Musica 1 – Il disco: Luppi, cervello musicale in fuga con ritorno a “Milano”

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Il musicista romano vive e lavora a Los Angeles. Il suo concept-album riflette con profondità sui guasti causati dagli anni di “plastica” (’80-’90) sotto il Duomo, tra ostentazione e cattivo gusto

Via Montenapoleone e la fermata del Metrò Linea 2 di Lanza, stilisti e salone del mobile, i locali della movida e il design del gruppo Memphis fondato da Ettore Sottsass; ma anche la Milano da bere e quella degli ultimi, il look dell’era televisiva del biscione di Cologno Monzese e la poesia alta quanto dolorosa di Alda Merini: sono questi gli ingredienti, miscelati con classe tra elettronica, easy listening, pop, dance e continui, voluti riferimenti a David Bowie o Lou Reed, dell’album Milano, uno dei più sfiziosi e ballabili, ma anche cesellati e intelligenti, dell’intero 2017.

Milano è opera di Daniele Luppi, uno dei tanti cervelli nostrani in fuga: per l’esattezza Luppi, romano, vive e lavora negli States da anni fra musica da film (“Bad habits” di Emilios Avraam, corto vincitore a Cannes), televisione (ha composto brani per la colonna sonora di “Sex and the city”) e scena pop-rock contemporanea (ha collaborato con John Legend, Gnarls Barkley, Norah Jones e Red Hot Chili Peppers). E Milano, in cui Luppi ha voluto accanto a sé i newyorchesi Parquet Courts e la cantante Karen O, è un omaggio alla sua patria natia come già il precedente Rome; e però a differenza di quello, centrato sul ricordare i nostri grandi compositori per il cinema da Morricone a Piccioni, sviluppa in un concept-album lieve solo nei modi una riflessione molto profonda: quella sui guasti causati degli anni di plastica, il decennio degli anni Ottanta del Novecento passato sotto il Duomo fra ostentazione di ricchezza e cattivo gusto, tra condizionamenti da spot tv e mode, ma anche fra crescenti e disperate solitudini e disumanizzazione.

Racconta Luppi: «L’idea di come raccontare quella Milano si è sviluppata fra mostre e riviste, quando ho notato che la forza del design sviluppatasi nella città durante gli anni Ottanta era riuscita a condizionare persino uno come Bowie, di cui alla scomparsa hanno messo all’asta mobili figli di quel mondo. C’era una relazione forte, dunque, fra le arti, da Milano a New York; e per questo il lavoro musicale sulla città italiana si è sviluppato poi con una band di Brooklyn, una delle poche che non fanno musica a tavolino ma cercano di dire delle cose. E nei testi non abbiamo voluto tanto puntare il dito sulla superficialità di quel mondo, bensì usare l’occasione per capire chi fosse stato lasciato indietro, dalla società degli anni Ottanta e dalle sue scelte. Volevamo capirlo e segnalarlo, in brani come Soul and cigarette «esplicitamente dedicato alla Merini».

Milano ha avuto una risposta importante: «Io volevo un disco godibile ed essenziale, ma certo ci ho lavorato in profondità, è più complesso di quanto appaia al primo ascolto… La sorpresa è che vende soprattutto in vinile, arriva a chi dedica tempo e attenzione alla musica e non la considera usa e getta; ma anche nella versione liquida si vende molto di più l’album nella sua interezza che non le singole canzoni, il che implica che sono riuscito nel mio intento».

Luppi del resto è emigrato proprio per poter lavorare libero cercando di passare contenuti, non puntando obiettivi di mercato: «Perché il punto è che a Los Angeles nessuno ti chiede cosa hai fatto, chiedono cosa proponi. E ti prendono sul serio sempre, davanti a fatti concreti: questo sia nel pop, anche con gente che parrebbe inavvicinabile tipo Legend, che nel cinema. Qui c’è davvero, una chance per tutti».

Ora Luppi, che con Milano ha chiuso quella che chiama «necessaria trilogia di riflessione sulle mie origini» (iniziata con  An Italian story nel 2004), vuole spaziare ancor più: «Ho voglia di approfondire i linguaggi di elettronica e hip hop, ma non dimentico il background classico: è una lezione che hanno dato ai giovani personaggi come Bacalov o Morricone, quando hanno portato cultura, orchestra, strumenti importanti e idee d’avanguardia nella scrittura per il cinema. Meglio partire preparati e poi ampliare le potenzialità di un linguaggio popolare, che sapere poco e trovarsi costretti a dover allungare il brodo».

Andrea Pedrinelli, «Luppi, cervello musicale in fuga con ritorno a “Milano”», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 20.

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Musica sacra 1 – L’incrocio di tradizioni della “Missa Galeazescha” di Compère

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Recenti studi musicologici hanno riallineato le date di nascita di una decina di grandi autori del passato, rimescolando le carte e portando nuova luce sull’effettivo ruolo di innovatori di alcuni maestri rinascimentali. Tra questi, ritorna a brillare la stella di Loyset Compère (1445 circa-1518), compositore francese di cui l’anno prossimo ricorre il 500° anniversario della morte e che sta oggi conoscendo una ritrovata fortuna grazie anche al lavoro di riscoperta di interpreti illuminati che portano in rilievo la reale influenza del suo operato. Per esempio come protagonista della vita musicale del ducato di Milano sotto il dominio di Galeazzo Maria Sforza, che volle formare presso la sua corte una cappella degna delle più rinomate istituzioni “ultramontane”. Con ogni probabilità Compère scrisse intorno al 1470 la Missa Galeazescha, per la cui registrazione il direttore Paolo da Col ha riunito intorno al suo gruppo Odhecaton altre formazioni di primo piano nel panorama italiano della musica antica, come gli ensemble Pian&Forte, La Reverdie e La Pifarescha.

In realtà non si tratta di una Messa tradizionale, ma di un ciclo compiuto di motetti missales destinati a essere eseguiti in sostituzione delle parti del consueto Ordinarium (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus). Musiche di ampio respiro e assoluta magnificenza, che colpiscono per l’estrema cura nei minimi dettagli e per il grandioso effetto nella visione d’insieme, qui raggiunto anche grazie alla maestria con cui Da Col riesce a controllare e combinare le forze in campo (come nello splendido mottetto Virginis Mariae laudis “in loco Agnus”). Perché, come scrive Daniele Filippi nel booklet del cd, la Missa Galeazescha si trova «all’incrocio fra diverse tradizioni: committenza sforzesca e talento fiammingo, magistero contrappuntistico e improvvisazione polifonica, retaggio medievale e nuove istanze umanistiche. Un incrocio polimorfo e scintillante, tutto da esplorare nell’esecuzione, nell’analisi, nell’ascolto…».

Loyset Compère

MISSA GALEAZESCHA

Paolo da Col, Odhecaton

Arcana / Self-Tàlea. Euro 19,00

Andrea Milanesi, «L’incrocio di tradizioni della “Missa Galeazescha” di Compère», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 15.

Musica jazz 1 – Album. Gregory Porter fa rivivere il mito di Nat King Cole

Nat King Cole

A 50 anni dalla prematura scomparsa del “King”, ecco un omaggio commosso: «Fu lui a trasmettermi il calore del padre che non avevo». Un disco che aiuta a ripassare un canzoniere invidiabile, con brani come “I wonder who my daddy is” o “MonaLisa”, da ascoltare senza distrazioni

A oltre cinquant’anni dalla prematura scomparsa di Nat King Cole (nome d’arte di Nathaniel Adams Coles), avvenuta nel 1965 quando l’artista di Montgomery aveva appena 46 anni, la sua musica torna a vivere nell’omaggio raffinato che le dedica Gregory Porter, uno dei migliori cantanti odierni di jazz nonché suo fan da sempre. Nato nel 1919 e all’inizio stimato pianista jazz (suonò anche con Lionel Hampton e Lester Young), Nat King Cole colse il successo da cantante dopo lunga gavetta anche perché mai aveva pensato di cantare, non tenendo in gran conto la propria voce morbida, calda, educata e soprattutto sensibilissima in dizione e interpretazione: qualità però che gli permise di rispondere in punta di voce, con un’eleganza senza pari che gli valse il soprannome di king, il re, a rivali del calibro di Frank Sinatra, Dean Martin e Bing Crosby, tutti più versati per un canto aggressivo o teatrale.

Dopo essersi fatto conoscere da interprete con Sweet Lorraine (1940) e (I love you) For sentimental reasons (1947), King Cole decollò nelle classifiche grazie alla hit del ’50 MonaLisa, cui seguirono brani antesignani del rock (Straighten up and fly right), veri e propri gioielli grazie a lui divenuti nel tempo standard (Smile di Charlie Chaplin, capolavoro anche del cd di Porter) e dischi capaci di renderlo immortale nel Regno Unito come sul mercato di lingua ispanica; sino all’ultimo lp L-O-V-E, di poco precedente il suo cedere a un tumore ai polmoni lasciando dietro sé il segno forte di un artista puro, apripista per i colleghi afroamericani e alfiere delle battaglie per i diritti civili sino a rifiutare di esibirsi sul suolo natio, sfida che con fierezza portò avanti sino alla fine.

Gregory Porter, nato nel ’71 a Sacramento e impostosi fra cd-capolavoro e Grammy dopo una lunga gavetta, è oggi il miglior interprete possibile per rinfocolare la memoria di Nat King Cole: anche perché per Porter egli fu padre musicale, come ci raccontò qualche mese fa ricordando i suoi ascolti da bimbo senza genitore («Fu lui, con la sua musica, a trasmettermi il calore del padre che non avevo»). E la combinazione tra le qualità vocali di Porter, il suo sincero trasporto affettivo per Cole e pure la sua visione di una musica che deve comunicare amore e speranza per migliorare questo nostro mondo, è vincente: Nat King Cole & me è disco da godere, album da ascoltare senza correre, senza distrazioni, perché tutto in questo cd è musica. Con due gli ingredienti base: da un lato un cantante potente qui misurato, garbato in un omaggio a tratti commosso; dall’altro un’orchestra ampia e multicolore che esprime emozioni d’archi e ottoni, qua e là interrotte da puntinismi di rimando ai trii jazz degli esordi di Cole.

Insomma Nat King Cole & me è una splendida occasione per ripassare un canzoniere invidiabile; e quand’anche non spingesse a recuperare i capisaldi della discografia di Cole è già tanto che rimetta in circuito When love was king (con interpretazione superba e dolente) o I wonder who my daddy is (sentita e delicatissima), Quizas quizas quizas (adulta, senza banalizzazioni festaiole) o Ballerina (ritmata e sorridente).

Porter è maestoso nello sposare via via, in una scaletta di quindici titoli da MonaLisa a The Christmas song che Cole lanciò nel ’46, Nature boy in modo commosso, Miss Otis regrets con eleganza jazz, But beautiful in sublime crescendo vocale e quella Sweet Lorraine del primo successo di King Cole con lievità raffinata d’altri tempi: tempi certo migliori, che in questo cd rivivono oggi confermando di poter reggere anche al domani.

Gregory Porter

NAT KING COLE & ME

Blue Note / Capitol Records. Euro 16,90

Andrea Pedrinelli, «Album. Gregory Porter fa rivivere il mito di Nat King Cole», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 15.

Musica classica 1- Georges Bizet – Carmen

Carmen

Carmen:
L’amour est un oiseau rebelle
que nul ne peut apprivoiser,
et c’est bien en vain qu’on l’appelle,
s’il lui convient de refuser.
Rien n’y fait, menace ou prière,
l’un parle bien, l’autre se tait ;
et c’est l’autre que je préfère :
il n’a rien dit, mais il me plaît.
L’amour…

L’amour est enfant de bohème,
il n’a jamais amais connu de loi :
Si tu ne m’aimes pas, je t’aime ;
si je t’aime, prends garde à toi ! …

L’oiseau que tu croyais surprendre
battit de l’aile et s’envola –
l’amour est loin, tu peux l’attendre ;
tu ne l’attends plus, il est là !
Tout autour de toi vite, vite,
il vient, s’en va, puis il revient –
tu crois le tenir, il t’évite,
tu crois l’éviter, il te tient.
L’amour…

L’amour est enfant de bohème,
il n’a jamais connu de loi,
Si tu ne m’aimes pas, je t’aime ;
si je t’aime, prends garde à toi !
Si tu ne m’aimes pas, je t’aime, …

L’amore è un uccello ribelle
che nessuno può addomesticare
ed è davvero inutile chiamarlo
se gli conviene sottrarsi.
Niente lo smuove, minaccia o preghiera
uno parla bene, l’altro tace
ed è l’altro che io preferisco
Non ha detto niente, ma mi piace.
L’amore …….

L’amore è un piccolo zingaro,
non ha mai, mai conosciuto la legge,
se tu non mi ami, io ti amo
se io ti amo, sta’ attento a te! …

L’uccello che credevi di catturare
ha dato un colpo d’ali ed è volato via…
L’amore è lontano, puoi aspettarlo,
non l’aspetti più, ed eccolo lì!
Tutto intorno a te, veloce, veloce,
Viene, se ne va, poi ritorna…
Tu credi di tenerlo, lui ti evita
Credi di evitarlo, e lui ti tiene
L’amore…

L’amore è un piccolo zingaro,
non ha mai, mai conosciuto la legge,
se tu non mi ami, io ti amo
se io ti amo, sta’ attento a te! …