Pensieri spettinati 28 – A tavola non si parla di politica. È bon ton

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A tavola non si parla di politica. È una regola del bon ton, che tuttavia ha fatto fatica ad essere rispettata, ancor più nell’ultimo giorno dell’anno passato, dove le cronache parlavano insistentemente della legge di bilancio approvata in extremis. E la coralità dei commenti sembra sia stata diretta a sfrucugliare sui benefici per i microbirrifici e sull’Iva ridotta ai raccoglitori di tartufi.

Vabbè… C’è poi il discorso del capo dello Stato, che è sceso nel bel mezzo del cenone di Capodanno. Ed è stato quanto mai appropriato, visto che ha voluto mettere in rilievo il senso di comunità, che poi significa la mutua attenzione verso tutte le fasce di una popolazione: dai giovani agli anziani. Mattarella, all’inizio e alla fine, ha posto l’accento su una questione rilevante come l’unità del Paese, di cui è garante, e sul sogno di un futuro positivo, ricordando che sogni e speranze non possono essere relegati nei confini dell’infanzia (della serie: «Se non ritornerete come bambini…»). Ma non sono mancati cenni ed anche esempi vissuti di solidarietà, che han fatto parte del completamento di quel discorso sul senso di una comunità.

E qui la lettura maliziosa fa subito pensare alla mannaia sul non profit... (Ehi, non si parla di politica a tavola!). Ancor più quando Mattarella ha invitato ad un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento appena firmato.

La sera a cena, sulla mia tavola con familiari e amici di sempre c’era un pane buonissimo, prodotto da un’impresa sociale di Padova, Sobon, che mi ha colpito per lo slogan con cui son soliti presentarsi: “La fragilità produce qualità”. Sembrava la sintesi del discorso di Mattarella: si può partire da una situazione fragile, se come meta si ha un obiettivo buono. Buono come il pane, buono come quella tavola italiana che è luogo del sentirsi insieme, «del pensarsi una comunità che vuole costruire un futuro comune».

Tutto questo lo abbiamo sotto gli occhi quasi tutti i giorni, anche se non ce ne accorgiamo. È nel Dna del nostro Paese, ma poi la si butta subito in polemica. E non dico “politica” perché purtroppo questa parola non sembra più essere qualcosa che ci riguarda da protagonisti.

Pensando a quel pane di timilia, grano siciliano dal sapore pronunciato, ho capito allora perché non bisognava parlare di politica a tavola. La politica bisogna viverla, magari cominciando dallo stupore per un pane buono che puoi sempre condividere con qualcuno. Un pane dietro cui c’è quella vita del fare, più che del pensare, che può essere lo scatto di un anno diverso.

Paolo Massobrio, «A tavola non si parla di politica È bon ton», in “Avvenire”, giovedì 3 gennaio 2019, p. 11.

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Pensieri spettinati 27 – Annunci squillanti eppure fragili e malumori da «indignati speciali»

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Giornalismi. «Thriller nella Santa Sede» (“Il Giornale”, 3/1, p. 21). L’annuncio è squillante. Si tratterebbe di un libro ove tra romanzo e storia leggi che «Gregorio XVI era rimasto travolto… all’epoca di Napoleone» e «fin da subito» perché «aveva assistito alla secolarizzazione dei beni della Chiesa» attuata da Napoleone, che per la Santa Sede produsse «un debito enorme».

Ci sarà stato o meno, questo debito? Quello che è certo è che Gregorio XVI divenne Papa più di 20 anni “dopo” la sconfitta e 15 anni “dopo” la morte di Napoleone. Qualcosa non fila nella credibilità del “thriller”, e nella ricerca degli affollatissimi, da Gide in poi, “Sotterranei” del Vaticano… E come per caso stesso giornale, pagina precedente (20) leggi questa frase: «Dopo un libro tale non resta altro all’Autore che scegliere tra la canna della pistola e i piedi della Croce». Applicazione troppo severa, ma con qualche fondamento.

C’è altro? Ieri su “Libero” (pp. 1 e 13: «Quelli che pregano per andare all’Inferno»!) il direttore non responsabile Vittorio Feltri è indignato. Ha letto che Igor, il celebre feroce assassino catturato di recente in Spagna, passa il suo tempo a leggere la Bibbia, e poi che una celebre attrice dei decenni scorsi ora vorrebbe ritirarsi in convento.

Che dire? A ciascuno le sue indignazioni, ma forse nell’occasione vengono bene due citazioni illustri. La prima mi pare di sant’Agostino, e la ricordo a memoria: «Sono diventato per me una grande domanda e un inestricabile intreccio». La seconda, nel Vangelo, ha un Autore più illustre: «Non giudicate, e non sarete giudicati!». Tenerne conto farebbe bene a tutti, credenti o meno che si sia…

Con simpatia: a giornalisti e uomini di cultura servirebbe a risparmiare indignazioni che rivelano soltanto la necessità di riempire le pagine. Un po’ di riposo!

Gianni Gennari, «Annunci squillanti eppure fragili e malumori da “indignati speciali”», in “Avvenire”, sabato 6 gennaio 2018, p. 2.

Pensieri spettinati 26 – I nodi stretti

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Lo so che ormai i test Invalsi per la valutazione delle competenze raggiunte o mancate dai nostri studenti sono passati agli atti e chi, come me, nutre ancora qualche perplessità al riguardo, viene accusato di demagogia: si fa presto a ricevere gli applausi di fronte a un pubblico di docenti che rifiuta i test in stile quiz della patente, specie se rivolti a saggiare le conoscenze umanistiche.

Resto convinto che il tema della «qualità scolastica» non possa essere rimosso: ma si tratta di una questione troppo complessa per venire risolta così. Dovremmo riuscire a trovare uno strumento più sofisticato di quello che in fondo ci stanno consegnando i burocrati di Maastricht. Proprio noi, che abbiamo inventato lo spirito critico e il Rinascimento, abbiamo il dovere di escogitare un modello diverso.

Per verificare le conoscenze acquisite dobbiamo tenere presenti i livelli di partenza, sia degli studenti, sia dei docenti; considerare gli ambienti in cui è avvenuta l’azione didattica; sapere che esistono tempi e forme diverse dell’apprendimento. E poi bisogna sciogliere un altro nodo ancora più stretto: oggi il concetto stesso di esperienza non corrisponde a quello di dieci anni fa. Stiamo vivendo la rivoluzione digitale. Che ha cambiato il nostro modo di leggere, pensare e scrivere.

Eraldo Affinati, «I nodi stretti», in “Avvenire”, sabato 13 gennaio 2018, p. 1.

Pensieri spettinati 25 – Dare tutto

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Perché alcune persone che incontriamo, per scelta o per necessità, restano incise dentro di noi e altre svaniscono subito? Delle prime, lo sappiamo, siamo il frutto ma forse rechiamo in viso anche il segno delle seconde che pure avevamo ingenuamente creduto di scartare.

Quale senso dobbiamo attribuire agli incontri umani? Vanno considerati una conseguenza del caso o appartengono a un disegno nascosto che stentiamo a comprendere? E soprattutto: a cosa servono?

Sin da ragazzo queste domande mi hanno interpellato. Ancora adesso non potrei dire di essere convinto delle risposte che mi sono dato. Tuttavia, pur restando disponibile a ulteriori spiegazioni, qualche idea me la sono fatta.

Sono portato a credere che certe emozioni non scaturiscono solo dall’esperienza diretta. È come se ognuno di noi fosse incline a vivere un’esistenza piuttosto che un’altra: ciò non significa rinunciare a pensare di poter essere questo invece di quello. C’è sempre la possibilità di incidere nella realtà. Abbiamo tutti un margine di azione per diventare quello che non siamo. Meglio usare le risorse anche piccole di cui disponiamo piuttosto che lasciarle inutilizzate. Qualsiasi tesoro avvizzisce. Gli spazi del salvadanaio sono asfittici. È preferibile non conservare niente. Dare via tutto. Restare con le tasche vuote.

Eraldo Affinati, «Dare tutto», in “Avvenire”, mercoledì 10 gennaio 2018, p. 1.

Pensieri spettinati 24 – «Pulpiti»: tra urne e chiese indignazione e annunci

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Grido di vittoria in pagina, soddisfazione quasi adolescenziale: come un «Tana libera tutti!» Su “Libero” (4/1, p. 1 e interno) Filippo Facci esulta così: «La gente diserta le urne e le chiese». Con rilancio immediato: “Politica e religione hanno stufato”! Ha fatto “tana”, lui, ed esordisce così: «L’espressione “da quale pulpito” è di provenienza porporale».

Leggi e trovi che quel «porporale» è un ghiribizzo di fantasia e non esiste in lingua, ma è il meno.

Il più è che per lui «la Chiesa è tornata a essere le Chiesa dei vescovi. In sostanza (…) ora si è messa a promuovere una campagna contro l’astensionismo dal voto». Segue elenco dei “promotori” della “campagna”: «il vescovo Oscar Cantoni, “L’Osservatore Romano”» e, a sorpresa «il presidente della Repubblica» cui segue ovviamente questo giornale che ha ripreso le parole di ambedue.

E a questo punto torna la domanda d’inizio: «Da quale pulpito?», con risposta solo da quello suo, di Facci che ci informa: «Si è raggiunto il vertice dell’astensione degli italiani dalle chiese che ormai sono vuote»! Non basta, l’informazione va ben oltre e Facci ci fa sapere che «Papa Francesco è senz’altro il pontefice meno carismatico della Storia» (sic!).

Qui sarebbe utile avere la nozione di carisma valida per Facci, e anche di “Storia”, ma sorvoliamo. Lui si è sfogato dal suo pulpito, offrendo tutto lo scaricabile della sua indignazione. Riposo!

È libertà, ovviamente. Con un avvertimento: non si ripeta, anzi non si rilegga. Di «porporale», nel senso ovvio di tendente al rosso, nel suo sfogo troverebbe a sorpresa il rischio di dover vedere un po’ del rosso che si addice alla verecondia e, all’occorrenza, anche un pizzico di pudore offeso. Chi scrive, qui, ha da sempre molta simpatia per i “Gian Burrasca”, ma quando si parla e straparla da un proprio «pulpito», per quanto “Libero”, non è il caso di montarsi la testa…

Gianni Gennari, «”Pulpiti”: tra urne e chiese indignazione e annunci», in “Avvenire”, martedì 9 gennaio 2018, p. 2.

Pensieri spettinati 23 – A cosa serve sapere

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Nel giorno dell’Epifania riporto una delle riflessioni più provocatorie di don Lorenzo Milani, tante volte citata e spesso strumentalizzata. La troviamo in Lettera a una professoressa, frutto, come sappiamo, della scrittura collettiva, cioè un testo composto insieme agli scolari di Barbiana. C’era una compagna che «studiava per amore allo studio. Leggeva dei bei libri. Si chiudeva in camera a ascoltare Bach». Voi direte: che brava ragazza! E invece la sua era, secondo il priore, «la più brutta tentazione». E perché mai, d’istinto commenteremmo noi? Così prosegue l’antico signorino cresciuto negli agi e morto a fianco dei più poveri: «Il sapere serve solo per darlo». Come dire: se le tue conoscenze, le tue lungimiranze, le tue erudizioni, le tue scienze, restano dentro di te, non serviranno a niente.

Tuttavia è la battuta finale quella che davvero lascia il segno: «Dicesi maestro chi non ha nessun interesse culturale quando è solo». Sembra un estremismo concettuale, ma in fondo cosa fanno i Re Magi nel racconto di Matteo seguendo la stella? Mettono in relazione pensiero e azione. Non si accontentano delle carte. Vanno sul posto. Rinnovano l’esperienza. Regalano i tesori. Escono dallo studiolo. Promulgano la loro straordinaria scoperta all’umanità. Per questo vengono premiati.

Eraldo Affinati, «A cosa serve sapere», in “Avvenire”, sabato 6 gennaio 2018, p. 1.

Pensieri spettinati 22 – Restiamo umani. Dio-Bambino, computer, vulnerabilità

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E così abbiamo un “baco” nel processore (o forse più di uno, non chiedete a me). Non abbiamo neanche fatto in tempo a mettere i Magi nel Presepe. (Perché noi ce l’abbiamo messi, vero? Con rispetto di tutti, s’intende, e con buona pace di quelli che scrivono “Merry XXXmas” e cantano “Bambino Perù”. I Popoli della terra, che sono fatti di uomini, donne e bambini, sono solo commossi allo spettacolo di un Dio-Bambino, con un papà e una mamma senza dimora, che porta una benedizione buona per tutte le case del mondo. Non si dimenticheranno il suo vero Nome, non snobberanno la sua visita gentile. Non l’hanno mai visto un Dio così gentile).

La notizia che oscura la festa, in ogni caso, è questa. Gli omini in camice bianco sono al lavoro intorno al varco che si è aperto nelle difese immunitarie di milioni di neuroni artificiali, ai quali ormai affidiamo spensieratamente le parti connesse della nostro sistema circolatorio artificiale. Una “influenza” tecnologica parallela a quella biologica, insomma (anche se la notizia di allarme è piuttosto tardiva e reticente, per ragioni che qualcuno trova anche sospette). D’altronde, il nostro mondo digitale, o virtuale, che dir si voglia, è sempre più nominato come un mondo parallelo (finirà per convincersene lui stesso, come nei film). Ha funzioni che raddoppiano le nostre: intelligenza artificiale, apparati sensori, persino passaggi di generazione. E si prende anche i virus, con periodiche ricorrenze di vere e proprie epidemie. Il pericolo, questa volta, sembra ancora virtuale (appunto!). Ma gli esperti ci hanno già spiegato che, se anche il nostro tecno-plasma parallelo (computer, tablet, telefoni e quant’altro) avesse subito l’attacco di un virus, non lo sapremmo, perché il neurone-processore non ne conserva le tracce.

Intuiamo abbastanza per capire che, in se stessa, la faccenda è seria. I dottori ci sembrano fiduciosi, però: la prognosi è riservata, ma la terapia è disponibile. Non fosse per il fatto che anche noi umani ci troviamo ormai totalmente esposti agli effetti dannosi di questa vulnerabilità, ci verrebbe da essere un po’ commossi per questa notizia. Questi cervelloni sembrano quasi umani! Proprio come noi si ammalano, ci tradiscono, vanno in confusione.

Dicono persino bugie, sfrontati come adolescenti (le chiamano fake news, adesso: il fatto è che i dispositivi, più bravi di noi a mentire, sono capaci di trattarle come news autentiche). E vanno persino fuori di testa, come nei film. Non molto tempo fa, proprio nel momento in cui è stata lanciata la notizia di una nuova eccitante fase della robotica, che renderebbe le nostre creature meccaniche anche “emozionali” e non solo “intelligenti”, si è aperta per l’ennesima volta (senza effetti apprezzabili) la discussione sulla “moralità” che dovrà regolare l’attivazione dei dispositivi intelligenti e interattivi che stiamo inventando.

Insomma, non è affatto tempo di dare le dimissioni da essere umano: anzi, sarà meglio che ci diamo la sveglia, e proponiamo una grande campagna collettiva in rilancio dell’umanesimo. Il tempo del disincanto, del resto, doveva arrivare. Tutto era incominciato, all’inizio della “rivoluzione digitale”, con l’euforia di una strumentazione eccitante e prodigiosa, che il nostro ingegno ha imparato a produrre e diffondere. (Sfruttando intelligenza e risorse che non ci siamo creati noi, però: le abbiamo trovate, pronte al nostro servizio e con le regole incorporate). Adesso che questo mondo parallelo ci tiene in ostaggio, qualche brivido di inquietudine, più che di eccitazione, si fa sentire. Se consegniamo tutta la nostra vita alla presunta perfezione e affidabilità dei dispositivi, la mettiamo anche in balìa dei loro difetti congeniti. E dei loro effetti distruttivi.

La differenza è che noi (se vogliamo) possiamo sempre riconoscere la nostra vulnerabilità e farne motivo di solidarietà, pur di continuare a volerci bene. Noi sappiamo fare tesoro anche di due pani e due pesci per un’intera comunità, se vogliamo, pur di sentirci degni della parola data. E siamo persino capaci di perdonarci le nostre colpe, e ricominciare pur di rimanere umani (anzi, migliorando). La tecnica invece non perdona mai: si vende a caro prezzo a chiunque, ci tiene in ostaggio dei suoi apparati, ci illude della sua onnipotenza, ci inchioda alla sua impotenza. E i cocci sono nostri. Non consegniamole tutta l’intelligenza che abbiamo, tutta la sensibilità che abbiamo, tutta la vita che abbiamo. Finché Dio è un Bambino, i robottini rimarranno strumenti utili e persino fantastici: ma non si scambieranno i ruoli con noi. E non si prenderanno i nostri bambini in ostaggio.

Pierangelo Sequeri, «Restiamo umani. Dio-Bambino, computer, vulnerabilità», in “Avvenire”. sabato 6 gennaio 2018, pp. 1-2.