Libri – Quelle lettere che rivelano l’anima di Tolkien

Tolkien

Bompiani pubblica in una nuova edizione curata da Gammarelli le missive scritte fra il 1914 e il 1973 in cui lo scrittore confrontandosi con familiari e conoscenti scopre se stesso

Il 25 ottobre 1958 J.R.R.Tolkien scrivendo a Deborah Webster si dichiara «contrario alla tendenza attuale della critica, con il suo eccessivo interesse per i dettagli delle vite degli autori e degli artisti. Questi non fanno altro che distogliere l’attenzione dalle opere di un autore (se le opere sono degne di attenzione), e finiscono, come si può spesso constatare, per costituire il motivo principale di interesse. Ma solo l’angelo custode di ognuno di noi, oppure Dio stesso, è in grado di svelare la vera relazione che c’è tra i fatti personali e le opere di un autore».

A rincarare la dose, in una lettera a Peter Szabo dell’ottobre 1971 aggiunge: «Una delle mie più radicate convinzioni è che investigare sulla biografia di un autore sia un modo inutile e sbagliato di accostarsi alle sue opere e specialmente ad un’opera di arte narrativa, di cui lo scopo, proclamato dall’autore, era quello di divertire» ma nonostante tutti questi avvertimenti nel 1981, neanche dieci anni dopo la morte dello scrittore, ben 354 delle sue lettere, tra cui le due sopra citate, furono date alla stampa grazie alla cura di Humphrey Carpenter, già biografo di Tolkien, e del figlio Christopher che se da una parte trasgredì ai desideri del padre dall’altra fece forse il regalo più bello ai (milioni di) lettori de Il signore degli anelli.

In Italia le lettere arrivarono nel 1990 grazie all’editore Rusconi che le pubblicò col titolo La realtà in trasparenza riconfermato nell’edizione Bompiani del 2001 che il 3 gennaio ha mandato in libreria una nuova edizione in occasione del 126° anniversario della nascita di Tolkien questa volta con una nuova traduzione e il vecchio titolo originale: Lettere 1914/1973.

Un 2018 che inizia nel migliore dei modi per i fan di Tolkien che da anni lamentavano ad un tempo la scomparsa delle lettere dalla scena editoriale e le imperfezioni della precedente traduzione. A prendersi l’onere dell’impresa è stato il romano Lorenzo Gammarelli, saggista e traduttore in forza alla Aist, l’Associazione italiana di studi tolkieniani (l’eccellenza nel settore per quanto riguarda il nostro paese) che di Tolkien ha già brillantemente curato le edizioni italiane del Cacciatore di draghi e del Fabbro di Wootton Major e tradotto il volume critico Tolkien e la Grande Guerra di John Garth.

Sessant’anni del ’900 raccontati attraverso la corrispondenza epistolare dello scrittore più letto al mondo: due guerre mondiali, un matrimonio, quattro figli e tante storie di amicizia, a partire da quella con C.S.Lewis, ma soprattutto una full immersion nella fantastica Terra di Mezzo per la gioia del lettore.

La genesi dell’opera letteraria di Tolkien viene qui offerta grazie alla lente singolarissima delle lettere che l’autore spedisce ai tanti che gli chiedono in merito ai suoi scritti. Già nella prima missiva, spedita alla fidanzata Edith nell’ottobre del 1914, il giovane John di 22 anni rivela l’amore per le antiche saghe (il Kalevala finnico) e l’intenzione di scrivere racconti «sul tipo dei romanzi di Morris con brani di poesia in mezzo». Ma sono soprattutto le lettere al figlio Christopher ad essere le più preziose perché scritte durante la stesura de Il signore degli anelli sottoposto all’attenzione del giovane nel suo ruolo di figlio-pubblico-lettore-critico.

È grazie all’interlocuzione con i suoi destinatati che Tolkien rilegge le sue opere e diventa lettore e critico di se stesso, regalandoci preziose chiavi di lettura del suo complesso corpus narrativo, come nel caso della lettera del 2 dicembre del 1953, scritta all’amico padre gesuita Robert Murray in cui ammette che: « Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione». È Tolkien stesso che scopre qualcosa di nuovo nella sua opera, così come faranno i lettori oggi grazie a questa nuova edizione delle lettere di uno scrittore schivo quanto geniale che in realtà voleva solo «divertire».

Andrea Monda, «Quelle lettere che rivelano l’anima di Tolkien», in “Avvenire>”, sabato 13 gennaio 2018, p. 20.

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Lettere 7 – Il valore di un libro? Molto più del semplice prezzo di copertina

Lettere

Perché, si chiede un lettore, anche gli editori non fanno i saldi? Quando si parla di lettura – osserviamo – l’elemento economico rimane rilevante, ma non è così decisivo come normalmente si crede

Gentile direttore, le statistiche sono veramente impietose. Sentenziano che gli italiani leggono poco o quasi nulla. Non sarebbe il caso, in questo periodo di saldi, che pure gli editori offrano ai potenziali lettori sconti oscillanti dal 30 (sui libri dell’ultimo quinquennio) al 75 per cento (sui remainder) per invogliare la gente alla lettura?

Cordiali saluti.

Claudio Villa, Vanzago (Mi)

Caro signor Villa,

il direttore mi invita a risponderle e io lo faccio volentieri. Dal 2011 è in vigore in Italia la cosiddetta “legge Levi”, in base alla quale al prezzo di copertina dei libri non può essere applicato uno sconto superiore al 15%. In assenza di questa norma, le maggiori catene librarie, la grande distribuzione organizzata e il commercio on line si troverebbero in una posizione di eccessivo vantaggio rispetto alle librerie indipendenti, il cui margine di guadagno è pari appunto al 30%.

Nonostante questo, le promozioni periodiche non mancano e non è raro che, su iniziativa dell’editore, un titolo appena pubblicato venga proposto con il massimo sconto consentito. Quanto ai remainder e al mercato dei libri di seconda mano, i prezzi sono già molto vantaggiosi e con un po’ di pazienza si riescono a mettere a segno buoni affari.

Certo, molte novità restano dispendiose, eppure questo non impedisce che le classifiche dei best seller siano occupate da volumi più costosi di altri, ma che in quel momento riescono a imporsi all’attenzione del pubblico. Più che il costo in sé, insomma, è importante il valore che si assegna al libro e, in generale, alla lettura. Non a caso negli ultimi anni, per effetto della crisi, numerosi lettori abituali hanno compensato la ridotta facoltà d’acquisto con il ricorso più frequente al prestito bibliotecario, che ha conosciuto un incremento notevole.

Quando parliamo di lettura, l’elemento economico rimane rilevante, ma forse non è così decisivo come normalmente si crede. Anche dal punto di vista merceologico, il libro è un prodotto molto particolare, che richiede strategie di diffusione più sofisticate del semplice abbassamento dei prezzi. Il rapporto personale con il libraio, il passaparola fra i lettori, la tempestività di un’uscita sono fattori che, pur difficili da inserire in un piano di marketing, possono dare risultati molto apprezzabili anche in una fase delicata come l’attuale.

Alessandro Zaccuri, «Il valore di un libro? Molto più del semplice prezzo di copertina», in “Avvenire”, mercoledì 10 gennaio 2018, p. 2.

Lettere 6 – Leggere l’oroscopo (anche per gioco) è un piccolo atto di sfiducia in Dio

Lettere

Nella fatica e nelle incertezze quotidiane può venire la tentazione di sbirciare in avanti. È qualcosa che si può fare in modo leggero e spensierato, Ma in sostanza vuol dire che dubitiamo che solo il Padreterno abbia in mano la nostra vita, o che sospettiamo che si sia dimenticato di noi

Caro Avvenire,

ogni anno, di questi tempi, si sprecano gli oroscopi e il ricorso di milioni di persone nel mondo a questi “oracoli” per conoscere il futuro che li aspetta. È incredibile il numero elevatissimo degli italiani che ogni giorno si lasciano condizionare dai segni zodiacali. Una grande “macchina da soldi” che sfrutta l’ignoranza e la fragilità della gente. Le previsioni degli astrologi sono autentici flop. Per non parlare di chiaroveggenti, indovini e spiritisti. È evidente che i pianeti e le stelle non influenzano la nostra vita quotidiana e quindi è da sciocchi continuare a coltivare questa insulsa illusione. Nessuno è in grado di sapere che cosa ha in serbo il futuro per noi. Confucio già diceva: «Chi è saggio cerca in se stesso ciò che desidera, mentre l’uomo ignorante lo cerca negli altri». Ricordo un motto latino: «Vulgus (mundus) vult decipi, ergo decipiatur» . (Il popolo – il mondo – vuole essere ingannato, e allora sia ingannato). Ringrazio per la cortese attenzione e porgo molti cordiali saluti.

Franco Petraglia Cervinara (Avellino)

Per qualcuno è un gioco. Soltanto qualche parola ascoltata alla radio al mattino – tendendo l’orecchio, però, per non perdere le previsioni per il proprio segno zodiacale. Per qualcuno è una fede. Esistono trattati, maestri, convegni, corsi, blog di astrologia che esaminano oculatamente aspetti e congiunzioni astrali; che confrontano temi natali di uomini famosi o di momenti storici cruciali, per trarne previsioni per il futuro. Per qualcuno è addirittura una malattia.

Ho visto da vicino una persona colpita da un grave lutto, che si è letteralmente aggrappata all’astrologia. Una donna che si era sentita abbandonata da Dio, e si è rivolta alle stelle. E attendeva non so quali passaggi di Giove o di Urano nel cielo, per sperare in qualcosa che nemmeno lei sapeva: nella fine di quel dolore cieco, o forse in un nuovo inizio. Si alimentava ogni mese di una rivista di astrologia che attendeva con ansia, si rivolgeva a una famosa astrologa che tanto apparentemente era solidale e affettuosa con lei, quanto precisa e avida nell’incassare, alla fine della seduta, il suo compenso. (È terribile, dover pagare per sperare).

Ho visto quella donna invecchiare e, negli anni, attendere ancora, ostinatamente, che le stelle volgessero in suo favore. Qualcosa di drammatico e di terribilmente triste, dentro a una profonda solitudine.

La solitudine è l’humus in cui alligna la fede nelle stelle. Quando non si crede più in Dio, e poco negli uomini, allora è il momento in cui si può consentire ad affidarsi agli oroscopi. Anche se so che molti credenti prestano un orecchio alle previsioni, così, sorridendo, “per gioco”. Perché nella fatica e nelle incertezze quotidiane può venire la tentazione di sbirciare in avanti, di cogliere prima del tempo una buona notizia – di farsi coraggio, insomma, con lo Zodiaco.

È qualcosa che si può fare in modo leggero e spensierato; eppure, se ci pensate, andare a cercare un oroscopo è un piccolo atto di sfiducia in Dio. Vuol dire che dubitiamo che solo lui abbia in mano la nostra vita, o che sospettiamo che si sia dimenticato di noi.

Quanto più grande è l’affidamento filiale di un cristiano. Nella buona e nella cattiva sorte, nella pace e nel dolore, quanto è più umano e vero mettersi nelle mani di Dio, certi che perfino i capelli del nostro capo sono contati – certi del suo disegno buono.

Marina Corradi, «Leggere l’oroscopo (anche per gioco) è un piccolo atto di sfiducia in Dio», in “Avvenire”, martedì 9 gennaio 2018, p. 2.

Lettere 5 – «I grandi sogni, sogni dei poveri». Fraternità motore del cambiamento

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La bella lettera di un giovane lettore, piena di consapevolezza e di desiderio di giustizia dà il «la» all’augurio che dobbiamo saperci fare all’inizio del nuovo anno. Come i cristiani non dovrebbero dimenticare mai, solo la fraternità riconcilia libertà e uguaglianza, le costruisce qui e ora

Caro direttore,

le scrivo per un’urgenza di coscienza, per non lasciarmi imprigionare dall’indifferenza. Fatico oggi a vedere l’umanità in molti uomini. Non voglio sembrare presuntuoso, ma per me umanità è vita ed è complicato trovarla in chi, con slogan e nulla di più, mette a rischio quella di migliaia di persone. All’ingresso del palazzo dell’Onu ci sono i versi del poeta Sa’di Shiraz, che nel XIII secolo scriveva: «Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo,/ sono della stessa essenza./ Quando il tempo affligge con il dolore/ una parte del corpo/ le altre parti soffrono./ Se tu non senti la pena degli altri/ non meriti di essere chiamato uomo».

Oggi tutto sembra capovolto. Chi non merita di essere chiamato e quindi trattato da uomo è chi soffre. È la paura il vero motore della società, ma la paura blocca, induce a costruire muri, chiude i porti e apre le carceri. Per rendersi conto di quanto la paura disumanizzi basta ascoltare il racconto che riesce a fare chi è sopravvissuto al viaggio migratorio. Ma per fare anche solo questo – ascoltare – bisogna abbattere un altro muro eretto dalla paura: il pregiudizio che ci chiude le orecchie e non ci consente di provare compassione per chi abbiamo di fronte.

Malgrado tutto io credo che una soluzione ci sia, non facile ma anzi molto faticosa: accettare che questo mondo di disuguaglianze non possa continuare e quindi, facendo un “mea culpa”, rinunciare alle nostre comodità per andare incontro all’altro. Intendo dire che se oggi noi possiamo vivere così da ricchi è perché da secoli ormai sfruttiamo senza ritegno terre non nostre (prima fra tutte l’Africa), facendo accordi con dittatori da noi messi al governo e facendo finta che l’epoca coloniale sia finita. Capisco bene che non sia possibile, da un giorno all’altro, andarsene da Paesi fino a oggi governati grazie all’appoggio dei nostri eserciti, poiché si creerebbero squilibri geopolitici disastrosi. Il lavoro necessario per ridare dignità senza causare danni è difficile e lungo, e per farlo dovremmo rinunciare noi a qualcosa. Forse se capissimo che chi soffre sono nostri fratelli e non estranei lontani, allora saremmo pronti a provarci.

Sogno anch’io, caro direttore, un cambiamento radicale nella società. Credo anche però che non tutti possiamo sognare così in grande. Io non posso, i ricchi non possono. I poveri sì. Lo dico semplicemente perché, per quanto io possa sognare questo cambiamento, questa “rivoluzione” nel senso più bello e pacifico della parola, in me rimane radicato un attaccamento a tutto il benessere che abbiamo. Un povero invece non può rimanere attaccato ad altro che alla voglia di migliorare la propria vita, a costo di mettere la stessa vita a rischio. Per questo con umiltà ammetto che per cambiare bisogna affidarsi a chi ha meno, ma sogna più in grande. Occorre fare nostro quel sogno.

Emanuele Barani, studente d’ingegneria. Modena

Mi affascinano e mi convincono la saggezza e la speranza della gente semplice e cerco, da una vita, di essere a quell’altezza. Mi piacciono i sogni dei giovani, soprattutto quando coincidono coi sogni di giustizia e di libertà dei più poveri. E mi piacciono, caro amico, i giovani che ragionano come lei, dimostrando di saper fare tesoro delle lezioni di maestri saggi. Credo che lei ne abbia avuto di davvero buoni, e so che alcuni di loro sono missionari della famiglia comboniana.

Mi soffermo su una sua espressione molto importante e che merita una pur rapida riflessione ulteriore: «cambiamento radicale». È vero: la svolta di cui lei parla è assolutamente necessaria. Dobbiamo avviarla subito, per porre fine a una storia di drammatiche e persino vertiginose disuguaglianze che sembrava destinata a finire, almeno nella nostra parte di mondo, e che invece abbiamo ricominciato a scrivere. La sfida che ci sta davanti è perciò grande, ed è duplice: produrre questo cambiamento in modo incruento e renderlo solido e stabile.

Per molti e decisivi anni, nei quali si è strutturato il “modello occidentale” e nei quali ha anche incubato l’attuale era della globalizzazione, abbiano visto darsi battaglia senza quartiere “quelli della libertà” (i mercatisti) e “quelli dell’uguaglianza” (i comuni-sti), poi sono entrati in scena coloro che hanno tentato di riconciliare, in modo più o meno accorto e intelligente, quei due mondi di valori e di concrete scelte politiche resi opposti da ideologie arroganti. Ricette liberal, socialdemocratiche, lib-lab o cristiano-popolari ne sono state il risultato. Dopo la caduta del Muro e la fine dell’impero sovietico, tutto questo sforzo di conciliazione è sembrato inutile. E tutti coloro che ne erano stati artefici o continuatori hanno perso la rotta e addirittura sono arrivati a smarrire il senso della mèta. Sino alla situazione attuale, nella quale sembrano non esserci più medici e ricette per le nostre società ammalate di disuguaglianza e di paura, ma solo guardiani di ferree libertà mercantili, di sregolatezze deliberate per i potenti, di regole arcigne e spesso incomprensibili per i piccoli e i deboli, di stuoli di ciarlatani e di presunti guaritori. Semplifico duramente, ma forse neanche troppo.

Vado al punto. Che cosa manca? Che cosa ci serve per superare individualismo, egoismo, nazionalismo e capitalismo senza rispetto per null’altro che per il profitto? Che cosa può correggere le storture, raddrizzare i torti e cambiare il mondo? Che cosa, insomma, può far crescere l’uguaglianza pur preservando la libertà? La terza, ma in realtà prima, delle tre mète che concepirono gli inventori di quel sogno imperfetto e bello, che a poco a poco abbiamo imparato a chiamare democrazia: la fraternità. Non le fratellanze, le camarille, le cordate, le consorterie… ma la fraternità, il legame – mai solo d’interesse – che sta alla base del grande umanesimo al quale il cristianesimo ha contribuito in modo decisivo a dare anima e che ogni uomo e ogni donna di buona volontà, a ogni latitudine e dentro alle più diverse tradizioni culturali, possono concepire e vivere. Quella fraternità per cui nessun dolore e nessuna gioia degli esseri umani ci sono estranei o indifferenti, e che conduce a organizzare in modo equo le società, nella consapevolezza che o il benessere è anche e prima di tutto esser-bene o non appaga e non dura.

Il nostro mondo ha bisogno di fraternità, e ne ha bisogno proprio adesso. Ne ha bisogno qui, ora, come risposta mite e forte a una insistente predicazione politica e anche religiosa della inconciliabilità delle diverse parti della nostra comune umanità. Ne ha urgenza proprio mentre più assillanti e apparentemente trionfanti si fanno le visioni e le politiche che non si curano delle radici della disuguaglianza, subordinano anche le libertà fondamentali alla sicurezza e liquidano in modo risentito come “buonismo” anche solo il desiderio di riconoscerci fratelli e sorelle e di agire di conseguenza, nella custodia e nella conduzione della nostra casa comune.

Come anche laicamente ci insegnano i grandi Papi che hanno guidato la Chiesa lungo tutto il Novecento e sulle vie aperte dal Concilio, sognare in grande, all’unisono coi più poveri, significa dare al mondo degli uomini e delle donne il senso di una fraternità che rende responsabile la libertà e costruisce la vera uguaglianza. Auguriamocelo. E continuiamo tutti a lavorare per il vero cambiamento nel nuovo anno che ci sta davanti.

Marco Tarquinio, «”I grandi sogni, sogni dei poveri”. Fraternità motore del cambiamento», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 2.

Lettere 4 – Il nome di Gesù rimosso dal Natale. «Scandalo» che dobbiamo trasmettere

Per non dimenticare5

Nella recita a scuola tanti auguri di pace e di amore generico, senza riferimenti al vero senso della Nascita. Ricordiamola noi, allora, la forza di rivoluzione di quel nome, e trasmettiamola ai nostri figli, ben oltre la dolce fiaba cui è spesso ridotto il presepe

Caro Avvenire,

ho letto l’articolo di Umberto Folena su i “Novelli Erodi”, e vorrei riportare un fatto che ho vissuto alla recita di Natale dei miei nipotini, prima e terza elementare, e anche delle altre classi, in occasione delle vacanze natalizie.

Ogni classe ha fatto un canto, i bambini sono stati molto bravi, canzoncine che parlavano di amore, di pace e altri buoni sentimenti, ma non è stata mai pronunciata la parola Gesù Bambino, cioè il vero senso del Natale che si stava festeggiando.

Questo viene giustificato per un presunto rispetto verso i bambini di altre fedi ma, parlando con i genitori di questi bambini, mi hanno risposto che non si sarebbero sentiti offesi se fosse stato cantato il vero significato del Natale, cioè la nascita di Gesù Bambino.

Io mi sono sentita molto amareggiata nel constatare quanta ipocrisia ci sia stata da parte degli insegnanti che hanno preparato la festa.

Una madre di sei figli e dieci nipoti.

Gemma Giannini

Gentile signora Gemma,

in realtà non mi stupisco più di queste sempre più frequenti censure del nome di Gesù dal Natale. Mi ci ero abituata già da anni, quando per lavoro giravo per l’Europa, e in anticipo rispetto a noi trovavo quel nome rimosso, sotto Natale. Ricordo una vigilia di Natale ad Amsterdam, nella città, bellissima, innevata e risplendente di mille luci, uno spettacolo fantastico. Ma in quella festa di luci, al suono quasi ossessivo di Jingle Bells che usciva dai grandi magazzini, era difficile capire che cosa esattamente si festeggiasse, tanto era assente il nome che, come lei dice, è il cuore vero del Natale. Vidi dappertutto renne e Babbi Natale fantoccio inerpicati sulle pareti delle case, ma non mi riusciva di scovare un solo presepe.

Fino a che non mi spinsi alla casa delle sorelle di Madre Teresa, in un quartiere povero e periferico. Lì, la casa non aveva luminarie, e non suonava Jingle Bells. Ma nella cappella c’era un presepe, e una mangiatoia con Gesù Bambino.

Alcune suore lo adoravano in silenzio, in ginocchio. Mi commossi: avevo finalmente trovato il vero Natale di Amsterdam, nella casa in cui ogni giorno si dava da mangiare a decine di senzatetto.

Mi dissi allora: quanto questo nome di Gesù deve essere scandaloso, per venire così tenacemente censurato.

Forse non ce ne accorgiamo nemmeno più noi cristiani, di quanto scandalo porti in sé quel bambino nato in una grotta. Nato da una vergine, figlio di Dio, e già questa sembra una pretesa audace. Nato nella carne per salvarci dal nostro male originario, e forse questo oggi è incomprensibile: in molti non siamo più consapevoli, del nostro male.

Morto, poi, in Croce, sepolto e risorto, per assicurare a noi tutti di risorgere dopo la morte: questo poi a molti suona addirittura come una promessa folle.

Non mi stupisco più se il nome di Gesù viene rimosso. Troppo grande e splendido è l’annuncio legato a quel nome, perché un mondo dimentico e cinico possa tollerarlo. Ricordiamola noi, la forza di rivoluzione di quel nome, e trasmettiamola ai nostri figli, ben oltre la dolce fiaba cui è spesso ridotto il presepe.

Marina Corradi

«Il nome di Gesù rimosso dal Natale. “Scandalo” che dobbiamo trasmettere», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 2.

Lettere 3 – Educare, cioè insegnare a conquistare la vita

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Gentile direttore,

ho letto con interesse l’articolo di Umberto Folena e concordo sulle conclusioni. Abito e lavoro in Svizzera tedesca, per cui noto come l’estremismo sia un fenomeno che come filo rosso collega diverse culture. Fece qui scalpore il caso di quattro minorenni zurighesi scappati per arruolarsi nell’Isis. «Avevamo tutto a disposizione e senza sforzo: sesso, soldi, auto… – dissero – poi qualcuno ci mostrò dei veri valori per cui dare tutto, persino la vita, per conquistarli ». Valori, va detto, che sono assai profondi.

Ecco allora il filo rosso dell’ignoranza che snatura il bisogno profondo in ogni uomo di veri valori. Ignorati i veri valori, relegati magari a disvalori da una società che ti regala tutto, l’animo cerca con vigore quei veri valori. Averli annullati permette a chiunque lo voglia di presentare modi errati per raggiungere tali valori. La violenza è uno di questi modi errati; l’ignoranza è quindi terreno assai fertile per portare in evidenza valori vitali, riducendoli a sciatta ideologia e aprire la porta così a paura e violenza.

Insegnare ai giovani a conquistare la vita, affinché ne scoprano i valori veri e più intimi. Lo faranno comunque, ma occorre ben stare attenti su chi sia la persona che insegna loro il come.

Grazie e cordiali saluti,

Antonio Scettri

Antonio Scettri, «Educare, cioè insegnare a conquistare la vita», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 2.

Lettere 2 – Negozi, centri commerciali e apertura festiva

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Gentile direttore,

lui lavora alla domenica ed è a casa il martedì; anche lei lavora nei festivi e rimane a casa il giovedì e il venerdì; i figli vanno a scuola e naturalmente sono a casa alla domenica. Una famiglia che si ritrova, se è fortunata, a cena e prima di andare a letto. Le vacanze difficilmente si fanno assieme. Sembra sia divenuto indispensabile dedicare la domenica agli acquisti. La vera differenza sta che alla domenica anziché andare in pochi minuti nel negozio sottocasa o dei centri storici, si ha il tempo, che manca nei giorni feriali, per recarsi nei centri commerciali. Risultato: durante la settimana i negozi sono deserti; aumentano i consumi ma solo nelle grandi strutture; chiudono i negozi di prossimità che non dispongono di una clientela sufficiente per sopravvivere. In gioco ci sono gli equilibri, in questo caso commerciali e di vita sociale, che spingono a favore dei profitti dei grandi gruppi a spese di molte piccole imprese diffuse sul territorio e che garantiscono servizi e vita nei centri storici anche minori.

Si deve perseguire invece una distribuzione equilibrata, dove coesistano poche grandi strutture e molti piccoli negozi; dove i nuovi centri commerciali non facciano morire le città e sparire le piccole attività e con esse un tessuto diffuso e capillare di relazioni economiche e sociali.

Facciamo che l’apertura domenicale sia un’eccezione e non la regola. In fondo, mentre è necessario anche nei festivi garantire almeno in parte le emergenze è proprio necessario comperare alla domenica una camicetta?

Sabino Frare – Nervesa della Battaglia (TV)

«Negozi, centri commerciali e apertura festiva», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 2.