Poesie/24 – La statistica di Trilussa

il_pollo

Sai ched’è la statistica? È na’ cosa
che serve pe fà un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che spósa.

Ma pè me la statistica curiosa
è dove c’entra la percentuale,
pè via che, lì,la media è sempre eguale
puro co’ la persona bisognosa.

Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:

e, se nun entra nelle spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perch’è c’è un antro che ne magna due.

Trilussa, (pseudonimo anagrammatico di Salustri [Salustri – Trilussa]: Carlo Alberto Salustri).

Annunci

Poesie/23 – Lauda del Natale (Anonimo del XIV secolo)

Poesia 23

Cantiam di quello amor divino,
di Iesù Cristo piccolino.

 

Or quellera amor rosato
veder Cristo, amor beato,
picciolino fantin nato,
aulente fior di gersonzino.

 

Sì fu alto amore e caro,
che i tre magi l’aroraro;
con reverenzia i presentaro
encenso e mirra e auro fino.

 

Grande umiltade pensare
che volse l’angel andare
alli pastori annunziare
che è nato Cristo mammulino.

 

La mangiatoia fu il suo letto,
l’asin e i bue ebbe ‘n sul petto,
ben ebbe ‘l mondo in dispetto
fin ched e’ fu picciolino.

Poesie/22 – Alessandro Manzoni, Il Natale

Magnificat_Madonna_-_Botticelli_(uffici)_b

Qual masso che dal vertice
di lunga erta montana,
abbandonato all’impeto
di rumorosa frana,
per lo scheggiato calle
precipitando a valle,
batte sul fondo e sta;

 

là dove cadde, immobile
giace in sua lenta mole;
né, per mutar di secoli,
fia che riveda il sole
della sua cima antica,
se una virtude amica
in alto nol trarrà:

 

tal si giaceva il misero
figliol del fallo primo,
dal dì che un’ineffabile
ira promessa all’imo
d’ogni malor gravollo,
donde il superbo collo
più non potea levar.

 

Qual mai tra i nati all’odio,
quale era mai persona
che al Santo inaccessibile
potesse dir: perdona?
far novo patto eterno?
al vincitore inferno
la preda sua strappar?

 

Ecco ci è nato un Pargolo,
ci fu largito un Figlio:
le avverse forze tremano
al mover del suo ciglio:
all’uom la mano Ei porge,
che si ravviva, e sorge
oltre l’antico onor.

 

Dalle magioni eteree
sgorga una fonte, e scende,
e nel borron de’ triboli
vivida si distende:
stillano mele i tronchi
dove copriano i bronchi,
ivi germoglia il fior.

 

O Figlio, o Tu cui genera
l’Eterno, eterno seco;
qual ti può dir de’ secoli:
Tu cominciasti meco?
Tu sei: del vasto empiro
non ti comprende il giro:
la tua parola il fe’.

 

E Tu degnasti assumere
questa creata argilla?
qual merto suo, qual grazia
a tanto onor sortilla
se in suo consiglio ascoso
vince il perdon, pietoso
immensamente Egli è.

 

Oggi Egli è nato: ad Efrata,
vaticinato ostello,
ascese un’alma Vergine,
la gloria d’lsraello,
grave di tal portato:
da cui promise è nato,
donde era atteso usci.

 

La mira Madre in poveri
panni il Figliol compose,
e nell’umil presepio
soavemente il pose;
e l’adorò: beata!
innazi al Dio prostrata,
che il puro sen le aprì.

 

L’Angel del cielo, agli uomini
nunzio di tanta sorte,
non de’ potenti volgesi
alle vegliate porte;
ma tra i pastor devoti,
al duro mondo ignoti,
subito in luce appar.

 

E intorno a lui per l’ampia
notte calati a stuolo,
mille celesti strinsero
il fiammeggiante volo;
e accesi in dolce zelo,
come si canta in cielo,
A Dio gloria cantar.

 

L’allegro inno seguirono,
tornando al firmamento:
tra le varcare nuvole
allontanossi, e lento
il suon sacrato ascese,
fin che più nulla intese
la compagnia fedel.

 

Senza indugiar, cercarono
l’albergo poveretto
que’ fortunati, e videro,
siccome a lor fu detto
videro in panni avvolto,
in un presepe accolto,
vagire il Re del Ciel.

 

Dormi, o Fanciul; non piangere;
dormi, o Fanciul celeste:
sovra il tuo capo stridere
non osin le tempeste,
use sull’empia terra,
come cavalli in guerra,
correr davanti a Te.

 

Dormi, o Celeste: i popoli
chi nato sia non sanno;
ma il dì verrà che nobile
retaggio tuo saranno;
che in quell’umil riposo,
che nella polve ascoso,
conosceranno il Re.

Poesie/21 – Lucrezia Tornabuoni De’ Medici, Adoriamo il Messia

bambini-natale-regali

Venite, angioli santi,
e venite suonando;
venite tutti quanti,
Gesù Cristo laudando
e la gloria cantando
con dolce melodia.
Ecco ‘l Messia.

 

Pastor, pien di ventura (1)
che state qui a vegghiare (2),
non abbiate paura:
sentite voi cantare?
Correte ad adorare
Gesù con mente pia.
Ecco ‘l Messia.

 

natività-nostro-signore

 

Vo ‘l troverete nato
tra ‘l bue e l’asinello,
in vil panni fasciato
e già non ha mantello:
ginocchiatevi a quello
ed a santa Maria.
Ecco ‘l Messia.

 

E’ Magi (3) son venuti,
da la stella guidati,
coi lor ricchi tributi,
in terra ginocchiati
e molto consolati,
adorando il Messia,
e la Madre Maria.

 

(1) Fortunati, perché assistono al grande avvenimento
(2) Vegliare
(3) E’ Magi = I Magi; “E’”, con l’apostrofo, sta per “essi”.

 

“Adoriamo il Messia” è nota anche con un altro titolo: La natività di Nostro Signore

 

Lucrezia Tornabuoni De’ Medici (Madre di Lorenzo il Magnifico), «Adoriamo il Messia», poesia tratta dal volume “Annibelli” di Luigi Ugolini e Armando Nocentini – Illustrazioni di Roberto Sgrilli – Società Editrice Internazionale (Giugno 1950).

Poesie/20 – Umberto Saba, A Gesù bambino

natività

La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te,
Santo Bambino!

 

Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.

 

Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.

Poesie/19 – Guido Gozzano, La notte santa

la-notte-santa

«Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei».
Il campanile scocca
lentamente le sei.

 

«Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?».
«Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe».
Il campanile scocca
lentamente le sette.

 

«Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!».
«Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto».
Il campanile scocca
lentamente le otto.

 

«O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!».
«S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove».
Il campanile scocca
lentamente le nove.

 

«Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!».
«Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…».
Il campanile scocca
lentamente le dieci.

 

«Oste di Cesarea…» – «Un vecchio falegname?.
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?.
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente».
Il campanile scocca
le undici lentamente.

 

«La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?».
«Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!».
«Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…».
Maria già trascolora, divinamente affranta…
Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

 

È nato!
Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.

 

Orsù, cornamuse, più gaie suonate;
squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!
Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.

 

È nato! È nato il Signore.
È nato nel nostro paese!
Risplende d’un astro divino
la notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.
È nato!
Alleluja! Alleluja!

Poesie/18 – Accidia

Accidia1

In un giardino, un vagabonno dorme
accucciato per terra, arinnicchiato,
che manco se distingueno le forme.

Passa una guardia: «Alò! – dice – Cammina!».
Quello se smucchia e j’arisponne: «Bravo!
Me sveji propio a tempo! M’insognavo
che stavo a lavorà ne l’officina!».

Trilussa, (pseudonimo anagrammatico di Salustri [Salustri – Trilussa]: Carlo Alberto Salustri).