Libri – Saggi/3 – Gigante e insicuro: il paradosso geopolitico degli Usa

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Le ragioni neo isolazioniste che hanno portato Trump a Washington si collocano in un’idea di potenza che da sempre si sente «invulnerabile» e «insicura»

Nel 1893, intervenendo in un convegno organizzato a margine dell’Esposizione Universale di Chicago, il giovane storico Frederick J. Turner illustrò una tesi fulminante sull’esperienza politica degli Stati Uniti. «Fino ai nostri giorni – osservava Turner – la storia americana è stata in grande misura la storia della colonizzazione del grande West». La presenza di terre libere a Ovest non era stata cioè soltanto un fatto geografico. La proiezione verso la Frontiera aveva influito anche sulla formazione dei caratteri culturali e politici della giovane nazione. Le radici europee, combinandosi con il contesto della “frontiera”, avevano dato origine alla nuova cultura americana, contrassegnata da un ruvido individualismo, dallo spiccato senso pratico e dalla fiducia riposta nel principio secondo cui il lavoro della terra dava diritto alla proprietà. E il successo dell’esperimento democratico, così lontano dai modelli europei, doveva essere spiegato proprio come risultato di quello specifico contesto ambientale.

Se Turner in questo modo celebrava l’eccezionalità americana, lanciava però anche un allarme. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, segnalava, la “frontiera” non esisteva più, perché tutte le aree coltivabili tra la costa atlantica e il Pacifico erano ormai state colonizzate. E ciò rappresentava un rischio formidabile. La “frontiera” aveva consentito di neutralizzare i conflitti sociali e di riequilibrare le diseguaglianze. Ma la “chiusura” dello spazio cambiava completamente le cose. I conflitti potevano diventare distruttivi, mentre l’american way of life rischiava di scomparire per sempre.

Nel suo volume America invulnerabile e insicura. La politica estera degli Stati Uniti nella stagione dell’impegno globale: una lettura geopolitica ( Vita e Pensiero, pagine 396, euro 28), Corrado Stefanachi prende le mosse proprio dall’impatto che la fine della frontiera ebbe sulle classi dirigenti americane. La percezione di vivere in uno spazio «chiuso», come mostra il politologo nella sua ambiziosa ricostruzione, modificò infatti il quadro «geopolitico» della sicurezza americana. La geopolitica non è d’altronde determinata solo dai condizionamenti geografici, ma è anche il frutto della percezione che – in connessione con i mutamenti tecnologici – gli attori politici hanno dello spazio. E sul finire dell’Ottocento alcuni mutamenti modificarono completamente la percezione dello spazio degli americani.

L’esaurimento della frontiera alimentò cioè una sorta di claustrofobia politica, che spinse ad abbandonare il tradizionale isolazionismo. Cominciò proprio allora a fare proseliti l’idea che si dovesse aprire la “porta del mondo”, principalmente verso l’Estremo Oriente. Ma, di lì a poco, le classi dirigenti americane si resero conto anche che il mondo era ormai piccolo e soprattutto “saturo”. In altre parole, le élite americane si persuasero che, in un mondo “chiuso” e sempre più affollato, Washington dovesse impegnarsi attivamente per ricreare una “distanza di sicurezza” e per impedire la conquista imperiale dello spazio euroasiatico.

Stefanachi mostra in particolare come l’apparente paradosso geopolitico di una potenza al tempo stesso “invulnerabile” e “insicura” spieghi molte scelte compiute dagli Stati Uniti in più di un secolo di storia, dalla fine dell’Ottocento fino ai giorni nostri. E naturalmente non può evitare di interrogarsi (ma solo nelle pagine finali) sul destino dell’internazionalismo americano e sulla promessa di neoisolazionismo che ha contribuito a portare Donald Trump alla Casa Bianca. Più che un vero isolazionismo, quello di cui Trump sembra farsi portatore è però un nazionalismo che trova il suo modello in Andrew Jackson, il settimo presidente degli Stati Uniti.

Forse, suggerisce Stefanachi, seppur in modo molto cauto, siamo perciò di fronte a un nazionalismo che «non smania per andare a contrarre impegni politici in giro per il mondo», ma che tende comunque a vedere la politica globale come «un’arena competitiva, in cui può essere necessario impegnarsi per promuovere i propri interessi fondamentali». In altri termini, il nazionalismo di Trump rappresenterebbe una nuova declinazione del vecchio paradosso geopolitico americano. Una declinazione che riflette però la nuova percezione di una potenza che, in un mondo sempre più affollato di rivali insidiosi, si sente probabilmente ancora meno sicura che in passato.

Damiano Palano, «Gigante e insicuro: il paradosso geopolitico degli Usa», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 19.

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Libri – Storia 9 – La forza dei greci classici secondo Giovanni Reale

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Esce l’edizione aggiornata dell’opera alla quale lo storico della filosofia dedicò mezzo secolo di ricerche e ampliamenti

A quattro anni dalla scomparsa, esce in un solo tomo di quasi tremila pagine la Storia della filosofia greca e romana di Giovanni Reale (Bompiani-Giunti, pagine 2816, euro 70), opera a cui il grande storico della filosofia e pensatore dedicò quasi mezzo secolo di ricerche, sempre ulteriormente ampliandola in nuove edizioni, sino alla presente, ancora ritoccata personalmente nel 2013 e ora pubblicata – per le cure di Vincenzo Cicero e con premessa di Maria Bettetini nella collana a cui egli più rivolse le sue fatiche editoriali, in essa programmando la realizzazione di centinaia di titoli: “Il Pensiero occidentale”.

Reale amava definirsi filosofo neoclassico, non perché la sua acuta capacità filologica e sterminata erudizione storiografica si limitassero alla dossografia di pensatori antichi, ma in quanto la dimensione metafisica della filosofia dischiusa dai classici, greci in particolare, veniva da lui mostrata di perenne attualità anche nell’affrontare i problemi del presente. In questo senso egli coniugava metafisica ed ermeneutica, poiché se i Greci hanno rivelato all’umanità la metafisicità della verità, è solo attraverso un metodo ermeneutico, di matrice soprattutto ebraico-cristiana, interpretativo di essa nell’orizzonte storico-personale di chi si disponga alla sua ricerca, che è possibile intenderne appieno il valore trascendente e il senso per l’esistenza.

Nella Storia della filosofia greca e romana Reale intese quindi svolgere non una mera storia o raccolta di opinioni del passato, bensì una “storia di idee”, volta a comprendere «il perché delle asserzioni dei filosofi», naturalmente attraverso un’accuratissima ricostruzione analitica delle loro teorie negli scritti o, nel caso dei primissimi filosofi, per mezzo delle testimonianze. In molti casi di pensatori antichi questa storia complessiva è frutto di precedenti, lunghe, laboriose ricerche di Reale, che spaziarono da Socrate e Platone ad Aristotele e Teofrasto, dai presocratici, Parmenide e Melisso in particolare, a Plotino e Proclo, da Pirrone e Seneca a Sant’Agostino e a molti altri ancora.

Per Reale l’origine della filosofia è esclusivamente greca, grazie alle sue caratteristiche di amore della sapienza costituito dalla ricerca di senso del tutto, dalla metodologia razionale, dalla intrinseca teoreticità, a prescindere da usi strumentali del sapere. L’indagine sul principio di tutte le cose, propria alla filosofia sin dalle origini con Talete, la ricerca del senso della totalità, non solo del particolare, la distingue dalle scienze, dedite analiticamente a settori delimitati del reale e proprio per questo efficacissime nel dettaglio, ma incapaci di dare un senso complessivo, generale alle loro settoriali verità. Il rigoroso uso della ragione, attraverso il metodo dialettico ed ermeneutico, la dimensione speculativa, contemplativa propria alla filosofia, che nella ricerca delle ragioni del tutto giunge ai “perché” ultimi metafisici, al di là del mondo sensibile e persino al di sopra dell’essere stesso, fanno sì che essa, per un verso, sia estranea al potere caratteristico della civiltà attuale, spartito fra scienza, tecnica e ideologia, tuttavia anche, per altro verso, le conferiscono la capacità innovativa, demitizzante, critica di questi stessi veri e propri miti razionalistici moderni, i quali, secondo Reale, sono contrastabili nella loro disumanità soltanto dalla filosofia, grazie alla sua disarmata teoreticità, lungimirante metafisicità e umana ermeneuticità.

Reale scandaglia i pensieri dei filosofi dagli albori nelle colonie greche, ai fasti ateniesi, via via sino agli esponenti cresciuti nella civiltà romana e a quelli che abbiano potuto confrontarsi con la nascente fede cristiana.

Con la chiusura delle scuole filosofiche guidate da docenti pagani, a opera dell’imperatore Giustiniano nel 529 d.C., si conclude una lunghissima epoca e anche l’esposizione di Reale, a cui segue un ampio saggio retrospettivo svolto in forma teoretica e tematica, nonché altre cinquecento pagine di approfondito lessico e vastissima bibliografia articolata per autori. Ne emerge un percorso affascinante, in cui Reale trasmette l’entusiasmo per la filosofia nel saper brillantemente accordare profondo scavo filologico, ricchezza del quadro interpretativo, esposizione semplice e accattivante, emersione delle questioni cruciali dell’uomo e della realtà di cui vive, sino alle sue sfere metafisiche. In sintesi possiamo dire che per l’opera e la persona di Giovanni Reale valga pienamente quanto affermato da Platone nel Timeo: «Non è lecito a chi è ottimo di fare se non ciò che è bellissimo».

Francesco Tomatis, «La forza dei greci classici secondo Giovanni Reale», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 19.

Libri – Poesia 2 – La poesia giocosa e surrealista del “Pulitzer” Carl Sandburg

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Esce la traduzione integrale in italiano dei “Chicago poems” firmati dall’autore statunitense nel 1916 con il commento entusiasta di Edgar Lee Masters

Finalmente è disponibile una traduzione integrale dei Chicago poems di Carl Sandburg, poeta americano importante, finora solo antologizzato in italiano. Vi ha provveduto Franco Lonati, che ha firmato anche un esauriente profilo bio-bibliografico, nella collana Fragmenta, diretta da Francesco Rognoni, per Sedizioni-Diego Dejaco editore (pagine 376, euro 29,99).

I Chicago poems apparvero nel 1916, avallati in copertina da un ampio ed entusiasta commento critico di Edgar Lee Masters, consacrato dal successo dell’Antologia di Spoon River pubblicata l’anno prima. In effetti, la sintonia con Masters è sensibile, ma Sandburg non scrive epitaffi autobiografici di defunti, bensì elogi a luoghi e persone della sua città, ben viva. C’è anche una sezione dedicata alle “Ombre”, le prostitute urbane verso le quali il poeta prova compassione, mentre ne deplora i clienti. Viene in mente la canzone L’ombra, sullo stesso argomento, cantata da Marisa Colomber al Festival di Sanremo 1955 (qualcun altro se ne ricorda?) e da Jula De Palma. Arrivò sesta.

A proposito di canzoni, Sandburg – che aveva imparato a suonare la chitarra da Andrés Segovia – collezionava canti folkloristici ed era ammirato, senza contraccambio, da Bob Dylan. Nella sua premessa, Francesco Rognoni azzarda l’ipotesi che la giuria del Nobel abbia premiato Dylan ricordandosi dell’ascendenza svedese di Sandburg (Sandberg, all’anagrafe). Ma allora avrebbe fatto meglio, a suo tempo, a premiare Sandburg, quando era lecito dubitare che Dylan fosse un poeta.

Carl Sandburg (1878-1967), oltre che poeta, è stato giornalista (tre volte premio Pulitzer) e storico: sua è la biografia di Lincoln, in sei volumi. Venne candidato due volte alla presidenza degli Stati Uniti, una volta dai democratici, l’altra dai repubblicani, candidature che egli assennatamente declinò. Di tendenze socialiste, Lonati giustamente ricorda che la sua poesia può richiamare i quadri di Pellizza da Volpedo. Ma fece in tempo a lambire l’imagismo di Ezra Pound che, come sempre, generosamente lo incoraggiò. Non si può fare a meno di notare un’eco poundiano nella poesia Metro di Sandburg: «Laggiù fra muri d’ombra / Dove leggi ferree insistono, / Le voci della fame scherniscono. // Gli stanchi viaggiatori / Con le spalle curve e umili / Gettano la loro risata nella fatica». Pound, tre anni prima, aveva scritto, da una stazione della metropolitana parigina, con la levità di un haiku, i due famosi versi: «Questi volti apparsi nella folla; / petali su un ramo umido e nero».

E imagista è anche Fog, che Rognoni/Lonati considerano la più rappresentativa poesia di Sandburg, tanto da riprodurla nella quarta di copertina: «The fog comes / on little cat feet. // It sit looking / over harbor and city / on silent haunches / and then moves on». Lonati traduce: «La nebbia avanza / su piccole zampe di gatto. // S’accuccia a osservare / il porto e la città / su terga silenziose / e poi se ne va». Personalmente, «little cat feet» l’avrei tradotto semplicemente «zampine di gatto» o, forzando, «zampe di gattino»; «terga » è troppo solenne per un gatto. Risulterebbe così: «Giunge la nebbia / su zampe di gattino. // Accosciata in silenzio / sorveglia / il porto e la città; / poi se ne va».

Lonati riporta le 38 definizioni «giocose e surrealiste» di poesia che Sandburg scrisse nel 1928 in Good Morning America. Ne trascrivo alcune: «22. La poesia è un finto grido per aver trovato un milione di dollari e una finta risata per averli persi; 23. La poesia è il silenzio e il discorso fra la radice bagnata di un fiore che lotta per sopravvivere e il bocciolo soleggiato del medesimo fiore; 36. La poesia è il raggiungimento della sintesi fra i giacinti e i biscotti; 38. La poesia è la cattura di un’immagine, di una canzone, o di uno stile in un deliberato prisma di parole».

Cesare Cavalleri, «La poesia giocosa e surrealista del “Pulitzer” Carl Sandburg», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 18.

Libri – Saggi/2 – La schiavitù americana delle armi

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Un saggio della studiosa Dunbar-Ortiz riapre il dibattito su cause storiche e interpretazioni giuridiche del Secondo emendamento. I condizionamenti sulla società yankee

Per oltre due secoli gli Stati Uniti si sono divisi sul significato del Secondo emendamento, che recita: «essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi». Un dibattito incessante ha coinvolto giuristi, politici, attivisti per i diritti umani e si è acceso periodicamente di fronte alla recrudescenza dei fatti di cronaca. Negli anni numerose leggi federali hanno poi cercato di regolare la controversa libertà al possesso delle armi garantita dalla Costituzione. Per alcuni, soprattutto per chi vorrebbe limitarne la diffusione, il Secondo emendamento non sancirebbe il diritto dei singoli individui ad armarsi, e la difesa della popolazione competerebbe soltanto alla polizia e all’esercito. Una tesi, questa, che nel 2008 è stata definitivamente smentita da una famosa sentenza della Corte Suprema, secondo la quale i cittadini hanno il diritto di possedere armi «al di là della loro appartenenza a una milizia».

Il primo ottobre scorso, a Las Vegas, c’è stata la più grave sparatoria della storia moderna degli Stati Uniti, con una sessantina di persone uccise durante un concerto, ma nonostante le sempre più frequenti stragi di massa, la maggioranza degli americani, stando ai sondaggi, non appare disposta a rinunciare a questo diritto sancito dalla Costituzione. «I massacri indiscriminati – spiega la studiosa americana Roxanne Dunbar-Ortiz – rappresentano soltanto la tragica punta dell’iceberg di un’emergenza che ogni anno vede circa 37 mila persone uccise con armi da fuoco, un numero di morti superiore a quello registrato negli incidenti stradali».

Storica di spicco, vincitrice dell’American Book Award nel 2015, Dunbar-Ortiz ha ricostruito nel suo nuovo libro, Loaded. A disarming history of the Second Amendment, le origini della cultura militarista degli Stati Uniti individuando un filo conduttore che lega i primi insediamenti bianchi del Nord America all’odierna proliferazione delle armi.

Il Secondo emendamento fu redatto da James Madison, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, e approvato dal parlamento nel 1789, principalmente come strumento di difesa dagli indiani. Il suo obiettivo preciso, sostiene la studiosa, era quello di garantire il diritto individuale dei coloni bianchi ad appropriarsi delle terre dei nativi, per derubarli e poi ridurli in schiavitù. «Per secoli la cultura militarista e la violenza rivolta contro le popolazioni indigene sono stati aspetti centrali del colonialismo europeo e hanno trovato nel territorio americano la loro espressione più duratura, sotto forma di milizie armate e di singoli cittadini, divenendo col tempo un fenomeno quasi religioso». La stessa logica sarebbe stata estesa poi contro chiunque avesse provato a ostacolare la dottrina del “destino manifesto” degli Stati Uniti, ovvero la missione di espandersi in virtù di un ideale morale considerato al di sopra delle leggi terrene.

Anche dopo la Guerra civile americana, le milizie di coloni avrebbero continuato a perseguitare e a terrorizzare i neri attraverso i corpi di polizia e il Ku Klux Klan, mentre il possesso individuale delle armi, ormai istituzionalizzato, sarebbe divenuto uno strumento di controllo dell’ordine costituito di fronte ai cambiamenti sociali. Non a caso, prosegue Dunbar Ortiz, il dibattito sul Secondo emendamento è esploso nella seconda metà del XX secolo, ovvero al tempo dei movimenti per i diritti civili, delle proteste contro la guerra, dell’aumento dei tassi di criminalità, di pari passo con la crescente influenza della National Rifle Association, la potente lobby statunitense delle armi da fuoco.

Loaded si apre citando le parole provocatorie e profetiche pronunciate da Martin Luther King nel 1967, durante la protesta contro la guerra in Vietnam: «Non potrei più levare la voce contro la violenza degli oppressi nei ghetti senza aver prima denunciato il più grande produttore di violenza nel mondo d’oggi: il mio stesso governo». Proprio a partire dai primi anni ’70 iniziò una corsa agli armamenti mai vista prima d’allora in epoca moderna, e il numero di armi da fuoco detenute da privati è in breve tempo triplicato fino a superare, oggi, la cifra impressionante di 300 milioni di armi su una popolazione di circa 315 milioni di abitanti. Quasi una a testa, bambini compresi, e senza tener conto delle armi in dotazione all’esercito. Nel frattempo, anche grazie al dispiegamento delle forze militari statunitensi in 180 Paesi del mondo, l’espansione dell’industria bellica e del mercato delle armi ha toccato i livelli più alti dalla Seconda guerra mondiale.

Quanto al preoccupante fenomeno delle stragi di massa compiute in ambito urbano, il libro riporta statistiche agghiaccianti: escludendo i casi di violenza domestica, dal 1966 al 2016 ci sono state 127 stragi, quasi tutte compiute da uomini bianchi, circa un terzo delle quali nei posti di lavoro. Il 13% è avvenuto all’interno di istituti scolastici o universitari, dove dopo la strage del liceo di Columbine del 1999 si è registrata una drammatica escalation culminata nel 2012, con il massacro alla scuola elementare di Sandy Hook, nel Connecticut. Fino ai drammi più recenti nella chiesa evangelica di Charleston nel 2015, del night-club di Orlando nel 2016 e del citato concerto di Las Vegas, dell’ottobre scorso.

«Le radici dell’ossessione delle armi negli Stati Uniti – conclude Dunbar-Ortiz – risalgono alla lunga eredità del suprematismo bianco. A causare le stragi non è soltanto la diffusione indiscriminata delle armi tra la popolazione, ma anche il militarismo diffuso nella società americana. Estirparlo sarà ancora più difficile che regolamentare la vendita delle armi».

Riccardo Michelucci, «La schiavitù americana delle armi», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 19.

Libri – Romanzo/3 – Ricordi e segreti, il romanzo familiare di Enrica Tesio

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Una vena di filosofica ironia percorre questa storia famigliare, in cui i valori che ne legano i tradizionali membri non si modificano, anche se cambiano presenze e parentele. E proprio la protagonista crea una definizione di famiglia al di fuori di ogni visione ideale: «Un accrocco improbabile di gente che fatica a star troppo vicina ma ancor di più a star troppo lontana». Perché nella famiglia il collante che vieta l’allontanamento è l’amore, «quella cosa a cui non diresti mai basta».

In questa famiglia ci sono una figlia, la protagonista Aura, e una madre, Isabella, ma un padre non c’è. Al suo posto, a compensare largamente quest’assenza, c’è un nonno, Attilio, che ricambia l’affetto della nipote con gli interessi. Aura è una bella ragazza, ma a renderla insicura del suo potenziale fascino è un raro disturbo agli occhi: il nistagmo, che le provoca una continua oscillazione delle pupille, in una sorta di movimento da sonno “rem”, però a occhi aperti. È stato un trauma a provocarlo, un incidente affettivo che ha causato un senso profondo di vuoto. Aura infatti non ha mai potuto conoscere suo padre, un giovane francese che subito è sparito dalla vita di Isabella, lasciandola sola ad affrontare la gravidanza. Anche se, in realtà sola Isabella non è mai stata: le sue deboli qualità materne sono state ampiamente compensate dal padre Attilio. Il nistagmo tuttavia si rivela, più che un problema, un dettaglio che rende speciale Aura: è come se fosse sempre in grado di sognare, anche in pieno giorno, percependo sottili messaggi invisibili. In questo sembra aver ereditato una sorta di facoltà visionaria di Isabella, che da anni racconta di aver incontrato una pantera.

Su questa scena familiare dall’equilibrio instabile si innesta una triste novità: Attilio è colpito da una forma progressiva di demenza senile e decide di ritirarsi in una casa di cura, vietando ai suoi cari di avvicinarlo, tranne alla figlia: privilegio che Aura dapprima non capisce e che la fa sentire tradita. Ma il nonno vuole che sia lei a custodire i suoi ricordi, e il filo della narrazione si dipana attraverso appunti, frammenti di diario che Attilio ha lasciato sparsi su fogli improbabili, e che solo Aura legge, fino a scoprire un segreto che ristabilisce il loro legame unico. In questa riscoperta Aura ha accanto Tomaso, un ambiguo ragazzo figlio del fidanzato della madre, che rivelerà soltanto a lei il suo lato migliore.

Enrica Tesio ha costruito un romanzo di sentimenti imperfetti, pieno di riflessioni a volte sorprendenti sulla loro natura e capacità di plasmare le nostre vite.

Lo ha fatto attraverso personaggi complessi, di cui scopriamo i segreti (in realtà più di uno) a poco a poco, attraverso lo sguardo di Aura “occhipazzi”. E anche l’indispensabile ruolo che la famiglia ancora assume nella società dell’instabilità affettiva e quello ambivalente della memoria, spesso più fantasiosa creatrice che fedele registro del passato. La sua scrittura avvolgente passando su asperità e dolcezze alleggerisce i passaggi più delicati con una qualità che fa di lei una vera narratrice: la gentilezza.

Enrica Tesio

DODICI RICORDI E UN SEGRETO

Bompiani. Pagine 272. Euro 17,00

Bianca Garavelli, «Ricordi e segreti, il romanzo familiare di Enrica Tesio», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 18.

Libri – Letteratura/4 – De Sanctis. Critico nell’anima

Lo storico della letteratura italiana Francesco De Sanctis (1817-1883)

Un saggio di Alessandroni riflette sull’eredità lasciata dallo studioso irpino, fondatore moderno della nostra critica letteraria. Tra i lasciti della sua opera: il rapporto arte e vita e il fine ultimo dell’indagine critica, volta a fornire un continuo contributo alla costruzione del senso dell’esistenza di chi legge i romanzi o le poesie

Per una cultura ben piantata sulle sue radici nazionali – come sempre meno, però, è quella italiana -, è quasi impossibile non fare periodicamente i conti con l’ottocentesco Francesco De Sanctis, il fondatore moderno della nostra critica letteraria in un senso assai avvertito delle sue premesse teoriche e culturali. Per innumerevoli motivi: il primo del quale è quello di aver inteso la storia della letteratura italiana come una vera e propria autobiografia della nazione. Senza dire d’un fatto tanto eclatante quanto misterioso: l’essere stato, il nostro critico, parimenti maestro nei due generi ritenuti quasi antipodici: quello storiografico (oggettivo e prospettico, impersonale) e l’altro saggistico (soggettivo e programmaticamente parziale, autobiografico). Maestro di così impareggiabile talento -nonostante certi errori, i fraintendimenti e le forzature -, che mi risulterebbe assai difficile prendere partito per il saggista o per lo storico. Non c’è critico del secolo successivo – poco importa se nell’adesione piena o nel rifiuto drastico – che non abbia dovuto dare almeno una risposta al grande interrogativo De Sanctis.

Arriva ora a riaprire il dossier, per i tipi di Quodlibet, Emiliano Alessandroni – un giovane ricercatore, ma già molto versato nella studio della storia delle ideologie e delle strutture letterarie, dell’estetica di impianto hegeliano e marxista, fino a Gramsci, Lukács e Said -, con un libro anche militante dal titolo L’anima e il mondo. Francesco De Sanctis tra filosofia, critica letteraria e teoria della letteratura. Militante, ripeto: perché, oltre a occuparsi di De Sanctis, si impegna – desanctisianamente mi verrebbe da dire – in un atto d’accusa nei confronti del nostro presente e delle sue mitologie, responsabile primo di quel «diffuso antidesanctisismo di ritorno», per usare le parole di Nino Borsellino che Alessandroni più volte reitera.

Con chi ce l’ha Alessandroni? Quale ideologia – per ragionare hegelianamente, come lo studioso non disdegna di fare – incarnerebbe lo spirito reo di questo nostro tempo? Non v’è dubbio alcuno: l’obiettivo polemico del libro è la «condizione postmoderna ». E cioè quella dimensione del pensiero in cui il «senso del reale, l’unità fra le parti, non costituisce più un problema e non ha più bisogno di essere ricercata».

Il che comporta, nell’evidente rovesciamento del paradigma hegeliano, l’identità tra reale e irrazionale (se non la vanificazione del concetto stesso di realtà), la svalutazione d’ogni nozione di valore, se non il suo annullamento (che per De Sanctis, nella formulazione del giudizio critico è invece di cruciale importanza), la proclamazione dell’assoluta insensatezza di qualsiasi concezione della storia. Quale altra sorte per De Sanctis, in questo contesto, se non quella di vecchio e inutilizzabile arnese del passato, buono per facili scopi di moralismo e demagogia letteraria? Non starò qui a ricapitolare quanto Alessandroni scrive, per sostanziare il suo discorso, a proposito di desanctisiani e antidesanctisiani: Benedetto Croce e Giovanni Gentile, Antonio Gramsci, Natalino Sapegno e Giorgio Pasquali, Carlo Dionisotti, Gianfranco Contini e Giacomo Debenedetti, Alberto Asor Rosa e altri ancora. Quel che conta qui è concentrarsi – ancora lo spirito militante del libro- sull’eventuale eredità del critico irpino. Che per Alessandroni si tradurrebbe nel ribadimento strenuo del nesso arte-vita (e di un’idea di verità strettamente connessa a quella di realtà), rimosso da Croce e riattualizzato da Gramsci: il teorico meglio attrezzato, anche terminologicamente, per sviluppare la grande intuizione desanctisiana secondo cui, in sede critica, la «delimitazione ideologica» di un’opera, in quanto «ristrettezza d’angolatura» dell’autore che l’ha generata, si rivela sempre, in ultima analisi, come «limitazione estetica». Senza contare che, proprio in virtù della crescente internazionalizzazione di Gramsci, «il rapporto arte vita teorizzato dal De Sanctis, quale principio di valore estetico, finisce per approdare anche al di là dei confini europei».

Sin qui Alessandroni. Non posso esimermi però, sulla scorta di questa proposta interpretativa, da alcune considerazioni, persuaso come sono che il nesso arte- vita, proprio nel senso della lezione desanctisiana, vada verificato ogni volta sulla pagina del singolo critico, anche per eludere i rischi di certi estetismi e vitalismi che, in nome della vita, sono stati senz’altro corsi nel Novecento. Considerazioni per le quali si potrebbe partire proprio da Debenedetti, altro grande maestro nella pratica del saggio, che Alessandroni pare ritenere se non sbaglio- come l’erede più sicuro, insieme a Gramsci, di De Sanctis.

Ed è proprio Debenedetti, con quella sua vocazione agonistica e dialettica, di continua integrazione dei testi interpretati, a fornirci col suo esempio le migliori indicazioni a proposito di un’idea di critica in rapporto, attraverso le opere, con la vita: là dove la vita – ecco il punto- non è il misterioso noumeno che sta fuori di noi, ma è quella del lettore cui il critico si rivolge. Cos’altro è, in effetti, il risultato dell’indagine critica, se non un continuo contributo alla costruzione del senso della vita di chi legge i romanzi e le poesie analizzati?

Questo spiega anche perché, dentro il sistema debenedettiano, proprio sulla base della magistrale lezione di De Sanctis, tanta importanza ha un concetto come quello di racconto critico in vista, appunto, delle avventure del senso. Racconto critico – sottolineo – e non romanzo, nel significato postmoderno così vituperato da Alessandroni: in quanto, ovviamente, il racconto critico mira alla verità e ai suoi contenuti di realtà, mentre l’atto postmodernista alla sua euforica e irresponsabile cancellazione. In questa chiave, lo si può tranquillamente affermare: nella storia della cultura letteraria italiana otto-novecentesca, non c’è stato un narratore critico della forza di De Sanctis.

Massimo Onofri, «De Sanctis. Critico nell’anima», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 18.

Libri – Storia 8 – Da Agatha Christie a Lady Diana, i volti oscuri di Britannia

BERTINETTI

Intrigante carrellata di illustri figure femminili dell’anglista Roberto Betinetti nel suo “L’isola delle donne”, a partire dalla regina Elisabetta I

Elmo in testa e tridente in pugno, scudo pronto e il fedele leone – di volta in volta bellicoso o sonnolento – a farle da compagno. Così è rappresentata di solito la vergine Britannia, in un sovrapporsi di variazioni e dettagli anche discordanti che non cambiano la sostanza del messaggio: il «corpo fisico» sarà anche femminile, ma il «corpo politico» è guerriero, senza dubbio, e tendenzialmente imperiale.

Non è un caso, dunque, che la dottrina dei «due corpi del re» (alla quale Ernst Kantorowicz dedicò nel 1957 uno studio subito considerato classico) si sia formata proprio nell’Inghilterra del Cinquecento, giusto in tempo per fornire legittimazione al lungo regno di Elisabetta I, la prima delle figure che l’anglista Roberto Bertinetti allinea nel suo L’isola delle donne (Bompiani, pagine 352, euro 16,00). Nove ritratti in tutto, e tutti al femminile, per rendere ancora più evidente il paradosso su cui si regge la società inglese, rigidamente maschile o addirittura maschilista all’apparenza, ma profondamente modificata al suo interno dal contributo delle donne.

A partire da Elisabetta la Grande, appunto, che all’inevitabile svantaggio derivante dal suo essere donna univa gli inconvenienti di una discendenza dinastica non esattamente ineccepibile. Non diversamente da lei, molte delle altre protagoniste selezionate da Bertinetti si scontrano con difficoltà che rischierebbero di risultare scoraggianti, ma che vengono superate in modo imprevedibile e impetuoso. Si pensi, per esempio, al burrascoso avvio di carriera della stilista Vivienne Westwood, nel cui segno – tanto irriverente in superficie quanto mercantile nel profondo – L’isola delle donne si chiude.

Docente di Letteratura inglese all’Università di Trieste, Bertinetti dedica molta attenzione a due autrici sulle quali ha lavorato come critico: Jane Austen, che nei primi anni dell’Ottocento porta a perfezione il meccanismo narrativo del romanzo, e Virginia Woolf, che un secolo più tardi contribuisce a smontarne gli ingranaggi, inaugurando una nuova stagione della letteratura europea. Al loro fianco troviamo l’instancabile Agatha Christie, che preferiva considerarsi una professionista della scrittura più che una scrittrice e la cui vicenda biografica nasconde almeno un episodio – la misteriosa sparizione, protrattasi per dieci giorni, nel dicembre del 1926 – sul quale avrebbero potuto indagare a ranghi congiunti Miss Marple ed Hercule Poirot.

Ricchissimo di aneddoti e di informazioni sempre puntuali, L’isola delle donne ha il merito di non perdere mai di vista lo sguardo d’insieme. Quelle che Bertinetti racconta, infatti, non sono semplicemente storie di donne, ma storie di donne inglesi. Alla regina vergine e all’imperatrice vedova, ossia alla già ricordata Elisabetta e a Vittoria (la cui popolarità conosce oggi un ritorno di fiamma grazie a una fortunata serie televisiva), si affiancano dunque la Lady di ferro Margaret Thatcher e la “principessa del popolo” Diana, alla quale è dedicato il capitolo forse più coinvolgente sul piano emotivo.

In un modo o nell’altro, è sempre alla monarchia che si finisce per fare riferimento. Succede anche a Mary Quant, la ragazza di Londra passata alla storia per aver inventato la minigonna e che rigorosamente in minigonna si presentò a Buckingham Palace nel 1966 per ricevere un’onorificenza da Elisabetta II, la sovrana regnante che dell’Isola delle donne può essere a buon diritto considerata la decima, ben dissimulata protagonista.

Alessandro Zaccuri, «Da Agatha Christie a Lady Diana, i volti oscuri di Britannia», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 22.