Per non dimenticare 5/9 – «Finale Emilia, ora nuovi processi»

Finale Emilia l’affollatissima assemblea cittadina del 4 gennaio nella sala consiliare

Negli anni ’90 nella Bassa Modenese alcuni bambini raccontarono di essere stati costretti a ucciderne altri in riti satanici dai genitori e dal parroco. Non mancava nessuno all’appello, ma le autorità credettero alle accuse

Bambini sgozzati in pieno giorno e di notte nei cimiteri della Bassa Modenese, legati a croci e accoltellati, abusati e decapitati, infine – da cadaveri – caricati sul Fiorino del parroco don Giorgio Govoni e da lui gettati nel fiume Panaro. E a compiere i riti satanici erano altri bambini, portati lì dai loro stessi genitori, che li violentavano, li inducevano a squartare, a bere il sangue delle vittime, a trovare nuovi bambini da irretire e uccidere. Il tutto per anni, senza che nessuno in paese si accorgesse di niente. E senza che all’appello dei vivi mancasse un solo bambino…

Se vi sembra troppo inverosimile per essere credibile, sappiate invece che ci hanno tranquillamente creduto assistenti sociali, psicologi e giudici minorili, cui non servirono prove (infatti inesistenti): i bambini (dopo mesi di allontanamento forzato dalle famiglie) raccontavano questo e ciò bastava. Accadeva venti anni fa nei paesotti sonnacchiosi del modenese, dove le forze dell’ordine presero a suonare alle porte di casa di notte o a presentarsi a scuola al mattino per portare via i bambini. Almeno sedici piccolini da 0 a 11 anni sono stati così sottratti a genitori disperati, che dopo anni di processi da inquisizione verranno infine prosciolti con formula piena, ma ai quali i figli non saranno mai più restituiti.

«Qualcuno ora risarcirà i danni, qualcuno risponderà del disastro che, colposamente o dannosamente, ha creato. Presto ci saranno nuovi processi». Non parla, urla l’avvocato Patrizia Micai, allora difensore di alcune tra le famiglie accusate, e le centinaia di giovani presenti nella grande sala consiliare di Finale Emilia esplodono in un applauso liberatorio: oggi, dopo due decenni di silenzi dettati dal terrore («Chi aveva figli piccoli temeva che il giorno dopo avrebbero suonato alla sua porta e per questo tacevamo», dice la gente), vogliono sapere. Per oltre tre ore, impietosi si succedono fatti e testimonianze, e il silenzio si taglia col coltello, rotto talvolta dal pianto dei protagonisti. Che uno per uno prendono coraggio e per la prima volta parlano pubblicamente. «Sono Roberta, una delle madri. Venti anni fa mi portarono via i due bambini. Quando mi scoprii incinta della terza figlia scappai a partorire in Lombardia, dove c’erano altri servizi sociali, un’altra Asl, un altro Tribunale dei Minori. Feci appena in tempo perché era già scattato il provvedimento per togliermi anche lei». Piange, trema e sorride tutto insieme, mentre Giada, 17 anni, la rassicura, «sei una mamma meravigliosa». Alla fine è stata assolta, ma dei due primi figli non ha più saputo nulla.

Se è fuggita in Lombardia è perché in paese si sapeva via via di cosa accadeva in altre famiglie. Si alza Federico Scotta: «A me nel 1997 hanno preso tre figli, l’ultima in sala parto, appena nata. Quello che mi tormenta è che hanno impedito ai nostri bambini di rivedersi tra loro, li hanno separati di colpo e per sempre, perché? Questo mi brucia anche più degli 11 anni di galera da innocente». Perché Scotta è tra quelli che hanno pure già scontato la pena e ora attende la revisione del processo, «per riavere indietro l’onore. I miei figli sanno ancora di avere un padre criminale».

Che poi è l’ergastolo di tutti questi genitori, assolti dalla stessa giustizia che li aveva perseguitati, ma non dai loro bambini, diventati adulti nel plagio di quei racconti da oscuro medioevo, ancora oggi convinti di aver partecipato ai sabba infernali e di aver compiuto gli orrendi omicidi di altri bambini.

Piangono tutti in sala quando Antonella Giacco si presenta, «sono la sorella maggiore di Margherita. Ce l’hanno presa una mattina a scuola, a 8 anni, non sapevamo nulla. Chiedevamo agli assistenti sociali ma non ci spiegavano, passavano i giorni, poi i mesi, poi gli anni. Margherita dopo mesi iniziò a parlare come tutti gli altri bambini di decapitazioni, riti satanici… eravamo sbalorditi, era sempre in casa con noi». Suo padre divenne uno dei principali imputati, il complice di don Ettore, colui che fotografava e filmava mentre Lorena e Delfino, genitori di altri quattro bambini, decapitavano le vittime e ne facevano bere il sangue ai figli. Non importa che naturalmente non esistessero né foto né filmati, le prove nei processi della Bassa Modenese non servivano mai… «Papà ci adorava – dice in lacrime Antonella –, un anno fa un ictus gli ha tolto anche la parola, ma col suo balbettio supplica che gli facciano rivedere sua figlia prima di morire ». Quest’uomo fu tra i primi a risultare innocente, con tante scuse.

Come poi Lorena e Delfino Covezzi, svegliati alle 5 del mattino del 12 novembre 1998 da sette agenti intorno al loro letto, che li informavano: «Voi non siete indagati, ma a vostra insaputa don Giorgio porta i vostri bambini a fare sesso e adorare Satana». Fu l’ultima volta che li videro. Quando nel marzo 1999 il vicepresidente della Camera Carlo Giovanardi, con un’interrogazione al ministro della Giustizia Diliberto chiese di sapere perché fossero stati tolti i figli a due genitori non accusati di nulla, improvvisamente anche i coniugi Covezzi divennero indagati, tacciati dagli psicologi di “personalità abusante”: pure i loro piccoli, da 3 a 11 anni, dopo mesi di dialoghi con i servizi sociali di Mirandola iniziarono a raccontare gli stessi incubi degli altri bambini.

All’epoca esisteva già la Carta di Noto, che indica le modalità con cui psicologi e giudici devono raccogliere i racconti dei bambini, evitando domande suggestive (cioè che stimolano la risposta voluta), ma i consulenti della Asl di Mirandola e del Tribunale dei Minori di Modena aderivano a un’altra scuola di pensiero, basata sul “disvelamento progressivo”… Lo denunciò già 20 anni fa l’inviato di Avvenire a Finale Emilia, Giorgio Ferrari, biasimando questa «tecnica rozzamente induttiva (ma molto fascinosa in quanto americana) che partiva da frammenti di sogni o sensazioni per approdare gradualmente a un quadro accusatorio… Questo lo strumento che la Asl di Mirandola mise in campo per ricavare da quei bambini quella che si decise a priori essere la verità…».

I periti diagnosticarono sui bambini gravissime lesioni da violenza sessuale, ma quando i medici legali del Gip appurarono che tutti i minori erano invece illibati, l’accusa non fece una piega: “La verginità si ricompone”, scrisse, “l’abuso non lascia segni”, se non ci sono lesioni non significa che non sia avvenuto.

«Quando dopo 16 anni fummo assolti, Delfino era già morto di crepacuore – racconta Lorena, che 18 anni fa per partorire il quinto figlio, l’unico che le è rimasto, fuggì in Francia –. Oggi la mia preoccupazione sono i miei figli, tuttora convinti da quegli psicologi di aver fatto quelle cose oscene per colpa nostra. Qualcuno dei servizi sociali è mai andato da loro a spiegare che era tutto falso? Chi ha causato tutto questo ha il dovere di dire loro la verità».

Agghiaccianti i racconti di Pablo Trincia (volto televisivo delle “Iene”), che in casa di Oddina, donna saggia del paese, ha ritrovato i video degli interrogatori dei bambini: “Cosa hai provato quando ti abbiamo riportata in quella piazza?”, chiede la psicologa. “Gioia”, risponde inaspettatamente la bambina. Non è quello che voleva sentirsi dire, così riprova, “sicura? Pensaci bene, magari era un’altra emozione”. Ma la bimba conferma, “gioia!”. Così non va bene, “non un pochettino anche di sofferenza?”. Dai e dai, la piccola cede e annuisce. Altro video: un bimbo ripete il copione, distrattamente parla di sgozzamenti e sangue bevuto, “e tua mamma intanto che faceva?”. “Lei lavava il sangue… Va bene quello che ho detto?”. Un altro racconta sereno, “io ne ho uccisi almeno cinque, ma anche di più!”, e gli “esperti” gli credono.

Autore di un’imperdibile inchiesta podcast in sette puntate intitolata “Veleno” (scaricabile gratuitamente sul web), in tre anni di lavoro Trincia ha raccolto gli incubi che ancora sconvolgono le menti di quei figli. «Non sapevo nulla di questa storia – racconta in sala – finché nel 2014 mi sono imbattuto negli articoli di Avvenire. Era troppo, quello che leggevo, non era credibile… invece era tutto vero».

Nel 2004, in uno dei nostri viaggi a Finale Emilia, avevamo intercettato un interrogatorio importante: “L’orco poteva essere il dottore?”, chiedono gli “esperti” al bambino, “sì” risponde sicuro. “Ma poteva anche essere il sindaco?”, di nuovo sì, certamente. “Ma anche il prete?”, sì… Ci siamo. “E può anche chiamarsi don Giorgio?”, ovvio che può.

Ecco trovato il capo della setta. Don Govoni verrà condannato a 14 anni, ma il giorno prima muore anche lui di crepacuore, il 19 maggio del 2000. “La pena è estinta per morte del reo”, sarà la sentenza. In futuro la Corte d’Appello di Bologna e la Cassazione gli restituiranno innocenza e onore. Che però la comunità e la Chiesa tutta non gli avevano mai negato: la storia di don Giorgio è tutta sulla lapide che i parrocchiani vollero porre in chiesa il 19 maggio 2001, quando cioè per la giustizia era ancora un assassino satanista: “Vittima innocente della calunnia e della faziosità umana, ha aiutato assiduamente i bisognosi. Accusato di crimine non commesso, è stato vinto dal dolore”. La gente lo aveva assolto in partenza, anche i “suoi” marocchini islamici, o il cattolico Appiah, nero del Ghana, cui aveva dato la casa di sua zia. “Il Porto”, l’associazione di solidarietà da lui fondata, gli sopravvive e la parrocchia di San Biagio ha anche comprato un’ex scuola per il suo progetto allora rivoluzionario: dare una casa a immigrati soli, che hanno un lavoro ma dormono per strada.

«Nessuno giustizialismo», chiede la psicologa Chiara Brillanti, «ma gli enti che hanno sbagliato ammettano gli errori e riparino ai danni fatti su quei ragazzi». Mentre Giovanardi, anche lui in sala, chiede di salvare il salvabile: «Prima di tutto riavvicinare i fratelli, poi rompere l’omertà istituzionale, e fermare quell’ideologia fallimentare che tuttora contagia alcuni tribunali dei Minori”.

La Corte d’Appello nella sentenza di assoluzione parlò a chiare lettere dell’impreparazione degli “esperti”, tutti rimasti al loro posto… Il resto parla di cifre a più zeri e conflitti di interessi: «La convenzione da 270mila euro annui dalla Asl di Modena e dai Comuni in favore del Centro Aiuto del Bambino per “il trattamento terapeutico” dei piccoli dal 2002 al 2005 dice molto».

Lucia Bellaspiga, «Finale Emilia, ora nuovi processi», in “Avvenire”, domenica 7 gennaio 2018, p. 11.

Foto: Finale Emilia l’affollatissima assemblea cittadina del 4 gennaio nella sala consiliare

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Per non dimenticare 5/8 – Finale Emilia. I fatti: La tragica sequenza che rovinò per sempre intere famiglie

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Maggio 1997: all’interno di una famiglia disagiata di Finale Emilia si sospetta che siano avvenuti abusi su un bambino. Il padre e il fratello maggiore sono arrestati. Alla psicologa del servizio sociale, Valeria Donati, il piccolo inizia a raccontare alcune accuse, che con il passare del tempo diventano ricche di macabri particolari. Via via, attraverso i colloqui condotti con la tecnica del “disvelamento progressivo”, il piccolo coinvolge sempre più persone.

Il 15 luglio 1997 il pm, sulla base delle sue rivelazioni, chiede il rinvio a giudizio per ben sette adulti. Una delle madri si getta dal quinto piano lasciando un biglietto: «Sono innocente». È solo la prima di una lunga scia di morti, tra disperazione, suicidi e infarti.

Il 12 settembre 1997 don Giorgio Govoni, irreprensibile sacerdote noto per la sua abnegazione nell’aiutare i bisognosi, viene accusato di essere a capo della setta satanica e di far bere ai bambini il sangue delle vittime per trasformarli in “figli del Diavolo”. Non esistono prove contro di lui, come contro altri indagati, ma si crede esclusivamente alle parole dei bambini, sempre più suggestionati.

Dal gennaio all’aprile del 1998 si svolge il primo dei processi, con sei condannati (tra questi i genitori del bambino). Intanto le accuse si allargano a dismisura e, sempre con la tecnica del “disvelamento progressivo” i racconti diventano inverosimili e raccapriccianti, dilaga il numero dei bambini coinvolti e i crimini descritti dai piccoli interrogati parlano ora di omicidi, decapitazioni, riti satanici, orge sessuali, con il coinvolgimento dei loro genitori. Una bambina data in affidamento a una famiglia di Mantova arriva ad accusare persino la sua nuova maestra nella città lombarda, sebbene questa non conoscesse nessuno degli imputati e delle presunte piccole vittime.

Nell’aprile 1999 don Govoni è rinviato a giudizio nel processo Pedofili Bis ma riceve l’attestato di stima dei tutti: il vescovo di Modena Benito Cocchi celebrerà con lui la Messa a Staggia. Al processo si parla di una ghigliottina da lui usata nei cimiteri per decapitare i bambini. Non esiste la ghigliottina, non esistono corpi nel fiume Panaro (dove lui li avrebbe gettati), non mancano nemmeno bambini all’appello… eppure nel 2000 verrà condannato a 14 anni.

Nel frattempo il 12 novembre 1998 vengono portati via i quattro figli ai coniugi Lorena e Delfino Covezzi, prima accusati solo di omessa vigilanza sui bambini, non essendosi accorti che questi partecipavano le notti ai sabba infernali. Ma durante i soliti interrogatori nei mesi anche i quattro loro figli inizieranno a parlare di satanismo.

Negli anni successivi varie sentenze hanno corretto i macroscopici errori della giustizia, ma nessuno dei 16 figli allontanati tornerà mai in famiglia.

«I fatti. La tragica sequenza che rovinò per sempre intere famiglie», in “Avvenire”, domenica 7 gennaio 2018, p. 11.

Per non dimenticare 5/7 – La tragedia di Finale Emilia

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I pedofili e satanisti della Bassa Modenese non erano né pedofili né satanisti. Così hanno ammazzato una comunità cattolica. Dopo un processo durato sedici anni sono risultati tutti assolti. Intanto, però, delle famiglie sono state distrutte, una madre si è suicidata, un sacerdote è morto di crepacuore

Non erano pedofili, non erano satanisti, non rapivano i bambini seviziandoli in orge truculente. Dopo sedici anni (sedici anni!) si conclude con un’assoluzione l’incredibile vicenda di un piccola comunità della Bassa Modenese, in cui sono state coinvolte (e distrutte) le vite di famiglie, minori, sacerdoti. Tutti assolti. Ma a che prezzo? Al tremendo prezzo di esistenze triturate in un caso giudiziario che Tempi seguì sin dal principio, mostrando come le inoppugnabili prove presentate dai magistrati non fossero poi così inoppugnabili e dove solo qualche politico coraggioso (il senatore Carlo Giovanardi su tutti) ebbe il coraggio di protestare.

È una vicenda lunga, complessa e strabiliante. Ieri Lorena Morselli e Delfino Covezzi sono stati riconosciuti innocenti dall’accusa rivolta loro più di tre lustri fa. La sentenza dice che non hanno commesso il fatto.

HORROR DI PROVINCIA

Tutto cominciò il 12 novembre 1998, alle cinque di mattina, quando le forze dell’ordine irruppero a Massa Finalese (Mo) in casa Covezzi portando via i quattro figli (la maggiore aveva solo 11 anni). L’accusa per Lorena e Delfino era infamante: pedofili satanisti. Tutto era partito dalle accuse rivolte loro da una piccola cugina di otto anni con disturbi mentali e da un altro bambino, entrambi in carico ai servizi sociali, che raccontarono di strani riti in cui era coinvolto il parroco don Giorgio Govoni. Racconti pazzeschi, in cui genitori complici del sacerdote mettevano a disposizione i corpi dei propri figli in cerimonie orgiastiche nei cimiteri in cui avvenivano persino delle decapitazioni. In un’escalation granguignolesca, i piccoli venivano prelevati a scuola da un bus parrocchiale e portati in luoghi oscuri, dove la setta dei genitori compiva i suoi più atroci delitti.

«Durante queste messe nel cimitero, i grandi ci hanno fatto lanciare in aria dei bambini che poi ricadevano per terra e forse morivano», raccontò la bimba cui psicologi e magistrati diedero retta. Tutto tornava nella sceneggiatura del film horror di provincia: coppie all’apparenza irreprensibili e cattolicissime (Lorenza era insegnante nell’asilo parrocchiale), in combutta col sacerdote, compivano riti malvagi su bambini offerti loro, dietro compenso, dalle famiglie indigenti della zona. Si parlò addirittura di un fotografo che filmava e fotografava le pratiche per poi rivendere il materiale e di una bambina seviziata alle 13 di pomeriggio in un bosco vicino alla scuola, con una frasca di quaranta centimetri, dal nonno e da due zii.

SUGGESTIONI

I servizi sociali dell’Ausl avevano condotto i colloqui con i minori da cui erano partite le denunce. Coordinati da Marcello Burgoni, un ex seminarista, i servizi sociali avevano deciso di dare credito alle fantasie di quei due bambini. Di quei colloqui, si è scoperto in questi anni, non sono mai stati conservati né appunti né registrazioni. Oggi su “Avvenire”, Lucia Bellaspiga, racconta che «psicologi e assistenti sociali interrogarono sempre più bambini con una tecnica americana oggi inconcepibile, allora ritenuta all’avanguardia: una suggestione progressiva del bimbo cui, a partire da sogni o da frammenti di colloqui, si suggerivano le risposte che da loro ci si aspettava. Oggi la Carta di Noto e il Protocollo di Venezia impediscono questo scempio e i periti vengono formati a raccogliere le testimonianze dei piccoli senza suggestionarli, filmando e registrando ogni colloquio. Nel caso della Bassa Modenese, invece, i video sono un’eccezione e dai pochi che restano si vede bene come si arrivò a don Giorgio Govoni: Piccolina, chi era quell’uomo? Un dottore? Risposta: sì. Ma poteva anche essere un sindaco? Sì. Anche un prete? Sì. Poteva chiamarsi Giorgio? Hai mai sentito questo nome? Ovvio che sì».

La comunità del paese era incredula. Possibile che tutto ciò sia avvenuto senza che nessuno si fosse mai accorto di nulla? Possibile che il medico della famiglia Covezzi non si fosse mai accorto della violenze sui bambini? Possibile che tutte le ricerche nel fiume – dove si diceva fossero stati gettati dal prete i corpi dei bambini – non avessero mai portato mai ad alcun ritrovamento? Intanto, però, le famiglie furono divise e tredici minori sottratti ai genitori della setta. Una congrega che secondo gli inquirenti coinvolgeva 17 persone e sette sacerdoti.

UN PROCESSO KAFKIANO

Qui inizia la storia di un processo che definire kafkiano è un eufemismo, con consulenti della procura che firmarono perizie in cui gli abusi erano solo presunti ma non verificati, periti di parte civile non ammessi. Intanto, però, il Tribunale dei minori continuò per mesi a firmare provvedimenti “provvisori”, impedendo i ricorsi ai Covezzi. È la storia di un processo in cui gli appunti dei colloqui coi bambini andavano incredibilmente “perduti” e bambine che si presumeva essere state abusate «cento volte» e che risultavano, invece, essere vergini. Con gli anni, tutte le accuse sono cadute man mano: la piccola violentata nel bosco vicino alla scuola? Il bosco non esiste, la minore uscì regolarmente da scuola coi compagni. E il nonno e gli zii pedofili? Quel giorno non erano lì: abitano a 85 chilometri di distanza.

MORTI DI CREPACUORE

Pian piano (molto piano) la verità è venuta a galla. E così si è scoperto che l’inferno non era quello prospettato da giudici e assistenti sociali, ma quello vissuto dalle famiglie coinvolte nella vicenda. Una delle madri si è suicidata. Sette persone sono morte di crepacuore; tra queste anche don Govoni, cadendo nelle braccia del suo avvocato un giorno prima della sentenza. Lorena è fuggita in Francia, lasciando in Italia il marito Delfino che ha proseguito nella battaglia giudiziaria di cui, tragica sorte, non ha potuto vedere la conclusione perché è morto d’infarto prima dell’assoluzione. Parlando con Avvenire, Lorena ha raccontato tra le lacrime le sofferenze di questi anni in cui i suoi quattro figli, affidati ad altre famiglie, hanno sempre rifiutato di incontrarla. «Se io e Delfino non siamo impazziti è solo grazie alla fede e alla totale solidarietà del paese, che ha sempre sostenuto la nostra innocenza. Ora però vorrei tanto riuscire a farmi ascoltare dai miei figli, spiegare loro che li ho sempre cercati. Mi affido allo Spirito Santo, che mi aiuti».

CHI PAGA? E’ GIUSTIZIA QUESTA?

Ieri in aula al Senato, Giovanardi ha pronunciato un breve discorso per ricordare questa tragica vicenda, di cui – a parte Avvenire e Tempi – nessuno conserva più memoria. «Mi domando e domando a voi – ha chiesto il senatore rivolgendosi ai colleghi – che sistema giudiziario è quello che distrugge una famiglia, porta via ai genitori i quattro figli minorenni e solo dopo 16 anni comunica loro quello che fin dall’inizio si capiva e cioè che erano totalmente innocenti rispetto agli addebiti infamanti loro rivolti. E malgrado il fatto che fossero già stati assolti in appello, la sentenza è stata impugnata in Cassazione. Sono stati di nuovo assolti in appello e nuovamente la sentenza è stata impugnata in Cassazione. Parliamo di prescrizione e di tempi della giustizia, ma forse dovremmo parlare anche di consapevolezza, di servizi sociali, di assistenti sociali irresponsabili e di magistrati che, comunque vada a finire un processo, hanno già massacrati gli imputati, colpevoli o innocenti che risultino essere alla fine del procedimento. Ebbene: chi paga? Chi risarcisce questa famiglia dal fatto di essere stata distrutta? E perché l’opinione pubblica non è stata coinvolta? Perché lei era una maestra d’asilo, fra le altre cose cattolica e che lavorava in parrocchia, o perché lui era un povero fuochista che lavorava nel settore della ceramica? (…) Sono voluto intervenire per abbracciare le vittime di questa vicenda, la mamma che è rimasta, il papà che è morto ed i figli che hanno subito questo massacro, sperando che nel Parlamento e nella magistratura (a proposito della quale parliamo di responsabilità civile) vi sia la consapevolezza che quando si tratta della vita delle persone la giustizia deve dare una risposta in tempi utili; la giustizia deve stabilire se una persona è colpevole o innocente, ma non può far stare un presunto colpevole tutta la vita sotto processo, perché quando alla fine la giustizia arriva, dopo 16 anni, purtroppo arriva fuori tempo massimo».

Emanuele Boffi, Bassa Modenese. Non erano pedofili e satanisti | Tempi.it, 5 dicembre 2014.

Per non dimenticare 5/6 – La tragedia di Finale Emilia: Pedofilia, assolti dopo 16 anni

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Assoluzione definitiva in Cassazione, come avvenne per don Giorgio Govoni. Lorena Covezzi: ci hanno portato via i nostri figli. «Lo stato si scusi»

Il 12 novembre 1998, in piena notte e tra urla disperate, i loro quattro bambini erano stati portati via dalle forze dell’ordine. L’accusa per i due genitori, Lorena e Delfino Covezzi, era di far parte di una banda criminale di pedofili satanisti. Per sedici anni da quel giorno non hanno più potuto vedere i loro figli (la più piccola aveva 3 anni, la più grande 11) cui nel frattempo è stato raccontato di quei due genitori orchi, responsabili di violenze inaudite, orge nei cimiteri, profanazioni, abusi su decine di bambini, persino decapitazioni delle piccole vittime. Ieri la giustizia di questo Stato ha ammesso l’errore: assolti definitivamente per non aver commesso il fatto. Una sentenza che Lorena, 55 anni, ha potuto accogliere da sola, perché nel frattempo suo marito è morto, di infarto. Come don Giorgio Govoni, parroco amatissimo nella Bassa Modenese, presunto capo dei satanisti pedofili, assolto e riabilitato dopo il crepacuore che se l’è portato via nel maggio del 2000 nello studio del suo avvocato. E come altre sei persone di questa orrenda storia che da 17 anni sconvolge i tranquilli paesini della Bassa (un’altra delle mamme accusate si suicidò), e conta una ventina di bambini tolti all’epoca ai loro genitori.

«Il mio secondo pensiero è andato a mio marito – racconta in lacrime Lorena dopo l’assoluzione –. Il primo è andato ai nostri quattro figli, che ormai hanno dai 20 ai 27 anni e che non vogliono più nemmeno sentire nominare la loro mamma».

È lo stesso copione tragico nel quale ci imbattiamo ogni volta che incontriamo un caso di falso-abuso: negli anni disperati della separazione i bambini, allontanati a forza dai genitori, si convincono non solo della loro colpevolezza, ma soprattutto di essere stati abbandonati. E non perdonano. «Quando la maggiore ha compiuto i 18 anni, la zia paterna ha provato a parlarle, ma lei l’ha scacciata urlando che da 7 anni aspettava almeno una cartolina e che l’avevamo abbandonata», spiega Lorena. Ci parla per telefono dalla Francia in cui vive: «Quando i servizi sociali di Mirandola seppero che aspettavo il quinto figlio, avvertirono il Tribunale dei minori, così scappai a partorire all’estero, non certo per sottrarmi ai processi, tant’è che Delfino è rimasto in Emilia a difendersi, ma per salvare almeno Stefano», il quinto figlio, l’unico che le è rimasto.

C’era infatti un precedente, un’altra delle coppie accusate aspettava un bimbo e appena nato le fu tolto… Innocenti, dunque. Ma Agnese, Enrico, Paolo e Valeria non lo sanno, non vogliono nemmeno saperlo, ormai cresciuti in famiglie affidatarie che si sono succedute al loro fianco, ma soprattutto sempre in contatto con quei servizi sociali e psicologi che combinarono il guaio: «Tutto iniziò nel 1997, quando la nostra nipotina, una bimba di 8 anni con forti disagi psichici e quindi già in carico ai servizi sociali, prese a raccontare di orchi e uccisioni. Non c’era altro che i suoi racconti, ma venne creduta e man mano la valanga si ingigantì».

Il vero problema è il metodo utilizzato da psicologi e assistenti sociali, che interrogarono sempre più bambini con una tecnica americana oggi inconcepibile, allora ritenuta all’avanguardia: una suggestione progressiva del bimbo cui, a partire da sogni o da frammenti di colloqui, si suggerivano le risposte che da loro ci si aspettava. Oggi la Carta di Noto e il Protocollo di Venezia impediscono questo scempio e i periti vengono formati a raccogliere le testimonianze dei piccoli senza suggestionarli, filmando e registrando ogni colloquio.

Nel caso della Bassa Modenese, invece, i video sono un’eccezione e dai pochi che restano si vede bene come si arrivò a don Giorgio Govoni: Piccolina, chi era quell’uomo? Un dottore? Risposta: sì. Ma poteva anche essere un sindaco? Sì. Anche un prete? Sì. Poteva chiamarsi Giorgio? Hai mai sentito questo nome? Ovvio che sì. La piccola raccontava di bimbi decapitati e poi buttati da don Giorgio nel fiume, così, anche se in paese nessun bambino mancava all’appello, fu dragato il Panaro, un’operazione da 280 milioni di lire…

La psicosi si diffuse, decine di bambini aggiunsero racconti a racconti, sempre interrogati col metodo “americano”, e 17 adulti finirono inquisiti, oltre a 7 preti poi risultati del tutto estranei. Sette persone morirono di crepacuore (la cognata di Lorena, madre della bimba psicolabile, perì in cella a 36 anni), ma soprattutto nessuno di quei venti piccoli allontanati vuole più rivedere i genitori…

«Se io e Delfino non siamo impazziti è solo grazie alla fede e alla totale solidarietà del paese, che ha sempre sostenuto la nostra innocenza – conclude Lorena –. Ora però vorrei tanto riuscire a farmi ascoltare dai miei figli, spiegare loro che li ho sempre cercati. Ho saputo dove vivono solo un anno fa, alla morte di mio marito, per la successione, perché i pochi averi li ha lasciati a loro… ma hanno rifiutato anche questo. Mi affido allo Spirito Santo, che mi aiuti».

«La Corte d’Appello nella sentenza di assoluzione critica fortemente l’operato della Asl di Mirandola e parla a chiare lettere dell’impreparazione degli psicologi – sottolinea l’avvocato Pier Francesco Rossi –. Ora saranno verificate le responsabilità per avviare un’azione civile: qualcuno deve pur pagare».

«Ma nessuno restituirà la vita a questa famiglia, che era bellissima», nota don Ettore Rovatti, autore anche di un ampio volume su tutta questa storia, scritto nel 2003 e giudicato dal Tribunale ineccepibile nei contenuti. «Ammiro la loro forza, hanno sempre avuto fiducia nel bene, anche nei momenti peggiori. Io mi chiedo: qual è il potere che ha il diritto di strappare per 16 anni i figli ai loro genitori? Lo Stato ha abusato del suo potere, questi quattro ragazzi sono rovinati per sempre». «Uno Stato che assolve una famiglia dopo averla distrutta», conferma Carlo Giovanardi, che già nel 1998 come vicepresidente della Camera chiese al ministro della Giustizia Diliberto di intervenire…

Lucia Bellaspiga, «Pedofilia, assolti dopo 16 anni», in “Avvenire”, venerdì 5 dicembre 2014.

Per non dimenticare 5/5 – La tragedia di Finale Emilia: false accuse di satanismo e pedofilia

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Condannato a 14 anni, la giustizia lo ha del tutto riabilitato quando ormai era già morto di dolore. Ma la gente aveva da subito «assolto» il suo «prete camionista» Le assurde accuse di abusi e decapitazioni di bambini, con fiumi dragati e cimiteri perquisiti alla ricerca di corpi inesistenti. Don Govoni, ucciso dal sospetto. Riscattato dall’amore della gente

Nella Bassa modenese nessuno dimentica don Giorgio, accusato ingiustamente di satanismo e morto nel 2000 di crepacuore: i parrocchiani proseguono la sua opera di solidarietà

La storia di don Giorgio Govoni, a volerla leggere in poche parole, è tutta su una lapide: “Vittima innocente della calunnia e della faziosità umana, ha aiutato assiduamente i bisognosi. Non si può negare che egli, accusato di crimine non commesso, sia stato vinto dal dolore”.

Tutto è atipico nella vita di don Govoni, morto di crepacuore a 59 anni nello studio del suo difensore il 19 maggio del 2000. Lo è anche questa lapide, posta dai suoi parrocchiani di San Biagio, badate bene, il 19 maggio 2001, quando cioè per la giustizia era ancora un efferato criminale, assassino, pedofilo, satanista e quant’altro.

Fosse sopravvissuto a tre anni di torture psicologiche (era inquisito dal ’97), avrebbe dovuto ascoltare una sentenza di condanna, emessa dal Tribunale di Modena il 6 giugno del 2000: tutti colpevoli, anche don Govoni, condannato a 14 anni di carcere…

La morte gli risparmiò quest’onta, la giustizia degli uomini gliene diede un’altra: quel “reati a lui ascritti, estinti per la morte del reo” scritto sulla sentenza. Insomma, se la “cavava” dal carcere grazie al crepacuore, ma restava un reo…

Non potrà in seguito ascoltare quell’altra sentenza, di secondo grado, e poi la Cassazione, che scagionavano tutti gli imputati dalle accuse di satanismo e omicidio plurimo di bambini, quindi anche l’ipotizzato “demoniaco capo” della banda, quel don Giorgio Govoni che in realtà aveva speso la sua vita a favore degli altri: era l’11 luglio del 2001 e tutte le campane della Bassa, a sera, suonarono a festa. Ma don Giorgio giaceva al camposanto.

«Tutto era iniziato nel 1997 dalle accuse di una bambina di Massa Finalese, già allora affidata ai servizi sociali perché di famiglia disagiata – racconta oggi Giulio Govoni, fratello del sacerdote, nella sua casa di Dodici Morelli, il paesino della Bassa modenese dove don Giorgio era nato nel 1941 -. Accuse che via via coinvolgevano un numero crescente di adulti, oltre ai quattro cuginetti della bambina… Psicologi, assistenti sociali e magistrati si affidavano interamente alla bimba, mentre non credevano a una sola parola degli adulti».

Come spesso capita nei casi di falso abuso, gli interrogatori dei piccoli avvenivano in modo suggestivo, fuorviante, «al punto che dopo mesi e anni anche gli altri quattro bambini, nel frattempo strappati ai genitori in piena notte tra urla disperate, iniziarono a raccontare di messe nere, abusi, sgozzamenti… Alla fine erano diventati satanisti, assassini e pedofili molti preti della Bassa, tra cui mio fratello, e persino una maestra di Mantova, che non aveva mai conosciuto nessuno qui nel Modenese».

E come ci era entrata? «Tutti i bambini tolti ai genitori furono dati in affido a varie famiglie e una era capitata a Mantova, dove frequentò la scuola elementare. Beh, quella era la sua maestra. Conosciuta dopo i presunti abusi, ma nelle farneticazioni di quei poveri bimbi plagiati tirata dentro nella questione…».

C’è poco di logico, in questa vicenda, e molto di follia. Anche che dei magistrati abbiano potuto credere alle accuse da loro stessi formulate: «Mio fratello doveva essere il capo di un gruppo satanista. La madre dei bambini – secondo il pm – in pieno giorno portava i quattro figli al cimitero, li consegnava a don Giorgio e attendeva fuori. Il parroco li portava nel chiostro, dove alla luce del sole venivano violentati da un gruppo di adulti. Il fatto che nessuno in paese avesse mai visto nulla era un particolare risibile».

Questo di giorno, per mesi. «La notte, poi, nel cimitero avvenivano i riti satanici – continua Giulio Govoni -: molti bambini, secondo l’accusa, erano sacrificati al demonio e decapitati. I loro corpi venivano appesi a ganci, poi don Giorgio, finito il rito, li caricava sul suo “Fiorino Fiat” e li buttava giù dal ponte del paese».

Sempre risibile il particolare che nessun bambino mancava all’appello. Al punto che il pm, convinto della colpevolezza di don Govoni, ordinò di dragare il fiume: 280 milioni tra macchinari e sommozzatori.

Unico reperto: il teschio di un morto della seconda guerra mondiale.

Ma gli interrogatori dei bambini – a dispetto di ogni mancanza di prove – portavano tutti a don Govoni. Ne restano i video: Piccola, chi era quell’uomo? Un dottore? Risposta: sì. Ma poteva anche essere un sindaco? Sì. O anche un prete?. Sì. Poteva chiamarsi Giorgio? Hai mai sentito questo nome?… Ovvio che sì. Perizie assurde hanno fatto il resto: «Quando una bimba agli esami medici risultò vergine, il medico nominato dal pm disse che in certi casi la verginità violata va a posto da sola. E che spesso l’abuso non lascia segni, quindi anche senza lesioni la violenza c’era lo stesso», cita Giulio Govoni dalle carte.

Don Giorgio era un prete particolare, amato dalla sua gente in modo non comune. Il “prete camionista”, era chiamato, perché per sostenere economicamente i suoi poveri, «prima i meridionali, poi gli extracomunitari», nelle ore libere guadagnava qualche soldo guidando i Tir.

E così lo ritraggono molte foto: in jeans e maglietta, arruffato e dimesso mentre corre da una delle sue case di accoglienza a un’altra. «Lui, che teneva così poco agli onori, si trovò quattro funerali il 22 maggio del 2000 – ricorda il fratello sfogliando faldoni di articoli, da quelli della vergogna a quelli della riabilitazione tardiva -. Tre vescovi e 120 sacerdoti officiarono il primo nel Duomo di Modena, poi si rifece il tutto nella sua parrocchia di Staggia, poi in quella di San Biagio, infine qui a Dodici Morelli dov’è sepolto. E ogni volta c’erano migliaia di persone…».

Badate bene: all’epoca era un uomo condannato a 14 anni. Ma la Chiesa non aveva mai dubitato del suo prete camionista. E la gente lo aveva assolto in partenza, anche i “suoi” marocchini islamici, o il cattolico Appiah, nero del Ghana, cui aveva dato la casa di sua zia dove ancora abita.

«Ci sono sempre anche loro il 19 di ogni mese quando da quattro anni a San Biagio c’è la messa per lui», dice Giulio Govoni. Don Giorgio è morto ma la sua opera continua. Si chiama “Il Porto” l’associazione di solidarietà da lui fondata, oggi guidata dal successore, anche lui don Giorgio (cognome Palmieri), identica forza. La parrocchia di San Biagio, la stessa della lapide, ha appena comprato un’ex scuola per un progetto rivoluzionario: dare una casa a immigrati single che hanno un lavoro ma dormono in baracche o per strada. «Sono gli stessi datori di lavoro a chiederci di aiutarli, è brava gente. E poi questo era il sogno di don Giorgio».

Lucia Bellaspiga, «La tragedia di Finale Emilia: false accuse di satanismo e pedofilia», in “Avvenire”, 3 agosto 2004.

Per non dimenticare 5/4 – Il caso di Finale Emilia: “Don Govoni innocente in paese campane a festa”

pedofili-bassa-modenese

Modena. Per la sentenza della Corte d’appello di Bologna sulla vicenda del giro di pedofili della Bassa modenese, che di fatto ha riabilitato don Giorgio Govoni, la Curia di Modena ha espresso «soddisfazione», condivisa dalla sua gente, che ieri per un’ora ha suonato le campane a festa. Il parroco di San Biagio di Mirandola, per il quale era stata chiesta una condanna a 14 anni, morì d’infarto durante il processo di primo grado. Per quanto riguarda don Govoni, «la sentenza – si legge nella nota della Curia di Modena – è la conferma della convinzione, nostra e della gente della Bassa, sulla sua assoluta innocenza; una convinzione derivante dalla quotidiana comunione di vita». Secondo la Curia modenese «la sentenza non risarcisce certamente il danno materiale e morale subito dal sacerdote, dalla famiglia e dalla comunità cristiana. Dà però soddisfazione a chi dissente dalla prima decisione e nutre perplessità per i metodi usati». «Attendiamo di conoscere le motivazioni della sentenza – conclude la nota della Curia modenese -per ulteriori riflessioni ed eventuali altri passi».

Anche se prudente, aggiunge Pierfrancesco Rossi, l’avvocato difensore di don Govoni: «Bisogna essere sereni ed equilibrati nei giudizi. Occorre perciò commentare la sentenza quando saranno rese note le motivazioni, cioè fra 90 giorni. Però, dalla lettura del dispositivo della sentenza, che assolve tutti i coimputati di don Giorgio Govoni perché il fatto non sussiste, si deduce che i magistrati hanno ritenuto che quei fatti non sono mai successi. Questo si commenta da sé. Su come i bambini siano arrivati alle dichiarazioni sulle riunioni nei cimiteri, bisognerà aspettare le motivazioni della sentenza. È chiaro – conclude l’avvocato Rossi – che a questo punto sorgono forti dubbi, perché, se questi fatti non sono mai successi, da qualche parte c’è stato qualcosa di non chiaro».

Più esplicito il parere del ministro per i rapporti col Parlamento Carlo Giovanardi, che sostiene: «Ora bisogna capire attraverso quali condizionamenti i bambini sono stati portati a raccontare episodi inverosimili».

Positivo anche il commento dei familiari. «La sentenza – sostiene il fratello del sacerdote, Giulio Govoni – mi rimette sulla via per credere alla giustizia».

Portavoce dei sacerdoti si fa don Enore Puviani, già vicario della Bassa modenese: «Abbiamo vinto una tappa, ma resta ancora molta strada da fare per riabilitare in pieno don Giorgio, massacrato da accuse false». Grande soddisfazione è espressa anche dai parrocchiani di San Biagio di Mirandola.

«Ora don Giorgio – commenta una donna – dal cielo ci seguirà tutti i momenti della nostra vita. Ma sentiamo la sua mancanza». E un’altra signora: «La sua porta era sempre aperta a tutti. Ora, invece, la porta di San Biagio è sempre chiusa». In mezzo a un capannello di uomini, qualcuno solleva un dubbio: «A che serve assolverlo, quando lo si è fatto morire di crepacuore?».

Quinto Cappelli, «Don Govoni innocente, in paese campane a festa», in “Avvenire”, 13 luglio 2001.

Per non dimenticare 5/3 – Il caso di Finale Emilia: “La sentenza”

don Giorgio

In primo grado il sacerdote modenese fu assolto dall’accusa di pedofilia. Ma morì prima, di crepacuore. Don Govoni, riabilitazione piena. L’appello scagiona anche gli altri imputati che erano stati accusati con lui. Condanne solo per persone legate a un altro filone

Bologna. È come se don Giorgio Govoni fosse stato assolto di nuovo. La sentenza di primo grado lo scagionò, ma era troppo tardi. Il sacerdote modenese non fece in tempo ad ascoltare quel verdetto che lo mandava assolto dalla terribile accusa di pedofilia, era morto di crepacuore alla vigilia della sentenza nello studio del suo legale. Ora, la sentenza di appello, emessa ieri pomeriggio dalla Corte di Appello di Bologna, ha decretato l’assoluzione anche di altri 8 imputati, proprio quelli che erano stati, all’inizio, ritenuti colpevoli in concorso col sacerdote.

La Corte dopo nove ore di camera di consiglio ha confermato, o ridotto, le condanne per soli 7 dei 15 imputati. I fatti a loro addebitati si riferiscono però ad abusi verificatisi all’interno delle mura domestiche, in due comuni della Bassa Modenese, Massa Finalese e Finale, e Gonzaga (nel Mantovano). Mentre gli altri 8, ora assolti, erano stati accusati di aver compiuto le loro presunte nefandezze all’interno del cimitero, ed era proprio nell’ambito di questo secondo filone dell’inchiesta – ora smontato – che era stato coinvolto in un primo momento il sacerdote.

I fatti sottoposti a giudizio per la seconda volta risalgono agli anni 1996-’97 e ’98 e avevano per oggetto abusi, o presunti tali, compiuti nei confronti di 13 bambini – il più piccolo di appena quattro mesi, il più grande di 13 anni – da parte di genitori, zii, nonni, una maestra. Nonché di don Giorgio, sempre proclamatosi innocente.

La sentenza che il sacerdote non riuscì ad ascoltare aveva registrato 15 condanne a pene variabili tra i 2 e i 19 anni. I legali di don Govoni, per riabilitarne la memoria, avevano chiesto comunque un giudizio d’appello per lui (nel merito, non solo per «morte del reo») che la Corte però aveva respinto. La sentenza di ieri facendo cadere l’ipotesi di un giro di pedofilia nei cimiteri che avrebbe visto – secondo la tesi iniziale dell’accusa – coinvolto lo stesso sacerdote riabilita di fatto, definitivamente, la figura di don Giorgio.

Il processo d’appello sui fatti di pedofilia nella Bassa Modenese si è chiuso ieri dopo cinque udienze. Per don Giorgio Govoni, parroco di S. Giorgio, nella Bassa, il pm di primo grado aveva chiesto invece la condanna a 14 anni. «Era innocente, era amato da tutti nel circondario, reggeva due parrocchie, assisteva la madre novantenne (che vive ancora, ndr)», ha dichiarato dopo la sentenza la donna che ha avuto per un certo periodo in affidamento il bambino di 3 anni da cui è nata tutta l’inchiesta.

A don Giorgio la Chiesa modenese ha sempre confermato sostegno e fiducia. E ora «se mancano i reati a lui inizialmente addebitati – diceva ieri fra il pubblico un’altra signora che da don Giorgio era stata sposata – non c’è neppure chi organizzava queste violenze. Spero che questa sentenza possa riabilitarlo».

Giulio Isola, «La sentenza», “Avvenire”, 12 luglio 2001.