Politica 3 – Tornare a essere popolari – Sette parole per il 2019

politica

In questo tempo di cambiamenti e conflitti che ci sfidano, non possiamo correre il rischio di seguire ciò che leggiamo nel Gattopardo: «Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare». Bisogna reagire. Una reazione alla quale possiamo dar forma considerando sette parole.

Paura. Instillare la paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico: si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti. Questa retorica evoca forze potenti, ma forse non ancora emerse dal profondo della società e dell’opinione pubblica. La riflessione politica sarà irrilevante se non entra in contatto con le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista.

Ai leader religiosi coreani Francesco ha chiesto di usare «parole che si differenziano dalla narrativa della paura» e compiere «gesti che si oppongono alla retorica dell’odio». E di recente ha pure affermato: «Servono leader con una nuova mentalità. Non sono leader di pace quei politici che non sanno dialogare e confrontarsi: […] occorre umiltà, non arroganza».

Ordine. I rapporti tra Europa, Stati Uniti, Russia e Cina sono in ebollizione… alla ricerca di un nuovo ordine mondiale che attualmente pare solo un gran disordine. Più che mai il disordine reclama anche una solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un «nuovo ordine mediterraneo».

Migrazioni. I flussi migratori siano una delle priorità dell’Unione Europea dei prossimi anni, perché le migrazioni oggi rischiano di essere il grimaldello per far saltare l’Europa. Non sfuggono a nessuno le conseguenze del rimescolamento delle identità tradizionali e lo spaesamento che esso provoca. Bisogna affrontarlo con discernimento. Occorre non tradire mai i valori di fondo dell’umanità, ma metterli in pratica tenendo conto della situazione in cui si opera. Concretamente: è necessario lavorare all’integrazione.

Popolo. Per i populismi che sperimentiamo oggi, la forza di una democrazia dipende dall’esistenza di un popolo relativamente omogeneo con un’identità precisa e riconoscibile fondata sulla coesione etnica. Ma attenzione, perché quando la comunità etnica si pone al di sopra della persona, secondo Jacques Maritain, non vi è più alcun baluardo al totalitarismo politico. Le tradizioni antiliberali costituiscono ponti ideologici per le attuali alleanze tra cristianesimo e forme aggressive di populismo. Il rischio oggi per la Chiesa è altissimo: l’appartenere senza credere. E questo trasformerebbe la religione in ideologia: sarebbe la morte della fede.

Ma non possiamo ridurre la questione del popolo a «populismo». La questione del popolo è una cosa molto seria. Scriveva il cardinale Bergoglio nell’anno 2010: «Non serve un progetto di pochi e per pochi, di una minoranza illuminata o di testimoni, che si appropria di un senso collettivo. Si tratta di un accordo sul vivere insieme. È la volontà espressa di voler essere popolo-nazione nel contemporaneo ». Queste parole scritte dall’allora primate d’Argentina dopo le elezioni del 4 marzo 2010 suonano come l’ammonimento più urgente anche per l’oggi.

Non basta più formare i giardini delle élite e discutere al caldo dei «caminetti» degli illuminati. Non bastano più le accolte di anime belle… Facciamo discorsi ragionevoli e illuminati, ma la gente è altrove. E il grande rischio è quello di immaginare il “popolo” in forma di «massa anonima». La verità è che molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. Ecco perché la questione centrale oggi è quella della democrazia.

Democrazia. Emerge anche in Europa l’ossimoro di democrazie che possono morire per mani di leader eletti democraticamente. Sembra ormai insostenibile il divario tra il carattere globale dell’economia, della comunicazione e, ancor più, della finanza e la dimensione solamente locale della democrazia, che rischia di divenire quasi solo una gestione amministrativa. Si è incrinata la fiducia nei sistemi democratico-liberali. Si ha perfino simpatia per una certa improvvisazione democratica che dà almeno il senso di appartenenza.

La democrazia rappresentativa parlamentare è destinata dunque a estinguersi? Assolutamente no, ma la domanda di una «democrazia immediata», della quale si immagina che la rete possa essere luogo di azione e strumento, sembra averla messa in difficoltà. Qui c’è un problema, però anche una sfida da accogliere. Non possiamo far finta che la rete non esista e dobbiamo prendere atto che il consenso si forma anche nell’ambiente digitale. Il disagio si esprime soprattutto lì. Come fare a vivere la rete come forma di partecipazione democratica senza cadere in scorciatoie demagogiche?

Partecipazione. Scriveva il Papa, sempre in quel testo del 2010, che occorre «recuperare l’effettività dell’essere cittadini». Occorre trasformarsi «da abitante a cittadino». Questo è, in fondo, anche il vero problema dell’Europa: ha abitanti europei che ancora non si sentono cittadini europei.

Il «divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia» è stato uno dei temi forti del discorso di papa Francesco al terzo Incontro mondiale dei movimenti popolari del 2016. Il Papa li definiva «una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica», che non è la forma del «partito politico» e che è capace di esprimere «attaccamento al territorio, alla realtà quotidiana, al quartiere, al locale, all’organizzazione del lavoro comunitario». Senza partecipazione la democrazia si atrofizza, diventa una formalità, perché lascia fuori il popolo nella costruzione del suo destino.

Lavoro. Pensiamo ai nostri giovani. I neet (not in education, employment or training) sono circa il 20% dei giovani italiani. 2/3 degli studenti di oggi faranno, da adulti, lavori che al momento neanche esistono. Oggi siamo colpiti da un nuovo malessere: la disoccupazione tecnologica, causata dal fatto che scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro a una velocità superiore di quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare lavoro. Sembra esserci una differenza antropologica ormai tra l’uomo di Davos e il forgotten man, tra una élite di creativi innovatori e una massa di esecutori non qualificati. Servono quelle «tre T» delle quali parla Francesco, non come slogan: Tierra Techo Trabajo. Terra, casa e lavoro sono le cose fondamentali che danno dignità a una vita umana, rendono possibile la famiglia e permettono lo sviluppo umano integrale.

Per reagire, dunque, occorre prima di tutto riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire la relazione naturale con il popolo. Questa la parola: riconnettersi. Insomma, bisogna tornare a essere «popolari».

Antonio Spadaro (Direttore di “La Civiltà Cattolica”), «Tornare a essere popolari – Sette parole per il 2019», in “La Civiltà Cattolica”, 5/19 gennaio 2019, n. 4045, pp. 42-44 (cfr. “Avvenire”, giovedì 3 gennaio 2019, p. 3).

Annunci

Politica 2 – Il cataclisma e l’apocalisse

Politica Il cataclisma e l'apocalisse

Con le elezioni del 4 marzo scorso, l’Italia ha compiuto una svolta politica e culturale epocale. Dopo molti decenni cambia la classe dirigente italiana. Sulle radici di questo «terremoto» e sugli scenari futuri presentiamo l’ampia intervista del direttore ad Arturo Parisi, già docente di Sociologia dei fenomeni politici.

Professor Parisi, quando ci incontrammo al Regno all’indomani del 4 marzo, lei definì con preoccupazione il voto come un vero e proprio terremoto. È ancora della stessa opinione? O ritiene che gli eventi recenti e ancora in corso siano meno eccezionali di quello che allora appariva?

«Sì, lo ricordo, fu la prima immagine che mi venne in mente. Una metafora che chi studia le vicende elettorali ricorda associata al balzo del Partito comunista, quando alla metà degli anni Settanta esordì sulla scena politica la prima generazione postbellica, un balzo potenziato dalla nuova normativa elettorale che, abbassando improvvisamente la maggiore età a 18 anni, aveva aggiunto tre nuove corpose classi di leva elettorale portatrici di nuovi orientamenti politici.

In un paese abituato a piccoli spostamenti di voto bastò la crescita della sinistra di 5 punti alle regionali per salutarla, appunto, come un terremoto: il terremoto del 15 giugno 1975. Anche pensando a questo, più il tempo passa e più quella metafora mi sembra inadeguata a contenere l’enormità del voto di marzo. Un fatto enorme se, al di là del segno, positivo per Movimento 5 Stelle (M5S) e Lega e negativo per il Partito democratico (PD), si guarda distintamente al dato dei tre principali partiti; ed enorme anche se li si considera assieme.

Enorme per le conseguenze che ha immediatamente prodotto. Innanzitutto il rinnovamento dei due terzi dei parlamentari. Poi il cambiamento del peso della sinistra e del PD. Il partito che nella legislatura uscente aveva dato il volto dei suoi dirigenti alla politica e alle istituzioni, dal Quirinale al governo, è ora escluso in Parlamento da ogni posizione di responsabilità, dai presidenti ai questori.

Dopo aver abbandonato la speranza di risultare sul piano dei consensi reali la prima lista o la prima coalizione, e aver ripiegato sulla scommessa di trasformare i minori consensi in un maggior numero di seggi grazie alle regole del Rosatellum e all’illusione di una vincente tattica aggregativa, il gruppo PD è finito 4 al Senato e 3 alla Camera. Se dal punto di vista elettorale la parola giusta è “sconfitta”, da quello istituzionale è “disfatta”.

Ma, al di là dell’attenzione, per me inadeguata, all’enormità del dato oggettivo, ancora più grande è la velocità con la quale il fatto è stato ed è ancora vissuto dal punto di vista soggettivo. Una volta messo a verbale, sembra che tutti abbiano fretta di andare oltre».

Una soggettività che riguarda chi?

«Il modo in cui gli attori, dai politici ai commentatori, dagli eletti agli elettori, dagli sconfitti ai vincitori definiscono il passaggio politico. Se potessimo scorrere assieme i giornali che seguirono le elezioni “critiche”, quelle che nella storia politica sono interpretate come elezioni di svolta, mi sarebbe tutto più facile. Non dico quelle del 1948, quel 18 aprile di 70 anni fa dal quale tutto iniziò, ma anche le altre: da quelle appunto della metà degli anni Settanta a quelle della metà degli anni Novanta.

Se confrontiamo i titoli d’oggi con quelli di allora… Ricorda forse tra gli ultimi eguali enfasi cubitali? Ha letto di piazze festanti la sera del voto? Di assembramenti sotto o contro qualche sede e balcone? Di cortei pensati per dare voce ai vincitori e diffondere timori tra gli sconfitti? Non son cose da poco».

L’interpretazione pesa quanto i numeri

Sono anche cambiate le forme della comunicazione…

«Sì, è vero, sono cambiate nella politica le forme espressive della comunicazione, della mobilitazione, dell’organizzazione. Ma resisto ad accettare l’idea che il risultato di un voto rilevante come questo possa essere vissuto come l’esito di un censimento più che come la definizione di un conflitto politico.

Non possiamo arrenderci a misurare l’enorme estensione della superficie senza interrogarci sul suo spessore, sulla natura, o affidarla a congetture tratte dalle diverse caratteristiche degli elettori. È progetto, speranza, rabbia, protesta, o semplice scontento quello che ha spinto a punire gli sconfitti e a premiare i vincenti?

O è invece qualcosa di più profondo, il male oscuro della depressione, una crisi diffusa di progettualità che, soprattutto nel nostro Mezzogiorno, si difende dalla disperazione imprecando al colpevole dei guai di turno come si maledice il “governo ladro” quando piove?

È nella risposta a questa domanda che sta una delle chiavi più importanti del futuro, nella risposta reale e soprattutto in quella che daranno i diversi partiti, anche a prescindere dal suo fondamento. Il modo in cui un risultato viene letto è parte integrante, spesso la più importante, di quello trascritto nei numeri. Solo questo ci dice che l’ultimo voto è diverso dai precedenti, per la sua qualità non meno della sua quantità. Terremoto è una metafora stretta».

E come definirebbe allora l’ultimo voto?

«Per la sua quantità: un cataclisma. Per la sua qualità: un’apocalisse. Se guardo il territorio delle carte elettorali, orientarsi è sempre più difficile. Certo, man mano che saliamo di quota riconosceremmo dall’alto le tracce di vecchi insediamenti, ma i colori sono tutti cambiati. Le zone che un tempo si coloravano di rosso sono oggi sempre più segnate dal verde della Lega, e quelle un tempo colorate dal blu della Democrazia cristiana sono ora segnate dal giallo delle stelle di Grillo.

Lo stesso dentro le città: rossi i quartieri centrali dove un tempo erano blu, e gialli o verdi i quartieri popolari dove un tempo c’era il rosso. Un cataclisma. Non un terremoto circoscritto a un pugno di paesi, ma uno sconvolgimento che ha attraversato tutto il paese. Un cataclisma se si guarda a quel che cede. Un’apocalisse se si guarda a quel che avanza. Il disvelamento di qualcosa che c’era e che troppo a lungo siamo riusciti a non vedere. È evidente che in questo caso penso innanzitutto al dato enorme dei 5 Stelle».

Dunque lei pensa che si sia sottovalutato il fenomeno 5 Stelle. Come definirlo senza cadere in quella corsa a montare sul carro dei vincitori che sembra avere preso moltissimi? Quasi che il giovane Di Maio sia paragonabile a De Gasperi, all’indomani della grande vittoria del 18 aprile 1948…

«Sì. Oggi dobbiamo riconoscerlo: sottovalutato da tutti. Non solo gli avversari e i commentatori dei principali organi d’informazione, ma perfino gli stessi 5 Stelle. Come interpretare l’allarme della senatrice Taverna di fronte alla prospettiva di una vittoria per il Campidoglio? L’idea che potesse esserci addirittura un complotto per far vincere il Movimento a Roma e, a partire dal probabile fallimento dell’esperienza di governo locale, alimentare un contrattacco che facesse d’un colpo piazza pulita del fenomeno. Troppo a lungo si è pensato che ci si trovasse di fronte a qualcosa d’effimero, destinato a dissolversi da solo».

Potere legale e consenso reale

Una ripetizione di casi come quello dell’Uomo qualunque o del Movimento monarchico di Achille Lauro, nelle stesse regioni nelle quali oggi i 5 Stelle hanno raccolto il massimo dei consensi? Ma ci sono delle ragioni se ciò non è accaduto…

«Se la scommessa e la speranza sulla precarietà del fenomeno hanno fatto il grosso, il Porcellum, che ha premiato oltre ogni misura la coalizione messa in piedi da Bersani nel 2013, ha fatto il resto. È stato grazie a questo che un partito come il PD, che aveva raccolto meno del 26% dei voti, ha potuto disporre almeno alla Camera di più del 47% dei seggi e, a partire da questo, sviluppare l’iniziativa che gli ha consentito di guidare il governo per tutta la legislatura, occupando la scena fino a essere identificato come mai e come nessun altro con il potere politico e con il “Palazzo” delle istituzioni.

Il fatto che i 5 Stelle avessero raccolto come lista, almeno sul territorio nazionale, un numero di voti maggiore fu presto dimenticato. Le cronache preferirono concentrarsi sulle defezioni dai gruppi parlamentari per trovarvi la conferma dei “düra minga” delle “profezie”. Ma in questa distanza tra il potere legale e il consenso reale è sopravvissuto nascosto il problema originale.

Più che in una sottovalutazione del possibile futuro, la radice deve essere cercata in quella dimenticanza del presente. È in quella divaricazione tra la rappresentanza legale e il paese reale che dobbiamo riconoscere il problema di partenza. Ecco perché si sbaglia quando ci si concentra sull’ultimo risultato isolandolo da una vicenda più lunga, che è almeno decennale».

L’anno è dunque il 2008, quello della grande crisi.

«Sì, è una vicenda che quanto al contesto storico coincide con la crisi aperta dal 2008 e, dal punto di vista del M5S, possiamo fare risalire al “Vaffa Day” dell’8 settembre 2007 a Bologna. Ecco un altro 8 settembre… Se infatti è vero che il 32,7% raccolto nell’ultimo voto è, per un movimento senza antecedenti storici ed eredità politiche, un dato enorme; se è vero che è altrettanto enorme la crescita del 7,2% che ha confermato il primato del Movimento tra le forze politiche, resta che, fatto eguale a 100 l’ammontare del consenso raccolto, il 78% della sua consistenza percentuale si era già manifestato 5 anni fa. Se scopriamo tutto d’un tratto l’enormità di questo 22% che si è aggiunto oggi è quindi solo perché ci siamo dimenticati dell’enormità del 78% di ieri».

L’affermazione di ieri, ma soprattutto lo sviluppo di oggi sono destinati a modificare il M5S. Cosa guadagna e cosa perde il movimento di Casaleggio e di Grillo con questa affermazione elettorale?

«Perde in innocenza, guadagna in responsabilità. Ma il bilancio sarà possibile solo più avanti, quando il processo nel quale siamo immersi avrà chiamato ognuno dei 4 principali attori dell’attuale gioco politico (Lega, Forza Italia, PD, M5S) a giocare la propria carta. Ognuno sa molto bene che il proprio futuro non dipende da lui ma è nelle mani degli altri.

Non è difficile immaginare tuttavia che neppure il M5S riuscirà ad avanzare nelle responsabilità che rivendica, in nome del mandato popolare, preservando l’innocenza che esibiva come un tratto costitutivo della sua identità. È qui che presto si manifesterà il reale spessore e la qualità dell’enorme quantità di consensi raccolti.

I dirigenti sanno che la base, più ancora che per le altre formazioni politiche, è composta di individui isolati l’uno dall’altro e tenuti insieme più dal dissenso verso il passato che dal consenso attorno a un futuro. Progetto, speranza, rabbia, protesta, o semplice scontento? O solo depressione diffusa e crisi morale?

I 5 Stelle? In ritardo

La domanda che ci ponevamo all’inizio attende una risposta. Sono sicuro che anche i dirigenti grillini siano consapevoli che con i tagli ai vitalizi si fa poca strada. Per quanto i sondaggi abbiano ancora una volta anticipato una misura dei risultati troppo lontana da quella finale, sulle tendenze hanno sbagliato poco. Dopo l’inevitabile crescita che in genere arride per un po’ dopo ogni vittoria al vincitore, profezie e realtà potrebbero alimentarsi vicendevolmente in direzione opposta a quella del passato».

A che punto è il processo d’istituzionalizzazione del Movimento?

«In ritardo, in grande ritardo. E come meravigliarsi dopo un così grande successo? Anche a questo è da ricondurre l’irrigidimento e l’ulteriore accentramento della catena di comando attorno al “capo politico”. La ridefinizione del profilo delle figure che avevano finora definito il parallelogramma di vertice, da Grillo a Di Battista, metterà alla prova la reale misura della leadership personale di Di Maio, soprattutto se questa non dovesse essere sostenuta dall’esercizio di ruoli istituzionali com’è stato fino a ieri alla Camera e come egli sembra rivendicare con impazienza per l’immediato futuro».

A volte si ha come l’impressione che la scarsa connotazione ideologica o politica del Movimento viri velocemente verso un’affermazione puramente di potere. Il potere per il potere. Un potere che basta a se stesso.

«In un Movimento che si propone come alternativo al Palazzo è inevitabile che l’impaziente intimazione affinché chi ha incarnato finora il potere si faccia da parte, in assenza di una coerente linea politica, venga letta come uno “spostati tu che mi ci metto io”. È peraltro quello al quale abbiamo assistito con la rottamazione promossa da Renzi, troppo spesso raccontata come un’esaltazione vitalistica della giovinezza».

A questo punto l’argomento obbligato è quello sul crollo del PD. Che cosa è davvero successo? Un terremoto annunciato?

«Anche qui, se non si ritorna al problema che si è aperto nel 2013, non si comprende quello che è accaduto. Mi riferisco alla divaricazione che si era allora manifestata tra il potere legale e il consenso reale. Per di più un potere legale conquistato in nome di un accordo di coalizione con Sinistra ecologia libertà – la mitica “Italia bene comune” – che, fondata sul nulla, durò giusto il tempo sufficiente a spartirsi l’enorme premio di maggioranza e dirsi addio.

Una truffa! Rispetto a quella, la coalizione formatasi attorno a Rutelli nel 2001 ma soprattutto le due coalizioni guidate da Prodi, non solo l’Ulivo del 1996 ma anche l’Unione del 2006, durarono un secolo. Me lo faccia dire. Non solo pensando ad allora, ma a questi apparentamenti elettorali del Rosatellum di oggi fatti passare per coalizioni di governo, e più precisamente all’apparentamento del centro-destra, l’unico arrivato in porto, del quale attendiamo ancora la prova della sua tenuta politica.

È accaduto che il problema che allora si era aperto non ha trovato soluzione. I consensi reali non hanno fatto pari col potere legale. Il potere legale che dentro il Palazzo era e appariva legale fu contestato come potere illegittimo dal M5S in Parlamento e fuori. Il PD, pensando che i fatti del governo avrebbero parlato da soli, li lasciò cantare. Ma un numero crescente di elettori, ora sappiamo quanti, hanno creduto ai canti dei grillini piuttosto che ai fatti di Renzi».

Renzi: la soluzione e il problema

Tra la sconfitta di Bersani nel 2013 e la sconfitta di Renzi nel 2018 c’è tuttavia il successo (o recupero) renziano alle europee del 2014. Bersani aveva perso 4 milioni di voti, Renzi ne recuperò 3. Ora il PD è sceso di 6 milioni. Come interpretare quella ripresa?

«Come la prova che ci fu un momento nel quale Renzi apparve la soluzione. Forse è il caso di lasciarlo a verbale per evitare che ogni avvenimento sia riletto, come capita di frequente, a partire dalla fine. Ora che Renzi, diventato un problema, appare agli occhi di molti come il problema, è bene ricordare che allora apparve a molti la soluzione.

Lo strumento per frenare il M5S, il motore dell’avanzamento PD. Fu appunto questo il messaggio delle europee del 2014. Si facciano pure tutte le tare del caso: la diversa natura della competizione, il recupero del voto della Lista Monti rimasta senza rappresentanza, il diverso tasso di partecipazione che potenziava ulteriormente, sul piano delle percentuali, la crescita dei voti assoluti.

Ma il messaggio fu quello: la distanza tra il potere legale e il consenso legale cessò di apparire incolmabile; anzi, sul piano delle dinamiche psicologiche apparve immediatamente colmato. La galoppata sfrenata dei 1.000 giorni di governo fu tutt’una con la riforma costituzionale. Una galoppata in discesa, in discesa, in discesa, fino alla caduta finale del 4 dicembre».

E non le sembra che in fondo sia stato quello l’inizio della fine? Quali sono stati gli errori di allora?

«Visto da oggi, più che l’inizio della fine diciamo pure la fine della fine. Quel voto non fu infatti solo l’antecedente immediato di quello di oggi, come le stesse analisi elettorali dimostrano chiaramente, ma la conferma dell’errore della linea di condotta che lo aveva prodotto.

Solo un paese appassionato al proprio futuro e alla sua partecipazione al futuro del mondo avrebbe infatti potuto non dico condividere il progetto imperfetto che era stato sottoposto a referendum, ma l’ispirazione e l’ambizione che lo guidava. Un paese ripiegato sul presente e abituato da troppo tempo a frequentare il futuro guidato dal sentimento della paura e della preoccupazione, invece di riconoscere in esso un’ambizione collettiva, vide in esso nient’altro che un’ambizione personale.

Invece di conquistare a questo disegno i cittadini con l’aiuto di tutti quelli che nel ventennio passato avevano soggettivamente o oggettivamente contribuito all’avanzamento del processo riformatore, da Segni a D’Alema, da Berlusconi a Prodi, Renzi preferì rinfacciare a ognuno il proprio fallimento e il proprio ritardo, intestandosi in solitudine un trionfo che sentiva imminente.

Sottovalutò l’enormità dell’impresa e sopravvalutò se stesso. Invece di annunciare che avrebbe lasciato se avesse vinto per missione compiuta, promise che si sarebbe dimesso per missione fallita. Senza il soccorso dei molti che votarono pensando al progetto e nonostante lui, i consensi al “sì” sarebbero stati già allora più vicini al risultato di oggi piuttosto che a quel miracoloso 40%.

Dopo la sconfitta, invece di riconoscere che il progetto era giusto e il metodo sbagliato e indicare il quando e il come sarebbe stato ripreso, preferì abbandonare il progetto fino alla resa finale del Rosatellum e intestarsi da solo la sconfitta, esattamente come da solo si sarebbe intestata la vittoria, dimenticando che era l’Italia a uscire sconfitta a causa sua e non lui a causa di questa Italia».

Perduta la speranza europeista e quella nazionale

Tra le cause della sconfitta quale indicherebbe come principale?

«La caduta della speranza europeista. Me lo faccia dire con le parole di D’Alema che in un recente intervento sul Manifesto (10.4.2018) si è interrogato sul voto del 4 marzo, liberandosi dall’accecamento che Renzi ha prodotto su troppi dirigenti del centrosinistra. Glielo leggo. In un paese che ha sempre sofferto di una debole identità nazionale e di una scarsa fiducia nelle istituzioni “il progetto dell’unità europea ha finito per assumere (…) il valore di un punto di riferimento in grado di unire e motivare le forze fondamentali della società, della cultura, della politica. La spinta modernizzatrice e propulsiva determinata dall’avvento dell’euro si è consumata progressivamente nella morsa delle politiche di austerità, anche per effetto del deficit democratico e della logica tecnocratica che ha caratterizzato le istituzioni europee”.

È per questo che il fenomeno attraversa tutti i paesi europei e tutto l’ultimo decennio aperto dalla lunga crisi del 2008. Se in Italia ha raggiunto le misure che sono sotto i nostri occhi è per i ritardi strutturali, culturali e istituzionali che il nostro paese non è riuscito a superare, e a causa del passaggio di depressione e sfiducia nel quale la crisi europea ha intercettato la nostra vicenda nazionale. Io non so se, come scrive D’Alema, l’Italia possa essere considerata “una sorta di anello debole nella catena delle democrazie europee”. Se questa definizione non si adatta all’intero paese, essa descrive tuttavia almeno il Mezzogiorno. Qui la sfiducia, la divisione, il rancore e la rabbia hanno fatto sentire più che altrove la loro voce e ancor di più la loro incapacità di generare un progetto per il futuro».

Certo un paese ripiegato su se stesso e in particolare un Meridione inchiodato da troppo tempo alle sue questioni storiche irrisolte non possono che produrre demoralizzazione, perdita del senso del futuro, soprattutto in quelle aree. E tuttavia un paese che cresce del 1,8% e che è uscito dalla crisi economica e finanziaria più grave del secondo dopoguerra rappresenta un merito per i governi della trascorsa legislatura. Meriti ascrivibili in gran parte al PD.

«Senza dubbio. Ma quando nella ripresa non riconosci la tua ripresa, più la enfatizzi più alimenti la depressione. E proprio nelle zone del paese nelle quali l’iniziativa del governo è stata attiva, chi non è stato raggiunto dai benefici ha letto questo processo più come conferma dell’esclusione che come annuncio di un’inclusione. Una spirale infernale contrastabile nel breve termine soltanto attraverso un massiccio intervento pubblico generatore immediato d’occupazione. E comunque a partire da un solido recupero di fiducia politica».

Che cosa deve fare a suo avviso il PD per non scomparire?

«Prendere possesso della sconfitta. Non è semplice. Soprattutto in un partito segnato sin dalla nascita dall’unanimismo e disabituato al confronto politico, è difficile distinguere le cause dalle colpe, il cosa dal chi. Tutto deve essere riconsiderato. Pensi solo alla “vocazione maggioritaria”, la bandiera issata dal primo segretario del partito per rappresentare il suo progetto e la sua identità.

Ammainata ora a mezz’asta, al 18,7% dall’altezza del 33,2% raccolto da Veltroni nel 2008, la “vocazione maggioritaria” ha tutto un altro suono. Ci sono numeri che dicono da soli meglio e di più di mille parole. Almeno nella contabilità delle democrazie. È anche per questo che già alla vigilia i più individuarono nel 20% una soglia critica. Quella soglia è stata superata».

Queste elezioni segnano anche la fine della sinistra storica raccoltasi attorno a Liberi e uguali.

«La sconfitta è indiscutibile. Perfino maggiore della dura disfatta del PD. Della “fine” mi sentirei meno certo. Leggo D’Alema rivendicare più convinto di prima la giustezza della rottura. Semmai denunciarne il ritardo. Nati, come accadde, da un calcolo sulla legge elettorale, solo una nuova legge elettorale li può rimettere in gioco. Se si sviluppa la logica proporzionale che dal Mattarellum ci ha portato al Rosatellum, il futuro è segnato: non c’è limite alle scissioni. I motivi per distinguersi non mancano e non mancano neppure le convenienze a dividersi».

Salvini non è e non sarà Berlusconi

Il terzo elemento di queste elezioni riguarda l’affermazione del centro-destra, ma soprattutto in esso un rovesciamento dei rapporti di forza e della leadership da Berlusconi e da Forza Italia alla Lega di Salvini. La Lega nazionale di Salvini può davvero ereditare e radunare l’intero campo di centro-destra?

«Direi di no. Se la pulsione della sinistra è a unirsi attorno a una sola verità esclusiva e di conseguenza la tentazione è quella di dividersi continuamente in nome delle diverse verità considerate come reciprocamente incompatibili, per la destra vale la regola opposta.

Il realismo, l’accettazione e la conservazione della realtà esistente fanno del riconoscimento della pluralità la sua cifra e il suo limite. Per quanto la Lega di Salvini abbia dimostrato tutta la sua duttilità, i suoi confini sono troppo stretti, il gruppo dirigente già troppo definito, la sua organizzazione troppo strutturata per contenere in un’unica formazione politica la varietà indefinita di addendi che sotto la guida di Berlusconi ha finora assicurato la vittoria.

Altra cosa è interrogarsi sulla probabilità che Salvini si sostituisca a Berlusconi come leader del campo. È questione di tempo. Le capacità che Salvini ha manifestato, la sua determinazione assieme alla sua elasticità, non consentono di escludere nulla. È tuttavia più facile che approdi a una rottura.

Lo abbiamo visto recentemente al Quirinale durante le consultazioni. Berlusconi ha dismesso nel presente le pretese di capo ma, in quello che è sembrato un teatrino, ha spiegato che cosa intendeva quando si era ridefinito “regista e garante” della coalizione. Nel dettaglio. Dalla posizione occupata accanto al presidente nel salotto delle consultazioni, al modo con cui ha introdotto l’intervento di Salvini nella conferenza stampa, alla esibita sottolineatura dei distinti passaggi nella lettura del comunicato concordato.

Niente è stato lasciato al caso. Garante all’esterno presso le autorità precostituite, oggi Mattarella domani la Merkel, regista all’interno. Non più titolato alla prima parola, ma ancora titolare dell’ultima».

Che cosa pensa delle alleanze e del processo in corso per la formazione di un nuovo governo? In quale direzione si va?

«Il mio parere è che siamo nel pieno di un processo di profonda riconversione del sistema politico. Tutti stiamo cercando di capire dove siamo finiti per capire come uscirne. E il compito delicatissimo del presidente della Repubblica è appunto quello di guidarlo per aiutare ognuno a trovare dentro le regole un suo posto, minimizzando conflitti e rotture.

Ognuno chiede cose pur sapendo che non gli verranno date, e in molti casi proprio perché sa che non gli verranno date. In troppi attendono che siano gli altri a fare le loro scelte e i loro errori che sollevino dalla necessità di scegliere e dal rischio di sbagliare, perdendo quello che si è appena conquistato o quello che non si è ancora perso.

Abbiamo tutti, protagonisti e analisti, bisogno di tempo per interiorizzare che una stagione è finita. Abbiamo bisogno di tempo soprattutto per dimenticare quello che si era stati prima. Chi fino a ieri si era pensato come eternamente nel gioco e chi invece dal gioco sembrava destinato a starne fuori indefinitamente.

Siamo dentro un processo del quale non può essere saltato nessun passaggio. È necessario che ogni gesto previsto sia consumato e consumato in pubblico per rendere evidente a tutti che cosa stava dietro le parole e cosa dopo. Anche la democrazia ha la sua liturgia».

Gianfranco Brunelli, «Politica in Italia – Elezioni del 4 marzo: il cataclisma e l’apocalisse. Intervista ad Arturo Parisi», in “il Regno. Attualità”, n. 8 (n. 1278), 15 aprile 2018, pp. 193-197.

Politica 1 – Il ritorno di Belluscone

Belluscone

Quando nel 2014, dopo anni di gestazione, uscì Belluscone. Una storia siciliana di Franco Maresco, un film sommamente inattuale su quella che potremmo definire la rottura antropologica berlusconiana avvenuta in Sicilia e in Italia, una rottura antropologica che attraversa – anche se in modi diversi – il sottoproletariato della Vucciria o delle feste di borgate in cui impazzano i neomelodici tanto quanto la borghesia di viale della Libertà, in molti dissero che si trattava di un film sul passato. Poco più che un esercizio di archeologia, dal momento che Berlusconi era già politicamente finito nel 2011, fuori dal Senato dal 2013, e niente più che un rudere nell’Italia del renzismo trionfante. “Chi si direbbe oggi berlusconiano?”, chiedevano i critici di Maresco e – su altro versante – buona parte dei nostri politici, saliti sul carro del nuovo vincitore o rimasti al cospetto dei suoi bordi.

E invece Maresco aveva ragione e loro torto, perché, in un paese come l’Italia, può capire davvero le sue mutazioni politiche, anche da una posizione radicalmente impolitica, solo chi ne fa antropologia. Chi la riduce a cronaca, a una successione di fatti slegati e messi insieme, nel solito eterno presente che gravita all’interno dei palazzi romani, non riesce più a interpretarla.

Maresco aveva ragione. È stato impossibile non pensarlo, ad esempio, ascoltando una trasmissione di Radio24 sul dopo-voto delle regionali siciliane vinte dal centrodestra raccolto intorno a Musumeci, una trasmissione a microfono aperto in cui molti ascoltatori, nello spazio di pochi minuti, hanno chiamato o scritto in onda per dire: “Io ho votato a Berlusconi. Ho votato a Belluscone”. Musumeci, e le alchimie post-elettorali, erano un semplice dettaglio.

Il voto siciliano (così come quello del microcosmo di Ostia) ha il merito di rivelare in anticipo, e in maniera ancora più estremizzata, ciò che accadrà alle prossime elezioni politiche. Tuttavia, prima di parlare del ritorno di Berlusconi, o del semplice fatto che il carattere berlusconiano non si era mai estinto, bensì si è solo trasformato, occorre fare alcune premesse.

Questa legislatura, quelle delle larghe intese, dell’ingresso del Movimento cinque stelle nelle istituzioni, dell’ascesa e caduta di Renzi, non ha fatto altro che aggravare il distacco tra una società incarognita e ingrigita e la debolezza della politica. Il primo dato da considerare è che la metà degli elettori non va a votare, mentre per l’altra metà che va a votare il primo partito è il Movimento cinque stelle, votato ancora oggi innanzitutto perché è percepito come il partito anti-casta. Quando sarà percepito come usurato anche il M5s, quel voto di protesta prenderà direttamente la strada dell’estrema destra (come avvenuto a Ostia) perché percepita come unica forza anti-sistema – e ancora più anti-sistema, proprio perché apertamente xenofoba e razzista.

L’altra premessa riguarda l’irrilevanza a cui si è ormai condannato il Partito democratico. O meglio, l’entourage renziano. Renzi ha perso il referendum del 4 dicembre 2016 per almeno tre motivi. I primi due di carattere sociologico: il suo linguaggio è stato percepito come distante anni luce in tutte le regioni del Sud Italia, e altrettanto distante dall’elettorato giovanile. Il terzo di natura politica: si è dimostrato incapace di andare al di là della semplicistica idea dell’autosufficienza della propria cerchia ristretta o di un partito sempre più ridimensionato, da controllare da cima a fondo. Quando ha capito che avrebbe dovuto stringere altre alleanze, era ormai troppo tardi: la possibilità di un progetto politico più ampio era già evaporata. Così si sono create le condizioni per il ritorno di Berlusconi. O quanto meno, perché le due forze in grado di contendersi la vittoria siano la destra e i Cinque stelle.

Ma anche qui, sulla scorta del risultato siciliano, occorre fare almeno altre due precisazioni.

La prima riguarda la natura di questo berlusconismo senescente. Berlusconi probabilmente riuscirà a vincere le elezioni esattamente come nel 1994, nel 2001 e nel 2008, mettendo cioè insieme pezzi di centro e di destra talmente diversi tra loro da rendere poi difficile l’elaborazione di una comune azione di governo. Sentire parlare di Salvini al Ministero dell’interno, fa tremare i polsi per le conseguenze che può avere sulla gestione del pacchetto immigrazione, del Mediterraneo, dei centri per i rifugiati, ma in fondo Berlusconi non sta facendo altro che riproporre un meccanismo noto: tenere la presidenza del consiglio per Forza Italia e dare il ministero dell’interno alla Lega.

A essere cambiato non è lo schema, ma la natura del leghismo e del berlusconismo rispetto a vent’anni fa. È come se entrambi avessero perso gli elementi propulsivi di cui comunque si erano nutriti (la rivoluzione televisiva e la politica-spettacolo da una parte; l’autonomismo locale dall’altra) per trincerarsi nell’alveo più conservatore, chiuso, rancoroso del proprio progetto politico: la destra che insegue il sempiterno ventre molle del paese da una parte; il lepenismo anti-stranieri dall’altro. In questo, il berlusconismo che ritorna privo di sogni, ma carico di paure da agitare, riesce a essere ancora una volta specchio fedele del volto più profondo del paese. Il punto è che anche quel volto è cambiato, ed è molto più incarognito, impaurito, chiuso in se stesso più di due decenni fa.

Tuttavia, anche qualora il centrodestra vincesse, con il nuovo sistema elettorale sarà costretto a ulteriori alleanze. E a tali alleanze sarebbero costretti anche gli altri contendenti (Cinque stelle o Centrosinistra), qualora a vincere fossero loro.

Ciò ci dice che la legislatura sarà subito posta davanti a un aut aut: o un nuovo scioglimento, o la creazione di ancora più deboli e sfilacciate larghe intese che non faranno altro che allargare lo iato. Insomma, quello che si delinea – in modo ancora più radicale rispetto all’ultimo decennio – è un crollo del sistema, davanti al quale è sempre più difficile intravedere possibili argini.

Fuori dalla cronaca politica, il crollo era pienamente pronosticabile se solo si fosse spostata l’analisi sul piano culturale. Siamo ormai arrivati al giro di boa dell’estinzione delle culture politiche e post-politiche che avevano fatto la prima e la seconda repubblica. Questo vuoto è stato in parte riempito (con esiti nefasti) dal berlusconismo, in parte da una vera e propria marmellata della comunicazione politica quotidiana da cui è stata bandita ogni forma di pensiero a lungo raggio. Ciò non è accaduto solo in Italia, ovviamente. Ma basta fare un giro in Europa, per accorgersi di come in Italia sia più grave che altrove. Facciamo un esempio: è davvero ipotizzabile che ci possa essere nei prossimi mesi un serio dibattito su cosa l’Italia debba fare o non fare nel Mediterraneo o in Libia? No, non ci sarà niente del genere.

E allora non è poi così irrealistico pensare che la maschera di Berlusconi torni ancora una volta a coprire il vuoto. Ora è facile ipotizzarlo. Era più difficile guardare nelle viscere dell’Italia tre anni fa, quando Franco Maresco l’ha fatto in totale solitudine.

Alessandro Leogrande, «Il ritorno di Belluscone», in “Gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, pp. 4-5.