Minori 2/7 – Minori stranieri e non – C’era una volta il San Michele

Illustrazione di Simone Massi, C'era una volta

Nel secolo XVI Tommaso Odescalchi raccolse i fanciulli poveri e diede origine all’Ospizio di San Michele, che fu ingrandito da Innocenzo XII. Nell’Ospizio erano raccolti fanciulli abbandonati che venivano mandati nelle botteghe delle città dove si istruivano nelle arti meccaniche. Secondo quanto riferisce il Morichini, (Degli istituti di pubblica carità e istruzione primaria, Roma 1842, vol. II), “videsi che ciò non tornava a vantaggio del buon costume, onde si stimò meglio intrattenerli in casa medesima e introdurre lavori grossi detti romaneschi, e questa fu la prima origine del lanificio dell’Ospizio Apostolico”. Riferisce inoltre il Morichini che in questo ospizio fu installata per la prima volta in Roma una pompa idraulica, che fu anche la prima macchina che apparve in Roma: ciò fu dovuto al cardinale Antonio Tosti, il quale ha dato il nome alla via dove oggi è situata la nuova sede.

Ecco com’era organizzata a quel tempo la “comunità dei ragazzi”, sempre secondo ciò che ne dice il Morichini: “La comunità dei ragazzi è come abbiamo veduto la prima che stanziasse a San Michele. Innocenzo XII voleva che codesti fanciulli fossero tutti orfani e giungessero sino a 300, quanti però non sono stati giammai. Dugento or sono gli alunni divisi in sei camerate, secondo l’età, che prendono il nome dai loro santi e protettori e sono S. Michele, S. Francesco Saverio, S. Filippo, SS. Pietro e Paolo, S. Carlo e SS. Innocenti. Ciascuna camerata ha un prefetto chierico o sacerdote, o due sottoprefetti chiamati decurioni, che si scelgono fra i giovani medesimi più savi e maturi. Un sacerdote rettore ha cura della disciplina dell’intera comunità. Per esservi ammessi debbono essere orfani, romani, o almeno dello Stato, e non superiori ai dodici anni. Alle volte si ammettono fanciulli con la tenue pensione mensuale di scudi 4 e mezzo, poiché le rendite dell’Ospizio non sarebbero sufficienti a mantenere numero sì grande. Il vitto che essi hanno è il medesimo sopra accennato, con l’aggiunta di quattro once di pane pei maggiori di età. Il letto si compone di un paglione, guanciale di lana, un paio di lenzuoli, due coperte di lana, tavole di castagno e panche di ferro. Vestono nell’Ospizio, quando sono ai lavori, di calzoni e camiciuola di panno nell’inverno, e nell’estate d’un tessuto di filo e cotone che dicesi rigatino. Nell’uscir usano d’una veste talare di saio nero con fascia. Tutte le biancherie e vesti sono numerate perché a ciascuno tocchino sempre le medesime e sia tenuto alla loro conservazione. È permesso agli alunni l’andare qualche volta a desinare coi propri parenti per serbare i vincoli di famiglia. Nei giorni festivi escono a diporto per camerate, due a due, guidati dal proprio prefetto. In una vigna fuori la Porta Portese, che è forse quella lasciata da monsignor Odescalchi, conduconsi alle volte a prendere un po’ di onesto sollazzo. I giovani si istruiscono nelle arti meccaniche o nelle arti liberali. Nell’interno dell’Ospizio medesimo sono stabilite le officine di stampatore, legatore di libri, sarto, calzolaio, cappellaio, lanaio, tintore, sellaio, falegname, ebanista, ferraio e metalliere. Per le belle arti si han gli arazzi, in figura e in ornati (unica fabbrica che v’abbia in tutta l’Italia), l’intaglio in legno, l’ornato, la pittura, la scultura, l’incisione in rame di ornato e figura, in camei e medaglie…”.

Il Morichini aggiunge che l’Ospizio è “una vera scuola politecnica, un vero conservatorio d’arti e mestieri, aperto dal genio dei Pontefici un secolo avanti che lo avessero le più colte nazioni d’Europa”.

Se ora ci volgiamo alla situazione attuale, vediamo come, tranne la figura moderna dell’assistente sociale, nulla sia sostanzialmente cambiato negli ultimi 400 anni. La nuova sede dell’Istituto San Michele è situata subito dopo il quartiere Garbatella. Anche se a prima vista il complesso sembra vasto e spazioso, gli interni appaiono al visitatore angusti e freddi. L’architettura è quella di pessimo gusto dell’epoca fascista: grandiosità vuota ed esteriore, atmosfera da caserma. L’Istituto è squallido nell’aspetto, e guardandolo ho pensato al senso di tristezza che dovranno provare i bambini accompagnati la prima volta all’Istituto: una tristezza che ho visto dipinta sui loro volti quando ho visto questi bambini, stanchi e malvestiti, eseguire comandi militareschi nel cortile.

L’Ospizio assiste orfani di uno o ambedue i genitori, e anche i non orfani, ma in stato di bisogno. Gli accertamenti e l’indagine familiare vengono condotti tramite l’assistente sociale. Per essere ammessi bisogna aver compiuto i sei anni e non aver superato gli undici. Sono accolti bambini d’ogni parte d’Italia, ma prevalgono i romani. Inoltre per essere ammessi è necessario che i bambini siano sottoposti a un controllo medico. Le segnalazioni per il ricovero vengono fatte da vari enti, quali l’Onmi, l’Enf, l’Ufficio Illegittimi, l’Onog, l’Ufficio Ricoveri Prefettura, e qualche volta per segnalazione delle stesse famiglie. L’Ospizio San Michele non è tenuto ad accettare senz’altro le domande dei vari enti, ma non può esimersi dall’accettare i casi proposti dal Ministero degli interni. Spesso chiedono il ricovero anche altri istituti, ma anche per questi ci sono riserve di accettazione, soprattutto perché i ragazzi di questi ultimi sono dei disadattati, dei quali ci si vuole liberare. Il numero attuale dei ragazzi ricoverati nell’Istituto San Michele è di 464 maschi, 100 bambine: inoltre nella vecchia sede c’è un gerontocomio che ospita 130 vecchi e un pensionato per gli ex-allievi.

La struttura gerarchica nell’ospizio è la seguente: direttore, vice-direttore, tre capi-istitutori e gli istitutori. I capi-istitutori sono responsabili di 4-5 gruppi di ragazzi: ogni gruppo di 40 corrisponde alla sezione scolastica ed è sorvegliato da un istitutore. In genere gli istitutori sono studenti universitari che sentono poco o nulla il difficile e delicato compito loro affidato: unico motivo per cui accettano questo mestiere è la modestissima paga che servirà loro per mantenersi agli studi. Durante la visita ne abbiamo incontrati alcuni, dall’aria davvero poco entusiasta. I più piccoli vengono affidati alle suore: si evita in modo più assoluto la promiscuità. I ragazzi dopo le elementari vengono avviati alla scuola tecnica. I più capaci, e sono pochissimi, frequentano le scuole media e superiore: ma in generale si arrestano alla licenza media inferiore, dopo di che vengono avviati al lavoro nel quale intendono specializzarsi.

Nell’Istituto c’è una panetteria, una officina, una falegnameria, una marmoristeria (che è in fallimento perché un’arte che i ragazzi sentono molto poco in una società tecnicizzata, e pertanto è in progetto la sua sostituzione con una scuola di fotografia). Attualmente gli addetti alle officine sono 60, così ripartiti: 30 nel nuovo comprensorio, 20 nel vecchio, 10 sparsi nella città in officine private.

Col trasferimento dell’Ospizio nella nuova sede si è ritenuto opportuno mutare sistema nella organizzazione delle officine, cioè si è pensato che mandare il ragazzo nelle officine private avrebbe favorito i rapporti tra i ragazzi e il mondo esterno. La stessa cosa si è pensata per la scuola, che è stata aperta anche agli esterni ai fini di facilitare lo stesso rapporto. I ragazzi della officina-scuola non prendono alcun compenso. Gli apprendisti ricevono una cifra veramente irrisoria, che va dalle 8 lire alle 14 lire orarie, in più hanno una regalia settimanale. L’Istituto prende dall’allievo lire 500 mensili che versa sul libretto personale del ragazzo. A 18 anni i ragazzi vengono dimessi e per questi da qualche anno funziona un pensionato dove pagano dalle 10 alle 15mila lire mensili. Resta da vedere che ne è dei bocciati che non hanno familiari.

I finanziamenti dell’Istituto provengono in parte da beni immobiliari (nel complesso irrisori) dell’Istituto stesso, e in parte cospicua dal Ministero degli interni, con assegni fissi. La concessione e il suo ammontare sono stabiliti direttamente dal Ministero, in base al parere espresso sulla domanda dal prefetto. Le stesse famiglie contribuiscono.

Vittoria De Palma, «C’era una volta il San Michele», in “gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, nn. 46-47, pp. 63-64.

Foto: Illustrazione di Simone Massi

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Minori 2/6 – Minori stranieri e non – Genova, di droga si muore

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In un torrido fine luglio genovese, mentre la città dibatte noiosamente su quanto sia opportuna l’iniziativa del “red carpet” nelle località turistiche della Liguria, un evento sembra scuotere le coscienze e riportare sui media il tema della droga. È la morte di Adele, una ragazza di sedici anni, che nel corso di una serata tra amici assume una dose di mdma (ectasy), viene colta da malore e crolla a terra vanificando ogni tentativo di rianimarla da parte dei soccorritori.

Quando muore una ragazza di sedici anni in queste circostanze, riparte sui media la catena di titoli caratterizzati da parole come “emergenza”, “allarme”, “dilagare del fenomeno”. E per esorcizzare l’angoscia di non trovare rapidamente una connessione tra causa ed effetto, prima ancora di capire cosa stia succedendo molti si prodigano alla ricerca di soluzioni, spesso troppo semplicistiche per affrontare il problema. La complessità del quale richiederebbe invece la costruzione di un sistema di risposte e interventi, che intercettino mondi diversi ma tra loro connessi come quello della formazione, dell’educazione, della cultura, del divertimento, delle relazioni intergenerazionali.

Se pur in lieve aumento rispetto agli anni precedenti, i decessi per assunzione o per overdose da sostanze stupefacenti si sono nel tempo ridotti numericamente. Può bastare questa fredda nota statistica a normalizzare un fenomeno, quello dell’uso e abuso di droghe da parte dei giovani e non, e a farlo scomparire dall’agenda delle priorità di una metropoli? Nell’arco di trent’anni le politiche e gli interventi legislativi in materia hanno dato voce alle diverse scuole di pensiero contrapposte tra proibizionismo e antiproibizionismo, tra educazione e repressione, tra aiuto e controllo, tra vizio e malattia. Ma se c’è una cosa che dovremmo aver imparato quando si parla di droga (e della morte drammatica di una sedicenne), è che la realtà è molto più complessa delle facili ricette o slogan che ci tranquillizzano e che ci fanno presumere di aver capito il problema, di avere la o le risposte.

Partiamo da una constatazione di fondo. Non possiamo scandalizzaci per il dilagare dell’uso o abuso di droghe di ogni tipo, in una società che ha consolidato nel tempo il modello del consumo come caratteristica identitaria del nostro tempo. Una società innanzitutto farmacodipendente, dove per ogni sintomo devo disporre immediatamente di un rimedio chimico che anestetizzi senza se e senza ma il dolore. La compulsione al consumo dilaga e ci trova vulnerabili e indifesi. Tutto, dal divertimento, allo shopping, è finemente orientato a farci consumare sempre di più, a illuderci di essere appagati riempiendo il vuoto con oggetti invece che con relazioni vere e non solo virtuali.

Il poeta Riccardo Mannerini nel 1958 scriveva in una sua poesia: “Come potrò dire a mia madre/ che ho paura?/ La vita, il domani, il dopodomani/ e le altre albe/ mi troveranno/ a tremare/ mentre nel mio cervello/ l’ottovolante della critica/ ha rotto i freni/ e il personale è ubriaco./ Ho paura, tanta paura,/ e non c’è nascondiglio possibile/ o rifugio sicuro”. Forse il nodo sta proprio nell’inconfessabile corollario di paure e fragilità che ci portiamo addosso, paure che proprio perché inconfessabili e inesprimibili prima o poi trovano la strada per esprimersi, talvolta in modo creativo e talvolta in modo distruttivo.

Negli anni Ottanta l’eroina falciava ogni anno a Genova decine di giovani. L’aids correlato all’uso promiscuo di siringhe mieteva altrettante vittime. La Liguria era ai primi posti in Italia in questa classifica. Ci siamo messi al lavoro, servizi sociali, sanitari, pubblico e privato insieme, iniziando proprio da dove queste cose succedevano. Dalla strada. Si chiamava “riduzione del danno” quella strategia che mirava a non nascondere o peggio reprimere un problema, ma a guardarlo in faccia senza giudizi, per quello che era e per quello che significava. Gli eroinomani faticavano a venire ai Servizi per le dipendenze? Morivano sulla strada? Non avevano ancora la spinta giusta, volevano cambiare solo alcuni comportamenti avvertiti come dannosi ma senza lasciare del tutto le sostanze? Allora andammo noi, operatori sociali, da loro, sulle piazze, con le Unità di strada. Sorretti da un’idea pragmatica e non ideologica: la gradualità e sostenibilità di interventi finalizzati in primis a far vivere (cioè non morire), quindi a consumare con meno rischi, poi a consumare meno fino all’obiettivo con la O maiuscola di non consumare. Una strada complessa e lenta come lento è il processo motivazionale che ti induce a cambiare una consuetudine che per molti versi riconosci anche piacevole. Incontrammo molte critiche. Si diceva che la riduzione del danno era una resa al consumo di sostanze. Non era così. Consegnare, ad esempio, una siringa pulita a un consumatore compulsivo di eroina che non aveva ancora deciso di smettere, non significava aiutarlo a drogarsi come molti pensavano, ma aiutarlo in quella particolare fase a modificare un comportamento dannoso, innescando una relazione che nel tempo lo avrebbe portato a chiedere ulteriori cambiamenti e anche ad accedere a un servizio di riabilitazione.

Questa politica silenziosamente portò frutti. Molti consumatori di eroina si rivolsero ai servizi che avevano imparato ad abbassare la soglia di accesso, a ridurre le barriere e a favorire l’avvio di un cambiamento. La mortalità per overdose scese significativamente, le infezioni droga-correlate anche. Molti fattori contribuirono a questo risultato, certo, non solo le strategie sopra citate. Ma queste diedero un contributo fondamentale anche in termini di cambiamento culturale.

Si erano finalmente introdotte chiavi di lettura nuove che scardinavano analisi un po’ sclerotizzate sul perché della droga. Si parlava di approccio motivazionale, di sostenibilità e individualizzazione dei percorsi di recupero, di “educare e non punire”. Uno degli aspetti non trascurabili nell’approccio a chi usa una sostanza psicotropa è la perdurante ambivalenza di chi – più o meno consapevole dei rischi legati a un comportamento autodistruttivo – ne apprezza e ne insegue anche gli effetti piacevoli, ai quali non vuole e spesso non riesce più a rinunciare. È il momento in cui un elemento chimico introdotto nel tuo corpo riempie vuoti ma nel contempo apre voragini. Se nella lettura della dipendenza o del consumo di sostanze non si assume la categoria dell’ambivalenza non si riesce a capire l’intimo quotidiano tormento, la lotta, la battaglia vissuta tra fughe, sensi di colpa, facili e fugaci onnipotenze e altrettanto rapidi fallimenti e frustrazioni. Ogni giorno si deve fare i conti con l’oscillazione dell’asticella del limite, che se ieri marcava il territorio oltre il quale non volevi spingerti, domani viene archiviato come un nuovo gradino verso l’alto o verso il basso, dipende dai punti di vista. Ci rendemmo allora, e ci rendiamo conto ora, di come non basti affatto affermare frasi di principio come “drogarsi fa male, ti uccide”, le stesse che paradossalmente scriviamo a caratteri cubitali sui pacchetti di sigarette. Occorre favorire occasioni di dialogo, di incontro tra mondi che non si giudichino ma si confrontino, favorire quella capacità di soppesare i pro e i contro dei propri comportamenti, l’impatto delle proprie emozioni e dei vissuti profondi che sostengono un atto auto e spesso etero lesivo.

Le politiche di contrasto al fenomeno droga in Italia hanno risentito di spinte e pressioni di diversa natura e sono spesso rimaste incompiute, pur avendo aperto la strada a un sistema che tenta di coniugare la prevenzione con la cura e la riabilitazione. Ma è ancora troppo poco. Il problema è troppo vasto e complesso e spesso si preferisce nasconderlo dietro il prevalere di logiche contenitive. Le carceri sono piene di tossicodipendenti. Certo il “controllo” è importante, ma deve essere assunto come l’altra faccia inseparabile dell’aiuto. Le misure alternative esistono. ma la loro applicazione perché funzionino (e non servano solo a dare sollievo alle strutture carcerarie e trattamentali) è legata a risorse troppo spesso insufficienti.

Un felice slogan recitava che “la politica sociale è la migliore politica penale”. Qui sta il punto. Le politiche sociali sono spesso la cenerentola nei programmi amministrativi, soggetti a tagli crescenti e visioni parziali. La prevenzione, vero asse portante di queste politiche, sappiamo come paghi poco in termini meramente elettoralistici in quanto produce risultati a medio/lungo termine, ben oltre i confini dei mandati amministrativi. La riabilitazione e il reinserimento lavorativo cozzano contro un mercato del lavoro che nella sua involuzione dell’ultimo decennio fatica a fare accedere le cosiddette “fasce deboli”. In sintesi cambiano le sostanze ma i concetti di fondo rimangono invariati. Anche l’educativa di strada, rappresentata in questo caso dalle Unità di strada o dai Drop in, andrebbe valorizzata e rinforzata. A Genova come in altre città gli operatori di strada sono spesso presenti nei luoghi della movida, o accanto ai rave come presenza finalizzata ad aprire un dialogo, a fare breccia, ad affrontare senza tabù la questione sostanze, siano esse legali o illegali. Ma non fanno notizia.

Forse da troppo tempo è calato il silenzio anche e soprattutto culturale e istituzionale sul problema. Non appare più una priorità. Troppo faticoso affrontarlo davvero senza mettere in discussione il modello consumistico nel quale affoghiamo tutti? Troppo imbarazzante ammettere la sconfitta di tutti dietro la morte di una sedicenne?

Roberto D’Alessandro, «Genova, di droga si muore», in “gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, nn. 46-47, pp. 61-63.

Minori 2/5 – Minori stranieri e non –Napoli, uno sparo nella notte

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Mi sbilancio: se qualcuno volesse capire qualcosa in più della città di Napoli, oggi, dovrebbe leggere Lo sparo nella notte di Riccardo Rosa, edizioni monitor.

Non siamo di fronte ad alta letteratura o a complessa analisi, ma a una inchiesta giornalistica. Il libro racconta dell’uccisione di Davide Bifolco, un giovane napoletano, a opera di un carabiniere. Una morte della quale si parlò tanto all’epoca dei fatti nel settembre 2014, e non solo in città. Tre ragazzi su uno scooter, un inseguimento a opera di una volante, un carabiniere che spara. Questi i tre elementi accertati della storia, elementi, fin dai primi giorni, variamente ricombinati ad alterare la verità. Si scrisse che sul mezzo c’era un pregiudicato, si scrisse che i ragazzi avevano un’arma, che avevano forzato un posto di blocco. Tutte cose poi smentite. Smentite che non fecero clamore: da questo modo approssimativo e tendenzioso di ricostruire i fatti sarebbe dovuta derivare una generale riprovazione per quella che, secondo me, è una delle categorie professionali più “corrotte” che abbiamo in Italia: i giornalisti.

Così non fu ovviamente, anzi: alle ricostruzioni sbagliate (pochissimi ebbero il buonsenso di anteporre un “forse” alle “verità” che provenivano in massima parte da quanto riferito dall’arma dei carabinieri) si aggiunsero analisi pseudo sociologiche e criminologiche a dir poco fuorvianti. Gli sputasentenze che affollano i salotti della tv italiana insieme a tanti editorialisti fondarono le loro prediche e telecondanne su fatti che nessuno si prese la briga di verificare.

Lentamente ma inesorabilmente la vittima, un sedicenne incensurato di un quartiere periferico di Napoli, divenne il “colpevole”. Colpevole di essere in qualche modo assorbito in una battaglia tra “il bene e il male”, forze dell’ordine e criminalità, che in quel quartiere si svolge quotidianamente; di essere, a prescindere dalla propria storia personale, un “non civile” (“era un teppista, lo era da vivo e lo è da morto” ebbe a dire Borghezio in una delle tante trasmissioni televisive che si avvicendarono nei giorni successivi all’omicidio secondo quanto riferisce Rosa); colpevole di avere qualche parente che aveva avuto problemi con la giustizia.

Il processo mediatico al ragazzo fu, nello smottamento di senso logico al quale siamo troppo abituati, processo alla sua famiglia e poi processo a un intero quartiere, il rione Traiano. Da questo punto di vista il libro offre interessanti spunti per capire come oggi funziona, in Italia, l’informazione e la comunicazione: nella migliore delle ipotesi opinionisti che si affidano a cronisti che non verificano, altrimenti malafede pura.

Riccardo Rosa è innanzitutto un cronista, va sui luoghi, ascolta le persone coinvolte, parla dei contesti. Ricostruisce quanto accaduto nella notte tra il 4 e il 5 settembre 2014, la notte dell’uccisione di Davide Bifolco, e lo fa da giornalista serio, senza accomodarsi nelle verità ufficiali; ma poi, e questa è la parte forse più “forte” del libro, delinea una breve storia del quartiere. Una storia “dal basso”, scritta a partire dalle interviste a diversi abitanti del luogo: la costruzione dei palazzi negli anni sessanta, l’arrivo dei primi abitanti (molti provenivano dalle baracche costruite in via Marina nel dopoguerra) e poi la seconda ondata post terremoto, le occupazioni dei piani terra e degli scantinati dei palazzi mai ultimati (gli scantinati trasformati in abitazioni stabili sono una caratteristica architettonica e sociale del rione), lo stato di abbandono dei luoghi e delle persone, le esperienze politiche, il presente di disgregazione sociale. Un quadro più complesso e articolato rispetto al rassicurante e auto assolutorio “è un quartiere con la criminalità organizzata” usato da gran parte della Napoli “colta” anche all’epoca della morte di Davide. Un racconto che ribadisce, semmai ce ne fosse ancora bisogno, come in quartieri come il Rione Traiano le responsabilità dei singoli si impastano con le colpe di chi quei luoghi li ha costruiti, abbandonati e poi, la beffa, denigrati.

La città dicevamo. Dire ciò che oggi è Napoli sarebbe presuntuoso e necessariamente semplificante, si può però azzardare la lettura di alcuni fenomeni. Allora: centro città offerto al turismo, prostituito in forme civilmente e culturalmente accettabili. Senza dilungarsi: l’economia del turismo massiccio che investe Napoli è economia dell’immediato che pensa all’oggi e trascura, a volte affossa, il domani; economia che fa velocemente soldi per pochi e lavoro nero per tanti riproducendo quindi le ingiustizie sociali; speculazione immobiliare strisciante. Eppure abbaglia, promette, sembra. Basta salire sui pochi bus notturni che, attraversando la città, dal centro vanno verso le periferie per incontrare la carne viva (una parte) di questo nuovo miracolo napoletano: giovani camerieri, pizzaioli, lavapiatti, aiuti cuoco che tornano nei quartieri dormitorio. “Hanno trovato un lavoro, di che si lamentano?”.

E poi nel centro ci sono le università, quelli che leggono e pensano, le élite culturali.

Intorno al centro, distanti, separati, i rioni come il Traiano. Lontani culturalmente e socialmente, ma anche geograficamente (il sistema di mobilità pubblica, inaffidabile e carente, è ridicolo per una città con gli abitanti che ha Napoli). Rione Traiano, Ponticelli, Piscinola ma anche Bagnoli, Pianura, Soccavo. Le fratture tra “centro” e “periferia” a Napoli sono voragini, invalicabili fenditure in un terreno solo apparentemente comune. Quando queste distanze riguardano le giovani generazioni l’espressione per dirlo è solo una: differenza di classe, difficile trovarne altre. Lo sguardo su questi luoghi è sempre lo stesso: si oscilla tra stolto buonismo e razzismo malcelato. Niente di nuovo e originale, la storia è sempre la stessa.

Nell’intervista che Riccardo Rosa fa a Gianni, il padre di Davide, il sottotesto costante è: se Davide non fosse nato in questo quartiere (“noi veniamo dai bassifondi proprio”) non sarebbe morto ammazzato da un carabiniere. Ovvio e tragico. In questo senso siamo di fronte a un omicidio di classe. E non cambia che il grilletto l’abbia premuto un altro proletario.

Due riflessioni. La prima ha a che fare con il dibattito che seguì la morte di Davide, totalmente appiattito sulla domanda su chi fosse questo ragazzo. “E ro’ si? (Di dove sei?) A chi appartieni?” si domanda a queste latitudini e dalle risposte si presume di capire tutto dell’interlocutore. Era un pregiudicato? Si accompagnava a un pregiudicato? Portava un’arma? Non aveva rispettato l’alt dei carabinieri? Il non detto che sta dietro a queste domande è osceno: se appartieni ai “cattivi”, ai non compatibili, in qualche maniera te lo meriti il tuo destino, tragico o desolato che sia. Quando devi chiedere scusa per ciò che sei, qualsiasi cosa tu sia (anche la peggiore), la civiltà giuridica del posto dove stai sta scricchiolando pesantemente.

Rosa scrive: “Scivola in secondo piano la riflessione che dovrebbe essere la più immediata e naturale: il fatto che, in uno “stato di diritto”, anche se a bordo del motorino ci fosse stato un latitante che in realtà non c’era, e anche se i ragazzi avessero forzato il posto di blocco che in realtà non c’è mai stato, la situazione non prevedeva l’utilizzo di una pistola e lo sparo di un colpo ai danni di una persona già a terra (…)”. Insomma, la storia di Davide fa pensare a Stefano Cucchi e alle altre vittime delle forze dell’ordine ovviamente, ma anche alle scene finali di Non essere cattivo di Claudio Caligari; a Carlo Giuliani, certo, ma anche ai tanti giovani detenuti che ho avuto modo di incontrare, giovani che scontano il loro “esser cattivi” con l’espulsione dal mondo dei diritti attraverso il carcere. E questo non perché non c’è differenza tra l’essere delinquente e non esserlo (e Davide non lo era) ma perché, per chi ha una determinata “provenienza”, questa distinzione finisce, negli occhi di chi guarda (della maggioranza), per non avere gran valore. Pensiamo al discorso pubblico di questi mesi sui migranti.

Ancora. La rassegnazione è parola che torna spesso nelle descrizioni del rione Traiano soprattutto riferita ai meno giovani, ma è un termine estendibile a molte periferie. Essa è l’altro volto del discorso pubblico secondo cui i diritti te li devi “meritare”. Questo dire è una goccia fissa che ha fatto il fosso nei quartieri popolari e nelle menti di chi li abita, fino a normare quelle menti. Più che una resa è un’adesione coatta al pensiero comune (e maggioritario) che colpevolizza i non compatibili, i non adeguati, i marginali per il solo fatto di esserlo. Le persone sono rassegnate perché è maledettamente difficile arginare le ingiustizie ma anche perché, e questo è scomodo dirlo e ascoltarlo, riconoscono (che è più della semplice accettazione) che in fondo i diritti non sono per tutti e che godi solo di ciò che ti è concesso.

Bisognerà fare i conti con questo tipo di rassegnazione, in cui al crescere dell’ingiustizia si accompagna, fatto in apparenza contraddittorio, la pacificazione e l’assenza di conflitto.

Gianluca D’Errico, «Napoli, uno sparo nella notte», in “gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, nn. 46-47, pp. 60-61.

Minori 2/4 – Minori stranieri e non – Studenti in carcere

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Insegno in carcere da venticinque anni e uno dei problemi principali è stato quello di riuscire ad aprire le classi in cui insegnavo. Aprirle per far uscire e anche per far entrare. In entrambi i casi, l’ospite era una: la conoscenza. Fin dal 1992 ho cercato contatti con le scuole esterne, andando a incontrare gli studenti e portandoli in carcere. Aprire per aprirsi, non necessariamente accogliere ma ascoltare e interrogarsi. Dall’anno scorso ho trasformato questa esperienza in un progetto per il Cpia 1 (Centro provinciale istruzione adulti) Firenze: “Il carcere a scuola, la scuola in carcere”.

Ci sono molte esperienze analoghe in giro per l’Italia. La mia si sviluppa in tre passaggi:

  1. Insegnanti, volontari, ex detenuti, operatori carcerari vanno nelle classi esterne a parlare e rispondere alle domande degli studenti.
  2. Le stesse classi vengono in carcere a incontrare gli studenti momentaneamente reclusi e gli operatori.
  3. Tutti assieme nel teatro del carcere per uno spettacolo e un confronto di restituzione.

Nel mezzo due libri da leggere: Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia un saggio di Christian G. De Vito (Laterza 2009) e Alice nel paese delle domandine, una raccolta di racconti curata da Monica Sarsini (Le Lettere 2011). In aggiunta il lavoro svolto in classe con gli insegnanti. Hanno partecipato 240 studenti tra interni ed esterni al carcere.

Per raccontare questa esperienza ho scelto dei pezzi da alcuni scritti pescati a caso tra i testi che i ragazzi e le ragazze dai 15 e i 21 anni di un istituto professionale, di un liceo scientifico e di un liceo classico ci hanno restituito alla conclusione del progetto.

Un mio allievo, momentaneamente recluso, ha detto che noi insegnanti sbagliamo. Non dobbiamo portare questi ragazzi in carcere perché non si ha paura di quel che si conosce ma di quello che non si conosce. Credo sia un buon motivo per continuare, giudicate voi.

Il prima

Prima di questa esperienza affermavo che il carcere dovesse essere una struttura punitiva in cui il reo sarebbe dovuto restare a vita affinché riflettesse su quello che aveva fatto e sul motivo per cui si trovasse lì. (Francesca)

L’idea del carcere, in generale, non mi attira molto. Il carcere è un luogo estremamente chiuso, rigido e sorvegliato ventiquattro ore su ventiquattro. Al suo interno ci stanno i detenuti, coloro che hanno commesso uno “sbaglio” che deve essere ripagato con la pena. (Elisa)

Devo ammettere che all’inizio del progetto ero molto diffidente, quasi come se avessi paura di incontrare e toccare con le mie mani una realtà diversa dalla mia. Prima di questo incontro immaginavo il carcere come un luogo buio, dove i colori si perdevano, dove i poliziotti non si abbassavano al tuo livello neanche per guardarti negli occhi. Pensavo che i detenuti avessero tutti le medesime divise, che non svolgessero attività educative, immaginavo uomini e donne tatuati, dai mille piercing, con occhi pieni di odio e rancore, uomini senza sorriso, senza sentimenti ed emozioni. (Francesca)

“Attenzione a quei detenuti, Franco”, disse mia mamma, la notte prima di partire. (Franco)

Sono una persona che tende a immedesimarsi molto negli altri, anche troppo, rischiando di essere troppo emotiva, quindi sapevo che questa esperienza per me non sarebbe stata facile. (Aurora)

Per quanto ci professiamo cittadini moderni, pronti ad accogliere la diversità e a porgere la mano a chi è diverso da noi, dobbiamo fare i conti con la paura che siamo educati ad avere nei confronti di chi vive in uno stato di detenzione. Il carcere… è un luogo fantasma. Se trapelano notizie e impariamo alcune dinamiche attraverso la televisione manca il contatto reale con il microcosmo e questo, inevitabilmente, ci porta a isolarlo rispetto all’insieme delle possibilità conoscitive. Non ne parliamo anche come di un luogo nel quale vivono anime, solo come carcere, un ricettacolo di feccia sociale con la quale non dobbiamo avere a che fare… (Cecilia)

Sinceramente non mi ero fatto nessuna idea di come poteva essere prima di entrare. (Leonardo)

Ci sono cose che pensavo non avrei mai fatto in tutta la mia vita e considero sicuramente una di queste la visita al carcere… (Filippo)

Uno degli argomenti più discussi e trattati degli ultimi tempi è il carcere. Quest’ultimo non viene criticato solo per la sua struttura ma messo in discussione in tutte le sue sfumature: a partire dall’esperienza della inadeguatezza delle celle, fino agli alimenti, i servizi dei detenuti, le loro condizioni. E tra tutto il sovraffollamento delle carceri, che grava sui detenuti, i quali perdono sempre più diritti, come il rispetto per la propria dignità. (Elisa)

Siamo tutti affascinati dalla criminalità e dall’illegalità e ciò che è proibito e non si può fare. Ogni tanto mi incanto a guardare tutti quei programmi che vanno in onda il pomeriggio e che parlano di omicidi. In realtà questi programmi servono per attirare spettatori, chiamare dentro il crimine e tirando fuori la parte più buia e sporca. Tutto questo viene definito curiosità morbosa. Ma cos’è veramente il crimine, chi sono veramente i criminali? (Cinzia)

Il primo incontro in classe

Il giorno 28 gennaio io e la mia classe ci recammo in aula magna per avere un incontro con gli operatori del carcere di Sollicciano: ci troviamo un signore con la voce un po’ strana, una donna di una cinquantina di anni e una ragazza giovane con i capelli rasati e parecchi tatuaggi. L’incontro inizia con una domanda rivolta a noi: chi delle due donne fosse una carcerata. Ovviamente tutti risposero la giovane ragazza con i capelli rasati e i tatuaggi sbagliandosi, perché la giovane ragazza non era altro che una volontaria che si occupa del reinserimento dei carcerati nella società. (Andrea)

Successivamente l’educatore ci ha spiegato quali sono le procedure prima di entrare in carcere e com’è la vita là dentro. Giorni successivi all’incontro abbiamo continuato a parlare di questa futura visita, anche per non essere colti impreparati e per capire cosa ci aspettava. Il professore organizzatore di questa visita è intervenuto spiegandoci le fragilità delle detenute, avendo presente l’articolo 27 della Costituzione secondo il quale la pena del condannato non deve ledere la sua umanità e deve garantire la sua rieducazione. Abbiamo imparato quindi che il carcere deve avere uno scopo rieducativo e non punitivo come molti pensano. (Giò)

Con la mia classe e i professori abbiamo affrontato l’argomento carcere… In gennaio alla scuola … è venuto il personale del carcere di Sollicciano a raccontare e spiegare le situazioni che ci sono là dentro… Ci ha raccontato com’è la vita dei detenuti all’interno del carcere. Hanno la possibilità di studiare, di fare degli incontri con i parenti nel giardino del carcere e di poter fare delle domandine, e queste domandine sono scritte dai detenuti i quali chiedono l’autorizzazione per far fronte alle esigenze e se è possibile realizzarle. .. L’incontro è stato importante perché ci hanno insegnato a guardare oltre. Dopo diversi giorni passati dall’incontro è venuto il nostro professore a parlarci del carcere e di chi c’è dentro. Raccontava che le persone là dentro sono fragili e che quando saremmo andati al carcere di non giudicare perché sono normali come noi. (Valerio)

Sinceramente non mi ero fatto nessuna idea di come poteva essere prima di entrare, se non per il passato intervento a scuola nostra. (Leonardo)

Quel giorno ci hanno spiegato moltissime cose, ad esempio come i detenuti riuscivano a comunicare con l’altro lato della struttura usando solo dei panni bianchi. (Marco)

Il prof ci ha raccontato di come vivono le persone in carcere e ha parlato delle domandine da compilare per chiedere qualcosa. E se non sanno scrivere vengono aiutate da degli scrivani. Lui, un volontario e un insegnante ci hanno spiegato che dentro al carcere i detenuti lavorano. (Alessandro)

L’incontro a scuola è stato molto utile poiché altrimenti sarei entrata nella struttura con dei pregiudizi e avrei preso l’esperienza molto alla leggera, senza riflettere su quanto invece le carceri e la vita in queste strutture siano una realtà vicina alla vita di ognuno, sia del detenuto che nostra. (Francesca)

Durante l’incontro svolto a scuola e a Sollicciano, ho scoperto la realtà del carcere, diversa da ciò che si vede e sente nella quotidianità (ad esempio in televisione). (Chiara)

Bello, bello, bello!… interessante e molto istruttivo. Già dall’incontro a scuola mi ha affascinato l’idea di conoscere un mondo che non mi tocca da vicino ma che vivendolo fa rendere conto che non sono personaggi fantastici ma persone reali proprio come me. Un conto è sentirne parlare da mia mamma, che in gioventù lavorò là, un conto è viverlo di persona. (Alessandra)

Il primo incontro in classe è servito un po’ per avere delle informazioni necessarie per affrontare al meglio l’incontro con i carcerati. (Damiano)

L’arrivo al carcere

Non ne parliamo anche come di un luogo nel quale vivono anime, solo il carcere, un ricettacolo di feccia sociale con la quale non dobbiamo avere a che fare: giace fra i nostri pensieri senza prendere forma. È così che mi sono sentita aspettando di entrare: galleggiavo in uno stato emotivo non ben definito. La curiosità si mischiava a un senso di timore e in qualche modo rifiuto, avvertivo una certa desolazione, non riuscivo a figurarmi un quadro di ciò che avrei visto e sperimentato con i miei occhi. Rapidamente cercavo di appurare le mie conoscenze su questo luogo fatto dai casi romanzeschi delle storie che conoscevo tramite gli altri, per esempio cinematografici. Non siamo allo zoo ragazzi, ha esclamato la prof., ho realizzato che era con quello spirito che mi accingevo a entrare, ero presa da una curiosità morbosa di osservare le dinamiche interne. (Cecilia)

Arrivati lì abbiamo notato i famosi panni bianchi che svolazzavano dalle finestre e un cuore rosso a una cella: quel detenuto con una detenuta erano fidanzati. (Silvio)

La visita è iniziata togliendo dalle tasche tutto quello che esse contenevano (telefoni, portafogli..) per poi recarsi all’interno del vero e proprio carcere. Essendo entrati ho subito notato la lunghezza dei corridoi interni e quanto erano stretti. (Riccardo)

Come sono arrivato, mi sono trovato di fronte a delle enormi recinzioni blu, con numerose telecamere, agenti della polizia penitenziaria e molta ruggine ad aggravare l’inospitalità del luogo. L’interno mette quasi i brividi, ma il fatto peggiore è che nel carcere si respira un’aria…come dire…”diversa”. (Leonardo)

L’ingresso al carcere è stata una cosa che non avevo mai provato, cancelli enormi per “contenere” delle semplici persone, persone che hanno sbagliato ma che sono pur sempre delle persone. Non ho ben capito il motivo per cui non ci hanno fatto lasciare tutte le nostre cose, varcando la porta ho avuto l’impressione di essere in un altro mondo, privo di libertà. (Niccolò)

Sono entrata nell’edificio con una certa ansia ma piena di curiosità. (Alessandra)

Nonostante l’entrata un po’ macabra, con il neon fioco e traballante, l’istituto era tutt’altro rispetto a come la mia fervida immaginazione lo rappresentava. (Sabrina)

Percorrere quei corridoi d’ingresso era paragonabile solo a una discesa nell’inferno con l’aggiunta di disegni sulle pareti forse volti a rendere più allegro il tutto ma solo più inquietante. (Filippo)

Successivamente, quando abbiamo oltrepassato il cancello del carcere, mi sono sentita come in trappola. Ero molto ansiosa e tremavo. I carcerati mi facevano molta paura. Entrati nella struttura, abbiamo attraversato un lungo corridoio e siamo giunti in una stanza decorata con una lavagna, delle cartine geografiche e una quarantina di sedie. La stanza e il carcere stesso erano malridotti. C’erano muri con la muffa, con le infiltrazioni o scrostati, il pavimento un po’ sporco e le stanze che puzzavano di tabacco. Il luogo incuteva molta paura. Era una stanza grigia, anche se illuminata dalla luce del sole. Era triste e malandata. Come una persona lasciata a se stessa. Come i carcerati. (Elisa)

Sono entrata in carcere in maniera rigida per prendere le distanze emotive da quel mondo. (Caterina)

Nel mio pensiero il carcere era uno stabilimento perfettamente funzionante, dai muri bianchi pallidi e dalle grate verdi e che all’interno di ogni cella rinchiudeva un detenuto quasi senza volto, con la divisa carceraria arancione e lo sguardo folle; la realtà consisteva in una struttura che non mi trattengo a definire fatiscente, con i muri corrosi dalle perdite con piccole grate di metallo arrugginito, lunghissimi corridoi all’apparenza abbandonati a loro stessi e, cosa che più mi ha colpito, persone, non detenuti… (Brando)

Il primo sguardo dalla distanza mi ha fatto subito un’impressione negativa: inquietante nonché squallido… ma l’importante è che sia funzionale… Peccato che anche la funzionalità scompaia quando vedo alcuni muri esterni coperti di muffa per scoprire che quella muffa è presente anche all’interno e che i tetti di certe celle lasciano passare l’acqua quando piove. (Federico)

È una giornata plumbea, cielo costellato dalle nubi temporalesche grava sulle nostre teste. Ma mai quanto l’imponente struttura del carcere, parte della quale mangiata dalla muffa, un po’ simile a qualche film distopico futuristico. La prima parola che penso è oppressione. La guardia carceraria ci scorta all’interno e mi saltano agli occhi dei cespugli di rose rosse intervallate da verdi sprazzi di un prato incolto, che sembra crescere indisturbato nonostante lo squallore di ferro, ruggine e cemento armato che lo circonda. Continuiamo il nostro percorso all’interno del carcere attraverso diversi ingressi con porte sempre più piccole, per approdare in uno stanzino buio, con le pareti macchiate dal tempo. È proprio questo il luogo in cui arrivano i detenuti per iniziare il loro percorso “rieducativo”. Sull’ingresso che conduce al cuore del carcere viene affissa una frase di Martin Luther King: arriveremo insieme alla libertà o non vi giungeremo. Dalla sentenza tristemente ironica procediamo attraverso corridoi gocciolanti, con le tubature esposte, l’intonaco corroso con ampie gore di umidità. Mi stringo nel cappotto certamente non è un posto accogliente né vuole esserlo. (senza nome)

L’incontro con gli studenti momentaneamente reclusi

Una volta entrato nel carcere, mi aspettavo un clima diverso, come nei film: personale empio, detenuti indossanti divise a righe e che urlassero attraverso le sbarre, e un clima in generale più tetro. Nonostante il clima non rispecchiasse il tipico modello dei classici film americani, la tristezza nel vedere degli umani reclusi, privi di libertà, non era indifferente. È doloroso pensare che delle persone non possano guardare il cielo dalla finestra, senza avere delle sbarre alla finestra che non impediscano la visuale! Proprio a causa di questo clima, ogni domanda che io avessi voluto fare mi sembrava impertinente. (Lorenzo)

Finalmente giungiamo alla nostra meta, l’aula del carcere. Non posso non sentirmi nervoso chiedendomi chi ci sarà dentro, dopo tutto siamo in un carcere non siamo certo dentro al Vaticano. Entro con lo sguardo basso cercando di non guardare nessuno negli occhi, agguanto una sedia senza sapere la mia ubicazione nella stanza e solo allora, dopo essermi sistemato, riesco a dare un’occhiata intorno. I detenuti sono per una buona parte stranieri intervallati sporadicamente da qualche italiano ma non paiono tanto minacciosi quanto mi ero figurato. Lentamente entriamo nel cuore dell’incontro. Una detenuta dall’aspetto curato comincia a leggerci la sua storia, la sua prima volta in carcere e mentre legge io la osservo: è quanto di più lontano ci possa essere dallo stereotipo del carcerato, infatti l’avevo scambiata per un’ assistente sociale. Con il suo racconto ma soprattutto con la sua serietà e disponibilità vedo il muro di ghiaccio che separava noi dai carcerati infrangersi, loro cominciano a parlare e noi a porgli domande. (senza nome)

Mi sembra un po’ un enorme labirinto. Raggiungiamo un corridoio più grande e luminoso in fondo al quale ci viene indicata l’aula. Dentro ci sono già una trentina di persone, mentre noi ci sediamo al lato opposto dell’aula formando un cerchio. Sono per la maggior parte uomini, la prima a prendere la parola è una donna, con un golfino nero e gli occhiali da lettura. Mentre penso che somiglia a una qualsiasi delle amiche di mia mamma, racconta della sua prima notte in carcere, come per molti, quando entri, non sei una persona ma una detenuta. (Sara)

Siamo seduti gli uni di fronte agli altri, come se ci fosse un limbo tra noi che ci separa, noi qui, i detenuti di là. Che brutto penso, avrei preferito essere seduto tra di loro. I miei occhi sarebbero stati costretti a viaggiare ed esaminare tutti meno velocemente, e forse sarebbe stato meno imbarazzante, ma Claudio ha scelto di disporci così, lontani per studiarsi meglio. Nella stanza non fa caldo, eppure brividi di calore mi attraversano continuamente il cuore (senza che io lo possa controllare) mi va a velocità insolita e per qualche ora è come se dimenticassi tutto ciò che fino a 10 minuti prima aveva fatto parte della quotidianità. I miei compagni e le insegnanti non li vedo neanche più, nella mia testa ci siamo solo io e loro. (Matilde)

L’aria che si respira è pesante e piena di tensione. La stanza in fondo al corridoio è quella nella quale ci stanno attendendo i carcerati. Siedo e osservo i diversi volti, gli occhi stanchi, tristi, alcuni nascostamente ancora speranzosi o malinconici. (Giulia)

Nel corso dell’incontro ci sono stati sicuramente anche dei momenti in cui emerge il loro rancore e la loro rabbia repressa verso ciò che li ha portati lì dentro, la maggior parte dei casi dice di qualcosa di cui si pentono ogni giorno e non riconosce neanche quella parte di loro che ha agito in quel momento e ora penso le condizioni spesso disumane in cui sono costretti a stare e che distruggono la dignità di ogni uomo. Quello però che leggevo in loro era soprattutto voglia di guardare avanti, di sperare in un futuro migliore, certamente condizionato dal fatto che tutti i detenuti presenti sapevano che prima o poi sarebbero usciti. (Filippo)

L’arrivo nella loro classe è stato di forte impatto e sembrava che non si potesse mai rompere il ghiaccio in una discussione, un confronto di opinioni tra noi studenti e loro detenuti, troppo diversi, troppo distaccati. Invece non è stato così, i nostri timidi interventi hanno scaturito altrettanto timide risposte loro… (Leonardo)

Altre invece sono rimaste e ci hanno spiegato la loro situazione, come a esempio I., il motivo per cui lei è in carcere è il furto, dice che era pentita, sia per lo stile sbagliato di vita, sia per i suoi tre figli che non può accudire. Sono felice che se ne sia pentita, mi ha fatto uno strano effetto sentirla parlare in quella maniera. Subito penso a quei tre bambini piccoli senza la loro mamma ma anche senza il loro papà perché li ha lasciati, non ha retto la situazione da solo. Spero che si riuniranno presto e ricominceranno a vivere insieme. Ma una vita diversa. Un’altra ragazza che ha parlato era giovanissima, sta lì per droga, una cosa che io personalmente odio, come ho detto a lei stessa alla fine dell’incontro, ci sono capitata con una persona vicino a me. La droga ti rovina sia fisicamente che mentalmente, inizi a fregartene di tutto il mondo perfino della tua famiglia. Ogni giorno che lei era lì era un po’ pentita e spero se ne penta sempre di più. (senza nome)

Dopo di me è intervenuto un detenuto proveniente dalla Costa d’Avorio che pensava la stessa cosa mia, ovvero che del carcere c’è bisogno però appena esci e vai a cercare lavoro non lo trovi perché nessuno ti assume perché hai la fedina penale sporca. In questo momento volevo intervenire dicendo che oltre al cambiamento del carcere deve anche cambiare la mentalità dell’uomo (me per primo, infatti grazie a questo incontro ho iniziato a pensare che ci deve essere una seconda chance per tutti, anche per loro), prima pensavo (sbagliando) che il carcere per chi aveva commesso atti dove avevano perso la vita delle persone era anche troppo poco, ma dopo aver sentito le regole, gli spazi dove vivono le persone, ho capito che anche loro si meritano qualcosa. (Matteo)

Inizialmente devo ammettere che quando ci siamo trovati con 30 detenuti davanti mi sono sentita molto a disagio, perché era un’esperienza nuova dove accanto a me non avevo i miei genitori, ossia il mio supporto maggiore, ma stavo imparando a conoscere un lato della vita “da sola”. Sentivo dentro di me come un fuoco che bruciava, un fuoco di paura, di ansia, di disagio e di curiosità. Mi sudavano le mani ed ero molto agitata, perché avevo di fronte persone mai viste prima, le quali avevano vari errori alle spalle, ed è difficile giudicare una persona in quelle condizioni, perché emergono i pregiudizi, cercavo quasi di trovare sicurezza abbracciandomi, stando accanto ai miei amici per provare a dare una possibilità a tale progetto. Una volta iniziato il dialogo fra noi e i detenuti, ho cominciato a capire qualcosa, ho cominciato a vedere quell’esperienza con occhi diversi: ho visto persone di tutte le nazionalità, una di fianco all’altra, imparare ad aprirsi per farci conoscere anche la loro visione della vita. Eravamo lì, faccia a faccia, con uomini che avevano alle spalle esperienze di vita fatte di errori, ma allo stesso tempo di amore e di sentimenti, infatti dalle loro parole ho capito che il dolore più grande che porta la detenzione è la lontananza dalla famiglia, dall’amore e dall’affetto che fuori dal carcere avevano, e “non ci si rende conto di quanto valgono le cose che ci circondano fino a quando non si perdono”, ha affermato un detenuto, ed è vero, mi mancheranno un giorno i banchi di scuola quando sarò grande, mi mancherà un giorno la mia quotidianità, anche le cose semplici che comunque fanno parte della mia visione del mondo, che per me è unica. (senza nome)

Infine

Quando dopo due ore che mi sono sembrate 5 minuti, dal carcere sento che qualcosa è cambiato in me (è scattato ma non so quale grilletto) come una scossa. Cosa sia successo non so, come sia potuto succedere nemmeno. Ancora la sera sono turbata e smarrita. È un’esperienza che per essere metabolizzata e assorbita necessita di molto tempo, devo ascoltare molte parti di me (ognuno di loro ha cose diverse da dire)… Quello che so è che non devo farmi travolgere dall’empatia venutasi a creare ieri ma cercare di misurarmi con la realtà delle cose e con i saldi principi (quelli che finora ho creduto essere tali) su cui baso la maggioranza dei miei pensieri e che credo davvero essere alla base di una società sana in cui tutti, senza eccezione, possano vivere con dignità! (Matilde)

Non voglio giudicare il motivo per cui si trovano lì, non spetta a me e non mi interessa anche soffermarmi nell’indigenza delle istituzioni in questo ambito. Voglio mettere in risalto che sono entrata con un’idea totalizzante di prigione e ne sono uscita con la consapevolezza, non così scontata, che in questo luogo ci siano individui, ognuno degno di essere chiamato per nome, ognuno degno di distinguersi, ognuno degno di essere ascoltato. (Cecilia)

Dopo l’incontro di ieri continuo a pensare che il carcere sia un luogo dove vengono posti i detenuti dopo una condanna, quello che ho capito è che non c’è l’umanità e la dignità che sono richieste universalmente da e per l’uomo, siccome ho capito che il carcere non è rieducativo come dovrebbe e potrebbe essere (salvo i casi dove è anche il detenuto che si mette in discussione con se stesso e quello che ha fatto). La mia personale esperienza di ieri è stata forte e ho apprezzato la verità e l’umanità delle persone che hanno parlato con noi e le ringrazio molto per avermi fatto cambiare idea su alcune piccole cose e di avermi aperto gli occhi su molte altre. (Aurora)

Forse una delle sensazioni più pressanti che ho trovato dopo questa esperienza è quella di aver avuto l’occasione di affacciarmi su una realtà assolutamente ignota fino a ora (è ancora più complessa adesso) ma dalla quale non so dire esattamente cosa ho ricevuto. È stato un impatto con una cosa nuova, lontana e allo stesso tempo così umana, io non saprei dare un nome alle mie riflessioni se non di dubbio: quando ci si avvicina a un uomo che il mondo etichetta in un certo modo, come si distinguono i confini di umanità, cuore e rapporto, da quelli tracciati in modo tanto sicuro dalla legge? (Elena)

Da quel giorno mi sono ricreduto sui carcerati, ho incominciato a rispettarli perché sono persone comuni come noi, persone che hanno sbagliato e ne stanno pagando le conseguenze. Spero che queste persone una volta uscite da lì non commettano più questi errori e che riescano a rifarsi una vita. (Ari)

Invece mi è stato molto d’aiuto anche il fatto di non conoscere le colpe dei ragazzi poiché veramente, e lo ribadisco, è importante conoscere le persone prima di giudicarle e soprattutto sperare che possano sempre migliorare; oggi mi sarei potuta sedere accanto a uno spacciatore, come a un ladro, o come a un assassino, non mi interessa. Quello che davvero è importante è stato capire come siano delle persone, da trattare come tali e verso le quali non avere dei pregiudizi perché come tutti possiamo sbagliare, possiamo anche correggerci e migliorarci, magari anche con tecniche diverse da quelle del carcere che a mia opinione accresce solo la rabbia nell’uomo che poi potrà sfogarla solo una volta uscito; certo non è completamente da eliminare, ma potrebbe essere sostituito anche con tecniche meno degradanti che tolgono alla persona gli affetti, la libertà, la comunicazione, il contatto, il lato umano. (Francesca)

Da questa esperienza ho capito che in carcere non ci sono solo delinquenti, ma anche dei disperati a cui la società non ha dato aiuto. (Irene)

Però in realtà, il carcerato deve essere trattato così. Se sei finito dentro, devi esser trattato male. Dovrai pentirti un giorno di quello che hai fatto, no? Dal momento in cui entri nel carcere, sarai trattato come un oggetto, non avrai più nessun valore. Sarai solo qualcosa che vivrà e occuperà una cella per diverso tempo. Solo cinque italiani su una trentina di carcerati. Forse è il caso di farsi qualche domanda, no? Esistono anche italiani vigliacchi e delinquenti, ma almeno sono furbi. Con questo non voglio dire che gli stranieri non lo siano; però con il fatto che arrivano in Italia senza soldi e senza una dimora fissa, essi in qualche modo vengono “spinti” a compiere atti di delinquenza per sopravvivere. Cercano di guadagnare qualche soldo, con atti di vandalismo o tramite il mercato nero della droga o altro. Sembravano gente brava, ma sono pur sempre dei detenuti, a prescindere dal motivo per cui sono finiti là dentro. Sono detenuti. Ricordiamocelo. Le loro storie potevano toccare chiunque, ma tanto disonesti sono e tali rimarranno. Secondo me, all’interno del carcere non si migliora ma si peggiora; perché una volta uscito, che fai? Dove vai? Con chi stai? Quanti soldi hai con te? Queste sono le domande che chiunque dovrebbe porsi. Purtroppo non ho cambiato la mia opinione sulla mia visione del carcere e dei detenuti. Infrangi le regole della Costituzione italiana? Bene, c’è un posto riservato per te all’interno di una cella. (Elisa)

Sicuramente questo progetto sul carcere di Sollicciano mi ha fatto crescere umanamente, perché ho imparato a vedere un nuovo lato della realtà che permette di avere una visione più completa del mondo. Mentirei se dicessi che la mia opinione è cambiata del tutto, perché non è possibile diventare “grandi” da una singola esperienza, ma ho fatto un piccolo gradino che senza questo progetto non sarei stata sicuramente capace di fare: ho imparato a non identificare le cose attraverso i pregiudizi. I detenuti sono persone che hanno “macchiato” parte del loro passato con un errore, e questa esperienza insegna a guardare al futuro con occhi diversi, a saper andare avanti in modo più consapevole, ma allo stesso tempo insegna alle persone “oneste” a essere più umili e meno orgogliose della propria bravura, a saper integrare fra loro persone che hanno alle spalle anche percorsi diversi a volte più difficili, a saper guardare negli occhi queste persone senza pregiudizi per avere una società molto più empatica, più unita, dove la violenza diminuisce e dove c’è la possibilità che, una volta in libertà, i detenuti, non commettano gli stessi sbagli. Grazie a questa esperienza porterò a casa maggior consapevolezza delle sfaccettature della vita, proverò a guardare la società con occhi diversi, proverò ad aprirmi trascurando i pregiudizi anche se è difficile, perché non si possono guardare con gli stessi occhi una persona “onesta” e una persona che ha alle spalle degli “errori”, perché la diversità si percepisce anche in unità minori come ad esempio la scuola. Dopo questa esperienza avrò la volontà di cambiare per un bene più grande e operare sempre in modo giusto e onesto, perché solo così “puoi essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. (Francesca)

Il carcere è un luogo che serve a insegnare gli errori fatti con le giuste punizioni, serve a far cambiare la persona che ha commesso un reato non tanto fisicamente quanto psicologicamente perché l’uomo giusto, gentile, simpatico, che non commette cose brutte è l’uomo forte non esteriormente (fisicamente) ma interiormente. Alcune carceri sono poco educative con quelle persone che dopo aver sbagliato vogliono cambiare, il che non li aiuta certo in questo cambiamento, anzi escono più arrabbiati di prima. (Serghej)

Claudio Pedron, «Studenti in carcere», in “gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, nn. 46-47, pp. 55-59.

La foto: Illustrazione di Paper Resistance.

Minori 2/3 – Minori stranieri e non – Centri di formazione

Minori3

Il decreto del Presidente della Repubblica n. 263 del 2012, istitutivo dei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia), all’articolo 3, dopo aver individuato nel compimento del sedicesimo anno di età e nel mancato conseguimento del titolo di studio conclusivo del primo ciclo di istruzione (terza media) i requisiti necessari per consentire l’iscrizione ai predetti centri, apre alla “possibilità, a seguito di accordi specifici tra regioni e uffici scolastici regionali, di iscrivere, (…) in presenza di particolari e motivate esigenze, coloro che hanno compiuto il quindicesimo anno di età” (comma 3).

La Regione Toscana e l’Ufficio scolastico regionale per la Toscana hanno colto l’opportunità offerta dal decreto stipulando già nella primavera del 2015 un accordo (valido a partire dall’inizio dell’anno scolastico successivo) volto a consentire l’accoglienza dei quindicenni presso i Cpia attivi sul territorio regionale (si veda in proposito la Delibera regionale n. 405 del 07/04/2015). In particolare l’accordo tiene conto del dettato del decreto che, come detto, per l’iscrizione dei quindicenni pone come condizione la sussistenza di “particolari e motivate esigenze”. Secondo il testo dell’accordo, infatti, le azioni previste sono rivolte ad “alunni” che siano “a forte rischio di dispersione o che si trovino già in situazione di abbandono scolastico” (art. 1); requisiti questi ribaditi ulteriormente nell’art. 2, dove si precisa che i beneficiari dell’accordo sono quindicenni “che non frequentano regolarmente la scuola e che si trovano in situazione di grave disagio socio-culturale” e che sono “a grave rischio dispersione e abbandono”.

Scopo dell’accordo è di consentire agli studenti che si trovino nelle condizioni appena richiamate di conseguire “il titolo conclusivo del I ciclo di istruzione” tramite “la costruzione di percorsi personalizzati” (art. 1). Per i possibili beneficiari, inoltre, è esclusa la possibilità di presentare domanda di iscrizione direttamente ai Cpia: essi devono “risultare iscritti presso una scuola secondaria di primo grado” (art. 2).

Nelle prescrizioni fin qui illustrate si coglie la preoccupazione da parte dell’estensore del documento di sottolineare come la collocazione naturale di uno studente ancora soggetto a obbligo scolastico sia la scuola secondaria di primo grado e che solo come ultima ratio, allo scopo di scongiurare appunto l’abbandono, si possa pensare a una sua presa in carico da parte di un Cpia; ciò evidentemente nell’intento di scongiurare soluzioni facili a problemi complessi e di evitare una deresponsabilizzazione delle scuole del primo grado.

Non a caso, dunque, il testo dell’accordo dettaglia anche la procedura da seguire per l’iscrizione (art. 3): è la scuola cui risulta iscritto l’alunno quindicenne a contattare il Cpia “territorialmente competente” trasmettendo una richiesta di iscrizione e una “proposta di patto formativo individuale” redatto sulla base dei bisogni formativi dello studente; successivamente, i dirigenti delle due istituzioni verificano se sussistono le condizioni per il passaggio dello studente all’istruzione degli adulti; in caso di esito positivo, si procede all’iscrizione del quindicenne presso il Cpia e si considera “decaduta l’iscrizione alla scuola di provenienza, stante il divieto di doppia contemporanea iscrizione al Cpia e ad altra istituzione scolastica o formativa”.

A questo punto viene redatta la versione definitiva del patto formativo individuale a opera dell’apposita commissione, funzionante presso ogni Cpia, integrata per l’occasione dal docente coordinatore della classe di provenienza dell’allievo. Nel patto sono specificati i seguenti elementi (art. 4):

percorso formativo e didattico dell’allievo;
eventuali crediti riconosciuti;
modalità di frequenza;
sede di svolgimento dei corsi;
altri soggetti eventualmente coinvolti nel percorso;
valutazione finale.

Il patto viene poi sottoposto a firma congiunta del dirigente del Cpia e di quello della scuola dalla quale l’allievo proviene (art. 4).

L’esame di Stato conclusivo avverrà poi secondo le modalità consuete dei Cpia, sulla base della normativa vigente. Ricordiamo, in estrema sintesi, che allo stato attuale l’esame conclusivo del primo ciclo presso i Cpia, a esito del quale viene rilasciato lo stesso titolo delle scuole secondarie di primo grado, comprende tre prove scritte (italiano, matematica e lingua straniera) e un colloquio orale, con esclusione dello scritto di seconda lingua straniera e della prova nazionale Invalsi.

Giova pure ricordare di passaggio come il percorso di istruzione presso un Cpia risulti più agevole rispetto a quello ordinamentale, tanto per il monte ore complessivo (che risulta essere di circa la metà rispetto a quello di una terza media ordinamentale) quanto per gli insegnamenti impartiti (limitati a italiano, storia, geografia; matematica e scienze; tecnologia; lingua straniera).

I punti qualificanti

L’accordo Regione-Usr così come sinteticamente descritto, rappresenta un elemento decisivo sotto il profilo – diciamo così – politico: esso ha consentito di iniziare ad accreditare i Cpia (istituzioni scolastiche di recente costituzione, ancora relativamente poco conosciute e sotto vari punti di vista non prive di debolezze) non solo come uno strumento utile a contrastare il drop out e la dispersione scolastica, ma, di più, come una componente strategica del sistema scolastico regionale. E ciò, si badi, in un momento (l’anno scolastico 2014/2015) in cui per i Cpia era da poco iniziata la fase di avvio.

In quest’ottica rappresenta un elemento di assoluto rilievo il fatto che, per raggiungere l’obiettivo previsto, nel testo dell’accordo si faccia riferimento, come un fattore decisivo, allo strumento maggiormente caratterizzante l’offerta formativa dell’istruzione degli adulti: quel patto formativo espressamente previsto dal decreto istitutivo (Dpr 263/2012, art. 5, c. 1) e appunto concepito per un’utenza adulta e lavoratrice, che consente di piegare il percorso agli effettivi bisogni, non solo formativi, dello studente, realizzando una personalizzazione che riguarda tanto i tempi quanto i contenuti del percorso stesso. Nella fattispecie tale strumento viene a essere ripensato, di concerto con l’istituzione scolastica di provenienza, come un mezzo per calibrare l’offerta formativa sulle difficoltà dello studente a rischio di abbandono e consentirgli di conseguire, con il titolo di studio, il successo formativo.

Le criticità

Ora, restringendo il campo di osservazione alla situazione del Cpia 1 Firenze, se l’applicazione dell’accordo non ha mancato di portare buoni frutti, consentendo il recupero di studenti altrimenti destinati alla dispersione, occorre però dire con altrettanta chiarezza che si sono evidenziate alcune criticità; criticità che originano da fattori sia esterni che interni.

Per quanto concerne i primi, il più evidente è rappresentato dalla tendenza di alcune scuole a passare al Cpia quasi in automatico casi particolarmente problematici (talvolta anche solo potenzialmente problematici), senza che a tale operazione sia sotteso un progetto educativo valido e coerente con la situazione dell’alunno (e in certi casi anche senza che il consiglio della classe di provenienza sia in grado di tracciare un profilo sufficientemente significativo dello studente stesso). Un simile modus operandi (presentatosi con particolare frequenza soprattutto durante il primo anno di vigenza dell’accordo) rappresenta senza dubbio un dato negativo, in quanto in contrasto con le previsioni e anche con lo spirito stesso dell’accordo Regione – Usr. Esso inoltre si è determinato senza che da parte delle scuole si tenesse sufficiente conto di un dato di fatto: e cioè che allo stato attuale, a prescindere dalle possibilità offerte dal patto formativo, gli Istituti comprensivi almeno per certi aspetti hanno a disposizione risorse maggiori rispetto ai Cpia per trattare gli studenti “difficili”, sotto il profilo ad esempio dei servizi offerti dall’ente locale o dei rapporti con l’associazionismo, oppure ancora della possibilità di accedere all’organico di sostegno; e ciò da una parte per il radicamento sul territorio e la “riconoscibilità” di cui tali istituzioni scolastiche possono disporre, come pure per il potere di pressione che le famiglie degli studenti minorenni sono spesso in grado di esercitare in varie direzioni (sull’ente locale, come pure sugli uffici dell’amministrazione scolastica periferica); dall’altra per la condizione di “oggetto misterioso” o, quanto meno, molto poco conosciuto, anche presso gli enti locali di riferimento, in cui ancora si trovano a essere confinati molti Cpia.

A titolo di esempio, vorrei riferire del caso dello studente O. R.: quindicenne, nato in Italia da una famiglia marocchina, iscritto presso un istituto comprensivo cittadino. O. R. era stato presentato come uno studente con una storia di insuccesso scolastico e con problemi di attenzione e di aggressività, largamente rientrati però nel corso dell’anno scolastico precedente, anche grazie al supporto offerto da un’associazione di volontariato. Solo a passaggio al Cpia avvenuto è emerso che lo studente era in possesso di una certificazione ai sensi della legge 104; certificazione in base alla quale aveva titolo ad aspirare al docente di sostegno; possibilità questa che è però stata negata dai competenti uffici. Nel frattempo lo studente, che nei primi giorni di frequenza si era dimostrato se non collaborativo, quanto meno abbastanza tranquillo, aveva iniziato a manifestare comportamenti sempre più provocatori nei confronti di docenti e compagni di classe (alcuni studenti adulti, disturbati dalle intemperanze del ragazzo, sono arrivati a interrompere la frequenza) o addirittura pericolosi per la propria incolumità. La situazione è stata risolta grazie alla disponibilità dei competenti uffici del Comune di Firenze che, su istanza del sottoscritto, pur in assenza del docente di sostegno, hanno garantito la presenza nella classe coinvolta di un educatore per un numero di ore pari circa alla metà del monte orario frequentato da O. R. Per la cronaca: lo studente è riuscito a superare l’esame finale e a concludere positivamente il percorso ma, cosa forse ancor più significativa, in un colloquio con la docente di italiano, prima della conclusione delle lezioni, si è dichiarato grato alla scuola per l’attenzione con cui è stato seguito.

Per quanto riguarda le difficoltà di origine interna, poi, esse sono legate al fatto che molti docenti del Cpia (e particolarmente quelli “di lungo corso”) hanno costruito la loro professionalità rivolgendosi a una utenza composta da maggiorenni o, quanto meno, da soggetti fuoriusciti dall’obbligo scolastico, e dunque si trovano comprensibilmente in difficoltà nel fronteggiare le dinamiche tipiche dell’adolescenza (e di un’adolescenza particolarmente problematica); dinamiche che peraltro, nel contesto attuale, non mancano di mettere in difficoltà anche docenti maggiormente familiarizzati con questo tipo di utenza.

Senza contare poi che il patto formativo, pur rappresentando un’acquisizione importante, costituisce pur sempre uno strumento, come si diceva, pensato all’origine per un’utenza di adulti lavoratori: un’utenza che nel proprio percorso di vita e professionale ha accumulato un bagaglio di esperienze, non necessariamente riconducibili a occasioni di apprendimento formale, ma che comunque hanno determinato l’acquisizione di determinate competenze spendibili – ad esempio – sul mercato del lavoro e valorizzabili sotto forma di credito all’interno del patto formativo. Nella storia personale di uno studente molto giovane, proveniente da un contesto socio-culturale disagiato, con un percorso scolastico accidentato appare più difficile reperire esperienze significative ai fini della stipula del patto formativo. Alla luce di queste considerazioni, vi è il concreto rischio che il Cpia venga percepito né più né meno che come una “via facile per studenti difficili” al diploma del primo ciclo, quasi una riedizione delle mai rimpiante classi differenziali.

L’anno scolastico iniziato da poco rappresenta il terzo di vigenza dell’accordo: chiaramente, per stilare un bilancio complessivo dell’esperienza e in particolare sulla sua efficacia, occorrerà attendere gli esiti del monitoraggio regionale anch’esso previsto dall’accordo stesso.

Renato Giroldini, «Centri di formazione», in “gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, nn. 46-47, pp. 50-54.

La foto: Illustrazione di R. Kikuo Johnson.

Minori 2/2 – Minori stranieri e non – MSNA: Minori stranieri non accompagnati

Minori2

Quando affrontiamo temi controversi e di grande attualità come quello della migrazione e della migrazione forzata, siamo costretti a confrontarci non solo con il fenomeno e tutte le sue complessità, ma anche con la rappresentazione – o forse le rappresentazioni – di quel fenomeno.

Se il moltiplicarsi delle prospettive ha tanti punti di forza, il rischio di perdersi nella complessità fermandoci agli stereotipi è altrettanto alto.

Questa premessa è determinante anche se restringiamo la visuale sui minori e in particolare sui minori non accompagnati. Escludendo i casi di razzismo più estremo, in generale i bambini e le bambine fanno commuovere, sono la fotografia più semplice della brutalità di certe condizioni, coinvolgono emotivamente la gente fino a sostenere campagne e a indurre donazioni. Al di là della violenta strumentalizzazione dei corpi dei più piccoli, delle loro storie e delle nostre menti, tutta questa apparente ovvietà rimane solo sulla superficie. Se siamo forse tutti d’accordo sulla loro vulnerabilità, ciò non si traduce in politiche, prassi e percorsi di accoglienza davvero tutelanti e volti all’inte(g)razione. Accanto a esperienze molto positive, il sistema è una coperta corta e tutta sempre volta all’emergenza.

“Per minore straniero non accompagnato (Msna) presente nel territorio dello Stato si intende il minorenne non avente cittadinanza italiana o dell’Unione europea che si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato o che è altrimenti sottoposto alla giurisdizione italiana, privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell’ordinamento italiano.”(l.47/2017). La definizione data dall’ultima legge (l. 47/2017 cd. legge Zampa) non si discosta più di tanto da quella precedente (l. 142/2015 attuativa della direttiva 2013/33/Ue) fatta eccezione per l’uso della parola “straniero”: un apparente dettaglio ma, se parlare bene significa pensare bene, è essenziale ascoltarci e capire che significato hanno le parole che usiamo, o che abbiamo imparato a usare. Utilizzare la parola “straniero” al posto di termini tecnici come “extracomunitario” o “cittadino extra-Ue”, è una scelta fatta dalla nostra normativa sulla migrazione. A noi l’interpretazione.

Per ciò che riguarda i minori poi, soprattutto dopo l’ultima legge, le parole rispondono a scelte semantiche tutte politiche: infatti, in quanto minori, la loro condizione è equiparata a quella dei bambini e delle bambine italiani ed europei.

Chiarito il significato del titolo Msna, dobbiamo cominciare a scorrere l’indice.

Si è parlato di prospettive: per fare chiarezza attorno al mondo che circonda la vita di chi, giovanissimo, è costretto a fuggire dalla propria casa, possono essere fatte molte scelte. Ciascuna però deve avere l’obiettivo di vedere le persone dietro alle riflessioni geopolitiche, alle statistiche, al “fenomeno”. Ritrovate le persone, possiamo farci forti di tutta la nostra scienza e conoscenza e decidere che prospettive vogliamo davvero per loro e per noi.

Il mondo è già un luogo plurale, a noi resta solo la scelta di come vogliamo farne parte.

Per cominciare a dare un contenuto alla sigla Msna o Mna, è utile iniziare a capire chi sono i minori che arrivano in Italia che, insieme alla Grecia, rappresenta oggi il principale canale di accesso all’Europa (seguono da lontano Bulgaria e Spagna).

Gli ultimi rapporti e dati di Unhcr, Oim e Unicef sul 2016 e sui primi mesi del 2017 confermano l’esistenza di due principali modelli migratori che investono i minori e che interessano, per ovvie ragioni geografiche, due zone distinte.

La Grecia accoglie minori che viaggiano con le proprie famiglie o, almeno, il cui percorso migratorio è iniziato con loro. Sono famiglie infatti per lo più provenienti da Siria, Afghanistan e Iraq, zone di devastanti conflitti ancora in corso.

Dall’Africa subsahariana invece i ragazzi, di media un po’ più grandi e maschi, partono da soli, pianificando il viaggio o, più spesso, non pianificandolo affatto. Nella maggior parte dei casi questi giovani non stanno partendo per l’Europa – figuriamoci per l’Italia – ma stanno scappando da casa loro e da lì, paese dopo paese, alla ricerca di un posto che possa permettergli di vivere dignitosamente e lontano dalle persecuzioni e dalle violenze che hanno costretto alla fuga.

La migrazione dall’Africa per i giovani (e i meno giovani) ha prospettive che si costruiscono un passo dopo l’altro. Spesso, in assenza di un qualunque punto di riferimento, i minori non prendono nemmeno in considerazione i rischi che corrono, rimanendo esposti ad abusi e sfruttamento da parte di chi gestisce il business del traffico di esseri umani.

Prima di passare in osservazione i numeri e capire che cosa possono raccontarci le statistiche, è utile anticipare due aspetti.

Nel computo dei minori e dei minori non accompagnati non figurano tutti quei ragazzi e ragazze che raggiungono le nostre coste appena maggiorenni. La maggior parte di loro è partita da adolescente e si può dire che sia del tutto casuale che alcuni arrivino in Europa a 19 anni e altri a 17 (in media il viaggio dura 1 anno e 2 mesi, al netto di chi rimane – e rimarrà sempre di più – intrappolato in Libia). Difficile sostenere che il diciannovenne sia meno vulnerabile del diciassettenne, eppure i due hanno diritti e tutele drammaticamente differenti. Facile quindi immaginare quanti di loro possano dichiararsi minorenni – o maggiorenni, nei casi che vedremo – senza esserlo, e quanto, viceversa, per limitatezza culturale, non venga dato credito a chi ha una corporatura che appare più adulta.

Questa riflessione ci porta alla seconda premessa: l’incertezza dei dati con cui ci confrontiamo.

Dalla correlazione delle rilevazioni delle Agenzie Onu, Unhcr, Oim, Unicef con i dati del Ministero dell’interno e del Ministero del lavoro e delle politiche sociali è possibile provare a disegnare la sagoma del fenomeno, consapevoli però delle tante sbavature e imprecisioni che porta con sé. Oltre al tema dell’accertamento dell’età, dobbiamo “fare i conti” con il numero sempre crescente di minori irreperibili (6.561 nel 2016 dai 1.754 del 2012), che per lo più fuggono dall’accoglienza e cercano di arrivare in altri stati europei. Sono noti ormai vari episodi di brutali respingimenti alle frontiere interne, come quanto è accaduto per diversi mesi lo scorso anno tra la Svizzera e l’Italia.

Nel 2016 sono arrivati in Europa più di 100mila minori migranti di cui il 34% non accompagnati.

In Italia, dei quasi 30mila arrivi, le percentuali di ragazzi e ragazze soli è del 92%. Proporzione diametralmente opposta alla Grecia che ha accolto più del doppio dei minori migranti (rappresentano il 37% della popolazione migrante), ma i Msna si stimano intorno all’8%.

Una percentuale molto alta di minori non accompagnati si registra anche in Bulgaria, dove sarebbe però necessaria un’analisi ad hoc. Guardando come questi numeri sono cambiati nel tempo, si nota un preoccupante aumento degli arrivi di minori e minori non accompagnati non proporzionato all’andamento dei flussi migratori: in Italia, ad esempio, in un anno il numero di minori non accompagnati è raddoppiato (dal 7 al 14%) e il numero di minori in accoglienza dal 2012 è più che triplicato (23.934 minori di cui più del 90% non accompagnati).

Anche i dati sul genere e sull’età confermano e convalidano i due diversi modelli migratori. Mentre in Grecia il numero di maschi è di poco superiore a quello delle femmine, in Italia il dato è netto: il 93% sono ragazzi con età media tra 15 e i 17 anni. In Grecia il 30% dei minori invece ha meno di 4 anni e più del 50% ne ha comunque meno di 15.

I numeri sono utili, ma non raccontano tutto.

Se queste statistiche accompagnano senza difficoltà il racconto di giovani uomini migranti e si allineano perfettamente alla narrazione mainstream del giovane-maschio-africano-nero che invade il nostro territorio, rischiano però non solo di appiattire le sfaccettature, ma di far scomparire interi mondi perché fatti di una percentuale a una cifra sola.

Mi riferisco in particolare a quel 7,6% di ragazze e bambine.

Guardando meglio le cifre stiamo parlando di 1.832 persone (quadruplicate dal 2012).

Dall’ultima analisi di Save the children emerge, in proporzione, un maggior numero di bambine sotto i 14 anni (278, di cui 15 con meno di 6 anni).

Per inquadrare il fenomeno è rilevante notare come la maggior parte di loro provengano da due soli stati: la Nigeria e l’Eritrea. Se dall’Eritrea il fenomeno è endemico e le cause sono maggiormente note, gli arrivi dalla Nigeria di donne, ragazze e bambine sta aumentando esponenzialmente e ruota principalmente intorno al girone infernale della tratta. Tra il 2015 e il 2016 il numero di donne e bambine nigeriane arrivate in Italia è raddoppiato e fa saltare ogni statistica sia sulla migrazione femminile che minorile: le bambine nigeriane rappresentano circa il 42% dei minori nigeriani ribaltando completamente la statistica generale sui minori (contro, ricordiamolo, il 7% sulla totalità dei minori). Facendo una stima rispetto agli ultimi anni, il numero di donne e bambine nigeriane è aumentato complessivamente quasi del 400%. Il numero spaventosamente in crescita mostra come la tratta si stia evolvendo a adeguando ai nostri sistemi normativi di prevenzione e contrasto. Rispetto alla migrazione femminile, uno dei più grossi rischi è non riuscire a essere altrettanto reattivi. Questo riguarda in misura minore le bambine e le ragazze e maggiormente il sistema di protezione internazionale e le donne “adulte”, ma apre il grande tema dell’efficacia degli strumenti di accoglienza e di tutela su cui, su carta, siamo primi in Europa.

L’epoca della madama è finita, oggi la rete criminale permea tutti gli spazi di transito della tratta, con una compravendita continua che inizia in Nigeria, più o meno radicata in patti che si suggellano con riti tradizionali, e vive forte in Italia e in Europa.

Le donne e le bambine, nell’ossimoro di essere debitrici e schiave, trovano nuovi carnefici a ogni confine che attraversano e non smettono mai di essere sfruttate. Il culmine degli orrori, volendo trovarne uno, arriva in Libia dove molte sono costrette a transitare per le connection house, spazi di prigionia e sfruttamento, di abusi e violenze senza precedenti.

Non serve elencare i rischi e le conseguenze di questo scenario, dalle malattie alle gravidanze indesiderate, ai viaggi obbligati in terribili condizioni.

Arrivate in Italia, vengono intercettate quanto prima e riassorbite nel circuito della tratta, che a questo punto alimentano e nutrono i nostri Paesi. Quando si incontrano gli operatori dei centri che si sono confrontati con queste ragazze, tutti evidenziano il grosso rischio della loro fuga non appena hanno a disposizione un telefono. Qui ci troviamo di fronte a uno dei grandi nodi: un Piano nazionale anti-tratta all’avanguardia con scarsa efficacia nella sua applicazione. Il tasso di ragazze irreperibili è in aumento, la forza della rete criminale di essere presente a ogni passo rende davvero una sfida per operatori e operatrici intercettarne i casi, ma i passi avanti possibili sono molti: dalla presenza senza eccezioni di poliziotti donne e mediatrici agli screening che seguono il primissimo soccorso, all’attenzione massima prima di ricollocare le ragazze nel circuito dell’accoglienza diffusa in giro per l’Italia – riconoscendo in questo passaggio uno dei momenti più critici –, alla formazione profonda di tutti gli operatori e le operatrici dei centri.

Con l’approccio Hotspot, l’accoglienza Cas – quella diffusa capillarmente intorno a noi e gestita per lo più dal privato sociale – ha il compito di essere in prima linea nel contrasto al fenomeno e nella prevenzione. Si è di fronte a un duplice grado di vulnerabilità: queste ragazze e queste donne non solo hanno affrontato il viaggio migratorio come tutti gli altri migranti, ma lo hanno fatto da schiave e sono vittime di persecuzioni che toccano una sfera storicamente meno tutelata che non ha a che fare con la cosa pubblica, ma con il loro essere donne. Doppio allora deve essere il grado di fiducia che devono accordarci e che ci è indispensabile per poterle supportare.

Questa lunga parentesi è andata oltre il focus della minore età, perché quando si parla di migrazione femminile il fenomeno purtroppo è trasversale e la questione della dichiarazione/accertamento dell’età è un dato centrale: molte ragazze minorenni (anche visibilmente) non si dichiarano tali su esplicita indicazione per non essere inserite in percorsi maggiormente controllati e tutelanti.

I minori non accompagnati in generale provengono nella quasi totalità dall’Africa e, in particolare, dell’Africa Subsahariana. Nel 2016 i principali paesi di provenienza secondo i dati del Ministero dell’interno sono stati l’Eritrea, il Gambia, la Nigeria, l’Egitto, la Guinea, la Costa d’Avorio, la Somalia, il Mali, il Senegal e infine il Bangladesh. Proporzionalmente passiamo dai quasi 4000 minori dell’Eritrea ai poco più di mille dal Bangladesh. Lasciando da parte quest’ultimo percorso, il viaggio dall’Africa ha varie costanti, ma una in particolare: la Libia. Dopo essere transitati in diversi stati, per lo più costretti a lavorare per pagare i debiti di viaggio e gli eventuali riscatti, quasi tutti ci arrivano.

Come ancora oggi, nel 2017, i migranti, minori arrivino in Libia può sembrare un mistero. Che la Libia sia uno stato senza Dio, come molti ragazzi subsahriani dicono senza neanche riuscire ad alzare lo sguardo, è un’informazione che ci si aspetta possa aver fatto il giro del mondo a questo punto della storia. Viceversa, da qualche parte crea ancora l’aspettativa di poter essere un luogo dove, seppur discriminati, si ha l’opportunità di ricostruirsi un futuro o, per chi ha già le idee chiare, per arrivare in Europa. Univocamente ascoltando le storie dei migranti, leggendo i rapporti, le statistiche, le relazioni il periodo in Libia è la parte più traumatica del viaggio.

Stiamo parlando di un paese in mano alle bande armate dove i trattenimenti arbitrari, le sparizioni forzate, lo sfruttamento lavorativo, la tortura, gli abusi, gli stupri e varie altre violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno.

La scelta gravissima di bloccare i migranti in Libia sostenendo la guardia costiera libica fatta lo scorso 28 agosto a Parigi, tra Francia, Germania, Italia, Spagna, Libia, Ciad e Niger viene giudicata dallo stesso Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid bin Ra’ad al Hussein, una “chiara violazione del principio di non respingimento previsto dal diritto internazionale”.

Il principio di non-refoulement (non respingimento) sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra prevede proprio che: “Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”.

Nonostante la formulazione letterale, perché sia applicabile il principio di non respingimento non è necessario che alla persona sia riconosciuto lo status di rifugiato o una forma di protezione internazionale, né che ne abbia fatto richiesta e il principio fa riferimento a qualsiasi forma di trasferimento forzato, compresi deportazione, espulsione, estradizione, trasferimento informale e non ammissione alla frontiera verso un paese non sicuro.

La significativa contrazione degli arrivi a cui si assiste in questi ultimi mesi non deve rassicurarci: i migranti non si sono fermati, né sono diminuiti. Sono bloccati, i minori come tutti gli altri, in quell’inferno in terra che è la Libia, e l’Italia e l’Europa ne sono perfettamente consapevoli.

Sopravvissuti al viaggio in mare, salvati e non sbarcati su gommoni inagibili alla navigazione (non barconi), i minori arrivano in Italia. L’Oim stima che delle 5096 persone che hanno perso la vita in mare nel 2016 (e di cui noi siamo a conoscenza) almeno 700 erano minori.

Arrivati nei porti in Italia, nel sud dell’Italia, i minori sono accolti da vari soggetti: ci sono le autorità (militari o polizia), i rappresentati di varie agenzie Onu ed europee, gli operatori di varie ong e associazioni. Accanto alle visite mediche e a una informativa su dove si trovano, quali siano i loro diritti, lo scopo del primo soccorso dovrebbe essere far sentire al sicuro un minore che, nella migliore delle ipotesi, da diversi mesi sta vivendo in una condizione di totale precarietà, in balia di potenziali abusi e varie forme di sfruttamento, vittima di uno dei più grandi business del secolo.

L’attuale sistema di accoglienza invece immerge subito anche i minori in una dimensione emergenziale, fatta di attese e di percorsi poco chiari. Il sistema hotspot, introdotto nel 2015 dall’Agenda europea sulle migrazioni, che ha lo scopo di identificare e “smistare” i migranti, accoglie minori non accompagnati per l’identificazione spesso in situazioni di promiscuità con le persone adulte e per un numero di ore e di giorni variabili. Sui termini di trattenimento legittimi negli hotspot e sulle procedure di identificazione andrebbe fatto un discorso a sé stante, quello che è possibile sottolineare brevemente è la dimensione di precarietà in cui si fa permanere un minore.

Nel superiore interesse del minore – formula che apre ogni riflessione sui diritti dei minori – sarebbe opportuno assegnarlo immediatamente a un centro di accoglienza specializzato, che abbia le competenze necessarie al suo supporto e alla sua tutela, che rompa la catena di precarietà in cui si trova ingabbiato, mentre viceversa sono state registrate permanenze di minori non accompagnati negli hotspot per diverse settimane.

I dati ancora una volta ci aiutano a tratteggiare un disegno che racconta un’altra storia.

Una storia molto complessa che vede il moltiplicarsi di centri e di soggetti che possono essere accreditati e che hanno il controllo sull’accoglienza stessa, che divide (o ha diviso fino a ora) non solo tra una prima accoglienza e una seconda, ma tra minori non accompagnati richiedenti asilo e non. Ancora nel 2016 una percentuale intorno al 16% di minori si trovava presso strutture non accreditate. Molti progetti di accoglienza per minori sono legati al filo dei finanziamenti pubblici ed europei, qualcosa di molto lontano da una gestione strutturale del fenomeno, senza nemmeno riuscire a coprire tutto il fabbisogno: al 31 dicembre 2016 erano accolti da centri specializzati 23.934 minori, solo nel 2016 ne sono arrivati 25.846.

Questo comporta che se il minore non trova posto in un centro ad hoc, viene temporaneamente (e spesso fino ai 18 anni) inserito nei centri di accoglienza straordinaria per adulti (Cas) che, tra le varie storture, si trovano a dover gestire minori senza essere attrezzati, e a volte in condizioni di promiscuità. A questo primo grande bivio, si aggiungono poi altre criticità, dai tempi per l’assegnazione del tutore, al trovare un posto in seconda accoglienza dove veramente dovrebbe iniziare il percorso di integrazione, ai tempi per la richiesta di protezione internazionale fino alle pratiche per progetti di ricongiungimento con familiari in altri parti d’Europa.

Si richiama l’attenzione sul fatto che la gestione di un fenomeno affrontato come se si trattasse di un problema è una scelta, non la risposta allo stato delle cose: né per i migranti né per i minori.

Alcuni numeri di nuovo possono venirci in aiuto, cercando di darne una lettura funzionale al fenomeno, senza farci prendere dai sensazionalismi che spesso le statistiche fanno scaturire.

Se è certamente vero che i flussi migratori in Europa stanno aumentando, è altrettanto vero che l’Europa si trova molto in basso nell’elenco dei paesi ospitanti, soprattutto se parametriamo il dato rispetto alle risorse a disposizione. Nel 2015 i migranti forzati nel mondo erano 65.3 milioni, di cui 21.3 milioni di rifugiati e 3.1 milioni di richiedenti asilo. In Europa nello stesso anno è stato raggiunto un picco con l’arrivo di oltre un milione di persone (1.015,078), mentre nel 2016 i numeri si sono abbassati drasticamente con la chiusura delle frontiere in Grecia a causa dell’Accordo con la Turchia, con una riduzione quasi dell’80% (362.376 persone), mentre nel mondo i numeri continuano ad aumentare con 65.6 milioni di migranti forzati e 22.5 milioni di rifugiati, di cui la metà con meno di 18 anni.

Osservando i numeri dei migranti giunti in Italia si conferma la crescita del trend migratorio, con un aumento del 18% tra il 2015 e il 2016, passando da 153.800 arrivi agli oltre 180mila (181.436) del 2016, per un totale a metà del 2017 di 131mila rifugiati e rifugiate in Italia.

Appare chiaro che stiamo parlando di un numero di persone su cui sarebbe possibile organizzare un percorso di accoglienza europea integrata non di tipo emergenziale. Soprattutto perché parliamo di un fenomeno, e non di un problema, strutturale e che certamente non si potrà interrompere, come è evidente se guardiamo il tragico numero di persone morte e disperse in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste.

Una illuminante infografica mostrava come il numero dei rifugiati in Italia non arrivasse a riempire metà del Circo Massimo. Come sottolinea Save the children nel suo ultimo rapporto, da soli questi 26.846 minori rappresentano una cittadina non più grande di Cesenatico.

Forti di questo quadro, nel seguire il filo rosso di questa storia a un certo punto ci si imbatte in un percorso finito bene: la cd. Legge Zampa (l.47/2017). Si tratta di una legge particolarmente fortunata sia per la sua genesi, che per le modifiche introdotte. Il testo è stato elaborato con un buon livello di partecipazione, raccogliendo l’esperienza di associazioni e realtà che vivono quotidianamente con i minori, recependo molte delle esigenze che erano state segnalate in questi anni. Molte le tocca nel segno, prima di tutto predisponendo una legge che ha lo scopo, finalmente, di mettere al centro i minori in quanto tali, rendendo secondarie le differenze tra i singoli status. Integra e mette ordine nel sistema di accoglienza, aprendo la seconda accoglienza (Sprar) a qualsiasi minore non accompagnato, con la possibilità se necessario di percorsi che si concludono a 21 anni invece che al raggiungimento della maggiore età. Viene creata una banca dati nazionale con la “cartella sociale” del minore, a cui viene garantita la presenza di un mediatore in tutte le fasi del suo percorso.

Si mette mano anche alle procedure di identificazione e accertamento dell’età e vengono predisposte varie garanzie procedurali e processuali (come la possibilità di ricorso e di essere ascoltati). Vengono previste maggiori tutele nell’accesso al diritto allo studio e alla salute e soprattutto si individua chiaramente l’affido familiare come strada da privilegiare, strumento fino a oggi a dir poco inutilizzato. Come le opportunità di re location (quote di persone che, arrivate e identificate in Italia, potevano proseguire il percorso di accoglienza in altri stati europei): in due anni sono stati ricollocati solo 32 minori non accompagnati su 8.598 persone (quota comunque ampiamente inferire a quanto previsto).

La prospettiva della legge va nella giusta direzione ma, in un paese che non riesce a prendere una decisione sullo ius soli e a creare reali politiche di integrazione e accoglienza, occorre non abbassare la guardia perché si tratta di minori e non dare per scontato che sarà più semplice, perché l’esperienza ci insegna il contrario e la responsabilità di quello che facciamo con le conoscenze che abbiamo è solo nostra.

La prima volta che mi sono confrontata con i minori non accompagnati ero a Lampedusa, nel 2011. I minori arrivati “nell’emergenza Lampedusa” erano stipati e lo sarebbero rimasti per diversi mesi nella base Loran, ex-base Nato, in una delle punte dell’isola a picco sul mare: non male per dei bambini che hanno appena rischiato il naufragio e visto chissà quante persone morire in mare. Le cabine telefoniche non erano state allacciate e i ragazzi riuscivano a chiamare casa solo grazie ai pochi volontari che avevano accesso alla struttura a dir poco militarizzata. Neanche il tempo di avvicinarci a pochi metri da distinguere le figure umane che una macchina di militari ci ha subito identificato: eravamo un gruppo di persone con Amnesty, non certo pericolosi militanti. Di quell’incontro, a cui sono seguiti a titolo personale vari altri tentativi di avvicinamento, ricordo le mani dei ragazzi sulle inferriate, i canti e i fischi per attirare l’attenzione, il senso forte di ingiustizia che mi ha portato a cambiare progetto di vita. Negli anni successivi, grazie all’avvocata Alessandra Ballerini, ho avuto l’opportunità di incontrare alcuni di loro, con cui all’epoca ci eravamo scambiati qualche lettera, sempre grazie al suo aiuto.

Una persona, una storia in particolare mi rimarrà per sempre impressa: S. (la sigla sta per il nome che non possiamo citare). Dietro quelle inferriate S. ha scritto una lettera alla madre che ha girato l’Italia e che, letta durante un campo estivo di Amnesty International per i diritti umani, dove S. partecipava come altri tra coetanei, ha superato qualsiasi barriera, permettendo al ragionamento razionale di fermarsi e di cercare strade più semplici per guardare in faccia e toccare con mano l’uguaglianza.

La riporto, perché è un pezzo di storia e un tributo al suo coraggio.

“Alla mia mamma.

L’amore di un bambino per la sua mamma. Scrivo questa lettera per dirti che ti amo. Da quando ci siamo separati ti penso giorno e notte, la notte è molto lunga per me lontano da te. Tu sei la più bella donna del mondo, tutti i bambini sognano di averti sulla terra, tu sei la miglior madre che io abbia mai potuto pensare. Un giorno mi sono separato da te mamma. Sai, se fossi un fiore io ti pianterei nel mio cuore, ti innaffierei con le mie mani. Quando ti penso le lacrime cominciano a scendere. Se oggi sono qui senza di te io mi sento solo al mondo e non c’è niente da fare tu sei la persona che conta di più per me, la più cara del mondo. Io sogno per me un giorno di ritrovarti sana e salva, le tue piccole filastrocche canzoni, mi fanno salire il morale, e mi danno la speranza di essere un bambino amato da sua madre. Io vorrei essere il più felice al mondo come gli altri bambini della terra, vorrei gioire della tua presenza, ti prometto che combatterò come posso con tutte le mie forze per ritrovarti. Io so che sei viva e mi pensi, io sarò sempre concentrato in tutto quello che faccio a pregare Dio misericordioso il più misericordioso, io so che Tu mi ascolti, senza sonno né sonnolenza, Tu sei presente nel tuo trono. Tra tutti i bambini aiuta me a ritrovare la mia famiglia, vorrei essere il più felice del mondo e sarebbe un giorno indimenticabile della mia vita.

Mi aiuti a farmi uscire da questa griglia?”.

  1. 14 anni, orfano di padre, figlio unico.
  2. quest’estate ha ritrovato la sua mamma.

Per capirne di più

Enrica Rigo, Donne attraverso il Mediterraneo. Una prospettiva di genere sulla protezione internazionale, in “Politeia”, XXXII, 124, 2016. ISSN 1128-2401 pp. 82-94.

Inter/rotte: storie di tratta, percorsi di resistenze. Rapporto a cura della cooperativa Befree, 2016.

Unhcr, Unicef e Iom, Refugee and Migrant Children – Including Unaccompanied and Separated Children – in Europe. Overview of Trends in 2016, aprile 2017.

Unicef, Children on the move in Italy and Greece, giugno 2017.

Save the children, Atlante minori stranieri non accompagnati in Italia. Prima di tutto bambini, giugno 2017.

Amnesty international, Hotspot Italia. Come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti, novembre 2016.

Chiara Bianchi, «Msna: minori stranieri non accompagnati», in “gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, nn. 46-47, pp. 46-50.

La foto: Illustrazione di Andrea Bruno.

Minori 2/1 – Minori stranieri e non – Alla collega che verrà

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Cara collega,

fra qualche settimana forse prenderai il mio posto e perciò voglio raccontarti di questo lavoro.

Ti diranno che il tuo target sono i Minori stranieri non accompagnati, per gli addetti ai lavori Msna: quale dicitura più inappropriata per descrivere la varietà umana che incontrerai! Intanto, c’è da dire che il termine usato da loro stessi per definirsi è “bambino”, una parola che imparano già in Libia e che altro non è che una delle numerose identità da indossare, per scelta o per forza, nel corso del viaggio. Ti troverai a spiegare loro il perché di questo acronimo e parlerai dell’esigenza di tutela del Tribunale dei minori e della sua difficoltà nel nominare i tutori, sempre troppo in ritardo; oppure, ancora peggio, cercherai un appiglio in qualche dichiarazione universale, che parla di “fanciullo” e child protection, risalendo la storia del civilissimo Occidente. Ma ti basterà guardarti attorno per accorgerti che loro non sono bambini, ma giovani uomini e giovani donne e che il tuo compito, più che di proteggerli, è di renderli consapevoli dell’intricato sistema in cui sono capitati.

Ti stupirai almeno quanto loro, quando si renderanno conto che dichiararsi minorenni non è stata una scelta così strategica e scapperà pure qualche risata quando qualcuno condividerà la sua vera età, come quando Mamadou si rasava i capelli per nascondere la canizie. Altre volte, invece, ci sarà ben poco da ridere. Incontrerai qualche bambino vero, ma stai tranquilla che non passerà inosservato, perché intorno a lui si focalizzeranno così tante attenzioni da dimenticare, non sempre per errore, che magari non si tratta di un minore non accompagnato. Cosa importa se ha una mamma in un altro paese europeo, che piange al telefono per la paura che le vendano il figlio? La mamma c’è, ma non si vede. E questo basta al Tribunale dei minori per autorizzare l’affido pre-adottivo a una buona famiglia italiana.

All’inizio cercherai continuamente risposte, spiegazioni, giustificazioni per un sistema che è collassato prima ancora di essere avviato. “Perché non ho un tutore? Perché non ho ancora iniziato i documenti? Perché non mi trasferiscono? Perché qui non posso usare il cellulare? Perché non possiamo cucinare? Quando posso andare a scuola?” Troverai mille e una risposta, ma nessuna sarà mai abbastanza senza una riflessione che sia anche politica. Loro sono là, in attesa nei centri di prima accoglienza, che tutto sembrano fuorché luoghi di ospitalità, essendo piuttosto il prodotto collaterale delle politiche di ordine e sicurezza che abbiamo messo in atto per la gestione della mobilità umana. Sono spazi eterotopici direbbe Foucault, “al di fuori” e al limite della normalità, perché spesso anche fisicamente isolati e lontani dai centri abitati. Non-luoghi, in cui ogni possibile riconoscenza di uguaglianza civile o politica con i cittadini ordinari risulta sospesa e complicata dai ritardi amministrativi e dalle procedure per la richiesta dei documenti, rese volontariamente sempre più complesse e lasciate a discrezione delle singole questure. L’antropologo Michel Agier, li chiamerebbe “campi”, proprio come quelli sparsi in tutto il mondo, cioè una soluzione di governance degli indesiderati assai diffusa, una maniera per tenere al margine della società chi è di disturbo, chi è di troppo.

Eppure proprio in questi spazi, sotto controllo e marginali allo stesso tempo, può succedere qualcosa di meraviglioso, ma solo se si riesce a superare l’idea di avere a che fare con dei vulnerabili, con delle vittime impotenti di questo sistema. Accade allora che qualcuno prende la parola per dire la sua, per affermare se stesso contro ogni identità attribuita, o magari interpretando la stessa identità che gli è stata assegnata – di “vulnerabile”, “bambino”, “beneficiario”, “ospite”, “utente” –, come un attore. Magari lo fa con aggressività o con toni provocatori, oppure sfruttando la sua posizione di leadership nel gruppo, organizzando proteste o semplicemente fuggendo dai centri. “Finché là fuori ci trattano con razzismo, io non smetterò di odiare i bianchi che lavorano in questo centro”, “Forse hanno paura perché non hanno mai visto un nero”, “Parliamo della situazione dei migranti nel Mar Mediterraneo oggi?”, “Gli Europei sono tutti uguali, vengono nel nostro Paese solo per fotografare le case povere e i bambini vestiti di stracci e poi se ne vanno con quest’immagine sbagliata dell’Africa”, “Noi siamo qua perché gli europei sono venuti in Africa”. Brandelli di conversazioni, che parlano di relazioni di potere, di bianchi e di neri, di nuove forme di colonizzazione, di rabbia, delusione, meraviglia per qualcosa che doveva essere diverso. Non si può fare questo lavoro prescindendo dal discorso politico. Non ne uscirà nulla di buono se non si permette a queste persone – soggetti che prendono la parola, l’iniziativa e lo spazio – di turbarci, di sconvolgerci, di mettere in dubbio il nostro modo abituale di pensare.

In quanto operatore e professionista dell’intervento umanitario godrai di una posizione terza: non lavori per il governo, né per i centri di accoglienza e questo ti permette di instaurare una relazione particolare con i ragazzi, con più facilità di quanto non succeda a un operatore dell’accoglienza, incastrato fra obblighi educativi, regole a volte decontestualizzate e anacronistiche, disposizioni improbabili come quelle disciplinate dal decreto Minniti-Orlando. Non deve essere facile entrare in questo ruolo, ancora così poco definito, e ognuno si arrangia come può. In effetti, tra il personale dei centri di accoglienza si vede di tutto: sono molte le donne, neo-laureate, giovani spaventate che si chiudono a chiave in ufficio, psicologi aggressivi e impulsivi che non riescono a mediare il conflitto, educatori e “pedagogisti” (così si definiscono) impegnati nella missione di civilizzazione del buon selvaggio (“hai fatto la doccia oggi?”), operatrici completamente affascinate dall’esotico che instaurano relazioni preferenziali e sessualizzate, molti mediamente sprovvisti di strumenti linguistici adeguati e con scarse competenze transculturali. Il fatto è che, sebbene le migrazioni ci abbiano ridato delle buone prospettive lavorative, non ci si può reinventare operatori dell’accoglienza. O meglio non lo si può fare senza una riflessione continua su di noi, sul perché abbiamo scelto questo lavoro di aiuto e su cosa ci suscita nell’intimo.

Ti toccherà entrarci con tutte le scarpe (e non è solo un modo di dire), ti tireranno le orecchie e comincerai a perdere i capelli. Ti dovrai interrogare molto sul tuo posizionamento, come persona e come professionista: come operatrice dell’umanitario, come europea, come italiana, come bianca, come donna, anche come donna del sud con l’accento del nord che lavora in Sicilia, diciamolo. È molto faticoso, lo premetto, perché sperimenterai frustrazione, imbarazzo, inadeguatezza. Le ragazze nigeriane, per esempio, mi hanno messo in grossa difficoltà: non riuscivo a conquistare la loro stima in nessun modo, mi osservavano a distanza e mi costringevano a pormi mille e una domanda sul mio modo di essere donna. Che fatica! Con i ragazzi è diverso, la relazione si costruisce su altro, ma poi rimane il fatto che tu sei bianca ed europea e ci stai mettendo la faccia. Quante volte avrei voluto Minniti accanto a me, sotto il fuoco incrociato di sguardi delusi e arrabbiati!

Per fortuna non sarai mai da sola. Fai parte di una équipe che, anche se piccola perché di sole tre persone, sarà il tuo appoggio, il tuo rifugio, il tuo spazio di decompressione. Sono sicura che senza le mie preziose colleghe (una mediatrice e una psicologa) non sarei mai potuta crescere in questi mesi. L’interdisciplinarità vuol dire osservarsi nel lavorare insieme, prendere dalle altre professioni quegli strumenti che mancano alla propria, ispirarsi e saper fare un passo indietro quando serve, capirsi con uno sguardo e aprire paracadute in emergenza, confrontarsi sulle diverse esperienze, incrociare le informazioni, rifletterci sopra e, se non basta, parlarne con il supervisore. Potersi sentire stanca, preoccupata, triste, inadeguata, in ansia, eccitata, disorientata, senza timore di essere giudicata. Credimi, un’équipe che funziona può essere un’ottima profilassi contro il burn-out!

Tuttavia lavorare con una ong non è sempre una condizione ottimale, anzi. Da una parte la mission di assistenza dei vulnerabili, dall’altra la necessità di sopravvivenza come organizzazione; da un lato l’indipendenza dagli apparati governativi, dall’altro la volontà di accreditarsi agli occhi del governo. E tale desiderato sostegno non attiene solo a questioni economiche, ma riguarda anche la possibilità di una collaborazione concreta sui territori, la cosiddetta rete con i servizi pubblici esistenti. Certo con l’appoggio del prefetto è più facile lavorare sul campo: anche i centri di accoglienza sono costretti ad aprirti le porte e ad accettare la tua presenza al loro interno. Ma in un sistema di accoglienza in cui i limiti e le criticità sono spesso effetti a cascata di scelte scellerate fatte proprio dal Ministero, che ne è dell’indipendenza dell’organizzazione, della sua forza nel dare voce a chi subisce ingiustizie, delle sue azioni di pressione politica, se non proprio di denuncia? Ancor più in territori in cui il business della migrazione è chiaramente sotto lo sguardo di tutti, procure e forze dell’ordine comprese.

Non ti nego che questa condizione mi è pesata davvero molto. Eppure ho scelto di accettare questo compromesso pur di avere l’opportunità di sperimentarmi in questo lavoro. Se si esclude il volontariato, non sono molte le situazioni in cui ci si possa impegnare in una relazione d’aiuto con i migranti rimanendo al di fuori del sistema di accoglienza ufficiale e ancora più rare le occasioni di poter lavorare in Italia come antropologa all’interno di un dispositivo di ispirazione transculturale.

Alla luce di tutto questo, cara collega, ti auguro di poter goder appieno di questa esperienza. Ti lascio questa lettera come eredità affinché questo pezzo di esperienza non si perda, ma faccia cumulo con la tua e con quella di chi c’è e di chi verrà. Ti lascio anche lane e perline per i momenti in cui non saprai come guadagnar l’attenzione delle ragazze nigeriane, qualche articolo sulle frontiere nord dell’Italia e sul caporalato che tornano sempre utili quando un ragazzo cerca informazioni prima di riprendere il viaggio verso nord e un gessetto bianco che ti consiglio di far circolare in modo che rimanga fra le tue mani il meno possibile.

Se non ti dispiace io porterei con me gli sguardi, i sorrisi e anche le lacrime, qualche incazzatura e le urla delle nigeriane, i discorsi fiume, gli abbracci e le strette di mano.

Francesca Carbone, «Alla collega che verrà», in “gli asini”, dicembre-gennaio 2017-2018, nn. 46-47, pp. 44-46.

La foto: Illustrazione di Andrea Bruno.