Notarelle di costume 9 – Chat imbarazzanti fra un insegnante e alcune liceali. Dove e come si perde il ruolo del professore

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Il rapporto del prof con i suoi studenti e studentesse non è diverso dal rapporto dell’analista con i suoi e le sue pazienti

Non illudiamoci: noi parliamo raramente, con reticenza e malvolentieri delle simpatie (per usare un termine neutro) che nascono nelle classi tra professori e studentesse, ovviamente delle superiori, tendiamo a minimizzare, ma loro, le studentesse, ne parlano sempre, e le commentano, con tendenza ad esagerare.

La conseguenza è che per loro la loro versione è quella vera, e resterà nel loro cervello per tutta la vita. E se c’è una relazione immaginaria tra un prof e una studentessa, che per loro diventa una relazione vera, corredata di chissà quali e quanti incontri di cui nessuno sa niente, quella storia sarà per loro il marchio che contrassegnerà per sempre quella scuola e quegli anni, e per tutta la vita, a ogni rimpatriata, ne riparleranno. Quella storia, quelle storie, saranno più importanti di Hegel e Kant, che pure le hanno tanto impressionate. Più importanti di Nietzsche, che oggi va per la maggiore.

Quando qualcuna di queste storie trapela sui giornali, diventa subito la notizia più letta dalle ragazze in tutta Italia.

In questo momento la notizia più letta dalle ragazze in tutta Italia è certamente l’accusa di rapporti inopportuni del prof di filosofia di un liceo romano con alcune studentesse, quattro delle quali hanno presentato denuncia. Due sono minorenni. Ci sarà una causa. Il prof sarà interrogato e sapremo le sue risposte.

Finora non c’è una sentenza, e quindi non parliamo di un reato e di una condanna.

Parliamo del fenomeno carsico, sempre negato e tuttavia presente in tutte le scuole, dei legami sentimentali che nascono tra insegnanti e allievi. Anticipo subito, qui ad apertura, una mia vecchia tesi, ma non obbligo nessuno ad accettarla: il professore, di cui le studentesse non s’innamorano, è un cattivo professore; il professore, che s’innamora delle studentesse, è un cattivo professore.

Perciò qui, nel caso del liceo romano, per quel che ne sappiamo finora, il problema non è che le studentesse si scambiavano tra loro email sospirose (o anche esplicite) sul professore, il problema è che email sospirose, anzi esplicite e audaci (parole degli studenti) le scambiava il prof con loro. La difesa del prof sostiene che i messaggi del prof non sono molestie o violenze, perché hanno sempre ottenuto risposta. Da parte delle ragazze (nel caso delle minorenni, potremmo parlare di bambine) c’è insomma il consenso. Ma, a parte il fatto che il consenso delle minorenni non è valido (per questo son dichiarate minorenni), se la relazione vien corrisposta, vuol dire che è andata molto avanti e che è diventata stabile.

Per la ragazza, e per la bambina, innamorarsi del prof è un fenomeno di crescita: si sente più grande, diventa più grande. Per il prof, innamorarsi di una ragazza o una bambina è un fenomeno di de-crescita, e nel caso della bambina di rimbambimento. Il rapporto del prof con i suoi studenti e studentesse non è diverso dal rapporto dell’analista con i suoi e le sue pazienti. In questo caso, come insegna Freud, è inevitabile, utile, necessario che nasca un trasporto affettivo, che Freud chiama transfert. Il transfert è un grosso problema analitico.

Per anni Freud lo intese come un ostacolo all’analisi, il paziente s’innamora del suo analista e va in transfert perché vuole uscire dall’analisi, il transfert va dunque combattuto e ignorato, affinché l’analisi prosegua. Ma alla fine Freud si convinse che il transfert è un nuovo terreno sul quale il paziente replica i suoi problemi e i suoi bisogni, e che dando importanza al transfert e analizzandolo si favorisce l’analisi, e la si porta a compimento.

Posso sbagliare (sono uno scrittore, non uno psicanalista), ma ho sempre guardato con sospetto lo psicanalista che si mette con una sua paziente, e la sposa. Mi sembra un rapporto analitico interrotto e deviato. Per la stessa ragione guardo con sospetto il prof che scambia email erotiche con le sue alunne, ancora minorenni o appena maggiorenni: mi sembra un rapporto didattico perduto e non più recuperabile.

Ferdinando Camon, «Chat imbarazzanti fra un insegnante e alcune liceali. Dove e come si perde il ruolo del professore», in “Avvenire”, venerdì 5 gennaio 2018, p. 3.

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Notarelle di costume 8 – La speranza per il nuovo anno passa attraverso la fraternità

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La parola con cui si apre il 2019 è quella lanciata dal Santo Padre nel suo discorso Urbi et Orbi il giorno di Natale: fraternità. Una parola che indica la verità che «sta alla base della visione cristiana dell’umanità», visione imperniata sull’armonia tra unità e diversità, cuore appunto della fraternità. Se esiste questa armonia «allora le nostre differenze non sono un danno o un pericolo, sono una ricchezza. Come per un artista che vuole fare un mosaico: è meglio avere a disposizione tessere di molti colori, piuttosto che di pochi!».

Da questa visione nasce l’immagine del poliedro, così cara a Papa Francesco, un’immagine che rende ragione della complessità umana più della piatta e ideologica immagine della sfera. Perché non è un ideale astratto la fraternità, è un’esperienza concreta che tutti conosciamo grazie a quella realtà, avvincente e drammatica, che è la famiglia: «L’esperienza della famiglia ce lo insegna: tra fratelli e sorelle siamo diversi l’uno dall’altro, e non sempre andiamo d’accordo, ma c’è un legame indissolubile che ci lega e l’amore dei genitori ci aiuta a volerci bene».

Il Papa parla con il realismo che lo contraddistingue, il realismo della Bibbia che sin dall’inizio presenta storie di fratelli non certo esemplari, da Caino e Abele a Esaù e Giacobbe fino a Giuseppe venduto dai suoi fratelli. Ma poi c’è Gesù, l’Unigenito che diventa Primogenito e si fa fratello di tutti gli uomini (“andate a dire ai miei fratelli” così si esprime, una volta risorto) invitandoci ad amarci come fratelli, figli tutti dell’unico Padre.

La modernità è l’era storica che ha ucciso il padre (tutti i padri, maiuscoli e minuscoli) e non è un caso che delle grandi idee della rivoluzione francese è proprio la fraternité a essere quella più trascurata. Viene in mente la speranza secondo Peguy: «La piccola speranza avanza tra le sue due sorelle grandi, la fede e la carità, e non si nota neanche. Quasi invisibile, la piccola sorella sembra condotta per mano dalle due più grandi, ma con il suo cuore di bimba vede ciò che le altre non vedono. È lei, quella piccina, che trascina tutto».

C’è bisogno di un riscatto della fraternità perché l’Occidente negli ultimi due secoli ha premuto sull’acceleratore della libertà e dell’eguaglianza ma senza la “barra al centro” della fraternità il risultato è stato quello di un mondo squilibrato, schizofrenico. Nel ’900 abbiamo avuto una società, quella comunista, totalmente impostata sull’eguaglianza ma priva della libertà, che ha avuto come risultato l’appiattimento, l’omologazione con la mortificazione delle differenze in un regime disumano fatto di burocrazia, sospetto e violenza brutale. Dall’altra parte si è affermato un modello di società dove la libertà è stata spinta fino agli estremi limiti, finendo per accentuare le diseguaglianze e generare un individualismo cieco e sordo agli altri che vive nel godere limitless spezzando ogni vincolo e senso della comunità. Questi opposti che finiscono per coincidere, l’egualitarismo e il liberismo, sono visioni ideologiche del reale (“sfere” anziché poliedri) che nascono dalla perdita di quella concretezza che solo la fraternità poteva trasmettere alle due idee di eguaglianza e libertà che, una volta sganciate dalla fraternità, sono come impazzite creando i dissesti in cui ancora oggi si dibatte l’Occidente.

È chiaro allora e quanto mai urgente il monito del Santo Padre che ci ricorda che: «Senza la fraternità che Gesù Cristo ci ha donato, i nostri sforzi per un mondo più giusto hanno il fiato corto, e anche i migliori progetti rischiano di diventare strutture senz’anima».

A.M., «La speranza per il nuovo anno passa attraverso la fraternità», in “L’Osservatore Romano”, mercoledì-giovedì 2-3 gennaio 2019, p. 1.

Notarelle di costume 7/2 – Papa Francesco e lo sguardo di Maria. Una indicibile misericordia

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«Quando ci troviamo impigliati nei nodi più intricati della vita, giustamente guardiamo alla Madonna, alla Madre. Ma è bello anzitutto lasciarci guardare dalla Madonna. Quando ci guarda, lei non vede dei peccatori, ma dei figli».

Ci sono parole che non contengono niente – quante, e come ci assordano, rumorose – e ci sono parole dense. Come queste quattro righe pronunciate ieri dal Papa nella solennità di Maria Madre di Dio. Parole che contengono un segreto, che si rivela nel rileggerle e riascoltarle in sé. (Un segreto, s’intende, solo per i cristiani distratti e affaticati come noi).

Di rivolgerci alla Madonna, di domandare a lei, ce l’hanno ripetuto fin da piccoli. Ma il lasciarci guardare da lei è una prospettiva diversa, più profonda. Perché gli uomini quando sono nei guai, o nel dolore, e quindi più sinceri, guardando a se stessi possono anche disperare: se, finalmente vedendosi, si giudicano per ciò che hanno fatto e ciò che sono. Ci dice Francesco però che dobbiamo anzitutto «lasciarci guardare dalla Madonna»: che non vede in noi dei peccatori, ma dei figli. Ci guarda con quella misericordia viscerale, con quella generosità e capacità di perdono che è propria delle madri con i figli. (Chi scrive ricorda una mattina da cronista di nera in una periferia di Milano, un giovane spacciatore ammazzato per strada, e sua madre che in un modesto tinello piangeva: «Eppure, da piccolo era un bambino buono». Quel dimenticare e perdonare tutto, in una povera donna spezzata dal dolore, indimenticabile: come una misteriosa grandezza in una casa disgraziata).

Se può guardare così una qualsiasi madre, come sarà lo sguardo di Maria su di noi? Un’indicibile misericordia, un ricordarsi di noi nel tempo dell’innocenza, un’assoluta consapevolezza che di ogni peccato si può chiedere perdono: viscerale tenerezza e insieme fede di roccia. Dentro a un simile sguardo si può ricominciare: per quanto induriti e lontani e cinici, si può rinascere, anche nel 2019, oltre duemila anni dopo la notte di Betlemme.

C’è drammaticamente bisogno di un’umanità che sappia abbandonarsi allo sguardo di Maria: questo è il segreto di quelle poche, bellissime parole di Francesco. Abbandonarsi, ritrovando in quegli occhi materni i bambini che un giorno si è stati, e riuscendo, oltre ogni orgoglio, a chiedere perdono e a perdonarsi (a volte gli uomini sono i più duri giudici di se stessi, fino ad arrivare alla disperazione). Del resto, pensando lucidamente a quanta ferocia, a quanta miseria, a quanta solitudine abitano questo mondo, dalla disperazione si potrebbe essere tentati. Ma dobbiamo sapere quanto straordinariamente più grande, come un pozzo infinito, è l’amore di quel Dio nato bambino, di cui sua madre e i suoi occhi sono segno. Così che sembra una preghiera, quest’altro passo dell’omelia di Francesco: «Sguardo della Madre, sguardo delle madri. Un mondo che guarda al futuro senza sguardo materno è miope. Aumenterà pure i profitti, ma non saprà più vedere negli uomini dei figli. Ci saranno guadagni, ma non saranno per tutti. Abiteremo la stessa casa, ma non da fratelli. La famiglia umana si fonda sulle madri. Un mondo nel quale la tenerezza materna è relegata a mero sentimento potrà essere ricco di cose, ma non ricco di domani. Madre di Dio, insegnaci il tuo sguardo sulla vita e volgi il tuo sguardo su di noi, sulle nostre miserie».

Preghiera antica eppure preghiera di rivoluzione per quest’anno che inizia: 2019 anni dopo l’ora in cui la notte di Betlemme fu infranta da un vagito, e il tempo di Cristo si allargò nella storia.

Marina Corradi, «Papa Francesco e lo sguardo di Maria. Una indicibile misericordia», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 3.

Notarelle di costume 7/1 – Al mondo serve sguardo materno

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Il mondo ha bisogno dello sguardo delle madri. Così come ogni cristiano ha bisogno di «lasciarsi guardare» dalla Madre celeste.

A sottolinearlo è il Papa nell’omelia della Messa celebrata ieri mattina in San Pietro per la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, la ricorrenza che l’anno liturgico colloca nel primo giorno di ogni nuovo anno, Giornata mondiale della Pace. Con questa Eucaristia e con il successivo Angelus Francesco ha completato il trittico di impegni pubblici che hanno scandito il passaggio dal 2018 al 2019 e che comprendeva anche il Te Deum del 31 dicembre, al termine del quale il Pontefice ha visitato gli spazi per i senzatetto – bagni, docce, barberia, ambulatorio medico – realizzati sotto il colonnato del Bernini e ha sostato in preghiera dinanzi al Presepe di piazza San Pietro, realizzato in sabbia.

Lo sguardo della Madre, si diceva. Insieme al senso dello stupore per il nuovo anno. Anche la Chiesa infatti ha bisogno di rinnovare il proprio stupore di «essere sposa del Signore, altrimenti rischia di assomigliare un bel museo del passato». «Un mondo che guarda al futuro senza sguardo materno è miope – sottolinea papa Bergoglio –. Aumenterà pure i profitti, ma non saprà più vedere negli uomini dei figli. Ci saranno guadagni, ma non saranno per tutti. Abiteremo la stessa casa, ma non da fratelli». In sostanza, aggiunge il Pontefice, «la famiglia umana si fonda sulle madri. Un mondo nel quale la tenerezza materna è relegata a mero sentimento potrà essere ricco di cose, ma non di domani».

Oltre al lasciarsi guardare, Francesco esorta a «lasciarsi abbracciare » e a «lasciarsi prendere per mano nella vita frammentata di oggi, dove rischiamo di perdere il filo». C’è tanta dispersione e solitudine in giro: il mondo è tutto connesso, ma sembra sempre più disunito. Abbiamo bisogno di affidarci alla Madre» che «è rimedio alla solitudine e alla disgregazione». E quanto alla dimensione del lasciarsi prendere per mano, il Papa dice: «Le madri prendono per mano i figli e li introducono con amore nella vita. Ma quanti figli oggi, andando per conto proprio, perdono la direzione, si credono forti e si smarriscono, liberi e diventano schiavi». Se ci si dimentica dell’amore materno si diventa «arrabbiati e indifferenti a tutto». Ma «mostrarsi cattivi – ammonisce il Papa – talvolta pare persino sintomo di fortezza». Tuttavia «è solo debolezza ». «Dio – conclude – non ha fatto a meno della Madre: a maggior ragione ne abbiamo bisogno noi».

Di schiavi e schiavitù Francesco aveva parlato anche nel corso del Te Deum. «Dobbiamo fermarci a riflettere con dolore e pentimento perché, anche durante quest’anno che volge al termine, tanti uomini e donne hanno vissuto e vivono in condizioni di schiavitù, indegne di persone umane». E «anche nella nostra città di Roma – aveva aggiunto – ci sono fratelli e sorelle che, per diversi motivi, si trovano in questo stato. Penso, in particolare, a quanti vivono senza una dimora. Sono più di diecimila», ha ricordato Francesco, sottolineando che «d’inverno la loro situazione è particolarmente dura». Perciò Gesù «ha voluto nascere così, per manifestare l’amore di Dio per i piccoli e i poveri, e così gettare nel mondo il seme del Regno di Dio, Regno di giustizia, di amore e di pace, dove nessuno è schiavo, ma tutti sono fratelli, figli dell’unico Padre».

Concetti, questi ripresi anche all’Angelus, insieme al tema della Giornata mondiale della Pace, che ieri si celebrava: «La buona politica è al servizio della pace». Non pensiamo che la politica sia riservata solo ai governanti: tutti siamo responsabili della vita della “città”, del bene comune; e anche la politica è buona nella misura in cui ognuno fa la sua parte al servizio della pace».

Francesco ha infine salutato i partecipanti alla manifestazione “Pace in tutte le terre”, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio e alla marcia della pace svoltasi a Matera la sera del 31 dicembre.

Mimmo Muolo, «Al mondo serve sguardo materno. Francesco all’omelia della Messa per la Giornata mondiale della pace: senza abiteremo la stessa casa ma non da fratelli. Siamo tutti responsabili del bene comune, la politica non è solo dei governanti», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 5.

Notarelle di costume 6 – La buona Italia da non umiliare. Costituzione e «tassa sulla bontà»

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Per provare a comprendere un aspetto decisivo del dibattito politico dell’anno che si è appena concluso, occorre guardarlo da un punto di osservazione più alto e più distante dalla bagarre recente; e poi da lì tentare uno sguardo e una valutazione d’insieme.

L’incidente del Governo sulla tassazione delle organizzazioni del Terzo settore, non è una questione minore o solo fiscale. La serietà di quella distrazione risalta immediatamente non appena ci domandiamo: come mai i nostri governanti dichiarano di voler aiutare gli italiani poveri, o addirittura di voler sconfiggere la povertà, e poi pensano di complicare la vita a quelle organizzazioni che la povertà vera la combattono e riducono da decenni se non da secoli?

Questo (apparente) paradosso si svela se lo collochiamo accanto ad altri interventi e atteggiamenti collegati e coerenti tra di essi – quelli nei confronti delle cooperative e delle Ong (impegnate sulle rotte marine delle migrazioni), o la minaccia di riduzione del finanziamento ai giornali realizzati in cooperativa o da aziende non profit. E scorgiamo subito un tratto comune netto e significativo, che raggiunge anche il modo con cui è stato pensato (finora) il reddito di cittadinanza.

L’Italia e l’Europa hanno risposto alle loro crisi epocali generando, dal basso, realtà associative che curavano le povertà inserendole dentro tessuti sociali e comunitari diversi. Dalle Misericordie nate dalla società toscana nel Duecento, ai Monti di pietà dei Francescani all’alba della modernità, fino al movimento cooperativo, passando per le opere di welfare ante-litteram degli ordini religiosi tra Seicento e Novecento. Il genio italiano ha risposto alle povertà generando società civile organizzata, attivando le persone e i loro i capitali comunitari, relazionali e soprattutto i capitali narrativi (le prime cure di malattie sociali e di emarginazioni iniziavano quando, insieme, eravamo capaci di narrarci altre storie che illuminavano le povertà e spalancavano orizzonti capaci di vedere e aprire un altro cielo). E lo ha fatto fino a pochi decenni fa, quando siamo stati capaci di rispondere alla crisi dello Stato sociale dando vita a migliaia di cooperative sociali che hanno curato le nostre fragilità mettendo a sistema la vocazione comunitaria del nostro Paese.

Ora, nell’età dei social – il cui nome camuffa una radicale deriva individualistica – la politica ha iniziato a pensare di poter servire il Bene comune saltando la mediazione del “civile” per dar vita a un governo dei sondaggi e dei like dei “singoli”. Un mondo nuovo, dove però le povertà vere non si vedono, non si capiscono e quindi non si curano.

Un grande limite dell’attuale proposta del Reddito di cittadinanza è, infatti, l’assenza della mediazione della società civile. Si vorrebbe eliminare la povertà attivando un rapporto diretto Stato-individuo, mediato soltanto da organismi burocratici statali (i centri per l’impiego).

Dimenticando, ancora una volta, che la prima indigenza dei “poveri” è relazionale, è l’assenza di relazioni buone e/o la presenza di relazioni tossiche.

Insieme all’articolo 1 della nostra Costituzione, sta allora entrando profondamente in crisi anche l’articolo 2: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Collegare i diritti inviolabili degli uomini e delle donne alle «formazioni sociali ove si svolge la loro personalità», fu un atto moralmente forte e profetico. L’umanesimo cristiano e laico che generò quella Carta sapeva che senza la mediazione dei corpi intermedi i diritti inviolabili non vengono né riconosciuti né garantiti, perché non c’è uomo più violabile e violato dell’uomo isolato e solo, come l’albero senza bosco quando arrivano le grandi tempeste.

Dietro l’articolo 2 ci sono, invisibili e realissimi, la Bibbia e tutto il Vangelo, molto pensiero greco e romano, Tommaso d’Aquino, Luigi Sturzo, Luigi Luzzatti, Antonio Gramsci, e la distruzione dei corpi intermedi perpetrata dal fascismo. Accanto a quelle parole c’era anche, scritta con inchiostro simpatico, una visione positiva della persona umana, uno sguardo buono e generoso sull’uomo che vedeva l’individuo capace di fiorire in pienezza solo diventando persona (individuo-in-relazione), quindi dentro famiglie, associazioni, partiti, cooperative, comitati editoriali, comunità spirituali e ideali. C’era l’etica delle virtù, la pietra miliare dell’antropologia occidentale, che vedeva gli esseri umani prima socievoli poi furbi, prima capaci di cooperare poi di evadere, prima buoni poi cattivi. Quando si inverte questo ordine, torniamo all’antropologia del lupo, alla guerra di tutti contro tutti, alla paura e alla rabbia che diventano il collante di individui non persone; e immediatamente iniziamo a guardare il vicino di casa come un evasore potenziale o effettivo, a vedere chi arriva sull’uscio di casa non come una possibile benedizione ma come una sciagura certa.

La società civile di oggi non è più quella lasciataci in eredità dal Novecento. È ferita, colpita al cuore dalla globalizzazione, dai nuovi mercati e dai loro princìpi utilitaristici, da una politica che l’ha manipolata e consumata senza rigenerarla. Ma da essa dobbiamo ripartire per immaginare un Paese migliore, iniziando prima a vederla, poi stimarla e quindi curarne le ferite.

Potremo – dobbiamo– riaprire i porti, perché ad accogliere non ci saranno soltanto il Governo, individui o la polizia: ieri e oggi la sola buona e sostenibile accoglienza è quella di comunità, di associazioni, chiese, fatte di persone che possono accogliere chi arriva dal mare perché ogni giorno si allenano nell’arte dell’accoglienza di persone in carne e ossa; perché sono esperti di corpi non di messaggi e di tastiere (e nella vita il corpo dice quasi tutto).

Dimenticare e violare l’articolo 2 della Costituzione significa, inoltre, negare altri due princìpi cardini dell’Italia e dell’Europa: il principio personalista e quello di sussidiarietà (che deriva dal primo). Se l’individuo matura diventando persona, per salire (o scendere) bene dal singolo allo Stato occorre necessariamente passare per i corpi intermedi che danno vita, sinfonicamente, alla società civile, attraversare le formazioni sociali – perché è in questi passaggi dove impariamo a praticare la democrazia e la pietas, che è fondamento di ogni convivenza umana.

Col nuovo anno l’aumento di tassazione alle organizzazioni non-profit – quella che il presidente Mattarella ha chiamato «tassa sulla bontà» – sarà corretto. Tutti lo vogliamo. Ma non accontentiamoci di questo emendamento alla Manovra 2019.

Infine un augurio per l’anno che inizia. La stragrande maggioranza della società è composta di persone perbene. Magari restano silenziose nel loro posto di lavoro, nelle corsie degli ospedali, qualche volta anche nelle carceri. Non sempre frequentano i social perché frequentano altri luoghi umani. Sono spesso deluse e scoraggiate, ma restano – restiamo – persone per bene. Non dimentichiamolo, e non lo dimentichi chi ci rappresenta e ci governa.

Luigino Bruni, «La buona Italia da non umiliare. Costituzione e “tassa sulla bontà”», in “Avvenire”, giovedì 3 gennaio 2019, pp. 1-2.

Notarelle di costume 5 – Augurio e sprone dal Capo dello Stato: Ricominciamo dal rispetto

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Con i toni sereni e pacati che gli sono propri, ma lanciando alcuni chiari segnali al Paese e a chi oggi lo governa, Sergio Mattarella ha rivolto lunedì sera agli italiani il settantesimo messaggio di Capodanno nella storia della Repubblica.

Nel primo della serie, inaugurata alla fine del 1949 da Luigi Einaudi, si esortava a «mutua comprensione e fraterna solidarietà» un popolo che viveva ancora i riflessi dolorosi della tragedia bellica. E che era aspramente diviso da visioni ideologiche contrapposte, con rischi di guerra civile tutt’altro che trascurabili.

All’epoca nessuno, né a destra né a sinistra, giudicò quelle parole frutto della «retorica dei buoni sentimenti», mentre all’attuale Capo della Stato l’addebito non è stato risparmiato. Ma lui se lo aspettava, come ha avvertito espressamente, dopo aver chiuso la prima parte del suo discorso con l’invito a sentirsi fino in fondo una «comunità», capace di «condividere valori, prospettive, diritti e doveri». Una comunità, soprattutto, capace di rispettarsi al suo interno, disposta a rinunciare alla semina incessante dell’odio politico, del disprezzo sistematico, dell’insulto a buon mercato.

La parola chiave di questo messaggio è forse proprio «rispetto», merce sempre più rara in un contesto politico e comunicativo dove negare anche la minima considerazione all’avversario viene sbandierato come un vanto o una qualità. Lo ricordava ieri anche papa Francesco, in sintonia significativa con Mattarella: «Mostrarsi cattivi talvolta pare persino sintomo di fortezza, ma è solo debolezza».

C’è, dunque, anzitutto il rispetto per ogni vita e per ogni realtà territoriale, senza del quale è inutile parlare di sicurezza. Dove comandano le mafie, ad esempio, anche se gli immigrati non vengono più fatti approdare non si può certo parlare di sicurezza. Dove il degrado sociale non viene contrastato, la scuola registra abbandoni precoci e il lavoro è una chimera, è inutile chiudere i centri accoglienza nei paraggi per garantire la tranquillità della popolazione.

C’è poi il rispetto per le attese dei giovani, per la dignità degli anziani, per chi fa silenziosamente ogni giorno il proprio dovere. E in particolare, il rispetto per quella che il Presidente ha definito l’«Italia che ricuce»: ovvero quanti si spendono gratuitamente per i più sfortunati tra i nostri concittadini, spesso dimenticati dalle istituzioni. Qui il messaggio del Capo dello Stato sul Terzo Settore, minacciato da inasprimenti fiscali dalle conseguenze devastanti, non poteva essere più esplicito: niente «tasse sulla bontà», figlie di una logica punitiva e in ultima analisi autolesionista per le stesse finanze pubbliche.

C’è inoltre, e non è un elemento secondario, quello che potremmo definire il rispetto per noi stessi, per la capacità del Paese di farcela nonostante tutti i cultori dell’autodenigrazione nazionale, contando sui traguardi raggiunti finora (come il Servizio sanitario nazionale che ha appena compiuto 40 anni) e sulle risorse di cui ancora disponiamo, nonostante le difficoltà innegabili che solo «il lavoro tenace, coerente, lungimirante» può affrontare.

Ma è il fronte del rispetto per le istituzioni e per i suoi uomini quello che al Presidente premeva in particolar modo evidenziare, in un fine anno reso incandescente dal varo in extremis della manovra economica. Perché sarà vero che non è stato questo Governo a inaugurare la prassi di ridurre il Parlamento a mera sede di ratifica delle leggi, senza possibilità effettiva di discussione o di modifica, ma mai come questa volta si è assistito all’annullamento totale anche solo del tempo di lettura delle norme poste in votazione.

Il messaggio parla di «grande compressione dell’esame parlamentare» e di «mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali», con l’invito a fare da adesso in poi, in sede di attuazione e di verifica dei provvedimenti assunti, quello che non si è fatto prima. È implicito l’avvertimento che il Quirinale svolgerà il suo compito di vigilanza senza altri sconti.

Mentre è molto netta e chiara, in tempi in cui si parla di soldati da usare per tappare le buche stradali della Capitale, la richiesta di non “snaturare” i compiti delle Forze dell’ordine e delle Forze armate.

Nonostante tutto Mattarella, nell’anno cruciale delle elezioni europee, manifesta ancora fiducia nel Paese di cui incarna l’unità nazionale, gli esprime gratitudine e stima, forte delle tantissime esperienze di contatti ravvicinati con i mondi della solidarietà e del volontariato. Dopo questo messaggio, così ci sembra, l’Italia può ampiamente ricambiare.

Gianfranco Marcelli, «Augurio e sprone dal Capo dello Stato: Ricominciamo dal rispetto», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, pp. 1.3.

Notarelle di costume 4 – «Morire bene per fuggire dal rischio di vivere male»: il suicidio secondo Seneca

Seneca

L’argomento non è allegro, ma fa pur sempre parte della tradizione classica. Parlo della Lettera sul suicidio, di Lucio Anneo Seneca, che Silvia Stucchi, classicista dell’Università Cattolica, ha tradotto e commentato per Edb (pagine 152, euro 12,00, con testo latino a fronte). La lettera senecana (bellissimo e inusitato aggettivo per significare “di Seneca”) è la n. 70 delle Lettere a Lucilio, e il succo è in queste frasi: «Non è un bene il vivere, ma lo è vivere bene»; «Non è importante morire prima o dopo, ma lo è morire bene o male; morire bene è fuggire il rischio di vivere male». Seneca non dà regole generali, non incoraggia il suicidio in quanto tale, ma lo considera una decisione estrema per chi, minacciato di morte, ne previene l’esecuzione. «Ai tempi di Seneca – avverte Stucchi nell’ampia premessa – era ancora lontana l’affermazione del cristianesimo, che ha plasmato la nostra etica: esso era un culto minoritario, oggetto della persecuzione del 64, e il suicidio era valutato in un’altra ottica»: non tanto come modo per sfuggire a una morte inflitta, o come alternativa a una vita divenuta insostenibile, quanto come affermazione della propria libertà. E qui si vede il confine sottile tra stoicismo e cinismo.

La curatrice fa un ampio excursus sulla lettera come genere letterario, di cui Cicerone, con le sue oltre 770 lettere che ci sono pervenute, è il riferimento obbligato per ogni altro epistolario antico; ma c’è anche l’epistolario di Epicuro dal quale Seneca trasse ispirazione per l’intento pedagogico delle sue Lettere a Lucilio.

Yolande Grisé, citata da Stucchi, ha esaminato le tipologie del suicidio nel saggio Le suicide dans la Rome antique (1982). Ci si apriva le vene con vari strumenti: spada, pugnale, coltello, rasoio; ci si colpiva alla gola, al petto, nella zona del cuore, al ventre, o al fianco; talvolta ci si lasciava cadere sull’arma. Talvolta si faceva ricorso a un amico o a uno schiavo: Bruto, quando l’amico Stratone gli rifiutò l’estremo favore, dichiarò che si sarebbe rivolto a uno schiavo: così convinse Stratone a eseguire la richiesta. Il suicidio per impiccagione era riservato agli schiavi, gli aristocratici l’aborrivano, come pure il suicidio per precipitazione, che sfigurava il cadavere.

Il veleno era un metodo che attraversava tutte le classi sociali. Tacito, negli Annali riportati da Stucchi in appendice con altri testi latini, è severissimo con la vigliaccheria di Messalina che fino all’ultimo rifiutò di uccidersi finché il pugnale di un tribuno, inviato da Claudio, le fu conficcato alla gola e al petto. Sempre Tacito ha descritto minutamente il laborioso suicidio di Seneca (65 d.C.), ispirato alla morte di Socrate. Ricevuto l’ordine di uccidersi, Seneca chiese le tavole per il testamento, che gli furono negate. Disse allora agli amici che lasciva loro in eredità l’esempio della sua vita. Si tagliò le vene, ma il sangue usciva lentamente, essendo l’anziano filosofo ormi debilitato. Chiese allora la cicuta, che neppure fece effetto. Allora «entrò in un bagno bollente per stimolare la circolazione del sangue e la propagazione del veleno. Con macabra solennità, asperse gli schiavi con l’acqua della vasca mescolata al proprio sangue, come libagione a Giove Liberatore».

Sulla copertina del libro è raffigurato un particolare della cosiddetta “Tomba del tuffatore”, dove si vede un giovane che si lancia felice dal trampolino. Non è, probabilmente, un suicida, ma un’allegoria dell’anima che la morte distacca dal corpo. Splendida immagine che alleggerisce la tragicità dell’argomento così ben sviscerato da Silvia Stucchi.

Leggere i classici è anche un esercizio di umiltà: conferma che tutto è già stato scritto, prima e meglio di oggi.

Cesare Cavalleri, «”Morire bene per fuggire dal rischio di vivere male”: il suicidio secondo Seneca», in “Avvenire”, mercoledì 25 luglio 2018.