Momenti… emozioni 13 – Il viaggio profondo

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«Io non penso al mio bagaglio culturale come a qualcosa di “appreso”. Semplicemente ho avuto in sorte di appartenere all’ultima generazione che ha studiato latino, che ha letto Virgilio e che conosce la discesa agli inferi».

Seamus Heaney, il grande poeta irlandese, Premio Nobel, scomparso pochi anni fa, è un esploratore dell’anima, come ogni poeta. Ma la sua esplorazione avviene “scavando”, per usare un suo termine e titolo: cerca la vita dell’erba e le polle d’acqua sotto il suolo, cerca, nella vita umana, la zona profonda, il passato che ci è sconosciuto, la voce e i volti e gli avi. La fratellanza tra i vivi e i morti, la presenza di voci nella nostra coscienza. Non siamo un arcipelago solo quando batte la campana a morto, ma anche quando si festeggia una nascita, un matrimonio, un compleanno. La cultura del mondo latino, passaggio da quello greco al futuro, non è erudizione accademica. Ma, sul modello di Virgilio, discesa agli inferi, vale a dire nel profondo.

Scendere, alla ricerca della parte di noi che agisce nel sogno, nei momenti di visione che a tutti si manifestano, anche inconsapevolmente. Soprattutto, la cultura, che non può prescindere da nozioni che si apprendono, non è un insieme di nozioni, ma una tramatura della nostra anima, una tessitura della persona.

Roberto Mussapi, «Il viaggio profondo», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 1.

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Momenti… emozioni 12 – “Ti amo”

Letta sul muro di una stazione ferroviaria

Tra i vari messaggi che fanno bella (si fa per dire) mostra di sé sui muri della stazione ferroviaria di Villafranca di Verona, mi ha colpito uno che reputo molto carino. Eccolo:

Quando torno a casa,
mangio un giornale,
leggo un panino,
mi sdraio sul gatto
e accarezzo il divano.
Questo mi succede
da quando mi ha detto: “TI AMO!”.

Quando si dice la potenza dell’amore!!!

Momenti… emozioni 12 – La piccolezza umana davanti al mistero

Torri del Vaiolet

Molte cose accadono in prossimità del monte. Se da sempre i popoli hanno cercato di mettere dimora presso i fiumi e le loro fertili vallate, ai monti hanno invece assegnato significati di particolare pregnanza: custodire i misteri del divino, rivelarli talvolta, accogliere eventi straordinari, fornire ancore di salvezza nella derelizione e nell’angoscia. Le vette, raggiungibili solo con fatiche e rischi, inaccessibili ai più, offuscate da nubi che accentuano l’arcano, corrusche di tempeste o di neve luccicante sotto il sole, sono da sempre state designate come sedi di ciò che non si può afferrare.

Tutte le civiltà hanno avuto i loro monti sacri: da quella greca con il suo Olimpo, affollata casa di tutti gli dei, a quella tibetana con le sue divinità sopra il tetto del mondo, a quella giapponese con il monte Fuji circonfuso di vapori che nascondono gli spiriti degli antenati, alle pianure mesopotamiche che là dove non vi erano monti hanno tentato di imitarli con costruzioni straordinarie. Anche il mondo biblico ha i suoi sacri monti: dall’Ararat, al Sinai, al Moira, al Carmelo; e nel Nuovo Testamento dal monte della Trasfigurazione a quello del Sermone, al Golgota inteso come punto di sutura fra gli inferi e il cielo.

Se la montagna è – simbolicamente – sede di ciò che è inaccessibile agli umani, è anche, e proprio per questo, una possente forza trainante per la piccola, debole e insignificante creatura umana.

Perché l’uomo desidera scalare una montagna? Perché salire? Perché vedere l’altro orizzonte che si apre sulla cima di una vetta?

Luigi Zanzi, grande studioso eclettico, morto purtroppo due anni fa, vedeva un nesso certo tra la posizione eretta della specie umana e l’esperienza della verticalità che accompagna da sempre la sua specie. «Quali che siano state le principali motivazioni per salire verso l’alto, sta di fatto che l’esperienza della verticalità e il suo coinvolgimento nelle pratiche di sopravvivenza o di cultura hanno costituito un fattore decisivo nella storia della civiltà».

Sarà anche per questo, aggiungo, che nel gesto di chi prega – il volto verso l’alto, le palme aperte verso il cielo – si dà una possibilità di congiunzione tra l’umana piccolezza e l’immensità del mistero.

Gabriella Caramore, «La piccolezza umana davanti al mistero», in “Jesus”, giugno 2017, N° 6, Anno XXXIX, p. 3.

Momenti… emozioni 11 – Il volo delle oche selvatiche

Oche1

Guardare uno stormo di oche selvatiche ti regala un’emozione unica. La tipica formazione a “>” e il rigore con cui proseguono il loro viaggio, ti fa capire quante cose, queste oche, hanno da insegnarci.

Le oche volano in formazione triangolare, una formazione a “>”. Si dispongono in modo che lo sbattere delle ali di ognuna crea una spinta dal basso verso l’alto per quella subito dietro. In questo modo l’intero stormo aumenta l’autonomia di volo del settantun per cento rispetto ad un uccello che volasse da solo. Così le oche percorrono migliaia di chilometri.

Quando la prima oca si stanca si sposta lateralmente e un’altra oca prende il suo posto alla guida.

Gli stormi in volo fanno un chiasso terribile: volando, le oche gridano da dietro per incoraggiare quelle davanti a mantenere la velocità.

C’è anche un particolare importante. Quando un’oca esce dalla formazione perché si ammala o viene ferita, altre due oche escono insieme a lei e la seguono fino a terra per prestare aiuto e protezione. Rimangono con l’oca caduta finché non è in grado di riprendere il volo oppure finché muore. Soltanto allora riprendono il volo per raggiungere di nuovo il loro stormo.

È così la mia, la tua, Famiglia o Comunità?
C’è premura e aiuto reciproco?
Se avremo il buonsenso di un’oca, ci sosterremo a vicenda in questo modo.

Mio adattamento da Anthony De Mello, «Brevetto di volo per aquile e polli», pp. 181-182.