Sante e Santi Francescani 10/2 – Santa Eustochia Calafato di Messina (1434-1485) – Ispiratrice di Antonello da Messina

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Quando Karol Wojtyla (San Giovanni Paolo II), l’11 giugno 1988, andò a Messina per celebrare la canonizzazione della grande mistica Eustochia Smeralda Calafato, dell’ordine delle Clarisse, forse non immaginava che stava per elevare agli altari colei che ispirò il sommo artista Antonello da Messina in uno dei capolavori più celebrati e riprodotti, l’«Annunciata» o «Annunziata», che oggi col suo sublime volto gigliato accoglie i visitatori di Palazzo Abatellis di Palermo. Un’Annunziata «senza angeli», che colpisce per quella mano sospesa e protesa che Longhi definiva la «più bella mano della storia della pittura».

C’è quasi un «Codice Antonelliano» a unire uno dei più grandi maestri del Rinascimento e una mistica clarissa, entrambi sullo sfondo del mitico Stretto di Messina, luogo che ha naturalezza con leggende e segreti.

«Diria che d’Antonelo da Messina/ Ghè una Madona con un libro avanti,/ Che de sto Mondo i studij tutti quanti/ Nò i ghà certo una cosa cusì fina», scriveva nella sua Carta del navegar petoresco del 1660 Marco Boschini, che ammirò il dipinto antonelliano – datato 1475-76 – a Venezia, città «belliniana» dove l’artista peloritano si stabilì da protagonista, come evidenziato anche dall’ultima biografia su Antonello da Messina curata da Mario Lucco e pubblicata per le edizioni del Sole-24 Ore.

Il volto magnetico e lieve dell’«Annunziata» – riportato su poster, copertine, gadget, libri e riviste e diventato un’autentica icona del nostro Quattrocento artistico – potrebbe quindi essere quello della clarissa che Papa Wojtyla ha voluto canonizzare a oltre 500 anni dalla morte.

Una serie di saggi recenti – come quello dello studioso di storia messinese Nino Principato (pubblicato sulla rivista culturale «Moleskine») e quello di Daniela Gambino, riportato nel volume 101 storie sulla Sicilia che non ti hanno mai raccontato (Newton Compton) – hanno rilanciato questa sorprendente ipotesi che identifica la «santa in piedi» – il cui corpo incorrotto è posto rialzato nell’abside della chiesa di Montevergine di Messina – come possibile modella e ispiratrice del capolavoro, mettendo a confronto diverse tesi che sembrano comporre un mosaico dall’indubbio fascino.

Le ipotesi riprendono e integrano quelle elaborate dallo storico messinese Giuseppe Miligi (autore anche di un’apprezzata biografia sugli anni «messinesi» di Giorgio La Pira), il quale nel capitolo intitolato significativamente «Il pittore e la clarissa» del suo volume Francescanesimo al femminile osserva come Antonello – nato nel 1430 – e Eustochia – nata nel 1434 – siano i personaggi di maggior rilievo espressi nel XV secolo da Messina; città rinascimentale che, come osserva acutamente in una recente monografia lo storico Salvatore Bottari, si stagliava sul Mediterraneo come una metropoli mercantile dalla grande vitalità culturale e religiosa. Antonello non poteva non conoscere il ruolo e l’attività svolta da Smeralda-Eustochia, sua vicina e coetanea, la cui fama stava sviluppandosi velocemente. Il piccolo Antonellus iniziava la sua attività di apprendista proprio a ridosso della «contrada dei setaioli», dove Eustochia Smeralda trascorse la sua infanzia e la prima adolescenza.

Antonello degli Antoni era nato nella vicina contrada Sicofanti, adiacente a quella che veniva definita la via dei Monasteri, e aveva la casa-bottega poco distante sia dal monastero dell’Accomandata – sito nell’ex ospedale della Santa Ascensione, dove Eustochia Calafato nel 1458 fondò il primo monastero del Sud Italia sotto la regola di santa Chiara –, sia da quello di Montevergine, fondato dalla futura santa nel 1464. Segni di una vicinanza che non era solamente geografica ma anche di visione religiosa. Sia Antonello che Eustochia, infatti, erano ferventi francescani, entrambi aderenti alla linea degli Osservanti dai tratti spirituali e ascetici che contrastava polemicamente coi Conventuali. Non a caso Antonello, terziario francescano, ardente cristiano molto legato a uno spiritualismo puro, per sottolineare la sua aderenza ai principi di povertà e umiltà, chiese nel testamento del 14 febbraio 1479 di essere seppellito con abito dei Minori Osservanti nel «convento Sanctae Mariae Jhesu cum habitu dicti convectus», il convento di Santa Maria di Gesù a Ritiro, da tempo al centro del mistero sulla localizzazione della «tomba di Antonello». In questo contesto francescano bisogna annotare inoltre come uno degli sfondi più noti del pittore, quello contenuto nella «Pietà» del Museo Correr di Venezia, raffiguri le absidi della chiesa di San Francesco all’Immacolata, simbolo di quella spiritualità francescana – molto viva nella città peloritana – che Garin fa coincidere con le «origini del Rinascimento».

A rafforzare una costante attenzione al francescanesimo dell’artista siciliano, tre autorevoli biografi del sommo pittore siciliano (Bottari, Natoli e Pugliatti) mettono in luce anche il dipinto ora scomparso che riproduce santa Chiara, presente nel monastero di Basicò – sede iniziale di sant’Eustochia – e considerato un «precedente di Antonello», oltre che di una tavola «antonelliana» nella chiesa di San Francesco di Messina.

Anche in base a questa vicinanza religiosa – come rileva la storica Caterina Zappia – in Sicilia si è alimentata nel tempo una vulgata che identifica nell’«Annunciata» del sommo Antonello (attribuita fino al 1899 a Dürer e riconosciuta dal Brunelli come antonelliana solo nel 1904) «la Beata suora messinese Eustochia dei Calafati» (L. Perroni Grande).

Una tesi che alcuni studiosi novecenteschi hanno ripreso e rielaborato, tra gli altri Domenico Puzzolo Sigillo che, dopo aver ammirato il dipinto e averlo raffrontato con il corpo incorrotto delle clarissa, scriveva nel 1925: «Io credo invero che non si possa ammirare la bella Vergine leggente del sommo pittore messinese, senza rivedere con la fantasia la Beata Eustochia, nel silenzio arcano della sua cella». Lo studioso peloritano rilevava la «somigliantissima conformazione scheletrica ed ossea delle medesime» e trovava delle analogie uniche e particolari tra le corporature e un’identica «sagoma zigomatica».

Somiglianze «evidenti» riscontrate e ribadite anche dal gesuita Francesco Terrizzi e dallo storico locale Intersimone, che nel 1956 parlava della santa messinese come «inconsapevole ispiratrice di Antonello», ribadendo che «vinto dalla grazia e dalla sua santità, Antonello avrà voluto ritrarre la pura bellezza di Eustochia nel mirabile quadro detto l’”Annunziata”, che dipinse probabilmente nei primi mesi del 1461»: un omaggio diretto alla concittadina in odore di santità ma che in quel periodo stava subendo attacchi da parte di certi gruppi di «seculari e frati».

La somiglianza «impressionante» tra il ritratto del celebre dipinto e il volto del corpo incorrotto della «vergine più intellettuale, più spirituale e più suggestiva allora vivente ed operante in Messina», si unisce ai legami davvero incredibili tra Eustochia e il mistero dell’Annunciazione. Come rileva la Leggenda della Beata Eustochia, biografia scritta dalle consorelle subito dopo la sua morte, la religiosa era nata «lo Jovedì Santo, lo giorno de la Annunciata», il 25 marzo 1434.

Il luogo di nascita poi apre a sorprendenti coincidenze, dato che il quartiere dove si trova la casa natale si chiama ancora oggi Annunziata, quel vicum Annuntiatae citato dal grande erudito messinese Maurolico, sito nella zona Nord di Messina, non lontano dal Museo regionale che ospita due capolavori antonelliani, il Polittico di San Gregorio e la tavoletta che ritrae la Madonna con bambino benedicente «con un francescano» sul recto.

Miligi osserva come ben quattro madonne «siciliane» sembrino richiamare i tratti somatici della santa (il citato polittico di San Gregorio e le madonne di Palermo, Monaco e Palazzolo Acreide), opere che ritraggono delle «Annunziate» con tratti eloquentemente mediterranei e meridionali, come sottolineato anche da autorevoli storici medievisti quali Pispisa e Tramontana: un «tipo fisico reale, sempre lo stesso», rilevò l’illustre storico dell’arte Alessandro Marabottini in occasione della Mostra Antonelliana di Messina nel 1981, che farebbe pensare a una donna «vera che lo ispirò e il cui viso venne idealizzato dal pittore» attraverso l’«astraente visione» di una figura di riferimento.

A ciò si aggiunge il fatto che – come mette in rilievo Elena La Fauci Di Rosa in un studio edito dal Monastero di Montevergine – il velo che copre il capo dell’«Annunciata» somiglia molto a quello delle clarisse e si avvicina alle mantelle azzurre usate dalle ragazze siciliane che «sanno di chiostro» (Savarese).

Aggiungiamo anche come la parte scollata del petto della Madonna assomiglia a un tipico soggolo, usato dalle monache di quell’epoca, come la Monaca di Monza, e che la pagina del libro che l’«Annunziata» sembra sfogliare viene identificata da alcuni studiosi nella Regola di santa Chiara, custodita gelosamente dalla clarissa che l’aveva ricevuta dopo un ritrovamento considerato «miracoloso».

A questi elementi si aggiunge che – come osserva Principato – il committente dell’«Annunziata», il banchiere locale Giovanni Mirulla, era parente di suor Giovanna Mirulla, seguace di Eustochia. Tutti dati che potrebbero confermare il desiderio dell’artista di rendere omaggio sia all’Ordine, a cui era devoto, sia alla concittadina che di quell’Ordine era illustre esponente; tanto che, realizzando dipinti di Madonne, le rendeva tutte meravigliose «Annunziate».

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Sante e Santi Francescani 10/1 – Santa Eustochia Calafato di Messina (1434-1485) – Clarissa – 20 gennaio

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Eustochia Calafato (al secolo Smeralda), è quarta dei sei figli di Bernardo Cofino, soprannominato Calafato (destinato a diventare il cognome di tutta la famiglia), commerciante messinese, e di Macalda Romano Colonna, terziaria francescana. Nell’anno in cui viene alla luce la città di Messina è colpita da un’epidemia di peste. I genitori, per sfuggire alla pestilenza, decidono di recarsi fuori dalla città, presso il vicino villaggio della SS. Annunziata ed è lì che la madre Macalda la dà alla luce il 25 marzo 1434.

Smeralda trascorre i primi anni della fanciullezza senza notevoli avvenimenti, nella casa paterna, affidata alle cure della madre. Si tramanda che sin da piccola la sua bellezza non passa inosservata.

Nel dicembre 1444, quando Smeralda ha appena undici anni circa, senza neppure essere interpellata e secondo i costumi del tempo, il padre la promette sposa ad un maturo vedovo trentacinquenne di pari condizione sociale ed economica; ma il concertato matrimonio sfuma per l’improvvisa e repentina morte del promesso sposo nel luglio 1446.

Anche se non pienamente cosciente di quanto accaduto, l’evento provoca nella piccola Smeralda un tremendo e comprensibile trauma, ma la Provvidenza divina che ha ben altri disegni su di lei, se ne serve per attirare alle cose celesti il suo cuore, del resto già ben disposto alle più ardite e sublimi decisioni. Così la morte del promesso sposo spinge soavemente ma fortemente Smeralda a considerare nella sua vera realtà e alla luce del soprannaturale la vanità delle cose terrene e dei piaceri mondani, per cui nonostante reiterate pressioni dei parenti e le ottime occasioni che si presentano per un nuovo fidanzamento, rimane sempre tetragona nel rinunciarvi, decidendo di consacrarsi a Dio nella vita religiosa, decisione maturata verso l’età di 14 anni.

I parenti però, e specialmente il padre, non sono assolutamente disposti ad assecondare le sue aspirazioni: da qui un inevitabile conflitto familiare, che la spinge anche a tentare una inutile fuga dalla casa paterna, ma che si risolve dopo qualche tempo a suo favore, quando verso la fine del 1448, durante uno dei suoi soliti viaggi commerciali, il padre muore improvvisamente in Sardegna. Ma adesso sono le monache a non volerla: hanno paura di vedersi incendiare il convento, come i fratelli di Smeralda minacciano di fare.

L’attesa si protrae ancora per un anno, poiché soltanto alla fine del 1449 Smeralda può appagare il suo ardente desiderio entrando nel monastero delle Clarisse di S. Maria di Basicò in Messina dove le è imposto il nome di Suor Eustochia: ha circa 15 anni e mezzo!

Fin dal noviziato la giovane suora si distingue per la pietà e le spiccate virtù. Incredibile infatti è l’impegno, lo slancio, l’entusiasmo con cui Suor Eustochia si accinge a vivere la sua vocazione dedicandosi alla preghiera, alla meditazione assidua della Passione di Cristo, alla mortificazione, al servizio delle inferme.

Non paga però di attendere alla sua personale perfezione, suor Eustochia desidera ardentemente che tutto il monastero risplenda per l’esemplare osservanza della regola. Purtroppo proprio in quegli anni la badessa del tempo, suor Flos Milloso, con progressiva e tenace azione e con scopi non del tutto lodevoli, sottrae il monastero dalla direzione spirituale degli Osservanti, e pur non trascurando le necessità spirituali delle suore, è troppo invischiata ed immersa negli affari terreni e temporali. Tutto ciò crea un certo disagio e profondo disappunto nelle suore più sensibili e fervorose tra cui primeggia suor Eustochia, e poiché a nulla approdano gli sforzi ed i tentativi per ricondurre a più severa disciplina la vita regolare del monastero, la nostra Santa e qualche altra decidono di cercare altrove quanto manca a Basicò; matura in lei il proposito di fondare un nuovo monastero secondo il genuino spirito della povertà francescana e sotto la direzione dei Frati Minori dell’Osservanza.

Ottenuta la necessaria autorizzazione pontificia, con i mezzi fornitile dalla madre e dalla sorella e la fattiva collaborazione del nobile messinese Bartolomeo Ansalone, sostenuta moralmente da una consorella di Basicò, suor Iacopa Pollicino, che unica la segue nella difficile impresa e le rimane fedelmente accanto fino alla morte, superando immensi ostacoli, sopportando violente avversità e contraddizioni interne ed esterne, nel 1460 suor Eustochia si trasferisce nei locali di un vecchio ospedale adattato a monastero, dove la seguono la sorella Mita (Margherita) ed una giovane nipote.

Ben presto altre donne si uniscono al piccolo drappello, ma per sopravvenute difficoltà materiali e morali, le suore devono lasciare il vecchio ospedale, trovando generosa ospitalità nella casa di una congregazione del terz’ordine Francescano, sita nel quartiere Montevergine dove si trasferiscono agli inizi del 1464. Con l’aiuto di benefattori la nuova dimora viene convenientemente allargata e sistemata per un monastero: ha così inizio il monastero di Montevergine nel quale ben presto uno stuolo di anime nobili e generose, tra cui la stessa madre di Eustochia, chiede di entrare per condividerne la vita povera ed evangelica.

Fattasi cosi madre spirituale delle sue figliole, ella le istruisce, le educa, le forma alla vita francescana, spronandole alla meditazione della passione di Cristo, comunicando loro i frutti delle proprie esperienze ascetiche, infondendo nei loro cuori l’amore alle virtù che ella stessa pratica con ammirabile costanza ed eroismo, permeando tutta la loro vita della spiritualità semplice e generosa del francescanesimo, imperniata sul Cristocentrismo, sul Cristo cioè amante e sofferente, sulla devozione all’Eucaristia, attingendo un sodo e vitale nutrimento per le quotidiane meditazioni da un’intensa e sentita vita liturgica.

Nel monastero di Montevergine suor Eustochia si spegne a 51 anni il 20 gennaio 1485, lasciando una fervente e stimata comunità religiosa di circa 50 suore, il profumo delle sue virtù e la fama della sua santità.

Qualche giorno dopo la sua sepoltura, al suo sepolcro e nel suo corpo si manifestano straordinari fenomeni che danno inizio ad una popolare e vasta devozione verso di Lei. Spinte da quegli avvenimenti e sollecitate da personalità ecclesiastiche e laiche, le suore di Montevergine scrivono una biografia della loro venerata fondatrice e madre, mentre la fedele compagna Suor Iacopa Pollicino ne trasmette toccanti ed ammirabili cenni in due lettere a suor Cecilia Coppoli, badessa del monastero di S. Lucia di Foligno, nelle quali conferma o completa quanto di più interessante, prestigioso e virtuoso aveva notato in suor Eustochia.

Il 14 settembre 1782 il Papa Pio VI approva il culto ” ab immemorabili “.

San Giovanni Paolo II, durante una sua visita a Messina, l’11 giugno 1988, la inscrive nell’albo dei Santi.

Sante e Santi Francescani 9 – Beato Giuseppe Antonio Tovini (1841-1897) – Padre di famiglia e terziario francescano – 16 gennaio

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Giuseppe Antonio Tovini, uno dei principali protagonisti del cattolicesimo sociale italiano del secondo Ottocento, nasce a Cividate Camuno, in Valle Camonica (BS), il 14 marzo del 1841, da Mosè e Rosa Malaguzzi, primo di sette fratelli, in una famiglia di condizioni economiche modeste.

Sin dall’infanzia riceve un’educazione particolarmente austera, secondo le tradizioni religiose e morali del luogo, influenzate da un sottile giansenismo, diffuso un po’ dovunque in Val Camonica e nel suo paese. A ciò si aggiunge la ferrea disciplina delle scuole elementari frequentate a Cividate e poi a Breno.

Nel 1852 a 11 anni, entra nel Collegio municipale di Lovere (BG) dove rimane per sei anni (sino al compimento della prima classe liceale nell’estate del 1858), ricordato quale alunno esemplare, dotato intellettualmente e moralmente. Ma le condizioni economiche della famiglia, non gli permettono più di restare a continuare gli studi intrapresi; interviene in aiuto uno zio sacerdote che gli fa ottenere un posto gratuito presso il Collegio per giovani poveri, fondato a Verona dal Servo di Dio don Nicola Mazza, frequentando gli ultimi due anni del liceo nel seminario diocesano.

Nel luglio del 1859, con la morte del padre, Giuseppe Antonio si ritrova a 18 anni con cinque fratelli minori da mantenere, essendo nel frattempo deceduto l’ultimogenito.

Ciononostante, conseguita la licenza liceale nel 1860, si iscrive come privatista alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova, per gli anni 1860-1864. Lo zio sacerdote lo aiuta a rimanere ospite del collegio “Mazza”, trovandogli un lavoro presso uno studio legale veronese; il piccolo stipendio viene arrotondato dando lezioni private.

Sul finire degli studi universitari, il 31 marzo 1865, muore anche la madre, così Giuseppe Antonio passa da primogenito a capofamiglia. Nonostante tutto, nell’agosto 1865, si laurea brillantemente all’Università di Pavia, dove si è trasferito un anno prima, per poter conseguire un titolo che gli consenta di lavorare nel Regno d’Italia. Nei mesi successivi si avvia alla professione presso uno studio legale e uno studio notarile a Lovere. Contemporaneamente accetta il gravoso incarico di vicedirettore e di docente nel collegio municipale della cittadina locale, dove era stato studente. In questo incarico, durato due anni, con la soddisfazione di tutti; Giuseppe Antonio si distingue perché è il solo a recitare la preghiera prima e dopo le lezioni e far la Comunione ogni domenica.

Nel 1867 si trasferisce a Brescia, ospite dapprima di mons. Pietro Capretti, quindi, come “praticante”, presso lo studio dell’avvocato Giordano Corbolani, conseguendo l’abilitazione all’esercizio della professione nel 1868.

Il 6 gennaio 1875, il giorno dell’Epifania, nella chiesa di S. Agata in Brescia, si unisce in matrimonio con Emilia Corbolani, figlia del titolare dello studio dove lavora, di dodici anni più giovane di lui, conosciuta sette anni prima. Dalla loro unione nascono ben 10 figli, di cui uno diverrà gesuita e due religiose.

Nel frattempo, è eletto sindaco della natia Cividate Camuno, che gli dedicherà un monumento nella piazza. In questo incarico, che tiene dal 1871 al 1874, promuove varie iniziative per attuare opere di pubblica utilità: sgrava il Comune dai molti debiti; fonda nel 1872 la Banca di Val Camonica in Breno (di cui stende lo Statuto), a sostegno delle imprese produttive; inizia gli studi per la progettazione di una ferrovia che va da Brescia a Edolo, che colleghi cioè la valle al capoluogo bresciano, togliendola dall’isolamento e risollevarne l’economia (opera che sarà realizzata dopo la sua scomparsa).

Ma il centro del suo impegno politico si svolge a Brescia contro la dominazione laicista che guida i consigli comunali e provinciali della città dall’unificazione d’Italia, sotto il controllo di Giuseppe Zanardelli (1826-1903), esponente di grande rilievo nazionale della sinistra liberale, acceso anticattolico, ministro guardasigilli e presidente del Consiglio, oltre che “padrone” assoluto della politica bresciana.

Sono gli anni successivi all’unificazione del paese, compiutasi nel 1870 con la conquista di Roma. Anni difficili soprattutto per i cattolici, che vedono la patria guidata politicamente da un gruppo liberale ostile alla Chiesa e il Papa prigioniero in Vaticano, che non possono partecipare alle elezioni politiche per il divieto della Santa Sede, ma che cominciano a organizzarsi per cercare di guidare i Comuni attraverso la partecipazione alle elezioni amministrative.

Così, Giuseppe Antonio promuove con altri cattolici bresciani l’Associazione Elettorale Cattolica, essendo eletto, prima consigliere provinciale del mandamento di Pisogne (BS), e poi, nel 1882, primo e unico consigliere cattolico al Comune di Brescia. Nel 1895, due anni prima della morte, si compirà il trionfo politico con la definitiva sconfitta degli zanardelliani e la conquista della maggioranza del Comune e della Provincia da parte dei cattolici alleati ai liberali moderati.

Consapevole dell’importanza dell’informazione, fonda periodici popolari come «La madre cattolica» e «La voce del popolo», e contribuisce in modo determinante alla fondazione del quotidiano cattolico Il Cittadino di Brescia, che si pubblica a partire dal 13 aprile 1878, di cui diventa amministratore.

Contemporaneamente, prosegue nella sua vulcanica attività sociale a favore di singoli o categorie in difficoltà. Nel settore caritativo sollecita le cucine economiche, sostiene le “Conferenze di san Vincenzo”, l’”Istituto dei derelitti” e quello “delle convertite”.

Fra le iniziative più importanti e ricche di conseguenze nella storia italiana vi sono, nel settore economico-finanziario, oltre alla già menzionata fondazione della Banca di Val Camonica, nel 1872, quella della Banca San Paolo di Brescia, nel 1888, e del Banco Ambrosiano, nel 1896; in quest’ultima iniziativa, quasi al termine della sua esistenza terrena, Giuseppe Antonio impegnerà tutte le sue forze – secondo quanto riportato da un suo biografo, il padre oratoriano Antonio Cistellini – per difendere la scelta che la banca abbia anzitutto finalità apostoliche a sostegno delle opere del movimento cattolico e della scuola in particolare, contro chi la vuole banca d’affari caratterizzata anzitutto dal momento economico.

Preoccupato della possibilità che la Chiesa perda il contatto con le masse operaie in crescita con lo sviluppo dell’industrializzazione, promuove la fondazione di Società Operaie Cattoliche che cominciando da Lovere si estenderanno in tutta la Lombardia, tanto che nel 1887 queste fiorenti Società possono celebrare il loro primo congresso; mentre nel 1885 propone la fondazione dell’Unione Diocesana delle Società Agricole e delle Casse Rurali.

L’attività più geniale e pionieristica di Giuseppe Antonio è nel settore dell’educazione e della scuola, dalla scuola materna all’università: per questo si sente apostolo e missionario, dice: «le nostre Indie sono le nostre scuole».

Divenuto Presidente del Comitato diocesano dell’Opera dei Congressi, nel 1878, da lì in poi, il suo ruolo nelle attività e iniziative istituite dalla diocesi, diviene di primaria importanza; percorre tutta la Provincia per promuovere ben 145 comitati parrocchiali. Nel 1888 il Comitato Permanente dell’Opera apre a Brescia la Terza Sezione, appunto dedicata all’istruzione e all’educazione, e ne affida a lui la direzione.

Sempre nel 1888, il Governo fa chiudere il Collegio dedicato al nobile bresciano venerabile Alessandro Luzzago (1551-1602), che Giuseppe Antonio aveva fondato nel 1882; ed egli intraprende la battaglia per la sua riapertura, finalmente ottenuta nel 1894 sotto il nome del poeta neoclassico bresciano Cesare Arici (1782-1836).

Fonda, nel 1882 l’asilo Giardino d’infanzia S. Giuseppe e il collegio Ven. A. Luzzago; il Patronato degli studenti presso i padri della Pace nel 1889; l’Opera per la Conservazione della Fede nelle Scuole in Italia nel 1890, dotandola di un periodico, Fede e Scuola.

Nel 1892 promuove la creazione di Circoli universitari cattolici e collabora alla fondazione dell’Unione Leone XIII di studenti bresciani, da cui nascerà la Fuci. Per gli insegnanti, propugna la compagnia di assicurazione “Lega per insegnanti cattolici”, che opererà con il nome di Unione magistrale. Il 5 aprile 1893 fonda la rivista «Scuola italiana moderna», primo periodico a livello nazionale di carattere pedagogico e didattico, tuttora pubblicato.

Nel 1896, sostenendo la causa della Federazione universitaria cattolica, al congresso di Fiesole, ripropone il progetto di un’Università cattolica in Italia che completerà proponendo una raccolta di fondi a tal fine. Sarà padre Agostino Gemelli a realizzarla.

Nel frattempo, entra nel terz’ordine francescano. Si avvicina al francescanesimo non soltanto per un motivo ascetico personale ma come espressione di ecclesialità.

Il dinamismo di Giuseppe Antonio Tovini si rivela veramente sorprendente, se si considera la sua gracile costituzione fisica e le cagionevoli condizioni di salute, che a partire dal 1891, andranno man mano peggiorando.

Muore il 16 gennaio del 1897, a soli 55 anni, logorato da una malattia polmonare e dalle fatiche di una vita intensissima, lasciando in tutti la certezza della sua santità. La sua salma il 10 settembre 1922 è solennemente traslata dal cimitero alla chiesa di S. Luca in Brescia, dove riposa tuttora.

Egli, oltre che uomo d’azione, è soprattutto uomo di Dio: uomo di preghiera, devotissimo all’Eucaristia e alla Madonna, e ha spiccato il senso della Chiesa, unito a una visione francescana della vita. Mentre fonda banche e casse rurali, promuove un’associazione per l’adorazione notturna al Santissimo Sacramento e trascorre anche lui una notte alla settimana nella chiesa di San Luca con gli amici. Personaggio di caratura nazionale, la domenica fa catechismo ai bambini della sua parrocchia.

È beatificato da san Giovanni Paolo II il 20 settembre 1998, a Brescia.

Nell’omelia pronunciata in occasione della Messa per la beatificazione del servo di Dio celebrata nello Stadio Rigamonti di Brescia, Papa Giovanni Paolo II così lo descrive: «Fervente, leale, attivo nella vita sociale e politica, Giuseppe Tovini proclamò con la sua vita il messaggio cristiano, fedele sempre alle indicazioni del Magistero della Chiesa. Sua costante preoccupazione fu la difesa della fede, convinto che – come ebbe ad affermare in un congresso – “i nostri figli senza la fede non saranno mai ricchi, con la fede non saranno mai poveri”. Visse in un momento delicato della storia italiana e della stessa Chiesa ed ebbe chiaro che non era possibile rispondere in pieno alla chiamata di Dio senza una dedizione generosa e disinteressata alle problematiche sociali. Ebbe uno sguardo profetico, rispondendo con audacia apostolica alle esigenze dei tempi che, alla luce delle nuove forme di discriminazione, richiedevano dai credenti una più incisiva opera di animazione delle realtà temporali».

A Cividate Camuno esiste la casa di abitazione della famiglia e il monumento alla memoria. Numerose istituzioni, sia scolastiche sia assistenziali, sono intitolate a Giuseppe Antonio Tovini, in particolare la Fondazione Giuseppe Tovini di Brescia, attore insieme con altri enti della Causa di canonizzazione. È possibile ricordare per il territorio camuno anche l’intitolazione del Consultorio famigliare di Breno, del Biennio del liceo sempre di Breno e della scuola secondaria inferiore dell’Istituto comprensivo di Darfo.

La festa liturgica è il 16 gennaio, giorno della sua nascita al cielo.

Sante e Santi Francescani 8 – Santi Berardo, Ottone, Pietro, Accursio e Adiuto (16 gennaio 1220) – Protomartiri dell’Ordine Francescano – 16 gennaio

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Nel 1212-1214, San Francesco, ardente del desiderio del martirio e di conquistare anime a Cristo, decide di recarsi in Siria, ma una tempesta lo rigetta sulle rive della Dalmazia e a stento riesce a ritornare, nascosto su una nave che lo ha rifiutato, ad Ancona. Si mette in viaggio allora verso il Marocco, via Spagna, ma una malattia lo costringe a rientrare in Italia.

Nel 1219 invia a predicare il Vangelo ai saraceni 6 membri della sua “fraternitas”: Vitale, Ottone Petricchi da Stroncone, Berardo de’ Leopardi da Calvi, Pietro dei Bonati da San Gemini, Adiuto e Accursio Vacutio da Narni, tutti nativi della provincia di Terni, dove Francesco soggiorna almeno cinque volte dal 1209 al 1226. Francesco, invece, con una dozzina di compagni, tra i quali Pietro Cattani e Illuminato da Rieti, si aggrega ai crociati diretti in Palestina, al fine di visitare i luoghi santi e convertire i saraceni.

I sei missionari raggiungono a piedi la Spagna. Giunti nel regno di Aragona, Vitale, responsabile del gruppo, si ammala gravemente e, poiché tarda a rimettersi, ordina agli altri confratelli di proseguire il loro cammino.

Da questo momento della vicenda le fonti agiografiche, tutte piuttosto tarde, tendono a riservare il ruolo di protagonista e la direzione della missione stessa a Berardo, che dicono sacerdote e che presentano come buon conoscitore della lingua araba. In realtà – come risulta dall’esame dei documenti – Berardo non è che suddiacono; e, poiché nel gruppo solo Ottone, oltre a Vitale, è sacerdote (gli altri tre sono fratelli laici), è molto probabile che appunto Ottone assuma la direzione della missione.

A Coimbra, in Portogallo, i cinque frati sono ricevuti dalla regina Orraca, moglie di Alfonso II. Si riposano alcuni giorni nel convento di Alanquer, beneficiando dell’aiuto dell’infanta Sancia, sorella del re, che fornisce loro degli abiti civili per facilitare la loro opera di apostolato tra i mussulmani. Così abbigliati, si imbarcano alla volta di Siviglia, occupata dai saraceni.

Là incontrano un buon cristiano il quale li accoglie nella propria abitazione, dove rimangono nascosti alcuni giorni. Dopo circa una settimana, usciti dalla casa senza guida né consiglio alcuni, si dirigono alla moschea principale con l’intenzione di entrarvi, ma ne sono impediti dai saraceni che fanno irruzione su di loro con grida, spintoni e percosse. I frati si avvicinano allora alla porta del palazzo reale, decisi ad entrare e predicare davanti allo stesso califfo. Questi, colmo d’ira, ordina l’immediata decapitazione degli imprudenti religiosi.

Il figlio del califfo, provando pietà per “quella pazzia così rara” dei frati, cerca di calmare lo sdegno del padre e gli ricorda che la legge prevede che prima di una condanna a morte siano consultati gli anziani. Il sultano si calma, ma come primo provvedimento ordina che i cinque siano isolati sul terrazzo di un’alta torre. Con scarsi risultati: presala per un pulpito, gridano ai passanti la verità della fede cristiana e la falsità della fede islamica. Il sultano, venuto a conoscenza del fatto, li fa rinchiudere nella prigione sotterranea della torre. Poi li fa chiamare per un nuovo faccia a faccia, cercando di convincerli a desistere dal loro proposito. Infine, convintosi che il tentativo è inutile, convoca il Consiglio dei saggi e degli anziani del regno. Ma i cinque frati inflessibili, approfittano di quell’assemblea per annunciare con fermezza la loro fede. A questo punto il califfo, deciso a porre fine a quell’ingrata sfida, ordina l’immediata espulsione di quei pazzi frati, che vengono così sbarcati in Marocco.

Qui si mettono a predicare il Vangelo e a invitare i saraceni a convertirsi. Vengono arrestati e portati davanti al sultano Abū ya’qūb yūsuf al Mustanṣir, indicato come Miramolino dai cronachisti cattolici medievali.

Meno feroce di come è descritto nelle antiche biografie, il Miramolino tollera la presenza di navigatori e commercianti spagnoli e portoghesi, stabilitisi nelle sue terre per affari, senza esigerne la conversione, a patto che non manifestino in pubblico la propria fede. Ma per quanto tollerante, non può far finta di nulla quando i 5 frati cominciano a predicare il Vangelo di Cristo, invitando addirittura i musulmani a convertirsi.

Miramolino, però, vuole mostrarsi generoso: non li condanna a morte ma li affida all’Infante Pedro, che, esule dal Portogallo per contrasti con il fratello, il re Alfonso II, si trova in quel frangente in Marocco. Questi cerca di farli rimpatriare, affidandoli ad una scorta che dovrebbe condurli a Ceuta. I cinque, tuttavia, eludono la vigilanza delle guardie e, sfidando il divieto del califfo, tornano a predicare di fronte all’attonita popolazione musulmana nel suk, il formicolante mercato di Marrakech.

Il sultano, sempre più irritato, ordina che i frati vengano incarcerati e lasciati senza cibo né acqua. Dopo tre settimane di digiuno totale, uno dei consiglieri del Miramolino, di nome Abatourim, uomo islamico che non nasconde le proprie simpatie per i cristiani, suggerisce di lasciarli liberi ritenendo che il castigo possa essere sufficiente a scoraggiarli.

Il sultano si convince: li libera e li espelle ancora una volta dal paese. Ma ancora una volta, i cinque, fuggono e tentano di riprendere la predicazione. Vengono fermati, questa volta, dagli stessi cristiani.

L’infante Pedro, dovendo in quei giorni partire con una truppa composta da mori e cristiani per soffocare una ribellione, prende con sé i cinque frati. Nell’attraversare una regione desertica, l’intero drappello trascorre tre intere giornate senza che si riesca a reperire una sola stilla d’acqua. Ma un colpo di scena cambia la situazione. Berardo fa un buco nella sabbia con un bastone e subito dal deserto scaturisce una fonte copiosa d’acqua, grazie alla quale uomini e bestie placano la sete. Maomettani e cristiani, giubilando per quella meraviglia, baciano i piedi e gli abiti dei frati taumaturghi. La spedizione prosegue e nel continuo convivere e conversare tra mori e cristiani, un dotto e fervente islamico discute con i cinque ma rimane schiacciato dalla loro dialettica.

Al ritorno della truppa, il Miramolino viene a conoscenza del prodigio dell’acqua e della pessima figura a cui i cinque hanno costretto il saggio imam. Poi, la sua rinnovata rabbia diviene incontrollabile quando nel recarsi alle tombe dei suoi predecessori, s’imbatte nuovamente nei nostri protagonisti, intenti a predicare.

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Il sultano convoca subito il principe Abosaid al quale ordina la cattura e la decapitazione dei “cinque intrusi”. Il principe, però, un po’ per segreta ammirazione e un po’ per compassione, sperando che l’intervento di alcuni nobili cristiani possa convincere il sultano a revocare la sentenza, riesce a ritardare l’esecuzione dal mattino fino al tramonto. In realtà nessuno, né nobile né plebeo, si offre di fare pubblicamente da paciere, anche per il fondato timore che si scateni una vera e propria caccia al cristiano.

Giunta la notte, dunque, il principe Abosaid ordina a un picchetto di soldati di portare i cinque prigionieri al suo cospetto, ma poi non si fa trovare in casa. I soldati tornarono con i prigionieri al mattino presto, ma il principe è ancora assente.

I cinque prigionieri vengono allora trasportati nel carcere principale di Marrakech. Dopo tre giorni di detenzione, Berardo, Accursio, Adiuto, Pietro e Ottone sono spogliati, legati, colpiti e frustati a sangue. Il principe si incarica personalmente dell’interrogatorio. Ma i cinque cercarono, ancora una volta, di convertirlo, minacciandolo delle pene dell’inferno. Abosaid ordina dunque che, condotti separatamente in case diverse, ricevano un’ulteriore dose di frustate. Sulle ferite dei frati si versa aceto e olio bollente e i corpi dei religiosi vengono trascinati per tutta la notte su pezzi di vetro.

Totalmente, nudi, con le mani legate e il sangue che continua a uscire dalla bocca, i frati sono poi condotti per le strade, spinti dallo schioccare dei colpi della frusta. Abosaid tenta per l’ultima volta di convincere i cinque a ritrattare le frasi dette contro gli islamici e contro Maometto, promettendo il perdono. Ma frate Ottone risponde mandando al diavolo “la legge empia” e “bestemmiando” contro il profeta Maometto.

Abosaid è costretto ad arrendersi di fronte all’ostinato atteggiamento dei cinque frati. Li rimanda allora dal sultano che tenta, ancora una volta, di convertirli promettendo donne, ricchezze e posti d’onore. Ma riceve l’ennesimo rifiuto.

A questo punto è lo stesso Miramolino che, impugnata la sua scimitarra, decapita i cinque intrepidi confessori della fede. È il 16 gennaio 1220.

Appresa la notizia del martirio dei cinque suoi figli, San Francesco esclama: «Ora posso dire che ho veramente cinque Frati Minori».

I corpi e le teste dei martiri vengono gettate fuori dal palazzo reale. Il popolo se ne impadronisce e, tra urla e oltraggi di ogni genere, li trascina per le vie della città ed infine li espone sopra un letamaio, in preda ai cani ed agli uccelli. Un provvidenziale temporale mette però in fuga gli animali e permette così ai cristiani di recuperare i resti dei frati e trasportarli nella residenza dell’Infante.

Questi fa costruire due casse d’argento di differente grandezza. Nella più piccola vi depone le teste, mentre nella più grande i corpi dei martiri. Tornando in Portogallo, porta infine con sé le preziose reliquie. A Lisbona, all’arrivo delle salme, è presente anche il canonico di S. Croce Fernando di Lisbona, il futuro s. Antonio da Padova, che matura in quella circostanza la propria vocazione francescana.

Dalla città portoghese le reliquie vengono portate al monastero di Santa Croce a Coimbra e custodite in una cappella. Lì rimangono fino all’inizio degli anni Duemila quando, su richiesta del vescovo di Terni, Vincenzo Paglia, i resti dei protomartiri tornano in Italia: oggi riposano in un nuovo reliquiario nella chiesa di Sant’Antonio da Padova a Terni, proprio di fronte alla cappella dove è venerata una reliquia del santo.

In una lettera del 12 luglio 1321 a Giovanni XXII il conte-re Jaime II di Catalogna-Aragona chiede al papa di iniziare il processo informativo per la canonizzazione dei cinque francescani. La conferma del culto, ma non una canonizzazione formale, avviene ad opera del papa francescano Sisto IV, che con la bolla “Cum alias” del 7 agosto 1481 autorizza i frati minori a celebrare nelle loro chiese, il 16 gennaio di ogni anno, la festa di Berardo e dei suoi compagni nel martirio.

Sante e Santi Francescani 7 – Beato Odorico da Pordenone (1280 ca-1331) – Sacerdote missionario dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali – 14 gennaio

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Secondo il cronista trecentesco Giovanni di Viktring (Liber certarum historiarum, II, a cura di F. Schneider, Scriptores rerum Germanicarum in usum scholarum ex Monumentis Germaniae historicis separatim editi, Hannover-Leipzig 1910, p. 113), nasce a Villanova di Pordenone da una delle famiglie lasciate a presidio della cittadina friulana da Ottocaro II, re di Boemia nei primi anni Settanta del Duecento. Forse da questo ha origine la voce, non confermabile, che Odorico sia di stirpe boema. Sicuramente non nasce dalla famiglia Mattiussi o Mattiuzzi e nemmeno nel 1265, data proposta da padre Girolamo Golubovich, mosso da preoccupazioni ostili alla supposta ascendenza boema di Odorico. Preferibile è la tradizione che lo vuole nato nei primi anni Ottanta del secolo XIII, rafforzata dalla ricognizione medica sui resti parzialmente mummificati del corpo (2002).

Gli agiografi trecenteschi dicono che entra giovanissimo tra i frati minori, dopo una esperienza di vita eremitica ed è ordinato sacerdote a 25 anni a Udine. Si dedica volentieri all’attività missionaria in alcune regioni dell’Italia, finché i superiori lo richiamano a Udine. È descritto come buon predicatore, ma poco sappiamo dei suoi anni giovanili.

È nominato in tre atti notarili (1316, 1317 e 1318) nei quali appare, come teste o attore, in diverse località del Friuli: Cividale, Castello di Porpetto, Portogruaro. La qualità dei negozi giuridici, gli attori e i testimoni svelano il prestigio e le relazioni di alto livello sociale e istituzionale nelle quali è inserito e lasciano pensare che abbia contatti con la curia avignonese. Tale possibilità darebbe senso istituzionale al successivo viaggio in Oriente, data l’attenzione del papato per le missioni. Il concilio di Vienne, infatti, dispone la costituzione, a Bologna, Parigi, Oxford e Salamanca, di scuole di arabo, ebraico e caldeo per istruire missionari disposti a evangelizzare i popoli orientali (canone 24). Proprio la relazione del viaggio in Oriente, che rende celebre Odorico, può corroborare l’ipotesi. Dettata nel maggio 1330 a Padova, al confratello Guglielmo da Solagna, per ordine del ministro provinciale dei Minori, sembrerebbe dunque concepita come un documento ufficiale da recapitare alla curia papale, dove giunge. Le fonti agiografiche trecentesche, inoltre, sostengono che Odorico torna in patria per ottenere dal papa rinforzi per le missioni in Cina.

Sono notizie non verificabili, però la mobilità del frate, che mostra di aver conosciuto numerose città italiane prima dell’Oriente, e la sua caratura elevata nel contesto storico in cui vive suggeriscono che il viaggio oltremare non sia il frutto dell’inquietudine di una coscienza, né il riflesso di un moto di fuga di un membro di una frangia spirituale emarginata e perseguitata all’interno dell’Ordine.

La “missione” sembra condotta secondo le consuetudini dei frati (Odorico ha almeno un socius, frate Giacomo d’Irlanda) ed è conclusa, appunto, con un resoconto ufficiale. Si tratta dell’Itinerarium o Relatio, che conosce un’ampia fortuna manoscritta latina (circa 80 testimoni superstiti), suddivisa in diverse recensioni, più volte pubblicate a stampa, a partire dal 1513, sebbene manchi un’edizione critica migliore di quella di Anastaas van den Wyngaert, del 1929. Precoci sono i “volgarizzamenti” (molti editi): sette in italiano, due in francese e in tedesco, uno in catalano-castigliano e in gallese, fino a versioni più recenti in inglese e in ceco.

Odorico parte dopo il 1318, da Venezia, per sbarcare a Trebisonda, sul Mar Nero, la prima sosta documentata nella relazione. Da là, si muove per via terra verso Hormuz, per salpare verso l’Oceano Indiano. Non ci sono dati cronologici precisi circa il susseguirsi delle tappe. Odorico fornisce brevi note descrittive dei luoghi toccati, segnala peculiarità culturali, religiose, sociali, produttive e commerciali, e indica i tempi di percorrenza medi che separano una località dall’altra.

L’approdo di Odorico in India è Thana, a nord est di Bombay. Qui è informato del martirio di quattro frati minori, avvenuto nell’aprile 1321. Recupera le ossa di Tommaso da Tolentino, Giacomo da Padova e Demetrio da Tiflis (ma non il corpo di Pietro da Siena) e le porta sino a Quanzhou, allora sede vescovile. Una lettera del vescovo, Andrea da Perugia, datata 1326, conferma la loro ricezione.

Dopo Thana, Odorico prosegue verso Malabar e Chennai (Madras), visita la tomba dell’apostolo Tommaso a Maylapur nei pressi di Madras. Di seguito il racconto appare più confuso ed è difficile capire la direzione dei movimenti e identificare le località toccate, in una peregrinazione che, se non è casuale, ha lo scopo di esplorare quanto più possibile rotte e regioni incognite. Da Ceylon Odorico passa per le isole Adamane, Nicobare, Sumatra, Giava, Borneo, forse per le Filippine e altri approdi. Giunge infine nel porto di Chin-Kalan l’attuale Canton nella Cina meridionale.

Interessante notare come i figli di san Francesco, morto appena cento anni prima, già avevano raggiunto gli estremi confini del mondo allora conosciuto. Il primissimo tentativo missionario, quello di Giovanni di Pian di Carpine, compagno di san Francesco d’Assisi, non aveva avuto il successo sperato; ma più tardi, un altro francescano italiano, Giovanni da Montecorvino, non soltanto era giunto in Cina, ma vi era rimasto lungamente, diventando Arcivescovo e Patriarca dell’Estremo Oriente. La sede vescovile era a Khanbaliq, l’odierna Pechino, capitale dell’Impero Mongolo e sede del Gran Khan. Questa espansione, come spiegherà Odorico, è in parte favorita dallo sterminato Impero Mongolo, instauratosi in quegli anni in Asia. I Mongoli, non avendo una religione propria, sono influenzati dalle religioni dei popoli che incontrano. Divengono musulmani in Persia, buddisti in India e seguaci di Confucio in Cina e sono anche affascinati dalla predicazione dei missionari cristiani che raggiungono le loro contrade.

Odorico prosegue il viaggio verso nord, tocca Fuzhou e attraverso i monti giunge a Zhejiang e Hangzhou, allora conosciuta come la città più grande del mondo. Prosegue poi per Nanchino e, attraversato il fiume Azzurro, si imbarca sul Gran Canale per raggiungere, dopo sette anni di viaggio nel 1325, la capitale dell’impero allora chiamata Khanbaliq, l’attuale Pechino, rimanendovi per tre anni.

Riparte infine per l’Italia attraverso l’Asia Centrale, ma qui il racconto di fra Odorico si fa meno preciso e i riferimenti geografici sono confusi. Probabilmente attraversa il Tibet, giunge nel nord della Persia e poi di nuovo in Armenia fino al porto di Trebisonda dove si imbarca per Venezia giungendovi alla fine degli anni venti.

Nel maggio del 1330, su richiesta del suo superiore Guidotto, Odorico, ospite del convento presso la Basilica di Sant’Antonio a Padova, detta al confratello Guglielmo da Solagna il resoconto dei suoi viaggi (I ed. a stampa, Odorichus de rebus incognitis, 1513), una tra le più importanti fonti medievali per la conoscenza dell’Estremo Oriente (in particolare per l’arcipelago malese e la Cina).

Da Padova Odorico, per informare il Papa su quanto visto in Estremo Oriente, riprende il cammino per raggiungerlo ad Avignone. L’itinerario prescelto prevede un viaggio via terra fino a Pisa, poi via mare fino a Marsiglia e quindi ad Avignone.

Giunto a Pisa, però, si ammala. Fa allora ritorno nella sua patria natale il Friuli, presso il convento di San Francesco che lo vide novizio a Udine, dove muore il 14 gennaio del 1335 per complicanze cardiache causate da insufficienze respiratorie, secondo gli esiti dell’autopsia praticata sui resti mummificati della salma. I suoi resti sono stati collocati nella chiesa udinese della Madonna del Carmelo.

È beatificato il 2 luglio 1755 da Benedetto XIV, che due anni più tardi concede all’Ordine dei Frati Minori la facoltà di celebrarne la festa, facoltà poi estesa alle diocesi di Udine e di Concordia-Pordenone.

La fase diocesana del processo di canonizzazione, aperta formalmente il 14 gennaio 2002, è chiusa positivamente nel 2006. Gli atti, trasmessi a Roma, non hanno ancora dato esito conclusivo.

Oltre all’iniziativa per la canonizzazione di Odorico, si è aperta sul piano storico e filologico una nuova intensa stagione di studi.

Sante e Santi Francescani 6 – San Bernardo da Corleone (1605-1667) – Religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini – 12 gennaio

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San Bernardo nasce a Corleone (Sicilia) il 6 febbraio 1605. Battezzato con il nome di Filippo, è il quinto di sette figli di Leonardo Latino, un calzolaio e conciatore di pelli, e di Francesca Sciascia, casalinga.

La sua è una famiglia molto religiosa e la sua casa è comunemente definita “casa di santi” soprattutto per la carità del padre, che non esita a portare a casa gli straccioni e i poveracci incontrati per strada, per ripulirli, rivestirli e sfamarli. Molto virtuosi sono anche i fratelli e le sorelle. Su questo terreno così fertile il giovane Filippo apprende presto dal padre l’amore al lavoro e la carità verso i poveri; dalla madre, terziaria francescana, il buon esempio nella pratica degli atti di pietà. Sono molti infatti coloro che testimoniano di aver visto il giovane che «andava con li bertuli in collo cercando limosina per la città in tempo d’inverno per li poveri carcerati», e questo «senza virgugnarsi». Filippo, inoltre, tratta bene i suoi dipendenti, dal momento che gestisce una bottega di calzolaio, nel solco del mestiere paterno.

A chi gli parla di matrimonio, Filippo mostra con una certa fierezza il cingolo francescano che tiene esposto abitualmente nella sua bottega, assieme alla spada, e risponde che la sua sposa è «lu curduni di san Francesco».

La spada ricorda il suo impegno come “sciurtiere” con la facoltà cioè di girare di notte, armato, per le vie della città a protezione dei cittadini, secondo una consuetudine e un privilegio che Corleone mantiene anche durante la dominazione spagnola. Quello di maneggiare la spada non è un hobby per Mastro Filippo ma un vero e proprio “mestiere” o “esercizio”, come opportunamente annotano i primi biografi. Ecco perché quando si tratta di difendere i poveri e gli oppressi, Filippo non esita a servirsi della sua bravura che gli procura il titolo di “prima spada di Sicilia”. Così, difende una giovane insidiata da due soldatacci e protegge mietitori e i vendemmiatori defraudati del frutto del loro lavoro, dopo una giornata di sudori, dalla soldataglia di stanza in Corleone.

Il maneggio della spada contribuirà a dare l’aria di mito alle imprese giovanili di Filippo Latino, facendolo passare, il che è falso, per un attaccabrighe di piazza e ad avvolgere il personaggio in una sorta di ragnatela romanzesca. Che mastro Filippo si accenda come un fiammifero, se provocato, non è comunque un mistero per nessuno in Corleone: «nissunu difettu ci era nutato si non la caldizza ch’avia in mettiri manu a la spata quando era provocatu”. I testimoni sono comunque tutti concordi nel deporre che se mastro Filippo mette mano alla spada è «per difendere qualche vessazione del prossimo» e «per aggiutare qualche persona».

L’episodio del duello memorabile con Vito Canino, da collocare con molta probabilità nell’estate del 1626, è certamente da considerare decisivo nella giovinezza di Filippo Latino e costituisce un nodo fondamentale nella biografia di Bernardo da Corleone, ma va tuttavia letto nel contesto storico in cui è maturato e deve essere alleggerito da quell’alone cupo e romanzesco con cui è passato nell’agiografia.

Prima dello scontro fatale con Vito Canino, che ha vasta risonanza popolare, non solo a Corleone, mastro Filippo ha avuto delle scaramucce con un non meglio identificato “Vinuiacitu” (l’ossimoro “vino aceto” forse rende bene ai contemporanei l’entità del personaggio) che se la cava con due dita ferite. Vito Canino, il commissario venuto da Palermo a Corleone per carpire il primato della scherma a Filippo, in realtà è un sicario mandato da “Vinuiacitu” allo scopo di assassinare il calzolaio, per rifarsi dell’umiliazione subita. Nel duello, il sicario ci rimette un braccio, rimanendo inabile per sempre.

Il timore della vendetta e delle conseguenze di quel gesto inducono Filippo a rifugiarsi nel convento dei cappuccini, dove pian piano, nel corso di otto lunghi anni, matura una autentica vocazione religiosa. Chiede perdono al ferito, lo aiuta economicamente e moralmente, fino al punto che i due divengono amici carissimi.

Deciso ad abbracciare la vita religiosa, chiede di poter entrare nell’Ordine cappuccino, dove è ammesso dopo non poche perplessità da parte dei superiori. Il 13 dicembre 1631, veste nel noviziato di Caltanissetta il saio dei cappuccini, con il nome di frate Bernardo da Corleone.

Con animo risoluto affronta le austerità del noviziato per spogliarsi completamente dell’uomo vecchio e incominciare una vita nuova di penitenza e di santità. La sua totale sottomissione alla volontà dei Superiori e la mortificazione che gli infligge il maestro, finiscono per domare il suo carattere, rendendolo docile e remissivo, indirizzandolo verso le altezze della preghiera e della contemplazione nei mistici slanci di unione con Dio.

Soffre molte tentazioni e scoraggiamenti da parte della propria natura e dello spirito maligno, che gli compare spesso; ma sa superarli bravamente con la fiducia nel Signore e con le dure penitenze che infligge al suo corpo, che chiama fratello asino.

La forma di vita ascetica intrapresa risolutamente nel noviziato che si compendia nel trinomio: preghiera, mortificazione, ubbidienza, è regola costante di tutta la sua vita religiosa trascorsa nei diversi conventi della Provincia monastica, dove è destinato nei cambiamenti capitolari: a Bisacquino, Bivona, Castelvetrano, Burgio, Partinico Agrigento, Chiusa, Caltabellotta, Polizzi e forse a Salemi e Monreale, ma è difficile delineare un quadro cronologicamente esatto.

Il suo ufficio quasi esclusivo è quello di cuciniere o di aiutante cuciniere. Ma egli sa aggiungere la cura degli ammalati e una quantità di lavori supplementari per essere utile a tutti, ai confratelli sovraccarichi di lavoro e ai sacerdoti lavando loro i panni. Un intarsio di fatti e di detti, profumato da eroiche, per non dire incredibili, penitenze e mortificazioni formano la trama oggettiva e rilevante della sua fisionomia spirituale.

Le testimonianze dei processi diventano un racconto splendido di caratterizzazioni particolari della sua personalità dolce e forte come la sua patria: «Sempre ci esortava ad amare Dio e a fare penitenza dei nostri peccati». «Sempre stava intento nell’orazione… Quando andava alla chiesa, banchettava lautamente nell’orazione e unione divina». Si ferma volentieri di notte in chiesa perché – come egli spiega – «non era bene lasciare il Santissimo Sacramento solo; egli li teneva compagnia finché fossero venuti altri frati». Trova tempo per aiutare il sacrestano, per restare più vicino possibile al tabernacolo. Contro il costume del tempo egli usa fare la comunione quotidiana. Tanto che i superiori negli ultimi anni di vita, prostrato per le continue penitenze, gli affidano il compito di stare solo a servizio dell’altare.

Le principali devozioni, nelle quali profonde i palpiti del suo cuore innamorato di Dio, oltre quella della SS. Trinità, sono il Crocifisso, l’Eucaristia e la SS. Vergine.

In seguito al capitolo celebrato il 29 gennaio 1653, con l’elezione a provinciale del padre Ludovico da Palermo, fra Bernardo è destinato a far parte della variegata e numerosa comunità cappuccina del convento di Palermo, composta da cento religiosi stabili più quelli in transito e i forestieri, trascorrendovi gli ultimi quindici anni della sua vita.

Il giorno dell’Epifania del 1667 si ammala: ricevuta l’ultima benedizione con gioia ripete: «Andiamo, andiamo», e s’incontra con sorella morte alle 14 di mercoledì 12 gennaio 1667, ad appena 62 anni.

Prima della sepoltura devono cambiare per ben 9 volte la sua tonaca, perché tutte sono fatte a pezzettini dai fedeli che vogliono avere una reliquia.

È proclamato beato nel 1768 da Clemente XIII e canonizzato da san Giovanni Paolo II nel 2001.

Sante e Santi Francescani 5 – San Tommaso da Cori (1655-1729) – Sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori – 11 gennaio

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Nasce a Cori (Latina) il 4 giugno 1655 da Natale Placidi e Angela Cardilli e al battesimo, impartitogli lo stesso giorno, riceve il nome di Francesco Antonio.

Francesco Antonio conosce un’infanzia segnata dalla perdita prematura della mamma prima e del papà poi, rimanendo solo a quattordici anni ad accudire alle due sorelle più piccole. Fa il pastore, imparando la saggezza delle cose più semplici.

Venduto il gregge e, con il ricavato, fatta la dote alle sorelle in età da marito, Francesco Antonio è libero di seguire quell’ispirazione che da qualche anno custodisce nel silenzio del cuore: appartenere completamente a Dio nella vita religiosa francescana. Ha potuto fare conoscenza dei Frati minori del convento di San Francesco nel suo paese natale, Cori, e a 22 anni, il 7 febbraio 1677, entra nell’Ordine dei Frati Minori Francescani, ed è inviato a Orvieto (PG), presso il convento della Santissima Trinità, per compiervi l’anno di noviziato, assumendo il nome di fra’ Tommaso.

Si applica con dedizione agli studi filosofici (per 5 anni, dal 1678 al 1683, è allievo del celebre Lorenzo Cozza da San Lorenzo, nello Studio generale di santa Maria del Paradiso in Viterbo) e teologici, a Velletri. Nel 1683, a Velletri, è consacrato sacerdote e, il 19 luglio del medesimo anno, riceve la patente di predicatore, firmata dal ministro generale Pier Marino Sormano. È nominato vice-maestro dei novizi nel convento della Santissima Trinità d’Orvieto, tanto i superiori riconoscono da subito le sue doti. Ma in questo convento Tommaso non rimane a lungo.

Avendo sentito parlare dei “Ritiri” che cominciano a fiorire nell’Ordine e dell’intenzione dei superiori della Provincia Romana di instaurarne uno nel convento di S. Francesco in Civitella (oggi Bellegra, nei pressi di Subiaco), chiede di essere trasferito a questo convento. La sua richiesta è accolta il 25 aprile 1684. Il giovane frate bussa così alla porta del povero convento, dicendo: «Sono Fra Tommaso da Cori e vengo qua per farmi santo!». In un linguaggio forse lontano dal nostro, egli esprime la sua ansia di vivere radicalmente il Vangelo secondo lo spirito di S. Francesco.

Due anni dopo, il 27 maggio 1686, a soli trentuno anni d’età, è nominato guardiano: una prova della stima che i superiori ripongono nei suoi confronti, ma anche un peso difficile da portare. Francesco Antonio da Parma, che vive per più di un anno a Bellegra, dice che sono molte le cose che padre Tommaso supera, fino al rimuovere le corruttele dei secolari ivi introdotte, giochi e altri abusi, e molto più nel mantenervi l’osservanza rigorosa già incominciata. Sono momenti veramente difficili, soprattutto all’inizio, tanto che Tommaso è tentato di abbandonare il Ritiro; tuttavia, con la tenacia tipica dei santi, riesce a superare le difficoltà e in breve diviene un punto di riferimento per tutto il Sublacense, dove esercita un intenso e continuo apostolato.

Nel 1703, i superiori istituiscono un secondo Ritiro presso il convento di San Francesco in Palombara Sabina e vi destinano Tommaso quale guardiano; anche qui, come a Bellegra, i problemi da affrontare non sono semplici. Per troppo tempo si sono protratte consuetudini inadeguate a una vita di ritiro: la clausura non viene osservata e l’orto e il bosco del convento sono divenuti una specie di parco pubblico, uno spazio ricreativo per uomini e donne del luogo.

Tommaso pone fine a tali abusi, ma per farlo è costretto a decisioni forti che lo rendono impopolare. Da ultimo, fa cavare gli alberi di olivo del convento perché gli appaiono una proprietà e un lusso non lecito per dei religiosi che, incuranti del domani, devono confidare unicamente nella Provvidenza. Gli abitanti del paese reagiscono compatti, minacciando di affamare i frati.

Tuttavia, come a Bellegra, anche a Palombara, dopo le prime burrasche, torna il sereno; la mitezza e la bontà di Tommaso hanno ragione dei timori e delle diffidenze iniziali, la gente sa intendere l’aria nuova che si respira nel convento. Quando lascia la Sabina per far ritorno a Bellegra, Tommaso è ormai divenuto un padre per tutti: per i frati del convento, per i sacerdoti e per la gente del paese; i mugugni iniziali si trasformano in testimonianze di affetto, e grande è il loro dispiacere nel vederlo partire.

Tornato a Bellegra tra il 1708 e il 1709, Tommaso vi trascorre il resto della vita: un ventennio durante il quale la sua fama cresce sempre più in tutto il Lazio meridionale.

Si deve al suo zelo e alla sua prudenza e carità, se diversi religiosi, anche di altre provincie dell’Ordine, entrano nel Ritiro per praticarvi il rigoroso genere di vita introdottovi. Grazie al suo esempio e alle norme che a lui si richiamano, il Ritiro diviene veramente una scuola di santità, come dimostrano, oltre a Tommaso stesso, il suo discepolo san Teofilo da Corte, che fonderà i Ritiri di Fucecchio in Toscana e di Zùani in Corsica, e i beati Mariano da Roccacasale e Diego Oddi.

Le Costituzioni del Ritiro, che si conservano ancora autografe nell’archivio di Bellegra, costano a fra’ Tommaso venti anni di studio, di preghiera, e di sacrifici; hanno però l’onore di essere approvate l’11 gennaio 1706 dall’allora ministro provinciale Padre Lorenzo Cozza; e poi di essere estese con qualche leggera modifica a tutti i Ritiri dell’ordine francescano nel Capitolo Generale di Murcia del1756.

Gli anni trascorsi da fra’ Tommaso nei due Ririti di S. Francesco in Palombara Sabina e soprattutto di san Francesco di Bellegra si possono riassumere in tre punti:

Preghiera

Tommaso da Cori è sicuramente – come si dice di S. Francesco – non tanto un uomo che prega, quanto un uomo fatto preghiera. Questa dimensione anima la vita intera del fondatore del Ritiro. L’aspetto più evidente della sua vita spirituale è senz’altro la centralità dell’Eucarestia, testimoniata da Tommaso nella celebrazione eucaristica, intensa e partecipata, e nella preghiera silenziosa d’adorazione nelle lunghe notti del Ritiro dopo l’ufficio divino celebrato alla mezzanotte. La sua vita di preghiera è segnata da una persistente aridità di spirito. L’assenza totale di una consolazione sensibile nella preghiera e nella sua vita d’unione con Dio, si protrarrà per ben quarant’anni, trovandolo sempre sereno e totalizzante nel vivere il primato di Dio. Veramente la sua preghiera si configura come memoria Dei che rende concretamente possibile l’unità della vita nonostante le molteplici attività.

Evangelizzazione

Tommaso non si chiude nel Ritiro, dimenticando il bene dei suoi fratelli e il cuore della vocazione francescana che è apostolico. È chiamato a buon diritto l’apostolo del Sublacense, avendone percorso le contrade e i paesi nell’annuncio instancabile del Vangelo, nell’amministrazione dei sacramenti e nella fioritura al suo passaggio di miracoli, segno della presenza e vicinanza del Regno. La sua predicazione è chiara e semplice, suadente e forte. Non sale sui pulpiti più illustri del tempo: la sua personalità dona il meglio di sé nell’ambito ristretto della regione del Lazio, vivendo la sua vocazione francescana alla minorità e alla scelta concreta per i più poveri.

Squisita carità

Tommaso da Cori è per i suoi fratelli padre dolcissimo. Di fronte alle resistenze d’alcuni confratelli dinanzi alla sua volontà di riforma e di radicalità nel vivere l’ideale francescano, risponde con pazienza e umiltà, ritrovandosi anche da solo a badare al convento. Ha ben compreso che ogni vera riforma inizia da se stessi.

Il notevole epistolario che c’è giunto dimostra l’attenzione di fra’ Tommaso alle più piccole attese e bisogni dei suoi frati e dei tanti amici e penitenti e frati che si rivolgevano a lui per averne un consiglio. Nel convento dimostra il suo spirito di carità nella disponibilità a qualsiasi necessità, anche la più umile.

A corollario di tutto ciò, fra’ Tommaso manifesta una grande pazienza nel sopportare continue tentazioni nello spirito e per una piaga in una gamba che lo tormenta per quarant’anni. Povero, non vuole mai accettare offerte per la celebrazione della Santa Messa. Grande maestro di santità, espertissimo direttore spirituale, è visto più volte stare nel confessionale, “dalla mattina fino a sera” digiuno. Molto richiesto per l’assistenza spirituale al letto degli infermi, ha il dono di riportare la pace fra persone in contrasto, e opera per riformare i pubblici costumi.

Le sue efficaci predicazioni vengono raccolte in un volume manoscritto.

Ricco di meriti, fra’ Tommaso si addormenta nel Signore l’11 gennaio 1729, all’età di 74 anni, nel ritiro di Bellegra che oggi conserva le sue reliquie.

La causa di beatificazione viene introdotta il 15 luglio 1737, auspici le Diocesi di Subiaco, Velletri e Sabina.

Beatificato da papa Pio VI il 3 settembre 1786, è inscritto nell’albo dei Santi da san Giovanni Paolo II il 21 novembre 1999. Per Giovanni Paolo II – che nella sua omelia lo definisce un «autentico discepolo del Poverello d’Assisi» – tutta la vita di Fra Tommaso da Cori «appare così segno del Vangelo, testimonianza dell’amore del Padre celeste, rivelato in Cristo e operante nello Spirito Santo, per la salvezza dell’uomo».