Niger 4 – «La missione in Niger mortifica il Parlamento»

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Non sono ancora noti i contorni della missione militare italiana nel Niger, ma secondo esperti e analisti, nella modalità con cui si è scelto di intervenire ci sono anche implicazioni politiche interne oltre che ricadute geopolitiche non del tutto prevedibili.

Francesco Vignarca, di Rete Disarmo, la campagna per il disarmo nucleare, sperava che le nuove norme sulle missioni militari potessero tornare a offrire al Parlamento un ruolo centrale nell’invio di contingenti. Ma alla prova dei fatti, le cose stanno in un altro modo. Il Parlamento, in altre parole, non avrà tempo e probabilmente neanche interesse ad andare per le lunghe, per fare spazio semmai alla campagna elettorale. Un metodo che condizionerà il governo che verrà varato dopo le elezioni. Perché anche se il nuovo esecutivo fosse contrario alla missione in Niger, «si troverebbe costretto a mandarla comunque avanti e finanziarla almeno per il primo anno». «Due cose sono certe – commenta Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere, l’Opal di Brescia –. Queste missioni militari da un lato servono da stampella per l’operatività dello strumento militare, nel senso che se non ci fossero, la Difesa non avrebbe abbastanza soldi per addestrare i soldati, dall’altro le missioni militari offrono un palcoscenico all’industria militare: è in questi “teatri” di guerra che i mezzi vengono sperimentati ed in questo modo possono essere venduti con il bollino di garanzia “Tested in combat”», cioè testati in combattimento sul campo.

Nello Scavo, «La missione in Niger mortifica il Parlamento», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 12.

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Niger 3 – «Niger, missione sbagliata». I dubbi della società civile

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Da Pax Christi a Migrantes crescono le perplessità su modalità e scopi dell’operazione varata dal governo. Rispunta uno stanziamento da 300 milioni a una società italiana per intercettare e respingere i migranti

Il controllo delle frontiere sud della Libia è un vecchio pallino italiano. Un’aspirazione da almeno 300 milioni di euro per un’azienda che già nel 2009 si era aggiudicata l’appalto per il monitoraggio elettronico dei confini, ma poi la rivoluzione contro Gheddafi mandò tutto per aria. Quel progetto, confermano diverse fonti ad Avvenire, tornerà in campo con la presenza militare italiana varata dal governo Gentiloni. Una missione che suscita molte perplessità e non poche critiche tra esperti e associazioni. «In Niger serve un esercito di insegnanti. Di uomini armati ce ne sono anche troppi», dice don Giovanni De Roberti, direttore della Fondazione Migrantes della Cei.

A suo tempo era stata Finmeccanica (ora Leonardo) a spiegare che «l’infrastruttura per la sorveglianza era stata già finanziata con una prima tranche da 150 milioni», spiegando che la società Selex – era il 2009 – «addestrerà gli operatori, i manutentori ed assicurerà le opere civili necessarie». Poi avvenne la rivoluzione contro il colonnello Gheddafi e quel progetto è rimasto al palo. Lo stanziamento, finanziato per metà dai contribuenti italiani e per il restante dall’Unione europea, non è mai stato ufficialmente revocato e dunque sarebbe questa una delle armi che verranno adoperate in Niger attraverso compagnie private che metteranno a disposizione anche uomini e mezzi aerei.

«Si tratta del primo intervento militare italiano collegato al tema dei flussi migratori e così si crea anche un precedente internazionale: uomini armati per bloccare i migranti», osserva Cristopher Hein, docente alla Luiss ed esperto di migrazioni secondo cui il «vero scopo» della missione, è quello di «impedire che le persone possano entrare in territorio libico. Ma cosa accadrà a questi migranti?». A fronte dell’impegno di 470 uomini, «non vedo un vero impegno per risolvere la situazione dei rifugiati già presenti nel territorio nigerino, né un vero impegno per sostenere la popolazione locale che a causa anche della estrema povertà e in mancanza di prospettive di sviluppo, è facilmente arruolabile dalle varie milizie di marca islamista».

«Vorremmo che non si ragionasse più così, affrontando i problemi solo in termini mi-litari, immaginando quella armata come la principale, se non l’unica soluzione ai problemi», dice don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi.

Da Sotto il Monte, dove si sta svolgendo il convegno nazionale in vista della Marcia della Pace di domani, don Sacco ribadisce che «che questa operazione in Niger rientra nello schema collaudato secondo il quale si maschera da “umanitario” lo scopo reale del dispiegamento militare: l’Italia va a fare la guerra ai migranti».

Accuse forti motivate anche da un’altra osservazione: «La missione sarà approvata da un Parlamento, appena sciolto quello stesso Parlamento – aggiunge Sacco – che non ha trovato tempo per votare sullo Ius culturae. In altre parole per un dispiegamento armato c’è tempo, per i diritti di tante persone no».

La scelta del governo non è inaspettata, sostiene ancora Hein, «ma mi pare che se si tiene conto del contesto nigerino, si capisce che non è lo sviluppo il primo pensiero di questo piano». Il Niger è «il quarto paese più povero del mondo, ospita circa 55mila rifiugiati dal Mali – ricorda ancora l’esperto – oltre ad altri 110mila dalla Nigeria e 150 mila sfollati niugerini interni. Cosa si farà per tutti loro?».

Per questa ragione il via libera ai militari «sembra un brutto segnale», riflette don De Roberti: «Sappiamo che in Niger il governo è nelle mani delle grandi potenze e che il Paese è già pieno di militari da molti Paesi. Forse ci sarebbe bisogno di altro genere di interventi, ma sembra che le logiche che guidano le politiche internazionali siano altre. Al contrario avremmo preferito che l’Italia investisse con strumenti differenti, non con le armi. Peraltro in una situazione in cui non c’è un intervento guidato dall’Onu».

Finirà, preconizza Cristopher Hein, che «i flussi verranno deviati, con nuove rotte e più lunghe, attraverso Paesi come Algeria e Tunisia, che certamente saranno meno propensi ad accogliere militari di altri Paesi come invece per il povero Niger».

Nello Scavo, «”Niger, missione sbagliata”. I dubbi della società civile. Il mondo del volontariato: maestri, non soldati. Quel maxiappalto per sorvegliare i confini», in “Avvenire”, sabato 30 dicembre 2017, p. 4.

Niger 2 – Il Paese dimenticato che ora diventa «priorità»

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Fino ad ora solo 50 italiani residenti, in gran parte missionari. Per anni poca cooperazione allo sviluppo. Adesso arrivano le armi in uno dei Paesi più poveri del mondo, segnato da ripetute siccità e carestie. Solo il 19% della popolazione (20 milioni di abitanti) sa leggere e scrivere

Da sempre agli ultimi posti della classifica mondiale dello sviluppo umano, il Niger è stato sino a oggi anche l’ultima delle priorità del nostro Paese. Mai un’ambasciata sino a pochi mesi fa e neppure un ufficio della Cooperazione internazionale, chiuso da qualche anno. La presenza italiana non arrivava alle cinquanta unità, in gran parte cooperanti e missionari, compresa la numerosa famiglia italo-nigerina di un noto ristoratore di Niamey.

Eppure se c’è un Paese che avrebbe bisogno di cooperazione allo sviluppo e di lotta al terrorismo – e non ai migranti – è proprio il Niger. Incastonato nel cuore dell’Africa occidentale, terra di sabbie e di sete, è uno dei Paesi più poveri al mondo, segnato da ripetute siccità e carestie. I suoi quasi venti milioni di abitanti – concentrati quasi tutti nel Sud, a ridosso del fiume Niger e al confine con la turbolenta Nigeria – hanno vita dura. Circa la metà vive in condizioni di estrema povertà e precarietà, dedicandosi soprattutto a un’agricoltura di sussistenza, molto condizionata dalle scarsissime piogge e con metodi alquanto arcaici. Non stupisce, dunque, che questo vasto Paese saheliano vanti diversi primati negativi, a cominciare dalla mortalità materno-infantile, una delle più alte al mondo. Ancora oggi, le donne – che in media mettono al mondo 7 figli a testa – rispondono alla domanda sui loro bambini, dicendo il numero dei partoriti e quello dei sopravvissuti. Altro primato negativo riguarda il tasso di alfabetizzazione: solo il 19 per cento della popolazione sa leggere e scrivere. E la stragrande maggioranza sono uomini (27,3 per cento), mentre solo l’11 per cento delle donne è alfabetizzata. Un dato drammatico anche questo, con gravissime ripercussioni sociali ma anche economiche. L’aspettativa di vita supera di poco i cinquant’anni e l’età media è di 15 (contro i 43 dell’Italia).

Ma le condizioni climatiche ostili non bastano a spiegare la situazione di grave arretratezza in cui versa il Paese. Politica e interessi – interni e internazionali fanno la loro parte. La storia recente del Niger, infatti, è segnata da una serie di colpi di Stato e regimi a partito unico guidati da militari sino al 1991. Oggi il Paese deve fare i conti anche con il terrorismo islamista, che colpisce sia la popolazione locale che gli stranieri. Le regioni settentrionali sono destabilizzate dalla guerriglia separatista tuareg e sempre più dalla presenza di gruppi di terroristi islamici, che imperversano in tutta la zona saheliana, seminando terrore tra la popolazione, rapendo gli stranieri e dedicandosi a traffici di ogni specie: dai migranti alla droga, dalle merci contraffatte alle armi. A Sud, invece, sono le incursioni del gruppo terroristico nigeriano Boko Haram a provocare morte, distruzione e migliaia di profughi e sfollati.

Un’emergenza che si aggiunge a un’altra emergenza che il Paese ha fatto molto fatica ad assorbire: quella del ritorno precipitoso nel 2011 di decine di migliaia di nigerini dalla Libia, dove vivevano e lavoravano da molti anni, garantendo la sopravvivenza anche alle loro famiglie. Quello con la Libia è sempre stato un rapporto strettissimo e burrascoso. All’epoca di Gheddafi, il Paese rappresentava quasi l’unico sbocco lavorativo per migliaia di giovani anche se spesso in condizioni di grave sfruttamento; d’altro canto, il Colonnello considerava il Niger un po’ come il cortile di casa, ingerendo pesantemente nelle questioni interne e sostenendo, ad esempio, più di una ribellione tuareg.

Ma un altro Paese legato a doppio filo al Niger è la Francia, direttamente implicata nello sfruttamento della sua più grande risorsa: l’uranio. Che Oltralpe accende una lampadina su tre. Un business assolutamente strategico per la Francia, che però non si traduce all’interno del Niger in politiche di sviluppo e di lotta alla povertà. Piuttosto in pesanti ingerenze politiche.

Quando, infatti, nel 2010, il colonnello Salou Djibo – che aveva spodestato il nazionalista Mamadou Tandja – ha avviato negoziati con la Cina per la vendita dell’uranio, la Francia non si è fatta scrupoli nel “benedire” (e probabilmente, in qualche modo, nel sostenere) l’ennesimo colpo di Stato che ha portato al potere l’attuale presidente Mahamadou Issoufou, molto più sensibile alle esigenze del governo di Parigi. Che è già presente in Niger anche con un contingente militare nell’ambito dell’Operazione Barkhane lanciata nell’agosto 2014 in chiave anti jihadista, così come Stati Uniti, Algeria, Canada e Germania, che ha recentemente fornito mezzi di trasporto all’esercito nigerino. Ora anche l’Italia si appresta a fare la sua parte dal punto di vista militare, in un Paese che avrebbe molto più bisogno di sviluppo che di armi.

Anna Pozzi, «Il Paese dimenticato che ora diventa “priorità”. Usa, Francia, Canada e Germania avevano missioni militari. Mancava l’Italia», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 9.

Niger 1 – Via libera alla missione in Niger. Ma restano tutti i timori umanitari

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Circa 500 uomini saranno nel deserto, di rinforzo ai contingenti di altri Paesi già sul posto. Dubbi sulla durata e gli stanziamenti. Lo Stato Maggiore rassicura: non andiamo a combattere. Un mese fa uccisi 3 caschi blu Onu

Dopo l’ok del Consiglio dei ministri manca solo quello delle Camere. Uno degli ultimi atti del governo Gentiloni sarà dunque l’invio di un contingente di circa 500 uomini in Niger. La decisione è stata presa dopo averne dato comunicazione al Presidente della Repubblica, «considerata – informa una nota di Palazzo Chigi – la necessità di adempiere alle obbligazioni e agli impegni internazionali assunti dall’Italia, e sarà successivamente trasmessa alle Camere per la discussione e l’autorizzazione con appositi atti di indirizzo e deliberazioni, secondo le norme dei rispettivi regolamenti, eventualmente definendo impegni per il Governo».

Un team di ricognizione è in questi giorni a Niamey, la capitale del Niger, per studiare le necessità della nuova missione militare italiana. L’obiettivo, ha spiegato il presidente del Consiglio, è «consolidare quel Paese, contrastare il traffico degli esseri umani ed il terrorismo». Saranno impiegate «alcune centinaia di uomini», ha spiegato il capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Claudio Graziano e contestualmente avverrà una riduzione del contingente dispiegato in Iraq nella coalizione anti-Daesh. Uno spostamento verso l’Africa ed il Mediterraneo che coincide con quelli che al momento sono gli «interessi nazionali».

Gentiloni ha voluto precisare che l’intervento italiano è «su richiesta » del governo del Paese africano, «per consolidare gli assetti di controllo del territorio, delle frontiere e per rafforzare, formare, addestrare le forze nazionali».

«Non sarà – ha assicurato il generale Graziano – una missione “combat”: il nostro contingente avrà il compito di addestrare le forze nigerine e renderle in grado di contrastare efficacemente il traffico di migranti ed il terrorismo. È la stessa attività che gli italiani svolgono in Iraq e in Afghanistan e cioè preparare le forze locali a conservare la stabilità, a creare una capacità interna di mantenere la sicurezza».

Al di là delle rassicurazioni, «mantenere la sicurezza» senza prevedere operazioni con il colpo in canna sarebbe un controsenso. All’inizio di novembre tre caschi blu dell’Onu originari proprio del Niger e un militare maliano sono stati uccisi e altri sono rimasti feriti nel nord del Mali (al confine con il Niger) nel corso di un attacco mai rivendicato.

Il 30 ottobre il segretario dell’Onu, Antonio Guterres, ha proposto al Consiglio di Sicurezza quattro piani di sostegno alla Forza congiunta G5 nel Sahel creata da Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad, per il contrasto al terrorismo e ai traffici illeciti nella regione. Tutte le opzioni comprendevano l’impegno della missione Minusma, espandendone il mandato dal Mali al Niger.

Fino ad ora oltre alla storica presenza delle legioni francesi, erano presenti in Niger militari da Canada, Usa, Algeria e Germania. In Mali, ma con continui sconfinamenti in Niger, agisce il G5 Sahel, l’iniziativa militare congiunta tra Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania, pianificata nel febbraio del 2014 e lanciata lo scorso luglio. L’Italia, dunque, si aggiunge in un Paese dal quale era sostanzialmente assente.

Il problema, alla lunga, saranno i quattrini. Il budget stimato per il funzionamento della sola operazione del G5 Sahel ammonta a 423 milioni di euro e, per il momento, i fondi raccolti coprono solamente un quarto della cifra. Gli Stati aderenti al progetto hanno promesso 10 milioni di euro a testa, ai quali si aggiungono 8 milioni provenienti dalla Francia e 50 dall’Unione europea (che però è disposta a stanziare fondi assai superiori). Dopo un lungo braccio di ferro diplomatico tra Washington e Parigi, avvenuto durante la presidenza francese del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, lo scorso 30 ottobre il segretario di Stato americano Rex Tillerson ha annunciato un sovvenzionamento di 51 milioni di euro. Un parziale cambio di rotta per gli Stati Uniti, che fin da subito si erano mostrati contrari a un finanziamento da parte delle Nazioni Unite arrivando a minacciare il veto sulla risoluzione adottata a giugno.

Sempre a ottobre si è svolta una missione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nei Paesi del Sahel, guidata dall’Italia insieme a Francia ed Etiopia. Proprio attraverso il Sahel arriva circa l’80% dei migranti che si imbarca per l’Italia. Per l’ambasciatore Sebastiano Cardi, rappresentante permanente al Palazzo di Vetro, quella era stata «una tappa fondamentale», che ha permesso di acquisire importanti elementi sullo stato di avanzamento nella costituzione del G5, sulle sue implicazioni strategiche e i bisogni in termini di equipaggiamento e formazione. Impostazione ribadita ieri da una nota dello Stato Maggiore che dapprima si è affrettato a smentire che l’operazione sia stata chiamata “Deserto Rosso”, (definizione che evoca più un campo di battaglia che una impostazione “umanitaria”) e poi ha precisato che «lo scopo della missione è quello di incrementare la capacità operativa delle Forze nigerine e di metterle in condizioni di garantire la stabilità dell’area e contrastare i traffici illegali di migranti».

Nello Scavo, «Il via libera alla missione in Niger. Ma restano tutti i timori umanitari. Gentiloni: “Operazione sacrosanta per gli interessi nazionali”», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 9.

LA MISSIONE IN NIGER: IL CONTINGENTE

Il contingente militare italiano che nelle prossime settimane, dopo il via libera del Parlamento, sarà inviato in Niger si comporrà inizialmente di 470 uomini e avrà a disposizione almeno 130 veicoli, compresi diversi mezzi blindati. La pianificazione dell’operazione è in corso al Coi (Comando Operativo di Vertice Interforze) dello Stato Maggiore della Difesa e le prime aliquote di personale, potrebbero giungere nel Paese africano già tra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio prossimo.

Oltre ad una significativa presenza nella capitale Niamey, i soldati italiani opereranno in aree impervie e particolarmente impegnative sotto il profilo logistico e tattico. Possibile anche un insediamento temporaneo a Fort Madama, la storica base della Legione Straniera nel nord del Paese, non lontano dal confine con la Libia. Quasi certo l’utilizzo di elicotteri Nh90, preziosi per missioni di trasporto tattico, voli “Sar” di ricerca e soccorso, evacuazione medica, lanci di paracadutisti. E non dovrebbero mancare in dotazione al contingente italiano gli elicotteri d’attacco Aw129 Mangusta.

Secondo Gianandrea Gaiani, di Analisi Difesa, il contingente dovrà necessariamente comprendere una dotazione adeguata di radar, droni ed elicotteri. Per pattugliare i 600 km di confine tra il Niger e la Libia non bastano un paio di compagnie di paracadutisti, ci vuole un dispositivo molto più robusto».

«Sopralluoghi in corso per stabilire le mosse italiane. Dispiegati elicotteri da combattimento “Mangusta”», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 9.

LA MISSIONE IN NIGER: I COMPITI

Quanto ai compiti affidati ai militari italiani, il contingente dovrà addestrare le forze di sicurezza locali mediante l’organizzazione di corsi di formazione e attività specifiche, sull’esempio di quanto fatto nei mesi scorsi in Iraq. La presenza italiana sarà poi dispiegata per assicurare l’attività di sorveglianza e controllo del territorio in una delle aree cruciali per il contrasto del traffico di uomini, di armi e di droga, la principale rotta di passaggio per centinaia di migliaia di persone che ogni anno raggiungono la Libia per imbarcarsi alla volta delle coste europee. Quasi l’80% di tutti i migranti che arrivano in Europa attraverso la Libia provengono o transitano dai Paesi del Sahel, che hanno nel Niger uno dei passaggi obbligati verso la Libia e la Tunisia.

«È prematuro citare il nome o la tipologia particolareggiata» delle unità che potrebbero essere impiegate tenuto conto che la pianificazione «evidentemente – spiegano dallo Stato Maggiore – dovrà prevedere l’approntamento di diverse tipologie di unità dalle quali poi selezionare quelle più idonee alle diverse esigenze della missione».

«Addestramento della polizia e controllo del territorio», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 9.