Ci vuole disciplina per far entrare nel profondo del nostro cuore coloro che ci odiano o coloro verso i quali nutriamo sentimenti di ostilità. Le persone che ci rendono la vita difficile e ci causano frustrazione, dolore e anche danno, sono le ultime ad avere una probabilità di trovare posto nel nostro cuore. Eppure ogni volta che superiamo l’intolleranza nei confronti dei nostri antagonisti e siamo disposti ad ascoltare il grido di coloro che ci perseguitano, riconosciamo anche in loro dei fratelli e delle sorelle.

Pregare per i nostri nemici è, dunque, un evento concreto, l’evento della riconciliazione. È impossibile innalzare i nostri nemici alla presenza di Dio e contemporaneamente continuare a odiarli. Visti nel contesto della preghiera, anche il dittatore senza scrupoli e il torturatore perverso cessano di apparire come oggetto di paura, di odio e di vendetta, perché quando preghiamo siamo al centro del grande mistero della divina compassione. La preghiera trasforma il nemico in amico e per questo è l’inizio di una nuova relazione. Probabilmente non c’è preghiera tanto potente quanto quella per i nostri nemici. Ma è anche la preghiera più difficile, perché è la più contraria ai nostri moti naturali.

Questo spiega perché alcuni santi ritengono la preghiera per i nemici il principale criterio di santità.

J.M. Nouwen, Compassione.

“Io non ce la faccio”

«Per me Dio esisteva perché gli altri me lo dicevano: io Lo conoscevo con la ragione, ma non con il cuore, e infatti dopo l’uccisione di due miei fratelli ho sperimentato la morte dell’essere. Per anni ho vissuto con l’odio nel cuore e so di avere ucciso molti con l’odio e il rancore. Non credevo che Dio è amore: perché, se Dio è buono, permette questi fatti? Sono arrivata al punto di odiare pure la Chiesa, perché da essa volevo risposte; e proprio qui le ho trovate, durante una predicazione in cui mi si diceva che il Signore poteva darmi un cuore capace di amare i nemici. Ricordo in particolare una celebrazione penitenziale in cui il presbitero dal quale andai per confessare un malessere che in quel giorno avevo, perché avevo visto uno degli assassini dei miei fratelli, mi disse una frase che fu ed è un memoriale per me: “Sorella, la salvezza di quei fratelli dipende da te”. E alla mia risposta: “Io non ce la faccio”, rispose: “Non sei tu che andrai, ma Cristo”. Così è stato: il Signore ha mutato davvero il mio cuore e mi ha dato la gioia di poter stringere quelle mani e di stare anche a tavola con qualcuno di questi fratelli».

Luigi Accattoli, Cerco fatti di Vangelo

Il vento del perdono

Racconta una storia che due amici camminavano nel deserto. In qualche momento del viaggio cominciarono a discutere, ed un amico diede uno schiaffo all’altro. Addolorato, ma senza dire nulla, scrisse nella sabbia: «Il mio migliore amico mi ha dato uno schiaffo». Continuarono a camminare, finché trovarono un’oasi, dove decisero di fare un bagno. L’amico che era stato schiaffeggiato rischiò di affogare, ma il suo amico lo salvò. Dopo che si è ripreso, scrisse in una pietra: «Il mio migliore amico oggi mi ha salvato la vita». L’amico che aveva dato lo schiaffo e aveva salvato il suo migliore amico domandò: Quando ti ho ferito hai scritto nella sabbia, e adesso lo fai in una pietra. Perché? L’altro amico rispose: quando qualcuno ci ferisce dobbiamo scriverlo nella sabbia, dove i venti del perdono possano cancellarlo. Ma quando qualcuno fa qualcosa di buono per noi, dobbiamo inciderlo nella pietra, dove nessun vento possa cancellarlo.

Impara a scrivere le tue ferite nella sabbia ed a incidere in pietra le tue gioie!

Le parole più radicali del Vangelo

«Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano…» (Lc 6, 27). Queste parole esprimono non solo l’essenza della resistenza non violenta, ma anche il cuore della predicazione di Gesù. Se qualcuno vi chiede quali sono le parole più radicali del Vangelo, dovete rispondere senza esitare: «Amate i vostri nemici». Esse ci rivelano con la massima chiarezza il tipo di amore proclamato da Gesù. In esse abbiamo la più chiara espressione di ciò che significa essere discepoli suoi. L’amore per i propri nemici è la pietra di paragone del cristiano».

J.M. Nouwen, Lettere a un giovane

Amore del nemico

«Amare gli amici lo fanno tutti, i nemici li amano soltanto i cristiani». Queste parole di Tertulliano (Ad Scapulam 1,3), che vogliono esprimere la differenza cristiana, vertono significativamente sull’amore per i nemici.

Questo appare come vera e propria sintesi del Vangelo: se tutta la Legge si sintetizza nel comando dell’amore di Dio e del prossimo (Mc 12,28-33; Rm 13,8-10; Gc 2,8), la vita secondo il Vangelo trova il suo compimento nelle parole e nei gesti di Gesù che indicano nell’amore del nemico l’orizzonte della prassi cristiana. Dice infatti Gesù: «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano» (Lc 6,27; cfr. Lc 6,28-29.35; Mt 5,43-48) e tutta la sua vita – fino al momento della lavanda dei piedi anche a Giuda, colui che si era fatto suo nemico; fino alla croce, luogo del suo amore «fino alla fine» per i suoi (Gv 13,1); fino alla preghiera per i suoi carnefici mentre lo crocifiggevano (Lc 23,33-34) – attesta questo amore incondizionato rivolto anche al nemico. Il cristiano, chiamato ad assumere il sentire, il pensare, il volere di Cristo stesso (cfr Fil 2,5), si trova dunque sempre confrontato con questa esigenza.

Ma occorre chiedersi: è realmente possibile amare il nemico, e amarlo mentre manifesta la sua ostilità e inimicizia, il suo odio e la sua avversione? È umanamente possibile tale scandalosa simultaneità? L’esperienza infatti ci rivela che il fascino per l’assolutezza dell’amore del nemico svanisce in assoluta dimenticanza e diviene incapacità di dargli consistenza esistenziale di fronte alle precise e concrete situazioni di inimicizia. E forse già questo rappresenta un primissimo, e umanamente fondamentale, momento del cammino verso l’amore del nemico. Inoltre il cristiano è portato dal Vangelo a vedere in se stesso il nemico amato da Dio e per cui Cristo è morto: questa è l’esperienza di fede basilare da cui soltanto potrà nascere l’itinerario spirituale che conduce all’amore per il nemico! Scrive Paolo: «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo peccatori e nemici, Cristo è morto per noi» (cfr. Rm 5,8-10). Su questa esperienza di fede occorre innestare la progressività di una maturazione umana che conduce ad acquisire il senso positivo dell’alterità, la capacità dell’incontro, della relazione e quindi dell’amore.

Già l’Antico Testamento, quando invita l’israelita ad amare il prossimo come se stesso, propone una sorta di itinerario: «Io sono il Signore, non coverai odio verso tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore» (Lev 19,17-18). Anzitutto è richiesta l’adesione di fede a colui che è il Signore, quindi l’israelita è chiamato a impedirsi sentimenti di odio (atteggiamento negativo), poi a correggere colui che fa il male (atteggiamento positivo) proibendosi di farsi vendetta da sé (atteggiamento negativo) e amando così il suo prossimo come se stesso (atteggiamento positivo). All’amore si arriva attraverso un cammino, un esercizio.

L’amore non è spontaneo: esso richiede disciplina, ascesi, lotta contro l’istinto della collera e contro la tentazione dell’odio. Così si perverrà alla responsabilità di chi ha il coraggio di esercitare una correzione fraterna denunciando «costruttivamente» il male commesso da altri. L’amore del nemico non va confuso con la complicità con il peccatore! Anzi, proprio la libertà di chi sa correggere e ammonire chi compie il male nasce dalla profondità della fede e da un amore per il Signore che sono la necessaria premessa per l’amore del nemico.

Chi non serba rancore e non si vendica, ma corregge il fratello, è infatti anche in grado di perdonare: e il perdono è la misteriosa maturità di fede e di amore per cui l’offeso sceglie liberamente di rinunciare al proprio diritto nei confronti di chi ha già calpestato i suoi giusti diritti. Chi perdona sacrifica un rapporto giuridico in favore di un rapporto di grazia! Anche Gesù, quando chiede di amare il nemico, immette il credente in una tensione, in un cammino. Dallo sforzo per superare sempre di nuovo la legge del taglione, cioè la tentazione di rendere il male che si è ricevuto, il credente deve pervenire a non opporsi al malvagio, a contrapporre al male l’attivissima passività della non violenza, fidando nel Dio unico Signore e Giudice dei cuori e delle azioni degli uomini. Anzi, mossi dalla convinzione che il nemico è il nostro più grande maestro, colui che può veramente svelare ciò che abita il nostro cuore e che non emerge quando siamo in buoni rapporti con gli altri, i credenti possono obbedire alle parole del loro Signore che invitano a porgere l’altra guancia, a devolvere anche la tunica a chi vuole toglierci il mantello…

Ma perché tutto questo sia possibile è indispensabile ciò che sempre è ricordato dai Vangeli accanto al comando di amare i nemici, e cioè la preghiera per i persecutori, l’intercessione per gli avversari: «Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Mt 5,44). Se non si assume l’altro – e in particolare l’altro che si è fatto nostro nemico, che ci contraddice, che ci osteggia, che ci calunnia – nella preghiera, imparando così a vederlo con gli occhi di Dio, nel mistero della sua persona e della sua vocazione, non si potrà mai arrivare ad amarlo! Ma deve essere chiaro che l’amore del nemico è questione di profondità di fede, di «intelligenza del cuore», di ricchezza interiore, di amore per il Signore, e non semplicemente di buona volontà!

E. Bianchi, Parole della spiritualità.

La più grande sapienza

Guardate per quale via Dio va verso gli uomini, verso i suoi nemici. È la via che la Scrittura stessa chiama stoltezza, la via dell’amore sino alla croce. Riconoscere la croce di Gesù Cristo come l’invincibile amore di Dio verso tutti gli uomini, verso di noi come verso i nostri nemici: questa è la più grande sapienza. O crediamo che Dio ami noi più di quanto ama i nostri nemici? Crediamo forse di essere i beniamini di Dio? La croce non è proprietà privata di nessuno: essa appartiene a tutti gli uomini, ha valore per tutti. Dio ama i nostri nemici – ecco quel che ci dice la croce – per loro egli soffre, per loro conosce la miseria e il dolore, per loro ha dato il suo Figlio amato. Per questo è di capitale importanza che dinanzi a ogni nemico che incontriamo, subito pensiamo: Dio lo ama, per lui Dio ha dato tutto. Anche tu, ora, dagli ciò che hai: pane, se ha fame; acqua, se ha sete; aiuto, se è debole; benedizione, misericordia, amore. Ma lo merita? Sì. Chi infatti merita di essere amato, chi è bisognoso del nostro amore più di colui che odia? Chi è più povero di lui? Chi più bisognoso di aiuto, chi più bisognoso di amore del tuo nemico?

Hai mai provato a considerare il tuo nemico come qualcuno che, in fondo, ti sta dinanzi nella sua estrema povertà, e ti prega, senza poter dar voce alla sua preghiera: «Aiutami, donami quell’unica cosa che mi può ancora essere di aiuto a liberarmi dal mio odio, donami l’amore, l’amore di Dio, l’amore del Salvatore crocifisso»? Tutte le minacce, tutti i pugni protesi sono in definitiva un mendicare l’amore di Dio, la pace, la fraternità. Tu respingi il più povero dei poveri, lo metti alla porta, quando respingi il tuo nemico […]. Il carbone ardente brucia e fa male, quando ci tocca. Anche l’amore può bruciare e far male. Ci insegna a riconoscere quanto miseri siamo. È il dolore bruciante del pentimento quello che si fa sentire in colui che, nonostante l’odio e le minacce, trova solo amore, nient’altro che amore: Dio ci ha fatto conoscere questo dolore. Quando lo abbiamo sperimentalo, ecco, è scoccata l’ora della conversione.

D. Bonhoeffer, Memoria e fedeltà

Preghiera
O Signore, volgi il tuo sguardo benigno
su di noi, tuo popolo,
e comunicaci il tuo amore:
non come un’idea o un concetto,
ma come un’esperienza vissuta.
Noi possiamo amarci gli uni gli altri
solo perché tu ci hai amati per primo.
Facci conoscere questo primo amore
così che possiamo vedere ogni amore umano
come un riflesso di un più grande amore,
un amore senza condizioni e senza limiti.
Amen.

Il Santo del giorno/2 febbraio – Santa Giovanna de Lestonnac

Santa Giovanna

Santa Giovanna de Lestonnac fu una madre che si fece carico delle ragazze bisognose proprio come si era fatta carico dei propri figli.

Era nata a Bordeaux nel 1556; la madre la affidò a precettori calvinisti, ma lei sentiva la chiamata alla vita da religiosa. Nel 1573, però, sposò Gastone de Montferrand con il quale ebbe sette figli (tre morti in tenera età). Nel 1597 rimase vedova e, dopo aver visto crescere i figli, nel 1603 entrò a Tolosa tra le “Feuillantines”, le “Fogliantine”, ma per motivi di salute dovette lasciare il monastero. Nel 1605 a Bordeaux si offrì come volontaria per assistere i malati di peste: capì che la sua strada era in mezzo ai bisognosi e non dietro la grata. Nasceva così l’Ordine di Nostra Signora per l’educazione delle fanciulle; Giovanna pronunciò i voti solenni nel 1610. Morì nel 1640.

Matteo Liut, «Accanto alle ragazze da autentica madre», in Avvenire”, venerdì 2 febbraio 2018, p. 2.

Il Santo del giorno/1 febbraio – San Severo di Ravenna

sansevero

Un giorno improvvisamente Dio irrompe in una vita semplice, senza grandi prospettive, e la trasforma in una radice di santità. È questo, in sintesi, ciò che secondo gli agiografi medievali successe a san Severo di Ravenna, un lanaiolo divenuto 12° vescovo della sua città.

I dati biografici non hanno riscontri storici ma sono stati trasmessi dalla tradizione e dal culto, che unisce l’Emilia Romagna, la Toscana e le Marche e la Germania. Alla morte del vescovo di Ravenna, Marcellino, anche Severo – che forse era sposato – si recò in Cattedrale per vedere chi sarebbe stato il successore, ma una colomba si posò sul suo capo e per tutti questo il segno che li spinse a scegliere lui quale pastore della comunità. Abbiamo un riscontro storico della sua presenza al Concilio di Sardica (l’odierna Sofia) nel 342-343. Dopo la morte fu sepolto nella zona di Classe.

Matteo Liut, «Un semplice lanaiolo divenuto vescovo», in “Avvenire”, giovedì 1 febbraio 2018, p. 2.

Migranti 18 – Odissea di Capodanno: 49 vite lasciate a «bagnomaria»

migranti18

Da dodici giorni vagano nel Canale di Sicilia le navi delle due Ong. Appello Onu: «Devono essere sbarcati subito. Poi trovare soluzioni per il ricollocamento». I volontari: «Delusi anche dalle autorità tedesche»

Dal 22 dicembre aspettano che qualche Paese europeo offra un porto e un possibile ricollocamento per 49 migranti. Fino ad ora nessuno si è fatto avanti.

La nave di salvataggio “Professor Albrecht Penck” della Ong tedesca Sea Eye, con 17 persone salvate lo scorso 29 dicembre, intanto «è entrata nelle acque territoriali di Malta». Ma non può avvicinarsi alla costa. Lo riferisce Lifeline, l’Ong di Dresda in vista del serio peggioramento delle condizioni meteo. Alla lontana, invece, viene tenuta la “Sea Watch 3”, che a bordo ha 32 stranieri. «La nostra nave non è attrezzata per ospitare le persone per un lungo periodo», ha dichiarato il team medico in un video pubblicato su Twitter. Il vascello è progettato «per il soccorso medico e per la prima assistenza, non per ospitare le persone a bordo per un periodo così lungo. Al momento i migranti stanno bene ma i rischi aumentano, dalle possibilità di contrarre malattie alla carenza di approvvigionamenti». Ieri a causa del forte vento tutte le persone sono state ammassate all’interno, in spazi ristretti e in condizioni che si stanno rivelando difficilmente sopportabili.

Lunedì l’Acnur ha sollecitato una rapida soluzione alla crisi dei rifugiati e migranti attualmente bloccati nel Mar Mediterraneo. A bordo della nave Sea Watch si trovano 32 persone dal 22 dicembre, mentre altre 17 sono state salvate dalla Sea Eye il 29 dicembre. L’Agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati ha chiesto agli Stati europei di offrire un «porto sicuro» (escludendo così qualsiasi possibilità di una cooperazione con la Libia, ritenuta al contrario un luogo «non sicuro») e garantire lo sbarco alle due navi che trasportano anche donne, minori non accompagnati e bambini piccoli. «Il tempo stringe. Per le prossime ore si prevede mare mosso ed è probabile che le condizioni a bordo delle due navi si deterioreranno», informano dalla Ong.

Nei giorni scorsi 30 Comuni tedeschi si sono offerti di accogliere i migranti, ma occorre che prima vengano sbarcati. Ma il capo della missione, Jan Ribbeck non è ottimista: «Siamo delusi dal comportamento del centro di coordinamento del soccorso marittimo di Brema: non hanno dichiarato né verbalmente né per iscritto di condividere la nostra visione, ma si sono limitati a dirci di seguire gli ordini dei libici». Sea Eye spiega che i propri volontari si sono «opposti alla consegna delle persone soccorse alla Guardia costiera libica» perché avrebbe rappresentato una «violazione delle leggi internazionali».

I negoziati per capire quali Stati li accoglieranno «dovranno avere luogo solo dopo che le persone soccorse siano al sicuro a terra», ha dichiarato Vincent Cochetel, inviato speciale dell’Acnur per il Mediterraneo centrale. Una precisazione che sottintende una denuncia: sulla pelle dei migranti, infatti, si sta giocando una partita politica all’interno della Ue, incuranti delle condizioni in cui le persone soccorse si trovano. Specialmente dopo che la riduzione degli arrivi non ha fatto diminuire i rischi per chi affronta le traversate.

A fronte di una significativa compressione nel numero di sbarchi, oltre 2.140 persone sono morte o risultano disperse nel 2018 nel tentativo di raggiungere l’Europa attraversando il Mediterraneo, ribadisce l’altro commissariato Onu, che ha rinnovato la gratitudine alle organizzazioni umanitarie che svolgono attività di ricerca e soccorso in mare.

Le partenze dalla Libia e dalla Tunisia sono senza sosta: 69 persone sono state soccorse dalla Guardia costiera di Malta il 30 dicembre, mentre 45 sono stati intercettati e riportati a terra dalle motovedette tunisine.

Per l’Acnur «nel 2019 c’è un bisogno sempre più urgente di mettere fine all’approccio “nave per nava” attualmente in uso, ed è necessario che gli Stati adottino un accordo regionale che permetta ai capitani di sapere con chiarezza e prevedibilità dove far sbarcare i rifugiati e i migranti soccorsi nel Mediterraneo».

Nello Scavo, «I 49 migranti dimenticati da tutti. Ancora nessun porto per le due Ong tedesche Sea Watch 3 e Sea Eye: la situazione è ormai molto critica. L’allarme dei medici e degli operatori a bordo: temiamo per la salute dei profughi e le condizioni meteo», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 9.

Un segnale da Malta: salvate 180 persone

Malta ha portato in salvo 180 migranti da due barche in difficoltà. L’Esercito maltese ha fatto sapere che una nave di pattuglia ha salvato 28 persone da un gommone a circa 130 chilometri a sud ovest dell’isola, prima di salvarne altre 152 da una barca di legno più a sud. Tutti i migranti provenivano dalla Libia. Domenica Malta aveva portato in salvo altri 69 migranti da una nave in difficoltà.

Nonostante questo La Valletta continua a rifiutare l’accesso alle navi delle Ong, come del resto hanno fatto altri Stati come Italia, Spagna, Paesi Bassi e Germania.

I numeri degli arrivi nel 2018

23.370
I migranti sbarcati in Italia: -80,42% rispetto al 2017
3.534
I minori stranieri non accompagnati arrivati nel 2018
135.858
Gli stranieri presenti nelle strutture di accoglienza
12.977
Il numero di stranieri provenienti dalla Libia nel 2018
2.140
Le persone morte o disperse nel 2018 nel Mediterraneo

Da “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 9.

È accaduto…19 – Trecento celebrità contro le molestie

E' avvenuto... e avviene

Los Angeles. Le celebrità di Hollywood, sull’onda del caso del produttore Harvey Weinstein, unite contro le molestie sessuali. Oltre 300 fra attrici, sceneggiatrici e personalità del mondo del cinema hanno lanciato un progetto per combattere “Time’s up” che prevede un fondo per il sostegno legale a donne e uomini molestati sessualmente sul posto di lavoro. Fra i membri di “Time’s up” figurano Kate Blanchett, Ashley Judd, Natalie Portman e Meryl Streep, la presidente di Universal Pictures Donna Langley, la scrittrice femminista Gloria Steinem, l’avvocato ed ex capo dello staff di Michelle Obama Tina Tchen e la co-presidente della Fondazione Nike, Maria Eitel.

«Trecento celebrità contro le molestie», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 14.