Pensieri spettinati 14 – Lo speciale contributo dei cattolici nella Grande Guerra. Il fuoco delle inutili stragi e i santi dimenticati

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Con il 2018 si è concluso il centenario della Grande Guerra. «L’inutile strage»: la definì così Benedetto XV.

Indiscutibilmente, rappresentò un bivio nella storia, materia che noi italiani amiamo poco anche quando trasforma radicalmente il nostro modo di vivere. Lo ha sottolineato il presidente Mattarella, nel tradizionale messaggio a reti unificate, rammentandoci che è «il centenario della vittoria», ma anche e soprattutto della «fine delle immani sofferenze provocate da quel conflitto».

Le patrie memorie non conservano molte vittorie da celebrare, e forse questa è la ragione per cui del 1915-18 ricordiamo Caporetto, le decimazioni, le cariche alla baionetta e i gas asfissianti, ma in genere assai meno il proclama del 4 novembre attribuito ad Armando Diaz.

Qualcuno sostiene che tanta freddezza dipenda dal fatto che non fu, almeno per noi italiani, il primo conflitto mondiale bensì la quarta guerra d’indipendenza, con la quale conquistammo Trento e le terre irredente. Sotto questa luce si capirebbe anche perché, nello story-telling ufficiale del ’15-18, esattamente come in quello che ha celebrato i 150 anni dell’Unità italiana, il ruolo dei cattolici tenda a scomparire, violentando, se non l’accuratezza storiografica, quell’afflato unitario, quella tensione civile, quella voglia e (visti i tempi che corrono) quel bisogno di essere patria che risuona ogni 31 dicembre nelle parole del primo cittadino della Repubblica e che è tornato con sobria pregnanza nel discorso di Sergio Mattarella.

Il presidente ha ricordato che un filo rosso lega i diciottenni di allora e quelli di oggi, i «ragazzi del ’99» che «vennero mandati in guerra, nelle trincee» e quelli che in marzo si recheranno per la prima volta alle urne. Questo filo rosso sangue – è il senso del richiamo presidenziale – ci lega tutti in un’unica trama di pace.

Cattolici e no, verrebbe da aggiungere. E infatti, oltre alle migliaia di anonimi credenti, sterminati nelle opposte trincee, la Grande Guerra ci regalò anche due santi, semidimenticati dalle commemorazioni ufficiali: il beato Carlo I d’Absburgo e san Riccardo Pampuri.

Il primo, successore dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe nel novembre del 1916, si adoperò per la fine della guerra, secondo la linea del Papa. Al termine del conflitto fu esiliato e morì povero. Il secondo, prima di diventare frate nell’Ordine dei Fatebenefratelli e vivere una vita di servizio ai malati, divenne un eroe salvando un ospedale da campo del Regio esercito. Trascinò il materiale sanitario indispensabile per curare i feriti sotto ventiquattr’ore di pioggia battente, rimediando una pleurite e una medaglia di bronzo al valore militare; l’unica, a quel che si sa, che fu appuntata sul petto di un santo.

In quegli anni nemmeno le virtù dei santi bastarono a evitare che il mondo civile si riducesse, come paventava il Papa, «a un campo di morte». Tuttavia, dopo di allora, i cattolici continuarono e tuttora continuano ad adoperarsi sui diversi teatri di guerra perché, come chiedeva Benedetto XV, «sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto».

L’appello resta attuale, mentre il mondo vive una terza guerra mondiale “combattuta a pezzi”, come ha denunciato papa Francesco, nella quale i cattolici ingaggiano una loro battaglia tesa a far prevalere il diritto dell’umanità a sopravvivere. Lo fanno salvando naufraghi e partendo missionari, distribuendo pasti caldi e suturando ferite. Con la divisa e sotto le bandiere delle Ong. Spesso, con ospedali da campo improvvisati, rischiando la vita. Non sempre ricevono una medaglia, anzi, questo genere di eroismo non viene mai citato nei libri di storia. Al massimo, lo trovate in qualche nota a margine.

Paolo Viana, «Lo speciale contributo dei cattolici nella Grande Guerra. Il fuoco delle inutili stragi e i santi dimenticati», in “Avvenire”, giovedì 4 gennaio 2018, p. 2.

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Pensieri spettinati 13 – Perle e burle: «il divino Spinoza» e la (speciale) «company» del Papa

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Perla di Capodanno: ultimo “botto” dopo mezzanotte. Su “L’Espresso” (31/12, p. 110) Bernardo Valli: «La Luce di Spinoza illumina il futuro» . Dopo tante pagine deludenti tra il vuoto e lo scontato il richiamo alla lezione filosofica del grande Baruch che – scrive Valli – «riconcilia l’umanità impaurita con la ragione e la natura ». Bella pagina! Per me, e credo per tanti, senza la rivelazione ebraica e cristiana la “lezione” di Spinoza sarebbe la più persuasiva.

Ma ci sono anche burle: ieri su “Repubblica” due intere pagine (32-33): «Le relazioni pericolose tra Dio e il Diavolo». Alberto Manguel, che pure risulta allievo del grande Borges, ragiona sulla realtà del Maligno nella storia delle lettere, e tu ti sforzi di capire il contenuto delle ben sette colonne fitte, ma arriva l’effetto-elastico: stringi e ti pare di andare avanti, lasci e tutto torna indietro. Resta quasi niente!

È libertà, come lo è sempre ieri sul “Fatto” (p. 7 intera) la riflessione di Roberto Faenza su «Roma spelacchiata da 60 anni (almeno)». Io, essendo a Roma «da 60 anni (almeno) », tra le tante cose pensate e scritte da Faenza trovo che il tutto o quasi ricicla un pensiero – meglio: un’opinione – di Marco D’Eramo pubblicata su “New Left Review”: «Il Vaticano è la company di cui Roma è la town», che però di “nuovo” ha proprio niente, e da cui risulterebbe che tutto il vero “spelacchiamento” si riduce al danno apportato a Roma dalla «presenza pervasiva del Vaticano, il vero dominus di Roma», con elenco unilaterale dei presunti “mali di Roma”.

Che dire? Niente, salvo chiedere a Faenza e amici cosa sarebbe Roma, oggi, se da duemila anni non ci fosse la realtà vera e molteplice della presenza del Successore di Pietro o, se si vuole, del Vaticano. Attendiamo il prossimo numero di “New Left Revue”, o anche del “Fatto Quotidiano”?

Gianni Gennari, «Perle e burle: “il divino Spinoza” e la (speciale) “company” del Papa», in “Avvenire”, giovedì 4 gennaio 2018, p. 2.

Pensieri spettinati 12 – Dal profano al sacro, quattro clic sull’Epifania

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Ieri non ho potuto far altro che interrogare i miei robot intorno all’Epifania. Ho trovato una quantità di commenti alla narrazione dal Vangelo di Matteo, sulla quale la Rete è effettivamente prodiga di prospettive. E anche diverse storie della Befana, scoprendo che, ora che ha perduto la gara di popolarità con Babbo Natale e lavora quasi solo per i bambini poveri o ammalati, la vecchietta volante mi è più simpatica di una volta. Tra quello che non era né Vangelo né fiaba segnalo, in rapida successione dal profano al sacro, quattro clic.

Il primo è sulla relativa puntata, per nulla divertente, della saga pubblicitaria che un sito immobiliare ha costruito sulla Natività, puntando un po’ sulla tv e molto su Facebook (tinyurl.com/yac5pvkx): i Magi arrivano anche qui, ma portano troppa mirra, per cui servirà che la nuova casa abbia la cantina.

Il secondo è sulla settimanale vignetta di Gioba (tinyurl.com/y9dfq5u5), che, come lui sa fare, pizzica l’attualità immaginando che, da quest’anno, siano obbligatori per l’incenso e la mirra i “sacchetti ecologici”, a spese naturalmente della Famiglia destinataria.

Il terzo è sul sito di Mondo e missione (tinyurl.com/ydg6lgkb), dove Giorgio Bernardelli racconta, con efficace attualizzazione, che «i popoli giunti da lontano guidati da una stella oggi in Terra Santa hanno il volto dei figli degli immigrati», bambini asiatici e africani, nell’indifferenza di israeliani e palestinesi.

Il quarto è sul profilo Facebook di Assunta Steccanella (tinyurl.com/ycax2rkx): ci propone una poesia di Rostand che coglie i Magi nel momento in cui «perdettero la stella» per «averla troppo a lungo fissata», immaginando che la ritrovino grazie a un semplice gesto di servizio del «povero re nero, disprezzato dagli altri». E ci lascia tanto da meditare.

Guido Mocellin, «Dal profano al sacro, quattro clic sull’Epifania», in “Avvenire”, domenica 7 gennaio 2018, p. 2.

Pensieri spettinati 11 – Le tante parole d’augurio e ciò che ha valore

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Le montagne di auguri che ci siamo scambiati sono aria fritta? Pura retorica? Belle parole ma del tutto impotenti dinanzi al destino di ciascuno? Gli auguri di belle cose che hanno girato ovunque replicati, che ci han raggiunto in tutti i modi, a voce, in rete, sui social, e persino nelle pubblicità sono parole in fondo in fondo inutili, prive di potere? Questo mi domandavo, nei giorni scorsi, vedendo con quanta facilità e anche con quale spiegamento di mezzi di comunicazione ci circondavano questi “auguri”.

La parola “augurio” – antichissima – viene dall’arte divinatoria dei popoli italici preromani. Indicava la capacità di profetizzare, di vedere qualcosa nel futuro mediante la lettura di segni: nel fuoco, nelle foglie, nei voli degli uccelli. Ora invece questi auguri spesso veloci, carini per carità, ma, tranne rari casi, meditati il giusto, non hanno più tale pretesa divinatoria, non sono profezia. Bensì una sorta di ottimismo dispensato a basso costo.

Eppure ognuno di noi, soprattutto guardando certi occhi o scrivendo a certe persone voleva davvero dire qualcosa che vale, profetizzare, vedere solo qualcosa di buono nel futuro di quel ragazzino, di quella ragazzina, di quel malato, di quella persona cara da tanto tempo. Auguri intensi davvero, non semplice ottimismo, ma quasi violentissima speranza: che i tuoi giorni siano pieni di bene, che tu non soffra troppo, che tu non ti perda nel bosco degli anni, che la tua anima sia lieve.

Tra l’ottimismo e la speranza ci sono alcune differenze. Specialmente in un epoca di crisi è meglio averle chiare. Di fronte alle prove, infatti, l’ottimismo è come un bambino che vuol fare il grande, somiglia a quei piccoli uomini che in certe commedie si mettono a dare pugni a dei colossi grandi il triplo. Le parole d’ordine dell’ottimista sono: “non mollare mai”, oppure “pensa positivo”, tutte cose giuste e utili in un certo senso e fino a un certo punto. Di fronte ai problemi essere ottimisti è più ragionevole, anche la più ardua delle ricerche scientifiche si muove con una ipotesi positiva a riguardo di una soluzione, cioè è ottimista.

Ma la speranza è invece una bambina più folle e più scaltra. Non si mette a menar colpi e basta. Specie quando il nemico, il dolore o la crisi, insomma quando la disperazione si fa grande, non perde tempo in una boxe inutile. Mira a un bersaglio più grosso. Alla vittoria definitiva. Che non si realizza solo – vertice della speranza – oltre il tempo che conosciamo, ma già ora è il sabotaggio della disperazione.

Infatti, la speranza, bambina meravigliosa, ha gli occhi fissi su un bene che nessun dolore e nessuna prova possono rubare. La speranza punta sulla verità più profonda dell’essere umano. Non punta, come il piccolo pugnace ottimismo solo sulle proprie forze per evitare il peggio. Ma sulla verità, l’unica cosa che rende liberi e non solo dai tiranni della storia, bensì dal peggior tiranno che vuol conquistare il nostro cuore: la disperazione. Lei, bambina, fa leva sul tesoro e sulla vera energia che nessuno può rubare. Così l’augurio riguarda la certezza che – qualunque prova si attraversi – tale tesoro può splendere in un punto del cuore: «Tu sei voluto dal profondo dei cieli, e dunque il tuo valore è infinito».

La speranza infatti è mossa dalla certezza, dall’aver visto, come un augure antico, i segni di quel bene, di quell’essere voluti. Che tali segni tu possa sempre vedere, dice l’augurio della speranza. Impegnandosi a non cessare di vederli, leggerli, mostrarli.

Davide Rondoni, «Le tante parole d’augurio e ciò che ha valore. Non per ottimismo ma per vera speranza», in “Avvenire” giovedì 3 gennaio 2019, p. 3.

Pensieri spettinati 10 – I pranzi per i poveri nelle chiese: la discussione e la sua parodia

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Per l’ultimo intervento dell’anno il blog antimoderno “Chiesa e postconcilio” – con un post redazionale – e il blog d’autore collettivo “Vino Nuovo” – con la firma di Fabio Colagrande – hanno scelto lo stesso argomento: la prassi, in occasioni particolari, di ospitare nelle aule liturgiche pranzi o cene offerti dalle istituzioni ecclesiali a persone in situazione di bisogno; ai poveri, per dirla con il Vangelo. Sarà stata sicuramente una coincidenza, ma merita di essere sottolineata. In effetti fotografa due modi assai diversi di contribuire alla costruzione dell’opinione pubblica nella Chiesa.

Nel primo caso ( tinyurl.com/y9fvqk4o ) l’oggetto è il fatto in sé. Per dire tutta la propria contrarietà a esso si parte da una dotta citazione di storia antica, utile a nutrire la vis polemica contro ciò che viene classificato come un aspetto del «modernismo». Il post sfocia in una vera e propria invettiva, rivolta peraltro non contro l’esercizio della carità in sé, bensì contro chi non si preoccuperebbe più di tenere il «sacro» separato dal «profano».

Nel secondo caso ( tinyurl.com/y7264jrx ) l’oggetto non è il fatto, che fa da pretesto, ma le infinite discussioni che, nella babele comunicativa contemporanea, esso è capace di alimentare. La parodia, impreziosita dall’invenzione di nomi propri tutti «gastronomici» e/o «ittici», ritrae, assieme al soggetto (in questo caso la diocesi di Salmone) organizzatore del «cenone dei poveri», tanto una voce assimilabile all’area antimoderna, quanto «altri fronti», dalla galassia laicista e agnostica a nicchie «diversamente credenti».

Essa non sarà piaciuta, immagino, ai radicali di entrambi i poli: non solo quello contrario a questa prassi, del quale ho riportato una voce, ma anche quello favorevole, al quale non si risparmia una piccola quota di presa in giro. Ma il fine mi pare altro: suggerire un po’ di continenza verbale a chi, specie sui social network, specie se riveste un minimo ruolo pubblico, prende la parola, più o meno strumentalmente, su tutto.

Guido Mocellin, «I pranzi per i poveri nelle chiese: la discussione e la sua parodia», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 2.

Pensieri spettinati 9 – Cerchiamo un rapporto che ridia gusto e colore alle nostre giornate

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L’anno che inizia, a leggere i giornali di ieri, è cadenzato dai buoni propositi. E subito a leggere paginate su come mantenerli, per creare quella che sarebbe una routine virtuosa. C’è dunque il consiglio più gettonato, che è quello di staccarsi dagli smartphone perché hanno l’effetto di isolarci (e pensare che li chiamiamo “social”) e quello, immancabile, per recuperare la forma fisica dopo le feste. A inizio anno è naturale proporsi obiettivi, che tuttavia – dicono sempre i giornali – difficilmente si realizzeranno, salvo accettare un consiglio aureo: si cerchino gruppi di sostegno perché da soli è improbabile.

Detto questo c’è da aspettarsi il prossimo articolo, per dirci che il segreto di tutto starebbe nei conventi. Il primo giorno dell’anno sono stato nel monastero dei santi Pietro e Paolo di Buccinasco, detto della Cascinazza, dove producono una birra buonissima. Monastero dove aveva trovato riposo un grande artista come Bill Congdon, che aveva dato colore alle giornate grigie ammantate dalla nebbia padana. Quella vita in silenzio, accanto ai monaci, aveva dato significato all’aurora e al tramonto, alla nebbia e al sole. Ma senza quella compagnia umana che seguiva una regola (e che ancora la segue, con 21 membri che applicano l’ora et labora), tutto sarebbe rimasto come si vede: freddo, uggioso. Nessun proposito riesce se non si sta davanti a qualcosa e a qualcuno.

Anche la mia amica Agnese Spreafico, che a Oggiono prepara un prosciutto leggendario, non avrebbe ritrovato la forma fisica se non avesse creato un gruppo di amiche che tutte le mattine si ritrova a camminare. E mentre cammini vedi il Resegone, che si staglia maestoso davanti ai tuoi occhi. Ed è una sorpresa di cui forse non t’eri mai accorta e ti fa dire “com’è bello il mondo e come grande Dio”, frase della mamma di don Giussani, quando all’aurora andava a messa col suo bambino, nella Brianza di Desio, su cui si affacciava la stella del mattino.

L’appello di gusto di questo inizio 2018 è allora questo: un rapporto che non ci faccia sentire soli; un rapporto che ridia gusto e colore alle nostre giornate. Perché la ripresa che auspichiamo non è solo appannaggio della politica, ma di tante vite coscienti che, ogni istante, hanno un valore.

L’altro tormentone di inizio anno è l’arrivo degli insetti da cibo. Sarà il futuro ? Si, no, forse. È da incorniciare l’articolo di ieri di Nicoletta Martinelli sulla terza pagina di questo giornale. Se resterà una moda avrà vita breve, se invece diventerà conveniente, sarà convincente. I propositi si realizzano se convengono, ma perché questa convenienza diventi coscienza c’è una sola strada: una comunità in cui vivere la contemporaneità. Perché da soli possiamo solo vivere la suggestione offerta dai social. Che di fatto ci fanno restare single.

Paolo Massobrio, «Cerchiamo un rapporto che ridia gusto e colore alle nostre giornate», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 10.

Pensieri spettinati 8 – Henry van Dike, A Natale

Buon Natale

Siete disposti a dimenticare quel che avete fatto per gli altri
e a ricordare quel che gli altri hanno fatto per voi?
A ignorare quel che il mondo vi deve
e a pensare a ciò che voi dovete al mondo?

 

A mettere i vostri diritti in fondo al quadro,
i vostri doveri nel mezzo
e la possibilità di fare un po’ di più del vostro
dovere in primo piano?

 

Ad accorgervi che i vostri simili esistono come voi,
e a cercare di guardare dietro i volti per vedere il cuore ?
A capire che probabilmente la sola ragione
della vostra esistenza non è
ciò che voi avrete dalla Vita,
ma ciò che darete alla Vita?

 

A non lamentarvi per come va l’universo
e a cercare intorno a voi
un luogo in cui potrete seminare
qualche granello di felicità?

 

Siete disposti a fare queste cose
sia pure per un giorno solo?

Allora per voi Natale durerà per tutto l’anno.