Rohingya 20/4 – MSF: Nuove violenze e spostamenti forzati contro minoranza rohingya

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In Bangladesh continuano le intimidazioni, le violenze e gli spostamenti forzati nei confronti dei rifugiati Rohingya, minoranza etnica musulmana originaria del Myanmar, da anni oggetto di discriminazioni: lo denunciano oggi le equipe di Medici senza frontiere (Msf) che il 14 luglio scorso sono state testimoni dell’azione di un gruppo di 30 poliziotti e funzionari locali che hanno distrutto 259 abitazioni e derubato i beni dei civili, all’interno del campo di Kutupalong di Cox’s Bazar, in Bangladesh, dove vivono i rifugiati Rohingya. Agli altri sfollati rimasti nel campo di fortuna è stato detto di sgombrare le abitazioni entro 48 ore altrimenti sarebbero state date alle fiamme. L’incidente, spiega Msf, “si colloca all’interno di una serie di azioni di violenza e aggressioni da parte delle autorità governative ai danni degli occupanti del campo”.

In questo periodo Msf ha assistito numerosi feriti nella sua clinica all’interno del campo, in maggioranza donne e bambini. “L’utilizzo sistematico di intimidazioni, violenza e spostamenti forzati nei confronti dei Rohingya che vivono nel campo è del tutto inaccettabile”, afferma Paul Critchley, capo missione delle attività di Msf in Bangladesh: “È necessario trovare una soluzione duratura e dignitosa per i Rohingya, non solo nei paesi in cui chiedono asilo, ma anche nella loro terra d’origine in Myanmar”.

«MSF: Nuove violenze e spostamenti forzati contro minoranza rohingya», in “SIR”, Servizio di Informazione Religiosa, 17 luglio 2009 @ 14:00.

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Rohingya 20/3 – MSF: Allarme per crescente crisi umanitaria nel campo di Kutupalong

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Nel campo di Kutupalong, in Bangladesh, “la situazione sanitaria è sconvolgente ed è necessario rispondere subito all’emergenza”. A lanciare l’allarme è l’organizzazione Medici senza frontiere, preoccupata per le migliaia di Rohingya – minoranza etnica musulmana originaria del Rakhine, Myanmar del Nord, per decenni fuggita da persecuzioni e discriminazioni nel proprio Paese –- che stanno lottando per sopravvivere in un campo di fortuna. “Insufficienti le riserve idriche e mal protette quelle disponibili” con grave “rischi per la salute”, aggiunge Michel Becks, esperto di potabilizzazione dell’acqua. Grave anche la situazione nutrizionale, secondo l’indagine Emergency assessment report, che sottolinea l’ulteriore minaccia rappresentata dall’imminente stagione delle piogge.

Con il supporto di ECHO (European commission’s humanitarian aid office), Msf realizzerà a breve un programma di emergenza per fornire assistenza medica di base ai bambini sotto i 5 anni, avviare un ambulatorio e un programma di assistenza nutrizionale per i pazienti e migliorare le condizioni igieniche e le riserve di acqua potabile all’interno del campo.

Attualmente circa 25 mila persone hanno ottenuto lo stato di rifugiato in Bangladesh, ma altre centinaia di migliaia lottano per sopravvivere, ancora prive di riconoscimento e assistenza.

«MSF: Allarme per crescente crisi umanitaria nel campo di Kutupalong», in “SIR”, Servizio di Informazione Religiosa, 15 giugno 2009 @ 8:52.

Rohingya 20/2 – Si uccide anche nel nome di Buddha

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In Occidente si guarda da tempo al buddismo come alla chiave di volta per esseri partecipanti a una società che tende sempre più spesso a portare a nevrosi e isterismi generici. L’antidoto definitivo a una realtà in cui l’individualismo e la frenetica ricerca del successo e della soddisfazione personale regnano sovrani. Con il passare degli anni, gli scaffali delle librerie dedicati alla “filosofia orientale” sono diventati sempre più affollati di volumi e sempre più perlustrati da un pubblico ormai disilluso dall’utilità delle religioni abramitiche come palliativo alla vita. In un’epoca in cui bisogna non solo essere perfetti a livello fisico e operativo, ma possibilmente anche serafici, forse la soluzione definitiva va cercata un po’ più a Oriente.

Questa idea di perfetta complementarietà allo stile di vita occidentale non è immotivata, del resto. Chi aderisce ai dettami di Buddha trova in essi una motivazione a rallentare il proprio ritmo, ascoltarsi di più e mitigare il proprio individualismo, questo grazie a una visione del mondo più olistica, in cui l’ego trova scarso spazio.

Ma è proprio così? Ossia i buddisti sono tutti così miti, tolleranti, senza nevrosi o isterismi?

L’esempio più attuale lo troviamo in Myanmar, nello Stato di Rakhine, dove i Rohingya – minoranza musulmana apolide – dal 25 agosto sono di nuovo vittima di violenze e scontri con l’esercito birmano. Più di 430mila persone sono scappate a seguito di questa ennesima offensiva – descritta dall’ONU come “un esempio da manuale di pulizia etnica” – per rifugiarsi in Bangladesh e affollarne i campi rifugiati.

La popolazione birmana, a maggioranza buddista, da tempo considera l’Islam una minaccia.

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Ciò ha fatto da terreno fertile per la maturazione e la radicalizzazione di istanze politiche come il movimento ‘69, tra i cui membri troviamo il monaco U Wirathu, definito da Time nel 2013 “il volto del terrorismo buddista” e autoproclamatosi “il Bin Laden buddista”. U Wirathu n da tempo video di sermoni e pamphlet in cui mette in guardia la popolazione birmana dall’”islamificazione dell’Asia”. Lui e altri monaci sono arrivati a consigliare ai frequentatori dei propri templi di evitare di sposare o fare affari con i musulmani.

Un Rohingya del villaggio di Ah Nauk Pyin ha raccontato a Reuters di come dei buddisti avrebbero urlato a lui e ad altri abitanti del villaggio della stessa di etnia “andatevene o vi uccidiamo tutti”.

Da molto tempo i musulmani di Rakhine sarebbero oggetto di discriminazioni da parte della maggioranza buddista, che li considera immigrati illegali, non concedendogli né la cittadinanza né i pieni diritti che ne conseguono. Aung San Suu Kyi, Primo Ministro, premio Nobel per la pace e a sua volta buddista, ha deciso di visitare lo Stato solo lo scorso 2 novembre, nonostante non fossero mancate le sollecitazioni ad agire da parte di svariati rappresentanti di Stato.

C’è poi il caso dello Sri Lanka, scenario dal 1983 al 2009 di una sanguinosa guerra civile in cui si sono scontrati da una parte le Tigri Tamil, che volevano uno Stato indipendente, dall’altra il governo cingalese, che per impedirgli di ottenerlo, tra le altre cose, ha strumentalizzato proprio il messaggio del buddismo. La popolazione locale è composta per il 70% da buddisti, il restante 30 da Tamil e musulmani. Anche in questo caso, la netta preponderanza demografica dei primi non ha impedito loro di sviluppare organizzazioni politiche estremiste, come nel caso dei BBS, acronimo cingalese di “Forza di potere buddista”. Questo movimento e altre compagini affini hanno incitato le folle a distruggere moschee e a incendiare case e negozi appartenenti a musulmani.

Nel giugno 2014, un discorso incendiario pronunciato dal leader dei BBS, Galagodaththe Gnanasara, ha portato alla morte di quattro persone e al ferimento di oltre 80, dopo scontri violenti nel sud del Paese. Gli episodi di ostilità più recenti, però, risalgono allo scorso 18 novembre e hanno visto come evento scatenante un incidente stradale tra una donna musulmana e un uomo buddista nella provincia meridionale di Galle. In quell’occasione sono stati distrutti dieci veicoli (perlopiù di musulmani) e 62 edifici. Diciannove persone sono state arrestate ed è stato imposto un coprifuoco dalle 6 di mattina alle 6 di sera.

Tra i leader della “Forza di potere buddista” ci sono numerosi monaci, tra cui lo stesso Gnanasara, ma il tipo di buddismo praticato in Sri Lanka – Theravada – non ammetterebbe alcun tipo di violenza. Quantomeno non nei propri testi canonici.

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Episodi molto simili avvengono regolarmente anche in Thailandia, che ha una composizione demografica molto simile a Sri Lanka e Myanmar: stando ai dati rilevati dal Pew Research Centre, i buddisti ammonterebbero al 93.2% della popolazione, con un restante 5.6% di musulmani, concentrato soprattutto nelle province meridionali. Anche lì numerosi monaci si sono resi protagonisti di violenze finalizzate – secondo loro – a difendere la propria religione e cultura da una presunta minaccia musulmana.

Molti studiosi della religione buddista hanno fatto notare come questo credo, in sé e per sé, non sarebbe compatibile con alcun tipo di violenza. Le varie istanze di nazionalismo portate avanti in nome di Buddha sarebbero un totale travisamento del dharma – i suoi insegnamenti – e dei suoi precetti. Cosa che non dovrebbe sbalordire, se si pensa a quanto è avvenuto nel caso di altre religioni, ma lascia comunque sorpresi se si considera che la religione in questione è vista come una delle più pure e pacifiche che ancora sopravvivono. Una cosa, però, è sicura: nessuna guerra è compatibile con il buddismo, e lo stesso concetto di “guerra buddista” promosso dai vari gruppi nazionalisti del Sud-est asiatico è una contraddizione in termini.

Nella filosofia buddista, la prima delle Quattro Nobili Verità – ovvero il primo apparato dottrinale di questa religione – riconosce la sofferenza come elemento imprescindibile dell’esistenza. La seconda lega questa sofferenza all’attaccamento a desideri, persone o luoghi. E forse è proprio per un’ostinata devozione alla propria identità culturale e alla propria religione – una sorta di ego collettivo – che si possono spiegare tutti questi casi di violenza avvenuti nel nome di Buddha, ma che col buddismo non hanno nulla a che vedere.

Tenendo a mente le fondamenta concettuali che reggono il dharma di Buddha, diventa molto difficile giustificare ideologie come quella del nazionalismo buddista, specialmente quando questo comporta la sofferenza di individui che rimangono esclusi da un concetto arbitrario e del tutto artificioso di “nazione”.

Ci si chiede spesso se esista una “religione di pace”, e se sì, quale sia. Ma ci dimentichiamo che la fede, sia essa cristiana, ebraica o buddista, rimane un precipitato culturale dell’uomo. E che, in ultima battuta, dipende da quest’ultimo il modo in cui i dogmi dell’una o dell’altra si applicheranno alla realtà. Diventa così piuttosto naïf pensare di poter determinare la natura di una religione senza aver valutato prima il tipo di uomo che la praticherà. Esisterà mai una religione di pace? Probabilmente no, finché saranno più vantaggiosi conflitto e autoesclusione.

Giulia Polvara, «Si uccide anche nel nome di Buddha», in “The Vision” 5 dicembre 2017.

Rohingya 20/1 – Fenomeno sottaciuto: Il braccio violento del Buddismo all’opera in Myanmar

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Si è reso necessario persino l’intervento del Dalai Lama per fermare le aggressioni dei monaci, guidati da Wirathu (“il Bin Laden birmano”), nei confronti della minoranza islamica Rohingya. Altri episodi preoccupanti in Sri Lanka e in Tailandia

Anche il Dalai Lama ha inteso fare un appello, nei giorni scorsi, ai monaci buddisti del Myanmar (ex Birmania), per chiedere loro di cessare gli episodi di violenza e gli attacchi mirati contro la minoranza musulmana Rohingya. Le violenze contro questa minoranza, originaria del Bangladesh – uno dei popoli più perseguitati del mondo, secondo le Nazioni Unite – hanno avuto inizio nel giugno del 2012, causando almeno 200 morti e oltre 140mila sfollati. Non riconosciuti dallo Stato birmano, i rohingya sono privi di cittadinanza, quindi immigrati irregolari. Secondo le stime dell’Onu sono almeno 800mila.

Dal marzo di quest’anno, con gli scontri tra buddisti e musulmani a Meiktila, a Sud di Mandalay, le persecuzioni si sono allargate anche ad altre zone del Paese e hanno preso di mira anche altre comunità musulmane.

Il Bin Laden birmano

Nell’ultimo numero della rivista “Time”, la corrispondente dall’Asia, Hannah Beech, ha pubblicato un reportage su queste violenze e ha raccolto l’opinione del monaco buddista Wirathu, che si fa chiamare “il Bin Laden birmano”. “Questo non è il momento della calma. È il momento di ribellarsi, di farsi ribollire il sangue”, ha dichiarato il monaco. “Per il monaco estremista – ha scritto la Beech – i musulmani, almeno il 5% dei 60 milioni di abitanti della Birmania, sono una minaccia per il Paese e la sua cultura. Si riproducono in fretta e rubano le nostre donne, le stuprano. Vorrebbero occupare il nostro Paese, ma io non glielo permetterò. Il Myanmar deve rimanere buddista”.

Nel mese di giugno, in Malesia, dove lavorano centinaia di migliaia di emigrati birmani, sono stati uccisi molti buddisti della comunità, secondo le autorità per ritorsione nei confronti delle stragi di musulmani avvenute in Birmania.

Il buddismo radicale nello Sri Lanka

Il Myanmar non è l’unico Paese asiatico dove si realizzano violenze da parte dei buddisti. Nel corso di quest’anno, nello Sri Lanka – dove la popolazione è a maggioranza buddista – i monaci hanno contribuito a organizzare la distruzione di case e negozi di proprietà di musulmani e cristiani. Il 9 agosto scorso, mentre i musulmani erano impegnati nella preghiera del venerdì nella moschea di Grandpass, a Colombo, un gruppo di monaci buddisti ha iniziato a lanciare pietre contro i fedeli, chiedendo loro di andarsene. Avvisata dell’attacco, la polizia è giunta sul luogo e ha imposto un coprifuoco fino alla mattina seguente. Il giorno dopo, la situazione è degenerata in nuovi scontri. Una folla di persone, guidata da monaci buddisti, ha attaccato di nuovo la moschea e le vicine abitazioni dei musulmani. Questi hanno stigmatizzato il mancato intervento degli agenti di polizia e soprattutto il fatto che le autorità hanno deciso di chiudere la moschea, aderendo di fatto alle richieste degli aggressori.

La situazione della Tailandia

Nel Sud della Tailandia, dove dal 2004 la rivolta dei separatisti musulmani ha fatto circa 5mila vittime, l’esercito thailandese addestra milizie civili e spesso accompagna i monaci buddisti nella questua mattutina. La commistione di soldati e monaci – che in alcuni casi si sono armati – esaspera l’isolamento percepito dalla minoranza musulmana in Tailandia. Racconta Hannah Beech nel suo reportage: “Il tempio di Lak Muang, nella città di Pattani, ospita dieci monaci buddisti e circa cento soldati: è diventato il centro di comando operativo del 23° battaglione dell’esercito tailandese, con una rete mimetica che circonda la base della struttura sacra. Ogni anno, migliaia di volontari buddisti vengono addestrati per unirsi alle milizie civili armate che hanno l’incarico di proteggere i villaggi”.

«Fenomeno sottaciuto. Il braccio violento del Buddismo all’opera in Myanmar», in “SIR”, Servizio Informazione Religiosa. 7 ottobre 2013.

Rohingya 19/2 – Noterelle sull’intervento del card. Bo (Yangon), “criticare governo e militari su Rohingya può essere controproducente per la Chiesa”

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Caro confratello nel sacerdozio,

premetto che sono un frate cappuccino di Trento (Italia) e presto servizio religioso in due case di riposo e collaboro in una parrocchia di Trento.

Non ho sott’occhio il testo integrale della sua intervista all’agenzia cattolica asiatica Ucanews a commento della visita di Papa Francesco in Myanmar dal 27 al 30 novembre 2017, ma solo la notizia riferita dall’agenzia SIR (Servizio di Informazione Religiosa), notizia che ho postata sopra in Rohingya 19/1.

Spero che il redattore di questa notizia abbia sintetizzato correttamente il Suo intervento.

Le confesso che ho letto e riletto il testo battuto dall’agenzia SIR e ogni volta ho provato un senso di disagio e di sofferenza.

Lei sostiene che il problema della persecuzione della minoranza musulmana Rohingya “non sarà risolto solo con i commenti del Papa. Criticare i militari e il governo può essere controproducente”, e aggiunge: “Se diciamo che la visita del Papa sarà centrata principalmente sul tema dei Rohingya siamo fuori strada”, per concludere che Papa Francesco ha scelto di visitare il Myanmar scartando gli inviti di altri 40 governi, perché “il suo focus è sulle minoranze, sulle periferie, e i cattolici in Bangladesh e Myanmar sono gruppi minoritari”.

Sono d’accordo con Lei che il Papa non è venuto in Myanmar principalmente per i Rohingya, ma non Le sembra di essere in contraddizione quando afferma che “il focus (del Papa) è sulle minoranze, sulle periferie, e i cattolici in Bangladesh e Myanmar sono gruppi minoritari”? E i Rohingya in Bangladesh e in Myanmar non sono forse minoranza e periferia e per giunta scacciati, perseguitati, uccisi? O le minoranze e le periferie sono solo i cattolici?

Sono d’accordo con Lei anche quando afferma che il problema della persecuzione della minoranza musulmana Rohingya “non sarà risolto solo con i commenti del Papa”. Del resto quanti appelli del Papa in merito alla pace, al disarmo militare, all’ecologia, alla conversione non sono ascoltati nemmeno all’interno della Chiesa cattolica se non addirittura osteggiati!

Non concordo invece con Lei quando afferma che “criticare i militari e il governo può essere controproducente”. Il rischio di un intervento del Papa sulla questione, a suo avviso, potrebbe mettere la Chiesa in una posizione delicata, ossia “contro i militari, il governo e la comunità buddista”. Ma un possibile riferimento alla crisi nello Stato di Rakhine, alla guerra civile nello Stato di Kachin può invece essere accettato dalle autorità e dalla maggioranza.

La mia discordanza con Lei verte sul metodo e sulla sostanza.

Riguardo al metodo, il suo approccio al tema dei Rohingya sa tanto di diplomazia (vaticana). Diceva il card. Bacci (Suo confratello nel cardinalato) che «la diplomazia vaticana (purtroppo) è nata una triste sera a Gerusalemme, nell’atrio del Sommo Sacerdote, quando Pietro, scaldandosi al fuoco, s’imbatté in quella servetta che gli chiese, puntandogli contro l’indice della mano destra: “Anche tu sei seguace del Galileo?”, e Pietro, trasalendo, rispose: ”Non so quel che tu dici”. Risposta diplomatica con la quale non veniva compromessa né la fede, né la morale».

Sì, tuttavia veniva compromesso il coraggio del cristiano che, senza finzione e senza diplomazia troppo umana, deve saper confessare sempre e coi fatti la sua adesione al Vangelo e il suo disprezzo per ogni rispetto umano. Infatti quello di Pietro fu un diplomatico rinnegamento.

Lasciamo che i diplomatici (i Nunzi apostolici) facciano il loro dovere, ma noi come cristiani abbiamo il diritto e il dovere di dire come stanno le cose, di richiamare al dovere di rispettare e proteggere chi viene cacciato della sua terra, violentato, ucciso. E questo diritto-dovere non è solo per i nostri, i cattolici, ma è per ogni uomo e donna di ogni ceto, razza, religione.

Lei paventa che il rischio di un intervento del Papa sulla questione, a suo avviso, potrebbe mettere la Chiesa in una posizione delicata, ossia “contro i militari, il governo e la comunità buddista”.

Sinceramente l’atteggiamento dei militari e del governo locale non solo non mi sembra cristiano, ma quanto di più disumano ci possa essere. Quanto alla comunità buddista, fatto il debito distinguo tra buddisti sinceri e fedeli e buddisti solo di nome (il discorso va di pari passo con il tema della carità vissuta o contraddetta anche nella nostra Chiesa) non mi sembra onori la sua equanimità e la sua proverbiale tolleranza, sicuramente non nei confronti dei Rohingya.

Riguardo alla sostanza, se guardiamo la situazione dei Rohingya come “un” problema da risolvere non ne veniamo a capo in nessun modo. Ma se guardo alle foto che sto raccogliendo per documentare gli articoli che sto postando sulla questione Rohingya, non posso non sentirmi coinvolto nel loro dramma. Quando vedo una donna che cerca smarrita in quello che è il resto bruciato di un alloggiamento di fortuna qualche oggetto personale o forse il resto di qualcuno dei suoi figli; quando vedo bambini costretti alla fuga, famiglie divise, bonzi che mostrano il pugno con la scritta “via i Rohingya”, non posso non sentirmi solidale con loro. Anche se non posso fare altro che pregare per loro e far conoscere il loro dramma.

Cordiali auguri per il suo servizio episcopale alla Chiesa pellegrina in Myanmar.

padre Giorgio Anesi

Rohingya 19/1 – Myanmar: card. Bo (Yangon), “criticare governo e militari su Rohingya può essere controproducente per la Chiesa”

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Il problema della persecuzione della minoranza musulmana Rohingya “non sarà risolto solo con i commenti del Papa. Criticare i militari e il governo può essere controproducente”: così il cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon, parla della prossima visita di Papa Francesco in Myanmar dal 27 al 30 novembre, prima di recarsi in Bangladesh dal 30 novembre al 2 dicembre. “Se diciamo che la visita del Papa sarà centrata principalmente sul tema dei Rohingya siamo fuori strada”, afferma in una intervista all’agenzia cattolica asiatica Ucanews. Il rischio di un intervento del Papa sulla questione, a suo avviso, potrebbe mettere la Chiesa in una posizione delicata, ossia “contro i militari, il governo e la comunità buddista”. Ma un possibile riferimento alla crisi nello Stato di Rakhine, alla guerra civile nello Stato di Kachin può invece essere accettato dalle autorità e dalla maggioranza. “Il motto del Papa – ricorda – è amore e pace: amore tra gruppi etnici, religiosi, maggioranza buddista e altre religioni; pace significa porre fine a lunghi decenni di guerra civile che ancora imperversa negli Stati del nord”.

“Il problema dei Rohingya – ammette il card. Bo – è sicuramente grande. Ma va contestualizzato in una situazione più ampia che riguarda tutta la popolazione. Ridurre la visita ad una sola questione potrebbe lasciare fuori gli scopi e gli obiettivi del viaggio e sarebbe molto controproducente”.

Riguardo alla posizione della leader de facto Aung San Suu Kyi rispetto all’esercito il card. Bo dice: “Abbiamo due governi paralleli”. I militari hanno infatti cambiato nel 2008 la Costituzione a loro favore, concedendo di fatto al governo civile poco potere sull’economia e sui servizi governativi. “La comunità internazionale non comprende fino in fondo la situazione reale – dice il card. Bo -. Suu Kyi sta camminando sul filo sul rasoio e nessuno dovrebbe dubitare della sua integrità. Il suo ostacolo principale è avere a che fare con i militari. La strada che sta percorrendo è scivolosa e difficile”.

L’arcivescovo di Yangon ha confidato che Papa Francesco ha scelto di visitare il Myanmar scartando gli inviti di altri 40 governi, perché “il suo focus è sulle minoranze, sulle periferie, e i cattolici in Bangladesh e Myanmar sono gruppi minoritari”. In Myanmar vivono 700.000 cattolici. I cristiani di tutte le confessioni rappresentano il 6,2% dei 51 milioni di abitanti a maggioranza buddista. In Bangladesh vi sono invece 300.000 cattolici su 150 milioni di musulmani.

«Myanmar: card. Bo (Yangon), “criticare governo e militari su Rohingya può essere controproducente per la Chiesa”», in “SIR”, Servizio di Informazione Religiosa, 28 settembre 2017 @ 15:39.

Rohingya 18 – Wfp distribuisce cibo a 436.000 sfollati Rohingya in Bangladesh

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L’agenzia delle Nazioni Unite World food programme (Wfp) sta rispondendo alla crisi umanitaria in Bangladesh fornendo cibo alle persone che stanno arrivando a Cox’s Bazar a seguito dello scoppio delle violenze nella parte settentrionale del Rakhine State, in Myanmar. Il Wfp si dice “particolarmente preoccupato per la salute di donne e bambini che arrivano affamati e malnutriti dopo giorni di cammino e che vivono in rifugi rudimentali”. Per questo sta fornendo SuperCereal Plus, una miscela fortificata di grano e soia usata per fare un porridge nutriente, alle famiglie con bambini piccoli, donne incinte e madri che allattano. Ad oggi, quasi 60.000 donne e bambini hanno ricevuto SuperCereal Plus.

Sono state identificate 92.000 famiglie (per un totale di 460.000 persone) che riceveranno dal Wfp 25 kg di riso ogni due settimane per sei mesi. Ognuna di loro ha già ricevuto riso almeno una volta. Oltre 200.000 persone hanno ricevuto biscotti ad alto contenuto energetico, in confezione unica per 2-3 giorni, come misura d’emergenza. Questi biscotti vengono spesso utilizzati nei casi in cui non è possibile cucinare. Più avanti distribuirà legumi e olio vegetale fortificato a tutti quelli che ricevono il riso.

Il Wfp ha bisogno di 72,7 milioni di dollari per finanziare una risposta che risponda ai bisogni di 1,09 milioni di persone per i prossimi sei mesi. Le cifre includono fino a 700.000 nuovi arrivi, 75.000 persone che sono arrivate prima di agosto, 34.000 rifugiati registrati e 200.000 persone che vivono nelle comunità ospitanti. Finora ha ricevuto (in dollari): 3,2 milioni dalla Danimarca, 2 milioni dall’Australia, 650.000 dalla Norvegia, 530.000 dall’Italia e 1,9 milioni attraverso il Fondo Centrale per la Risposta d’Emergenza delle Nazioni Unite (Cerf). Il Canada ha promesso un contributo di 1,1 milioni di dollari e anche altri donatori hanno espresso l’intenzione di sostenere l’operazione. Le ultime cifre dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) hanno stimato in 436.000 i nuovi arrivi dal 25 agosto.

«Wfp distribuisce cibo a 436.000 sfollati Rohingya in Bangladesh», in “SIR”, Servizio di Informazione Religiosa, 27 settembre 2017 @ 9:22.