Libri – I «coralli» di Roth una riflessione sui valori autentici

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Adelphi pubblica «Il mercante di coralli» di Joseph Roth (pp. 244, 12 euro, traduzione di Laura Terreni e Chiara Colli Staude). Si tratta di una raccolta di otto racconti (l’ultimo dei quali, «Il Leviatano», originariamente si intitolava appunto «Il mercante di coralli») scritti tra il 1916 e il 1939, anno della morte dello scrittore austriaco.

Narratore puro, Joseph Roth sa inventare belle storie e scriverle con uno stile personale, benché una parte della critica abbia tacciato le sue opere di limiti nella caratterizzazione dei personaggi e sciattezza stilistica; se questo è il metro di giudizio, quanti degli scrittori viventi dovrebbero cambiare mestiere?

L’atmosfera che permea lo strato tematico di Roth resta quella del dissolvimento dell’impero austro-ungarico, tema trattato nei suoi più famosi «La marcia di Radetzky» e «La cripta dei cappuccini».

Il volume presenta varie tracce d’ispirazione, ma c’è un altro filo che lega questi racconti: ogni protagonista è un campionario dei difetti umani e Roth sembra voler indurre il lettore a trarre una morale in modo da evitare questi «cattivi esempi». Così spicca «La leggenda del santo bevitore», davvero un capolavoro (celebrato in un magistrale film di Ermanno Olmi), dove un clochard, bevitore incallito, incontra ogni pretesto pur di non assolvere un piccolo debito verso Santa Teresa del Bambin Gesù, la «Piccola Teresa», e malgrado le sue inadempienze continua a beneficiare dei piccoli miracoli della Santa.

Un modello comportamentale da non perseguire è quello di Anton Wanzl, protagonista de «L’allievo modello». Anton è il figlio del postino, primo della classe e perfido, fisicamente gracile ma granitico, arido e cinico nel carattere, che insegue solo il successo personale, calpestando, anzi non provando alcun sentimento.

L’adolescente Fini, fragile protagonista de «Lo specchio cieco», è una ragazza di studio che si apre alla vita di donna con tutte le malinconie e stravaganze umorali delle ragazzine della sua età.

Il tracciato di Roth è greve, decadente, struggente, ma non lacrimevole. In «Aprile» si respira invece il soffuso smarrimento di amore solo immaginato.

Ne «Il capostazione Fallmerayer» si incontra di nuovo il cinico egoismo di un uomo che si sottrae in maniera subdola alla propria famiglia per inseguire la vaga malìa di una contessa conosciuta per caso.

Nel «Trionfo della bellezza» Roth scrive di una donna malata immaginaria che crede di poter guarire seguendo la cura dell’amore, ma altri amori, non quello verso il devotissimo marito.

In un’altra novella, «Il busto dell’imperatore», il protagonista è un nobiluomo che non si arrende alla caduta dell’Impero austro-ungarico.

«Il Leviatano» racconta invece di Nissen Piczenik, un competente mercante di coralli della cittadina di Progrody. Vuole compiere un lungo viaggio per vedere il mare da cui nascono i coralli, ma da questo viaggio tornerà profondamente cambiato. Non gli interesserà più garantire alle contadine sue clienti l’autenticità della rossa sua mercanzia, ma all’arrivo sul mercato dei coralli di celluloide si adeguerà alla concorrenza infilando collane di coralli finti. Anche in questa magistrale narrazione Roth ricorre alla parabola per ammonire il lettore sulla moralità e sui valori autentici o l’effimero di certe modernità.

Franco Bottacini, «I “coralli” di Roth una riflessione sui valori autentici», in “L’Arena”, sabato 15 settembre 2018.

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Libri – Romanzo/5 – La magia di Belardinelli in un romanzo impegnato

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Il professor Giuseppe Bulgari, in viaggio per Roma dove presiederà un concorso universitario, in treno è colpito dalla somiglianza di una viaggiatrice con Giovanna Farnesi, la bellissima funzionaria ministeriale con cui aveva fatto parte di una commissione al Viminale, quindici anni prima. È lei, non è lei? Non era lei, ma il ricordo di quella lontana vicenda è talmente vivo che il professore la ripercorre in tempo reale.

Così comincia Il Mago, secondo romanzo di Sergio Belardinelli, filosofo e sociologo dell’Università di Bologna (Cantagalli, pagine 184, euro 17,00). Il professore, sposato e con figli, era rimasto folgorato dalla bellezza, dall’intelligenza e dal coraggio di Giovanna, al punto di ingelosirsi quando scopre che Giovanna e Oreste Longoni, terzo componente della commissione, erano amanti.

Il compito della commissione, ferreamente diretta dal prefetto Marini, capogabinetto del ministro, era di vagliare una serie di intercettazioni che avrebbero potuto avere attinenza col terrorismo: si era nei giorni successivi all’11 settembre 2001, dopo la tragedia dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, e la psicosi stava dilagando. Fra le intercettazioni, generalmente poco significative, Giovanna fu colpita dal colloquio di una donna irakena con il marito lontano: uno scambio di poche parole intervallate dai lunghi scoppi di pianto della donna. Giovanna decise che si doveva fare qualcosa per costei e convinse Oreste e il professore ad accompagnarla all’indirizzo di Adeela. Seppero così che la donna aveva due figli: il piccolo Abdul e il più grandicello Amir che stava morendo al Gemelli per una malattia rara. Il marito, Ahmad, ingiustamente accusato di terrorismo, aveva dovuto darsi alla latitanza.

A contatto con l’esperienza del dolore, il professore scende dalle nuvole teoriche che fino a quel momento gli erano servite da alibi al disimpegno, e si butta in quell’avventura che inizialmente aveva accolto con riluttanza. Si affeziona ai due bambini che lo chiamano “Il Mago” per i semplici giochi di prestigio con cui li intrattiene, e si lascia coinvolgere fino in fondo nel dramma di Adeela e di Ahmad.

La narrazione prende un ritmo quasi da thriller quando racconta le peripezie per far uscire Ahmad dalla Turchia, mentre l’occhiuto prefetto Marini non si rassegna a essere stato scavalcato.

Il libro di Belardinelli affronta temi importanti: immigrazione e accoglienza, identità culturale e multiculturalismo, sicurezza e libertà, burocrazia e iniziativa personale, imperativi etici e osservanza della legge. Un romanzo ben costruito e avvincente che sta a significare che la letteratura va oltre la sociologia e la filosofia.

Certo, il professore, Giovanna e Oreste non hanno risolto i grandi problemi, si sono occupati, ma fino in fondo, di un caso particolare. «Perché», dice Oreste, «non sempre ciò che ci dicono le nostre idee è compatibile con la realtà. Specialmente quando sono idee giuste. L’importante è che l’impossibilità di fare tutto quello che riteniamo giusto non diventi un pretesto per non fare nulla».

Cesare Cavalleri, «La magia di Belardinelli in un romanzo impegnato», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 20.

Libri – Romanzo/4 – Dante Troisi, il giudice con il loden che scriveva romanzi di meditazione

Dante Troisi

Moriva trent’anni fa l’autore avellinese. Nelle sue opere indagava il rapporto tra le ingiustizie di ogni tipo e la legittima aspirazione alla dignità morale

Trenta anni fa – il 2 gennaio 1989 – moriva lo scrittore avellinese Dante Troisi; era nato nel 1920. Lo ricordo a Roma quando lo vedevo avvolto nel suo loden, il viso coperto dagli occhiali scuri e due grandi baffi.

Forse a tanti lettori il suo nome dice poco; nella grande geografia letteraria del secondo dopoguerra, pur tuttavia egli ebbe il suo ruolo non indifferente, nella creazione di tematiche e di problematiche che allora erano ancora accennate e soffuse. Già negli anni Cinquanta – quando erano ancora di là da venire tutti i romanzi e gli sceneggiati televisivi di gialli e polizieschi con a capo Commissari più o meno originali, il suo romanzo Diario di un giudice (1955) aprì una serie di romanzi-requisitoria che poi avrebbe avuto tanti autori. Oggi potremmo ricordare i romanzi di un magistrato-scrittore vivente come Alfonso Sabella Cacciatori di mafiosi e Roma infetta.

Per l’uomo e il giudice Troisi (si era dimesso dalla Magistratura nel 1974) è stata fondamentale una continua ricerca e testimonianza del rapporto tra le ingiustizie di ogni tipo e la legittima aspirazione alla dignità morale, alla fedeltà agli ideali, a vivere secondo coscienza.

Troisi in uno stile asciutto, secco, diaristico, denuncia la squallida carriera di un giudice, deformato dalla ambizione della carriera e dalla paura del sistema opprimente. In tal senso lo scrittore si fece portavoce della difficoltà dell’uomo contemporaneo di vivere secondo gli ideali della verità e della moralità, nelle pagine di altri romanzi quali L’odore dei cattolici, L’inquisitore dell’interno sedici, La Sopravvivenza, La finta notte… Sono romanzi intrecciati in monologhi-dialoghi che sulla scia di citazioni bibliche – dei profeti e di San Paolo in modo particolare – cercano di penetrare nel mistero del Bene e del male, dell’iniquità in uno sdoppiamento di personaggi che rende la lettura impegnativa e al tempo stesso suggestiva. Sono romanzi “pensosi”, romanzi “meditazione”.

La Sopravvivenza (1980) in modo particolare è costruito sulla base di monologhi e di dialoghi tra Anna morente e Daniele destinato a sopravvivere; presenta un rapporto sofferto, quasi morboso, tra i due e con Dio, l’Incognito, ricercato caparbiamente; si definirebbe un romanzo-frammento, reso tale dall’accostamento più che di fatti, di sentimenti, espressi o accennati, repressi, suscitati, sul filo della immaterialità.

Anche la Finta notte di quattro anni più tardi (1984) rientra nella personale biblioteca di Troisi, come un romanzo «di difficile lettura», così come osservava il suo maggiore critico Carmine Di Biase, prete salesiano e docente universitario: «L’ansia religiosa del libro – la parte più calaminante, perché è la più vera e sofferta, quanto più sembra tramata in chiave surreale, in dominate forme che conoscono la sospensione e l’evocazione in metri stilistici, nuovi e intensi – è appunto nella tensione all’Assoluto, per spiegare il quotidiano e la storia».

Così va ricordato il giudice-scrittore: avvolto nel suo lungo loden nella modestia del suo comportamento, incontro alle intuizioni letterarie di grandi passioni morali.

Vincenzo Arnone, «Dante Troisi, il giudice con il loden che scriveva romanzi di meditazione», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 20.

Libri – Letteratura/6 – All’origine del mondo con l’Enea di Heaney

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Il poeta irlandese rilegge il libro sesto del celebre poema epico di Virgilio: il viaggio agli inferi diventa allora la metafora della ricerca del principio e del senso ultimo delle cose da parte dell’uomo di ogni tempo

«Giorno e notte la porta del nero Plutone è aperta. / Ma ritornare indietro, risalire all’aria, / questo è il vero compito, la vera impresa», sancisce la Sibilla di Cuma a Enea, che le implora l’accesso al regno di Ade, per rivedere l’anima del padre. In questi versi tratti da Il ramo d’oro (in Veder cose), Heaney rivela lo scopo vero e profondo, finale, di ogni autentico viaggio, ogni autentica impresa: il ritorno.

La poesia di Heaney è scavo sotto la superficie della terra, racconto di una ricerca che nel mondo fossile rivela la vita del passato, i legami tra i vivi e i morti, tra gli antenati e i presenti. La sua discesa agli inferi è, modernamente, discesa paleontologica all’origine della specie e della vita, ma anche, secondo un modulo antico, accesso alla forza radiante degli elementi, al loro nudo magnetismo, al lucore del fango, alla lucentezza della pietra, alla sofficità dell’argilla, allo splendore del buio.

Straordinario l’incontro con Virgilio: non solo quello delle Georgiche, in cui l’irlandese Heaney vede il modello primigenio della poesia della terra e dei suoi prodigi: nella cura delle piante, negli innesti virgiliani, Heaney scopre il mondo antenato della campagna irlandese con le sue sorgenti, le pozze d’acqua vivente e sprigionante ninfe dai canali e dai tubi.

Ma decisiva la sua lettura dell’Eneide, il poema del ritorno, dell’esilio che fonda rinascita, del dialogo con le ombre dei padri e degli antenati.

Heaney trova in Virgilio la necessità di mettere in comunicazione il sottosuolo (della memoria inconscia, degli antenati, della caverna, della voce), con il mondo in superficie: amore, guerra, storia, accadimenti. Scava con la vanga per cercare la linfa e il segreto dell’erba, scende agli inferi per trovare l’ombra degli umani.

Heaney allora traduce il Libro Sesto del poema, quello del viaggio agli inferi di Enea, alla ricerca dell’ombra del padre, del segreto della rinascita, del Ramo d’Oro…

Il personaggio di Enea riassume gli elementi costitutivi della ricerca poetica di Heaney, il riannodarsi della tradizione attraverso la visita ai morti; il ritrovamento della dignità irripetibile della persona; la costruzione di un’etica del rispetto e dell’ammirazione per questa sorgente inesauribile di bellezza. Il mondo dei viventi deve conoscere gli esiti del viaggio nel regno infero, nel dominio di ciò che in superficie appare ignoto. Heaney dice molto sulla natura e la ragione della sua opera: un viaggio per amore, scrive di Enea e traduce Virgilio pensando al proprio padre, morto come allora quello dell’eroe, un viaggio nel profondo per risalire e comunicare alla luce. L’amore, la pietà è il moto originario dell’atto poetico, lo scavo, l’immersione nella terra, fino al buio, il suo movimento, la sua azione.

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Novalis pensava al poeta come a un minatore capace di trovare nell’oscurità delle viscere le gemme splendenti dei segreti più miracolosi dell’essere, Heaney affonda la vanga verso l’origine perché l’amore, essendo per natura insostenibile, ci forza a cercare dove non conosciamo, a andare oltre, poiché scavare è un atto stoico di speranza, significa credere che sotto ci sia qualcosa, che l’opera non debba mai cessare e la ricerca debba comunque continuare.

La pubblicazione di Séamus Heaney, Eneide, libro VI da parte di Il ponte del sale edizioni (pagine120, euro 18), è importante.

Traduzione da una traduzione: certo: io penso con Bonnefoy (alla poesia di Heaney e alla mia profondamente legato), che la traduzione di un poeta possa divenire nuova poesia. Leggendo il Virgilio di Heaney ne abbiamo prova. Qui, nel volume curato da Marco Sonzogni, con le felici traduzioni di Leonardo Guzzo e Giovanna Iorio, noi leggiamo un Libro Sesto di Heaney, autonomo per dedizione al maestro, non per indisciplina, e quindi la traduzione italiana del Virgilio di Heaney, diversa da ogni esistente o possibile traduzione italiana di Virgilio. Miracolo dell’incessanza generante e generosa della poesia.

Roberto Mussapi, «All’origine del mondo con l’Enea di Heaney», in “Avvenire”, giovedì 3 gennaio 2019, p. 22.

Foto: La bocca dell’Inferno e la nave di Caronte con la Sibilla cumana ed Enea del pittore Jacob Isaacsz van Swanenburg (Collezione privata, Svizzera). In basso, il poeta irlandese Séamus Heaney (1913-2013)

Libri – Storia 10 – In un libro di Franck Trentman. Una storia critica del consumismo

Consumismo

Se non si verificherà presto una rivoluzione culturale che ci liberi dalla dipendenza da acquisto e consumo rischieremo davvero di sommergere l’intero pianeta di rifiuti

Negli ultimi secoli l’acquisto e il flusso delle cose, in poche parole il consumo, sono diventati la caratteristica peculiare della nostra stessa civiltà. Vi sono stati però periodi storici in cui le persone hanno trovato il proprio senso di identità con modalità diverse, cioè svolgendo ruoli che, nelle diverse epoche, hanno assunto una posizione dominante in grado di definire una società e la sua cultura. Ad esempio nel medioevo la civiltà cortese dei cavalieri e dei servi della gleba, oppure nel XIX secolo l’industrializzazione, che diede origine a una società divisa tra capitalisti e salariati. Oggi, anziché guerrieri o lavoratori siamo più che mai definiti dal nostro essere consumatori. Trentman, nel libro L’Impero delle cose, come siamo diventati consumatori (Torino, Einaudi, 2017, pagine XXXII-944, euro 40), racconta il progresso globale delle merci dal XV secolo sino alla recente rinascita dei mercati asiatici, ovvero la storia che sta dietro i nostri consumi.

Il libro inizia con un’immagine che va dritta al cuore della questione, cioè l’affermazione che un normale cittadino tedesco possiede nella sua casa qualcosa come diecimila oggetti, qualcosa di impensabile solo qualche generazione fa. Ma non è ovviamente solo una peculiarità tedesca. Un comico americano recentemente diceva che siamo indotti ad acquistare case sempre più spaziose non per maggiore comodità, ma per trovare posto per le cose che accumuliamo.

Tra i fattori che hanno consentito la nascita del consumo di massa c’è certamente l’aumento del reddito disponibile, in questo l’urbanizzazione è stata determinante. Se il villaggio poteva vantare una fucina e un fabbro, nelle città c’erano intere strade ric-che di negozi e uffici di professionisti, mille occasioni di occupazione. Ed è con la scoperta delle Americhe che si è verificata un’espansione esponenziale nel commercio estero, che ha portato alla circolazione di prodotti destinati a un consumo quotidiano fino ad allora sconosciuti, come tè, cioccolato, zucchero e tabacco, per la prima volta nelle grandi città europee. E se all’inizio prodotti come il caffè erano consumati da una cerchia ristretta di persone, in pochissimo tempo arrivarono a raggiungere le grandi masse.

Altrettanto importanti nel processo che ha contribuito a renderci dei consumatori è stata la nascita dei luoghi privilegiati del consumo, cioè i grandi magazzini e supermercati, che hanno dominato la scena degli ultimi anni, diventando addirittura l’icona stessa della modernità. E poi il momento cruciale in cui nelle nostre abitazioni entrarono acqua corrente, gas, elettricità, che hanno modificato le nostre abitudini per sempre creandone delle nuove, come ad esempio l’acquisto di macchine per l’uso domestico: lavastoviglie, lavatrice, microonde.

Il consumismo non ha sempre avuto vita facile. I governi nel passato hanno cercato più volte di mettergli freno, in quanto a lungo associato a un’idea di spreco. In Inghilterra, per esempio, Giacomo I ha provato a vietare il tabacco e Carlo II voleva chiudere tutti i caffè. In tutta Europa le leggi suntuarie proibivano alle classi inferiori di acquistare vestiti costosi. Molti paesi vietarono addirittura le importazioni.

Tra il XVII e il XX il termine consumo subì una metamorfosi, passando dal significato negativo di deperimento e distruzione a un’accezione positiva. Gli analisti economici del XVII secolo presero a sostenere che l’acquisto di beni e servizi non solo soddisfaceva i desideri individuali, ma arricchiva le nazioni allargando il mercato per produttori e investitori.

I paladini del consumo ebbero successo soprattutto nell’America degli anni Settanta, liberisti di stampo classico che individuarono nella “libertà di scelta” il fondamento stesso della democrazia e della prosperità. I cittadini avrebbero dovuto avere il diritto di seguire le proprie preferenze e fare le proprie scelte senza che autorità alcuna potesse indicare loro ciò che poteva essere buono o cattivo. Essere liberi di scegliere era non a caso proprio il titolo di un bestseller scritto da Milton e Rose Friedman nel 1979.

Infatti proprio negli anni Settanta e Ottanta cominciò a emergere un clima favorevole ai consumi e di conseguenza al piacere in sé. Lo shopping non era più considerato un’attività frivola, ma poteva perfino svolgere una funzione di emancipazione per la donna, per esempio offrendo la possibilità di crearsi nuovo senso di identità e di presenza pubblica.

E non mancarono antropologi che presero a suggerire che gli acquisti erano in fondo esperienze sociali profondamente significative e non semplici atti di insensato accumulo. Le persone, in poche parole, esprimevano se stesse attraverso il possesso dei loro beni.

Trentmann, nonostante si dichiari all’inizio“super partes” nel dibattito, pretendendo di non avere un giudizio morale sulla questione, non riesce a nascondere il fatto che più siamo diventati consumatori più siamo diventati ansiosi. Così da concludere con una nota a dir poco cupa, cioè avvertendo il lettore che, se non si verificherà presto una rivoluzione di tipo culturale che ci liberi dalla nostra dipendenza dall’acquisto, consu-mo e poi eliminazione delle cose, rischieremo di sommergere l’intero pianeta di rifiuti.

Cristian Martini Grimaldi, «In un libro di Franck Trentman. Una storia critica del consumismo», in “L’Osservatore Romano”, mercoledì 10 gennaio 2018, p. 5.

Libri – Spiritualità 2 – Ritorna in libreria «Il problema della sofferenza» di Clive S. Lewis. Ma se Cristo si fosse sbagliato?

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La morte dell’amata moglie mise a dura prova la sua fede. Ponendolo di fronte al bivio tra un Dio misericordioso e un Dio che ammette il dolore

Non l’aveva certo immaginato, Clive S. Lewis, allorché pubblicò nel 1940 il saggio Il problema della sofferenza, che vent’anni dopo avrebbe toccato sulla propria pelle la violenza del dolore per la perdita della moglie amatissima. L’urto della morte l’avrebbe raccontato in un libretto, Diario di un dolore , pubblicato nel 1961 (in Italia da Adelphi nel 1990), in cui il grande scrittore cristiano si mette a nudo e con durezza descrive la propria reazione dinanzi a un evento per lui lancinante come non mai, tale da scuotere la sua fede.

L’autore delle famose Lettere di Berlicche, docente di letteratura inglese e medievista, scrittore anche di fantascienza (a lui si devono le Cronache di Narnia), convertito dall’ateismo al cristianesimo anglicano e da allora fervido apologeta, si rivela davvero inconsolabile giungendo come Giobbe a sfidare Dio.

Capace di scrivere frasi come: «Persone di buon cuore mi hanno detto: “È con Dio”. Almeno in un certo senso, questo è certissimo. Essa è, come Dio, incomprensibile e inimmaginabile»; oppure di porsi domande ardite, quasi blasfeme, quali: «È razionale credere in un Dio cattivo? O comunque, in un Dio tanto cattivo? Il Sadico Cosmico, l’idiota malevolo?»; e ancora: «Abbiamo Cristo, ma se si fosse sbagliato?». La sua fede è insomma messa a dura prova e si rivela tutt’altra cosa che una consolazione a buon mercato.

Di Lewis, che fu molto legato aTolkien, l’editrice Morcelliana ripropone ora il volume Il problema della sofferenza (Brescia, 2017, pagine 170, euro 14) e giustamente Andrea Aguti nella prefazione constata che «per il credente l’esperienza del dolore è ancora più temibile che per il non credente, perché significa anche l’esperienza del silenzio di Dio». È singolare fra l’altro che negli ultimi anni siano stati pubblicati diversi volumi in cui scrittori di varia estrazione, dall’americana Joyce Carol Oates (Storia di una vedova, Bompiani2013) all’inglese Julian Barnes (Livelli di vita, Einaudi 2013, da cui è stato tratto un recente buon film, L’altra metà della storia) e all’ungherese Sandro Marai (L’ultimo dono, Adelphi 2009), si confrontano con la morte del proprio coniuge, dovuta a malattia o a morte improvvisa. E per tutti, credenti e non, il tormento pare non finire mai. Tanto che l’autore delle Braci, rimasto solo a Los Angeles, preferirà togliersi la vita piuttosto che continuare a soffrire.

La questione della teodicea, che pure in The Problem of Pain era un caso serio da dirimere (la possibilità di conciliare l’esistenza di un Dio onnipotente e buono con il male del mondo, i tanti mali fisici e morali che ci affliggono), quando la morte ci colpisce sembra solo un gioco intellettuale e non ci aiuta più di tanto.

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Foto: Marc Chagal, «Il giardino dell’Eden» (1974)

Se ci sembra rilevante ancor oggi il saggio di C.S. Lewis, più che per le pagine sul dolore, è per quelle dedicate all’aldilà. Egli giunge quasi a non accettare la possibilità della dannazione eterna: «Al proposito divino di redimere il mondo – scrive – non è certo segua un buon risultato nelle anime singole: alcuni non saranno redenti. Questa è la dottrina cristiana che io vorrei abolire dal cristianesimo, se potessi!». Una dottrina che mal si concilia con un Dio così misericordioso da farsi uomo e morire per noi, eppure Lewis arriva ad ammettere che è proprio la bontà di Dio, l’aver creato esseri liberi e non schiavi a far sì che Lui stesso si sottometta alla possibilità della sconfitta, cioè il rifiuto dell’uomo e perciò la sua condanna: «Essi non vogliono essere perdonati».

Bellissimo il capitolo sul paradiso, un luogo in cui non esiste la proprietà ma permane l’individualità: «Se tutti avessero esperienza di Dio alla stessa maniera, il canto della Chiesa trionfante non sarebbe una sinfonia, sarebbe come un’orchestra in cui tutti gli strumenti suonassero la stessa nota». Le persone sono eternamente diverse, unite solo dalla disponibilità a donarsi all’altro :«Ogni anima sarà eternamente impegnata a dare a tutte le creature sue simili ciò che riceve». È la logica della solidarietà realizzata che domina il paradiso. Temi che Lewis affronta anche nell’epistolario con don Luigi Calabria, appena ripubblicato da Jaca Book (Una gioia insolita) e recensito in queste pagine.

Curioso infine quanto dice Lewis sugli animali: a suo parere saranno presenti nell’aldilà come compagni dell’uomo, mentre Jacques Maritain negava recisamente questa possibilità. Per il filosofo francese il paradiso che tutti desideriamo come meta è ben diverso dall’immagine che ci siamo fatti pensando al paradiso terrestre, con Adamo ed Eva in compagnia di animali e piante.

A suo parere però – scrive in un libretto intitolato Le cose del cielo in Italia edito da Massimo nel 1996 – «la creazione non subirà alcuna perdita perché tutto ciò, i nostri cari paesaggi verdeggianti, il diletto campionario di bestie piccole e grandi, continuerà a vivere in eterno nella memoria dei beati». Qualcuno, animalisti in primis, rimarrà deluso per la prospettiva dell’assenza di questa natura meravigliosa, idea che Maritain riprende da Tommaso d’Aquino. Per Lewis al contrario «l’uomo conoscerà il suo cane e il cane conoscerà il suo padrone e, conoscendolo, sarà se stesso».

Roberto Righetto, «Ma se Cristo si fosse sbagliato? Ritorna in libreria “Il problema della sofferenza” di Clive S. Lewis», in “L’Osservatore Romano”, mercoledì 10 gennaio 2018, p. 4.

Foto di apertura: Clive Staples Lewis

Libri – Classici/2 – Erasmo da Rotterdam, il galateo prima di monsignor Della Casa

Classici2

Torna in libreria un trattato del grande pensatore ideato per introdurre alle buone maniere il giovane Enrico di Borgogna. Con spirito moderno e tanta saggezza

Ah, le buone maniere! Com’è bello avere a che fare con persone educate, giovani che non tengono la mano sinistra in tasca mentre porgono la destra per salutare, che non prendono l’iniziativa di darti del tu, che ti lasciano il margine interno del marciapiedi, che non ti cedono il passo entrando o uscendo dal bar, ma passano per primi facendo strada davanti a te!

Il problema di insegnare il bon ton ai ragazzi non è di oggi: se ne sono occupati, tra gli altri, lo pseudo-Plutarco, Quintiliano, Petrarca, Leon Battista Alberti, Enea Silvio Piccolomini, Vittorino da Feltre. A dire il vero, oggi si nota un certo risveglio di interesse per la buona educazione, perché la troppa informalità, la goffaggine, la trasandatezza finiscono per venire a noia.

Giunge opportuna, dunque, la pubblicazione del trattatello di Erasmo da Rotterdam Le buone maniere dei ragazzi, a cura di Giulio Cesare Maggi, con testo latino a fronte ( De civilitate morum puerilium, La Vita Felice, pagine 112, euro 8). Il piccolo libro, dedicato al dodicenne principe Enrico di Borgogna, è del 1530, quindi precede di ventott’anni l’ipercelebre Galateo di monsignor Della Casa.

Diciamo subito che l’angolazione degli argomenti è perfetta, moderna perché senza tempo, improntata com’è all’understatement, alla non ostentazione del proprio rango e dei propri gusti: come si dice oggi, beneducato non è chi non versa la salsa sulla tovaglia (può capitare a tutti), ma chi, quando un commensale versa la salsa sulla tovaglia, non lo fa notare (a proposito: quando si è invitati a pranzo, non si chiede il sale perché il gesto sottintenderebbe che il cibo non è stato cucinato a gusto o a dovere).

Naturalmente, Erasmo suggerisce comportamenti che oggi non usano più. Per esempio, «se ti capita di starnutire in presenza d’altri, è buona norma girarsi di fianco, facendosi al contempo il segno della Croce: sarà buona cosa, poi, levarsi il cappello per scusarsi e per ringraziare coloro tra i presenti che ci hanno augurato “Salute”». Oggi questo devoto rituale è superato, e non si augura “Salute”: oggi lo starnuto, come ogni altro rumore corporale, semplicemente non lo si sente.

Erasmo invita a tagliare il pane «correttamente» con il coltello, cosa oggi vietata: il pane lo si sminuzza sempre con le mani.

Il tono del grande umanista è spiritoso, brillante: «Certe persone, sedendosi, tendono ad accavallare le gambe; altre, stando in piedi, le incrociano come fossero una lettera X: ciò esprime nei primi un certo grado di ansia, negli altri di stupidità»; «Si dovrebbe bere la prima volta dopo la seconda portata, e poi alla fine del pasto, sorseggiando adagio e non buttando giù in un colpo il contenuto del bicchiere, evitando il rumore che fa il cavallo quando si abbevera».

Ci sono anche accenni etnici: «Bisogna avere cura della pulizia dei denti, evitando però di renderli bianchi con la polvere come fanno le fanciulle, né utilizzando il sale o la polvere di allume, che infiammano le gengive, e ancora meno strofinarli con l’urina, come è uso tra gli Spagnoli» (quest’ultima non la si era mai sentita). Vietato anche «alzare continuamente le spalle come usano fare alcuni italiani».

La traduzione di Giulio Cesare Maggi è eccellente, talvolta con piccoli tributi al politicamente corretto: «Non è per niente una bella cosa guardare una persona tenendo un occhio chiuso: così significa rendersi orbi da sé stessi? Lasciamo questo modo di fare ai tonni e a certe categorie di operai». Nell’originale gli operai sono presi in blocco, lasciando sottintesa la selezione: «Eum gestum thynnis ac fabris relinquamus».

Conclusione: «Considero segno fondante di un’educazione raffinata e di un comportamento ineccepibile il saper scusare gli errori degli altri e non dimostrare meno affetto a un amico se si comporta in maniera goffa. E, se un amico commette un errore di una certa importanza, è meglio farglielo notare con garbo e in privato».

Cesare Cavalleri, «Erasmo da Rotterdam, il galateo prima di monsignor Della Casa», in “Avvenire”, mercoledì 10 gennaio 2018, p. 23.