Lettere 5 – «I grandi sogni, sogni dei poveri». Fraternità motore del cambiamento

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La bella lettera di un giovane lettore, piena di consapevolezza e di desiderio di giustizia dà il «la» all’augurio che dobbiamo saperci fare all’inizio del nuovo anno. Come i cristiani non dovrebbero dimenticare mai, solo la fraternità riconcilia libertà e uguaglianza, le costruisce qui e ora

Caro direttore,

le scrivo per un’urgenza di coscienza, per non lasciarmi imprigionare dall’indifferenza. Fatico oggi a vedere l’umanità in molti uomini. Non voglio sembrare presuntuoso, ma per me umanità è vita ed è complicato trovarla in chi, con slogan e nulla di più, mette a rischio quella di migliaia di persone. All’ingresso del palazzo dell’Onu ci sono i versi del poeta Sa’di Shiraz, che nel XIII secolo scriveva: «Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo,/ sono della stessa essenza./ Quando il tempo affligge con il dolore/ una parte del corpo/ le altre parti soffrono./ Se tu non senti la pena degli altri/ non meriti di essere chiamato uomo».

Oggi tutto sembra capovolto. Chi non merita di essere chiamato e quindi trattato da uomo è chi soffre. È la paura il vero motore della società, ma la paura blocca, induce a costruire muri, chiude i porti e apre le carceri. Per rendersi conto di quanto la paura disumanizzi basta ascoltare il racconto che riesce a fare chi è sopravvissuto al viaggio migratorio. Ma per fare anche solo questo – ascoltare – bisogna abbattere un altro muro eretto dalla paura: il pregiudizio che ci chiude le orecchie e non ci consente di provare compassione per chi abbiamo di fronte.

Malgrado tutto io credo che una soluzione ci sia, non facile ma anzi molto faticosa: accettare che questo mondo di disuguaglianze non possa continuare e quindi, facendo un “mea culpa”, rinunciare alle nostre comodità per andare incontro all’altro. Intendo dire che se oggi noi possiamo vivere così da ricchi è perché da secoli ormai sfruttiamo senza ritegno terre non nostre (prima fra tutte l’Africa), facendo accordi con dittatori da noi messi al governo e facendo finta che l’epoca coloniale sia finita. Capisco bene che non sia possibile, da un giorno all’altro, andarsene da Paesi fino a oggi governati grazie all’appoggio dei nostri eserciti, poiché si creerebbero squilibri geopolitici disastrosi. Il lavoro necessario per ridare dignità senza causare danni è difficile e lungo, e per farlo dovremmo rinunciare noi a qualcosa. Forse se capissimo che chi soffre sono nostri fratelli e non estranei lontani, allora saremmo pronti a provarci.

Sogno anch’io, caro direttore, un cambiamento radicale nella società. Credo anche però che non tutti possiamo sognare così in grande. Io non posso, i ricchi non possono. I poveri sì. Lo dico semplicemente perché, per quanto io possa sognare questo cambiamento, questa “rivoluzione” nel senso più bello e pacifico della parola, in me rimane radicato un attaccamento a tutto il benessere che abbiamo. Un povero invece non può rimanere attaccato ad altro che alla voglia di migliorare la propria vita, a costo di mettere la stessa vita a rischio. Per questo con umiltà ammetto che per cambiare bisogna affidarsi a chi ha meno, ma sogna più in grande. Occorre fare nostro quel sogno.

Emanuele Barani, studente d’ingegneria. Modena

Mi affascinano e mi convincono la saggezza e la speranza della gente semplice e cerco, da una vita, di essere a quell’altezza. Mi piacciono i sogni dei giovani, soprattutto quando coincidono coi sogni di giustizia e di libertà dei più poveri. E mi piacciono, caro amico, i giovani che ragionano come lei, dimostrando di saper fare tesoro delle lezioni di maestri saggi. Credo che lei ne abbia avuto di davvero buoni, e so che alcuni di loro sono missionari della famiglia comboniana.

Mi soffermo su una sua espressione molto importante e che merita una pur rapida riflessione ulteriore: «cambiamento radicale». È vero: la svolta di cui lei parla è assolutamente necessaria. Dobbiamo avviarla subito, per porre fine a una storia di drammatiche e persino vertiginose disuguaglianze che sembrava destinata a finire, almeno nella nostra parte di mondo, e che invece abbiamo ricominciato a scrivere. La sfida che ci sta davanti è perciò grande, ed è duplice: produrre questo cambiamento in modo incruento e renderlo solido e stabile.

Per molti e decisivi anni, nei quali si è strutturato il “modello occidentale” e nei quali ha anche incubato l’attuale era della globalizzazione, abbiano visto darsi battaglia senza quartiere “quelli della libertà” (i mercatisti) e “quelli dell’uguaglianza” (i comuni-sti), poi sono entrati in scena coloro che hanno tentato di riconciliare, in modo più o meno accorto e intelligente, quei due mondi di valori e di concrete scelte politiche resi opposti da ideologie arroganti. Ricette liberal, socialdemocratiche, lib-lab o cristiano-popolari ne sono state il risultato. Dopo la caduta del Muro e la fine dell’impero sovietico, tutto questo sforzo di conciliazione è sembrato inutile. E tutti coloro che ne erano stati artefici o continuatori hanno perso la rotta e addirittura sono arrivati a smarrire il senso della mèta. Sino alla situazione attuale, nella quale sembrano non esserci più medici e ricette per le nostre società ammalate di disuguaglianza e di paura, ma solo guardiani di ferree libertà mercantili, di sregolatezze deliberate per i potenti, di regole arcigne e spesso incomprensibili per i piccoli e i deboli, di stuoli di ciarlatani e di presunti guaritori. Semplifico duramente, ma forse neanche troppo.

Vado al punto. Che cosa manca? Che cosa ci serve per superare individualismo, egoismo, nazionalismo e capitalismo senza rispetto per null’altro che per il profitto? Che cosa può correggere le storture, raddrizzare i torti e cambiare il mondo? Che cosa, insomma, può far crescere l’uguaglianza pur preservando la libertà? La terza, ma in realtà prima, delle tre mète che concepirono gli inventori di quel sogno imperfetto e bello, che a poco a poco abbiamo imparato a chiamare democrazia: la fraternità. Non le fratellanze, le camarille, le cordate, le consorterie… ma la fraternità, il legame – mai solo d’interesse – che sta alla base del grande umanesimo al quale il cristianesimo ha contribuito in modo decisivo a dare anima e che ogni uomo e ogni donna di buona volontà, a ogni latitudine e dentro alle più diverse tradizioni culturali, possono concepire e vivere. Quella fraternità per cui nessun dolore e nessuna gioia degli esseri umani ci sono estranei o indifferenti, e che conduce a organizzare in modo equo le società, nella consapevolezza che o il benessere è anche e prima di tutto esser-bene o non appaga e non dura.

Il nostro mondo ha bisogno di fraternità, e ne ha bisogno proprio adesso. Ne ha bisogno qui, ora, come risposta mite e forte a una insistente predicazione politica e anche religiosa della inconciliabilità delle diverse parti della nostra comune umanità. Ne ha urgenza proprio mentre più assillanti e apparentemente trionfanti si fanno le visioni e le politiche che non si curano delle radici della disuguaglianza, subordinano anche le libertà fondamentali alla sicurezza e liquidano in modo risentito come “buonismo” anche solo il desiderio di riconoscerci fratelli e sorelle e di agire di conseguenza, nella custodia e nella conduzione della nostra casa comune.

Come anche laicamente ci insegnano i grandi Papi che hanno guidato la Chiesa lungo tutto il Novecento e sulle vie aperte dal Concilio, sognare in grande, all’unisono coi più poveri, significa dare al mondo degli uomini e delle donne il senso di una fraternità che rende responsabile la libertà e costruisce la vera uguaglianza. Auguriamocelo. E continuiamo tutti a lavorare per il vero cambiamento nel nuovo anno che ci sta davanti.

Marco Tarquinio, «”I grandi sogni, sogni dei poveri”. Fraternità motore del cambiamento», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 2.

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Lettere 4 – Il nome di Gesù rimosso dal Natale. «Scandalo» che dobbiamo trasmettere

Per non dimenticare5

Nella recita a scuola tanti auguri di pace e di amore generico, senza riferimenti al vero senso della Nascita. Ricordiamola noi, allora, la forza di rivoluzione di quel nome, e trasmettiamola ai nostri figli, ben oltre la dolce fiaba cui è spesso ridotto il presepe

Caro Avvenire,

ho letto l’articolo di Umberto Folena su i “Novelli Erodi”, e vorrei riportare un fatto che ho vissuto alla recita di Natale dei miei nipotini, prima e terza elementare, e anche delle altre classi, in occasione delle vacanze natalizie.

Ogni classe ha fatto un canto, i bambini sono stati molto bravi, canzoncine che parlavano di amore, di pace e altri buoni sentimenti, ma non è stata mai pronunciata la parola Gesù Bambino, cioè il vero senso del Natale che si stava festeggiando.

Questo viene giustificato per un presunto rispetto verso i bambini di altre fedi ma, parlando con i genitori di questi bambini, mi hanno risposto che non si sarebbero sentiti offesi se fosse stato cantato il vero significato del Natale, cioè la nascita di Gesù Bambino.

Io mi sono sentita molto amareggiata nel constatare quanta ipocrisia ci sia stata da parte degli insegnanti che hanno preparato la festa.

Una madre di sei figli e dieci nipoti.

Gemma Giannini

Gentile signora Gemma,

in realtà non mi stupisco più di queste sempre più frequenti censure del nome di Gesù dal Natale. Mi ci ero abituata già da anni, quando per lavoro giravo per l’Europa, e in anticipo rispetto a noi trovavo quel nome rimosso, sotto Natale. Ricordo una vigilia di Natale ad Amsterdam, nella città, bellissima, innevata e risplendente di mille luci, uno spettacolo fantastico. Ma in quella festa di luci, al suono quasi ossessivo di Jingle Bells che usciva dai grandi magazzini, era difficile capire che cosa esattamente si festeggiasse, tanto era assente il nome che, come lei dice, è il cuore vero del Natale. Vidi dappertutto renne e Babbi Natale fantoccio inerpicati sulle pareti delle case, ma non mi riusciva di scovare un solo presepe.

Fino a che non mi spinsi alla casa delle sorelle di Madre Teresa, in un quartiere povero e periferico. Lì, la casa non aveva luminarie, e non suonava Jingle Bells. Ma nella cappella c’era un presepe, e una mangiatoia con Gesù Bambino.

Alcune suore lo adoravano in silenzio, in ginocchio. Mi commossi: avevo finalmente trovato il vero Natale di Amsterdam, nella casa in cui ogni giorno si dava da mangiare a decine di senzatetto.

Mi dissi allora: quanto questo nome di Gesù deve essere scandaloso, per venire così tenacemente censurato.

Forse non ce ne accorgiamo nemmeno più noi cristiani, di quanto scandalo porti in sé quel bambino nato in una grotta. Nato da una vergine, figlio di Dio, e già questa sembra una pretesa audace. Nato nella carne per salvarci dal nostro male originario, e forse questo oggi è incomprensibile: in molti non siamo più consapevoli, del nostro male.

Morto, poi, in Croce, sepolto e risorto, per assicurare a noi tutti di risorgere dopo la morte: questo poi a molti suona addirittura come una promessa folle.

Non mi stupisco più se il nome di Gesù viene rimosso. Troppo grande e splendido è l’annuncio legato a quel nome, perché un mondo dimentico e cinico possa tollerarlo. Ricordiamola noi, la forza di rivoluzione di quel nome, e trasmettiamola ai nostri figli, ben oltre la dolce fiaba cui è spesso ridotto il presepe.

Marina Corradi

«Il nome di Gesù rimosso dal Natale. “Scandalo” che dobbiamo trasmettere», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 2.

Lettere 3 – Educare, cioè insegnare a conquistare la vita

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Gentile direttore,

ho letto con interesse l’articolo di Umberto Folena e concordo sulle conclusioni. Abito e lavoro in Svizzera tedesca, per cui noto come l’estremismo sia un fenomeno che come filo rosso collega diverse culture. Fece qui scalpore il caso di quattro minorenni zurighesi scappati per arruolarsi nell’Isis. «Avevamo tutto a disposizione e senza sforzo: sesso, soldi, auto… – dissero – poi qualcuno ci mostrò dei veri valori per cui dare tutto, persino la vita, per conquistarli ». Valori, va detto, che sono assai profondi.

Ecco allora il filo rosso dell’ignoranza che snatura il bisogno profondo in ogni uomo di veri valori. Ignorati i veri valori, relegati magari a disvalori da una società che ti regala tutto, l’animo cerca con vigore quei veri valori. Averli annullati permette a chiunque lo voglia di presentare modi errati per raggiungere tali valori. La violenza è uno di questi modi errati; l’ignoranza è quindi terreno assai fertile per portare in evidenza valori vitali, riducendoli a sciatta ideologia e aprire la porta così a paura e violenza.

Insegnare ai giovani a conquistare la vita, affinché ne scoprano i valori veri e più intimi. Lo faranno comunque, ma occorre ben stare attenti su chi sia la persona che insegna loro il come.

Grazie e cordiali saluti,

Antonio Scettri

Antonio Scettri, «Educare, cioè insegnare a conquistare la vita», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 2.

Lettere 2 – Negozi, centri commerciali e apertura festiva

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Gentile direttore,

lui lavora alla domenica ed è a casa il martedì; anche lei lavora nei festivi e rimane a casa il giovedì e il venerdì; i figli vanno a scuola e naturalmente sono a casa alla domenica. Una famiglia che si ritrova, se è fortunata, a cena e prima di andare a letto. Le vacanze difficilmente si fanno assieme. Sembra sia divenuto indispensabile dedicare la domenica agli acquisti. La vera differenza sta che alla domenica anziché andare in pochi minuti nel negozio sottocasa o dei centri storici, si ha il tempo, che manca nei giorni feriali, per recarsi nei centri commerciali. Risultato: durante la settimana i negozi sono deserti; aumentano i consumi ma solo nelle grandi strutture; chiudono i negozi di prossimità che non dispongono di una clientela sufficiente per sopravvivere. In gioco ci sono gli equilibri, in questo caso commerciali e di vita sociale, che spingono a favore dei profitti dei grandi gruppi a spese di molte piccole imprese diffuse sul territorio e che garantiscono servizi e vita nei centri storici anche minori.

Si deve perseguire invece una distribuzione equilibrata, dove coesistano poche grandi strutture e molti piccoli negozi; dove i nuovi centri commerciali non facciano morire le città e sparire le piccole attività e con esse un tessuto diffuso e capillare di relazioni economiche e sociali.

Facciamo che l’apertura domenicale sia un’eccezione e non la regola. In fondo, mentre è necessario anche nei festivi garantire almeno in parte le emergenze è proprio necessario comperare alla domenica una camicetta?

Sabino Frare – Nervesa della Battaglia (TV)

«Negozi, centri commerciali e apertura festiva», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 2.

Lettere 1 – Tristi gesti e belle storie sin dentro il presepe: il male ferisce, il bene è (e fa) sempre di più

Per non dimenticare5

Le Natività profanate e altri scempi suscitano amarezza e indignazione. La fede in Gesù aiuta a scorgere segni e ad aprire strade. Chi irride il Dio Bambino ha già perso, anche se non lo sa. Come chi erige barriere. Alla fine conta la pazienza di chi costruisce

Caro direttore,

si susseguono in questi giorni le ripugnanti notizie di rappresentazioni della Natività profanate, di presepi bruciati o violentati, di statue del Bambinello divino rubate o decapitate, e di altri scempi della memoria più cara che i cristiani portano nella mente e nel cuore: quella di Gesù, l’Emmanuele, il Dio che fa dono di sé stesso a noi per farci suoi figli. Nulla di più prezioso di questo portiamo nella nostra vita, e nulla di meglio abbiamo da offrire alla stupita ammirazione degli uomini e del mondo. Per questo da secoli presentiamo pubblicamente dentro e fuori le chiese la raffigurazione artistica dell’Avvenimento divino-umano accaduto in Palestina all’alba della nostra era, come un gioiello che non può essere tenuto nascosto in sacrestia, ma deve risplendere agli occhi di tutti. E per la stessa ragione acconsentiamo volentieri che anche in luoghi civici vengano allestiti – anche da non credenti – presepi che fedelmente e dignitosamente riportano al presente quanto occorso nel passato. Il Natale cristiano non è un tesoro di famiglia da conservare in una collezione privata, in una stanza blindata e inaccessibile, ma il Bene comune più grande dell’umanità, che è per tutti e nulla e nessuno potrà mai strappare.

Se ci rattristano e ci feriscono questi attentati alle icone materiali della Natività, ci rasserena una umile ma tenace certezza: il Figlio della Vergine di Nazareth, vivo e presente in mezzo a noi, non verrà mai sottratto agli occhi della nostra fede, all’abbraccio del nostro amore, e allo sguardo della nostra speranza.

Non si agitino vanamente i facinorosi e non si esaltino per le loro scellerate prodezze: quello che non è stato possibile a nessun palese e audace tentativo in duemila anni – cancellare dalla storia il Natale di Cristo – non riuscirà certo in qualche giorno di dicembre per mano anonima e pusillanime.

Roberto Colombo

Caro direttore,

sono un’insegnante di una delle cosiddette “periferie” di Rimini: Miramare, nome diventato famoso la scorsa estate in tutta Italia per un orrendo fatto di cronaca nera, e per questo finito sotto i riflettori del mondo.

L’esperienza insegna, però, che ogni ferita può diventare grido, può generare una nuova apertura, e farci diventare più attenti a quei segni buoni che la vita, quando è accolta, ci mette sempre e anche inaspettatamente davanti. Come quel pomeriggio di fine ottobre, quando, mentre camminavo in spiaggia con due bidoni bianchi, per raccogliere le conchiglie dopo una mareggiata, incontrai un vecchio bagnino, tutto intento a pulire il suo pezzo di spiaggia. Mi guardò e mi disse: «È per il presepe?». Io, stupita e anche un po’ turbata dall’intuizione del nonno, risposi: «Sì!» E lui tirò fuori dalla tasca una bella conchiglia e mi disse: «Mettete pure questa nel vostro presepe!». E con quella conchiglia, per me misteriosa, ho continuato a cercare i segni che mi indicassero la strada per realizzare il Presepe Vivente di Miramare – che si è svolto domenica 17 dicembre – la cui esperienza è condivisa sin dall’origine da ormai quindici anni, con la maestra Letizia e con tanti altri, in continuo aumento. Tutto questo e la mostra visitata al Meeting “Il presepe che meraviglia”, realizzata da padre Marco Finco e la lettura de “Il pastore della meraviglia” ci hanno indicato la strada del Presepe di quest’anno: la meraviglia. Ma questo sentimento così profondo del cuore non è in grado di generarlo nessuno, tantomeno noi! Era evidente che ci era solo chiesto di continuare a guardare i segni…

E così accade che durante una cena a casa, mentre si iniziava a parlare di presepe, ci sia al tavolo anche Alassane, un ragazzo profugo, a cui mi viene spontaneo chiedere: «Ma tu sai cos’è il Presepe?». E lui: «No».

Quel “no”, ha sollecitato subito il desiderio di raccontare, spiegare e ancor più far vedere. E così Alassane è divenuto uno dei protagonisti principali del nostro Presepe, insieme a Daniele, che rappresentava la tradizione, a Giuseppe, il nostro Pastore della Meraviglia e a tredici bellissimi ragazzi delle medie di Miramare che hanno interpretato alcune delle statuine più significative del presepe tradizionale: Benino, il pastore dormiente, il buon pastore, il cacciatore e il pescatore, le lavandaie, la donna al pozzo, i giocatori di carte con l’oste… . Con loro e attraverso loro siamo stati condotti a riscoprire quei fattori così desiderabili che ci definiscono come uomini: l’umiltà, la purezza, la bontà, la semplicità, il peccato perdonato. E poi i tre Re Magi: Moumed (senegalese), Shanhao (cinese), Andrea (romagnolo), uomini così “lontani” tra loro, con storie diversissime, tre incontri e un’amicizia nuova che fiorisce. E la famiglia, con quel bimbo nato il 25 novembre, proprio un mese prima di Natale, il cui unico dubbio per la madre è stato: «Ma sarebbe un Gesù un po’ scuro… ». Eh sì, perché loro sono di Burkina Faso, e hanno visto nascere qua il loro terzo figlio. Ed è stata la loro figlia più grande a deporre il Gesù Bambino dell’anno 2017, a Miramare, dentro la mangiatoia. Mentre un altro suo fratellino teneva stretto tra le mani un giglio. Giuseppe così dignitosamente e umilmente fiero, con Maria, così sorridente e lieta, insieme ai loro figli, hanno reso la Sacra Famiglia un’esperienza. E, poi, il violino, suonato da una giovane bulgara, il flauto, i canti dei bambini hanno aperto i cuori alla commozione e allo stupore, quasi a dire: “È tutto vero ed è possibile vivere così!”

E quei bambini, tanti, con i loro genitori, tutti lì ad adorare un Dio che si è fatto uomo, ognuno col peso della propria storia, dei propri errori e fatiche, ma tutti lì, trascinati da un Fatto misterioso, a tanti magari incomprensibile, trascinati da Quella Meraviglia!

Donatella Magnani

Il male e la malizia esistono, l’ostilità e l’indifferenza lasciano il segno, la presunzione e il disprezzo pesano, l’ignoranza e la violenza feriscono. Per questo due millenni fa Dio si è fatto piccolo e fragile ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, nascendo da donna. Lo ha fatto per amore, per salvare il mondo, per toccare la storia e cambiarla per sempre, anche se la parte che spetta a noi non si è fatta per questo evento, che ricordiamo nel tempo di Natale, più leggera né meno preziosa ed entusiasmante. Queste due belle e vibranti lettere dicono proprio questo, in diversa maniera.

Il professore don Roberto lo fa con accenti dolenti su devastazioni e furti anti-presepe, questo presepe che è il mondo ed è la storia, ma visti e presi e capiti dalla parte degli ultimi e degli inermi, perché questo è stato l’impressionante volere di Dio.

La maestra Donatella ci consegna, invece, parole felici su uno dei tanti (e tutti speciali) “racconti viventi” della nascita di Gesù che rendono ancora più belli e attuali incontro e memoria nel tempo delle diversità da conciliare e da riconoscere sorelle che ci è affidato da Dio.

Stanno bene insieme, le due lettere. Tutti questi anni di dialogo coi lettori credo che abbiano reso chiaro che se, da cronista, non posso e non voglio ignorare nessun male, resto persuaso che il bene sia sempre più grande e più forte. Ecco perché credo anch’io che i forsennati, o anche solo gli irrispettosi, che hanno provato a sconvolgere il racconto del Natale e a irridere il Dio Bambino siano degli illusi, proprio come coloro che pensano di potere chiudere dietro barriere e dentro schemi amari e tristi la vita degli uomini e delle donne per i quali Lui è venuto. Sono illusioni cattive, ma perdenti. Possono provocare ulteriori amarezze nelle imperfette vite di persone e comunità, possono addirittura – e in tanti modi – crocifiggere, ma non possono impedire agli uomini e alle donne «amati dal Signore» la fatica condivisa della costruzione paziente di una felicità vera, qui e ora. Il Paradiso comincia necessariamente qui. Questo è anche il caldo augurio che rivolgo a tutte le amiche e a tutti gli amici lettori, e con cui li saluto dal confine tra il vecchio e il nuovo anno.

«Tristi gesti e belle storie sin dentro il presepe: il male ferisce, il bene è (e fa) sempre di più», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 2.