Personaggi13 – Giuseppe Comand, l’ultimo testimone delle foibe

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La testimonianza del 97enne Giuseppe Comand consapevole di essere l’ultimo degli uomini che videro risalire a “grappoli” i corpi degli italiani innocenti: «Non dimentico quei volti e sto male quando c’è ancora chi nega gli eccidi compiuti da Tito»

«L’odore dei corpi in decomposizione era pestilenziale, l’aria irrespirabile fino a chilometri di distanza. I miei compagni coraggiosi, Vigili del Fuoco di stanza a Pola, buttavano giù cognac prima di calarsi nella foiba: scendevano per centinaia di metri con due corde e una specie di seggiolino, mettevano il cadavere nella cassa e davano quattro colpi di corda, il segnale per dire tiratemi su».

Un secolo di vita non è bastato a Giuseppe Comand per cancellare dalla memoria il ricordo tuttora insopportabile, antico di decenni eppure sempre vivido: «Sono passati 74 anni, ma sento ancora quell’odore, e soprattutto le parole dei miei compagni, che sotto choc si sfogavano tutte le sere raccontando ciò che avevano trovato…».

Oggi ha 97 anni, ne aveva 23 in quei drammatici giorni, dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, quando nelle regioni giuliane l’improvviso cambio di fronte lasciò i cittadini italiani tra due fuochi, i partigiani comunisti di Tito da una parte, gli ex alleati nazisti dall’altra. «Certo non ero un eroe», racconta oggi Comand nella sua casa di Latisana, «la stessa in cui venni al mondo il 13 giugno del 1920», di tutto cioè gli importava «fuorché della guerra: io volevo solo tornarmene a casa mia».

Diplomato in Agraria a Udine, nel 1939 allo scoppio del II conflitto mondiale ricevette la ben nota cartolina di precetto, si presentò al distretto di Trieste e fu destinato all’Africa con l’XI Genio militare, ma «per mancanza di mezzi corazzati fui invece rimandato a Udine, destinato alla difesa territoriale: ricevevo le telefonate dagli addetti al sorvolo, di modo che le contraeree non sparassero se passavano aerei italiani». Due anni dopo, nel 1941, fu scelto tra un gruppo di militari trasferiti a Sussak, nei pressi di Fiume (allora Italia, oggi Croazia) per unirsi al corpo dei Vigili del Fuoco, con l’incarico di magazziniere e come addetto alla compilazione dei fogli di marcia. «Ricordo perfettamente l’8 settembre, quando il capitano Casati ci annunciò la fine della guerra, poi mi consegnò dei documenti da portare a Tersatto, vicino a Fiume, al colonnello… Ma alla scrivania del colonnello trovai seduto Marko, un croato sui 40 anni, il figlio dell’oste, che mi disse «da oggi il colonnello non c’è più, sono io il comandante di tutti i partigiani della zona». Ero amico di sua sorella Beba, così mi offrì di vestirmi in abiti civili e disertare. Lui mi avrebbe fatto scortare fino a Monfalcone, poi mi sarei arrangiato fino a Latisana… Ma sarebbe stato alto tradimento verso i miei compagni, così rifiutai. L’unica volta che feci l’eroe mi misi da solo nei guai…».

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Foto: ECCIDIO. Una immagine storica e agghiacciante delle vittime italiane delle Foibe durante la Seconda guerra mondiale

Perché da quel giorno l’Istria conobbe la prima ondata di pulizia etnica da parte dei partigiani comunisti di Tito, che rastrellavano di casa in casa i cittadini italiani e li gettavano nelle foibe. «La mia compagnia si mise in cammino cercando di raggiungere Trieste – racconta Comand – ma le strade erano infestate dai partigiani con la stella rossa, per cui dovemmo deviare tra Pisino e Pola e più volte rischiammo la pelle. A Pola ci accampammo nel campo sportivo militare, senza né acqua né cibo. La prima notte siamo stati accerchiati dai titini poi, dalla padella alla brace, siamo caduti nelle mani dei tedeschi: ci tolsero le stellette e ci giurarono che se fossimo scappati le nostre famiglie sarebbero state internate in Germania. Ed è allora che ci destinarono a riesumare dalle foibe quei poveri corpi, in aiuto ai Vigili del Fuoco di Pola guidati dal mitico maresciallo Harzarich…».

Arnaldo Harzarich (di Pola, morto esule a Merano nel 1973), Medaglia d’oro al Valor Civile, dall’ottobre del ’43 perlustrò con la sua squadra alcune foibe, recuperando oltre 250 salme. A guerra finita, nel 1945 presentò alle autorità alleate la preziosa documentazione, descrivendo foiba per foiba l’attività svolta e i riconoscimenti fatti. «A Vines si calò per primo, senza indossare la maschera, ma dovette presto risalire per i miasmi. Ero così impressionato che gridai al maresciallo fascista che ci aveva in consegna di spararmi perché non sarei mai sceso in quel budello spaventoso, così mi permise di recuperare altri morti, sotto le macerie di una casa di Pisino bombardata dai tedeschi per una rappresaglia. Ricordo che dovevo ritrovare la salma di Toni Fornèr, il soprannome del panettiere, e le due figlie ogni giorno venivano a chiedere se avevamo trovato il loro papà».

La sera però la squadra tornava dalle foibe «e allora dovevo lavare le tute di gomma degli uomini di Harzarich. I quali, ricevuti da Pola gli autorespiratori con le bombole sulla schiena, solo dalla Foiba di Vines in quei giorni tirarono su un’ottantina di corpi, più altri quaranta da una cava di sabbia a cielo aperto vicino a Pisino… I loro racconti erano spaventosi, come l’odore di cui erano impregnate le tute quando le gettavo nelle vasche di cemento colme di disinfettante».

Decine di cadaveri furono recuperati anche dal fondo della Foiba di Villa Surani, e tra questi una ragazza seminuda, «non sdraiata ma con la schiena appoggiata alla parete di roccia, gli occhi spalancati che guardavano in su. Lo stesso maresciallo Harzarich mi ha descritto quello sguardo verso l’alto “come avesse una visione celestiale”, sono parole sue… È la prima volta che le riferisco a qualcuno», scoppia in pianto Comand, fino a questo momento sereno e saldo nei ricordi. Ripete ciò che gli raccontarono due sorelle che in quei giorni cucinavano per la squadra di Harzarich, e che in foiba avevano perso un fratello: «Quella ragazza era stata sequestrata dai partigiani e per tutta la notte si erano sentite le sue urla mentre la seviziavano e la stupravano in branco. Era Norma Cossetto, la figura simbolo del martirio degli infoibati. Non aggiungo cosa le fecero prima di gettarla in foiba viva, non ce la faccio: anche allora ero scioccato, ma erano tempi in cui all’orrore si era abituati, adesso soffro di più».

Tornato finalmente a casa a Latisana alla fine del ’43, Giuseppe Comand si sposerà con Modesta, scomparsa due anni fa a 92 anni, e solo nel 2009 avrà il coraggio di portare lei e i loro due figli in Istria, «ma mai sulle Foibe, troppo spavento».

Conscio di essere l’ultimo testimone oculare tra gli uomini che videro risalire a grappoli i corpi dei nostri italiani innocenti dalle profondità delle Foibe (da allora mai più nessuno è sceso a recuperare le altre migliaia di vittime), sente il dovere della testimonianza: «Io che ho visto, sto male quando qualcuno osa negare gli eccidi di Tito e le Foibe. Basterebbe scendere oggi sul fondo delle tante rimaste inesplorate e continuare il lavoro del maresciallo Harzarich. Quanta povera gente è là sotto insepolta ». Come un tempo le figlie di Toni il Fornèr, sono ancora in vita tanti sopravvissuti che reclamano il corpo del padre o della madre o del fratello maggiore, tuttora inghiottiti dal silenzio di una storia poco raccontata. E di un’Italia che non sa chiedere indietro i suoi morti.

Luccia Bellaspiga, «L’ultimo testimone delle foibe», in “Avvenire”, sabato 6 gennaio 2018, p. 22.

Foto d’apertura: Giuseppe Comand, 97 anni

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Personaggi12 – Albino Longhi

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Classe 1929, seguì le novità conciliari per l’“Avvenire d’Italia”. Fu amico del cardinale Ruffini

Giornalista di razza certo, attento osservatore anche dei fatti che riguardavano la Chiesa nel mondo, direttore dal volto umano, ma soprattutto un autentico «patriarca» per tutte le generazioni di giornalisti del Tg1 che lo ebbero come fidato timoniere per ben tre volte (1982-87; 1993; 2000-2002) – un record ancora imbattuto – alla guida dell’ammiraglia dell’informazione della Rai.

È la storia e la trama della vita del mantovano Albino Longhi, classe 1929 spentosi ieri nella sua città d’adozione: Roma. Un personaggio Longhi che ha fatto parte di quella generazione all’interno della Rai una schiera di giornalisti di ispirazione cattolica dei “Dc purosangue” che resero grande anche per l’impronta laica impressa il servizio pubblico: da Emilio Rossi a Vittorio Citterich fino a Ettore Bernabei.

Ma la sua carriera di giornalista, non solo in Rai, è stata molto lunga. Ha iniziato la sua esperienza alla Sicilia del Popolo di Palermo, dove è rimasto dal 1951 al 1961, fino a diventare redattore capo. Sono gli stessi anni in cui Longhi conosce da vicino il cardinale di Palermo, mantovano come lui, Ernesto Ruffini. «Appartenevo a quel piccolo drappello di mantovani – confidò una volta a chi scrive – sbarcato in Sicilia proprio negli anni dell’episcopato ruffiniano… ». Successivamente il passaggio a Bologna all’Avvenire d’Italia (’61-’67): un’esperienza cruciale per Longhi che assieme a Raniero La Valle e Giancarlo Zizola vivrà all’interno del quotidiano cattolico tutte le novità e lo spirito del Vaticano II e del magistero profetico del cardinale Giacomo Lercaro. Con il 1968 vi è il passaggio al Gazzettino di Venezia (1968).

Nel 1969 è assunto alla Rai come redattore capo. Diventa direttore della sede di Palermo nel 1973, nel ’78 viene nominato responsabile della struttura Informazioni e dati per il consiglio del Cda, nomina che nel 1982 viene affiancata a quella di direttore ad interim della sede regionale del Friuli Venezia Giulia.

Ma certamente lo spezzone più rilevante della biografia di Longhi è stata la sua guida del Tg1 richiamato spesso come “uomo della provvidenza” dopo le burrascose dimissioni di giornalisti del rango di Bruno Vespa e Gad Lerner. Tra i suoi grandi meriti alla guida del Tg1– direzione definita «esemplare» da Mattarella nel suo messaggio di cordoglio– Longhi nell’ 86, porta Enzo Biagi e la sua “Linea diretta”, primo esempio di striscia quotidiana di informazione. La redazione non digerisce Biagi, Longhi lo difende con ogni mezzo. Biagi lo ripaga intervistando Gheddafi in una caserma-bunker a Tripoli: uno scoop che piace a molti, meno che al direttore generale Agnes. Se il servizio va in onda è soprattutto per volontà di Longhi.

Nella sua lunga carriera «il mio tredicesimo incarico» è stato anche direttore dell’Arena di Verona (1993-1995) e membro dell’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana).

Filippo Rizzi, «Morto Albino Longhi storico direttore del Tg dell’ammiraglia Rai», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 22.

Personaggi11 – Aharon Appelfeld

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A 85 anni si è spento a Gerusalemme forse il più “cristiano” dei romanzieri appartenenti al popolo eletto. Fece direttamente l’esperienza dell’Olocausto. “Badenheim 1939” è il romanzo che lo fece conoscere al grande pubblico. Narratore molto apprezzato da Primo Levi e Philip Roth. La sua poetica esprimeva a pieno una fede religiosa mai ostentata ma concreta

Non ce ne voglia la sua benedetta memoria, ma Aharon Appelfeld, lo scrittore ebreo deceduto l’altra notte all’età di 85 anni a Gerusalemme, la città dove abitava, era forse il più “cristiano” dei romanzieri contemporanei appartenenti al popolo eletto, coloro che si sono dovuti confrontare col dramma dell’Olocausto, vissuto in prima persona e per vie familiari dallo stesso Appelfeld. Il quale è stato narratore di assoluto valore e di inusitata grandezza: Primo Levi e Philip Roth hanno parlato di lui come di una delle voci più significative tra chi ha messo in pagina la Shoah. Uno scrittore che univa una capacità narrativa universalmente riconosciuta (oltre 20 i premi letterari vinti in ogni angolo del globo: giusto per citarne alcuni, Premio Israele, Premio Mèdicis in Francia e Premio Napoli in Italia) a un’umanità appassionata che lo ha fatto amare anche da noi, spesso ospite in rassegne culturali: tra quelle da ricordare negli ultimi anni, Pordenonelegge nel 2012, la Milanesiana (dove nel 2011 ricevette il premio “Rosa d’Oro”) e il Centro culturale di Milano, che con mister Appelfeld aveva intrecciato una relazione di speciale amicizia.

Sono stati molti i punti di contatto tra il narratore di Badenheim 1939 (il romanzo che lo fece conoscere al grande pubblico, edito da Guanda, come quasi tutti i suoi romanzi) e il panorama cristiano. Anzitutto, l’elemento della religiosità: Appelfeld non faceva mistero della sua adesione spirituale alla fede dei padri, non era incasellabile nella tradizione degli scrittori israeliani “laici”, coloro che, pur dovendo fare i conti con una cultura segnata dall’alleanza tra Abramo e il Dio della Bibbia, da tale tradizione se ne erano distanziati (Abraham Yehoshua o il già citato Roth, per esempio). Certo, lo scrittore nato nel 1932 a Czernowitz, nell’allora Bucovina (oggi Ucraina), manteneva una distanza “critica” dalla divinità, aderendo più a una visione “negativa” della teologia: «Dio è una grande astrazione, gli uomini invece sono una grande realtà concreta. L’anima di Dio è troppo in alto per noi, non la raggiungiamo» confidò in un colloquio a chi scrive, pubblicato su queste pagine sette anni fa, nella sua casa piena zeppa di libri in un tranquillo quartiere a Gerusalemme. La voce narrante in Notte dopo notte (Giuntina) ricorda una verità a cui Appelfeld si è sempre attenuto: «Chi non crede nell’eternità dell’anima è come una pianta senza radici. Noi, grazie al cielo, siamo credenti figli di credenti». E nel libro Un’intera vita (voce narrante la dodicenne Helga) si legge: «Ogni giorno è pieno di miracoli, solo che noi li prendiamo come una cosa ovvia. Questa ottusità ci rende creature infime».

I suoi romanzi sono stati tradotti in 28 lingue, segno che il nocciolo narrativo della scrittura di Appelfeld – il dramma della Shoah vissuto, spesso visto e raccontato con gli occhi dei piccoli – aveva conquistato migliaia di lettori ovunque. Infatti il giovanissimo Aharon venne deportato in un campo di concentramento in Transnistria (allora Romania) insieme al padre, da qui riuscì a fuggire e trascorse più di 3 anni alla macchia, affiancando l’Armata rossa nella lotta antinazista. Fino a quando riuscì ad arrivare in Italia e di qui partire per Eretz Israel, dove approdò nel 1946. L’insegnamento di letteratura ebraica all’università Ben Gurion a Be’er Sheva’ gli diede la possibilità di affermarsi – passarono anni prima che iniziasse a scrivere i suoi romanzi sull’Olocausto – come uno degli scrittori israeliani più importanti del secondo Novecento.

La tragedia dello sterminio nazista rimase impressa per sempre nella mente del giovanissimo Aharon: nei forni crematori nazisti perse la madre e i nonni. E la sua carriera di scrittore è stata segnata dalla narrazione di quella vicenda, di quell’atmosfera tramite, spesso, gli occhi di un bimbo. Quello che avviene, ad esempio, in Paesaggi con bambina, dove la protagonista Tsili Kraus incontra un fuggiasco di un campo, Marek, alter-ego dell’autore, e con lui cerca una nuova vita dall’opprimente cappa anti-ebraica. Oppure l’autobiografico Storia di una vita, dove lo scrittore unisce i due elementi su cui ha fondato la sua poetica: la memoria e l’immaginazione. Cercando, nel doloroso ricordo dell’imprigionamento nel lager e la successiva vita da esule, di allargare e universalizzare quell’esperienza facendo parlare il dolore immenso ma anche la piccola, tenace gratuità del bene ivi incontrata.

E qui si può rintracciare un secondo elemento che spiega la vicinanza al perimetro cristiano di cui si diceva prima: l’incessante fiducia nel Bene, nonostante l’aver incontrato e sperimentato il Male. Appelfeld non nascondeva di credere e fidarsi di quei giusti anonimi che avevano rischiarato il buio del suo dolore. E questi incontri con la bellezza della bontà gli hanno detto molto di chi sia e cosa faccia Dio: «Questo è il modo con cui ci si può avvicinare al “grande segreto” che è Dio: attraverso gli esseri umani» confidava sempre nell’intervista ad “Avvenire”, per poi continuare: «Intorno a noi non c’è solo un buio oscuro ma anche luci che illuminano. Quando ero nel ghetto o in campo di concentramento ho incontrato delle persone che mi hanno dato un pezzo di pane, semplicemente un pezzo di pane. Ma quel tozzo di pane mi ha dato la speranza che gli uomini non sono tutte bestie e che vi è ancora luce nella storia».

Foto: Lo scrittore israeliano Aharon Appelfeld (Bucovina 1932-Gerusalemme 2018)

Lorenzo Fazzini, «Appelfeld. Il bambino della Shoah», in “Avvenire”, venerdì 5 gennaio 2018, p. 13.

Personaggi10 – Suor Elvira Tutolo

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Suor Elvira nominata commendatore al merito della Repubblica italiana. La sua instancabile azione missionaria è culminata nella fondazione dell’ong Kizito, diretta a sottrarre i ragazzi della Repubblica Centroafricana alle bande armate e alla strada

Ai bambini di strada della Repubblica Centroafricana suor Elvira Tutolo ha dato e continua a dare speranza, nel segno di un impegno che riconosce nella solidarietà, nel servizio e nello spirito di sacrificio i valori essenziali di una missione da prodigare senza riserve. Tale missione – che nell’arco di diciotto anni ha raccolto tanti bei frutti dopo aver tanto seminato – ha anche riscosso il convinto e sincero plauso delle istituzioni, come testimonia la decisione del presidente Sergio Mattarella di nominare la sessantanovenne religiosa, nativa di Termoli, in Molise, commendatore al merito della Repubblica italiana.

La motivazione sottesa al riconoscimento elogia l’impegno di suor Elvira «in ambito internazionale nella difesa e recupero dei bambini e ragazzi di strada»: quello stesso impegno, profuso con amore compassionevole, apprezzato e lodato dalle autorità della Repubblica Centroafricana, le quali, l’8 dicembre scorso, hanno conferito alla religiosa l’onorificenza di Commandeur de la Republique, ovvero il più alto riconoscimento del paese a cittadini che si sono distinti per iniziative e attività meritevoli.

In questo paese suor Elvira, appartenente alla congregazione delle Suore della Carità di santa Giovanna Antida Thouret, svolge da diciotto anni (prima era stata otto anni in Ciad in qualità di coordinatrice pastorale per la formazione di catechisti e animatori) un’intensa ed efficace opera missionaria, culminata nella fondazione della ong Kizito, diretta al recupero di bambini finiti nelle mani di bande armate: molti di questi piccoli sono orfani o abbandonati dai genitori. A loro la religiosa molisana ha donato una nuova infanzia, anzitutto inserendoli in famiglie del posto, primo passo lungo il cammino di piena reintegrazione sociale.

La cerimonia si è svolta a Berberati, capoluogo della prefettura di Mambére-Kadé: il posto non è stato scelto a caso. Infatti alla periferia di Berberati suor Elvira ha realizzato il centro di recupero Watoro, dove insegna ai giovani mestieri quali la coltivazione della terra e la falegnameria. Ma il raggio di azione della religiosa non si ferma qui: si estende anche al centro Nemesia, dove vengono accolte ragazze giovanissime, vittime di violenze e abusi, alle quali suor Elvira insegna l’arte del cucito.

E sempre a Berberati alla ong Kizito è stata affidata la ristrutturazione dello stadio, per permettere ai giovani, sottratti sia alle bande armate sia alla strada, di avere un luogo di aggregazione nel quale ritrovarsi e praticare sport. La decisione di assegnare i lavori alla ong è stata presa dalla sezione civile della Minusca, la missione integrata dei caschi blu dell’Onu nella Repubblica Centroafricana, che già in passato aveva avuto modo di apprezzare il lavoro svolto da suor Elvira. Nel 2016 la religiosa era riuscita a ottenere l’assegnazione dei lavori per il recupero di altre strutture cittadine di Berberati, tra cui i due mercati e alcuni importanti edifici pubblici.

La città di Berberati e le aree limitrofe sono da tempo drammaticamente segnate da omicidi, torture, stupri (ultimamente la situazione è un po’ migliorata grazie alla presenza di un robusto contingente di caschi blu): tale scenario veniva descritto dalla stessa suor Elvira in un articolo dell’ottobre 2014 pubblicato su «L’Osservatore Romano». La morte, sottolinea la religiosa, è venuta a visitarci molto spesso, e abbiamo perso tante persone care. «Abbiamo ancora negli occhi immagini e situazioni che ci fanno gridare», scrive suor Elvira, la quale subito aggiunge: «Ma non disperiamo». E al riguardo cita l’espressione della lingua locale, Maboko na maboko, che significa mano nella mano, cuore nel cuore, tutto passa, solo l’amore resta.

Quell’amore che continua a ispirare e a innervare l’azione missionaria di suor Elvira, la quale, prima ancora dei solenni riconoscimenti ufficiali, ha da tempo riscosso il premio più bello: il grazie, sincero e commosso, dei «suoi» ragazzi.

Gabriele Nicolò, «Suor Elvira Tutolo nominata commendatore al merito della Repubblica italiana. Il dono di una nuova infanzia», in “L’Osservatore Romano”, mercoledì-giovedì 2-3 gennaio 2019, p. 4.

Personaggi9 – Aldo Morrone

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Partito per l’Africa per specializzarsi, ha capito di dover restare per prendersi cura dei tanti bisogni di quella terra. Con l’attuale direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità ha attivato un centro sanitario riducendo le morti per parto

L’ultima sfida è la diagnosi precoce dei virus ebola e Zika che continuano a mietere vittime in quest’area poverissima e dimenticata della Terra

Due rette parallele non s’incontrano mai. In geometria questo è un principio fondamentale. Ma che non si applica alla vita. La prova è tutta nell’esperienza del professor Aldo Morrone, sessantaquattro anni e oltre trenta spesi per curare i più deboli e bisognosi. Infettivologo di fama mondiale, da Roma, dall’Istituto San Gallicano, di cui è direttore scientifico, ha tracciato la sua retta che è arrivata fino ad Addis Abeba, il nuovo fiore, la capitale dell’Etiopia, là dove si è mossa secoli fa la civiltà umana. Già, l’Etiopia, un Paese in forte crescita, dove grandi, “violente” le definisce Morrone, restano le contraddizioni. Qui vanno di moda le grandi opere, la più mastodontica è la Grand Ethiopian Renaissance Dam, cioè la Grande Diga del Rinascimento Etiope: un ciclopico muraglione alto 175 metri e largo 1.800 lo sta costruendo la Salini Impregilo – che sbarrerà il Nilo Azzurro prima di entrare in Sudan, formando un bacino di oltre 1.500 chilometri quadrati ( cioè come mezza Valle d’Aosta).

«Poi ci sono le zone rurali, i villaggi con le capanne fatte di fango e paglia, dove manca l’elettricità, l’acqua potabile, il riscaldamento, dove si vive come nel Medioevo», racconta Morrone. È qui che alla fine degli anni Ottanta il giovane medico, chiamato da un collega per la sua specializzazione in malattie infettive come la lebbra, fa il suo primo viaggio. «Ero stato prima in India, ma è stata l’Etiopia a cambiarmi la vita».

Va al nord, nell’area del Tigrai, al confine con l’Eritrea. La guerra tra i due Paesi tra il 1998 e il 2000 provocherà migliaia di morti e un’odissea di profughi. Ma Morrone decide che è qui che vuole operare. «Ma in modo organico, strutturato – racconta – perché l’aiuto temporaneo è fine a se stesso». Allora si mette a cercare contatti con il governo locale insieme ad un giovane biologo, Tedros Adhanom Ghebreyesus (destinato a diventare Ministro della Salute e oggi è il nuovo direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) e pochi anni dopo nasce il primo ospedale nella cittadina di Sheraro. Là dove tre donne su cinque morivano mentre davano alla luce i propri bambini in capanne fatiscenti. «Da tre anni non è più morta nessuna donna, nessun neonato», dice con un sorriso pieno di soddisfazione Morrone. Che pure ricorda: «Ho ascoltato in questi anni storie incredibili di sofferenza, ho cercato di comprendere meglio il senso di questa straordinaria umanità dolente ma sempre piena di speranza e che noi invece spesso consideriamo come pericolosi invasori».

Già, peccato che non lo sono affatto, non hanno più interesse a fuggire. «Se guarda le statistiche del Viminale – spiega il medico – dall’Etiopia non ci sono più immigrati perché li aiutiamo a non avere più bisogno d’aiuto. Perché nessun uomo o donna abbandonerebbe mai la propria terra se vivesse in condizioni di vita accettabili». Una sfida che si può vincere. «I sorrisi degli uomini, delle donne e dei bambini mi raccontano ogni giorno la passione per la vita – racconta Morrone – e qui in questa parte del mondo c’è tanta voglia di vivere, davvero».

Morrone racconta anche la sua ultima fatica, il Congresso internazionale di dermatologia, Skin on the move, ovvero “Pelle in movimento”, che nei giorni scorsi si è svolto tra Addis Abeba, Mekelle e Axum. Dove proprio la pelle è un «elemento in movimento» tra Nord e Sud del mondo e si rivela un importante campanello d’allarme per numerose malattie che possono giungere oggi facilmente anche in Europa: i vettori che le trasmettono, mosche e zanzare, possono infatti arrivare attraverso le merci o il trasporto aereo. Ad esempio, chiarisce Morrone, «ebola si può diagnosticare precocemente dalla presenza di particolari lesioni cutanee, e la stessa cosa vale per l’infezione da virus Zika, per la lebbra e la malaria. Basta cioè una semplice lente, unita però a tanta competenza, per fare diagnosi precoci di queste gravi malattie». Quella stessa lente con cui trent’anni fa il professor Morrone mise a fuoco la sua retta per l’Africa, senza essersene mai pentito.

Giancarlo Salemi, «”Io, medico, tra i più deboli”. Da trent’anni, il dermatologo Morrone fa volontariato in Etiopia, dove ha aperto nuovi ospedali. “I sorrisi di uomini, donne e bambini raccontano ogni giorno che qui c’è tanta voglia di vivere”», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 10.

Alta mortalità e poco accesso alle cure nel Paese africano

Secondo i dati diffusi da Amref, l’Etiopia resta uno degli Stati più poveri al mondo: il declino della mortalità infantile è rimasto quasi invariato dal 1990 al 2015 e il tasso di mortalità materna è pari a 353 ogni 100.000 nascite. Secondo l’organizzazione sanitaria che opera in Africa, «mamme e bambini hanno scarso accesso alle cure». Non solo: in alcuni centri del Paese, fino a non molti anni fa, ben tre donne su cinque morivano mentre davano alla luce i propri piccoli. L’impegno di tante Ong e di molti medici volontari nel Paese resta quello di garantire migliori condizioni di vita e di salute ai pazienti, innanzitutto attraverso la prevenzione.

Più ricerca e formazione di operatori

Promuovere e sostenere la ricerca, rafforzare il sistema delle cure primarie, studiare i contesti socio-politici e culturali, allo scopo di migliorare la collaborazione tra le comunità locali e gli operatori sanitari – da formare anche sul posto – in un continente, l’Africa, dove le malattie imputabili alla povertà hanno un carattere diffuso e trascurato. Un’azione integrata che mira, al contempo, alla prevenzione e al riconoscimento di malattie infettive come potenziali minacce sanitarie, pronte a diffondersi, di rimando, anche in Europa. È questa l’impegnativa mission dell’Istituto San Gallicano di Roma, illustrata dal direttore scientifico, Aldo Morrone, al congresso internazionale “Skin on the Move”, che si è svolto in Etiopia a dicembre.

Da “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 10.

Personaggi8 – Stephen Hawking alle porte del mistero: scomparso a Cambridge uno dei fisico-matematici più noti del XX secolo

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Stephen Hawking ci ha lasciato. È deceduto nelle prime ore di oggi nella sua casa di Cambridge. Fisico-matematico di fama internazionale e apprezzato divulgatore scientifico, ha lottato la maggior parte dei suoi anni con una malattia, la SLA, che gli aveva impedito autonomia e movimenti, ma non aveva diminuito la sua grande passione per lo studio e la ricerca. Non aveva mai rinunciato a porsi domande, quelle che emergono quando, come accadeva nei suoi studi, si lascia che le formule matematiche giungano fino all’origine di tutte le cose. Domande importanti, sulle quali era tornato anche negli ultimi anni, con interessanti evoluzioni del suo pensiero. Ma andiamo con ordine.

Nato a Oxford l’8 gennaio del 1942, proprio nel giorno in cui, esattamente 300 anni prima, si spegneva ad Arcetri Galileo Galilei, Stephen Hawking aveva studiato fisica all’University College di Oxford. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze naturali si era trasferito a Cambridge, dove ottenne il Ph.D. in cosmologia. Spostati progressivamente i suoi interessi dall’astrofisica alla fisica matematica, divenne a partire dal 1979 Lucasian Professor of Mathematics, ricoprendo la cattedra istituita nel 1663 dal Rev. Henry Lucas, e occupata in passato da Isaac Newton.

Noto già all’inizio della sua carriera per le sue idee pionieristiche, i suoi maggiori contributi scientifici riguardano la cosmologia teorica e lo studio dei collegamenti tra relatività generale e fisica quantistica, al quale egli si applicò nel tentativo di formulare una Grand Unified Theory, ovvero una teoria capace di unificare le quattro forze fisiche fondamentali. Insignito di numerose lauree honoris causa e di vari premi di prestigio, fra cui l’Albert Einstein Award, Stephen Hawking è senza dubbio da annoverare fra i maggiori scienziati del XX secolo. Nonostante la sua malattia, è stato in grado di occupare un ruolo di primo piano nella comunità scientifica e di raggiungere il grande pubblico sia attraverso numerosissime conferenze date in tutto il mondo, sia, soprattutto, attraverso i suoi libri divulgativi, divenuti best-sellers, come Dal Big Bang ai Buchi Neri (1988), Buchi Neri e universi neonati (1993), L’universo in un guscio di noce (2001), La teoria del tutto: origine e destino dell’universo (2003), Il grande disegno (2010). Con sua figlia Lucy, aveva scritto e presentato in Italia il suo libro La chiave segreta dell’universo (2007), preparato al fine di spiegare la cosmologia anche ai giovanissimi.

Stephen e Paolo VI

Ai tanti motivi di interesse per la vita e l’opera scientifica di Hawking ne va subito aggiunto uno. Non sono stati molti (in verità non ne ricordiamo altri) i personaggi che hanno visto inginocchiarsi di fronte a loro un Romano Pontefice. Ad Hawking era successo il 19 aprile 1975, quando il giovane ricercatore di Cambridge, all’età di 33 anni, si era visto consegnare da Paolo VI la medaglia Pio XI per i suoi studi sulla fisica dei black holes. Per consegnare il premio ad Hawking e poter parlare con lui – all’epoca già immobilizzato su una sedia a rotelle dal morbo di Lou Gehrig, una sclerosi laterale amiotrofica diagnosticatagli all’età di 21 anni – il Pontefice restò accanto a lui, per terra su ambo le ginocchia, per un paio di minuti.

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Membro della Pontificia Accademia delle Scienze dal 1986, Hawking aveva ascoltato ed incontrato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, potendo scambiare con loro qualche parola, come era accaduto ad esempio il 31 ottobre 2008, in occasione di una udienza concessa da Benedetto XVI agli Accademici riuniti per una settimana di studio su “La comprensione scientifica dell’evoluzione del cosmo e della vita”. Più recentemente aveva incontrato papa Francesco in occasione di un’altra riunione della Pontificia Accademia delle Scienze, lo scorso 29 novembre 2016, ma i due avevano potuto scambiarsi solo qualche sguardo.

Ricercatore appassionato che non evitava di scrutare anche gli interrogativi filosofici che sorgevano all’interno della sua riflessione scientifica, Hawking conduceva con un’ammirabile forza di volontà la sua attività scientifica, servendosi di un sofisticato computer che traduceva in parole e in frasi, esponendole poi oralmente mediante un sintetizzatore vocale, i segnali da lui inviati prima con i movimenti della mano e poi, a partire dall’aggravarsi del male, mediante piccoli movimenti del volto.

In un’epoca in cui la sensibilità verso la qualità della vita corre spesso il rischio di far cadere in oblio la ricchezza di umanità, ma anche di vita intellettuale e spirituale, che anche un disabile in condizioni analoghe alle sue può sperimentare e comunicare a chi gli sta intorno, il prof. Hawking ci ha lasciato un esempio di rara intensità. Egli ha affrontato la sua malattia con coraggio e speranza, non rinunciando né alla ricerca né all’insegnamento, infondendo in tutti passione per la ricerca, fino ad ottenere risultati scientifici di altissimo livello.

Posso testimoniare il clima di interesse e di rispetto con cui nel 2008, durante una settimana di studio della Pontificia Accademia delle Scienze alla quale ero anch’io presente, i partecipanti al Convegno seguirono il suo intervento. Fu per me anche l’ultima volta in cui ebbi occasione di incontrarlo personalmente. Tutti ascoltavamo con un grande silenzio le frasi che giungevano dal sintetizzatore vocale e che offrivano il frutto della sua vivacissima riflessione intellettuale. Sua figlia e i suoi assistenti gli erano accanto facilitandogli con cura singolare il compito ricevuto. Esponendo gli enormi balzi in avanti effettuati dalla cosmologia negli ultimi decenni, Hawking concludeva la sua relazione affermando che «ci stiamo ormai avvicinando a poter rispondere alle antiche e sempre attuali domande: Perché siamo qui? Da dove veniamo? Io credo – egli aggiungeva – che a queste domande si possa rispondere entro l’ambito delle scienze». Al di là delle questioni metodologiche che tale posizione può suscitare, e che altri illustri scienziati presenti nell’Accademia, come ad esempio il direttore del Progetto Genoma, Francis Collins, gli fecero opportunamente osservare in quell’occasione, Hawking esprimeva una percezione reale, quella che la scienza contemporanea, proprio a motivo della profondità e della unitarietà delle sue ricerche, punta oggi con naturalezza verso domande di carattere filosofico ed esistenziale. Lo scienziato, come uomo, le percepisce e le pone in luce. E anche se a volte può rischiare di pensare che il metodo empirico sia sufficiente, da solo, a dar loro una risposta, in un’epoca di scetticismo e di pensiero debole contribuisce tuttavia a tenerle vive, a riproporle senza sosta, ad additarle a tutti come le domande che contano veramente, per cercare una risposta alle quali vale la pena investire tutte le proprie energie, come nel suo caso, fino a giocarsi un’esistenza.

È interessante notare che su temi di natura religiosa la posizione di Hawking non fu mai ideologica, né avrebbe potuto esserlo come scienziato quale era. Scriveva in occasione del centenario della nascita di Paul Dirac, in una conferenza tenuta a Cambridge nel 2002 intitolata Gödel and the end of physics: «Se ci sono risultati matematici che non possono essere dimostrati, ci sono anche problemi fisici che non possono esserlo… Alcuni saranno molto delusi per il fatto che non ci sia una teoria formulabile a partire da un numero finito di principi. Io ero solito essere uno di quelli, ma ho cambiato idea. Ora sono contento che la nostra ricerca di comprensione non finirà mai e che avremo sempre la sfida di una nuova scoperta».

Le domande di ambito filosofico avevano accompagnato Hawking fin dall’esordio della sua attività scientifica. Fra i risultati che lo portarono alla ribalta internazionale vi furono infatti, negli anni 1970, le sue ricerche sulle singolarità gravitazionali, che condussero ai teoremi di Hawking-Penrose, capaci di rispondere alla domanda se e quando, all’interno delle equazioni di campo della relatività generale, la gravità fosse in grado di produrre delle singolarità spazio-temporali. La necessaria esistenza di tali singolarità fu riconosciuta in tutti i modelli canonici di universo in espansione e rafforzò dunque il quadro cosmologico noto come modello del Big Bang. Successivamente, a partire dal 1983, Hawking cercò di formulare dei modelli i quali, rispettando ugualmente le leggi della fisica, potessero invece prescindere da tali singolarità e li trovò nell’applicazione dei criteri delle funzioni d’onda della meccanica quantistica all’universo nel suo insieme. Nasceva così il modello di Hartle-Hawking, e quelli da questo derivati, capaci di rappresentare un universo senza condizioni al contorno, in cui la variabile temporale scompare verso il suo tendere a zero, una sorta di universo auto-contenuto, senza un inizio. Il collegamento con le questioni filosofiche fu spontaneo, come mostrava lo stesso Hawking nei libri con i quali divulgava presso il grande pubblico i suoi modelli cosmologici: erano questi modelli compatibili con quanto una teologia della creazione avrebbe affermato sull’origine dell’universo? Se per dimostrare tale compatibilità e, più in generale, per illustrare l’autonomia che tali modelli posseggono rispetto alla conclusione filosofica di un universo che mantenga una dipendenza ontologica dal suo Creatore, si necessita di un’adeguata riflessione epistemologica, la divulgazione scientifica ne ha spesso fatto purtroppo a meno, generando qualche confusione.

Lo stesso Hawking avvertì assai vivo il problema e volle offrire commenti filosofici a quanto le sue ricerche andavano mettendo in luce. La tesi centrale del saggio Dal Big Bang ai Buchi Neri, la sua opera divulgativa più diffusa, ipotizza infatti che un modello matematico ove si evitasse la singolarità spazio-temporale, tipica di tutti i modelli cosmologici standard, voleva dire poter prescindere anche dal problema dell’origine del tempo e, secondo l’interpretazione datane dall’autore, porre la domanda sulla necessità o meno di un Creatore. In realtà il problema dell’inizio del tempo restava al di là delle speculazioni dello scienziato scomparso, ma una certa estrapolazione delle tesi di Hawking, specie attraverso la prefazione al volume che ne offrì Carl Sagan e i successivi commenti di questo divulgatore americano, diffusero l’idea che il modello di Hawking fosse la dimostrazione scientifica di un universo che non avesse più bisogno di alcun Creatore. In realtà, l’esistenza di un Creatore quale causa ontologica fondante del cosmo, non risultava coinvolta dalle descrizioni matematiche di questo o di altri modelli cosmologici, i quali, per poter essere significativi, devono pur sempre partire dall’esistenza di leggi scientifiche o di qualche formalismo fisico-matematico previo, e pertanto non riguardano mai quanto la filosofia o la teologia chiamano una creazione ex nihilo. In alcuni suoi commenti, lo stesso Hawking riconosce con stupore il mistero dell’essere e dell’esistenza delle leggi della natura, per le quali egli, in realtà, esitò a proporre un’interpretazione totalmente riduzionista e fisicalista. Proprio al termine del libro Dal Big Bang ai Buchi Neri, il fisico inglese si chiedeva: «quand’anche ci fosse una sola teoria unificata possibile, essa sarebbe solo un insieme di regole e di equazioni. Che cos’è che infonde la vita nelle equazioni e che costruisce un universo che possa essere descritto da esse? L’approccio consueto della scienza, consistente nel costruire un modello matematico, non può rispondere alle domande del perché dovrebbe esserci un universo reale descrivibile da quel modello. Perché l’universo si dà la pena di esistere? La teoria unificata è così cogente da determinare la sua propria esistenza?» (Rizzoli, Milano 1994, pp. 196-197).

Sono domande che per noi continuano a restare un enigma, ma per Stephen Hawking, ormai alle porte del mistero, assai probabilmente, adesso non lo sono più.

Giuseppe Tanzella-Nitti © 2018 Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede

Personaggi7 – Ahmad Joudeh

Ahmad Joudeh

Joudeh è un ballerino siriano. Per la sua passione è stato minacciato dallo “Stato islamico”.

Sulla nuca si è fatto tatuare la scritta “Danza o muori”. L’ha voluta proprio nel punto dove i terroristi del Daesh affondano la lama quando decapitano un prigioniero. «Dovesse succedere avranno ben chiaro davanti agli occhi il mio grido di libertà». Sulla testa di Ahmad Joudeh pende la condanna a morte dello stato islamico. La colpa? Essere un ballerino. «I jihadisti non concepiscono che un musulmano possa decidere da solo il suo futuro. La cultura islamica proibisce la danza, attività ritenuta poco adatta per gli uomini» racconta Ahmad, classe 1990, siriano di origine palestinese, nato e cresciuto nel campo profughi di Yarmouk a Damasco. La sua casa, dove anche sotto le bombe non ha mai smesso di ballare e di insegnare passi di danza ai ragazzi palestinesi. Yarmouk dove un giorno sono piombati i terroristi dettando le loro regole, portando morte e distruzione. Una casa distrutta dalle granate che Ahmad, come tanti che bussano alle porte dell’Occidente, ha dovuto lasciare per sfuggire alla violenza di chi «vuole distruggere le nostre menti».

Oggi il Billy Elliot siriano è un rifugiato. Gli ha aperto la porta l’Olanda. Vive e studia ad Amsterdam. «Sono felice, ma la mia felicità è proporzionale all’infelicità di chi ho lasciato perché la mia famiglia continua a vivere in Siria» racconta il ballerino che domani sarà tra gli ospiti di Roberto Bolle nel programma Danza con me, pensato dall’étoile del Teatro alla Scala per la prima serata di Rai 1.

«Danzare con Roberto è un sogno che si realizza. A Yarmouk, anche sotto le bombe, guardavo i suoi video su YouTube, cercando di imparare i passi di danza. In quelle immagini trovavo la forza per andare avanti e se oggi sono un ballerino lo devo a lui» racconta Ahmad che ballerà con Bolle sulle note di Inshallah di Sting, brano che il cantautore britannico ha scritto proprio pensando al dramma dei migranti e che domani eseguirà dal vivo per accompagnare i passi di danza.

«Poco più di un anno fa ero in sala prove al Dutch National Ballet di Amsterdam e mi hanno detto che c’era un giovane danzatore che voleva incontrarmi. Era Ahmad che mi ha raccontato tutta la sua storia. Mi ha colpito profondamente, mi ha commosso perché la sua è una vicenda emblematica di grande determinazione e coraggio. Ho deciso di farla conoscere e di portarlo sul palco con me» ricorda Bolle.

«Quando l’ho visto entrare in sala sono scoppiato a piangere» ricorda Ahmad Joudeh che è nato nel campo profughi di Yarmouk da una famiglia palestinese giunta in Siria nel 1948. «Mio padre e i miei fratelli sono musicisti, per tradizione familiare. Io, però, non mi sentivo portato per la musica. A uno spettacolo vidi un gruppo di ragazze danzare e capii che quella sarebbe stata la mia vita: avevo 8 anni». Difficile, però, farlo capire alla famiglia. Ahmad studia di nascosto, si esercita sui tetti delle case – esperienza che nel 2016, prima di lasciare il suo paese, ha voluto ripetere fissandola in un video che circola su YouTube. Un giorno, però, il padre lo scopre e lo prende a bastonate determinato a impedirgli, anche fisicamente, di danzare. Ma il ragazzo non si scoraggia. Il padre lo chiude in camera, ma lui trova il modo di scappare. Sempre di nascosto si allena all’Enana dance theatre e si diploma all’Higher institute for Dramatic arts di Damasco.

La guerra irrompe in Siria nel 2011, distrugge case, uccide persone, anche amici e parenti di Ahmad che, però, continua a danzare anche sotto le bombe e a dare lezione ai piccoli orfani, «un modo per salvarli», attirandosi le ire del Daesh che lo minaccia di morte su Facebook. E per sfidare i terroristi, «perché il vero islam è un’altra cosa», danza anche a Palmira, luogo delle decapitazioni dello stato islamico, nel teatro che proprio i jihadisti distruggeranno. «Danza o muori» il grido di libertà che si fa tatuare sulla nuca perché «non ci sono altre strade per me se non la danza». E che porta anche in tv perché nel 2014 Ahmad partecipa alla versione araba del talent So you think you can dance, fermato in semifinale perché, nonostante le indubbie qualità, gli fu detto che un palestinese non avrebbe potuto vincere il trofeo.

Ma la tv amplifica la sua storia e il giornalista Roozbeh Kaboly decide di realizzare un reportage che va in onda sulla tv olandese. Lo vede Ted Brandsen, direttore del Dutch National Ballet, che invita Ahmad a studiare in Olanda. Ma l’esercito siriano richiama in patria il ragazzo. Parte allora una raccolta fondi attraverso il sito danceforpeace.nl dove scatta una gara di solidarietà per accogliere il ballerino che da settembre del 2016 frequenta l’Accademia di danza classica del teatro olandese e studia contemporaneamente alla Modern Theatre Dance. E ha già debuttato sul palco della Dutch National Opera.

«Qualche settimana fa mio padre mi ha visto danzare per la prima volta ad Amsterdam. Ha cercato di scusarsi per tutto quello che ha fatto per impedirmi di danzare. A Yarmouk non avrei mai immaginato tutto questo. Mi sono però detto che se sono riuscito a far cambiare idea a mio padre posso provare anche a cambiare il punto di vista di altre persone, per far capire che la danza davvero salva la vita» riflette Ahmad che sogna un giorno di poter tornare a ballare, da uomo libero, in Siria.

Pieracchille Dolfini, «Ahmad danza contro il Daesh», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 25.

La foto: Ahmad Joudeh danza a Damasco.