Migranti 21 – Come sanare le tensioni tra italiani e stranieri?

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Migranti e welfare il territorio attende fatti

Il 2019 riuscirà a ridurre la distanza tra italiani e stranieri? Messo alle spalle un anno di rancori diffusi e ostilità crescenti verso i migranti, ruota intorno all’ideale di una comunità finalmente pacificata il destino sociale del nostro Paese. Se è vero infatti che, nel nascondimento e nel silenzio generale, sono cresciuti comunque gli esempi di integrazione e solidarietà dal basso, testimoniati anche dalle ultime onorificenze assegnate dal Quirinale agli “eroi del quotidiano”, non si può tacere la contemporanea ondata di intolleranza, se non di razzismo, cui si è assistito negli ultimi mesi.

I provvedimenti del governo in materia di immigrazione e di welfare, dal mese di gennaio, sono attesi alla prova dei fatti e i segnali arrivati sono tutt’altro che incoraggianti: i cinque milioni di cittadini stranieri regolari aspettano risposte sul fronte dell’integrazione e della pari cittadinanza (senza le discriminazioni avvenute nei casi noti delle mense scolastiche e delle graduatorie delle case popolari) mentre il mezzo milione abbondante di irregolari, vittima della propaganda “cattivista” del governo, sta già facendo i conti con il caos determinato dal decreto sicurezza nelle strutture di accoglienza.

Il territorio sarà dunque la cartina di tornasole degli annunci (e in parte degli atti normativi) del 2018: per riaprire un dialogo con le realtà sociali che fanno da ponte tra centro e periferia, tra ceto medio e dimenticati della globalizzazione, il primo fatto concreto, atteso a giorni, sarà proprio l’abolizione tramite decreto di quella “tassa sulla bontà” evocata dal presidente Mattarella, che penalizza in modo del tutto ingiustificato il terzo settore. Si tratterebbe solo di un mero atto di giustizia, nulla di più, in attesa di altri chiamati a svelenire un clima di tensione che il Paese non merita.

Diego Motta, «Come sanare le tensioni tra italiani e stranieri?», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 4.

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Migranti 20 – Gas lacrimogeni contro i migranti. Disordini al confine tra Stati Uniti e Messico

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Agenti di confine degli Stati Uniti hanno lanciato gas lacrimogeni contro un gruppo di circa 150 migranti che cercavano di superare la barriera di filo spinato alla frontiera col Messico all’altezza di San Diego. Lo rende noto il «Los Angeles Times», aggiungendo che sono stati colpiti anche dei bambini. Secondo l’agenzia per la protezione dei confini, la U.S. Customs and border protection, gli agenti avrebbero fatto uso di lacrimogeni e spray al peperoncino solo per rispondere al lancio di pietre da parte dei migranti.

Un comunicato delle autorità statunitensi, conferma che un gruppo di persone ha tentato di oltrepassare il filo spinato. Gli irregolari erano avvolti in giacche pesanti, coperte e tappetini di gomma, e issavano oltre il confine i bambini più piccoli, prosegue il testo. Nell’operazione di contrasto sono state arrestate venticinque persone che erano riuscite a entrare in territorio statunitense. Gli altri sono tornati indietro.

Diversi migranti hanno raccontato di essere arrivati al confine dopo settimane di attesa nel campo di accoglienza messicano di El Barretal. «Non mi piace la violenza di chi lancia pietre. La maggioranza della gente è venuta in pace. Il nostro obiettivo era di avanzare pacificamente», ha raccontato l’honduregno Silvio Sierra. Il fumo dei lacrimogeni, ha aggiunto, «era molto forte, era dappertutto. La gente piangeva. Anche le donne e i bambini». Altri migranti, fra i quali il salvadoregno José Alexander arrivato al confine con il figlio di 4 anni, hanno dichiarato di non aver visto persone che lanciavano sassi.

Il presidente Donald Trump ha convocato per oggi alla Casa Bianca i leader del Congresso per discutere della sicurezza del confine, mentre continua l’impasse sullo shutdown parziale degli uffici pubblici. L’incontro avverrà alla vigilia dell’insediamento del nuovo Congresso, frutto delle elezioni di medio termine, con la Camera dominata da una maggioranza di democratici. Iniziato il 22 dicembre, lo shutdown ha lasciato finora senza stipendio 800.000 impiegati pubblici. La misura è scattata a causa della mancata approvazione della legge di bilancio, che prevede tra l’altro lo stanziamento di fondi per la costruzione di un muro al confine col Messico al quale i democratici sono contrari.

Dopo l’insediamento delle nuove camere l’opposizione intende approvare una legge di spesa per finanziare fino all’8 febbraio il dipartimento per la sicurezza nazionale, mantenendo gli attuali livelli di spesa, ma senza i fondi per il muro. Si tratterebbe dello stesso provvedimento approvato dal Senato prima di Natale, ma bocciato da Trump, che ha così causato il parziale blocco delle attività amministrative federali.

Il presidente, da parte sua, incalza i democratici. «Ho fatto campagna sulla sicurezza del confine, che non può esserci senza un muro forte e potente. La nostra frontiera meridionale è stata una ferita aperta, dove droghe, criminali (inclusi trafficanti di esseri umani) e illegali sono entrati nel nostro paese. I democratici devono tornare qui e risolvere il problema ora», ha twittato il presidente Trump.

«Gas lacrimogeni contro i migranti. Disordini al confine tra Stati Uniti e Messico», in “L’Osservatore Romano” mercoledì-giovedì 2-3 gennaio 2019, p. 1.

Migranti 19 – L’ultimo rogo nella baraccopoli

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Parte dei braccianti potrà essere accolta nei progetti Sprar, ma il problema rimane per la maggioranza delle persone con permesso umanitario (non più ospitabile nei centri)

San Ferdinando, Calabria. Nella tendopoli/baraccopoli di San Ferdinando il 2018 si è chiuso così come era cominciato. Con un incendio. Il terzo dell’anno appena concluso, il quinto in due anni. Le fiamme attorno alle 20 di ieri sono partite dalla solita zona più esterna dell’insediamento. Non è ancora chiaro se innescate da un mucchio di rifiuti che come al solito circondano le baracche o proprio da una baracca. Forse una stufa o un braciere per scaldarsi in queste giornate fredde e umide. Ma le forze dell’ordine che stanno indagando non escludono neanche la pista dolosa, come per precedenti episodi.

Malgrado il rapido intervento dei vigili del fuoco del presidio fisso e degli stessi immigrati, sono andate distrutte una quindicina di baracche e quasi un centinaio di persone hanno perso tutto: un riparo, i pochi effetti personali, gli importantissimi documenti. Per fortuna c’è solo un ragazzo ferito nella fuga che ha dovuto ricorrere alle cure dei medici del pronto soccorso di Gioia Tauro. Ma l’incendio rende ancora più insopportabile una situazione sempre più drammatica.

Nel 2018 sono stati ben tre gli incendi. Nel primo, il 27 gennaio, che aveva distrutto gran parte delle baracche, era morta la giovane nigeriana Becky Moses. Appena un mese fa, il 2 dicembre, sono bruciate solo due baracche. In una venne trovato morto Suruwa Jaiteh, appena 18 anni, del Gambia. Altri tre incendi, solo con feriti ma con centinaia di baracche incenerite, c’erano stati il 20 aprile e il 7 dicembre 2016, e il 2 luglio 2017. Dopo quest’ultimo era stato accelerato il trasferimento nella nuova e efficiente tendopoli, proprio di fronte al vecchio e fatiscente insediamento sempre più ghetto. Ma non è bastata, meno di 500 posti.

La baraccopoli come dopo ogni incendio è rinata dalle sue ceneri e ora ospita come ogni anno più di duemila persone in condizioni indegne. In questi giorni oltretutto con tanto fango, per le piogge intense e ricorrenti. Ma questa per la Piana di Gioia Tauro è la stagione della raccolta degli agrumi, e quindi qui come ogni anno, da almeno vent’anni, arrivano migliaia di braccianti immigrati che d’estate si erano spostati in Puglia e Campania per la raccolta del pomodoro, e in Sicilia per altri ortaggi e l’uva. Tutti regolari, con permesso di soggiorno, in Italia da anni ma ora col decreto Salvini a rischio.

A pochi giorni dall’ottavo anniversario della rivolta del 7 gennaio 2010 dei braccianti immigrati contro violenze e sfruttamento di ’ndrangheta, caporali e imprenditori fuori legge, quasi nulla è cambiato. Ieri sera alcune comunità africane avevano organizzato delle feste per passare insieme il Capodanno. Poi le fiamme hanno riportato alla drammatica realtà.

Ora la prefettura di Reggio Calabria si sta dando da fare per trovare una sistemazione a chi ha perso il tetto – pur di una baracca – che aveva. Una quarantina di persone è stata trasferita nella nuova tendopoli, dove evidentemente ci sono posti liberi. Come mai? Perché si è atteso l’incendio per utilizzarli? Dopo una riunione tecnica convocata dal prefetto, Michele di Bari, si è disposto l’allestimento di altre tende, mentre si verificherà «la possibilità – si legge in una nota – di accogliere i migranti, per i quali ricorrano i presupposti di legge, nei progetti Sprar». Non sarà facile, visto che gran parte di loro hanno il permesso di soggiorno per motivi umanitari e quindi, secondo il decreto sicurezza, non possono più essere accolti in questi centri. Oltretutto, sempre per il provvedimento voluto dal ministro Salvini, alla scadenza del permesso non lo potranno più rinnovare e solo in alcuni casi lo potranno convertire nelle quattro limitate casistiche previste dal decreto. Troppo poche. E infatti in questi giorni nella baraccopoli si vive tra incertezza e timori. Che l’incendio certo non aiuta.

Antonio Maria Mira, «L’ultimo rogo nella baraccopoli. Nessun ferito, non esclusa la pista dolosa. Il prefetto: allestiremo tende per chi non ha tetto», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 9.

Migranti 17 – Libia, ultime testimonianze dall’incubo

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Neonati scabbiosi perché chiusi in cella con le madri

«Dal 2017 sono aumentati i casi di scabbia. Il 39% delle persone salvate in mare ne risulta affetto». Dominika Wanczyk, coordinatrice del personale medico, scorre i numeri riportati nel 2017 da Medici senza Frontiere, a bordo della nave Aquarius. Un anno di attività al servizio di chi fugge per il Mediterraneo centrale. Il dato sulle malattie della pelle è allarmante perché evidenzia la situazione di scarsa igiene in cui vengono tenuti i migranti nei famigerati centri di detenzione libici. «Abbiamo registrato casi inediti di neonati interamente coperti di scabbia – prosegue –. Significa che i bambini sono detenuti assieme alle mamme».

Il mare è ancora agitato davanti alle coste della Libia occidentale. Sulla nave di Sos Méditerranée si attende la finestra di calma che dovrebbe iniziare stasera e rendere possibili le partenze. All’orizzonte si scorgono le luci delle piattaforme petrolifere, i bagliori delle città. Accanto alla Aquarius sfila di tanto in tanto la Sea Watch III, anch’essa in attesa di entrare in azione. Da Malta è giunta notizia che anche la Open Arms, nave della Ong ProActiva, partirà venerdì alla volta della zona di ricerca e soccorso al largo delle coste libiche.

Hassan Ali è nato in Egitto, ma parla perfettamente italiano. Vive in Sicilia da anni. A bordo della nave Aquarius è membro del team di ricerca e soccorso e svolge l’attività di mediatore culturale. «I racconti ascoltati sono molto pesanti a volte si parte dalla traversata del deserto. Alcuni hanno visto morire amici e parenti. Poi, una volta arrivati in Libia, raccontano delle condizioni in cui sono stati tenuti. Un marocchino di 17 anni mi ha raccontato di essere stato catturato a Bengasi nel 2016. Lo hanno portato in un centro di detenzione, dove è stato derubato e malmenato. Gli davano del cibo non più di una volta al giorno. Non c’era igiene, tutti avevano la scabbia. Se protestavano, i libici li bastonavano. Per tirarlo fuori il fratello ha pagato».

Lo spauracchio è il rimpatrio. Nell’anno appena concluso sono state 19.370 le persone rimpatriate dalla Libia in 27 Paesi d’origine nell’ambito del programma dell’Oim. Per il 2018 si punta al raddoppio.

«A volte le persone tentano di partire dalla Libia il prima possibile – prosegue Hassan – questo ragazzo marocchino ha provato a farlo non appena liberato. Ma non gli è andata bene, il suo barcone è stato intercettato da uno scafo militare libico e riportato indietro. Ha trascorso un altro mese in detenzione a Tripoli. Mi ha raccontato di aver visto persone in divisa che entravano nelle celle, sceglievano le persone e le portavano via. Alla fine è partito a fine dicembre».

Gilberto Mastromatteo, «Libia, ultime testimonianze dall’incubo», in “Avvenire”, giovedì 4 gennaio 2018, p. 10.

Migranti 16 – Oim. Libia, 19mila migranti rimpatriati. Nel 2017 119.310 arrivi in Italia, 3.081 morti

Oim

Proseguono i rimpatri dalla Libia messi in campo dall’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Complessivamente sono stati 19.370 i migranti rimpatriati nel 2017 in 27 Paesi di origine. Lo ha scritto ieri sul proprio account Twitter il capo missione in Libia dell’Organizzazione internazionale, Othman Belbeisi. Per il 2018, ha aggiunto, «puntiamo ad aumentare questo sostegno per aiutare 30.000-40.000 migranti che desiderano tornare a casa».

I numeri parlano di ancora tra i 400 e 700mila migranti bloccati nel Paese nordafricano. Il bilancio di fine anno dell’Acnur, l’agenzia Onu per i rifugiati, elenca invece gli arrivi in Europa e i dispersi nel Mediterraneo: sono 171.332 le persone che hanno attraversato il mare per raggiungere Italia, Spagna e Grecia dal 1° gennaio. 3.081 quelle che invece non ce l’hanno fatta, solo sulla rotta del Mediterraneo centrale (erano 5.096 nel 2016, l’anno record dei morti e dispersi).

Intanto in Italia, gli sbarchi di migranti nel 2017 sono diminuiti del 34,24% rispetto al 2016. Erano 181.436 lo scorso anno, sono stati 119.310 nell’anno che si è appena concluso. In particolare, nel solo mese di dicembre, sottolinea il bilancio di fine anno del Viminale, gli sbarchi sono diminuiti del 73%: erano stati 8.428 dal 1 al 31 dicembre 2016, sono stati 2268 dal 1 dicembre ad oggi.

Sul fronte dei rimpatri, quest’anno sono stati rimandati nei Paesi d’origine 6.340 stranieri irregolari dall’Italia, erano 5.300 lo scorso anno, con una variazione percentuale positiva del 19,6%. Per quanto riguarda la relocation dei profughi, i migranti “ricollocati” in altri Paesi europei nel 2017 sono stati 11.464 di cui 10.282 adulti, 1.083 under 18 e solo 99 minori stranieri non accompagnati.

«Oim. Libia, 19mila migranti rimpatriati. Nel 2017 119.310 arrivi in Italia, 3.081 morti», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 8.

Migranti 15 – Aquarius. Ricordi e amicizie e intanto si scruta il mare

Aquarius

«Sono nata questa mattina, mi chiamo Mercy». Tra le cabine della Aquarius il refrain di ieri è quello di una canzone francese. “Mercy”, del duo elettropop Madame Monsieur. Mercy, “grazie” in francese, “misericordia” nella traduzione anglofona. Un pezzo dedicato alla bambina nata a bordo della nave di Sos Méditerranée, lo scorso 21 marzo, mentre stava per entrare nel porto di Catania. Qui se la ricordano in molti. I genitori, una ragazza nigeriana e un ragazzo ghanese, erano stati salvati poche ore prima, nello stesso tratto di mare dove si trova attualmente la Aquarius. «Abbiamo ascoltato il suo primo vagito in diffusione – ricorda Mathilde Auvillain, capo della comunicazione per Sos Méditerranée – il fatto che sia stata selezionata tra le concorrenti al prossimo Eurovision Contest ha riportato alla mente di tutti quei giorni».

A bordo dell’imbarcazione di Sos Méditerranée e Medici senza Frontiere, la giornata di ieri è trascorsa interlocutoria. Nessuna nuova segnalazione di natanti in arrivo, dopo i tre gommoni partiti all’alba dell’1 gennaio. Le condizioni del mare stanno gradualmente peggiorando. «Il mare monta – spiega Luca Salerno, capo progetto di Medici senza frontiere a bordo, nel consueto briefing mattutino – ma si prevede un miglioramento già a partire dal 4 gennaio».

Nella clinica di Medici senza frontiere è tempo di bilanci, analisi, allestimenti. Ci si prepara per nuovi salvataggi. Marco Gabaglio ha 34 anni e viene da Como. Si sta specializzando in anestesia e rianimazione all’Università dell’Insubria. Dal 13 dicembre scorso è a bordo della Aquarius. Ci rimarrà fino al 13 marzo, per completare il tirocinio del corso di Medicina umanitaria che sta portando a termine con l’Ateneo del Piemonte orientale, nell’ambito del Crimedim. «Mi sono sempre interessato a questioni migratorie – racconta Marco – in passato ero stato a Kelle, vicino Dakar, per un mese, con una piccola organizzazione delle mie parti. Mi occupavo di bambini di strada. Poi, a Como, ho seguito la genesi e l’evoluzione dell’accampamento di migranti sorto vicino alla stazione. È lì che ho trattato i primi casi di scabbia e di assideramento. È stato un buon rodaggio».

Degli ultimi salvataggi avvenuti a dicembre, ricorda soprattutto quello di Santo Stefano. «Abbiamo lavorato fino a tarda notte tutte le sere – ricorda – c’erano una ventina di ragazzi che presentavano ustioni da gasolio sulla pelle. E avevamo a disposizione solo metà della clinica, perché avevamo dovuto isolare un ragazzo eritreo, che aveva una sospetta tubercolosi. Io, peraltro, durante i primi giorni sulla Aquarius avevo patito il mal di mare. Una variabile da tenere in considerazione. Poi il fisico si è abituato. È stato tutto emozionante e stancante al tempo stesso. Ma molto formativo».

Lo scafo della Sea Watch III si staglia sul mare, a poca distanza. L’equipaggio della organizzazione non governativa tedesca si avvicina con un gommone. Ci si scambiano gli auguri per un buon 2018. Dal ponte della Aquarius un pacco verde finisce nel battello pneumatico dei colleghi. I due equipaggi si troveranno a pattugliare la stessa zona, a poche decine di miglia dalla costa di Zuara, per i prossimi giorni. «L’organizzazione è molto rodata – racconta ancora Marco – ci vuole poco a sentirsi parte del team. Dopo aver vissuto il primo salvataggio, mi sono reso conto anche della qualità del lavoro portato avanti dagli operatori di Sos Méditerranée. Credo che ci sia molta disinformazione, almeno in Italia, su quello che realmente fanno queste organizzazioni. Sull’importanza del lavoro che svolgono. Andrebbe raccontato di più».

Gilberto Mastromatteo, «Aquarius. Ricordi e amicizie e intanto si scruta il mare», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 8.

Migranti 14 – Casa per minori incendiata. Gli inquirenti: «Odio razziale». Ascoli, è caccia dopo il raid in stile Ku Klux Klan

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Alloggi destinati a 37 bambini profughi

Aver paura di 37 bambini di un altro colore. Bruciargli quella che finalmente avrebbe potuto essere per loro una casa vera, in una città vera. Nelle Marche, a Spinetoli, i carabinieri danno la caccia agli incendiari che con metodi da Klu Klux Klan hanno incendiato uno stabile di tre piani che sarebbe potuto servire ad ospitare profughi minorenni senza famiglia.

«L’ipotesi dell’arrivo di richiedenti asilo risale a due mesi fa, ma nessuno era più arrivato e nemmeno c’era questa eventualità», spiegano dalla prefettura di Ascoli Piceno rincarando implicitamente la dose di accuse agli esecutori materiali e ai mandanti morali della spedizione razzista.

E a rendere più grave il raid, il fatto che «era stato previsto eventualmente l’utilizzo dell’immobile, spiegano ancora dalla prefettura, solo per ospitare minorenni stranieri non accompagnati, ipotesi comunque che non si è ancora verificata». Incendio doloso aggravato dall’odio razziale. È questa l’ipotesi di reato per la quale la Procura di Ascoli Piceno ha aperto un fascicolo. Il sopralluogo del pm Umberto Monti, insieme ai carabinieri del Nucleo investigativo di Ascoli ha accertato i gravissimi danni alla struttura e ai mobili negli appartamenti su tre piani. Confermata l’origine dolosa delle fiamme che sarebbero state appiccate con un accelerante, utilizzato per accendere camini e bracieri, facilmente reperibile in commercio. L’intervento dei vigili del fuoco ha evitato che il rogo arrivasse alla case vicine e alle auto parcheggiate lungo la strada. E in alcuni palazzi vicini allo stabile incendiato sono visibili ancora oggi striscioni contro l’arrivo degli migranti.

Nel comune esistono già due Cas, i Centri di accoglienza straordinaria, che ospitano 22 migranti. «Al massimo possiamo accogliere altri 2 profughi, non 37», aveva affermato il sindaco Alessandro Luciani citando il piano dell’Associazione nazionale dei comuni italiani. «La cooperativa – aveva aggiunto il primo cittadino – ha agito senza coinvolgere l’Amministrazione comunale». Ne nacque una manifestazione pubblica che vide fianco a fianco il sindaco del Pd, gli oltranzisti della Lega e i neofascisti di Casa Pound.

«La partecipazione del sindaco alla manifestazione – fu la reazione degli organi nazionali e regionali del partito – è stata volontaria e non rappresenta la posizione del Pd». Una sconfessione motivata anche dal contenuto degli slogan, dal tono razzista, espressi durante il corteo e che fece dire ai vertici Dem che la presenza del primo cittadino era stata «un grave errore».

Claudio Berlini è direttore della cooperativa “Versoprobo”, che dopo avere ottenuto un regolare appalto, ha acquistato e ristrutturato l’immobile colpito dall’attentato incendiario. «Non avremmo mai fatto un investimento del genere se non avessimo vinto una regolare gara», dice ricordando che qualora fossero effettivamente stati destinati dei minori non accompagnati, «sarebbe stato assunto personale locale e, come facciamo nelle nostre altre 28 strutture, ci saremmo rivolti esclusivamente a fornitori locali». A chi accusa “Versoprobo” di fare business sui migranti, dalla coop rispondono ricordando che una cooperativa non si mette in tasca gli utili ma deve reinvestirli, in questo caso, in attività sociali e che inoltre fino ad ora nell’erogazione dei servizi non sono mai state segnalate irregolarità.

Nei mesi scorsi il sindaco, informato dell’intenzione della prefettura di aprire una struttura per minori, dapprima non si oppose ma rimandò a una discussione in giunta. La pressione del comitato antimigranti, aizzato da Lega e Casapound, avrebbe però scoraggiato gli amministratori dal prendere decisioni impopolari, sebbene a Spinetoli non siano stati registrati fino ad ora spiacevoli episodi con i migranti quali protagonisti.

Secondo gli investigatori gli elementi raccolti fanno escludere l’ipotesi di un incendio di origini accidentali. Gli inneschi e il liquido infiammabile sono ancora ben visibili nei tre piani della palazzina dichiarata inagibile: il rogo ha determinato il superamento della temperatura d’allarme dei materiali di costruzione che dovranno essere sottoposti a nuove prove di stabilità. Per gli inquirenti è indubbio il collegamento con le proteste dei mesi scorsi.

Nello Scavo, «Casa per minori incendiata. Gli inquirenti: “Odio razziale”. Ascoli, è caccia dopo il raid in stile Ku Klux Klan», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 8.