Migranti 28 – Primo naufragio: 8 morti, forse 50 dispersi

Migranti

Salvate 85 persone. I superstiti: sul gommone eravamo 150

Primo naufragio nel Mediterraneo del 2018: 8 corpi, tutti di giovani donne, senza vita recuperati, 85 migranti salvati ma ci sarebbero almeno 50 dispersi. Che non sarà una buona Epifania lo si capisce subito a bordo della nave Aquarius. In mattinata, attorno alle 11, giunge una comunicazione radio dalla centrale operativa della Guardia costiera a Roma. A 40 miglia marittime da Tripoli c’è un gommone in difficoltà con a bordo oltre 100 migranti, forse 150. Imbarca acqua dal fondo, è già quasi sommerso. È stato avvistato da un aereo dell’operazione Sophia di Eunavfor Med, che sta pattugliando il tratto di mare. La nave di Sos Méditerranée si trova a Est, è troppo distante per intervenire. Così anche la SeaWatch III, che sfila a una decina di miglia. Sul posto giunge la nave di salvataggio Ubaldo Diciotti della Guardia costiera italiana. Dopo pochi minuti accorrono anche altri mezzi della Marina militare. Le operazioni sono difficili. Sul ponte della nave Aquarius si ascoltano le comunicazioni radiofoniche. «Ci sono circa cento persone senza giubbotti di salvataggio e una ventina di persone in acqua», dice in lingua inglese una voce concitata dall’aeromobile che sta sorvolando la zona. «Interveniamo con i gommoni», risponde una voce femminile da Charlie Papa 941, identificativo della nave Diciotti. Dall’unità della Guardia costiera partono quattro rhib, i gommoni veloci per il soccorso in mare.

Nel frattempo un elicottero della Marina sorvola il barcone. «Abbiamo individuato un naufrago isolato, lo stiamo recuperando». La conversazione diventa confusa e drammatica. Si parla di persone cadute in mare. «Torniamo in posizione, c’è un superstite. No, è solo un giubbotto di salvataggio». Poi la voce inglese dal pattugliatore aereo: «Avete alcuni migranti incastrati tra i parabordi dei vostri gommoni».

Alla fine saranno 84 le persone tratte in salvo. Mentre sono 8 i corpi privi di vita recuperati nel corso dell’operazione. I naufraghi raccontano che sul gommone erano imbarcate 150 persone. Potrebbero essere cinquanta i dispersi in mare, fanno sapere fonti di polizia. Il portavoce della Guardia costiera libica ha sottolineato che è la Marina italiana a gestire i soccorsi e che il naufragio è avvenuto al largo di Garabulli, a est di Tripoli. Ogni gommone trasporta dai 90 ai 120 migranti per volta.

In serata, Sos Méditerranée interviene con un tweet: “L’equipaggio della Aquarius apprende con immenso dolore del primo naufragio dell’anno”. «Non possiamo che interpellare di nuovo le autorità europee – dice Mathilde Auvillain, responsabile della comunicazione della Ong a bordo della nave Aquarius – è necessario e urgente mobilitare un numero maggiore di navi di salvataggio nel Mediterraneo per intervenire in tempo, prima che queste imbarcazioni di fortuna affondino. Servirebbe una flotta europea di soccorso in mare. Di fronte all’assenza di un adeguato dispositivo di salvataggio internazionale, noi continueremo la nostra missione in mare per tutto l’inverno e per il secondo anno consecutivo».

Una giornata che non aveva registrato nuove partenze sul lato occidentale, quello più vicino alla Tunisia, dove si attesta ancora la nave Aquarius. Probabilmente, a sortire un effetto deterrente sono gli scontri avvenuti nella giornata di venerdì, sul confine di Ras Jdir tra Libia e Tunisia e nel villaggio costiero di Abu Kammash, vicino al porto di Zuara. Di almeno due morti e tre feriti il bilancio dell’operazione contro i traffici di gasolio, lanciata dal comandante Osama al Juwaili, espressione del Governo di accordo nazionale, presieduto da Fayaz al Sarraj e supportato dalle Nazioni unite. Ora si attende che le acque si calmino. Da ogni punto di vista.

Gilberto Mastromatteo, «Primo naufragio: 8 morti, forse 50 dispersi», in “Avvenire”, domenica 7 gennaio 2018, p. 13.

Annunci

Migranti 27 – A Mineo via ai trasferimenti. E in 21 fanno perdere le tracce

Migranti 27

Oltre ai sei che non si sono presentati alla partenza di ieri, altri 15 che erano previsti come “riserva”, si sarebbero allontanati. La chiusura del Cara procederà in più tornate, ma per oltre mille richiedenti asilo i tempi del ricollocamento non sono stati decisi

«Operazioni ultimate in un clima tranquillo e sereno». Lo ripetono in prefettura di Catania al termine della prima giornata di trasferimenti dal Cara di Mineo. Avevano assicurato un modo umano e graduale. E così è stato. Anche se l’imponente spiegamento di forze dell’ordine, per le associazioni di volontariato non è stata una bella fotografia della giornata. Ma non ci sono state né tensioni né incomprensioni né forzature, come invece purtroppo accaduto in occasione dello sgombero di Castelnuovo di Porto. Unico fuori programma, anche se prevedibile, la scomparsa di sei migranti che dovevano partire ieri nel secondo gruppo di 25, dopo il primo di altri 25.

Le partenze erano state fissate, come “Avvenire” ha scritto sei giorni fa, in cinquanta ieri, altri cinquanta il 17 e ancora 50 il 27. Sei ospiti del Cara, dopo aver fatto regolarmente la colazione, hanno preferito allontanarsi autonomamente, come già avevano fatto altri, alcune centinaia, nelle scorse settimane, preoccupati degli effetti del decreto sicurezza. «Hanno un permesso di soggiorno e possono andarsene quando vogliono, ma in questo modo hanno perso i requisiti per l’accesso a strutture di accoglienza».

Per raggiungere comunque il numero di cinquanta previsto, entro domani saranno trasferiti altri sei immigrati, già inseriti negli elenchi dei prossimi trasferimenti. Il Cara attualmente ospitava 1.303 persone: 1.186 richiedenti asilo o ricorrenti, 15 titolari di protezione internazionale, 94 titolari di permesso umanitario e 8 richiedenti asilo per i quali è stata attivata la procedura Dublino. Tra di loro 130 donne e 85 bambini. Numeri molto inferiori all’attuale capienza del Cara, 2.400 persone, come previsto dalla gara di appalto indetta il 14 settembre 2017, ma soprattutto dei più di 4mila raggiunti in questo centro aperto nel 2011 nelle campagne di Mineo dal governo Berlusconi (ministro dell’Interno il leghista Maroni). Luogo di scandali, a partire da “Mafia Capitale”, e di difficile accoglienza.

I cinquanta che dovevano partire ieri (alla fine 44), sono tutti maschi adulti e senza figli. Si tratta in gran parte di richiedenti asilo. Sono destinati ad alcuni Cas siciliani: 25 a Trapani, 15 a Siracusa e 10 a Ragusa. Per gli altri più di mille richiedenti i tempi non sono stati ancora decisi. Per i 15 titolari di protezione internazionale la destinazione saranno gli Sprar, ora chiamati Siproimi. Per i titolari di protezione umanitaria, soprattutto donne sole con bambini, che secondo il decreto Salvini non possono più stare nei Cas e nei Cara, né accedere agli Sprar, si sta predisponendo una “rete di paracadute”, per evitare che finiscano per strada. Per questo il prefetto di Catania, Claudio Sammartino, ha chiesto e ottenuto la collaborazione delle diocesi di Caltagirone e delle associazioni del volontariato. Intanto queste persone resteranno nel Cara, soprattutto per far concludere ai bambini l’anno scolastico.

Resta però la preoccupazione tra gli altri ospiti del Cara. Lo conferma la notizia, comunicata dal Viminale, che oltre i sei che non si sono presentati alla partenza, altri 15 che erano previsti come “riserva”, si sarebbero allontanati. Un timore che era stato espresso dalle associazioni che vedono arrivare sempre più immigrati a Catania, ad ingrossare le fila dei senza dimora. Per questo, come confermano i volontari di Sant’Egidio, ieri gli immigrati erano stati tutti informati sulla destinazione e sulle modalità della nuova accoglienza. «Ma purtroppo alcuni hanno preferito rinunciare».

Contestazioni sono arrivate dal sindaco di Mineo, Giuseppe Mistretta, preoccupato soprattutto per la perdita di tanti posti di lavoro: «Dal ministro Salvini vorrei un riconoscimento per il nostro territorio che è stato così pesantemente violentato dallo Stato, che non può lasciare qui le macerie che ha creato».

Antonio Maria Mira, «A Mineo via ai trasferimenti. E in 21 fanno perdere le tracce», in “Avvenire”, venerdì 8 febbraio 2019, p. 9.

I numeri di un centro discusso

1.303

Il numero totale dei migranti ospitati nel Cara di Mineo, tra cui 130 donne e 85 minori. In passato si era arrivati a 4mila ospiti.

1.186

Sono i richiedenti asilo (o ricorrenti contro il diniego) in attesa di esito delle richieste di protezione.

1.000

Il numero di stranieri nel Centro per richiedenti asilo per i quali è ignota la data del trasferimento e la destinazione.

Da “Avvenire”, venerdì 8 febbraio 2019, p. 9.

Migranti 26 – Il Consiglio d’Europa: timori per i diritti negati

Migranti 26

Il commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, esprime «profonda preoccupazione» per il divieto di sbarco nei porti italiani e altre misure prese recentemente: è quanto scrive lo stesso commissario nella lettera inviata al premier Conte. Il commissario «domanda al governo di assicurare che i diritti umani delle persone salvate non siano mai messi a rischio a causa degli attuali disaccordi tra paesi sullo sbarco, e che l’aspetto umanitario abbia sempre la priorità».

«Noto con rammarico – ha aggiunto Mijatovic – l’apparente fretta con cui sono stati condotti i trasferimenti dei residenti di Castelnuovo di Porto e sono preoccupata che questo possa mettere fine agli ammirevoli sforzi fatti negli anni passati dai servizi sociali per l’integrazione e riabilitazione di queste persone», scrive Mijatovic nella lettera a Conte. «Anche supponendo che altrove possano essere offerti servizi equivalenti, il trasferimento improvviso dei residenti minerebbe i grandi sforzi già fatti per la loro integrazione», osserva la commissaria. Nella lettera si loda quindi quanto fatto dal comune di Castelnuovo, dagli enti locali e dalla società civile per non abbandonare famiglie e bambini.

«Il Consiglio d’Europa: timori per i diritti negati», in “Avvenire”, venerdì 8 febbraio 2019, p. 9.

Migranti 25 – Alpi, dove muoiono i migranti

Migranti 25

Ancora vittime lungo i sentieri che portano Oltralpe. Non sono attrezzati e scappano dai controlli di polizia e gendarmi. Il lavoro di parrocchie e associazioni che si fanno carico di chi è respinto.

Derman è stato trovato da un camionista nella notte, quasi sepolto dalla neve. I cartelli posti lungo il sentiero dagli abitanti: attenti, rischiate la vita

Si chiamava Derman Tamimou, aveva 29 anni, arrivava dal Togo ed è morto ieri per il freddo sulle Alpi fra Italia e Francia. È la prima vittima del 2019, lungo il calvario fra quelle che sono state le montagne olimpiche e che adesso sono la cornice drammatica di tante fughe che i migranti compiono in cerca di una vita migliore. Derman è stato trovato da un camionista nella notte fra mercoledì e giovedì, quasi sepolto dalla neve sulla strada statale 94 del colle del Monginevro. Semiassiderato, è stato portato all’ospedale di Briançon dove è morto poco dopo. Nel 2018, sulla stessa strada i morti erano stati tre.

Sull’accaduto la Procura di Gap ha aperto un fascicolo per “omicidio involontario”. Quella di Derman è la fine che rischiano in molti, lungo un percorso che in questi giorni si è fatto più complicato del solito a causa delle abbondanti nevicate e del freddo intenso soprattutto notturno. Confine travagliato quello italo-francese delle Alpi: i passaggi di migranti hanno già provocato, oltre alle morti, anche una serie di proteste e incidenti diplomatici fra Italia e Francia.

Per assistere i migranti, molte sono ormai le associazioni umanitarie attive fra i due Paesi, ma anche gli abitanti del posto che hanno adottato tutti i mezzi possibili per salvaguardare le vite di chi tenta la sorte. «Non passare di qui per andare verso la Francia, rischi la vita», è stato per esempio scritto su uno dei numerosi cartelli posti lungo i sentieri più battuti da chi vuole andare in Francia senza farsi vedere. Ignoti gli autori, ma comunque gente che sa di montagna. I cartelli, infatti, sono stati posti vicino alle indicazioni delle piste percorribili con le ciaspole e che possono trarre in inganno proprio i migranti, inesperti della zona. Quelle strade montane, infatti, possono essere percorse da chi è attrezzato e non da persone che non conoscono i sentieri, né hanno scarpe e abiti adatti.

Intanto, istituzioni locali, parrocchie e associazioni sono da tempo al lavoro per realizzare iniziative per spiegare ai migranti la pericolosità dell’avventurarsi sulle montagne (soprattutto d’inverno), progetti che provano però anche ad offrire sostegno a chi viene respinto dai gendarmi francesi o comunque si rende conto che il viaggio è troppo rischioso e cerca quindi un’altra soluzione per cambiare vita.

Nel 2018 i morti su queste montagne sono stati tre. La prima vittima era stata Mathew Blessing, nigeriana, ritrovata annegata nel fiume Durance, non lontano da Briancon. La sorella e una cugina, ospiti della “Rete Solidale”, avevano accusato la polizia francese. «È scivolata scappando dalla Police National», avevano detto. Successivamente altri due corpi sono stati trovati lungo le piste più battute dai fuggitivi. Proprio in occasione di quelle morti, si erano scatenate anche le proteste di un centinaio di persone a Clavière. Ma la rabbia era cresciuta un po’ fra tutti: residenti, attivisti di varia estrazione, operatori delle associazioni umanitarie.

Proprio i rapporti non facili fra chi accoglie chi scappa e la polizia francese hanno creato nel tempo più di un problema. Fino all’episodio più clamoroso. Alla fine dello scorso marzo una pattuglia di cinque gendarmi francesi aveva fatto irruzione in una sala di accoglienza per migranti nella stazione ferroviaria di Bardonecchia gestita dalla associazione Rainbow4Africa. Un episodio rapidamente diventato un vero e proprio incidente diplomatico fra Italia e Francia. Addirittura, in quel caso per far uscire i gendarmi era dovuta intervenire la polizia italiana del commissariato locale. I gendarmi, entrati nella stanza senza preavviso, avevano costretto un migrante a sottoporsi ad un test perché sospettato di spacciare droga: un’accusa risultata poi infondata. In quei giorni, si arrivò a chiedere da parte dell’Italia di espellere dei diplomatici francesi. Intanto, il freddo e il maltempo che stanno per tornare sulle Alpi, accrescono nuovamente i rischi per i disperati che scappano nella neve e al gelo.

Andrea Zaghi, «Alpi, dove muoiono i migranti. Derman ha perso la vita, assiderato, fra Francia e Italia. Procura: omicidio involontario. Le Ong: non passate di qui», in “Avvenire”, venerdì 8 febbraio 2019, p. 9.

Migranti 24 – Diciotti, 5s procede verso il no in giunta. Conte “blinda” Salvini

Diciotti1

Al via l’esame, nella giunta per le Immunità del Senato, della memoria difensiva del ministro Salvini sul caso Diciotti. Negli allegati di Conte, Di Maio e Toninelli, la tesi di una responsabilità collettiva del governo

«Fra mercoledì e giovedì avremo 9 ore di discussione. Prevedo il voto finale tra il 19 e il 20». È il presidente della giunta per le Immunità del Senato, il forzista Maurizio Gasparri, a snocciolare il cronoprogramma dei lavori dei 23 senatori chiamati a esprimere un parere, favorevole o no, rispetto alla richiesta del tribunale dei ministri di Catania di processare il ministro dell’Interno Matteo Salvini per sequestro di persona aggravato dei 177 migranti soccorsi dalla Nave Diciotti. Entro marzo, toccherà all’Aula pronunciarsi, con voto palese. Dal canto suo, Salvini si dice «tranquillissimo. Il Senato deciderà secondo coscienza. Non chiedo favori e aiutini a nessuno».

Decisione “collettiva”. In giunta, il vicepremier e leader della Lega ha scelto di non andare, inviando una memoria di 16 pagine, alla quale ha allegato due documenti, uno a firma del premier Giuseppe Conte, l’altro del vicepremier Luigi Di Maio e del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Sono i cardini principali, insieme a una serie di notazioni tecnico-giuridiche, su cui si sorregge la linea di difesa. La lettera di 4 pagine di Conte prova a “blindare” la posizione del ministro, affermando che lo stop in mare alla nave fu deciso in «attuazione di un indirizzo politico-istituzionale che il governo ha condiviso». Salvini, aggiunge Conte, fece riferimento «a una linea politica sull’immigrazione che ho condiviso, nella mia qualità di presidente nel Consiglio coi ministri competenti, in coerenza col programma di governo». A loro volta, Di Maio e Toninelli parlano di «decisioni frutto di condivisione politica». Nel complesso, i due documenti configurano la decisione non come un’iniziativa personale, ma del governo per sbrogliare una «controversia internazionale» coi partner europei.

Disputa sugli allegati. In base all’articolo 135 bis del regolamento del Senato, solo il diretto interessato può presentare memorie difensive in giunta. Un paletto citato da Pietro Grasso (Leu) e da Gregorio De Falco, ex M5s ora nel gruppo Misto, che hanno definito «irricevibili» i due allegati. Di parere opposto Gasparri, che ha disposto «a norma di regolamento» l’acquisizione delle due lettere pro Salvini, senza un voto sulla questione.

M5s, il no e i dubbi. Ufficialmente, nel Movimento, il leit motiv è lo stesso da giorni: decideremo in modo compatto dopo aver letto le carte. Ma la decisione resta travagliata e il capogruppo in giunta, Michele Giarrusso serra le file: «M5s non è diviso fra ortodossi e garantisti, ci sono i dissenzienti e quelli che seguono la linea del partito». Resta in piedi l’ipotesi di votare no alla richiesta in Giunta, lasciando in Aula libertà di coscienza a chi non sia convinto. Un senatore del Movimento la riassume così: «Cercheremo di trovare una piena condivisione nel gruppo, ma non si esclude che alcuni in Aula possano votare sì».

In seno alla Lega, c’è chi stima in una decina i voti in meno dei grillini, colmati però dal sostegno di Fratelli d’Italia e Forza Italia. Secondo l’ex segretario dem Maurizio Martina, «c’è un patto scellerato per salvare il ministro dell’Interno dal processo e in cambio bloccare la Tav». Mentre Francesco Bonifazi bolla le lettere di Conte e ministri come «alibi» per consentire a M5s «di pulirsi la coscienza»

La «colpevolezza» del governo. Interpellato dai cronisti sulla vicenda Diciotti, il presidente della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi ragiona in punto di diritto: «Un reato può essere commesso da una singola persona o da più persone come da un singolo ministro, da più ministri o dall’intero governo». Gasparri non gradisce le sue osservazioni: «Il presidente Lattanzi dice che il Parlamento fa una valutazione politica? La nostra decisione sarà anche giuridica». Dal Pd, la vicepresidente del Senato Anna Rossomando ribatte: «Per Gasparri la corte dovrebbe tacere? È bizzarro».

Vincenzo R. Spagnolo, «Diciotti, 5s procede verso il no in giunta. Conte “blinda” Salvini Entro febbraio atteso il parere dei 23 senatori. Resta l’ipotesi di un no grillino, ma con libertà di coscienza in Aula», in “Avvenire”, venerdì 8 febbraio 2019, p. 8.

La difesa di Salvini: la relazione del ministro sul caso Diciotti

I Fatti

20/08/18 L’attracco: La nave della Guardia costiera Diciotti, con 177 migranti a bordo, attracca al porto di Catania.

25/08/18 Lo sbarco: Viene autorizzato lo sbarco. Contestualmente Salvini risulta indagato per sequestro di persona.

La linea difensiva del ministro

Decisione collegiale a livello di governo.

Ipotesi di terroristi a bordo della Diciotti.

Minori rimasti a pregare 2 ore dopo l’ordine di sbarco.

Hanno detto

«Da “onestà onestà” a “immunità immunità”, da “uno vale uno” alla casta dei privilegi. Un cortocircuito che vede Di Maio sacrificare i principi fondanti del suo movimento sull’altare del governo. Ci sia il processo».

Simona BONAFÈ, eurodeputata del Pd

«È tempo che si faccia chiarezza dentro il Movimento cinque stelle tra convenienza e coerenza», commenta l’ex comandante della Capitaneria di porto di Livorno e membro della Giunta per le autorizzazioni.

Gregorio DE FALCO, senatore, espulso da 5s

Da “Avvenire”, venerdì 8 febbraio 2019, p. 8.

Migranti 23 – Rapporto Oxfam. Contro l’Italia pioggia di ricorsi a Strasburgo

Diciotti

Pur riconoscendo gli sforzi e l’umanità dell’equipaggio, decine di persone si stanno rivolgendo alla Corte dei diritti dell’uomo: «Trattenimento illecito»

«Era impossibile stare al sole, ma c’era solo un tendone. L’ombra non bastava per tutti, e quando pioveva ci bagnavamo. C’erano solo due bagni». Per non dire dell’igiene: «C’era un marinaio con un tubo che spruzzava acqua per un minuto su dieci persone alla volta, poste nude dietro un telo di plastica». Sulla Corte dei diritti umani di Strasburgo stanno piovendo decine di testimonianze come questa, raccolte in un rapporto redatto da Oxfam e da Borderline Sicilia. I testi integrali vengono depositati in questi giorni attraverso numerosi legali dei migranti rimasti in “ostaggio” del braccio di ferro politico che, in pieno agosto, costrinse oltre cento persone a restare sul ponte dell’ammiraglia della Guardia costiera.

I migranti che stanno facendo ricorso ai giudici internazionali contestano il «trattenimento illecito» e le condizioni «degradanti» in cui sono stati costretti, nonostante tutti gli sforzi e la grande umanità pur riconosciuti all’equipaggio. A bordo della Diciotti, dopo che vennero fatti sbarcare 23 minorenni non accompagnati, erano rimasti 130 eritrei, 10 migranti delle Isole Comore, sei bengalesi, due siriani, un egiziano ed un somalo. Per loro, nuovi vestiti arrivarono il 22 agosto, dopo i primi due giorni trascorsi nel porto di Catania ma una settimana dopo essere stati salvati. Altri indumenti vennero portati da una delegazione guidata da Gianfranco Micciché, il presidente dell’Assemblea regionale siciliana.

Agli atti dei ricorsi che dovranno essere esaminati dal tribunale di Strasburgo ci sono le testimonianze degli stranieri, corroborate da quelle di alcuni legali dell’associazione Borderline Sicilia che riuscirono a salire a bordo della nave della Guardia Costiera. «Dopo due giorni ci hanno detto che dovevamo fare la doccia», si legge in una delle dichiarazioni raccolte dai legali. «Quella – ricorda un altro richiedente asilo – è stata l’unica occasione, per noi uomini, di lavarci. Invece le donne erano aiutate a fare la doccia da un’operatrice di Intersos», l’organizzazione non governativa ammessa sulle navi militari per svolgere la prima assistenza e la mediazione linguistica.

«Ho saputo il motivo per cui non era possibile sbarcare solo dal comitato di tre eritrei che abbiamo costituito sulla nave per potere parlare con il comandante», ha raccontato un ragazzo: «Per ben due volte ci ha detto che il problema era che saremmo dovuti sbarcare a Malta e che quindi per questo motivo il governo italiano non ci permetteva di scendere».

Questa circostanza è confermata da altri migranti. «Abbiamo navigato per 56 ore arrivando a poca distanza dalle coste di Malta; lì siamo stati raggiunti da una motovedetta della guardia costiera maltese che – racconta un eritreo di 28 anni – ci ha fornito i giubbotti e qualcosa da mangiare e ci ha guidati per un tratto di mare, fuori dalle loro acque territoriali». A quel punto i guardacoste arrivati da La Valletta «ci hanno indicato la direzione da seguire verso Lampedusa, e sono tornati indietro. A quel punto qualcuno sul gommone ha chiamato la Guardia costiera italiana che ci diceva di avvicinarci e di non preoccuparci perché ci stavano osservando a distanza. Dopo due ore il mare si è ingrossato e la Guardia costiera italiana ha deciso di prenderci a bordo della nave Diciotti».

A bordo della nave «le condizioni erano terribili». Non perché i migranti subissero maltrattamenti. Ma la dedizione dei marinai non bastava certo a metterli al riparo dal caldo di giorno e dal freddo di notte. Per ore si faceva a turno per stare all’ombra, così come per ripararsi dalla pioggia e dagli schizzi del mare, ricorda un altro ragazzo proveniente dal Corno d’Africa.

La corte dei Diritti umani è chiamata a esaminare l’intera vicenda, non solo lo stallo nel porto di Catania. «Siamo rimasti per tre giorni davanti la costa di Lampedusa: 13 persone (famiglie con bambini) che necessitavano di cure mediche sono state trasferite sull’isola. Dopo – si legge in’altro dei ricorsi contro l’Italia – la nave Diciotti ha ripreso la navigazione ed è arrivata a Catania il 20 agosto. La nave ha attraccato al porto ma non ci è stato permesso di scendere. Ci hanno genericamente spiegato in inglese che il governo non permetteva lo sbarco».

Le undici donne del gruppo, visitate sulla nave da medici ammessi a bordo sotto il sole cocente di Catania, recavano tutte i segni delle ripetute e brutali violenze sessuali subite in Libia. A tutte fu offerto di scendere per venire ricoverate in ospedale, ma cinque di loro scelsero di non abbandonare i mariti sulla nave. «Le norme di diritto internazionale obbligano i soccorritori a sbarcare i migranti in un luogo sicuro nel più breve tempo possibile», insistono da Oxfam-Borderline. «Nel caso della nave Diciotti questo termine è stato prolungato illegittimamente, al solo scopo di favorire una trattativa ricattatoria – si legge nei ricorsi a Strasburgo – nei confronti degli altri Paesi europei tenendo le persone in ostaggio».

Nello Scavo, «Rapporto OXFAM. Contro l’Italia pioggia di ricorsi a Strasburgo. I richiedenti asilo della Diciotti denunciano il governo: “Noi tenuti in ostaggio e in condizioni degradanti”», in “Avvenire”, giovedì 7 febbraio 2019, p. 6.

Migranti 22 – Obiezione umanitaria. L’accoglienza creativa dei Comuni

comuni

I primi cittadini sul tema della residenza: non è possibile abbandonare chi ha fatto richiesta d’asilo, la nuova legge non stravolge ciò che c’era prima. L’ipotesi di soluzioni pilota Anche dai centri di piccole e medie dimensioni arriva una silenziosa presa di distanza dal testo Salvini

Superare la legge Salvini sui migranti? Diversi Comuni lo stanno già facendo. A fianco dell’obiezione umanitaria lanciata dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che a inizio anno aveva aperto un fronte di protesta dentro l’Anci solo parzialmente colmato dalla mediazione del premier Conte, si sta facendo strada una “modalità creativa” di recepire gli effetti del provvedimento, senza gesti di disobbedienza. Anzi, partendo proprio dal rispetto delle norme.

Le piccole città in campo

Prendete il caso del Consiglio comunale di Jesi, in provincia di Ancona, che nei giorni scorsi si è confrontato sul punto che desta maggiore preoccupazione: l’impossibilità di iscrizione all’anagrafe per i richiedenti asilo con permesso di soggiorno umanitario. «La mancata iscrizione comporta la perdita di alcuni diritti fondamentali – ricorda Tommaso Cioncolini, consigliere di maggioranza della lista JesInsieme, che ha lavorato alla proposta – dall’accesso all’assistenza sanitaria ordinaria alla ricerca di un lavoro, fino all’apertura di un semplice conto corrente». Il sindaco della città, Massimo Bacci, ha sempre ribadito che non intendeva fare “disobbidienza civile” e che voleva applicare la legge. «Studiando attentamente la questione – prosegue Cioncolini – ci siamo accorti che la legge non stravolge quello che c’è nel Testo unico sull’immigrazione. Quella legge infatti non vieta l’iscrizione, ma non riconosce il permesso di soggiorno come titolo valido per la registrazione. In questo senso, il Testo unico sull’immigrazione e l’orientamento giurisprudenziale ammettono che dopo tre mesi di dimora abituale l’ente sia obbligato a riconoscere l’iscrizione. Su questo, per non vanificare lo spirito di accoglienza e le iniziative a sostegno degli ultimi, abbiamo elaborato una risoluzione, che è già stata votata ed è passata. Il Comune si impegna in questa direzione, che può essere una soluzione di sistema, oltre che un esempio pilota per altre città. In quei primi tre mesi il migrante non viene così comunque abbandonato, perché si trova ancora nel progetto di accoglienza. Così si va in aiuto al migrante percorrendo una strada di sistema, garantendo i diritti a chi altrimenti ne verrebbe privato».

Tra i Comuni che aggireranno gli effetti del decreto sicurezza sulle iscrizioni anagrafiche c’è anche Mugnano di Napoli, centro di 35mila abitanti a nord del capoluogo campano. Il sindaco, Luigi Sarnataro ha firmato una direttiva indirizzata ai dirigenti dell’Ufficio anagrafe, che di fatto sospende gli effetti delle nuove norme varate dal governo e consente ai richiedenti asilo di usufruire di un servizio anagrafico temporaneo. In particolare, la direttiva del primo cittadino di Mugnano mira a neutralizzare gli effetti dell’articolo 13 del decreto sicurezza, in virtù del quale il permesso di soggiorno non costituisce più titolo per l’iscrizione anagrafica. «La nostra iniziativa non vuole andare contra legem – spiega il primo cittadino di Mugnano -. Semplicemente, seguendo l’esempio del Comune di Napoli, noi sfruttiamo la possibilità offertaci da un altro provvedimento in vigore, che ci consente di iscrivere i richiedenti asilo in un registro temporaneo, almeno fino a quando la legge lo consentirà. Non possiamo infatti lasciare allo sbando, come vuole questa legge promossa dal ministro dell’Interno, gli immigrati presenti su un territorio che comprende ben quattro centro di accoglienza straordinaria e che aderisce al servizio Sprar».

La battaglia dei territori

L’azione di “disobbedienza civile” lanciata dal primo cittadino di Palermo, Leoluca Orlando, nei primi giorni del 2019 aveva fatto diversi proseliti tra i sindaci delle grandi città di centrosinistra, ma nello stesso tempo aveva creato alcune divisioni all’interno dell’Anci, l’associazione nazionale dei Comuni italiani. Per questo, il segnale che giunge adesso dai centri di piccole e medie dimensioni, soprattutto nella provincia italiana, rappresenta una novità, riconducibile alla capacità “creativa” di molti municipi chiamati a fare i conti con progetti di ospitalità che ci sono sempre stati (e persone straniere di cui farsi carico) e insieme con la necessità di rispettare i nuovi vincoli di legge.

Tra i temi portati all’attenzione del governo dai vertici dell’Anci nell’incontro sul decreto Salvini dello scorso 14 gennaio, ci sono stati, oltre alla questione dell’iscrizione all’anagrafe per i richiedenti asilo, anche la presa in carico dei migranti da parte delle Asl e l’accesso agli Sprar delle persone vulnerabili.

D’altra parte, il fronte più determinato dei sindaci si dice convinto che «la Consulta farà a pezzi la norma» come ha dichiarato il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. In campo ci sono anche diverse Regioni, dalla Toscana all’Umbria, dalle Marche al Piemonte e all’Emilia-Romagna. In molti, anche tra i governatori, pensano che le questioni lasciate aperte dal testo voluto dal ministro Salvini verranno risolte nei prossimi mesi con il pronunciamento della Corte Costituzionale.

Antonio Averaimo, Chiara Gabrielli, « Obiezione umanitaria. L’accoglienza creativa dei Comuni. A Jesi iscrizione all’anagrafe possibile per i migranti dopo 3 mesi di dimora. «Lo prevede il Testo Unico». In Campania, a Mugnano, istituito un registro temporaneo. I sindaci: ospitalità nel rispetto della legge 132», in “Avvenire”, giovedì 7 febbraio 2019, p. 6.

Da sapere: L’articolo 13 contestato

L’articolo 13 della legge 132/2018 entrata in vigore il 4 dicembre, di conversione del cosiddetto decreto sicurezza e immigrazione stabilisce che il permesso di soggiorno per richiesta asilo non permetterà l’iscrizione anagrafica. Il Testo Unico immigrazione, però, equipara – proprio in materia di iscrizione e variazione anagrafica – ogni straniero regolarmente soggiornante al cittadino italiano. A seguito della legge 132, situazioni simili, con stranieri regolarmente soggiornanti, potranno essere trattate in maniera difforme. La mancata iscrizione anagrafica infatti esclude dalla fruizione di molti diritti garantiti dalla Costituzione. Potrebbe essere impossibile così individuare il medico di base, procedere all’iscrizione alla scuola non dell’obbligo, alle liste per la scuola materna e asili nido, ai centri per l’impiego, aprire una partita Iva.

Gli effetti della legge sul sistema dell’ospitalità

130mila: Gli stranieri a rischio “irregolarità” secondo stime Ispi (su dati del Viminale) con l’entrata in vigore del decreto sicurezza, divenuto legge lo scorso dicembre

80% La percentuale di dinieghi arrivati per le 7.716 domande d’asilo esaminate lo scorso novembre. Solo il 9% ha visto riconosciuto lo status di rifugiato

35.831: I migranti attualmente accolti nel Sistema di protezione per richiedenti asilo, cui hanno aderito 1.825 Comuni

L’ammiraglio De Giorgi: «Non c’è invasione»

In Libia non ci sono porti sicuri perché «c’è una condizione di conflitto fra bande armate» e i migranti si trovano in «situazioni di cattività disumana». Lo dice l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ex Capo di Stato Maggiore della Marina militare, già ideatore e comandante dell’operazione “Mare Nostrum”, che permise di salvare decine di migliaia di vite umane nel Mediterraneo. «In termini di controllo delle frontiere – osserva – è in Niger e nel Fezzan che si dovrebbe investire molto di più anche con militari italiani». A coloro che denunciano l’«invasione» in Italia di migranti irregolari De Giorgi replica «che non sanno di cosa parlano».

Da “Avvenire”, giovedì 7 febbraio 2019, p. 6.