Pakistan 4 – Gli Usa tagliano 255 milioni

Donald Trump

Scure sugli aiuti, come già annunciato da Trump. L’ambasciatrice all’Onu, Haley: «Hanno fatto il doppio gioco». Presto nuove misure

«L’Amministrazione Trump sospenderà 255 milioni di dollari di aiuti al Pakistan». L’annuncio è arrivato ieri dall’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, sull’onda delle polemiche suscitate da un tweet contro Islamabad scritto dal presidente Usa Donald Trump. «C’è una chiara ragione, il Pakistan ha fatto il doppio gioco per anni, e questo non è accettabile per l’attuale Amministrazione Usa», ha precisato l’ambasciatrice Nikki Haley.

«Gli Stati Uniti hanno dato in modo folle al Pakistan più di 33 miliardi di dollari in aiuti negli ultimi 15 anni e loro non ci hanno dato altro che bugie e inganni, pensando che i nostri leader siano sciocchi – ha infatti scritto Trump in uno dei suoi primi tweet del 2018 –. Danno asilo ai terroristi a cui diamo la caccia in Afghanistan. Basta!».

In reazione al messaggio di Trump, ieri l’ambasciatore americano a Islamabad David Hale è stato convocato dal ministero degli Esteri pachistano per una protesta formale. Nel pomeriggio di ieri si è riunito a Islamabad il Comitato per la sicurezza nazionale, presieduto dal primo ministro Shahid Khaqan Abbasi. Alla riunione durata tre ore è poi seguito un vertice dei generale dell’esercito. Nel comunicato diffuso alla stampa al termine dell’incontro Islamabad sottolinea anche che le frasi di Trump «sono completamente incomprensibili perché contraddicono i fatti in modo manifesto» ed «ignorano i nostri martiri».

Ma quella di ieri dovrebbe essere solo la prima di una serie di misure punitive nei confronti del governo di Islamabad. La Casa Bianca, infatti, annuncerà altre azioni nei confronti del Pakistan nelle prossime 24 o 48 ore: lo ha fatto sapere la portavoce Sarah Sanders ieri nel suo briefing quotidiano. Gli Usa, ha aggiunto Sanders, vogliono che Islamabad faccia di più nella lotta al terrorismo.

«Pakistan. Gli Usa tagliano 255 milioni», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 11.

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Pakistan 3 – Un fondamentalismo ormai alla sua «terza tappa». Parabola del Paese nato per un’identità aperta

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La crescita fondamentalista in Pakistan, Paese nato per la volontà di dare una patria saparata ai musulmani alla fine del dominio britannico sull’impero indiano, il 15 agosto 1947, ha vissuto diverse fasi. Fino – almeno così appare – a chiudere negli ultimi tempi una parabola che l’ha condotto al polo opposto rispetto alla volontà dei fondatori di una Repubblica islamica per identità ma aperta alla modernità e alla cooperazione internazionale, in cui le minoranze etniche e religiose avrebbero avuto un ruolo e subito nessuna discriminazione.

Durante la prima fase, quella del consolidamento della nuova entità nazionale, non solo la religione musulmana, ma anche il ruolo dei militari furono chiamati a garantire l’identità e la stabilità del Paese, emarginando gradualmente il potere politico. Anche per il confronto con il vicino indiano con cui si instaurò da subito una crisi permanente in Kashmir, con il rischio di un conflitto aperto.

La seconda fase si sviluppò negli anni Settanta, iniziati con la perdita del Pakistan orientale, diventato indipendente con l’aiuto dell’India con il nome di Bangladesh. Il colpo di Stato del generale Zia ul Haq nel 1977, che abbatté il governo guidato da Zulfikar Ali Bhutto – parentesi tra decenni di regimi militari – la Rivoluzione islamica in Iran nel 1979, l’invasione sovietica dell’Afghanistan lo stesso anno, fornirono abbondanti opportunità a un islam che cercava un ruolo diverso e meno subordinato. La connivenza di militarismo, burocrazia e nazionalismo in modo crescente influenzata dalla religione (la stesura definitiva degli articoli del Codice penale che collettivamente danno forma alla “legge antiblasfemia” è del 1987) segnarono così il Pakistan per un ventennio, accentuando l’identità nazionale islamica, da rivendicare sia verso l’India, sia verso l’Occidente.

La terza fase, ancora in corso, ha avvio per alcuni nella presa di potere dei taleban nel confinante Afghanistan nel 1996, oppure nella campagna a guida statunitense nel 2001 che lo fece cadere o, ancora, nel primo confronto diretto tra esercito governativo e taleban nelle aree tribali di frontiera nel 2004, con un successivo accordo che legittimò il ruolo di una militanza fino ad allora in sordina, aprendo le porte del Pakistan all’influsso del jihadismo globale. Un’apertura di credito pagata non con una pace duratura, ma con una svolta integralista costata almeno 40mila morti, l’arretratezza generalizzata e la sottomissione delle minoranze.

Oggi, il fondamentalismo si alimenta da tre fonti perlopiù distinte nelle loro azioni: quella taleban, quella jihadista d’importazione e quella alla congiunzione tra militanza e politica di cui sono espressione movimenti come Tehreek-i-Labbaik Pakistan e Tehreeki- Labbaik Ya Rasool Allah. Il primo guidato da Muhammad Afzal Qadri e Khadim Hussain Rizvi, il secondo da Asif Ashraf Jalali.

Stefano Vecchia, «Un fondamentalismo ormai alla sua “terza tappa”. Parabola del Paese nato per un’identità aperta», in “Avvenire”, venerdì 9 novembre 2018, p. 5.

Pakistan 2 – Per cambiare volto al Paese e attrarre investitori. Il premier «occidentale» Khan adesso può domare i radicali

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Ancora una volta, la fragile figura di Asia Bibi ha catalizzato le contraddizioni e le rivendicazioni del suo Paese, accendendo un confronto che potrebbe anche diventare definitivo tra il governo e i movimenti islamisti che da lungo tempo tengono in ostaggio le prospettive di sviluppo sociale e economico del Paese e ne favoriscono l’infiltrazione da parte del jihadismo straniero.

Non è sfuggita la durezza con cui mercoledì scorso il primo ministro Imran Khan ha affrontato le proteste che andavano diffondendosi dopo l’annuncio dell’assoluzione: «Un Paese non può essere bloccato per il fatto che non piace una sentenza della Corte Suprema. La gente ne è danneggiata (…). Chiedo a tutti di contrastare questa istigazione. Questi criminali non stanno servendo l’islam, stanno solo agendo per fini politici, per accrescere il loro bacino di voti».

Pochi ignorano, e soprattutto i suoi rivali all’estremità radicale della società islamica, che Khan ha uno sguardo di riguardo verso quell’Occidente che conosce bene. La sua metamorfosi un ventennio fa in musulmano integralista prestato alla politica non ha intaccato l’apprezzamento per i fondamenti democratici, educativi e economici dell’Occidente e sa che il suo Paese ha bisogno di aprirsi al mondo per offrire possibilità e speranza ai 200 milioni di abitanti.

Basti valutare, all’altro estremo del Subcontinente indiano, la situazione del Bangladesh, un tempo Pakistan Orientale, dove la convergenza di stabilità politica, emarginazione dei gruppi estremisti e jihadisti e investimenti stranieri hanno concorso a garantire una crescita del 7,3 per cento nel 2017, con un incremento graduale con pochi tonfi da un ventennio e una concomitante sviluppo di occupazione e possibilità. Un Paese dotato di risorse naturali e di infrastrutture assai inferiori, ma con una speranza di vita maggiore (72 anni contro 66) e un reddito pro-capite che nel 2020 supererà quello del «rivale».

Khan ha quindi lanciato un altro messaggio gli estremisti, organizzati soprattutto dal movimento Tehreek-e-Labait, che il suo partito Pakistan Tehreek-e-Insaf aveva spalleggiato durante le massicce manifestazioni che un anno fa avevano costretto il Parlamento a fare marcia indietro sulle modifiche alla Legge elettorale a loro invise. Allora all’opposizione, obiettivo di Khan, era di mettere in difficoltà il governo, incentivando una crisi che ha portato alle urne i pachistani lo scorso luglio e alla sua vittoria. Oggi, come capo del governo, ha rivali solo nell’estremismo e nella povertà. «Lo Stato si assume ogni responsabilità per proteggere vite e proprietà. Non costringeteci a passare all’azione», ha dichiarato due giorni fa ai pachistani, confermando che il Paese non sarà più tollerante con i violenti come lo è stato per lungo tempo per la debolezza del potere politico. D’altra parte, un forte consenso interno e il sostegno internazionale gli danno ampie possibilità di intervento contro estremisti e jihadisti.

Sul fronte taleban, che esalta l’islam in funzione anzitutto delle rivendicazioni dell’etnia pashtun, maggioritaria nel Nord-Ovest come pure in Afghanistan, Imran Khan può giocare, oltre alla carta del coinvolgimento politico, la comune appartenenza etnica e il radicamento del suo partito nelle aree d’origine della militanza. In ogni caso, le forze armate sono per ora al suo fianco.

Stefano Vecchia, «Per cambiare volto al Paese e attrarre investitori. Il premier “occidentale” Khan adesso può domare i radicali», in “Avvenire”, venerdì 2 novembre 2018, p. 5.

Pakistan 1 – L’ira di Trump anche sul Pakistan: miliardi di aiuti, ospitano terroristi

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Affondo di Donald Trump anche sul Pakistan accusato di ospitare estremisti violenti e di mentire a riguardo. Il numero uno degli Usa minaccia anche di tagliare gli aiuti a Islamabad. «Gli abbiamo dato scioccamente più di 33 miliardi di dollari in aiuti negli ultimi 15 anni, e loro non ci hanno dato altro che bugie e inganni, pensando che i nostri leader siano degli sciocchi. Danno rifugio ai terroristi a cui noi diamo la caccia in Afghanistan con poco aiuto. Mai più!», ha scritto il presidente degli Stati Uniti su Twitter.

E il Pakistan, intanto, vanta il poco invidiabile record di Paese in cui è avvenuto il primo attentato terroristico dell’anno. Almeno 8 persone, fra cui tre membri delle forze di sicurezza, sono rimaste ferite nella provincia pachistana di Baluchistan. Sconosciuti hanno prima fatto esplodere sulla Mall Road di Chaman una carica vicino alla sede della Brigata speciale di polizia ferendo due passanti.

«L’ira di Trump anche sul Pakistan: miliardi di aiuti, ospitano terroristi», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 14.