Sanità 9 – Stamina? La Sma si vince con le famiglie

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Oltre l’inganno del «metodo», la lotta all’atrofia muscolare spinale ora passa per un nuovo farmaco. E una combattiva associazione

Un anno importantissimo il 2017 per Famiglie Sma, l’associazione che riunisce genitori di bambini affetti da atrofia muscolare spinale, altra malattia che fu al centro del “caso Stamina”. Da novembre è infatti disponibile il primo farmaco per cercare di arrestare la forma più grave. Un traguardo che è anche un punto di partenza per la lotta alla Sma, obiettivo dell’associazione che promuove ricerca etica.

«Il Nusirensen, che ha per nome commerciale Spinraza – spiega la presidente Daniela Lauro – era in fase di test da alcuni anni. L’azienda farmaceutica nell’estate del 2016 ha interrotto la sperimentazione (alcuni bambini prendevano il farmaco e altri il placebo, ndr) e ha cominciato a dare il farmaco come terapia compassionevole a tutti. In poco tempo sono stati arruolati così più di cento bambini affetti dalla forma di Sma più grave, quella di tipo 1. I dati raccolti sono stati poi sottoposti all’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) che il 27 settembre ha dato l’ok alla commercializzazione».

Un primo lieto fine, anche se la presidente dell’associazione non si nasconde che una cura per guarire la Sma ancora non c’è. Tuttavia siamo di fronte a un modo per arrestare l’avanzata di una malattia terribile che grazie a questo farmaco può non essere più mortale nei primi mesi di vita dei più piccoli.

Quali gradini restano ancora da salire? «Ora siamo impegnati nel sostenere l’approvazione del farmaco da parte delle Regioni e nell’attivazione dei centri di prescrizione, passaggio burocratico che comporta qualche mese. Questo genera in noi di certo ansia, mitigata dalla gioia per avere un farmaco. Molte Regioni hanno già risposto, e siamo a 23 centri autorizzati alla prescrizione».

Il prossimo traguardo? «La sperimentazione della terapia genica, ovvero la cura con la maiuscola, che grazie al farmaco troverà i nostri bambini in una condizione migliore per affrontare la malattia rispetto alla situazione di assenza di un aiuto farmacologico».

Sul sito di Famiglie Sma sono stati appena pubblicati gli ultimi aggiornamenti dagli Stati Uniti riguardo alla terapia genica. Il gruppo di ricercatori italiani da anni in prima linea accanto ai colleghi di tutto il mondo nella lotta alla Sma è guidato da Eugenio Mercuri, direttore dell’Unità operativa di neuropsichiatria infantile del Policlinico Gemelli di Roma.

Francesca Lozito, «Stamina? La Sma si vince con le famiglie», in “Avvenire”, venerdì 5 gennaio 2018, p. 6.

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Sanità 8 – Malattie rare, la ricerca accanto ai bambini. Da scienziati e medici nuove speranze contro anomalie genetiche finora letali

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L’impegno di ricercatori e centri clinici per identificare i meccanismi di azione di gravi difetti ereditari sta portando, con tenacia e senza generare illusioni, ai primi risultati

La leucodistrofia metacromatica non ha concesso speranze alla piccola Sofia, salutata ieri a Firenze da una folla commossa. Ma la lotta contro patologie rare che colpiscono i bambini, sconosciute ai più e prive di una vera cura, continua a tutti i livelli, dagli studi di ricercatori e medici alle attività di supporto e accompagnamento delle famiglie. Indubbiamente una diagnosi di malattia rara lascia disorientati. Soprattutto se, come spesso accade, riguarda bambini piccoli, i cui genitori vengono catapultati in un mondo dove si frantumano le aspettative riposte nei loro figli. Ma la ricerca scientifica, pur a piccoli passi, avanza, e la solidarietà delle associazioni di familiari sostiene in un percorso difficile.

«La diagnosi precoce e lo sviluppo di terapie in una certa misura avanti insieme – osserva Giancarlo La Marca, responsabile del Laboratorio di screening neonatale dell’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze –. E grande stimolo viene anche dalle associazioni di genitori. Che devono essere aiutati a trovare i centri migliori cui affidare i loro figli».

Una legge recente ha ampliato il numero di screening neonatali sulle malattie rare: «La 167 del 2016 ha esteso a livello nazionale – racconta La Marca – il modello che abbiamo sviluppato qui al Meyer per i neonati di Toscana e Umbria. Si tratta di nuovi test che portano a 40 le malattie metaboliche rare trasmesse geneticamente di cui si può fare diagnosi precoce dopo la nascita, mentre la precedente legge del 1992 ne prevedeva solo tre (fibrosi cistica, fenilchetonuria e ipotiroidismo congenito). La copertura, prevista nei nuovi Lea, non è ancora al 100 per cento, ma ci stiamo sforzando di fare in modo che tutte le Regioni vadano alla stessa velocità». «Tra queste malattie peraltro – continua La Marca, che è presidente della Società italiana per lo studio delle malattie metaboliche ereditarie e lo screening neonatale (Simmesn) – non è ancora compresa la leucodistrofia metacromatica, anche se stiamo lavorando insieme a un gruppo di ricerca dell’Università di Seattle (Stati Uniti) per sviluppare un test che identifichi i bambini affetti da questa malattia dopo poche ore di vita. Ciò permetterebbe di accedere alle migliori terapie per la risoluzione di questi difetti, visto che in Italia siamo all’avanguardia grazie alla terapia genica, che dovrebbe essere risolutiva».

Si tratta della terapia che sta sviluppando il gruppo di Luigi Naldini all’Istituto Tiget-San Raffaele di Milano, i cui risultati però – sottolinea Enrico Bertini, responsabile dell’Unità Malattie muscolari e neurodegenerative dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma – «sono efficaci quando i pazienti sono trattati prima che insorgano i sintomi. Quello del Tiget è l’unico approccio che ha mostrato efficacia, mentre altre sperimentazioni non hanno avuto risultati clinici validi, come è stato mostrato anche recentemente in un convegno dell’Associazione europea delle leucodistrofie (Ela)». Peraltro va ricordato che «non esiste un sistema univoco, una panacea, per ogni malattia – sottolinea Bertini –. Ognuna ha i suoi meccanismi, che vanno studiati».

Oltre a sviluppare cure d’avanguardia, per affrontare le malattie rare occorre anche tanta assistenza. «Le associazioni di genitori – osserva La Marca – stimolano la ricerca ad andare avanti nel trovare soluzioni. Del resto è umano che i genitori cerchino di fare tutto ciò che è in loro potere per trovare una soluzione a questi eventi terribili, ma è importante si affidino a centri di ricerca di eccellenza». «Occorre agire bene nel gestire le aspettative – osserva Bertini –, con un colloquio adeguato di consulenza genetica, specie adesso che per alcune malattie, come l’atrofia muscolare spinale (Sma), cominciano a essere disponibili trattamenti efficaci. Vanno date speranze verosimili ma non verso cure che non esistono ancora». «Del resto il problema delle malattie rare è insito nel loro nome – continua La Marca –, e “orfani” sono spesso sia i pazienti sia i farmaci, laddove disponibili, che li trattano. E in un sistema di salute pubblica che funziona a 360 gradi, anche la comunicazione di una diagnosi deve essere fatta nei modi adeguati, con la presenza di psicologi che possano accompagnare i genitori nel percorso che li aspetta».

«Abbiamo in continuazione contatti con le associazioni di genitori con bambini affetti da malattie rare – aggiunge La Marca –. Sono una voce preziosissima nell’ambito scientifico e un fortissimo stimolo, una sollecitazione perché la ricerca possa fare di più». Certo, «a volte sembra si parli di malattie rare solo di fronte a casi eclatanti», come accadde con Stamina, ma «è anche vero che se ne parla sempre di più. Tutti noi – conclude La Marca – percepiamo come un fallimento il fatto di non riuscire a salvare vite, ma lavoriamo duramente tutti i giorni per fare sempre meglio». E le associazioni di familiari e pazienti, aggiunge Bertini, «sono importantissime per non farci sentire soli, e per dare le giuste indicazioni».

Enrico Negrotti, «Malattie rare, la ricerca accanto ai bambini. Da scienziati e medici nuove speranze contro anomalie genetiche finora letali», in “Avvenire”, venerdì 5 gennaio 2018, p. 6.

COME COLPISCONO

LEUCODISTROFIA METACROMATICA

Malattia neurodegenerativa progressiva, del gruppo delle malattie lisosomiali, causata dal deficit di un enzima deputato al metabolismo di una categoria di sostanze chiamate sulfatidi.

La malattia è caratterizzata dall’accumulo di sulfatidi in alcuni tessuti dell’organismo e in particolare nella guaina mielinica, una struttura che avvolge le cellule nervose. Tutte le forme comportano un progressivo deterioramento delle funzioni motorie e neurocognitive: nell’arco di qualche anno dalla diagnosi, il decorso ha un esito infausto.

(fonte: Telethon)

FIBROSI CISTICA

È una malattia genetica ereditaria che colpisce un neonato su 2.500–2.700 e viene trasmessa con meccanismo autosomico recessivo. A causare la malattia è un difetto della proteina Cftr, la cui funzione è di regolare gli scambi idroelettrolitici. Il sudore è molto ricco di sodio e cloro, il muco è denso e tende a ostruire i dotti nei quali viene a trovarsi. A essere colpiti sono principalmente l’apparato respiratorio, le vie aeree, il pancreas, il fegato, l’intestino e l’apparato riproduttivo.

(fonte: Osservatorio malattie rare)

DISTROFIA DI DUCHENNE

La distrofia di Duchenne è un disordine neuromuscolare a trasmissione recessiva legata al cromosoma X, ed è caratterizzata da degenerazione progressiva dei muscoli scheletrici, lisci e cardiaci, che genera debolezza muscolare diffusa. Colpisce prevalentemente i maschi mentre le femmine sono di solito asintomatiche. Si manifesta nella prima infanzia con problemi nella deambulazione che progrediscono fino alla perdita dell’autonomia.

(fonte: Osservatorio malattie rare)

Sanità 7 – Ricerca. E il tumore ha meno segreti

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Due nuove scoperte aiutano a comprendere i meccanismi del cancro. E a curarlo

Pavia. Due scoperte importanti sul fronte della ricerca contro il cancro, entrambe a firma anche italiana, sono arrivate in queste ore e sono destinate a rivoluzionare la ricerca dei prossimi anni in questo campo.

La prima riguarda il meccanismo che dà energia ai tumori e che li rende dipendenti da questa continua “ricarica” come farebbe una droga, permettendo alla malattia di continuare a crescere. Individuato nel 2012 nel più aggressivo tumore del cervello, il glioblastoma, lo stesso meccanismo è stato visto ora in azione in molte altre forme di tumore e rende possibile utilizzare contro questo obiettivo farmaci già esistenti. Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature, è del gruppo della Columbia University di New York guidato da Antonio Iavarone, uno dei più celebri “cervelli” fuggiti all’estero. Alla ricerca hanno partecipato molti italiani, come Anna Lasorella e Angelica Castano della Columbia, Stefano Pagnotta e Luciano Garofano e Luigi Cerulo, che lavorano fra la Columbia e l’Università del Sannio a Benevento.

I primi indizi dell’esistenza di questo meccanismo, indispensabile per alimentare i tumori, risalgono al 2012: allora lo stesso Iavarone, con Anna Lasorella, aveva identificato una proteina che non esiste in natura e che nasce dalla fusione di due proteine (chiamate FGFR3 e TACC3). Allora i ricercatori avevano notato che la nuova proteina in questione agiva come una sorta di carburante e droga appunto, capace di scatenare il tumore, di alimentarlo e di legarlo a sé, rendendolo completamente dipendente. «Adesso sappiamo che questa fusione genica è probabilmente una delle più frequenti in tutte le forme di tumore – ha detto Iavarone –. È un fenomeno generale, la proteina è stata trovata in percentuali comprese fra il 4% e l’8% in quasi tutti i tumori ». Conoscere il meccanismo significa avere a disposizione nuovi farmaci per bloccarlo.

Lo sa bene anche il team internazionale di ricercatori, fra cui anche gli italiani dell’Università di Pavia, che ha sviluppato un nuovo farmaco che inibisce con successo la crescita delle cellule tumorali della pelle (il melanoma), prendendo di mira specifiche proteine presenti solo in queste ultime.

Nel corpo umano, hanno spiegato gli esperti illustrando i risultati nella ricerca pubblicata su Nature Communications, le cellule attivano e disattivano i geni attraverso delle modifiche chimiche che cambiano il Dna e le proteine correlate. Questi cambiamenti epigenetici sono continui e sono al centro della trasformazione delle cellule sane in cancerose. Sono proprio queste alterazioni a contribuire alla capacità del tumore di crescere, oltre a rendere le cellule malate resistenti ai farmaci e ai trattamenti destinati a ucciderle. Il nuovo composto – si chiama Corin – mira specificamente a questi cambiamenti epigenetici nelle cellule, e potrebbe aiutare i pazienti senza effetti collaterali indesiderati e in particolare senza tossicità apprezzabili.

«Ricerca. E il tumore ha meno segreti», in “Avvenire”, venerdì 5 gennaio 2018, p. 10.

Sanità 6 – La mano bionica che può sentire. Miracolo della scienza made in Italy. E del coraggio di una donna

Mano bionica impiantata in una donna italiana

Per sei mesi la signora Almerina, amputata vent’anni fa, ha indossato l’arto creato al Sant’Anna di Pisa. Che, per la prima volta, permette al paziente di uscire e muoversi

C’è la perizia clinica dei medici del Policlinico Gemelli di Roma, che hanno effettuato un intervento straordinario. C’è l’ingegno elettronico della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, a cui si deve un prototipo unico nel suo genere per funzionalità e dimensioni. E poi c’è Almerina Mascarello, la 55enne il cui volto sorridente ieri ha fatto il giro del mondo, appoggiato alla prima mano bionica impiantata su un essere umano.

Niente fantascienza hollywoodiana. Questa storia di cuore ed eccellenza tutta italiana comincia in un paesotto veneto, Montecchio Precalcino, il giorno che Almerina prende nota di un numero trovato su una rivista dedicata all’invalidità. Lei, che da quasi 25 anni vive senza una mano – inghiottita da una pressa dell’industria meccanica in cui lavorava –, decide di chiamare e di mettersi a disposizione per un test su un’eventuale protesi: qualche dato, un’autorizzazione sulla privacy e «la ricontatteremo, grazie». Immaginarsi la sorpresa, un anno dopo, per la telefonata dal Gemelli: «Signora, le chiediamo la sua disponibilità a fare da cavia per la sperimentazione di una mano bionica». La proposta è da capogiro, Almerina ha paura. Ci pensa su per qualche giorno e poi, a maggio dello scorso anno, dice di sì. «A giugno partivo per Roma – racconta commuovendosi ancora –. Ricordo mia figlia che mi saluta dal finestrino del treno e urla “Mamma sei una grande”».

Il cuore lascia spazio alla scienza. La prima sfida è quella di realizzare una mano che consenta ad Almerina di uscire dal laboratorio e camminare per strada, vivendo il più normalmente possibile la sua quotidianità: l’ultimo esperimento risale al 2014, su un uomo danese, con un’elettronica enorme e pesantissima, quindi impossibile da trasportare. Il passo da gigante lo compie il gruppo di Silvestro Micera, della Scuola Superiore Sant’Anna, miniaturizzando la protesi fino a rendere possibile il trasporto dell’attrezzatura informatica che guida l’arto vero e proprio in un zainetto. Una tecnologia da un centinaio di migliaia di euro.

Ora serve l’impianto. L’intervento – delicatissimo – spetta all’équipe del neurologo Paolo Maria Rossini, direttore dell’area neuroscienze del Policlinico Gemelli di Roma. Nel moncherino rimasto dopo un’amputazione restano i nervi: tocca a lui inserire degli elettrodi della grandezza di un capello in grado, sulla carta, di consentire che i segnali di movimento inviati dal cervello vengano trasmessi alla mano robotica. Mano che, sempre sulla carta, raccoglie l’input e risponde.

All’inizio non succede niente. E per un tempo infinito, ben due settimane. Poi Almerina, col suo “miracolo” in spalla, comincia a sentire quello che tocca: prima gli oggetti, poi la loro forma, la consistenza, addirittura la differenza tra zigrinature sottili o più grossolane. Un giorno, dopo essere riuscita persino a raccogliere dei fiori, lo urla quasi in lacrime: «Insomma dottore… È come se fosse tornata la mia mano!». L’entusiasmo è enorme, cuore e scienza insieme.

Ora bisogna aspettare. I pazienti di tutto il mondo, che la scienza faccia tesoro dell’esperimento italiano e compia nuovi passi avanti: «È solo l’inizio – assicura Micera del Sant’Anna –. Stiamo lavorando nella direzione di un sistema elettronico completamente impiantabile, di lunga durata e alla portata economica di tutti». L’esperto parla di una specie di “joystick” che potrebbe guidare anche altri arti robotici e costare appena un migliaio di euro. Almerina invece, dopo i suoi 6 mesi di fatica e coraggio («senza cui il test non sarebbe riuscito» assicurano i medici del Gemelli), dopo il prototipo attende di ricevere la mano fatta appositamente per lei. Arriverà a maggio, nella sua villetta a schiera di Montecchio, «e cambierà la mia vita per sempre».

Foto: Rinata. Almerina Mascarello con il prototipo della mano bionica. Ora ne attende una tutta sua

Viviana Daloiso, «La mano bionica che può sentire. Miracolo della scienza made in Italy. E del coraggio di una donna», in “Avvenire”, venerdì 5 gennaio 2018, p. 10.

Sanità 5 – «Noi, abbandonati dallo Stato»: Denuncia della mamma di un bimbo con malattia degenerativa

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«Ci sentiamo abbandonati». Tiziana Massaro, avvocata pugliese da tempo stabilitasi a Fano, è la mamma del piccolo Federico, sette anni, affetto da una malattia degenerativa, il morbo di Krabbe. «La nostra è una battaglia continua», spiega Federica, che oggi sarà presente a San Miniato di Firenze ai funerali di Sofia, in solidarietà con i genitori, che conosce da tempo e ai quali si sente legata da profondo affetto e solidarietà, nella condivisione di un’esperienza intensa e terribile nello stesso tempo.

«Federico e Sofìa li consideriamo fratelli, come i tanti bambini vittime di queste patologie e segnati da questo destino. Al mio Federico avevano dato pochissimo tempo, fortunatamente ancora riusciamo a combattere».

Combattere è la parola giusta, perché queste piccole vite sono affidate esclusivamente all’amore dei genitori: «All’infuori della famiglia c’è il vuoto assoluto».

La storia di Tiziana è quella di tante famiglie che si sono trovate all’improvviso la gestione di un problema più grande di loro. Su un aspetto l’avvocata è netta: «Evitate, evitiamo, di associare i nostri nomi al fenomeno “Stamina”. Già soffriamo in modo atroce il fatto che, nonostante il morbo di Krabbe sia conosciuto da più di un secolo, non si sia trovata una strada terapeutica almeno per ridurne l’impatto. Poi il tempo perso, attorno a una vicenda che si è trascinata in ambito giudiziario e per la quale le uniche vere vittime restano i nostri bambini lasciati senza alcuna terapia, nonostante le promesse personalmente fatte a me dal ministro Lorenzin in occasione della sua visita a Fano. Adesso tutti noi chiediamo con forza che si richiami l’attenzione sull’importanza, l’urgenza della gestione di questo tipo di patologie, che sono complesse, rare e spesso a esito infausto».

Da anni Tiziana, con il marito Vito e il figlio è costretta a recarsi all’estero per sottoporre il piccolo a trattamenti che sono l’unica àncora di salvezza, ma che non modificano sostanzialmente il quadro clinico attuale: «Ci sentiamo sempre più soli, osserva, perché verifichiamo il silenzio totale sui punti che abbiamo più volte richiamato, anche con l’aiuto dell’opinione pubblica. Parlo dell’applicazione di terapie adeguate, della necessità di ridurre la burocrazia e di un’iniziativa legislativa sul caregiving, interrotta dallo scioglimento delle Camere. Un esempio: le pare possibile, che nelle nostre condizioni ogni anno siamo costretti a riformalizzare la richiesta di assistenza, riproducendo continuamente sempre gli stessi documenti?».

Oggi Tiziana dovrà staccarsi da Federico, perché ha qualche linea di febbre, avrebbe voluto portarlo a Firenze. Le loro vite ormai sono in simbiosi. «Non è pensabile – conclude – che questo Stato abbia studiato anni per farci scegliere come morire e ci abbandoni nel percorso fondamentale, il cammino per la sopravvivenza…».

Vincenzo Varagona, «”Noi, abbandonati dallo Stato”. Denuncia della mamma di un bimbo con malattia degenerativa», in “Avvenire” giovedì 4 gennaio 2018, p. 10.

La piccola Sofia è diventata il “simbolo” del caso Stamina

Leucodistrofia metacromatica. Questa la terribile e rara malattia neurodegenerativa che si è portata via, a soli 7 anni, Sofia De Barros, la bambina fiorentina diventata, suo malgrado, il simbolo del metodo Stamina di Davide Vannoni. I genitori, Caterina Ceccuti e Giulio De Barros sottopongono la figlia alle infusioni agli Spedali Civili di Brescia che utilizza un metodo sperimentale, non ancora approvato, e mai lo sarà, dal ministero della Salute, per curare alcune patologie rare. Poi lo stop dei giudici e l’allontanamento di Vannoni dalla sanità.

Da “Avvenire”, giovedì 4 gennaio 2018, p. 10.

Sanità 4 – Altro trapianto da record

Torino

Nella notte di Capodanno, un uomo e una donna hanno ricevuto fegato e reni. Triplo intervento anche a Natale

TORINO. Dopo il “miracolo” di Natale, è arrivato quello di San Silvestro. Nella notte del 31 dicembre, infatti, all’ospedale Molinette di Torino due persone hanno ricevuto fegato e reni grazie alla donazione di organi e per mezzo dell’organizzazione del sistema sanitario nazionale. Tra il 24 e il 25 dicembre, sempre a Torino erano stati effettuati altri 3 trapianti. «Per ogni trapianto – viene spiegato dall’Ospedale – entrano in azione una sessantina di persone, fra coordinatori, autisti, assistenti, chirurghi, medici, tecnici di laboratorio, infermieri. Tutto nel giro di poche ore». Non è nemmeno la prima volta che capita di poter eseguire più interventi in 24 ore.

Tutto è iniziato la sera di San Silvestro con la morte per ictus ischemico a Novara di un uomo di 82 anni: un evento che ha determinato i due ultimi trapianti iniziati a tarda notte tra il 31 dicembre ed il primo dell’anno. Prima il fegato è stato donato ad un uomo di 56 anni della Campania. Il trapianto durato circa 7 ore, effettuato dall’équipe di Mauro Salizzoni, è tecnicamente riuscito ed ora il paziente si trova in terapia intensiva del dottor Pier Paolo Donadio. Successivamente è iniziato un doppio trapianto di rene su una donna di 71 anni di Cuneo. In questo caso in sala operatoria sono intervenuti gli urologi del professor Paolo Gontero ed i chirurghi vascolari del dottor Maurizio Merlo, coadiuvati dai nefrologi del professor Luigi Biancone. Un intervento complesso anche in questo caso, che è durato ore.

Andrea Zaghi, «Altro trapianto da record», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 10.

Sanità 3 – Bimba salvata da soffocamento

Parma

La piccola, di 16 mesi, aveva inalato dei frammenti di mandorla. Operata d’urgenza a Parma

PARMA. Una bambina di 16 mesi ha rischiato il soffocamento per alcuni pezzi di mandorla finiti nei bronchi. A salvarle la vita, nella notte di Capodanno, sono stati i medici dell’ospedale Maggiore di Parma, dove è stata operata d’urgenza.

La piccola, residente con la famiglia a Correggio, nel Reggiano, il 30 dicembre aveva messo in bocca una mandorla e aveva iniziato a tossire, diventando cianotica. La madre era riuscita a togliere alcuni pezzi, ma nelle ore successive la bambina ha continuato ad avere forti crisi di tosse, dimostrando poco appetito.

Verso le 23 dell’ultimo dell’anno è stata portata al pronto soccorso di Carpi e da lì, dopo una visita, trasferita a Parma, dove dalle 3 alle 5.30 è stata sottoposta ad un delicato e complesso intervento da parte dell’equipe di pneumologia ed endoscopia toracica guidata da Angela Majori. Nel bronco che porta al polmone sinistro c’erano anche alcune parti di guscio, estratte dai medici che hanno così salvato la bambina. I pezzi, messi in bocca ma tecnicamente inalati, erano finiti nel bronco probabilmente a causa della masticazione non ancora efficace della piccola. La madre si era accorta di non essere riuscita a toglierli tutti e lo ha fatto presente ai medici del pronto soccorso di Carpi, che hanno attivato i colleghi dell’azienda ospedaliera- universitaria di Parma, centro di riferimento per questo tipo di emergenze ed è stato organizzato il trasferimento notturno.

A marzo 2017 nella stessa struttura ospedaliera erano stati salvati dal soffocamento, per aver inalato frammenti di cibo, tre bambini in 24 ore.

«Bimba salvata da soffocamento», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 10.