Papa Francesco: Omelie del mattino 2013 – Per una comunità aperta ai valori dello Spirito – Cappella della Domus Sanctae Marthae, Sabato, 27 aprile 2013.

Omelie del mattino

C’è chi affronta la sofferenza mantenendo viva la gioia che nasce dallo Spirito – come per esempio i cristiani perseguitati ancora oggi in tante parti del mondo – e chi invece «usa il denaro per comprare favori» e patteggiare, o «la calunnia per diffamare e cercare aiuto dai potenti della terra» e magari dileggia quanti cercano di vivere nella gioia cristiana la loro stessa sofferenza. Su questo confronto si è fermato Papa Francesco sabato mattina, 27 aprile, all’omelia della messa celebrata nella Domus Sanctae Marthae. Tra i concelebranti erano l’arcivescovo Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, e monsignor Dražen Kutleša, vescovo di Poreč i Pula, Croazia. Ad assistere alla messa c’erano tra gli altri il personale del Servizio delle Poste Vaticane e un gruppo di volontari del dispensario pediatrico «Santa Marta» in Vaticano.

Il Papa in particolare si è soffermato sulla pagina degli Atti degli apostoli (13,44-52) che narra proprio il confronto tra due comunità religiose: quella dei discepoli e quella che il Pontefice ha definito «dei giudei chiusi, perché non tutti i giudei erano così». Nella comunità dei discepoli, ha spiegato, si attuava il comando di Gesù  “Andate e predicate” – e dunque si predicava e quasi tutta la città si radunava per ascoltare la parola del Signore. E, ha notato Papa Francesco, si era diffusa tra la gente un’atmosfera di felicità che «sembrava non sarebbe mai stata vinta». Quando i giudei videro tanta felicità «furono ricolmi di gelosia e incominciarono a perseguitare» questa gente che «non era cattiva; erano persone buone, che avevano un atteggiamento religioso».

«Perché lo hanno fatto?» si è chiesto. Lo hanno fatto «semplicemente perché avevano il cuore chiuso, non erano aperti alla novità dello Spirito Santo. Credevano che tutto fosse stato detto, che tutto fosse come loro pensavano che dovesse essere e perciò si sentivano come difensori della fede. Incominciarono a parlare contro gli apostoli, a calunniare. La calunnia». Questo è un atteggiamento che si riscontra nel cammino della storia; è proprio dei «gruppi chiusi patteggiare col potere; risolvere le questioni “fra noi”. Come hanno fatto quelli che, la mattina della risurrezione, quando i soldati sono andati a dir loro: “Abbiamo visto questo”, gli hanno imposto “State zitti! Prendete…” e con i soldi hanno coperto tutto. Questo è proprio l’atteggiamento di questa religiosità chiusa, che non ha la libertà di aprirsi al Signore». Nella loro vita pubblica «per difendere sempre la verità, perché credono di difendere la verità» scelgono «la calunnia, il chiacchierare. Davvero sono comunità chiacchierone, che parlano contro, distruggono l’altro» e guardano solo a se stesse, come fossero al riparo di un muro. «Invece la comunità libera – ha fatto notare il Papa – con la libertà di Dio e dello Spirito Santo, andava avanti. Anche nelle persecuzioni. E la parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. È proprio della comunità del Signore andare avanti, diffondersi, perché il bene è così: si diffonde sempre! Il bene non si piega dentro. Questo è un criterio, un criterio di Chiesa. Anche per il nostro esame di coscienza: come sono le nostre comunità, le comunità religiose, le comunità parrocchiali? Sono comunità aperte allo Spirito Santo, che ci porta sempre avanti per diffondere la parola di Dio o sono comunità chiuse?».

La persecuzione – ha poi aggiunto il Pontefice – comincia per motivi religiosi, per gelosia, ma anche per come si parla: «la comunità dei credenti, quella libera dello Spirito Santo, parla con la gioia. I discepoli erano pieni di gioia di Spirito Santo. Parlano con la bellezza, aprono strade: avanti sempre, no? Invece la comunità chiusa, sicura di se stessa, quella che cerca la sicurezza proprio nel patteggiare col potere, nei soldi, parla con parole ingiuriose: insultano, condannano».

E per far notare la mancanza d’amore nelle comunità cosiddette chiuse Papa Francesco ha avanzato il dubbio che questa gente «forse dimentica le carezze della mamma, quando erano piccoli. Queste comunità non sanno di carezze; sanno di dovere, di fare, di chiudersi in una osservanza apparente. Gesù gli aveva detto: “Voi siete come una tomba, come un sepolcro, bianco, bellissimo, ma niente di più”. Pensiamo oggi alla Chiesa, tanto bella. Questa Chiesa che va avanti. Pensiamo ai tanti fratelli che soffrono per questa libertà dello Spirito e soffrono persecuzioni, adesso, in tante parti. Ma questi fratelli, nella sofferenza, sono pieni di gioia e di Spirito Santo. Questi fratelli, queste comunità aperte, missionarie, pregano Gesù perché sanno che è vero quello che ha detto e che abbiamo sentito adesso: “Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò”. La preghiera è Gesù. Le comunità chiuse pregano i poteri della terra perché li aiutino. E quella non è una buona strada. Guardiamo Gesù che ci invia a evangelizzare, ad annunciare il suo nome con gioia, pieni di gioia. Non abbiamo paura della gioia dello Spirito. E mai, mai immischiamoci in queste cose che, alla lunga, ci portano a chiuderci in noi stessi. In questa chiusura non c’è la fecondità e la libertà dello Spirito».

Da “L’Osservatore Romano”, Domenica 28 aprile 2013.

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Papa Francesco: Omelie del mattino 2013 – La fede non è una truffa Cappella della Domus Sanctae Marthae, Venerdì, 26 aprile 2013

Omelie del mattino

La fede non è né una alienazione né una truffa, ma è un cammino concreto di bellezza e di verità, tracciato da Gesù, per preparare i nostri occhi a fissare senza occhiali «il volto meraviglioso di Dio» nel posto definitivo che è preparato per ciascuno. È un invito a non farsi prendere dalla paura e a vivere la vita come una preparazione a vedere meglio, ascoltare meglio e amare di più quello che Papa Francesco ha pronunciato nell’omelia della messa celebrata venerdì mattina, 26 aprile, nella cappella della Domus Sanctae Marthae.

Tra i concelebranti, il vescovo Giorgio Corbellini, presidente dell’Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica (Ulsa) e della Commissione Disciplinare della Curia Romana, e il salesiano Sergio Pellini, direttore della Tipografia Vaticana Editrice L’Osservatore Romano. Tra i presenti, il consiglio di sovrintendenza e i revisori dei conti della Tipografia Vaticana, un gruppo di agenti del Corpo della Gendarmeria, personale dell’Ulsa e dell’Osservatore Romano.

Papa Francesco ha centrato l’omelia sul passo evangelico di san Giovanni (14,1-6): «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».

«Queste parole di Gesù – ha commentato il Pontefice – sono proprio parole bellissime. In un momento di congedo, Gesù parla ai suoi discepoli proprio dal cuore. Lui sa che i suoi discepoli sono tristi, perché si accorgono che la cosa non va bene». Ecco, allora, che Gesù li incoraggia, li rincuora, li rassicura, propone loro un orizzonte di speranza: «Non sia turbato il vostro cuore! E comincia a parlare così, come un amico, anche con l’atteggiamento di un pastore. Io dico: la musica di queste parole di Gesù è l’atteggiamento del pastore, come il pastore fa con le sue pecorelle. “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”».

Pronunciate queste parole, secondo la narrazione evangelica di san Giovanni, Gesù – ha detto il Papa – «comincia a parlare: di che? Del cielo, della patria definitiva. “Abbiate fede anche in me: io rimango fedele” è come se dicesse questo». E utilizzando la metafora, «la figura dell’ingegnere, dell’architetto dice loro quello che andrà a fare: “Vado a prepararvi un posto, nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”. E Gesù va a prepararci un posto».

«Com’è – si è chiesto Papa Francesco – questa preparazione? Come avviene? Com’è quel posto? Cosa significa preparare il posto? Affittare una stanza lassù?». Preparare il posto significa «preparare la nostra possibilità di godere, la nostra possibilità di vedere, di sentire, di capire la bellezza di quello che ci aspetta, di quella patria verso la quale noi camminiamo».

«E tutta la vita cristiana – ha proseguito il Pontefice – è un lavoro di Gesù, dello Spirito Santo per prepararci un posto, prepararci gli occhi per poter vedere». «“Ma, Padre, io vedo bene! Non ho bisogno degli occhiali!”. Ma quella è un’altra visione. Pensiamo a quelli che sono malati di cataratta e devono farsi operare la cataratta: loro vedono, ma dopo l’intervento cosa dicono? “Mai ho pensato che si potesse vedere così, senza occhiali, tanto bene!”. Gli occhi nostri, gli occhi della nostra anima hanno bisogno, hanno necessità di essere preparati per guardare quel volto meraviglioso di Gesù». Si tratta, allora, di «preparare l’udito per poter sentire le cose belle, le parole belle. E principalmente preparare il cuore: preparare il cuore per amare, amare di più».

«Nel cammino della vita – ha spiegato il Pontefice – il Signore sempre fa questo: con le prove, con le consolazioni, con le tribolazioni, con le cose buone. Tutto il cammino della vita è un cammino di preparazione. Alcune volte il Signore deve farlo in fretta, come ha fatto con il buon ladrone: aveva soltanto pochi minuti per prepararlo e l’ha fatto. Ma la normalità della vita è andare così: lasciarsi preparare il cuore, gli occhi, l’udito per arrivare a questa patria. Perché quella è la nostra patria».

Papa Francesco ha messo in guardia dal perdere di vista questa dimensione fondamentale della nostra vita e del cammino di fede e dalle obiezioni di chi non riconosce una prospettiva di eternità: «“Ma, Padre, io sono andato da un filosofo e mi ha detto che tutti questi pensieri sono una alienazione, che noi siamo alienati, che la vita è questa, il concreto, e di là non si sa cosa sia …”. Alcuni la pensano così. Ma Gesù ci dice che non è così e ci dice: “abbiate fede anche in me. Questo che io ti dico è la verità: io non ti truffo, io non ti inganno”. Siamo in cammino verso la patria, noi figli della stirpe di Abramo, come dice san Paolo nella prima lettura» (Atti degli apostoli 13,26-33).

«E dal tempo di Abramo – ha affermato il Papa – siamo in cammino, con quella promessa della patria definitiva. Se noi andiamo a leggere il capitolo undicesimo della lettera agli Ebrei troveremo quella bella figura dei nostri antenati, dei nostri padri, che hanno fatto questo cammino verso la patria e la salutavano da lontano. Prepararsi al cielo è incominciare a salutarlo da lontano». E «questa non è alienazione: questa è la verità, questo è lasciare che Gesù prepari il nostro cuore, i nostri occhi per quella bellezza tanto grande. È il cammino della bellezza. Anche il cammino del ritorno alla patria».

Il Papa ha concluso l’omelia auspicando «che il Signore ci dia questa speranza forte» e «ci dia anche il coraggio di salutare la patria da lontano». E infine «ci dia l’umiltà di lasciarci preparare, cioè di lasciare il Signore preparare la dimora, la dimora definitiva, nel nostro cuore, nei nostri occhi e nel nostro udito».

Da «L’Osservatore Romano», Sabato 27 aprile 2013

Papa Francesco: Omelie del mattino 2013 – Magnanimità nell’umiltà – Cappella della Domus Sanctae Marthae, giovedì, 25 aprile 2013

Omelie del mattino

Magnanimità nell’umiltà. È lo stile di vita del cristiano che voglia realmente essere testimone del vangelo sino agli orizzonti estremi del mondo. I contorni di questo modo d’essere «missionari nella Chiesa» sono stati tratteggiati da Papa Francesco, questa mattina, giovedì 25 aprile, durante l’ormai consueta celebrazione della messa nella cappella della Domus Sanctae Marthae.

Tra i concelebranti l’arcivescovo Nikola Eterović, segretario generale del Sinodo dei vescovi, e monsignor Eduardo Horacio García, ausiliare di Buenos Aires. Alla celebrazione di questa mattina hanno partecipato i religiosi e laici membri della Segreteria del Sinodo dei vescovi, un gruppo di gendarmi della Città del Vaticano con il comandante, Domenico Giani, e numerose famiglie.

Come sempre il Pontefice ha commentato le letture del giorno, tratte dalla prima lettera di san Pietro (5,5-14) e dal vangelo di Marco (16,15-20). «Gesù, prima di salire al cielo, invia gli apostoli a evangelizzare, a predicare il regno. Li invia fino alla fine del mondo. “Andate in tutto il mondo”» ha esordito. E ha poi sottolineato l’universalità della missione della Chiesa, rimarcando il fatto che Gesù non dice agli apostoli di andare a Gerusalemme o nella Galilea, ma li invia in tutto il mondo. Dunque, apre un orizzonte grande. Da ciò si può capire la vera dimensione della «missionarietà della Chiesa», che va avanti predicando «a tutto il mondo. Ma – ha avvertito il Papa – non va avanti da sola; va con Gesù».

Dunque gli apostoli partirono e predicarono dappertutto. Ma «il Signore – ha precisato – agiva insieme con loro. Il Signore lavora con tutti quelli che predicano il Vangelo. Questa è la magnanimità che i cristiani devono avere. Un cristiano pusillanime non si capisce. È propria della vocazione cristiana questa magnanimità: sempre di più, sempre di più, sempre di più; sempre avanti».

Tuttavia – ha avvertito – può anche capitare qualcosa «che non sia tanto cristiana». A quel punto, «come dobbiamo andare avanti? qual è lo stile che Gesù vuole per i suoi discepoli nella predicazione del Vangelo, in questa missionarietà?» si è chiesto il Pontefice. E ha indicato la risposta nel testo di san Pietro, il quale «ci spiega un po’ questo stile: “Carissimi rivestitevi di umiltà, gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili”. Lo stile della predicazione evangelica va su questo atteggiamento, l’umiltà, il servizio, la carità, l’amore fraterno».

Il Papa ha poi immaginato la possibile obiezione di un cristiano dinanzi al Signore che propone questo stile: «“Ma Signore, noi dobbiamo conquistare il mondo!”». E ha mostrato cosa ci sia di sbagliato in questo atteggiamento: «Questa parola, “conquistare”, non va. Noi dobbiamo predicare nel mondo. Il cristiano non deve essere come i soldati che quando vincono la battaglia fanno piazza pulita, di tutto».

A questo punto Papa Francesco ha fatto riferimento a un testo medioevale nel quale si narra che i cristiani, dopo aver vinto una battaglia e conquistata una città, misero in fila tutti i pagani e li schierarono tra il battistero e la spada, imponendogli di scegliere: l’acqua, cioè il battesimo, o l’arma, cioè la morte. E ha affermato: «Non è questo lo stile del cristiano. Il suo stile è quello di Gesù, umile».

Il cristiano – ha spiegato – «predica, annuncia il Vangelo con la sua testimonianza più che con le parole. Mi diceva un vescovo saggio, d’Italia, pochi giorni fa: “Alle volte noi facciamo confusione e pensiamo che la nostra predicazione evangelica deve essere una salus idearum e non una salus animarum, la salute delle idee e non la salute delle anime. Ma come si arriva alla salute delle anime? Con l’umiltà, con la carità. San Tommaso ha una frase bellissima su questo: “È come andare verso quell’orizzonte che non finisce mai perché è sempre un orizzonte”. E allora come procedere con questo atteggiamento cristiano? Lui dice non spaventarsi delle cose grandi. Andare avanti, tenendo conto anche delle piccole cose. Questo è divino. È come una tensione fra il grande e il piccolo; tutte e due, questo è cristiano. La missionarietà cristiana, la predica del Vangelo della Chiesa, va per questa strada».

La conferma sta proprio nel vangelo di Marco. Il Papa lo ha notato: «Non si può procedere in altro modo. E nel Vangelo, alla fine, c’è una frase bellissima quando dice che Gesù agiva insieme con loro e “confermava la parola con i segni che l’accompagnavano”. Quando noi andiamo con questa magnanimità e anche con questa umiltà, quando noi non ci spaventiamo delle cose grandi, di questo orizzonte, ma prendiamo anche le cose piccole, come l’umiltà e la carità quotidiana, il Signore conferma la Parola e andiamo avanti. Il trionfo della Chiesa è la risurrezione di Gesù. C’è la croce prima».

«Chiediamo oggi al Signore – ha concluso – di diventare missionari nella Chiesa, apostoli nella Chiesa ma con questo spirito: una grande magnanimità e anche una grande umiltà».

Da “L’Osservatore Romano”, Venerdì 26 aprile 2013.

Papa Francesco: Omelie del mattino 2013 – In mezzo a una storia d’amore. Perché la Chiesa non è un’organizzazione – Cappella della Domus Sanctae Marthae, mercoledì, 24 aprile 2013

Omelie del mattino

La Chiesa è una storia d’amore e noi ne facciamo parte. Ma proprio per questo, quando si dà troppa importanza all’organizzazione, quando uffici e burocrazia assumono una dimensione preponderante, la Chiesa perde la sua vera sostanza e rischia di trasformarsi in una semplice organizzazione non governativa. La storia d’amore cui Papa Francesco si è riferito durante la messa celebrata mercoledì mattina, 24 aprile, nella cappella della Domus Sanctae Martahe, è quella propria della maternità della Chiesa. Una maternità, ha detto, che cresce e si diffonde nel tempo «e che ancora non è finita», spinta com’è non da forze umane ma «dalla forza dello Spirito Santo».

Intorno all’altare con il Papa c’erano, tra gli altri, il cardinale Javier Lozano Barragán, monsignor Dominique Rey, vescovo di Fréjus-Toulon, e monsignor Luigi Renzo, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea. A partecipare alla messa una rappresentanza del personale dell’Istituto per le Opere di Religione.

Come di consueto il Pontefice ha commentato le letture del giorno, tratte dagli Atti degli apostoli (12,24-13,5) e dal vangelo di Giovanni (12,44-50). «La prima lettura – ha notato – incomincia con queste parole: “In quei giorni, la Parola di Dio cresceva e si diffondeva”. È proprio l’inizio della Chiesa, quando cresce e va dappertutto, in tutto il mondo». Un fatto che, ha spiegato, qualcuno potrebbe valutare in termini meramente quantitativi, compiacendosi perché in questo modo si fanno più «proseliti» e si riuniscono più «soci» per l’impresa. Anzi, si arriva persino a fare «patti per crescere».

Invece «la strada che Gesù ha voluto per la sua Chiesa – ha detto il Pontefice – è un’altra: è la strada delle difficoltà, la strada della croce, la strada delle persecuzioni». E anche questo ci fa pensare: «Ma cosa è questa Chiesa? questa nostra Chiesa, perché sembra che non sia un’impresa umana, ma un’altra cosa». La risposta è ancora una volta nel Vangelo, nel quale Gesù «ci dice una cosa che forse può illuminare questa domanda: “Chi crede in me, non crede in me ma crede in Colui che mi ha mandato”». Anche Cristo, ha spiegato, è stato «mandato, è inviato di un altro!». Dunque quando indica il programma di vita, il modo di vivere ai dodici apostoli, lo fa «non da se stesso» ma «da Colui che lo ha mandato».

È l’inizio della Chiesa, che – ha proseguito il Papa – «incomincia là, nel cuore del Padre, che ha avuto questa idea. Non so se ha avuto un’idea: il Padre ha avuto amore. E ha incominciato questa storia di amore, questa storia di amore tanto lunga nei tempi e che ancora non è finita. Noi, donne e uomini di Chiesa, siamo in mezzo a una storia d’amore. Ognuno di noi è un anello in questa catena d’amore. E se non capiamo questo, non capiamo nulla di cosa sia la Chiesa. È una storia d’amore».

Del resto, ha ricordato il Pontefice, lo dice Gesù stesso: «Il più grande comandamento è questo: l’amore». In esso si ritrovano la Chiesa, la Legge, i profeti. «Ma – ha aggiunto – la Chiesa non cresce con la forza umana». Anzi «alcuni cristiani hanno sbagliato, per ragioni storiche, hanno sbagliato la strada; hanno fatto eserciti; hanno fatto guerre di religione. Ma quella è un’altra storia, che non è questa storia d’amore. Anche noi impariamo con i nostri sbagli come va la storia d’amore».

Ma allora, si è chiesto, come cresce la Chiesa? «Gesù l’ha detto semplicemente: come il seme della senape, come il lievito nella farina, senza rumore. La Chiesa cresce – per dire – cresce dal basso, lentamente». E quando si vanta «della sua quantità», dell’organizzazione e degli uffici e «diventa un po’ burocratica, la Chiesa perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una ong. E la Chiesa non è una ong. È una storia d’amore».

Poi, rivolgendosi ai presenti, ha spiegato: «Tutto è necessario, gli uffici sono necessari», ma «sono necessari fino ad un certo punto», cioè «come aiuto a questa storia d’amore». Quando invece «l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e la Chiesa, poveretta, diventa una ong. E questa non è la strada».

«Ma come si fa questa crescita della Chiesa?» è tornato a chiedere. «Non con i militari, come quel capo di Stato che ha chiesto quanti eserciti ha il Papa» ha risposto. La Chiesa, ha ripetuto, non cresce per il suo esercito: la sua forza «è lo Spirito, lo Spirito Santo, l’amore. Proprio il Padre invia il Figlio e il Figlio ci dà la forza dello Spirito Santo per crescere, per andare avanti».

Dunque la Chiesa non è un’organizzazione, ma «è madre». E notando la presenza alla messa di tante mamme, Papa Francesco si è rivolto a loro direttamente e ha chiesto: «Che sentite voi, se qualcuno dice: “Ma lei è un’organizzatrice della sua casa”?», anticipando la loro ovvia risposta: «“No: io sono la mamma!”. E la Chiesa è madre». E noi, con la forza dello Spirito, «tutti insieme, siamo una famiglia nella Chiesa che è la nostra madre. Così si può spiegare questa prima lettura: “La Parola di Dio cresceva e si diffondeva”. Cresce così. Lì si spiega quello che dice Gesù: “Chi crede in me, non crede in me ma in Colui che mi ha mandato”. Il Padre che ha incominciato questa storia d’amore».

«Chiediamo alla Madonna, che è Madre – ha concluso – che ci dia la grazia della gioia, della gioia spirituale di camminare in questa storia d’amore».

Da «L’Osservatore Romano», mercoledì-giovedì 24-25 aprile 2013.

Papa Francesco: Omelie del mattino 2013 – Cristo è la porta del Regno. Arrampicatori, ladri o briganti sono quelli che tentano di entrare da un’altra via – Cappella della Domus Sanctae Marthae, lunedì, 22 aprile 201

Omelie del mattino

C’è solo una porta per entrare nel Regno di Dio. E quella porta è Gesù. Chiunque tenti di entrarvi attraverso un’altra via è «un ladro» o «un brigante»; oppure è «un arrampicatore che pensa solo al suo vantaggio», alla sua gloria, e ruba la gloria a Dio. Papa Francesco, durante la messa celebrata questa mattina, lunedì 22 aprile, nella cappella della Domus Sanctae Marthae, è tornato a proporre Gesù come centro della vicenda umana e a ricordare che la nostra non è una religione «da negozio». Ad ascoltarlo c’erano un gruppo di tecnici della Radio Vaticana e il personale della Sala Stampa della Santa Sede accompagnato dai padri Federico Lombardi e Ciro Benedettini, rispettivamente direttore e vicedirettore, che hanno concelebrato, e da Angelo Scelzo, vicedirettore per gli accrediti giornalistici.

Commentando le letture della liturgia del giorno, tratte dagli Atti degli apostoli (11,1-18) e dal vangelo di Giovanni (10,1-10), il Pontefice ha ricordato che in esse «viene ripetuto il verbo “entrare”. Prima, quando Pietro viene a Gerusalemme è rimproverato: “Sei entrato in casa dei pagani”. Poi, Pietro racconta la storia, racconta come lui è entrato. E Gesù è molto esplicito, in questo: “Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, non è il pastore”». Per entrare nel regno di Dio, nella comunità cristiana, nella Chiesa, «la porta – ha spiegato il Papa – la vera porta, l’unica porta è Gesù. Noi dobbiamo entrare da quella porta. E Gesù è esplicito: “Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta – che Lui dice ‘sono io’ – ma vi sale dall’altra parte, è un ladro o un brigante”, uno che vuole fare profitto per se stesso».

Questo, ha notato, accade «anche nelle comunità cristiane. Ci sono questi arrampicatori, no?, che cercano il loro. E coscientemente o incoscientemente fanno finta di entrare; ma sono ladri e briganti. Perché? Perché rubano la gloria a Gesù, vogliono la propria gloria. E questo è quello che Gesù diceva ai farisei: “Voi girate la gloria uno all’altro…”. Una religione un po’ da negozio, no? “Io do la gloria a te e tu dai la gloria a me”. Ma questi non sono entrati dalla porta vera. La porta è Gesù, e chi non entra da questa porta si sbaglia».

Ma come capire che la porta vera è Gesù? «Prendi le Beatitudini e fa quello che dicono le Beatitudini» è stata la risposta del Pontefice. In questo modo «sei umile, sei povero, sei mite, sei giusto»; e quando qualcuno fa un’altra proposta, «non ascoltarla: la porta sempre è Gesù e chi entra da quella porta non si sbaglia». Gesù «non solo è la porta: è il cammino, è la strada. Ci sono tanti sentieri, forse più vantaggiosi per arrivare», ma sono ingannevoli «non sono veri: sono falsi. Soltanto Gesù è la strada. Qualcuno di voi dirà: “Padre, lei è fondamentalista?!”. No. Semplicemente questo ha detto Gesù: “Io sono la porta”, “io sono il cammino” per darci la vita. Semplicemente. È una porta bella, una porta d’amore, è una porta che non ci inganna, non è falsa. Sempre dice la verità. Ma con tenerezza, con amore».

Purtroppo, ha notato il Santo Padre, l’uomo continua a essere tentato ancora oggi da ciò che è stato all’origine il peccato originale, cioè dalla «voglia di avere la chiave di interpretazione di tutto, la chiave e il potere di fare la nostra strada, qualsiasi essa sia, di trovare la nostra porta, qualsiasi essa sia. E quella è la prima tentazione: “Conoscerai tutto”. A volte abbiamo la tentazione di voler essere troppo padroni di noi stessi e non umili figli e servi del Signore. E questa è la tentazione di cercare altre porte o altre finestre per entrare nel regno di Dio». Dove invece «si entra soltanto da quella porta che si chiama Gesù», da quella porta che ci conduce su «una strada che si chiama Gesù e ci porta alla vita che si chiama Gesù. Tutti coloro che fanno un’altra cosa – dice il Signore – che salgono per entrare dalla finestra, sono “ladri e briganti”. È semplice, il Signore. Non parla difficile: lui è semplice».

In conclusione il Papa ha invitato i presenti a pregare per ottenere «la grazia di bussare sempre a quella porta» che a volte è chiusa; noi siamo tristi, desolati e «abbiamo problemi a bussare, a bussare a quella porta». Il Pontefice ha invitato a pregare proprio per trovare la forza per «non andare a cercare altre porte che sembrano più facili, più confortevoli, più alla portata di mano», e andare invece a cercare «sempre quella: Gesù. E Gesù non delude mai, Gesù non inganna, Gesù non è un ladro, non è un brigante. Ha dato la sua vita per me. Ciascuno di noi deve dire questo: “Tu che hai dato la vita per me, per favore, apri, perché io possa entrare”. Chiediamo questa grazia. Bussare sempre a quella porta e dire al Signore: “Apri, Signore, ché voglio entrare per questa porta. Voglio entrare da questa porta, non da quell’altra”».

Da «L’Osservatore Romano», lunedì–martedì 22-23 aprile 2013.

Papa Francesco: Omelie del mattino 2013 – Per non cedere alla tentazione dello scandalo. I cristiani “satelliti” non fanno crescere la Chiesa – Cappella della Domus Sanctae Marthae, sabato, 20 aprile 2013

Omelie del mattino

Una Chiesa fatta da cristiani liberi dalla tentazione di mormorare contro Gesù «troppo esigente», ma soprattutto liberi «dalla tentazione dello scandalo», è una Chiesa che si consolida, cammina e cresce sulla strada indicata da Gesù. È per questa Chiesa che, sabato mattina, 20 aprile, Papa Francesco ha chiesto di pregare durante la messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Erano presenti una ventina di volontari che lavorano nel dispensario pediatrico Santa Marta in Vaticano e numerose famiglie. Tra i concelebranti monsignor Antonius Lambertus Maria Hurkmans, vescovo di ’s-Hertogenbosch, e il suo ausiliare e vicario generale monsignor Robertus Gerardus Leonia Maria Mutsaerts.

L’esortazione del Pontefice è stata la conclusione della riflessione sulle letture della liturgia del giorno proposta all’omelia. «Il brano del libro degli Atti degli apostoli [9,31-42] – ha esordito – ci racconta una scena della Chiesa, che era in pace. Era in pace in tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria. Un momento di pace. E dice anche questo: “Si consolidava, camminava e cresceva”». Si trattava di una Chiesa che aveva subito la persecuzione ma che in quel periodo si rafforzava, andava avanti e cresceva. Papa Francesco ha puntualizzato che è proprio questa la vita della Chiesa, che «deve andare così: consolidarsi, camminare e crescere». E perché ciò sia possibile, «dobbiamo fare patti, dobbiamo fare negoziati, dobbiamo fare tante cose, no?».

Ma – si è chiesto il Pontefice – come si consolida, cammina e cresce? «Nel timore del Signore e con il conforto dello Spirito Santo» è stata la sua risposta. Questo è l’ambito in cui si muove la Chiesa, l’aria che respira «camminando nel timore del Signore e con il conforto dello Spirito Santo». E questo è proprio ciò che «Dio all’inizio aveva chiesto al nostro padre Abramo: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”. È uno stile della Chiesa. Camminare nel timore del Signore. È un po’ il senso dell’adorazione, la presenza di Dio, no? La Chiesa cammina così e quando siamo in presenza di Dio non facciamo cose brutte né prendiamo decisioni brutte. Siamo davanti a Dio. Anche con la gioia e la felicità. Questo è il conforto dello Spirito Santo, cioè il dono che il Signore ci ha dato. Questo conforto ci fa andare avanti».

Il Papa ha poi fatto riferimento al vangelo di Giovanni (6,60-69) nel quale si leggono espressioni particolari sorrette da due verbi: mormorare e scandalizzare. «Molti dei discepoli di Gesù – ha notato – cominciarono a mormorare e a scandalizzarsi. Mormorare e scandalizzare». Alcuni si sono allontanati dicendo: «“Quest’uomo è un po’ speciale; dice delle cose che sono dure e noi non possiamo… È un rischio troppo grande andare su questa strada. Abbiamo buon senso, eh? Andiamo un po’ indietro e non tanto vicino a lui”. Costoro, forse, avevano una certa ammirazione per Gesù, ma un po’ da lontano: non immischiarsi troppo con questo uomo, perché dice delle cose un po’ strane. Costoro non si consolidano nella Chiesa, non camminano alla presenza di Dio, non hanno il conforto dello Spirito Santo, non fanno crescere la Chiesa. Sono cristiani soltanto di buon senso: prendono le distanze. Cristiani, per così dire, satelliti, che hanno una piccola Chiesa, a propria misura. Per dirlo con le parole proprie di Gesù nell’Apocalisse, cristiani tiepidi».

La tiepidezza che viene nella Chiesa è quella di chi cammina soltanto seguendo il proprio buon senso, che spesso coincide con il senso comune. Sono coloro che camminano con una prudenza che il Papa non ha esitato a definire «prudenza mondana», una tentazione per molti. «Penso -ha aggiunto il Pontefice – a tanti dei nostri fratelli e sorelle che in questo momento, proprio in questo momento, danno testimonianza del nome di Gesù, anche fino al martirio. Questi non sono cristiani satelliti: questi vanno con Gesù, sulla strada di Gesù. Questi sanno perfettamente quello che Pietro dice al Signore, quando il Signore gli fa la domanda: “Anche voi volete andare, essere cristiani satelliti?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Così da un gruppo grande, diventa un gruppo un po’ più piccolo, ma di quelli che sanno perfettamente che non possono andare da un’altra parte, perché soltanto Lui, il Signore, ha parole di vita eterna».

Andare con Gesù, dunque, senza timore sulla strada da lui indicata. È l’invito di Papa Francesco che al termine dell’omelia ha chiesto di pregare durante la messa «per la Chiesa, perché continui a crescere, a consolidarsi, a camminare nel timore di Dio e con il conforto dello Spirito Santo. Che il Signore ci liberi dalla tentazione di quel “buon senso”; dalla tentazione di mormorare contro Gesù, perché è troppo esigente; e dalla tentazione dello scandalo».

Da «L’Osservatore Romano», domenica 21 aprile 2013.

Papa Francesco: Omelie del mattino 2013 – Una Chiesa libera dall’ideologia – Cappella della Domus Sanctae Marthae, venerdì, 19 aprile 2013

Omelie del mattino

L’ideologia falsifica il Vangelo e insidia anche la Chiesa. Per questo Papa Francesco, durante la celebrazione della messa di questa mattina, venerdì 19 aprile, ha chiesto di pregare «perché il Signore liberi la Chiesa da qualsiasi interpretazione ideologica». Intorno all’altare della cappella della Domus Sanctae Marthae, a pregare con il Papa c’erano un gruppo di dipendenti dell’Osservatore Romano e della Tipografia Vaticana, con il capo redattore, il vicedirettore e il direttore del nostro giornale. Tra i concelebranti, don Marek Kaczmarczyk, direttore commerciale della Tipografia Vaticana Editrice L’Osservatore Romano.

Nel commentare le letture del giorno – la prima tratta dagli Atti degli apostoli (9,1-20) e la seconda dal Vangelo di Giovanni (6,52-59) – Papa Francesco ha proposto una riflessione sulla voce di Gesù, interpretata da alcuni «con il cuore» e da altri «con la testa». E ha messo in guardia proprio da chi, anche oggi, interpreta le parole di Gesù «con la testa» e non con il cuore: quegli «ideologi» che pretendono di interpretare quanto dice il Signore secondo le ideologie dominanti e finiscono per falsare il Vangelo.

«Gesù – ha iniziato il suo racconto il Pontefice – parla. Gesù parla a Paolo, Gesù parla ad Ananìa, e Gesù parla anche ai dottori della legge. È la voce di Gesù che dice a Paolo “Perché mi perseguiti?”. È la voce di Gesù che va da Ananìa e gli dice: “Va’ nella strada chiamata Diritta e cerca nella casa di Giuda un tale Paolo”. È la voce di Gesù che parla al popolo e anche ai dottori della legge, e dice che chi non mangia la sua carne e non beve il suo sangue non sarà salvato».

La voce di Gesù «ci dice qualcosa e va proprio al nostro cuore. Passa per la nostra mente e va al cuore. Perché Gesù cerca la nostra conversione». Ed ecco le risposte alla voce del Signore narrate dalle letture: «Paolo: “Chi sei, o Signore?”. Ananìa dice: “Ma … Signore, riguardo a quest’uomo, è stato udito da molti quanto male ha fatto ai tuoi fedeli”, e con umiltà racconta al Signore ilcurriculum vitae” di Paolo. Gli altri, i dottori, rispondono in altra maniera: con la discussione tra loro. Arrivano a dirgli: “Ma tu sei pazzo!”, e fra loro dicono: “Ma come un uomo può dare da mangiare la sua carne?”».

A partire da queste espressioni, il Pontefice ha spiegato la diversità delle risposte: «I due primi, Paolo e Ananìa, rispondono come i grandi della storia della salvezza, come Geremia, Isaia. Anche Mosé ha avuto le sue difficoltà: “Ma, Signore, io non so parlare, come andrò dagli egiziani a dire questo?”. E anche Maria: “Ma, Signore, io non sono sposata!”. Sono le risposte dell’umiltà, di chi accoglie la Parola di Dio con il cuore».

Invece «i dottori rispondono soltanto con la testa. Non sanno che la Parola di Dio va al cuore, non sanno di conversione. Sono “scientifici”. Sono i grandi ideologi», quelli che non capiscono che la parola di Gesù è diretta al cuore «perché è parola d’amore, è parola bella e porta l’amore, ci fa amare». Chi non coglie questa caratteristica preclude la strada all’amore e anche alla bellezza.

Gli «ideologi», ha spiegato il vescovo di Roma, sono quelli che nel racconto evangelico si mettono a «discutere aspramente tra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Tutto un problema di intelletto! E quando entra l’ideologia, nella Chiesa – ha detto a questo punto il Papa – quando entra l’ideologia nell’intelligenza, del Vangelo non si capisce nulla». Così tutto viene interpretato nel senso del dovere piuttosto che nel senso di quella conversione alla quale «ci invita Gesù». E quanti seguono la strada del dovere, «caricano tutto sulle spalle dei fedeli».

«Gli ideologi falsificano il Vangelo» ha sentenziato il Papa, aggiungendo: «Ogni interpretazione ideologica, da qualsiasi parte venga, da una parte o dall’altra è una falsificazione del Vangelo. E questi ideologi – l’abbiamo visto nella storia della Chiesa – finiscono per essere intellettuali senza talento, eticisti senza bontà. E di bellezza non parliamo, perché non capiscono nulla». Invece «la strada dell’amore, la strada del Vangelo è semplice: è quella strada che hanno capito i santi! I santi sono quelli che portano la Chiesa avanti», quelli che seguono «la strada della conversione, la strada dell’umiltà, dell’amore, del cuore, la strada della bellezza».

«Preghiamo oggi il Signore – ha concluso il Pontefice – per la Chiesa: che il Signore la liberi da qualsiasi interpretazione ideologica e apra il cuore della Chiesa, della nostra madre Chiesa, al Vangelo semplice, a quel Vangelo puro che ci parla di amore, ci porta l’amore ed è tanto bello! E anche ci fa belli a noi con la bellezza della santità. Preghiamo oggi per la Chiesa».

Da «L’Osservatore Romano», sabato, 20 aprile 2013.