Meditazioni…/12 – La parola

12

Che strana società la nostra!
Siamo immersi in un oceano di parole diffuse in tutti i modi,
radio di Stato e libere, TV di ogni genere,
giornali, libri, fumetti,
musica, discoteche…
Parole e parole a migliaia percorrono le nostre orecchie
per tutta la giornata.
È la civiltà del rumore,
ma del rumore una grossa percentuale è data dalla parola:
e per di più – per fortuna – oggi è diffusa la pratica
di imparare lingue diverse dalla nostra,
per aver più parole da dire
e allargare così lo spazio delle comunicazioni verbali.
Sembrerebbe che oggi gli uomini parlino fra di loro
e che finalmente si sia scoperto il gusto del comunicare,
e che tutte le scoperte scientifiche e il progresso tecnico
rendano più facile la relazione tra le persone.
Sembrerebbe… ma non è!

Se diamo uno sguardo alla vita quotidiana,
se da lontano osserviamo il muoversi degli uomini,
abbiamo l’impressione di vedere degli esseri
che si incontrano, si scontrano, si avvicinano, si allontanano
ma che non si parlano mai.
Sembrano automi mossi da chissà qual meccanismo,
burattini, o pedine di un gioco senza scopo.
Sui tram, per strada, non si scambia mai nessuna parola.
Ciascuno è chiuso nella propria privatezza,
pensa ai fatti suoi, se può legge il giornale:
i giovani hanno accettato la pubblicità delle cuffie
e si sono muniti di registratori
per continuare ad ascoltare dappertutto la musica preferita.
Il mondo può crollare,
può succedere qualunque cosa…
loro ascoltano la musica,
e così non ascoltano nessuno e non parlano con nessuno.

Siamo cioè a una profonda crisi delle comunicazioni,
alla incomunicabilità:
non si comunica più niente
o solo qualcosa di molto esteriore, di impersonale.
Si parla di ciò che non interessa,
di ciò che non sta a cuore,
si riempie il tempo nascondendo l’interesse personale.
E così cresce la noia di stare insieme senza interesse,
e cresce la tristezza di non poter comunicare,
di non potersi esprimere:
cresce la solitudine.
La città diventa deserto
anche se piena di persone e stressata da un traffico caotico,
la gente si richiude nel suo mutismo
e perde persino il senso vero di se stessa:
non si può capire ciò che siamo
se non veniamo in contatto con gli altri.
La forma peggiore di tortura psicologica è l’isolamento,
che conduce alla disperazione, alla dissociazione,
alla distruzione di sé.
Non per niente oggi è facile incontrare gente
che parla da sola ad alta voce.

Eppure l’uomo è fatto apposta per comunicare,
desidera comunicare e non cerca altro che questo!
Eppure Dio si è fatto uomo per comunicare con gli uomini
e renderli capaci di comunicare tra loro,
eppure Dio, la Parola stessa, si è fatto carne
ed è venuto ad abitare con noi!
Di qui si può ricominciare ad amare la parola
e renderla veicolo della nostra persona,
espressione della nostra ricchezza interiore.

Annunci

Meditazioni…/11 – Autunno

180

L’autunno è cominciato,
quasi in sordina per non farsi accorgere.
Il tempo si è mantenuto buono,
il caldo estivo rallenta adagio adagio,
il cielo va prendendo la sua mobilità di nubi e di brume,
e i colori della natura diventano forti
per un ultimo sussulto di vita.
È una bella stagione l’autunno.

Qualcuno invece lo interpreta come la stagione della decadenza,
dell’invecchiamento, dell’inesorabile declino verso la morte.
E il paragone tra l’autunno e la vecchiaia emerge immediato,
dove vecchiaia diventa sinonimo di tristezza,
di negatività.
Invece no.
L’autunno è il segno di vita,
di una vitalità perenne
che trova nuovi modi di espressione
e supera l’inevitabile declino di cose
con la fantasia di imprevedibili forme.
È il segno della fantasia, della creatività,
di una potenza che non si esaurisce
ma si trasforma,
ed è l’invito a guardare,
a vedere, a contemplare,
per non perdere l’offerta meravigliosa della natura
che inventa se stessa in modi sempre nuovi.

Ci siamo accorti di come cambia il colore del cielo,
dei tramonti tutti uguali come fenomeno
ma così diversi l’uno dall’altro?
Ci siamo accorti del mutare del colore delle foglie
e quindi dell’effetto d’insieme degli alberi,
dei prati ancora verdi
con una ricchezza di tinte diverse?
Ci siamo accorti di come mutano le giornate
col clima così diverso all’inizio e alla fine?
E quanti altri segni possiamo vedere,
se appena abbiamo il coraggio di uscire di casa
e di allungare il solito tragitto
che ci porta al lavoro
per andare un po’ più lontano,
là dove le case lasciano un po’ di spazio al verde,
dove l’asfalto e il cemento cedono alla terra!
L’autunno è l’appendice dell’estate,
l’appendice delle vacanze passate troppo in fretta
e subito distrutte dalla ripresa delle solite cose:
l’autunno ci invita a non perdere
ciò che abbiamo goduto nel tempo delle ferie,
ma a prolungarne l’effetto positivo.
Anzi, è il tempo per raggiungere
ciò che in vacanza non si è riusciti a fare,
il tempo della contemplazione,
della riflessione,
per godere tutte le realtà
che troppo spesso sfuggono.

L’autunno diventa così,
o può diventare,
per le persone più attente
e più desiderose di non perdere nulla della propria vita,
l’occasione di un’apertura ai doni della natura,
di un godimento di ciò che essa ci offre
in modo così grandioso.
Diventa l’occasione
per scoprire nelle bellezze grandiose della natura,
nella sua vitalità instancabile,
il riflesso di Dio
che questa natura ha pensato e creato
per la gioia dell’uomo,
per farlo sentire felice
e fargli godere i suoi doni.

Meditazioni…/10 – La casa

12

Ogni giorno molti escono di casa
per andare la lavoro,
ma molti altri no.
Molti restano in casa
perché infermi, perché disoccupati
o perché il loro lavoro è precisamente
quello di badare alla casa.
L’infermo che è costretto a stare in casa,
adagio adagio può fare delle solite mura
un luogo di contemplazione,
di riflessione serena e feconda
su tante realtà che gli vivono accanto.
Le notizie del giornale, della radio, della tv
e degli altri mass-media,
i colloqui con qualche persona amica,
lo mettono a contatto con tutta la vita del mondo;
l’infermo può sentirsi capace di dare il suo aiuto,
di collaborare alla storia dell’umanità,
con la sua preghiera,
con l’offerta del suo sacrificio.
Così le ore passano meno lente
e nessuno si sente inutile.

Il disoccupato si sente derubato del suo diritto al lavoro,
e prova un pesante senso di sconfitta, di inutilità,
e quindi di invidia verso chi lavora
o di rabbia per come sono andate le cose
che lo hanno portato a questa situazione.
È una situazione dura e penosa
che rischia di diventare esplosiva
e portare amari frutti di desolazione e di disperazione.
Ma forse si può dare un aspetto positivo
anche a questa condizione,
se si riesce a trovare altri modi
per impiegare le proprie risorse umane,
per rendersi utili a tante persone che hanno bisogno.
È una soluzione transitoria,
ma intanto rende meno dura la sofferenza
e più positiva la vita.

E chi resta in casa, la casalinga,
non è una persona svilita o sminuita,
non è costretta soltanto a badare ai pavimenti
o alle altre necessità logistiche.
Il lavoro in casa può essere
– e deve esserlo anche questo! –
un modo per esprimere se stessi,
per rendere più bella e più grande
la vita propria e altrui,
per arricchire la società.
Se poi ci sono bambini
da educare e da seguire con amore,
è certo un impegno gravoso e pesante,
come al lavoro, all’officina o all’ufficio,
ed è però più importante
e più carico di responsabilità.

In ogni modo la casa torna ad essere un tempio,
un luogo sacro perché lì ci abita Dio,
perché lì nascono e crescono le idee, gli ideali,
le scelte più decisive per ogni persona e per la società.
Noi abbiamo perso questo senso del sacro della casa
badando solo alle sue caratteristiche esterne
o al peso della sua conduzione.
Dobbiamo riscoprire questo valore
per godere il dono immenso di avere una casa
e di potere nella casa costruire
un ambito di intimità e di amore,
di impegno e di sensibilità.
Non per niente si prega in casa,
e la casa diventa il luogo in cui
si può incontrare Dio e saperlo vicino.

Meditazioni…/9 – Uscire di casa

12

Ogni mattina usciamo dalla nostra casa
per recarci al lavoro:
è un gesto che si ripete quasi meccanicamente
e che ogni volta prende un significato diverso,
come diverso è il rientro alla sera
a lavoro finito.
Si esce contenti di lasciare dietro le spalle
una realtà noiosa o dolorosa,
contenti di respirare aria nuova,
di cambiare il contorno e il paesaggio della nostra vita:
la casa certe volte sembra quasi un carcere
che opprime, che lega, che costringe.
Andarsene dà un po’ il senso di liberazione.
Forse si lascia la casa in disordine,
segno della fretta e della noia
che ci prendono e ci dominano
e si spera, tornando,
di trovare tutto in ordine,
pulito e invitante.
Forse si lascia in casa qualche persona
che non ci gratifica molto
e con la quale il rapporto sta diventando
o è diventato difficile.
Uscire è il rimedio:
per un po’ di ore non ci si pensa.

Oppure è il contrario:
si esce di casa a malincuore
perché si deve interrompere un rapporto sereno,
un colloquio profondo,
la soddisfazione di essere insieme,
di capirsi, di aiutarsi vicendevolmente.
Ma bisogna andare
perché il dovere ci chiama altrove,
e col pensiero torneremo spesso a casa nostra,
alle persone che là ci attendono,
quasi per attingervi una forza,
uno slancio, un incoraggiamento.
Oppure succede che, quando si è fuori di casa,
tutto cambia:
passa la noia, la rabbia, le insoddisfazioni,
e si diventa la persona più serena e gentile,
più cordiale e generosa,
la persona che quelli di casa non sanno nemmeno immaginare.
E quelli che ci conoscono al di fuori
hanno una stima di noi
e una considerazione che ci gratifica molto
e ci mantiene in questa modalità.

Come siamo strani, come siamo imprevedibili,
come siamo diversi
secondo luoghi e momenti differenti!
Forse bisogna ricuperare il senso e il valore
di casa nostra,
di questo angolo di mondo
dove la nostra personalità si esprime nella sua verità,
bisogna accorgersi che è proprio la casa
il luogo per la nostra crescita umana,
il luogo segnato della nostra specificità.

È la casa che, in qualche modo,
diventa ciò che noi siamo
e, a sua volta, ci fa diventare
quello che essa è.
Non è solo un luogo materiale la nostra casa:
è il luogo del nostro spirito.
Non per niente il Dio fatto uomo, Gesù,
ha voluto abitare per più di trent’anni nella sua casa,
per insegnare a noi
come vivere oggi nella nostra casa.

Meditazioni…/8 – Il lavoro

12

Ogni giorno si torna al lavoro,
il medesimo lavoro,
con i medesimi rapporti, tra la medesima gente:
e ci si arrende facilmente all’impero, alla dittatura del lavoro,
lo si accetta come un fatto obbligatorio,
come un male inevitabile,
e se ne diventa schiavi.
Tutto è in funzione del lavoro che si deve fare,
senza del quale mancherebbe il sostentamento della vita:
ma è tutto così legato e dominato da questa prospettiva
da far scomparire la propria personalità.
Si diventa l’impiegato, o il segretario, o l’operaio, o il professionista,
e la propria mansione assorbe tutta la persona.
Forse è giusto:
nel senso che il lavoro deve essere fatto nel modo migliore
e nel lavoro ogni persona spende le sue qualità.
Ma non è giusto se il lavoro entra
a riempire tutti gli spazi della persona.

Il mondo si chiude, tutto prende un solo colore,
quello del lavoro che si svolge;
tutto diventa un sotto-prodotto:
la propria intelligenza, e tutta la vita intellettuale,
resta come ottenebrata.
Non si può sottostare a queste schiavitù,
non si può vendere la propria dignità umana
per un effetto immediato,
per un profitto e un guadagno materiale.
Il biblico “piatto di lenticchie”
per il quale Esaù ha venduto la sua dignità di primogenito,
sta a ricordarci la tentazione ricorrente nell’uomo
e a invitarci a liberarcene coraggiosamente.

Come, allora, guardare al lavoro?
Con un occhio di libertà,
cioè come al mezzo per esprimere se stessi,
come all’occasione per acquisire nuove capacità
e nuove conoscenze.
Sempre come un mezzo per far crescere la propria personalità,
in un armonico disegno
che comprende tutte le possibilità umane.
Non sempre è facile realizzare così il proprio lavoro,
non sempre le circostanze interne al lavoro stesso,
ed esterne,
facilitano o rendono possibile queste modalità.
Però è qui che dovremmo far convergere
le nostre forze e le nostre lotte:
raggiungere un clima tale
da rendere il lavoro espressione della persona,
e, vorrei aggiungere,
renderlo la gioia della nostra esistenza.

Se il lavoro occupa la quasi totalità della nostra vita,
dobbiamo fare in modo che sia qualcosa di bello, di buono,
qualcosa che rende la nostra vita grande
e gioiosa come noi la vogliamo.
Ecco perché la tradizione cristiana
insegna ad iniziare il lavoro con una preghiera,
proprio per intonarlo con la nostra più vera realtà
e per entrare in sintonia con Dio
che è il primo e perenne creatore,
il primo “lavoratore”.
La preghiera ci mette subito in posizione di libertà e di novità,
e si lavora con animo sereno e positivo.

Meditazioni…/7 – Divertirsi

12

Che voglia di divertirsi!
Quanti annunci e quanti inviti ci chiamano
a divertimenti pensati e programmati,
studiati apposta per sollazzare il genere umano!
Divertimenti per bambini, per giovani,
per adulti, per anziani,
divertimenti per tutti.
A guardare i muri della città
c’è da pensare che oggi l’umanità sia felice
e possa ogni giorno usufruire di iniziative diverse
per godere la propria felicità.
Anzi, oggi più che ieri,
c’è un’industria del divertimento che soppianta il “fai da te”
così pubblicizzato in altri momenti,
e che offre il “tutto pronto”,
il divertimento già confezionato e da usarsi subito.
E quando si parla di vacanze o di giorni di riposo goduti,
si è quasi obbligati a dire che ci si è divertiti molto
e che si è toccato il massimo della felicità.

Poi, se si indaga un po’ di più,
se il discorso scende un po’ più nel concreto
e si abbandonano i termini già prestabiliti
per dire ciò che realmente è successo dentro di noi,
la musica cambia totalmente.
Vengono a galla delusioni, stanchezza, noia
e appare quel vuoto
che inutilmente si cerca di coprire o di ignorare.
Eppure esiste il desiderio di divertirsi
e torna continuamente a interessare ogni persona:
l’uomo si scopre teso verso situazioni nuove e più ricche,
sempre insoddisfatto
e attento a ciò che può via via riempire e saziare le sue attese.
Allora: divertirsi o no?
Non è questa la domanda giusta:
la scelta non è tra il sì o il no,
ma è sul come fare per divertirsi realmente.

Il problema è se accettare qualunque tipo di divertimento,
o qualunque realtà che è contrabbandata come divertimento,
o se invece c’è da scegliere, c’è da valutare e vagliare
ciò che vogliamo realizzare.
In altre parole divertirsi non vuol dire evadere,
scappare da se stessi,
ignorare una parte di sé
e lasciarsi invadere da ciò che capita,
ma vuol dire arricchirsi, espandersi,
dare spazio a ciò che in noi è più bello,
più profondo, più vivo.
La nostra società attuale si accanisce nel distrarre,
nel condurre l’uomo lontano da se stesso,
nel buttarlo in braccio a chi in qualche modo lo vuole sfruttare:
la nostra coscienza,
la coscienza della nostra libertà e dignità,
invece, esige il contrario,
esige la consapevolezza, la presa di posizione,
le personalizzazione di ogni momento della nostra vita.
La voglia di divertirsi, a ben vedere, non è altro che
la voglia di essere se stessi più pienamente
e di riuscire a vivere la propria vita,
assecondando i desideri più profondi.
Solo così il divertirsi ha un senso:
solo così il valore eterno dell’uomo,
la sua dignità di figlio di Dio
può emergere e diventare realtà.

Meditazioni…/6 – Il primo giorno

12

C’è stato un primo giorno della storia?
Un giorno in cui l’uomo ha cominciato ad essere uomo,
a parlare, a fare, ad amare, a soffrire e a godere?
Non è una domanda stupida,
perché l’inizio delle cose dà un po’ il senso a tutto,
e anche perché tornare alle origini è sempre utile
e talvolta necessario
per cogliere i valori più importanti.
Anche per noi, allora, è importante scoprire quel primo giorno
in cui l’uomo è apparso sulla terra
e ha cominciato il suo lungo cammino nei secoli.

Se apriamo qualche libro di scienze
ci viene risposto che milioni e milioni di anni fa
per una lenta evoluzione
l’uomo si è differenziato da altri animali, la scimmia,
fino a prendere la forma attuale:
alcuni passaggi importanti
e poi nasce l’uomo pensante
più o meno come oggi
anche se con sistemi e mezzi primitivi.
È interessante sapere che il primo giorno dell’uomo
è durato secoli e millenni
per un lunghissimo travaglio di nascita
che ha portato al primo suono che era parola,
segno espresso di un pensiero.
Ci si sente uomini non per sbaglio o per caso,
ma per un graduale sviluppo che nei secoli
ha preparato questo fenomeno meraviglioso che siamo noi.

Se, invece, apriamo qualche libro religioso,
ci viene detto che il primo giorno dell’uomo
è sgorgato dalle mani della divinità
per qualche disegno di volontà divina.
Ma la Bibbia è ancora più chiara ed esplicita
e racconta che alla fine della costruzione del mondo,
Dio ha voluto “creare l’uomo a sua immagine e somiglianza”.
La notizia più strabiliante è proprio questa:
il primo giorno dell’uomo ha visto questo essere, questa creatura,
uscire dalle mani di Dio
portando il segno luminoso della sua grandezza e della sua bontà.
Il primo giorno dell’uomo è il suo riconoscersi in Dio,
è guardare a Dio e rispecchiarsi in Lui,
è cogliere dentro di sé il riflesso dell’eterno e dell’infinito di Dio.

È per questo che l’uomo nel suo lungo cammino attraverso i secoli
ha sempre avvertito dentro di sé qualcosa di più grande, di più forte,
qualcosa che lo spinge al di là delle sue possibilità,
al di là di se stesso:
è per questo che l’uomo ha sempre sognato di diventare Dio!
È giusto e fa bene allora tornare al primo giorno dell’uomo
per non perdere di vista questa sua origine meravigliosa
che troppo spesso sembra essere tradita
e distrutta dalla realtà delle cose.
Anche se tante volte si abbandona a livelli bassi di cattiveria,
di violenza, di falsità, di svilimento,
l’uomo è sempre una creatura di Dio
e porta dentro di sé questa inesauribile grandezza.
Perché non cercare di godere questo dono così grande?
Torniamo al primo giorno della nostra storia!