Notarelle di costume 10 – Le troppe aspettative generano malumore

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L’ultimo rapporto del Censis ci parla di un Paese sfiduciato, incattivito, egoista; potremmo dire che emerge il quadro di un Paese in cui si respira aria di malumore.

Sul piano psicologico, l’umore è la colorazione di fondo che accompagna le nostre giornate e ci rende più o meno piacevole affrontarle. Quando prevale l’umore cattivo (il malumore), esso si frappone come un velo sgradevole tra noi e la nostra esperienza; è come un fastidioso rumore di fondo che altera la percezione e ci rende irritabili, scostanti e pronti al conflitto.

La parola “umore” ha trovato la sua prima applicazione nella medicina ippocratica, secondo la quale la salute del corpo dipende dall’equilibrio tra i diversi liquidi che lo governano: nel linguaggio, dunque, si rivela una continuità di significato tra l’esperienza del corpo e quella della psiche, che ci guida a leggere il mal-umore come una situazione di disequilibrio.

Un malumore così diffuso e cronico come quello che oggi respiriamo ci interroga dunque su quale sia il disequilibrio cronico che ci troviamo a vivere. La risposta non è univoca, e diverse credo siano le radici di questo disequilibrio; ma qui voglio metterne in evidenza una in particolare: la continua discrepanza tra ciò che ci viene promesso e ciò che riusciamo nella realtà ad ottenere.

Ci troviamo in un mondo che ci promette fin da bambini iperboliche soddisfazioni: soddisfazioni incredibili dei sensi (con esperienze di piacere insospettate e travolgenti), soddisfazioni incredibili nella vita sentimentale (che ci farà conoscere un amore capace di saturare ogni desiderio), soddisfazioni nella vita sociale (con una visibilità altamente gratificante e alla portata di ciascuno). E ci viene detto, fin da bambini, che siamo speciali: dunque, ci meritiamo la fortuna che ci è promessa.

Tutto induce in noi un atteggiamento di credito. Siamo in credito perenne verso la vita: chi è nato in ambiente fortunato pretende la giusta risposta al suo essere “speciale”; chi in ambiente sfortunato pretende un risarcimento che lo faccia partecipare al grande banchetto promesso.

Con queste premesse, la vita non può che risultare deludente: la vita con le sue fatiche, le sue ombre, il suo bisogno di pazienza e attesa ci risulta del tutto insoddisfacente e non siamo in grado di apprezzare le gioie reali che ci regala continuamente. Siamo in perenne attesa della cosa “speciale”, stra-ordinaria, super-eccitante, super-soddisfacente. Siamo in attesa di una auto-realizzazione che non sappiamo bene cosa sia.

Ecco allora il malumore che consegue a tutte le piccole e grandi contrarietà che ogni giornata ci presenta: il traffico, il vicino scostante, la moglie (il marito) che invecchia, la salute che vacilla, le mille incombenze noiose della quotidianità.

Dov’è, per noi (per me, per te) quell’amore speciale e travolgente, dov’è quella sensazione “che non hai mai provato prima”, quel successo che ti cambierà la vita e che sembra debba trovarsi a portata di mano? Perché tutto questo sembra così vicino, ma riguarda sempre qualcun altro?

È come se venissimo continuamente preparati per qualcosa che non accade mai: caricati di aspettative su noi stessi e sul mondo, ma inutilmente. La vita trascorre come una promessa che non si realizza, lasciandoci perennemente insoddisfatti perché lontani dalla nostra vera natura: dai nostri sensi, non più capaci di vibrare in ogni esperienza; dall’oggi, perché aspettiamo sempre un ipotetico domani; dalla capacità concreta di generare vita e progetti, perché non siamo certi che saranno speciali come li vorremmo.

A queste condizioni la vita implode provocando stagnazione, e con essa una cronica sensazione di mal-umore: la vita che ristagna provoca infatti un malessere che è insieme della mente e del corpo, che sono così inscindibilmente connessi nella natura dell’uomo.

Mariolina Ceriotti Migliarese, «Le troppe aspettative generano malumore. L’alfabeto degli affetti», in “Avvenire”, giovedì 3 gennaio 2019, p. 2.

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Notarelle di costume 15 – Genitori, figli e il nostro Dio: amare e ricomprendere un rapporto mai proprietario

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«I vostri figli non sono figli vostri… / sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita. / Nascono per mezzo di voi, ma non da voi. / Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono (…) / voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti. / L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane (…)». Era il 1923 quando il poeta libanese Khalil Gibran pubblicò a New York una raccolta di ventisei riflessioni poetiche sulla vita, “Il profeta”, di cui questi versi appena ricordati, “I vostri figli”, sono parte.

In un’epoca in cui i princìpi sui quali una società deve fondarsi sembrano ridursi a una mera sommatoria di diritti (o presunti tali) individuali, ivi compreso un presunto “diritto al figlio”, non è forse inutile ricordare come l’idea stessa di paternità e maternità abbia sempre sottinteso, nella sua accezione più autentica, un concetto di servizio piuttosto che di proprietà. E Gibran è solamente uno dei tanti autori che nel corso dei secoli, a tutte le latitudini, ha voluto ribadire questa verità di fronte a ogni deriva contraria.

Una verità, un principio, da sempre affermato dalla dottrina della Chiesa. Una verità, un principio, che papa Francesco ha voluto sottolineare l’ultimo giorno dell’anno appena trascorso, coincidente con la prima domenica dopo il Natale in cui si celebra la festa della Santa famiglia di Nazaret, ricordandoci come «I genitori di Gesù vanno al tempio per attestare che il figlio appartiene a Dio e che loro sono i custodi della sua vita e non il “proprietario”. E questo – ha aggiunto papa Bergoglio – ci fa riflettere. Tutti i genitori sono custodi della vita dei figli, non proprietari, e devono aiutarli a crescere, a maturare».

Nel 2011, nella medesima ricorrenza, papa Benedetto, quasi con le stesse parole, aveva auspicato che «l’amore, la fedeltà e dedizione di Maria e Giuseppe siano di esempio per tutti gli sposi cristiani, che non sono gli amici o padroni della vita dei loro figli, ma i custodi di questo dono incomparabile di Dio».

È del tutto evidente quanto sia radicale il cambio di prospettiva tra l’essere “custodi” piuttosto che “padroni”, o anche “amici” – come negli ultimi decenni sembra andare tanto di moda. Perché se nel corso della storia il rapporto tra genitori e figli, nelle sue diverse declinazioni – e ben sappiamo quante volte sbagliate – è stato quello su cui alla fine si è radicata ogni architettura sociale, mai come oggi questa rischia di essere sovvertita in un contesto in cui il desiderio viene affermato come, appunto, un diritto. Al contrario, come disse ancora papa Francesco nel febbraio di due anni fa, «un figlio si ama perché è figlio: non perché sia bello, e perché sia così o cosà; no, perché è figlio! Non perché la pensa come me, o incarna i miei desideri. Un figlio è un figlio: una vita generata da noi, ma destinata a lui, al suo bene, al bene della famiglia, della società, dell’umanità intera».

Non è insomma solo un’esperienza dei genitori. C’è anche «la profondità dell’esperienza umana dell’essere figlio e figlia, che ci permette di scoprire la dimensione più gratuita dell’amore, che non finisce mai di stupirci. È la bellezza di essere amati prima: i figli sono amati prima che arrivino. Quante volte trovo le mamme qui che mi fanno vedere la pancia e mi chiedono la benedizione … perché sono amati questi bimbi prima di venire al mondo. E questa è gratuità, questo è amore; sono amati prima, come l’amore di Dio che ci ama sempre prima».

Salvatore Mazza, «Genitori, figli e il nostro Dio: amare e ricomprendere un rapporto mai proprietario», in “Avvenire”, sabato 6 gennaio 2018, p. 2.

Notarelle di costume 14 – Il popolo di Dio di tutto ha bisogno tranne che di «sepolcri imbiancati»

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Quando, di qualcuno, si dice che è una persona dalla doppia vita, non è per farle un complimento. Anzi. Sono quelle persone che irritano, fanno indignare, o che spesso anche causano disgusto con comportamenti che contraddicono le cose che, invece, sostengono a parole. Che si tratti di un politico o di un vicino di casa fa poca differenza: scoprire, per così dire, una “doppia vita”, è un qualcosa che fa sempre male. E non parliamo della disillusione che può generare, soprattutto nei giovani.

Ma se il predicare bene e il razzolare male è sempre una cosa irritante, quando a farlo è un prete la cosa è ancora più intollerabile. Perché c’è in ballo qualche cosa di più. Papa Francesco l’ha detto molto chiaramente, e come sempre con uno stile molto diretto ed efficace, qualche giorno fa. Quando, nella omelia della Messa mattutina a Santa Marta, ha sottolineato come «è brutto vedere pastori di doppia vita», anzi è una vera e propria «ferita nella Chiesa».

Per il Papa sono «pastori ammalati, che hanno perso l’autorità e vanno avanti in questa doppia vita»; e, ha aggiunto, «ci sono tanti modi di portare avanti la doppia vita: ma è doppia … E Gesù è molto forte con loro. Non solo dice alla gente di non ascoltarli ma di non fare quello che fanno, ma a loro cosa dice? “Voi siete sepolcri imbiancati”: bellissimi nella dottrina, da fuori. Ma dentro, putredine. Questa è la fine del pastore che non ha vicinanza con Dio nella preghiera e con la gente nella compassione».

Perché è questo appunto che fa la differenza. Francesco lo ribadisce con fermezza: «Quello che a un pastore dà autorità o risveglia l’autorità che è data dal Padre, è la vicinanza: vicinanza a Dio nella preghiera e la vicinanza alla gente. Il pastore staccato dalla gente non arriva alla gente con il messaggio.

Vicinanza, questa doppia vicinanza. Questa è l’unzione del pastore che si commuove davanti al dono di Dio nella preghiera, e si può commuovere davanti ai peccati, al problema, alle malattie della gente: lascia commuovere il pastore. Gli scribi… avevano perso la “capacità” di commuoversi proprio perché “non erano vicini né alla gente né a Dio”’. E senza questa vicinanza, o quando per qualsivoglia motivo la si perde, «il pastore finisce nell’incoerenza di vita».

Sembra di rileggere le parole che Giovanni Paolo II, nella lettera del giovedì santo indirizzata ai sacerdoti di tutto il mondo nel 1986, dedicò al Santo curato d’Ars tornando a indicarlo, nel secondo centenario della nascita, come esempio per tutti i preti. «Non si tratta certo di dimenticare – ha scritto a sua volta Benedetto XVI, sempre a proposito di San Giovanni Maria Vianney, nella lettera di indizione dell’Anno sacerdotale del 2009 – che l’efficacia sostanziale del ministero resta indipendente dalla santità del ministro; ma non si può neppure trascurare la straordinaria fruttuosità generata dall’incontro tra la santità oggettiva del ministero e quella soggettiva del ministro. Il Curato d’Ars iniziò subito quest’umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di “abitare” perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale: “Appena arrivato egli scelse la chiesa a sua dimora… Entrava in chiesa prima dell’aurora e non ne usciva che dopo l’Angelus della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui”, si legge nella prima biografia».

Coerenza, dunque. Non doppiezza. Perché di tutto il popolo di Dio ha bisogno, tranne che di sepolcri imbiancati.

Salvatore Mazza, «Il popolo di Dio di tutto ha bisogno tranne che di «sepolcri imbiancati», in “Avvenire”, sabato 13 gennaio 2018, p. 2.

Notarelle di costume 13 – Il diritto che merita l’Italia dei poveri. L’urgenza sono leggi «per la vita».

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Non entro nel merito, non sta a me – che economista non sono affatto – dire se l’Italia in questo ultimo anno, abbia goduto o meno di una vera “ripresa”. Dico solo che i giovani disoccupati della sterminata periferia napoletana, nella quale vivo e opero, ma non solo loro, stentano a trovare lavoro e mettere su famiglia, anche per questo la criminalità non tende a diminuire; che nei vari dormitori disseminati nelle nostre città trovano riparo non tenaci scansafatiche ma tantissimi padri di famiglia che, perduto l’antico lavoro (spesso già precario), pian piano hanno smarrito tutto e son dovuti andare a vivere in quei luoghi di grande solidarietà umana e disagi personali. Dico che l’Italia, che a parole si dice amante della vita, accetta senza muovere un dito la piaga dell’aborto anche quando viene richiesto solo per la paura di mettere al mondo un’altra bocca da sfamare. Dico che le nostre parrocchie sono diventate l’ultimo rifugio dove i poveri trovano un minimo di conforto e di aiuto concreto. È nella parrocchie che, a decine, arrivano sul far della sera mamme che ancora riescono a conservare la casa, ma poco più. Per questa gente la ripresa economica è solo fantasia o, se c’è stata, chissà da quale parte si trova e chi riguarda davvero.

Questa gente, tra pochi giorni, troverà bollette di luce e gas più pesanti. Aumentare indiscriminatamente luce e gas vuol dire, ancora una volta, andare a colpire i più poveri. Luce e gas, infatti, non sono comodità di cui potere fare a meno, non sono lussi che si possono evitare; luce e gas sono vita, vita cui hanno diritto anche le famiglie povere.

Come diventa brutta la nostra Italia quando si fa debole con i forti e forte con i deboli. È incredibile vedere come leggi che la stragrande maggiorana degli italiani non ritiene assolutamente necessarie trovino corridoi privilegiati per essere approvate in tempi record e leggi indispensabili per la sopravvivenza restano indietro aspettando la prossima legislatura. Nel bene e nel male, nell’anno 2017 che ci siamo lasciati alle spalle, si sono fatte tante cose, anche in Parlamento.

Si sarebbe potuto fare di più e di meglio? Certamente. Adesso è inutile piangere sul latte versato. Proprio ora, però, che i giorni di festa e di euforia (per tanti, ma non per tutti) stanno finendo, c’è una cosa che occorre chiedere ad alta voce a chi si candida a governare il nostro Paese. Una cosa che le campagne di informazione e di sensibilizzazione di “Avvenire” in questo inizio di anno stanno mettendo di nuovo e con forza in evidenza: abbiate a cuore la vita nascente e la famiglia, vero porto di salvezza, e il lavoro buono che dà dignità e slancio a giovani e meno giovani. Fatevi portatori e amanti del diritto a vivere, non del presunto diritto a morire. Amate il vostro Paese, e però fate che chi arriva in mezzo a noi col desiderio non di farci male, ma di vivere dignitosamente dando il proprio contributo, si senta davvero a casa sua.

Non dimenticate i poveri. I nostri poveri, italiani di vecchia data, e i nuovi poveri, venuti da lontano, non per essere assistiti, ma per essere utili a sé e agli altri. Non permettete che sulla loro schiena affondi ancor di più l’aratro tagliente della diseguaglianza, della discriminazione, della noncuranza, dell’ipocrisia.

Datevi da fare per tassare adeguatamente i beni superflui, di lusso, non indispensabili alla vita. E rendetevi conto che aumentare luce e gas indiscriminatamente vuol dire dare ai poveri un colpo di grazia.

In tante regioni, soprattutto del nostro Meridione, stanno crescendo di nuovo furti e rapine. E in certi luoghi vivere è un inferno. La legge uguale per tutti può diventare, e spesso diventa, la prima ingiustizia. Papa Francesco ce lo sta dicendo in mille modi, tanto che qualcuno, anche tra chi si dice seguace di Gesù Cristo, trova eccessive le sue parole: abbiate a cuore gli ultimi. Non vi illudete che cacciandoli dalle zone belle delle città avrete risolto il problema. I poveri ci sono e sovente sono poveri perché la società li ha relegati in quella penosa condizione. Andate loro incontro, date loro una mano, rimetteteli in piedi. O, almeno, non rendetevi complici di chi non si preoccupa di farli scivolare nella miseria nera. Non andate a colpire i beni di prima necessità. Pane, pasta, latte, frutta sono indispensabili per la sopravvivenza, così come indispensabili sono la corrente elettrica e il gas. Andate a cercarle altrove le risorse, i poveri hanno già dato tanto. Da anni, da decenni, da secoli.

Maurizio Patriciello, «Il diritto che merita l’Italia dei poveri. L’urgenza sono leggi “per la vita”», in “Avvenire”, domenica 7 gennaio 2018, p. 3.

Notarelle di costume 12 – Il successo del libro di Corona? Oscuriamolo con García Márquez

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L’irresistibile ascesa del libro di Fabrizio Corona nella classifica dei più venduti (mentre scriviamo è settimo, mentre leggete potrebbe essere in cima) sta creando una certa apprensione sui social. Dove andremo a finire? A leggere certi commenti costernati, sembra che il volume sia un segnale certo dell’imminente apocalisse. Ebbene: calma e gesso, come nelle migliori sale da biliardo dicono i giocatori di fronte a biglie che sembrano essere state piazzate dal dio dei garbugli apposta per farti uscir di senno.

Intanto il titolo: Non mi avete fatto niente.

Noi a lui no di sicuro; ma lui a noi con questa sua performance continua a fare del male. Poi l’editore: M., un editore molto importante con un grande volume di affari e proprietario di luccicanti librerie. È quel genere di editore – l’esperienza è personale ma condivisa da molti – che se gli presenti il tuo libro ti risponde, con stringata gentilezza: “Bello, si legge d’un fiato, intelligente, ironico, ma… ”. Ma? “Ma lei non è noto”. Corona è indubbiamente noto. La gente compra libri di autori noti. Poi bisogna vedere se li legge, però intanto li compra e all’editore è quello che interessa. Appunto, tranquilli: chi compra questo genere di libri difficilmente riesce a leggere cinque pagine di fila senza provare una tremenda fatica, chiudere e passare alla televisione. Insomma, il danno è relativo.

Un ulteriore pensiero va all’ignoto redattore della nota casa editrice che ha materialmente scritto il libro firmato da Corona. Non crederete mica che l’abbia scritto lui, vero? La prestazione del povero lavoratore, in casi come questo, va assimilata ad altri mestieri ingrati, come il raccoglitore di guano. È molto probabile che abbia un buon romanzo nel cassetto ma che gli abbiano risposto: “Bello! Purtroppo lei non è noto”.

Infine, qualche idea per una resistenza popolare nonviolenta. Sui social molti si chiedono: che fare? Da parte mia sono fondatore e unico militante (per ora) delle Brigate giustizia letteraria, con l’obiettivo di portare il disordine là dove la provocazione nei “noti” è intollerabile. Andate in libreria e voltate i libri da oscurare; spostateli; copriteli con Cesare Pavese, Gabriel García Márquez o perfino Alessandro Manzoni. Nei supermercati, piazzate davanti al libro da colpire un rotolo di carta igienica. Non abbiate pietà, perché costoro non l’hanno avuta con noi.

Umberto Folena, «Il successo del libro di Corona? Oscuriamolo con García Márquez. Se la performance letteraria del noto fotografo scala le classifiche di vendita», in “Avvenire”, giovedì 7 febbraio 2019, p. 2.

Notarelle di costume 11 – I frutti amari della «caciara». La crescente crisi tra Italia e Francia

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Il richiamo del proprio ambasciatore per “consultazioni” è una misura formale grave che in genere si adotta tra Paesi l’uno all’altro ostili. È un inedito nel campo delle relazioni tra due Paesi alleati, entrambi membri dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica. Le tensioni tra Roma e Parigi sono cresciute in maniera esponenziale nei pochi mesi di governo giallo-verde. La Francia è stata accusata di ipocrisia nella gestione dei flussi migratori, di «neocolonialismo» per la querelle sul «franco coloniale», di «fornire ospitalità ai criminali italiani» per la sua politica verso i terroristi latitanti degli “anni di piombo”. Ci sono, com’è noto, valutazioni differenti tra Parigi e una parte del governo di Roma sulla Tav, così come non certo da ieri agli italiani, giustamente, non piace il doppiopesismo con cui a Oltralpe si agisce in tema di migrazioni irregolari su un confine alpino reso rovente e gelidamente mortale e con cui si guarda soprattutto alle acquisizioni e fusioni internazionali: nello spirito del mercato unico, quando sono società francesi a fare shopping da noi e invece da ostacolare quando avviene il contrario (si pensi al caso dei Cantieri di Saint Nazaire). E resta la divergenza sul dossier libico.

Nella sua nota il Ministero francese dell’Europa e degli Affari esteri, fa riferimento però a come la Francia sia stata oggetto, per mesi, non solo di accuse ritenute prive di fondamento, ma anche di «dichiarazioni oltraggiose», al fatto che «le ultime ingerenze costituiscano una inaccettabile provocazione», che viola il rispetto per le scelte democratiche fatta «da un popolo amico e alleato», ingiustificabili, pur nell’ambito della campagna per le elezioni europee, e tali da creare «una situazione grave che pone un interrogativo sulle intenzioni del governo italiano nei confronti della sua relazione con la Francia».

Il riferimento è alla scampagnata che il vicepremier Di Maio e il suo veemente collega di partito Di Battista hanno fatto a Parigi nei giorni scorsi per incontrare Christophe Chalencon, un esponente dei gilet gialli noto per aver invocato un «colpo di stato militare allo scopo di cacciare il presidente Macron ed evitare così la guerra civile», incontro che faceva seguito a tutta una serie di dichiarazioni di sostegno aperto alle proteste contro il presidente Macron.

Quello che appare stupefacente nel comportamento degli esponenti del governo è la straordinaria leggerezza pari solo all’assenza di leggiadria con cui parlano e agiscono. In taluni casi, probabilmente non si muovono in ossequio a un disegno strategico (il ministro Toninelli che dichiara compiaciuto «chi se ne frega di andare a Lione!»…), ma in altri il sospetto è che per puro calcolo elettoralistico non si esiti a mettere a repentaglio gli interessi nazionali.

Pur di arrivare al voto europeo con il vento dei sondaggi in poppa, o nella speranza di risalirne la china, non ci si perita dall’insultare un capo di Stato di un Paese amico con battute allusive e oltraggiose, di entusiasmarsi per chi inscena proteste violente, di accusare un Paese e un popolo di vivere sfruttando le ex colonie. Non si capisce che Macron passerà, prima o poi, come passeranno i Salvini e i Di Maio, ma la Francia e l’Italia restano, e i popoli e gli Stati rischiano di pagare un prezzo altissimo per le dichiarazioni e la azioni di alcuni politici temporaneamente al governo.

Il grande successo conseguito dalla coalizione giallo-verde nell’arena internazionale in poco più di otto mesi, è di aver provocato l’isolamento dell’Italia, andando contro tutti gli sforzi compiuti non nella storia della Repubblica, ma in tutta la vicenda dello Stato unitario, da Cavour in poi, con l’eccezione di Mussolini. Di questo passo, aspettiamoci allora che nella piazza virtuale tanto amata da Salvini e Di Maio compaiano post al grido di “Nizza, Corsica e Savoia!” con tanti bei like.

Davvero esponenti di vertice di questo esecutivo ritengono gli italiani così beoti da abboccare all’amo di un patriottismo da stadio? E che per questo calcolo meschino valga la pena di mettere a repentaglio le relazioni con uno dei nostri principali partner commerciali e industriali, con un Paese amico, dove vivono 350mila connazionali?

Dovremmo noi italiani avere imparato sulla nostra pelle che la fortuna dei demagoghi fa la disgrazia delle Nazioni e che fare della caciara la propria linea di politica estera rappresenta una caduta di stile, un errore di strategia e un tradimento dell’interesse nazionale.

Vittorio E. Parsi, «I frutti amari della “caciara”. La crescente crisi tra Italia e Francia», in “Avvenire”, venerdì 8 febbraio 2019, pp. 1-2.

Notarelle di costume 10 – Sulle spalle degli altri. Chi fa propaganda e chi porta i pesi

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È emersa una variabile inattesa, colpevolmente sottovalutata dagli uomini forti dell’esecutivo, nella protesta sollevata dai sindaci sull’applicazione del decreto sicurezza.

Riguarda il rapporto tra atti di governo e conseguenze territoriali e rischia di far saltare il banco nel delicato equilibrio tra Stato centrale ed Enti locali. Si tratta di una novità importante, che per adesso l’esecutivo si limita a controllare, facendo rientrare le contestazioni dei primi cittadini nella normale dialettica centro-periferie, grazie alla sofisticata strategia di comunicazione seguita sin dall’inizio della legislatura e all’opera anche in questa vicenda.

Lo schema consolidato è presto detto: a noi il consenso, agli altri attori istituzionali, sindaci compresi, il costo (alto) delle politiche anti-accoglienza regolata da attuare. A loro, i sindaci, gli oneri, a noi, vicepremier e ministri, gli onori. Tocca infatti ai primi cittadini applicare le norme restrittive decise dall’alto, senza consultare né il territorio né le realtà del Terzo settore impegnate da anni in queste attività. Ecco perché risulta provvidenziale, anche se tardivo, il segnale arrivato ieri dal presidente del Consiglio, che ha di fatto “convocato” i primi cittadini dicendosi disponibile a un confronto. Ancora una volta è Giuseppe Conte a doverci mettere una pezza, come già con l’Unione Europea.

Il problema che andava affrontato per tempo, nei mesi scorsi, va oggi gestito con urgenza. E questo in concreto significa spiegare a migliaia di stranieri in fila all’anagrafe comunale delle città cos’è cambiato, chiudere diversi centri Sprar nei piccoli centri, smistare piccoli e grandi flussi di persone nei quartieri, saper dosare il bastone e la carota qualora dovessero esserci problemi di ordine pubblico.

Abbandonati a se stessi, senza strumenti e alternative a disposizione, si è chiesto sinora ai sindaci di farsi carico nello stesso tempo di novità burocratiche dirompenti (il “no” alla residenza per i migranti chiude, solo per fare un esempio, le porte alla carta d’identità, ai servizi sanitari e ai centri per l’impiego) e di gestire, con intelligenza e umanità, le tensioni sociali legate al superamento dei vecchi luoghi e simboli dell’accoglienza. È difficile non riconoscere lo stato di «oggettiva difficoltà» evocato dal presidente dell’Anci, Antonio Decaro. Si dirà, stando allo spirito dei tempi e al lessico salviniano: è il loro lavoro, sono stati eletti per questo, la «pacchia è finita». Il punto è che siamo di fronte a un preciso piano dell’attuale maggioranza di governo, di cui è difficile non accorgersi.

Non c’è solo il dossier migranti a preoccupare chi vive sul territorio. L’ultima legge di bilancio ha chiesto ai Comuni di far fronte a tagli di fondi per centinaia di milioni di euro: per capirci, una città come Milano riceverà 65 milioni in meno rispetto al previsto.

Come far fronte a questi mancati trasferimenti? La via è obbligata: attraverso un innalzamento delle imposte locali oppure decidendo una riduzione dei servizi sociali per la popolazione. Chi ne risponderebbe politicamente?

L’elenco potrebbe continuare, basti pensare ai fondi prima tolti e poi solo in parte reintegrati per il bando periferie, alla cosiddetta “tassa sulla bontà” che ha conseguenze dirette per chi dal basso (e senza fini di lucro) assiste persone in difficoltà. Si dirà: anche in quest’ultimo caso, l’esecutivo ha promesso di metterci una pezza e lo farà. Proprio questo è il punto: perché si deve arrivare sempre a ultimatum, intese in extremis (anche con l’Europa) ripensamenti dell’ultim’ora?

Soltanto a pensare all’elenco di cose da fare (e promesse da mantenere) nel mese di gennaio, chi si occupa dell’azione di governo ha davanti a sé un compito da far tremare le vene ai polsi: scrittura dei decreti su Reddito di cittadinanza e «quota 100», abolizione della tassa sul non profit, adesso anche il tavolo con i Comuni sugli immigrati. Impegni che consiglierebbero di chiudersi nei rispettivi Ministeri e meditare misure precise, piuttosto che inondare la Rete di continue dirette social.

Invece non cambierà nulla, probabilmente: è tutto così chiaro, nella strategia elettorale neo-centralista di Matteo Salvini e Luigi Di Maio, è stato tutto così scientificamente pianificato a tavolino, da rendere la prospettiva indicata logica e comprensibile alla “pancia” del Paese, l’unica che davvero conta.

Comunicare ossessivamente e continuamente, riempire spazi nei palinsesti per accreditare un governo “del fare”, a fianco dei cittadini. Il lavoro sporco? Lo facciano gli altri, ovviamente, c’è altro a cui pensare.

Ora però, con la protesta dei sindaci, è spuntata la variabile inattesa: scaricare il peso della responsabilità sui livelli più bassi (Enti locali, Terzo settore, sindacati: istituzioni e realtà che una volta si sarebbero chiamati “corpi intermedi”) non può pagare sempre, all’infinito. Prima o poi la coesione sociale e l’architettura istituzionale e sociale del Paese daranno segni di cedimento. È successo, sta succedendo, succederà ancora. Meglio pensare a un ravvedimento operoso in tempi brevi.

Diego Motta, «Sulle spalle degli altri. Chi fa propaganda e chi porta i pesi”, in “Avvenire”, venerdì 4 gennaio 2019, pp. 1-2.