Per non dimenticare 4 – Marche, segnali di vita dai paesi

Marche

Casette in arrivo e negozi nei container: Muccia e Fiastra provano lentamente a rinascere

Antonio Salvucci gestisce un alimentari a Muccia, uno dei paesi del cratere maceratese più colpiti dal terremoto di 16 mesi fa. Poteva seguire l’esempio di tanti, che se ne sono andati. Invece, dopo che le scosse gli hanno azzerato il negozio, ha chiesto di rientrare e ora è un riferimento nel piccolo centro commerciale fatto di container ai quali il rivestimento in legno restituisce un minimo di dignità. Un piccolo segnale, in un quadro ancora desolante. Attorno crescono i villaggi delle Sae, «senza particolari polemiche – riconosce il sindaco Mario Baroni – perché pur con i tempi cui ci stiamo rassegnando, il lavoro appare ben fatto», ma la vita stenta a tornare. «Le casette stanno arrivando – commenta Antonio alle prese con alcuni clienti – ma basta guardarsi in giro e vedere il fumo delle canne fumarie: pochissime…» Gli chiediamo se possiamo dire che il paese da fantasma che era si sta rianimando: «È presto, la gente arriva qui dai paesi vicini come Pievebovigliana, perché attorno c’è ancor meno, ma la sera spariscono tutti. La gente ha un’età media di 70-75 anni, i giovani che potevano sono fuggiti, verso Foligno, ma più ancora verso Tolentino, perché, qui la superstrada ha più traffico verso la costa». Nonostante questa cornice, Antonio ha chiesto più spazio per il suo supermercato. Ringrazia di averlo, ma occorre ampliare la cella frigorifera, non adeguata al volume di lavoro che fortunatamente cresce.

A un quarto d’ora di strada, Fiastra, turisticamente conosciuta per il suo lago. Ottocento abitanti, l’80% sfollati. L’emblema del paese è il sindaco, Claudio Castelletti: nell’ultimo anno ha perso entrambi i genitori, è stato colpito da infarto, ma è lì, quasi sorridente, a governare il rientro dei suoi: «I giornali dicono che non si fa niente, che è tutto fermo… mi creda, non è vero. Venerdì prossimo consegniamo il quarto stock di casette, una ventina di unità, un centinaio di persone potranno tornare a casa. Così saranno rientrati tutti. E poter dire a distanza di un anno che la comunità si ricostituisce non è uno scherzo».

È rammaricato, il sindaco, per aver dovuto sacrificare i giardini comunali: «Non avevo altro posto per mettere i container ». Si parla del piccolo centro commerciale dove trova posto anche la Guardia medica, che in questi giorni offre un presidio h24 con un giovane medico, Mauro Foresi. «La gente, soprattutto romani che hanno o avevano la seconda casa, cominciano a tornare e qui si ricomincia a lavorare. Fino all’Epifania forniremo copertura completa di servizi».

Nella piazzetta, dominata al centro da un grande albero di Natale, c’è anche un ristorantino, nascosto in un container. In “sala” due ragazzi: anche loro potevano trovare altre soluzioni, hanno scelto di restare, anche se la precarietà qui è la parola d’ordine. «Nessun terremoto, confidano, potrà cancellare la bellezza e il fascino di questi posti e l’affetto di questa gente. Sono queste cose a darci forza per il futuro».

Vincenzo Varagona, «Marche, segnali di vita dai paesi», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 10.

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Per non dimenticare 3 – Terremotati: La vita nei prefabbricati. «Dio ci ridoni speranza»

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Le Messe celebrate in tenda, nelle scuole o in ex ristoranti. I parroci: in paese non si è spenta la voglia di rinascere. Da Ussita a Visso, locali e negozi provano a resistere

«Che Dio illumini la mente dei nostri governanti, perché facciano in fretta ad aiutare le popolazioni colpite, e mi auguro che le persone siano più vicine l’una all’altra. In paese non si è spenta la vita. Ma sempre prego Dio di donarci la speranza». Un desiderio ad alta voce quello del parroco di Montefortino don Giampiero Orsini, mentre la neve scende a imbiancare lentamente il Fermano. Non mollano nell’entroterra devastato dal terremoto, nonostante le grandi difficoltà nell’andare avanti giorno dopo giorno: si rimboccano le maniche, si mettono al lavoro. E sperano. «Le chiese sono inagibili – racconta don Orsini – . Celebriamo nel corridoio della scuola, domenica e festivi. Così è stato per la Messa di Natale e così sarà per Capodanno. Purtroppo non disponiamo di altri spazi. Neanche per celebrare i funerali. Bisogna andare ad Amandola o a Comunanza».

Vanno avanti con coraggio anche le attività di Montefortino: hanno riaperto dopo quasi un anno dal sisma, e adesso resistono la farmacia, la panetteria, la macelleria, la tabaccheria. Bar e ristorante hanno ripreso a funzionare in un prefabbricato.

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Poco distante, i quattro frati cappuccini del santuario di Madonna dell’Ambro vivono in un piccolo convento ad Amandola (quello del santuario è inagibile) e la Messa la celebrano in un ristorante in disuso, e prima ancora, la celebravano in un tendone. Ma una bella novità c’è. «A gennaio, secondo la Carifermo che finanzia interamente la riapertura della chiesa (non il convento annesso, ndr) inizieranno i lavori per ciò che concerne l’interno – spiega il rettore del santuario, Fra Gianfranco Priori –. Manca solo una firma da Sovrintendenza, Genio Civile, Comune e Parco dei Sibillini. L’importante adesso è ricominciare. Non viviamo solo di lavoro o di ricostruzione di pietre, ma di ristoro dello spirito. C’è bisogno di speranza, e di incontrarsi. Di una Madre che ci accoglie e ci fa ricomprendere la vita come amati da Dio, pur in questo momento così tragico per tutti i terremotati».

Si resiste, mentre la terra non smette di tremare: ci sono state altre scosse tra l’Umbria e le Marche nei giorni scorsi. «I parrocchiani sono parecchio giù di morale – precisa don Orsini – e purtroppo le casette, laddove arrivano, arrivano difettose. Una grande delusione. Per quanto i cittadini potranno resistere ancora?».

Nonostante tutto, nel Maceratese, a Ussita i negozi rivivono in casette di legno, fatta eccezione per il ristorante la “Mezza Luna” che non ha (quasi) mai chiuso e resta dov’era, e a Visso sono aperte le attività commerciali intorno al Laghetto. In occasione delle feste, il paese ospita una pista da ghiaccio che attira grandi e piccini. Un’allegria che per un qualche istante fa dimenticare i guai e strappa un sorriso.

Lì vicino, in una frazione, non molla la storica attività “Cappa salumi”, inaugurata nel 1906. I proprietari si sono reinventati, prima riaprendo in un furgone poi (da poco) in un prefabbricato. «Siamo ripartiti, mettendo soldi di tasca nostra – racconta Francesco Cappa, che tra l’altro ancora non ha ricevuto la casetta in legno dove abitare –. Speriamo arrivi un contributo per il negozio. La clientela abituale, quella composta da gente di passaggio che andava a godersi la montagna, ormai non c’è più, anche perché le strade sono chiuse, parzialmente o integralmente. Però lavoriamo molto con clienti di fuori, dalla Liguria alla Lombardia alla Toscana. In questo secondo Natale dopo il terremoto comunque non si può parlare di festa. Penso alla gente che è ancora lontana, che da oltre un anno vive in roulotte o negli alberghi sulla costa».

Anche a Visso resistono in molti: tabaccheria, alimentari, ferramenta, pasticceria. «Speriamo che il 2018 ci porti più sorrisi e meno lacrime» si augurano Agostino Puleio e Caterina, una coppia di Acquacanina che hanno appena avuto un bimbo: il travaglio per la donna è iniziato un giorno di quest’estate, quando si erano accampati in tenda nell’entroterra perché non ne potevano più di vivere in campeggio sulla costa, lontani da casa. Una corsa all’ospedale e alla fine tutto è andato bene. Hanno trascorso il Natale in camping per non lasciare soli quei pochi terremotati ancora sfollati al mare. «Abbiamo passato il 25 dicembre – dice Agostino – con il morale a terra. Il Natale per noi significa, oltre alla nascita di Nostro Signore, il periodo in cui tutta la famiglia si riunisce dopo tanto tempo che si è lontani dalle proprie abitazioni».

«Se il terremoto ha distrutto gli edifici, forte invece è la voglia di ritrovarsi assieme in famiglia, condividere le festività, recuperare la normalità. Se dovessimo chiedere un regalo di Natale – sottolinea Maria Teresa Nori, portavoce delle comunità di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera –. Siamo una comunità divisa dal terremoto, eppure decisa a lottare per riconquistare il valore vero della quotidianità».

Chiara Gabrielli, «La vita nei prefabbricati. “Dio ci ridoni speranza”. I terremotati: il 2018? Più sorrisi e meno lacrime», in “Avvenire”, sabato 30 dicembre 2017, p. 13.

Per non dimenticare 2/3 – Galleria stradale del San Gottardo: «Predisposte tutte le gallerie sotto le Alpi» – Un ufficiale: esistono cavità dove i guastatori possono mettere esplosivo

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Anche ponti e viadotti devono sottostare alle indicazioni degli ingegneri militari. Già in progettazione sono individuati i «punti di rottura»

I tunnel che corrono sotto le Alpi sono predisposti per essere minati. Non significa certo che ci sia dell’esplosivo nascosto sotto l’asfalto. Vuol dire che in caso di invasione – ipotesi sempre più improbabile, ma qui si parla di opere che sono state progettate in epoche diverse dalla nostra – poche mine ben piazzate avrebbero permesso di chiudere una troppo comoda via d’entrata nel Paese. Non c’è bisogno di andare a ritroso nella storia fino all’esempio di Pietro Micca che diede fuoco all’esplosivo in un camminamento sotterraneo e salvò così Torino da un’invasione. In fondo, solo pochi anni fa in Afghanistan le truppe dell’Alleanza del Nord sono rimaste separate (e ben protette) da un tunnel reso inagibile a suon di mine. E c’era un tunnel autostradale all’ingresso del Kosovo, sull’unica strada che univa Pristina alla Macedonia, che gli strateghi della Nato consideravano minato: quando nel 1999 le truppe di terra inglesi entrarono sul suolo ex jugoslavo ci vollero ore prima che gli speciali carri blindati chiamati «Mamba», di fabbricazione sudafricana, dessero il via libera al convoglio. Le mine inizialmente erano state piazzate, spiegarono poi gli specialisti della bonifica, ma per fortuna erano state eliminate.

Non c’è dunque da meravigliarsi: l’ottica militare è sempre entrata nella progettazione delle infrastrutture. Non è un’esclusiva della Svizzera, che pure aveva pianificato una difesa territoriale disseminata sul territorio. Anche l’Italia delle opere civili ha sempre tenuto in considerazione quello che suggerisce il genio militare. E quindi, per dirla chiaramente, i nostri tunnel transfrontalieri furono studiati perché diventassero, in una malaugurata situazione di guerra, strumenti di difesa. E non soltanto i trafori. Anche ponti e viadotti devono sottostare a delle indicazioni degli ingegneri militari. Accade da sempre.

«Nel caso dei tunnel, sia ferroviari sia stradali – spiega un alto ufficiale del Genio che preferisce mantenere l’anonimato – , esistono delle cavità, in gergo dette “fornelli”, dove facilmente i guastatori dell’esercito possono inserire potenti mine e così far precipitare tonnellate di roccia dall’alto». Lo stesso si può fare con i ponti: vengono già individuati in fase di progettazione i «punti di rottura», è sufficiente inserire l’esplosivo nelle cavità per rendere inutilizzabile un ponte per sempre. È un modo per proteggersi le spalle. Un tempo, quando i fiumi si attraversavano con ponti di barche, si sarebbe detto «tagliarsi dietro i ponti».

Eredità di un passato lontano, si dirà. Il primo traforo tra Francia e Italia, sotto il Moncenisio, risale al 1871. Da allora se ne sono viste fin troppe di guerre in Europa. Con la Caduta del Muro di Berlino, però, e il clima di pace che si respira oggi nell’Europa occidentale, sarebbe legittimo immaginare che certe preoccupazioni militari siano definitivamente morte. Errore.

Nel caso dei ponti di Messina, sogno proibito di tantissimi progettisti, qualche anno fa i detrattori parlavano di un «parere negativo espresso dall’autorità militare che vede una simile opera difficilmente difendibile» (interrogazione dei senatori Verdi Pieroni, Manconi, Boco e Athos De Luca nella scorsa legislatura). Ma c’era pure, all’opposto, un riferimento soddisfatto dei favorevoli: «Sarà un ponte a prova di terremoto ma anche di bomba atomica. Un ordigno nucleare che cadesse a soli 500 metri dal ponte non lo farebbe crollare. Anche i militari hanno voluto fare le loro prove generali e sono stati accontentati» (Aurelio Misiti in un’intervista del 1997).

Francesco Grignetti, «”Predisposte tutte le gallerie sotto le Alpi”. Un ufficiale: esistono cavità dove i guastatori possono mettere esplosivo», in “La Stampa”, sabato 27 ottobre 2001, p. 3.

Per non dimenticare 2/2 – Galleria stradale del San Gottardo: «Il tunnel del Gottardo è minato» – L’esercito svizzero ammette: ma non c’è stato pericolo

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Una struttura difensiva che risale all’epoca della guerra fredda gelosamente protetta dal segreto militare.

Il sindaco con i baffoni che spiovono dai suoi due metri, scappa via, vento che smuove i capelli radi: «Mi faccia un’altra domanda». E invece, sempre dietro, stessa domanda: ma è vero che la galleria del San Gottardo era minata? Che c’erano degli esplosivi nascosti dall’Esercito in alcune stanze segrete dei cunicoli di fuga, a pochi metri dall’incidente? È vero che questo tunnel era una struttura strategica anche in chiave militare? E lui, Mauro Chinotti, sindaco di Airolo, «mi faccia un’altra domanda, per favore», due metri di disagio, o magari di rabbia, occhiali sul naso, un piccolo esercito di vigili del fuoco che si muove attorno, i prati in faccia a questo budello aperto sulla costa della montagna con il suo carico di morti, di dispersi, di terrore. È vero che nessuno sapeva niente? È vero che nessuno dei soccorsi era stato allertato? Ci vorrà del tempo per sapere che è vero.

Ma il tempo lo regala la tenacia, e questa volta lo rafforza l’incredulità. Vero, tutto vero, c’erano le mine, nascoste dall’Esercito, perché questo tunnel in caso di guerra avrebbe dovuto saltare in aria. Segreto militare: così. quando i soccorsi sono cominciati non lo sapeva nessuno. Fino all’altra mattina. Morte e dolore. Continuano le ricerche. Riunione generale, polizia, vigili del fuoco, sindaco, giunta, squadre di volontari, ufficiali dell’Esercito arrivati da Berna. E un annuncio: guardate che un locale lungo il cunicolo di salvezza è pieno di esplosivi da utilizzare per far crollare l’accesso alla galleria in caso di guerra. Sguardi stralunati: ce lo dite adesso? Imbarazzo: tranquilli, non c’è pericolo. Davvero? Ma l’ingresso è abbastanza vicino al luogo dell’incidente. Segreto militare, segreto militare.

Finita la riunione, però, qualcuno si confida con il cronista di un giornale svizzero, «La Regione del Ticino». Alla faccia del segreto militare. Si tiene le mani nei capelli, bestemmia: «Ma ci credi che c’erano pure le mine dentro quel tunnel? E che ce l’hanno detto solo adesso? Ci credi che siamo andati dentro per salvare della gente e potevamo saltare tutti in aria come birilli solo perché nessuno ha voluto avvisarci che la prima cosa da fare era portare via quell’esplosivo?». Il cronista ci crede, ma gli sembra impossibile. Chiama il suo caporedattore, glielo racconta. Telefonano in giro. Solo smentite: «Ma date i numeri?». Forse, danno tutti i numeri. Il cronista torna dal suo uomo: mica hai capito male? Non stai esagerando? Risposta poco svizzera: «Ma vaffan…». La voce gira, come se fosse una barzelletta. Ci vuole tutto il tempo della tenacia, per ottenere dopo tante ore, la prima piccola ammissione indiretta. Romano Piazzini, comandante della Polizia cantonale: «In ogni caso durante le operazioni di soccorso tali strutture non hanno mai rappresentato un reale pericolo per le squadre di intervento». Ah sì? Ma certo, sì, e c’è persino che arriva a dare questa spiegazione comica: perché l’esplosivo, a contatto con il fuoco, non scoppia, ma brucia.

Fingiamo di crederci. Però, anche se fosse così, perché non intervenire lo stesso in una situazione estrema come quella di questi giorni? Possibile che anche nella pacifica Svizzera un segreto militare sia più importante di qualsiasi forma di sicurezza? Possibile. Così, ieri, a verificare la notizia, è una sequela di risposte come quella del sindaco, il due metri e uno spicchio Mauro Chinotti. Allora, proviamo a girarla diversamente. C’è qualcuno che può smentirla? Un colonnello: «No». Un vigile del fuoco: «No. Posso solo dirti che non possiamo parlarne». Perché? «Perché non riguarda noi». Cioè, siamo tornati da capo: segreto militare. Insistiamo. Solo una spiegazione off the records, niente nomi e cognomi, niente virgolette: fa parte di una di quelle strutture difensive ereditate dalla guerra fredda. Ponti e gallerie minate, che avrebbero dovuto saltare in aria quando un Paese nemico avesse occupato la Svizzera. Il Gottardo era considerato addirittura uno dei punti strategici più importanti: bloccato questo tunnel, Paese spaccato in due, comunicazioni spezzate.

Va bene, poco alla volta le ammissioni diventano risposte. Un altro racconta: «Questa galleria è stata addirittura costruita dai militari. I camminamenti di sicurezza, tutto. Qui mi ricordo che ci facevano esercitazioni, che ci passavano file di carri armati, che gli aerei atterravano sull’autostrada e poi li facevano entrare nel tunnel». Anche Antonio Perugini, il pm titolare dell’inchiesta sui morti nel tunnel, alla fine riconosce che questa è zona militare: ci sono delle caserme, «una caserma» dice, ci sono delle fortificazioni sopra la galleria verso il passo.

Tutto questo – ovviamente – non è una colpa. Quello che non riusciamo a capire è perché non lo sapesse nessuno, nemmeno mentre i camion continuavano a bruciare dentro e la gente a morire? Allora, è per questo che siamo alla stessa domanda, sempre quella, mentre il sindaco cerca di scappare via. È vero. È vero addirittura che nemmeno il sindaco di Airolo, il quale – fra l’altro – appena nominato assume automaticamente l’incarico di «capo dell’esercizio di manutenzione della galleria», era stato mai informato di queste mine, neppure a tragedia compiuta, neppure a ricerche avviate? Vero o no? Vero, vero. È per questo che lui dice sempre la stessa cosa: «Fatemi un’altra domanda».

E alle sette della sera dopo due giorni di martellamenti arriverà la conferma dall’Esercito. Vero, vero. «Si tratta di un’opera difensiva che non ha in nessun modo creato elemento di pericolo». Opera difensiva>? E che vuol dire? Il pubblico ministero Antonio Perugini, a disagio pure lui: «Mi scusi, neh. Io non sono tenuto a conoscere questi segreti militari». Giorgio Ortelli, vigile del fuoco, capo dei soccorsi: «Stop. Su questo non parlo». Un ufficiale: «Non per essere scortesi. Ma non possiamo dare spiegazioni. C’è solo una persona tenuta a parlare su questo argomento: Il colonnello Cadouff». Ah sì? E dov’è? «Via fino a lunedì».

Pierangelo Sapegno, «”Il tunnel del Gottardo è minato”. L’esercito svizzero ammette: ma non c’è stato pericolo», in “La Stampa”, sabato 27 ottobre 2001, p. 3.

Per non dimenticare 2/1 – Galleria stradale del San Gottardo: Undici i morti

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Su ciò che resta dei due mezzi che hanno causato il disastro sono crollati i blocchi di cemento armato. Le nervature di ferro che li reggevano sono state fuse dal calore che ha raggiunto i milleduecento gradi. Di traverso cinque auto. Si guarda negli abitacoli: sono tutti vuoti.

No, grazie al cielo non è un’ecatombe. Se ancora, nel tunnel del Gottardo, sotto il groviglio infernale di lamiere carbonizzate e macerie, si troveranno altri morti, dovrebbero essere pochi, molto pochi. Insomma, pur nella tragedia, la contabilità del disastro non raggiungerà vette d’orrore, i «cercatori di cadaveri» nella galleria si dicono ottimisti, addirittura sperano che il numero definitivo di vittime si fermi a quello sinora accertato: undici.

Dieci uomini e una donna. Di due non si è ancora scoperto come si chiamavano, di che nazionalità erano. Di un terzo, il conducente del Tir che ha innescato la sciagura, non è nemmeno stato trovato il corpo: quasi certamente è polverizzato in quell’ammasso informe di rottami che è il suo camion.

E i dispersi? Ieri sera erano 113, per la polizia si tratta «di viaggiatori che, per le svariate ragioni, non hanno dato notizie di sé. Che qualcuno sia dentro il traforo è improbabile».

La consolatoria notizia che nel ventre del Gottardo non è avvenuta una strage di dimensioni terrificanti arriva nel pomeriggio. Da poche ore i pompieri hanno finito di rendere esplorabili i 230 metri dell’apocalisse scesa nel tunnel mercoledì alle 9,44 quando due bisonti della strada si sono scontrati.

Incominciano, questi 230 metri, al chilometro uno dall’imbocco sud di Airolo. Sulla corsia di destra, lo scheletro annerito dal fuoco del Tir carico di gomme che era stato centrato in pieno dal camion che procedeva verso nord in contromano, e chissà per quale ragione (malore dell’autista? colpo di sonno? ubriachezza? guasto meccanico?). Di questo gigante, che pare portasse materiale meccanico, il rogo ha risparmiato solo le ruote posteriori e l’ultimo pezzo di cassone con il paraurti di ferro blu. Dalle fiamme s’è salvata la targa, tedesca. Su ciò che resta dei due bisonti sono piovuti dal soffitto quintali di cemento armato: i blocchi del rivestimento della volta. Sono crollati perché le nervature di ferro che li reggevano sono state fuse dal calore, 1200 gradi, e adesso s’intravvede l’azzurro del cielo: qua e là, il tetto è bucato da grandi occhiaie vuote, ognuna corrispondente al cedimento di un pezzo della soletta.

Sotto un blocco, in mezzo al metallo carbonizzato della cabina del Tir, ci dovrebbe essere la salma del camionista. «Impossibile pronosticare quanto ci vorrà per rimuovere le macerie» dicono i «cercatori di cadaveri», la cui alacrità è stata eccezionale. Armati di idranti e pale, appesantiti dalle bombole dei respiratori, in mezzo al fumo che aveva trasformato il traforo nella notte più fonda, tra i crolli dei quintali di cemento, dentro un calore infernale, combattuto con i cannoni d’acqua, sono riusciti a concludere a tempo di record il puntellamento della volta pericolante: operazione fondamentale per poter esplorare l’inferno.

A mezzogiorno, la temperatura oscilla tra i 13 e i 17 gradi e a mano a mano che procedi oltre il groviglio dei due Tir da cui s’è scatenato l’orrore, ti accoglie un lieve, acre odore. Gli ultimi refoli di quel fumo-assassino che ha ucciso. Ecco gli scheletri anneriti di altri cinque Tir, cabine e cassoni sfondati dalla caduta di pezzi del soffitto, accerchiati, semisepolti dalle macerie. Poi, messe di traverso, una è rovesciata sulla fiancata, cinque auto. Raggiere di rottami, qui le macerie sono cumuli, lì un tappeto di mattoni e fili di ferro. Su quella che era, o doveva essere, una Ford pencola una maglia di cavi che trattengono un blocco di soletta: il calore l’ha piegata a U, mandandola ad accarezzare il tettuccio della Ford, o presunta tale, sembra un gigantesco serpente che dall’alto, con slancio predatorio, s’è lanciato sulla vettura.

I «cercatori di cadaveri» guardano negli abitacoli semidistrutti, sono tutti vuoti. Dunque: chi era su questi veicoli o s’è salvato oppure, mentre correva verso la salvezza, è stato inseguito dal fumo killer, è morto asfissiato, il cemento della volta è diventato la sua tomba.

L’ottimismo della speranza, ovvero che sotto i detriti non ci siano salme, o ce ne siano due, tre, quattro al massimo, è stato così giustificato dal capo della polizia ticinese, Romano Piazzini: «Dei cinque Tir sappiamo che tre autisti si sono salvati. Uno, un lussemburghese, ha raggiunto la vicina porta che conduce alla galleria d’emergenza, ha detto che con lui l’hanno scampata altri due colleghi. Dei quali, uno, un francese, stamane s’è messo in contatto con noi».

E la sorte di coloro che erano sulle 5 auto? «Ripeto, le vetture sono state abbandonate. Auguriamoci che gli occupanti siano fuggiti attraverso le uscite di sicurezza (una ogni 250 metri)».

A differenza dei bisonti della strada, le macchine non sono state fuse dal calore, ugualmente sono ammassi informi, anneriti. Uno strato nero, spesso, unto, ancora maleodorante, macchia le pareti del tunnel ben oltre i 230 metri dell’apocalisse: è stato disegnato dal fumo che ha inseguito per chilometri gli automobilisti che, dopo aver fatto inversione a U, o a piedi, l’hanno scampata tornando verso l’imbocco nord di Goschenen.

Lunedì nella galleria entreranno i dieci tecnici del DVI (Disaster Victim Identification): esperti, appunto, nell’identificare i resti di chi è morto carbonizzato. La speranza è che abbiano poco o addirittura nulla da fare.

Claudio Gioacchino, «Gottardo, non è stata un’ecatombe. Viaggio con “i cercatori di morti” tra macerie e rottami», in “La Stampa”, sabato 27 ottobre 2001, p. 2.

Per non dimenticare 1 – Walter Tobagi

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La salma di Walter Tobagi, assassinato ieri dalle «Brigate rosse», da questo pomeriggio è composta in una camera ardente allestita nella sala intitolata a San Pio X in via Salari, a fianco alla chiesa parrocchiale frequentata dal giornalista e dalla sua famiglia.

I colleghi, la direzione, l’editore lo avrebbero voluto avere un’ultima volta accanto a loro, in una camera ardente al «Corriere della Sera», in via Solferino, ma la vedova ha preferito quella saletta raccolta: la «casa di Dio» ha detto.

Nella stessa chiesa, Maria Santissima del Rosario, saranno celebrati domani i funerali.

L’Arcivescovo di Milano, Mons. Carlo Maria Martini, che si trova a Roma per partecipare all’assemblea della conferenza episcopale italiana, ha inviato un telegramma al «Corriere della Sera» in cui dice: «La notizia del nuovo efferato delitto che ha stroncato la vita giovane e operosa di Walter Tobagi, mi ha raggiunto a Roma duranti i lavori dell’assemblea generale dell’episcopato italiano, mentre nella stessa città si spargeva la notizia di un altro atto terroristico. L’atto proditorio contro Tobagi, uccidendo un cittadino inerme e incolpevole, tenta di intimidire e soffocare la voce della stampa, garanzia del permanere delle libertà civili, democratiche. Esso riempie di sdegno ogni animo retto. Al dolore e alla riprovazione, il credente unisce le certezze della fede in una giustizia più alta e in una vita più vera, e implora dal Signore per i familiari straziati quel conforto che le parole umane non valgono a dare. A tutti gli operatori della pubblica informazione – in particolare a quelli del “Corriere della Sera” – che esercitano un’attività indispensabile e ormai divenuta rischiosa come non dovrebbe essere in una nazione civile, esprimo la mia solidarietà piena e sincera. Sulla nostra Milano, che ha visto troppe volte scorrere il sangue, su tutto il nostro popolo stanco, amareggiato, ma non arreso, invoco la protezione di Dio, unica fonte della nostra speranza».

Intanto, dopo le prime sommarie informazioni, gli inquirenti ricostruiscono con maggior precisione le fasi del mortale attentato. È stato accertato che il giornalista è stato colpito da cinque proiettili, alla schiena, alle spalle, ad una gamba e, infine, alla nuca. Sul posto sono stati rinvenuti due proiettili ed un bossolo, gli altri colpi esplosi dal terrorista sono evidentemente ritenuti nel corpo del giornalista. L’assassino, anche questo è confermato, era uno solo, col volto parzialmente coperto da un berretto.

Secondo la ricostruzione della Mobile, che non si discosta da quella iniziale, il «killer» è sceso, con un complice, alle spalle di Tobagi che stava percorrendo via Salaino, dalla «Peugeot 104» (targata MI 71261 F, rubata il 22 maggio scorso, e guidata da un terzo uomo. Il giovane ha superato a piedi il giornalista, si è accostato alla siepe della trattoria, ha atteso che Tobagi passasse, ed ha fatto fuoco.

Dall’altra parte della strada assisteva alla scena l’altro terrorista. Poi ambedue hanno fatto di corsa i venti metri che li separavano dalla «Peugeot» in attesa col terzo complice, e saliti a bordo si sono dileguati. Non prima, però, di aver provocato l’incidente con la «127» rossa, che presenta una vistosa ammaccatura sul frontale.

Mentre l’assassino, come detto, aveva il volto parzialmente coperto dal berretto, gli altri terroristi hanno agito a viso scoperto. Per questo alla DIGOS stanno tentando di tracciarne un «identikit». Ma l’impresa non si presenta facile, per la scarsità di indicazioni.

La moglie di Walter Tobagi, che lascia due figli di nove e tre anni Luca e Benedetta, è giunta pochi minuti dopo l’assassinio, ed ha visto il corpo del marito a terra. Con lei c’era la figlia. Insieme erano uscite di casa, un palazzo signorile in via Solari 2 all’angolo con via Montevideo, pochi minuti dopo il giornalista, che si era avviato lungo via Salaino per raggiungere il garage di via Valparaiso dove posteggiava abitualmente la sua utilitaria.

Sul luogo del delitto, si sono recati molti giornalisti del «Corriere della Sera», dal direttore Franco di Bella a quasi tutti i cronisti del quotidiano milanese. La maggior parte di loro piangeva, le manifestazioni di intensa commozione sono cessate solo dopo la partenza del furgone funebre del Comune che ha trasportato il cadavere di Tobagi all’obitorio verso le 12,30.

Walter Tobagi, che avantieri sera fino all’una aveva presieduto una assemblea sul segreto professionale dei giornalisti al «Circolo della stampa», era evidentemente «nel mirino» da tempo. Lo dimostra l’esecuzione del delitto, con un «killer» appostato in un punto dove l’inviato del «Corriere» era solito passare, e due complici ad attenderlo all’angolo della via, per la fuga lungo via Valparaiso, strada con scarso traffico.

Pochissimi i testimoni in grado di tracciare un «identikit» degli assassini: il conducente della «Fiat 127» che ha avuto l’incidente con la «Peugeot» dei terroristi in fuga, e sembra, una persona affacciatasi ad una finestra del palazzo posto proprio di fronte al punto dove Tobagi è stato ucciso. Ambedue sono stati portati in questura. Scarse indicazioni sono state fornite dal titolare e dai dipendenti della trattoria davanti alla quale è stramazzato Tobagi. In effetti ampie tende impediscono dall’interno la visione della strada. Chi si trovava in trattoria, comunque, ha confermato che a sparare è stato un giovane con un berretto calato sulla fronte, che avrebbe esploso un paio di colpi. In realtà questi sarebbero di più: sul corpo di Tobagi apparivano evidenti i fori di alcuni proiettili, uno dei quali ha colpito il giornalista alla nuca, quasi come se si fosse trattato di un colpo di grazia. Colpito alle spalle, Tobagi non ha avuto nemmeno il tempo di rendersi conto di quanto stava accadendo.

Il nome dell’inviato del «Corriere» – riferisce l’agenzia Italia – era stato trovato, tempo fa, in un elenco di nominativi di giornalisti stilato da terroristi. Successivamente gli era stata offerta una scorta, proposta poi caduta.

Le reazioni a caldo all’omicidio, tra i giornalisti presenti sul posto, erano improntate, oltre ovviamente a sgomento, anche ad una sorta di fatalismo. In effetti negli ultimi tempi era stata avvalorata l’ipotesi che i terroristi stessero preparando un attentato contro un noto giornalista della città. Infatti il 7 maggio era stato colpito Guido Passalacqua de «La Repubblica». Ieri Tobagi. Lo scorso mese un rapporto dei servizi di sicurezza, redatto sulla base di materiale sequestrato in un «covo», indicava tra i prossimi obiettivi dei terroristi, oltre ad alcuni agenti di custodia, anche un famoso giornalista «di un quotidiano milanese», che si era occupato ripetutamente di terrorismo. La notizia era stata pubblicata da un quotidiano di Torino.

Walter Tobagi era nato a Spoleto il 18 maggio 1947. Era iscritto all’albo di Milano dell’Ordine dei professionisti dal 7 luglio 1970. Dopo un’attività giovanile esplicata in giornali settimanali, agenzie e all’«Avanti», veniva assunto nel luglio 1969 presso la redazione dell’«Avvenire». Alcuni anni dopo passava al «Corriere d’Informazione» dove è rimasto sino al 1977.

Da quell’anno era inviato speciale presso il «Corriere della Sera»; attualmente stava svolgendo una serie di servizi nelle maggiori città italiane in funzione di sondaggio pre-elettorale delle varie situazioni nei diversi capoluoghi.

Avantieri, martedì, si era recato a Venezia da dove, dopo aver espletato la prima parte del suo incarico, era ripartito per essere a Milano in tempo utile per presiedere il convegno su «Fare cronaca fra segreto professionale e segreto istruttorio». Sedeva al tavolo della presidenza e si era limitato a fare un breve preambolo perché, ha dichiarato, preferiva lasciare spazio agli intervenuti che avevano la loro opinione da esprimere.

Tobagi, socialista, era diventato presidente dell’Associazione Lombardia Giornalisti nella primavera del 1978. Dopo il congresso di Pescara, nel corso del quale aveva presentato la nuova corrente di «Stampa democratica», al termine delle elezioni svoltesi nel 1979 era stato riconfermato presidente dell’Associazione.

«Noi avevamo molta cura e molto amore per Walter: era uno dei migliori elementi di cui poteva onorarsi il Corriere della Sera e il giornalismo. Era un giornalista eccellente e un uomo buono».

Sono parole del direttore del «Corriere della Sera» Franco Di Biella che si è incontrato con i giornalisti nel suo studio di via Solferino affiancato dal vice direttore Gaspare Barbiellini Amidei.

«Walter era già nell’elenco dei terroristi – ha affermato ancora Di Bella – come quelli che si sono occupati di terrorismo. Ci aveva chiesto ripetutamente negli ultimi tempi di non occuparsi più di terrorismo e noi avevamo cercato di accontentarlo in questo senso. Evidentemente aveva ricevuto minacce che forse il suo pudore così connaturato di persona riservata e schiva di esibizioni gli aveva fatto tenere per sé. E anche la moglie mi diceva stamattina – ha aggiunto Di Bella – che non gliene aveva parlato».

«Con me forse una volta, l’anno scorso, lo aveva fatto. So che poi con Gaspare Barbiellini Amidei si era confidato di questi suoi timori. Aveva la sensazione, forse più che la percezione precisa di essere nel mirino di giustizieri implacabili».

«Non è che Walter avesse dato nessun elemento né parlato di minacce precise – ha precisato immediatamente Barbiellini Amidei spiegando che si trattava piuttosto di sensazioni che ognuno di noi ha in questo reticolo mafioso del brigatismo e del terrorismo che ad un certo punto avviluppa chiunque se ne occupi a fondo».

«Mi aveva confidato – ha aggiunto il vice direttore – lo stato d’animo di chi ad un certo punto, a 33 anni, con due bambini, una moglie, un cuore pulito si sente a combattere contro dei fantasmi; quindi un desiderio di aria pulita, di aprire la finestra, di occuparsi di cose diverse, di giornalismo vero».

«Non si può parlare – secondo Barbiellini Amidei – di paura, ma piuttosto di un desiderio, avvertito profondamente da Tobagi, di ritornare alla normalità».

Tra le affermazioni rilasciate da Di Bella, la certezza che non si sia voluto colpire il giornalista Tobagi in se stesso ma l’Associazione lombarda dei giornalisti nella persona del suo presidente. Ciò non farebbe che proseguire, in pratica, lo stereotipo di Bachelet, colpito in quanto presidente del Consiglio superiore della Magistratura nella aberrante logica terroristica di «colpirne uno per educarne cento».

«Composta nella sua parrocchia la salma di Walter Tobagi», in “L’Osservatore Romano”, venerdì 30 maggio 1980, p. 8.