Sante e Santi Francescani/16 – Sant’Agnese di Boemia (1211-1282) – Religiosa del Secondo Ordine – 2 marzo

agnese di boemia

Agnese, tredicesima figlia del re di Boemia (ora repubblica Ceca) Primislao Ottocaro I e della regina Costanza, sorella di Andrea II re d’Ungheria, nasce nel castello reale di Praga nel 1211. È imparentata con le principali famiglie reali dell’Europa centrale e della Danimarca: da parte del padre proviene dal celebre casato dei santi boemi Ludmilla e Venceslao (entrambi suoi avi), da parte della mamma è imparentata con la duchessa di Slesia (la futura Santa Edvige), cognata dello zio Andrea II; santa Elisabetta d’Ungheria, figlia di Andrea II, è sua prima cugina, mentre da parte del fratello Ottocaro II è imparentata con santa Margherita d’Ungheria.

Come di consueto per i figli di case regnanti, su di lei si intrecciano progetti matrimoniali in funzione di alleanze politiche.

All’età di tre anni, accolta nel monastero delle monache cistercensi di Trzebnica, è affidata alle cure della duchessa di Slesia (la futura santa Edvige) che le insegna le verità fondamentali della fede, le prime preghiere e la forma alla vita cristiana.

All’età di sei anni è ricondotta a Praga, e poi affidata alle monache premonstratensi (Canoniche bianche) di Doksany per la sua conveniente istruzione.

Nel 1220, a nove anni, in qualità di promessa sposa di Enrico VII, figlio ed erede dell’imperatore Federico II di Svevia, è condotta a Vienna presso la corte del duca d’Austria per ricevere una formazione adeguata ad una futura sovrana. Rimane a corte fino al 1225, mantenendosi sempre fedele ai principi e ai doveri della vita cristiana.

Rescisso il patto di fidanzamento dallo stesso Enrico VII, che, in modo imprevisto, sposa Margarethe Babenberg, figlia del duca Leopoldo VI d’Austria, Agnese ritorna a Praga e si orienta con sempre maggiore decisione verso una vita di consacrazione, malgrado le varie proposte nuziali che la inseguono, come quella del re inglese Enrico III e quella di Federico II presentata prima al re Ottocaro nel 1228 e una seconda volta al re Venceslao nel 1231.

Il Pontefice Gregorio IX (Ugolino dei Conti di Segni, 1227-1241), al quale Agnese chiede protezione, interviene riconoscendo il voto di castità della giovane principessa boema, che in tal modo acquista la libertà e la felicità di consacrarsi a Dio libera dai sotterfugi del mondo secolare.

Grazie ai Frati Minori che giungono, predicatori itineranti, a Praga, Agnese viene a conoscere la vita spirituale che conduce in Assisi la vergine Chiara secondo lo spirito di San Francesco. Ne rimane affascinata e decide di seguirne l’esempio.

Con i propri beni dinastici fonda a Praga, nel biennio 1232/33, il primo convento di Frati Minori e, annesso al convento, un ospedale per i poveri: per la sua gestione, crea una confraternita laicale (detta dei Crocigeri della Stella Rossa) che ne 1237 sarà elevata dal pontefice al rango di ordine religioso. Nel 1234 fonda un monastero di clarisse (“Sorelle Povere o Damianite”) sulle rive della Moldava e Santa Chiara vi invia cinque delle sue religiose. Agnese stessa vi si ritira l’11 giugno 1234, festa della Pentecoste, accompagnata da alcune giovani della nobiltà boema.

Agnese professa i voti solenni di castità, povertà ed obbedienza, pienamente consapevole dei valori eterni di questi consigli evangelici, e si dedica a praticarli con esemplare fedeltà per tutta la vita. La verginità finalizzata al regno dei cieli costituisce l’elemento fondamentale della sua spiritualità, coinvolgendo tutta la profondità affettiva della sua persona nella consacrazione all’amore indiviso e sponsale a Cristo. Lo spirito di povertà, che già in precedenza l’aveva indotta a distribuire ai poveri i suoi beni, la conduce a rinunciare totalmente alla proprietà dei beni della terra per seguire Cristo povero, nell’Ordine delle “Sorelle Povere”. Ottiene inoltre che nel suo monastero si pratichi addirittura l’esproprio collettivo. Lo spirito di obbedienza la conduce a conformare sempre più la sua volontà a quella divina che va scoprendo nella lettura del Vangelo e nella Regola di vita che la Chiesa le ha donato.

Probabilmente grazie ai frati, Agnese riesce ad entrare in contatto direttamente con Chiara d’Assisi, con la quale ha un intenso scambio epistolare di cui ci restano quattro lettere. Le due donne non si incontreranno mai, ma l’amicizia tra questa figlia della più alta nobiltà di stirpe regale e la figlia di Favarone di Offreduccio cavaliere di Assisi rappresenta una delle pagine più belle della storia del movimento religioso femminile del XIII secolo.

Insieme a Santa Chiara si adopera per ottenere l’approvazione di una Regola nuova e propria che, dopo fiduciosa attesa, riceverà e professerà con estrema fedeltà, e sarà uno dei pochi monasteri al mondo che continuerà ad osservarla, anche quando la stessa comunità di Assisi, morta Chiara, passerà alla Regola di Urbano IV (1288).

Poco dopo la professione Agnese diviene badessa del monastero, ufficio che conserverà per tutta la vita, esercitandolo con umiltà e carità, con saggezza e zelo, considerandosi sempre come “sorella maggiore” delle monache sottoposte alla sua autorità.

L’ammirazione, suscitata da Agnese quando si diffonde in Europa la notizia del suo ingresso in monastero, cresce con gli anni presso chiunque diventa testimone delle sue virtù, come attestano concordemente le memorie biografiche. Specialmente ammirato è l’ardore della sua carità verso Dio e verso il prossimo, “la fiamma viva dell’amore divino che ardeva continuamente nell’altare del cuore di Agnese, la spingeva tanto in alto, per mezzo dell’inesauribile fede, da farle ininterrottamente cercare il suo Diletto” e si esprime in modo peculiare nel fervore con cui adora il Mistero Eucaristico e quello della Croce del Signore, nonché nella devozione filiale alla Madonna contemplata nel mistero dell’Annunciazione.

L’amore del prossimo, anche dopo la fondazione dell’ospedale, continua a tenere aperto il cuore generoso di Agnese ad ogni forma di aiuto cristiano. Ama la Chiesa implorando dalla bontà di Dio per i suoi figli i doni della perseveranza nella fede e della solidarietà cristiana.

Si rende collaboratrice dei Romani Pontefici del suo tempo, che per il bene della Chiesa sollecitano le sue preghiere e le sue mediazioni presso i re di Boemia, suoi familiari.

Nutre sempre un profondo amore per la sua patria, che benefica con opere caritative individuali e sociali, nonché con la saggezza dei suoi consigli sempre volti ad evitare conflitti di ogni sorta ed a promuovere la fedeltà alla religione cattolica dei suoi padri.

Negli ultimi anni di vita Agnese sopporta con pazienza inalterabile i molteplici dolori che affliggono lei e l’intera famiglia reale, il monastero e la Boemia, a causa di un infausto conflitto e dalla conseguente anarchia, nonché dalle calamità naturali che si abbattono sulla regione e la conseguente carestia.

Muore santamente nel suo monastero il 2 marzo 1282.

Per sua intercessione avvengono numerosi miracoli, ma il culto tributatole sin dalla morte e lungo i secoli ha il riconoscimento papale solo il 28 novembre 1874 con decreto del Beato Pio IX. Il Sommo Pontefice San Giovanni Paolo II proclama santa Agnese di Boemia il 12 novembre 1989.

La sua festa liturgica ricorre il 2 marzo.

Il monastero Sant’Agnese di Praga è uno dei monumenti storici della Boemia più preziosi e più antichi del gotico. Sotto Giuseppe II, nel 1782, il monastero è vittima delle soppressioni, diventando un magazzino. Dopo un complesso intervento di recupero, negli ultimi decenni è diventato sede della Galleria Nazionale dell’Arte medievale nella Boemia ed Europa centrale (1200-1550).

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Sante e Santi Francescani/15 – Beato Angelo Tancredi da Rieti († 13 febbraio 1257) – Uno dei primi dodici frati minori di San Francesco – 13 febbraio

Angelo Tancredi

Angelo Tancredi, figlio di Tancredi, quantunque qualcuno voglia rivendicarlo ad Assisi, è certamente di Rieti, dove in documenti locali appaiono suo padre, il fratello Raimondo e i figli di lui.

Angelo Tancredi è un nobile cavaliere, è il primo cavaliere a unirsi a Francesco. È il 1209, quando il Santo assisiate, “missionario” nella Valle reatina, incontra il giovane Angelo, mentre si pavoneggia nel nuovo vestito da cavaliere. E Francesco, tramanda lo Iacobilli, «disse per istinto Divino: “Signor’Angelo, t’hai lungo tempo cinto la spada, et altre armi militari; hora ti conviene portare in vece di cingolo una ruvida fune; per spada la croce di Christo, e per li stivali, e speroni calpestar la polvere, et il loto delle Piazze. Seguitami dunque; e ti farò Cavaliero di Christo.” Mirabil cosa! Subito lo Spirito Santo piegò il cuore di quell’huomo alla volontà del Santo, che abandonate tutte le cose, subito lo seguì; et il giorno seguente si vestì dell’habito de’ Minori; e compì il numero duodecimo de’ Discepoli di esso S. Francesco, e con esso andò a Roma; e gli fù compagno in tutte le fatiche, penitenze, e tribolationi» (Vite, I, 243). Angelo diventa così uno dei primi discepoli di San Francesco, e cioè uno tra i dodici “Cavalieri di Madonna Povertà” (così Francesco è solito chiamare i suoi primi frati).

All’inizio della sua vita religiosa, frate Angelo subisce continui e gravi attacchi da parte dei demoni. Narra ancora lo Iacobilli: «Non potendo star la notte in oratione in luogo solitario, per timor de’ Demonij, che molto lo molestavano; lo conferì con S. Francesco; et egli gli comandò ch’andasse a meza notte sopra un’alto Monte, e che dicesse ad alta voce queste parole. Superbi Demoni, venitevene hor tutti, e fatemi quanto mal potete. Il che facendo puntualmente per obedienza, non tornò mai più alcuno di essi a molestarlo, e però rimase libero dal timore» (Iacobilli, Vite, I, 243).
Nel 1210, segue san Francesco, quando questi passa da Rieti con i suoi compagni, incamminato alla volta di Roma per ottenere l’approvazione papale del suo modo di vivere.

Nel 1223, Angelo si trova a Roma, a servizio del cardinale di “Santa Croce in Gerusalemme”, Leone Brancaleone. Durante il suo ultimo viaggio a Roma, Francesco si reca al palazzo del cardinale Leone, pensando di rimanervi per alcuni giorni, in attesa che papa Onorio III (Cencio Savelli, 1216-1227) conceda la sua approvazione alla nuova Regola. Angelo Tancredi prepara una stanzetta per lui in una torre solitaria, ma Francesco vi rimane solo una notte, perché i demoni lo torturano. Da quel momento non lo lascia più, rimanendogli sempre vicino.

Le fonti francescane, specialmente le secondarie, mettono in risalto che san Francesco l’ha tra i suoi più intimi e che lo addita come modello di gentilezza. In uno scritto dedicato a quelle che devono essere le caratteristiche di un autentico frate minore, Francesco scrive: “Sarebbe buon frate minore colui che riunisse in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi frati: la fede di Bernardo, la semplicità e purità di Leone…e la cortesia di Angelo, che fu il primo cavaliere entrato nell’Ordine e fu adorno di ogni gentilezza e bontà”. E Iacobilli (Vite, I, 243), annota: «Era questo beato di sì dolce, e piacevole conversatione; che di lui diceva S. Francesco; che quello sarà stimato vero frate Minore, ch’haverà la fede del B. Bernardo Quintavalle; la semplicità, e purità del B.F. Leone, la mortificatione, e disprezzo del B.F. Ginepro, e la benignità del B.F. Angelo da Rieti; con la quale allettava gli huomini all’opere buone, e dava grand’essempio di patienza, e carità: massime per esser molt’humile, e disprezzatore di se stesso».

La cortesia e la discrezionalità di Angelo, tanto lodata da S. Francesco, è un insieme di doti naturali e spirituali, che si traducono nella gentilezza nel parlare e nei tratti squisitamente umani, capacità di ascolto, rispetto per gli altri e maturità di giudizio. Tra i due, si instaura un rapporto assolutamente fraterno. Nel 1224, san Francesco vuole frate Angelo con sé quando si reca al Monte della Verna: (Frate Angelo) «l’an. 1224 andò con detto S. Francesco e con li Beati Leone, e Masseo, suoi discepoli al Monte della Verna, ove esso serafico Padre ricevè le sacre stimmate» (Iacobilli, Vite, I, 243).

Per questo rapporto fraterno e per le sullodate qualità, Francesco sceglie frate Angelo come suo guardiano personale, al quale vuole ubbidire in tutto. Il delicato incarico di guardiano del Poverello di Dio, lo pone in una posizione di privilegio, ma anche di grande responsabilità. Soprattutto nel periodo che va dalla venuta a Rieti del Santo per essere curato agli occhi, inizi estate 1225, sino al momento della morte dello stesso, alla Porziuncola, il 4 ottobre 1226.

Avvertendo imminente la morte, Francesco vuole che frate Angelo e frate Leone gli cantino il Cantico di frate Sole, con l’aggiunta della strofa a sorella morte. È l’ultimo omaggio che il frate reatino rende al suo amatissimo padre.

Angelo da Rieti sopravvive trent’anni a Francesco; un periodo di profonda evoluzione dell’Ordine serafico, un cammino percorso assieme a frate Leone, all’insegna della continuità e fedeltà alla “Regola”. E, fatto ancor più interessante, le poche notizie certe che abbiamo del frate reatino sono collegate direttamente a Chiara e alla sua comunità di San Damiano, indice, questo, di una stretta comunione di vita e di partecipazione viva alla lotta che la Santa sta sostenendo per amore alla povertà. Chiara ha un ruolo non secondario all’interno delle prime dispute dell’Ordine francescano, che deriva dall’autorità spirituale che le è riconosciuta da tutti.

Frate Angelo vive le trasformazioni in seno all’Ordine, certamente non da protagonista, come lo è frate Elia e lo stesso frate Leone. Per carattere e formazione non gli si addice il titolo di contestatore, bensì quello del moderatore.

Spirito concreto, non eccelle neppure nella contemplazione e in forme penitenziali. Con ciò non si vuol dire che la sua adesione agli ideali degli zelanti della “Regola” sia fiacca e indecisa. Al contrario egli rimane sempre fedele al gruppo dei “sodi”, ma con una collocazione propria, in linea con quella che è la sua virtù caratteristica: la cortesia.

Angelo vive per lo più alla Porziuncola, assieme alla sua anima gemella, frate Leone, e fedele al pendolarismo eremo-città, che era stato l’ideale di vita di Francesco.

Nell’agosto del 1246 lo si incontra a Greccio, a firmare la famosa lettera indirizzata al padre generale, Crescenzio da Iesi. Un documento interessante, non solo come fatto storico-letterario, in rapporto al problema delle fonti, ma anche come scelta di vita, avendo tutto il sapore di una fuga da Assisi. Da chi? E perché?

Frate Elia, benché accusato di aver favorito un certo lassismo nell’Ordine, ha però difeso l’uguaglianza tra laici e chierici. Con l’elezione a generale di Aimone di Faversham e di Crescenzio da Iesi si ha quella che è stata definita la “clericizzazione dell’Ordine francescano”.

Il massiccio arrivo di chierici e di dotti ad Assisi crea disagi ai “solitari” della Porziuncola. Da qui la fuga di Angelo, Leone e Rufino, all’eremo di Greccio, dove, con l’incanto della natura, si può respirare l’esperienza della primitiva fraternità francescana. Sostando nella celletta, «saxo prominente costructa», come Francesco, anche fra Angelo può «attendere liberamente alle cose celesti», ricordando, tra l’altro, la magica notte del Natale del 1223. Gli abitanti di Greccio, poi, sembrano tanti frati e monache, come dalla descrizione che ne fa la Leggenda Perugina.

Insieme con i frati Leone e Rufino è autore della lettera scritta da Greccio l’11 agosto 1246, con la quale mandano al ministro generale Crescenzio Grizi da Iesi, se non la tradizionale Legenda trium sociorum, della quale alcuni mettono in dubbio l’autenticità, certamente materiale riguardante gli episodi della vita del santo dei quali sono stati testimoni e le parole udite dalla sua bocca: «in passato sono stati compagni, senza esserne meritevoli, del beato padre Francesco».

Invece non sono opera sua gli Actus beati Francisci in Valle Reatina, compilazione del sec. XIV.

Sono, forse, le notizie non buone che giungono da San Damiano, circa l’aggravarsi della malattia di Chiara, a determinare il ritorno dei tre ad Assisi. Accanto alla Santa abbadessa morente, nell’agosto del 1253, troviamo loro, gli amici di sempre: Angelo e Leone. Come scrive la Leggenda: «Sono presenti quei due benedetti compagni del beato Francesco, dei quali uno, Angelo, lui stesso in lacrime consola le afflitte; l’altro, Leone, bacia il giaciglio di Chiara» (Leggenda di Santa Chiara, n. 45).

Francesco morente alla Porziuncola, “esclusa” Chiara, aveva aperto la clausura alla vedova Jacopa dei Settesoli. Ora Chiara si prende la sua bella “rivincita”: chiede accanto a sé i suoi frati. Una comunanza di “fratres” et “sorores minores”, che continua anche dopo la morte della Santa assisiate, come testimonia il cosiddetto “Breviario di S. Francesco”, donato da Leone e da Angelo alla abbadessa Benedetta, conservato come preziosissima reliquia nel Protomonastero di Santa Chiara.

A rappresentare l’Ordine minoritico nel processo di canonizzazione di S. Chiara troviamo ancora loro due: Angelo e Leone, chiamati a far parte della commissione presieduta da Bartolomeo, vescovo di Spoleto.

Frate Angelo si addormenta serenamente nel Signore il 13 febbraio 1257, alla Porziuncola. È sepolto nella Basilica di S. Francesco; oggi le sue ossa riposano, assieme a quelle di Rufino, Masseo e Leone, nella cripta della Chiesa inferiore, come sentinelle d’onore all’arca di pietra che racchiude i resti di Francesco.

Nel Santuario di Fonte Colombo (nella Valle reatina), vicino al parcheggio si trova la Cappella dedicata all’Ascensione, edificata nel 700. All’esterno della Cappella si possono notare delle terrecotte che rappresentano l’invito rivolto dal Poverello d’Assisi a Tancredi di Rieti perché lo segua, e la mensa provvista dal Signore per far desinare il medico venuto a Fonte Colombo a curare il Santo. Un altro monumento che ricorda la vita terrena del Beato Tancredi si trova a Rieti, nel rione San Francesco. Si tratta del monastero di Santa Chiara, edificato appunto sulla casa del frate Angelo Tancredi.

Sante e Santi Francescani/14 – Beato Leopoldo da Alpandeire (1864-1956) – Religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini – 9 febbraio

Leopoldo da Alpendaire

Leopoldo nasce ad Alpandeire, piccolo villaggio situato nella comarca montana della Serranía de Ronda, nella provincia di Málaga, il 24 giugno 1864, da una famiglia di modeste condizioni. I suoi genitori, Diego Márquez Ayala e Jerónima Sánchez Jiménez, sono contadini, semplici e laboriosi. A questo loro primo figlio il 29 giugno al fonte battesimale danno il nome di Francisco Tomás de San Juan Bautista.

Diego e Jerónima sono rallegrati dalla nascita di altri tre figli: Diego, Juan Miguel e Maria Teresa.

Francisco Tomás cresce nel calore dell’amore familiare, alimentato dalla pratica delle virtù cristiane. Da suo padre apprende le buone maniere, i principi cristiani e la pratica del bene. Dalle labbra della mamma, impara la preghiera. Fin dalla sua prima fanciullezza aiuta i genitori nelle faccende agricole e nel pascolare il piccolo gregge. Frequenta solo la scuola elementare senza dimostrare speciali capacità, terminata la quale, va a lavorare la poca terra posseduta dalla famiglia.

Allegro, giudizioso, di buona compagnia, lavoratore instancabile, incomincia la sua giornata assistendo alla Santa Messa e visitando il Santissimo Sacramento. Il suo condividere il poco che ha e la sua bontà naturale, mai forzata, sono espressione di una profonda vita spirituale e di una forte esperienza di fede: «Condivideva la sua merenda con altri pastorelli più poveri di lui, dava le proprie scarpe a un povero che ne aveva bisogno o consegnava il denaro guadagnato nella vendemmia di Jerez ai poveri che incontrava sulla via del ritorno».

Trascorre così nel lavoro dei campi e nella vita familiare i suoi primi 35 anni di vita “nascosta”, salvo il periodo del servizio militare (1887-1888) che compie nel reggimento di fanteria “Pavía” a Malaga.

Francisco Tomás scopre la sua vocazione dopo aver ascoltato la predicazione di due cappuccini a Ronda nel 1894, per celebrare la beatificazione del cappuccino fra Diego José de Cádiz, e decide di abbracciare la vita religiosa. Dopo vari tentativi andati falliti, entra nei cappuccini nel 1899 come postulante nel convento di Siviglia. Un mese dopo inizia il noviziato accompagnato dal parere più che favorevole dei membri della comunità che ne lodano il silenzio, l’impegno, la preghiera, la sua bontà. Il 16 novembre 1900 fa la professione semplice e cambia il proprio nome da Francisco Tomás a Leopoldo da Alpandeire, secondo gli usi dell’Ordine.

Il suo ingresso nella vita religiosa non è una conversione clamorosa, non rappresenta un cambiamento radicale della sua vita. È solo un sublimare impegni e atteggiamenti coltivati fino a quel momento. Il suo amore per Dio, la preghiera, il lavoro, il silenzio, la devozione per la Vergine e la penitenza caratterizzano già la sua vita.

Trascorre brevi periodi nei conventi di Siviglia, Antequera e Granada con l’ufficio di ortolano. A Granada il 23 novembre 1903, fra Leopoldo professa i voti perpetui nelle mani di fra Francisco de Mendieta, Superiore della casa e Maestro dei novizi. Ritornato per un breve periodo a Siviglia e poi a Anteguera, il 21 febbraio 1914, è trasferito di nuovo a Granada, dove rimane per 42 anni. Ortolano, sacrista e questuante, sempre unito a Dio e allo stesso tempo sempre vicino alla gente.

L’ufficio di questuante sarà quello che lo definirà e lo caratterizzerà. Da ora, le montagne, le valli, i cammini polverosi, le vie della città, saranno il suo chiostro e la sua chiesa. Nonostante la sua grande sensibilità per la vita contemplativa, il contatto con gli uomini diviene il suo nuovo mezzo per raggiungere la santità. Lungi dal distrarlo, ciò lo aiuta a uscire da se stesso. È un’occasione per caricare su di sé il peso degli altri, per comprendere, aiutare, servire, amare. È, come dice un suo devoto, «distinto ma non distante».

Per quarant’anni, giorno dopo giorno, fra Leopoldo percorre Granada e il suo territorio, distribuendo l’elemosina dell’amore, dando colore ai giorni tristi di molti, creando unità ed armonia, portando tutti ad incontrare Dio, dando dignità al fare di tutti i giorni. Nel suo interminabile cammino si adopera ad insegnare il catechismo, a chiamare i peccatori alla conversione, a riprendere energicamente i bestemmiatori. La sua figura si fa popolare, numerose persone richiedono il suo consiglio o intermediazione e lo si inizia a conoscere come «l’umile elemosinante delle tre Ave Maria», perché queste sono le preghiere che dedica a chi gli chiede una benedizione.

Non tutto è però facile, né senza difficoltà. Fra Leopoldo infatti esercita il suo ufficio di questuante in un’epoca nella quale in Spagna soffiano venti anticlericali e quanto sa di religioso è mal visto se non perseguitato. È il tempo delle “Due Spagne”, della Seconda Repubblica prima e della guerra civile poi. Durante la persecuzione religiosa spagnola del 1936, settemila sono i religiosi e i sacerdoti uccisi per il semplice motivo di essere tali. Nel suo andare giornaliero alla questua fra Leopoldo ha molto a soffrire e non poche volte è insultato malamente: «Fannullone, presto ti metteremo quel cordone al collo!». «Vagabondo – gli gridano -, lavora invece di andare cercando l’elemosina!»…

Un giorno, ormai 89enne, mentre, come al solito, è alla questua, cade a terra fratturandosi il femore. Ricoverato in un ospedale, fortunatamente senza operazione chirurgica, guarisce. Dimesso ritorna al convento a piedi aiutato dal solo bastone, ma non è più in grado di girare per le strade. Può così dedicarsi totalmente a Dio, il grande amore della sua vita. Trascorre gli ultimi tre anni di vita, consumandosi a poco a poco “quale fiamma di amore”. La fiammella si spegne il 9 febbraio 1956. Ha 92 anni. L’umile questuante delle Tre Ave Maria, si riunisce al Signore. La sua salma riposa nella cripta del convento di Granata, meta di ininterrotti pellegrinaggi, specialmente il 9 di ogni mese.

Benedetto XVI il 15 marzo 2008 dichiara l’eroicità delle sue virtù ed il 12 settembre 2010 a Granada è dichiarato Beato.

Fra Pasquale Riwalski, già Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, parlando del beato Leopoldo ha detto: «È indubitabile che fra Leopoldo incontrandolo affascina da subito per il suo essere semplice, naturale, senza artifizi, sincero e retto, evangelicamente povero. Un povero credente e candido, semplice e discreto, che ha saputo sempre mettersi in secondo piano, servendo nell’anonimato e nell’umiltà. Un uomo con un cuore da bambino, nobile e franco, cortese e sobrio, di contadino onesto… Un uomo estremamente riservato e modesto rispetto a tutto quello che di buono il Signore operava per suo mezzo, che si turbava davanti alle lodi degli uomini, che gioiva per le umiliazioni e che manteneva una coscienza viva dei suoi limiti e dei suoi peccati. Spesso ripeteva. “Sono un grande peccatore”».

Leopoldo non apparteneva a dinastie nobili, non parlava da cattedre o pulpiti, perché non brillava per il suo sapere. Non aveva neanche lasciato il suo convento per diventare missionario in terre lontane. Ha raggiunto la santità nelle piccole cose: «Faceva ogni cosa come se fosse la prima volta. Era quella freschezza di ogni suo atto, ripetuto in modo monotono, che dava un senso soprannaturale e riempiva tutta la sua vita».

Sante e Santi Francescani/13 – San Giovanni da Triora (1760-1816) – Sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori – 8 febbraio

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Giovanni, al secolo Francesco Maria, nasce a Molini di Triora in Liguria, il 15 marzo 1760, da genitori benestanti: Antonio Maria Lantrua e Maria Pasqua Ferraironi, e viene battezzato il giorno seguente. Dopo i primi studi a Triora, frequenta le scuole dei Barnabiti di Porto Maurizio (Imperia) dove è ancora fresco il ricordo di S. Leonardo (1676-1751), instancabile predicatore delle missioni al popolo durante le quali diffuse il pio esercizio della Via Crucis. Non è difficile intuire che è proprio l’incontro con le memorie ancora vive di S. Leonardo a far sbocciare nel cuore del giovane Francesco Maria il primo germe della vocazione e dell’ideale francescano e missionario.

Con fatica ottiene il permesso di recarsi a Roma, nel convento di Santa Maria in Ara Coeli, dove ad accoglierlo trova un altro ligure, Luigi da Porto Maurizio, provinciale dei francescani. Il 9 marzo 1777, indossato il saio nel convento di San Bernardino di Orte, inizia l’anno di prova e cambia il nome di battesimo Francesco Maria in quello di Giovanni.

Studia filosofia e teologia, dimostrando capacità di studio. Ordinato sacerdote a 24 anni, nel 1784, è destinato all’insegnamento: prima filosofia a Tivoli e, in un secondo tempo, teologia a Tarquinia. In seguito è nominato Guardiano dei conventi di Tarquinia, Velletri e Montecelio. A fianco dell’insegnamento non trascura di esercitare il suo ministero nella predicazione e nel confessionale, dove molte persone possono apprezzare e godere della sua solida dottrina e del suo prudente consiglio.

Il desiderio che mai ha abbandonato padre Giovanni è quello di partire un giorno per terre lontane dove predicare il vangelo di Gesù. Pertanto nel 1798 chiede ed ottiene di partire missionario nella sterminata ed affascinante Cina.

Perché la Cina? Perché già nel Duecento c’è stata nello sterminato Paese una presenza francescana. All’epoca di fra Giovanni, la vita delle comunità cristiane in territorio cinese è molto dura, per ragioni soprattutto politiche. Il cristianesimo è avversato non tanto in sé, ma piuttosto per la sua provenienza dal detestato e temuto “Occidente”.

Nel 1799, padre Giovanni lascia Roma, raggiunge Lisbona dove si imbarca per la Cina e dopo 8 mesi e diverse peripezie di viaggio arriva a Macao, dove continua lo studio della lingua cinese ed inizia a far propria la cultura orientale. Si veste da cinese, parla cinese: con questo bagaglio incomincia la sua opera di evangelizzazione a Lian-tain, nella provincia dello Hu-nan. Si dedica in particolare al recupero e all’incoraggiamento, rivolgendosi a individui e gruppi che avevano accolto la fede cristiana, staccandosene poi per paura; o perché lasciati soli, a causa dell’avversione del potere contro i missionari. Aiutato da generosi catechisti locali e dalle famiglie rimaste fermamente cristiane, il suo sforzo di evangelizzazione ottiene buoni risultati, dovuti anche alla sua capacità di ambientare la fede cristiana nella realtà locale, nonché alla fiducia personale che si conquista (a partire dallo studio accurato della difficilissima lingua). Padre Giovanni rianima comunità cristiane in crisi, ne crea di nuove.

In seguito gli è affidato il distretto di Xam-sim-sien, che conta 8.000 cristiani, dispersi nei villaggi pagani, lungo i fiumi, nelle selve. Guerre e persecuzioni avevano ridotto quelle fiorenti cristianità ad uno stato di miserando squallore. Sempre in giro di perlustrazione e di evangelizzazione, padre Giovanni fa rifiorire lo spirito del vangelo.

Dopo anni di relativa quiete – di cui peraltro padre Giovanni si lamenta per l’affievolimento della fede che crea nei cristiani! – nel 1811 si riaccende la persecuzione dei Mandarini verso i cristiani, diretta soprattutto contro i missionari.

Nel 1815, viene denunciato al Mandarino perché la sua attività è considerata sovversiva. La sera del 26 luglio 1815, dopo aver celebrato la sua ultima Messa, è arrestato assieme ad altri dieci fedeli cinesi. Questi finiranno schiavi e deportati, per aver rifiutato di abiurare calpestando la croce. Per lui, straniero, l’accusa è gravissima: «Entrato di nascosto, ha percorso varie province, ha raccolto discepoli». Pena di morte, dunque, accuratamente motivata e sottoposta all’approvazione imperiale.

Il 7 febbraio 1816 è condotto al patibolo. Lungo il duro percorso il condannato non riesce a incrociare lo sguardo di un solo amico. Dove sono in quel momento i cristiani più fedeli? La paura li tiene tutti rinchiusi in casa. Raggiunto il luogo designato, a Changxa, padre Giovanni sta dritto sulla piattaforma e chiede che lo lascino pregare ancora un po’. Si fa il segno della croce poi, al cospetto del popolo, s’inchina profondamente con la fronte sino a terra per cinque volte, secondo il costume dei cattolici cinesi. In quelle cinque prostrazioni c’è l’estrema professione della sua fede. Significano cinque atti solenni di ringraziamento alla Trinità divina per la creazione, la redenzione, la vocazione alla fede, la grazia dei sacramenti e per le grazie particolari ricevute.

Alla fine allarga le braccia e dice ai carnefici: «Fate il vostro dovere». In pochi istanti gli son tolte le catene e strappata di dosso la veste rossa e viene avvicinato alla croce. Le braccia e le gambe sono assicurate alle travi per mezzo di funi, poi un’altra corda gli è girata intorno al collo. A un cenno di ventaglio del Mandarino a cavallo, i carnefici saltano indietro simultaneamente e la corda si tende tremando sotto lo sforzo… al rallentare della stretta, il corpo si abbandona inerte sulle ginocchia. Conta 66 anni di età.

Dopo un mese, il corpo di fra Giovanni è recuperato, trasportato e sepolto nella cattedrale di San Paolo a Macao e successivamente a Roma, nella basilica di Santa Maria in Ara Coeli, dove si trova tuttora.

Il 27 maggio dell’Anno Santo del 1900 è dichiarato Beato da Leone XIII e il 1 ottobre dell’Anno Santo del Grande Giubileo del 2000 canonizzato da san Giovanni Paolo II.

San Giovanni da Triora ci trasmette un grande slancio di entusiasmo per la missione. Troviamo inoltre una profonda capacità di ascolto e di pazienza per conoscere e far propria un’altra cultura: si fa cinese coi cinesi non solo assumendone la lingua, i vestiti, i costumi, ma cercando anche di incarnare il messaggio evangelico per quel popolo e con quella gente.

Una forte e intensa vita spirituale lo sostiene in ogni istante. Vicino alla sua gente in tutto, la serve senza risparmio di energie e di tempo. Mansueto ed umile, avulso da ogni espressione di violenza, affronta le diverse situazioni senza offendere nessuno, nemmeno chi lo tradisce. Incarna così quello spirito francescano missionario che la Regola esprime con queste parole: «I frati non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani».

San Giovanni da Triora confessa di essere cristiano con la testimonianza di tutta intera la sua vita.

È ricordato l’8 febbraio.

Sante e Santi Francescani/12 – Santa Coleta di Corbie (1381-1447) – Terziaria francescana, riformatrice del II Ordine – 7 febbraio

coleta di corbie

La vita di Coleta si svolge in un’epoca di crisi – guerra dei Cent’anni, scisma della Chiesa – e si inserisce all’inizio del grande rinnovamento francescano del Quattrocento. La conosciamo attraverso due biografie, una scritta dal suo confessore Pietro di Vaux poco dopo la sua morte, l’altra da una delle sue compagne, suor Perrine, intorno al 1471. Redatte nello stile tipico delle agiografie della fine del Medioevo e in vista del processo di canonizzazione, esse pongono l’accento sull’aspetto straordinario della sua vita. Pietro di Vaux, che è il primo a scrivere, imporrà un’immagine di santità che le epoche successive si limiteranno a copiare e arricchire, a dispetto del reale apporto costituito dai documenti contemporanei utilizzati nel corso dei secoli.

Coleta nasce a Corbie, presso Amiens (Francia), il 13 gennaio 1381, quando i genitori (Roberto Boylet, carpentiere presso la locale abazia e Caterina), ormai anziani, non sperano più di avere figli. La chiamano Nicoletta (familiarmente Coleta) in onore di san Nicola di Bari, alla cui intercessione attribuiscono la sua nascita.

Coleta, riceve un’istruzione basilare, e, già da bambina, particolarmente seria, si impegna in opere di carità e mortificazione.

A diciassette anni, morti entrambi i genitori, è affidata all’abate di Corbie. È ormai libera di scegliere, previo il consenso dell’abate anche se in realtà non sa bene cosa fare, se non amare e servire Dio con tutto il suo cuore e la sua forza. Si consulta con un frate celestino di Amiens, che le consiglia di far voto di castità dandole qualche insegnamento sulla preghiera. Egli è convinto che il desiderio della ragazza di servire Dio in modo totale sia il segno di una vocazione religiosa.

Coleta, in un primo momento, si unisce a un gruppo di beghine che prestano servizio nell’ospedale locale, poi alle benedettine ed infine alle clarisse urbaniste (che seguono la regola di Santa Chiara rivista da papa Urbano IV) di Moncel, presso Beauvais. In nessuno di quegli ordini, però, trova l’austerità e la ristrettezza di vita che desidera.

Fa ritorno a Corbie dove trascorre un altro periodo di incertezza e indecisione. Non molto dopo però, il francescano osservante padre Pinet passa per caso per Corbie e Coleta si reca da lui in cerca di consiglio. Dopo lunghe preghiere e aver molto ponderato il problema, egli le suggerisce di unirsi al Terz’Ordine francescano e di vivere come reclusa. Coleta non ha titubanze di sorta ed è lo stesso abate di Corbie a presiedere la cerimonia in cui essa, all’età di ventidue anni, si impegna a intraprendere quella vita. L’abate conduce poi personalmente Coleta in un reclusorio presso la chiesa di Santo Stefano a Corbie ed egli stesso provvede a murarlo. È il 17 settembre 1402. Coleta vi rimane rinchiusa dal 1402 al 1406. Attraverso una piccola finestra, ascolta e consiglia quanti si rivolgono a lei. Alcuni amici provvedono a tutte le sue necessità. Coleta invece si occupa dei lini della chiesa, cuce i vestiti dei poveri, prega e fa penitenza. Come per tanti altri eremiti, anche le sue giornate sono alterne; alcune ricche di grazia e altre di assalti diabolici, come essa li definisce.

Per Coleta, che dopo tanta fatica è giunta a legarsi con voto di clausura alla vita eremitica, nulla potrebbe sembrare più inconcepibile che una chiamata a interrompere quella vita. Ogni minimo pensiero rivolto a un tipo di vocazione differente le sembra una tentazione del diavolo che la vuole spingere ad abbandonare la sua vera vocazione.

Gli ultimi mesi che Coleta trascorre da eremita sono pieni di sofferenza, visto che cerca di combattere contro le domande che si pone su se stessa, l’incertezza della loro origine e la consapevolezza della propria incompetenza. La grande “lotta” inizia una notte che essa ha una visione di San Francesco d’Assisi che, prostrato ai piedi di Cristo, prega che gli venga concessa Coleta per porre rimedio a tutti i mali e i peccati che affliggono la Chiesa e il mondo attraverso la riforma dei tre ordini francescani. La prima reazione di Coleta è di rigetto e anche a mente fredda non riesce ad accettare quell’idea; solo dopo molto tempo accetta incondizionatamente quella che percepisce essere la volontà di Dio; le è anche detto che per l’opera che l’aspetta avrà un aiuto e una guida.

Aiuto e guida che si materializza in padre Enrico de Baume, un francescano di stretta osservanza. Guidato da una serie di episodi straordinari, fa visita a Coletta, con la quale si accorda per collaborare nell’intento di riformare i francescani. L’accompagna allora a Nizza dall’antipapa Pietro de Luna (Benedetto XIII), ritenuto dai francesi papa legittimo.

Siamo ai tempi dello scisma d’Occidente, con papi e antipapi eletti da gruppi diversi di cardinali e ciascuno riconosciuto da una parte degli Stati europei. Dopo la morte di Gregorio XI (1378), a Roma si sono succeduti Urbano VI (Bartolomeo Prignano), Bonifacio IX (Pietro Tomacelli), Innocenzo VII (Cosimo Migliorati) e infine Gregorio XII (Angelo Correr). E a lui si oppone da Avignone lo spagnolo Pedro de Luna (Benedetto XIII), successore dell’altro antipapa avignonese, Roberto di Ginevra, chiamato Clemente VI. (In qualche momento saranno addirittura in tre a chiamarsi papa, finché al Concilio di Costanza, grazie alla rinuncia di Gregorio XII, verrà eletto unico pontefice Martino V, Oddone Colonna). E ci sono futuri santi da una parte e dall’altra: Caterina da Siena e Caterina di Svezia stanno col papa di Roma, mentre ai due avignonesi aderiscono Vincenzo Ferreri e appunto Coleta.

A Benedetto XIII Coleta chiede la grazia di praticare integralmente la regola di santa Chiara e in particolare la povertà, non solo personale ma comunitaria, abbandonata da quasi tutti i monasteri delle Clarisse. Benedetto XIII sottoscrive la sua richiesta e il 14 ottobre 1406 celebra la funzione in cui Coletta emette i voti secondo la regola di Santa Chiara, e le consente di fondare un monastero e di ammettervi tutte le religiose che lo desiderino. Secondo Pietro di Vaux – e tutti i biografi sosterranno la stessa cosa – Coleta riceve il titolo di “madre e badessa” della riforma. Padre Enrico è nominato suo assistente.

Di ritorno a Corbie, s’imbatte in un’opposizione così vivace da dover rinunciare a insediarvi una comunità. Insieme alle sue prime compagne, si accontenta di alloggi di fortuna fino al 1410, quando può prendere possesso del monastero delle clarisse di Besançon rimaste fedeli alla Chiesa di Roma, nel quale restano soltanto due religiose. Ne fa la culla della sua riforma. Molto rapidamente la comunità si sviluppa e la sua fama di santità si diffonde: i grandi sollecitano Coleta a promuovere nuove fondazioni.

Ormai Coleta conduce contemporaneamente un’ardente vita contemplativa e un’intensa attività in cui manifesta tutti gli aspetti di una personalità dotata, ricca ed equilibrata. È continuamente costretta a interrompere la vita di reclusa e a uscire per le strade, a negoziare con le autorità locali le condizioni dell’insediamento, a subire e a cercare di vincere le accanite opposizioni provenienti soprattutto dal clero regolare e da quello secolare, preoccupati da una possibile diminuzione delle proprie rendite. Ogni fondazione esige da lei molti viaggi, in un periodo di guerra in cui gli spostamenti sono lenti, scomodi e pericolosi.

In quarant’anni fonda o riforma diciassette monasteri, fra cui Auxonne, Poligny (1417), Seurre, dietro invito della duchessa di Borgogna; sollecitata da Bona d’Artois, introduce la riforma a Decize. Rispondendo all’appello di Maria di Berry, duchessa di Borbone, fonda case a Moulins e ad Aigueperse (1421-1425). Qui viene raggiunta da Isabella de la Marche, la figlia maggiore dell’ex re di Napoli Giacomo II: sarà il suo primo contatto con questa grande e potente famiglia che le rimarrà assai devota e che ben presto le aprirà le porte della Linguadoca. Anche la contessa di Polignac la invita a Le Puy-en-Velay, dove la fondazione incontra una resistenza particolarmente dura e può essere condotta a compimento solo nel 1432. Ormai, grazie al duca di Savoia, sono nate due comunità a Vevey e a Orbe; poco dopo, rispondendo all’appello di Giacomo II, Coleta si reca a Castres (1432) e a Lézignan (1434); riforma inoltre la comunità di Béziers.

In questi anni particolarmente densi Coleta, nel pieno della maturità e ormai ricca di una grande esperienza, riflette a lungo sulla regola di santa Chiara e mette a punto le sue Costituzioni, approvate nel 1434 dal ministro generale Guglielmo da Casale e dai padri del concilio di Basilea. Questi commentari adattati alla regola danno alla sua riforma una solidità e una forza che le permetteranno di durare dopo la sua morte e di diffondersi. Le Costituzioni di Coleta saranno poi assunte anche dalle Cappuccine nel 1538.

Nel 1434 Coleta ha 53 anni: comincia a perdere i suoi primi amici e compagni di strada: Margherita di Borgogna, Bianca di Savoia (1435-1436), l’ex re Giacomo II (1438), padre Enrico de Baume (1439). Nel 1439 non riesce a impedire che il suo vecchio amico Amedeo VIII di Savoia accetti di essere eletto al concilio scismatico di Pisa e di diventare l’antipapa Felice V; in seguito a ciò rompe con lui.

Con un’energia poco comune, Coleta prosegue instancabilmente nella sua missione; nel 1437, dietro invito di Mahaut di Savoia, sposa di Ludovico di Baviera, fonda il monastero di Haidelberg.

Più o meno nello stesso periodo, tenta nuovamente di stabilirsi a Corbie, ma fallisce ancora una volta. Fonda peraltro delle case in Piccardia, a Hesdin e ben presto ad Armens; e anche il piccolo monastero di Bethléem nelle Fiandre, a Gand (1442).

In questo periodo la sua influenza si diffonde in Borgogna attraverso i frati minori riformati e l’esempio dei suoi monasteri. Così, anche senza intervenire direttamente, grazie alla sua influenza Coleta opera la riforma di numerose comunità.

Quella di Coleta è riforma nel senso più antico ed etimologico del termine: non si tratta, infatti, per lei, di innovare qualcosa, ma di ritornare allo spirito del francescanesimo primitivo, riflesso nella Regola di S. Chiara di Assisi. Da qui l’importanza attribuita non solo all’austerità personale, ma anche alla povertà vissuta dell’istituzione. Ma, al contrario di Chiara d’Assisi, Coletta, a lungo a contatto con i benedettini dà molta importanza alla preghiera liturgica e corale.

Attorno al 1446, dopo quarant’anni di attività, Coletta comincia ad ammalarsi: gli ultimi sei mesi di vita che le rimangono li trascorre lontano dalla vita attiva. Dal luglio del 1447 non riesce più ad alzarsi dal letto e dopo qualche mese muore nel monastero di Gand. È il 6 marzo 1447.

Molti re e principi fanno petizioni presso la Santa Sede perché sia proclamata santa: Carlo il Temerario nel 1478, Massimiliano d’Austria, Renato di Lorena, Carlo VIII nel 1496, Enrico VIII d’Inghilterra nel 1513. Per diversi motivi, tra cui le divisioni interne all’ordine francescano, la Riforma e la Rivoluzione francese, la sua canonizzazione arriverà solo il 24 maggio 1807 da parte di Pio VII, trecentosessant’anni dopo la sua morte. Il suo corpo è spesso traslato per garantirne la sicurezza e poi posto definitivamente a Poligny nel Giura.

La sua festa liturgica si celebra il 7 febbraio.

Sante e Santi Francescani/11 – San Pietro Battista Blásquez (1542-1597) – Sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori – 6 febbraio

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Nato in Castiglia da nobile famiglia nel 1542, studia all’università di Salamanca. Nel 1564 entra nell’Ordine di Frati Minori e viene ordinato sacerdote. Lettore di teologia e filosofia, superiore in varie comunità, nel 1580 è inviato in missione. Dapprima si reca in Messico dove fonda vari conventi, poi nel 1583 nelle Filippine, spendendosi nella difesa dei poveri dai potenti.

Saputo che in Giappone i cristiani sono perseguitati, desidera sostituire i Gesuiti che nel 1590 sono stati espulsi dal governo locale, e, ottenuto il permesso dai superiori religiosi e poi dal governatore, lo “shogun” (maresciallo della corona) Toyotomi Hideyoshi, con altri cinque confratelli, comincia il suo apostolato di predicazione in Giappone, vivendo in povertà e fondando tre conventi e due ospedali per poveri e lebbrosi, ottenendo anche numerose conversioni.

Tutto questo fino al 1593, quando per l’invidia dei bonzi, per la mancanza di prudenza degli stessi Frati Francescani, che iniziano una predicazione aperta e pubblica, oltre ai contrasti politico-commerciali fra Spagnoli e Portoghesi, inducono il governatore Hideyoshi (fino allora condiscendente verso i cattolici) a sospettare che i missionari stiano preparando il terreno per una futura invasione da parte degli europei e lo spingono a emanare l’ordine di imprigionare i missionari.

I primi arresti vengono eseguiti il 9 dicembre 1596 e i 26 arrestati, lo stesso Pietro Battista, cinque confratelli (Martino dell’Ascensione, Francesco Blanco, Filippo di Las Casas, Francesco di S. Michele, Gonsalvo García), 17 terziari francescani, il gesuita giapponese Paolo Miki e due catechisti, vengono trasferiti a Nagasaki: durante il viaggio sono trasportati su un carro e derisi dalla folla pagana delle città dove passano.

Il 5 febbraio 1597, condotti sulla collina di Nishizaka, presso Nagasaki, Pietro Battista assiste al supplizio di tutti gli altri; infine, muore anch’egli legato a una croce e trafitto con due lance, dopo avere pregato per i suoi persecutori.

Beatificato da Urbano VIII nel 1627, è inscritto nell’albo dei santi da Pio IX nel 1862.

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Paolo Miki nato a Kioto, in Giappone, nel 1556 entra giovinetto nella Compagnia di Gesù (diffusasi dopo la predicazione di San Francesco Saverio). Giapponese di lingua e di cultura è avvantaggiato nella conoscenza della religione buddista e può quindi sostenere fruttuose discussioni con gli infedeli ed ottenere numerose conversioni.

Improvvisamente, nel 1596, lo “shogun” (maresciallo della corona) Toyotomi Hideyoshi decreta l’arresto dei missionari. Paolo è catturato con altri due catechisti (Giacomo Kisai e Giovanni de Goto) e condotti in carcere. Subiscono tutti raffinate ed umilianti torture, come il taglio dell’orecchio sinistro e l’esposizione allo scherno della popolazione. Infine il 5 febbraio 1597 sono prima crocifissi e poi trafitti da due lance incrociate e trapassanti il cuore, su una collina presso Nagasaki.

Questi eroi della fede sono i protomartiri del Giappone e furono canonizzati da Pio IX nel 1862.

Sante e Santi Francescani/10 – San Giuseppe da Leonessa (1556-1612) – Sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini – 4 febbraio

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Giuseppe Desideri, terzo di otto figli, nasce a Leonessa nell’Alta Sabina (Rieti) l’8 gennaio 1556 da Giovanni Desideri e Francesca Paolini. Nel battesimo riceve un nome insolito, Eufranio, ma dal significato molto bello: portatore di gioia.

Famiglia ricca e appartenente alla nobiltà del paese, ma sfortunata: i genitori muoiono in breve tempo quando Eufranio è ancora piccolo. Accolto dallo zio paterno, Giovanbattista Desideri, è avviato agli studi umanistici a Viterbo e poi a Spoleto, dove matura un’educazione religiosa e una notevole cultura.

Ornato di eccellenti doti, non mancano a Eufranio le prospettive di un ambito matrimonio, ma egli dimostra di avere altre aspirazioni e costantemente rifiuta le proposte caldeggiate dai parenti. Colpito da grave malattia, è consigliato di ritornare al paese natale dove comincia a frequentare il convento dei Cappuccini e, in occasione di una visita del provinciale dell’Umbria, chiede di essere accolto tra i frati.

All’insaputa dello zio e degli altri parenti, Eufranio a sedici anni si ritira nel conventino delle “Carcerelle” di Assisi, tra i cappuccini. I famigliari cercarono invano di strapparlo al convento, adducendo la necessità di assistenza che hanno le quattro sorelle, ma Giuseppe, ai richiami del sangue, preferisce la voce di Dio e, trascorso nel fervore l’anno di prova, emette la professione religiosa l’8 gennaio 1573, prendendo il nome di fra Giuseppe.

Si appassiona alla dottrina di san Bonaventura, seguendo l’indirizzo cappuccino allora prevalente che vede in essa una armoniosa sintesi tra spiritualità contemplativa e slancio apostolico. Sunteggia, tra l’altro, un’opera intitolata “Monarchia”, in cui è evidente l’influsso delle opere del Dottore serafico “Itinerarium mentis in Deum” e “De reductione artium ad theologiam”. Si prepara all’apostolato con un serio studio della teologia, della sacra Scrittura e della morale, attento alle esigenze della restaurazione religiosa postridentina. Ordinato sacerdote ad Amelia il 24 settembre 1580, continua la sua preparazione nel convento di Lugnano in Teverina.

Pur sentendosi fortemente attratto dalla solitudine contemplativa, supera il dilemma azione-contemplazione come san Francesco. In un suo appunto infatti scrive: “Colui che ama la vita di contemplazione, ha un grave dovere di uscire nel mondo a predicare, soprattutto quando le idee del mondo sono molto confuse e sulla terra abbonda l’iniquità. Sarebbe iniquo tenere, contro la carità, ciò che solo per carità è stato istituito e donato”.

Ricevuta il 21 maggio 1581 la patente di predicazione dal vicario generale dell’Ordine, Giuseppe si dedica immediatamente ad evangelizzare i poveri nei villaggi di campagna e tra i paesini disseminati sui monti dell’Umbria, Lazio e Abruzzo. Potrebbe diventare un predicatore famoso per le sue doti di mente e di cuore, salendo sui pulpiti di città, ma egli preferisce predicare solo nei piccoli paesi: si considererà sempre un predicatore per contadini, pastori, montanari e bambini.

Lo slancio e il tono della sua predicazione appaiono chiari fin dall’inizio, come è largamente documentato nei processi che riportano un episodio dove c’è tutto il carattere e la personalità di padre Giuseppe. Imperversa il banditismo nelle zone appenniniche del centro Italia. Una cinquantina di questi banditi affliggono il paese di Arquata del Tronto e nessuno riesce a domarli, neanche la forza pubblica. Giunto in quel luogo per motivi di questua, padre Giuseppe è pregato di porvi rimedio. Egli va a cercarli nei loro nascondigli tra i monti e riesce a radunarli in una chiesetta. Poi impugnando il suo Crocifisso li convince a mutare vita. Essi divengono docili e compunti e sono tra i più assidui ascoltatori delle sue prediche, quando il santo va a predicarvi la quaresima.

Il segreto di questo successo, se si ricollega al carattere indomito del personaggio, è da attribuirsi però soprattutto alla sua intima unione con Dio, coltivata con una preghiera incessante.

Giuseppe accarezza però nel suo cuore il desiderio di andare nelle missioni tra gli infedeli. Proprio in quegli anni, infatti, si va profilando una possibile evangelizzazione dei musulmani: due cappuccini sono riusciti a penetrare a Costantinopoli fin dal 1551, seguiti, nel 1583, da alcuni gesuiti. Nel 1587, al capitolo generale dell’Ordine viene trattato il problema delle missioni e il nuovo ministro generale, Girolamo da Polizzi, decide una missione per Costantinopoli, che la S. Sede affida ai Cappuccini.

Giuseppe, che da anni ha presentato domanda, non è tra i prescelti; se non che, può improvvisamente entrare a far parte del gruppo, dovendo sostituire Egidio di S. Maria, che all’ultimo momento non è più in grado di partire.

Costantinopoli, antica capitale dell’Impero romano d’Oriente, da un secolo è capitale dell’Impero turco (l’ha conquistata nel 1453 il sultano Maometto II sconfiggendo Costantino XI, l’ultimo imperatore, caduto in combattimento con gli ultimi difensori: greci, genovesi e veneziani). I turchi hanno lasciato al loro posto il patriarca e i vescovi “orientali”, cioè separati dalla Chiesa di Roma in seguito allo scisma nel 1094. I vescovi cattolici sono stati invece colpiti e allontanati. Tra i fedeli, molti vivono in schiavitù, e altri sono isolati e dispersi intorno a chiese in rovina.

A Costantinopoli i missionari trovano alloggio nel quartiere di Pera, riparano una cadente chiesa e, soprattutto hanno un loro programma graduale: assistenza ai cattolici in prigionia, ai malati, collegamento con i gruppi cattolici occidentali che sono a Costantinopoli per lavoro e commercio.

A Giuseppe è affidata, in modo particolare, la cura dei numerosi cristiani tenuti prigionieri dai Turchi e ad essi egli dedica tutto se stesso. Una epidemia gli porta via tutti i compagni, eccetto fra Gregorio da Leonessa.

Spinto dal suo fervore egli comincia a predicare Cristo per le strade e alle entrate delle moschee e, con un’audacia a noi oggi incomprensibile, ma spiegabile per quei tempi, con vari stratagemmi cerca di penetrare nel palazzo stesso del sultano Murad III per parlargli. In uno di questi tentativi è arrestato, imprigionato e condannato alla pena del gancio. Per tre giorni rimase sospeso, con un uncino alla mano destra e uno al piede, ad una trave alta su di un fuoco acceso sopportando anche i dileggi e gli insulti della folla. Indi è liberato e espulso.

Segnato dalle stigmate del martirio, torna in Italia a fare il predicatore itinerante, accompagnato da qualche confratello; e sempre a piedi, nello stile cappuccino (così può vedere il mondo con gli occhi di coloro che a piedi vivono e muoiono). Si impone ritmi quasi incredibili, che sfiancano i suoi compagni di missione: anche sei-sette prediche in un giorno in luoghi deserti e anche distanti; e pochissimo riposo, perché è importantissimo anche il colloquio con la persona singola, la famiglia singola. O con chi è condannato a morte e lo vuole accanto a sé nel carcere, per le ultime ore di vita. Per i malati, si sforza di far sorgere piccoli ospedali e ricoveri; a volte ci lavora anche con le braccia. E combatte l’usura che dissangua le famiglie, facendo nascere Monti di Pietà e Monti frumentari, per il piccolo credito a tasso sopportabile.

Attinge questo ardore dal Tabernacolo, davanti al quale passa molte ore, anche notturne, in orazione, e dal Crocifisso, che porta di continuo sul petto.

Uno dei mezzi principali da lui usati per il rinnovo della vita religiosa è la pratica delle Quarant’ore, una specie di missione popolare. Ad ogni ora d’adorazione segue una predica. Alla fine delle Quarant’ore padre Giuseppe innalza su una collina vicina al paese una croce a ricordo della missione, croce che egli stesso porta sulle spalle.

Questo duro apostolato dura per ben ventidue anni, continuamente nutrito e potenziato dalla preghiera e dalla penitenza.

Per il Giubileo del 1600 padre Giuseppe si prepara con un anno di digiuno, di preghiere e di penitenze, recandosi poi a Roma da Otricoli (Tr), dove si trova a predicare, per lucrarne l’indulgenza. Nel mese di ottobre 1611 predica per l’ultima volta a Campotosto (Aq). È il 18, giorno della festa di san Luca.

Torna al convento di Amatrice, dove era stato trasferito e dove è superiore un suo nipote, appoggiandosi al suo bastone. Dio, che gli ha risparmiato il martirio, gli riserva una male incurabile che ben presto lo condurrà alla tomba.

Si reca a Leonessa alla fine del mese, restandovi circa dieci giorni: è l’ultimo incontro con i parenti, con i paesani, con la sua patria di origine. Lungo la strada del ritorno ad Amatrice benedice la sua Leonessa con parole che ancor oggi commuovono i suoi paesani.

Nel convento di Amatrice celebra l’ultima santa Messa il 28 dicembre, festa liturgica dei santi Innocenti. Il male peggiora di giorno in giorno, le forze gli vengono meno. Vuole ricevere ogni giorno la comunione fuori della sua cella, perché non ritiene opportuno che Gesù eucaristico entri nel suo povero tugurio.

Gli è diagnosticato un tumore e si tenta di operarlo: è quello il suo secondo supplizio. Il 2 febbraio è operato dal medico di Amatrice, Severo Canonico. Una operazione inutile e dolorosa. Giuseppe accetta, per ubbidienza, l’operazione con coraggio, ma rifiuta di essere legato, come suggeriscono i medici. Come anestetico, lungamente si stringe al petto il crocifisso. Il tre febbraio il chirurgo tenta un altro intervento con la speranza di strapparlo alla morte, tutto risulta inutile.

Sorella morte lo chiama nel pomeriggio del sabato 4 febbraio 1612, mentre Giuseppe invoca la Madre del cielo: «Sancta Maria succurre miseris». Ha 56 anni.

La sua morte dà adito ad una sorta di gara tra le popolazioni amatriciane, ognuno vuole accaparrarsi qualche sua reliquia: da tutti è ritenuto “Santo”. Il suo venerato corpo, per volontà dei maggiorenti della città, è sottoposto ad uno speciale intervento di conservazione ed viene inumato nella chiesa conventuale di Amatrice.

È un santo assai popolare e conteso fra Amatrice e Leonessa, di cui è stato nominato compatrono. Ma il popolo di Leonessa il 18 ottobre 1639, approfittando del terremoto, con fulminea e furtiva incursione, perpetra il “sacro furto” rubando il corpo che ora è venerato nel santuario eretto in suo onore nella casa paterna che lo vide nascere.

Beatificato da Clemente XII nel 1737, il 29 giugno del 1746, nella Basilica di san Giovanni in Laterano, è elevato alla gloria dei Santi dal papa Benedetto XIV, insieme a san Camillo de Lellis, suo contemporaneo e abruzzese come lui.

Nel 1950 Pio XII lo proclama patrono delle Missioni in Turchia, e il 2 marzo 1967 il papa Paolo VI lo proclama “Patrono principale” dell’Altopiano leonessano.

La festa liturgica in suo onore si celebra il 4 febbraio, giorno della sua nascita al cielo.