Lavoro 15 – Emergenza lavoro. Dall’Alitalia alla Pernigotti 138 i tavoli di crisi al Mise

Lavoro 15

Le vertenze coinvolgono 210mila lavoratori, indotto escluso, e affliggono il territorio senza grandi distinzioni tra Nord e Sud, ma con una particolare concentrazione nel Centro

In un Paese caratterizzato da 13 aree di crisi complessa, equivalenti ad aree specifiche di 13 Regioni (Abruzzo, Campania, Friuli, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto) dove recessione economica e perdita occupazionale impattano sulla politica industriale nazionale, non c’è da stupirsi che il nuovo anno si avvii con la pesante eredità di quello precedente: 138 tavoli di crisi che andranno affrontati nei prossimi giorni e che riempiono il calendario dei ministeri competenti, a partire da quello dello Sviluppo guidato da Luigi Di Maio, e parti sociali. Senza dimenticare poi che lo Stivale è caratterizzato pure dalle aree di crisi industriale “non complessa”, che presentano comunque un impatto significativo sullo sviluppo dei territori interessati e sull’occupazione.

I 138 tavoli aperti al Mise coinvolgono 210mila lavoratori, indotto escluso, e affliggono il territorio senza grandi distinzioni tra Nord e Sud ma con una particolare concentrazione nel Centro.

Una situazione drammatica che interessa tanti settori, dalla Grande distribuzione organizzata alla manifattura e all’alimentare, tanto che la scaletta della discussione al Mise vede le date degli incontri occupare tutto il calendario sino al 20 gennaio.

A casi noti e a lungo dibattuti nelle ultime settimane se ne sono aggiunti nuovi, nel settore aerospaziale (Piaggio Aero) e ferroviario (la savonese Bombardier, con la casa madre canadese che ritiene ormai non strategico lo storico sito di Vado e la campana Firema).

Senza dimenticare situazioni che si protraggono da anni, come l’Aferpi di Piobino e la sarda Alcoa, passando per l’Ilva. La crisi coinvolge pure il mondo dell’alimentare, basti ricordare la Pernigotti di Novi Ligure, la Hag e la Novelli e della distribuzione, l’IperDì e diverse Coop.

In un quadro così negativo arriva pure qualche segnale di speranza come quello dell’abruzzese Honeywell di Atessa: la vertenza pare avviata positivamente con l’acquisto dello stabilimento da parte di Baumarc Automotive Solutions, azienda cinese leader nel campo siderurgico con un investimento da 1,85 milioni ed il ritorno al lavoro di 162 persone.

Insomma, un mese cruciale dove si aspetta un lieto fine anche per quell’annosa vicenda tutta italiana rappresentata dal caso Alitalia: il salvataggio dell’ex compagnia di bandiera dovrebbe passare attraverso l’intuizione dei vertici di Ferrovie dello Stato che entro fine mese devono individuare un Piano industriale. Per il Mise e i sindacati sarà un gennaio complesso.

Intanto, in base ai dati Inps sull’Osservatorio Cassa integrazione guadagni relativo allo scorso novembre, il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate nel mese è stato pari a 22.452.727, in diminuzione del 20,7% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Nel dettaglio, a novembre 2018 le ore autorizzate per gli interventi di Cassa integrazione guadagni ordinaria (CIGO) sono state 8.918.210, in aumento del 13,8% rispetto a novembre 2017; quelle della Cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS) sono state 13.474.833 (di cui 5.304.433 di solidarietà) in diminuzione del 31,2% rispetto a novembre 2017. Per la Cassa integrazione guadagni in deroga (CIGD) le ore sono state 59.684, in diminuzione del 93,3% rispetto a novembre 2017. A ottobre 2018 sono state presentate 306.569 domande di NASpI (Nuova assicurazione sociale per l’impiego) e 1.868 di DIS-COLL (Disoccupazione collaboratori). Nello stesso mese sono state inoltrate 1.730 domande di ASpI, miniASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 310.167 domande, in aumento dell’8,4% rispetto a ottobre 2017.

Paolo Pittaluga, «Emergenza lavoro. Dall’Alitalia alla Pernigotti 138 i tavoli di crisi al Mise», in “Avvenire”, giovedì 3 gennaio 2019, p. 6.

Foto: Il ministro Luigi Di Maio al termine del tavolo di crisi Pernigotti del 15 novembre 2018 (Ansa)

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Lavoro 14 – Il «lavoro agile», un’utopia che può diventare realtà

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Per decenni è stata solo un’utopia, meravigliosa e irrealizzabile. Ma nei prossimi anni potrebbe diventare in concreto la nuova frontiera del lavoro, capace di rivoluzionare il modello organizzativo delle aziende e l’idea stessa di lavoro. È lo smart working, il lavoro agile, che nel 2017 è stato disciplinato (finalmente) anche dalla legislazione italiana.

Il lavoro agile, reso possibile oggi dalla digitalizzazione delle nostre attività, consente ai dipendenti di svolgere la loro prestazione professionale da casa, o comunque lontano dall’azienda. È una nuova modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli, orari e di spazio, e dalla centralità del risultato rispetto all’atto.

Grazie a essa vanno in soffitta definitivamente l’organizzazione fordista dell’impresa, su cui si sono rette le rivoluzioni industriali dei due secoli scorsi, e più prosaicamente quelle immagini-simbolo del ragionier Fantozzi che lotta disperatamente con migliaia di colleghi per raggiungere il megapalazzo aziendale in tempo per timbrare il cartellino.

Finora erano evidenti i vantaggi di questo nuovo modello per il lavoratore: miglior qualità della vita, grazie alla possibilità di gestire in autonomia i tempi del lavoro e di svolgerlo a casa propria, meno spese per la produzione del reddito (con l’azzeramento della mobilità quotidiana casa-ufficio-casa), meno stress. Al contrario, al datore di lavoro questo modello organizzativo poteva apparire meno produttivo e meno efficiente. Ma le prime ricerche scientifiche condotte in Italia, come quella realizzata lo scorso anno dall’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano, dimostrano il contrario: il lavoro agile aumenta sia (a sorpresa) la produttività che (prevedibilmente) la soddisfazione dei lavoratori coinvolti. Non a caso, sono numerose le grandi e medie aziende che si stanno organizzando per introdurre tale strumento e che si stanno interrogando sulle modalità di gestione di questa rivoluzione del lavoro.

Nel 2017 in Italia sono stati circa 305.000 i lavoratori che lo hanno sperimentato, con una crescita del 60% sul 2016: un numero rilevante – se si escludono i settori nei quali il nuovo modello non è applicabile, come la manifattura e i servizi alla persona – pari al 6% dei lavoratori potenzialmente interessati allo strumento, ma ancora lontano dalla media europea del 17%. Secondo la ricerca, l’utilizzo intensivo di questo strumento (coinvolgendo il 70% della platea) porterebbe ad un aumento di produttività di circa il 15% per lavoratore: vorrebbe dire, per il sistema Paese, un valore aggiuntivo di 13,7 miliardi di euro.

L’utopia sta diventando realtà, dunque. Lasciando immaginare che non sia lontano il tempo in cui uno dei sogni più diffusi della nostra epoca, la conciliazione tra lavoro e vita, diventerà finalmente pratica quotidiana.

http://www.francescodelzio.it

Francesco Delzio, «Il “lavoro agile”, un’utopia che può diventare realtà», in “Avvenire”, sabato 13 gennaio 2018, p. 3.

Lavoro 13 – Globalpesca, dove i robot «creano» posti

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È stata la prima impresa italiana a lanciarsi in un progetto innovativo per le consegne. Nel frattempo il numero di dipendenti è cresciuto di 30 unità

Innovazione tecnologica e strategie vincenti. Più robot ma anche più occupati. La prima azienda italiana ad attuare la spedizione automatizzata con Smarter#1 (sistema che coniuga meccatronica e digilatizzazione) e a breve con Smarter#2, versione più aggiornata, allo stesso tempo continua ad aumentare la sua forza lavoro. È il caso di Globalpesca spa, che pare aver trovato la ricetta vincente senza mettere contro l’uomo e la macchina. «Nasciamo con la commercializzazione del pesce fresco – spiega Angelo Ruffoni, ceo di dell’azienda – poi per coprire la richiesta del food nella sua totalità abbiamo aggiunto altre linee di congelato, freddo e fresco, pasta, riso, salumi, formaggi, carne fresca ed altro».

È l’estrema sintesi della storia e del lungo percorso compiuto dalla famiglia piemontese Ruffoni (originaria dell’Isola dei Pescatori, sul Lago Maggiore), oggi giunta alla quinta generazione al “timone” di Globalpesca spa con sede a Gravellona Toce.

Gli albori dell’azienda – anche se l’attuale conformazione societaria nasce nel 1972 – risalgono all’epoca dell’inaugurazione del Traforo del Sempione (1906) oltre un secolo fa 1907 quando il bisnonno Defendente Ruffoni comprava e rivendeva il pesce fresco ai ristoratori dell’Isola Pescatori. Ora la stessa azienda è al passo con i tempi dell’industria 4.0. «Smarter#1 è un progetto pilota di un’azienda austriaca – precisa Ruffoni – di magazzini automatizzati nell’industria ce ne sono tanti ma hanno una finalità limitata allo stoccaggio e non tanto per la spedizione come nel nostro caso. Il difficile non è stoccare un bilico, ma spedire un cartone o una singola bottiglia».

Per questo l’obiettivo principale resta sempre quello di soddisfare i desiderata dei clienti. «Un modo per rispondere al nostro settore – ribadisce Lorenzo De Angeli, responsabile marketing e comunicazione – è migliorare il servizio con la clientela che ci vede in media 4/5 volte la settimana». La distribuzione dei 3.500 prodotti della gamma di Globalpesca, grazie all’impiego di 150 tra dipendenti e liberi professionisti monomandatari, copre una rete composta di circa 4.000 clienti in diverse città del Piemonte e Lombardia per un fatturato di 46,5 milioni del 2016.

«Ci rivolgiamo principalmente al mercato della ristorazione», prosegue Ruffoni. Centinaia di ordini quotidianamente raccolti arrivano in maniera informatica all’azienda. «E così oggi il nostro sistema automatizzato prevede con degli algoritmi quello che probabilmente venderemo durante la giornata – spiega il numero uno dell’impresa –. Diciamo che il lavoro si è ottimizzato, infatti stiamo lavorando ad un progetto per il 2018 complessivo di 4,2 milioni di euro che si chiama Smarter# 2. Servirà ad incrementare ulteriormente le consegne giornaliere per diverse migliaia di prodotti Globalpesca». Si tratta di un investimento figlio delle agevolazioni per Industria 4.0, precisa Matteo Cavagnino, responsabile amministrazione e controllo: «La gestione aziendale è quella della “politica dei piccoli passi” un modo per procedere secondo uno sviluppo sano e ripetibile nel tempo e quindi essere solidi. Questo non significa che non ci si possa innovare, l’innovazione all’interno della nostra azienda fa parte della politica di sviluppo». Come dire che la struttura antica era la manualità, quella moderna e quella del futuro sarà l’automazione.

«Con la differenza che nel nostro caso non significa diminuzione dei posti di lavoro – puntualizzano i vertici di Globalpesca – perché quando abbiamo messo in funzione Smarter 1 abbiamo aumentato di circa 30 unità il numero dei dipendenti. Si è creato un bilanciamento diverso all’interno dell’azienda». Tanto che l’intenzione è quella di continuare a investire sull’occupazione: «Stiamo integrando molti giovani di età tra 22 e 30 anni perché crediamo nella valorizzazione dei giovani e pertanto sarebbe sbagliato non dargli spazio».

Roberto Cutaia, «Globalpesca, dove i robot “creano” posti. L’azienda ha attuato spedizioni automatizzate e aumentato la forza lavoro», in “Avvenire”, sabato 6 gennaio 2018, p. 18.

Lavoro 12 – Luci e ombre del reddito. Il Rdc è importante e da verificare

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Partiamo da un presupposto fondamentale: una società civile e forze politiche sensibili ai temi della povertà e della tutela degli ultimi non possono fare una guerra “a prescindere” e dal sapore ideologico a una misura come il reddito di cittadinanza. Questo provvedimento ha il merito di mettere risorse come mai in passato su una rete di protezione universale che cerca di migliorare le condizioni di chi sta peggio. Non solo il pensiero solidarista, ma anche quello liberale che (da Einaudi ad Hayek allo stesso Friedman) ha considerato spesso con favore misure di questo tipo.

Detto questo, un approccio costruttivo – come già in passato quando questo dibattito è partito – sta proprio nell’identificare limiti e falle del Reddito. E i promotori della misura dovrebbero riconoscere che il risultato finale si è arricchito ed è migliorato proprio grazie al confronto, anche aspro, con l’opinione pubblica e con le forze di opposizione.

Tra gli effetti che il Reddito di cittadinanza potrebbe avere sulle grandezze del mercato del lavoro è lecito aspettarsi un paradossale aumento del tasso di disoccupazione e dei salari minimi di mercato pagati dalle imprese.

Sul primo punto la fascia ampia di coloro che ufficialmente non cercano lavoro (inattivi), ma sono in realtà disoccupati a tutti gli effetti dovrebbe essere spinta a cercare ufficialmente lavoro (entrando tra i disoccupati) per percepire i benefici economici della misura.

Sul secondo punto è stato fatto notare che nel nostro Paese i salari per molti lavori sono inferiori alla soglia massima del reddito di cittadinanza. Questi lavori continueranno a essere offerti e accettati? O le aziende saranno costrette a offrire almeno qualcosa in più della soglia? L’effetto da questo punto di vista potrebbe essere indubitabilmente positivo, ma non è detto che lo sia. Se il work poor (il lavoro povero), dovrebbero ridursi, potrebbe aumentare il vantaggio rappresentato dal basso costo del lavoro di aziende che producono in altri Paesi.

Ancora, si obietta che la soglia unica di povertà considerata non tiene conto delle differenze regionali rilevate dall’Istat stesso, sovrastimando la povertà (e i beneficiari del Rdc) al Sud rispetto al Nord. Il coefficiente familiare inoltre è piuttosto basso e dunque la misura antepone di fatto i single alle famiglie. L’ambizione della misura è, come sappiamo, quella di mettere assieme il contrasto alla povertà con le politiche attive del lavoro. L’enfasi sui navigator e la dote per chi (agenzia pubblica o privata) aiuta il percettore del reddito a trovare un lavoro dovrebbero spingere verso l’occupazione chi può raggiungerla. Semplificando le cause di disoccupazione possono essere tre.

La prima è che domanda e offerta di lavoro farebbero un “matrimonio perfetto” ma non s’incontrano. La seconda è che domanda e offerta potrebbero fare un buon matrimonio se l’aspirante lavoratore colma il gap di competenze che gli impedisce al momento di poter ottenere il posto di lavoro (laddove il gap è rapidamente recuperabile). La terza è che ci sono troppi pochi posti di lavoro nell’area per ragioni diverse (macroeconomiche, di sistema Paese). Se siamo nel primo caso ci si domanda perché il gap non sia stato già colmato. Il secondo caso è più interessante e richiede qualità nel percorso di formazione affinché l’insieme degli interventi previsti con il Reddito di cittadinanza possano incidere positivamente. Nel terzo caso il reddito di cittadinanza può far poco. Ma la ripresa di politiche di sostegno alla crescita (incentivi agli investimenti delle imprese, riforme sistema Paese, infrastrutture) sarà indirettamente decisiva per il successo stesso del Rdc.

Il successo della misura si gioca però su piani più profondi. L’economia civile si fonda su un presupposto fondamentale che sembra sfuggire al dibattito. La “fioritura” di una vita non la decide in toto lo Stato, ma dipende dalle nostre scelte e dai nostri atteggiamenti, che ovviamente sono aiutati dal contesto più o meno favorevole determinato dalle politiche pubbliche. Per questo, per alcuni, il Rdc potrà essere una pedana che consentirà nei casi migliori di rimettersi in pista tornando utili a se stessi e alla società. In molti casi, però, la stessa misura rischia di essere occasione di opportunismi e di ripiegamento se sarà cumulato col “nero” o disincentiverà la ricerca di lavoro. La responsabilità sociale dei percettori, opportunamente stimolata dalle sanzioni e dall’efficacia dei controlli, sarà dunque alla fine decisiva.

Non ci stanchiamo mai di ripetere che in una “economia civile” la dignità di una persona non dipende da un obolo monetario, ma dalla propria capacità di essere utili e generativi alla società. Il successo “individuale” o meno del Reddito di cittadinanza dipenderà dunque dall’atteggiamento dei singoli percettori. E quello politico e sociale dalla somma di questi atteggiamenti e dal loro peso statistico.

Leonardo Becchetti, « Luci e ombre del reddito. Il Rdc è importante e da verificare», in “Avvenire”, giovedì 7 febbraio 2019, pp. 1-2.

Lavoro 11 – Tecnologie al lavoro, la prima sfida è etica. La riflessione in un rapporto del comitato di esperti della Commissione europea

Lavoro

Sotto minaccia, oltre all’occupazione, le stesse capacità umane di «saper fare». Servono valori forti, regole e una formazione della persona, che non sia solo «tecnica». Un futuro negativo non è inevitabile: abbiamo l’opportunità di orientare lo sviluppo tecnologico, nel rispetto dei valori che riteniamo fondamentali

Siamo di fronte a considerevoli cambiamenti del lavoro nell’ambito delle nuove tecnologie emergenti e delle trasformazioni sociali in atto. Tali cambiamenti coinvolgono lo stesso significato del lavoro, dell’uomo e della società. Molte le “predizioni” sull’inevitabile futuro, prossimo e remoto, che ci aspetta: predizioni a volte intrise di retorica, in un futuro dove il lavoro non ci sarà più perché verrà sostituito interamente dalle macchine, o forse non ci sarà più nemmeno l’uomo in un futuro tecnologizzato postumano e transumano.

È sufficiente leggere i più recenti rapporti sullo stato del lavoro (dall’Oecd nel 2016, il Rapporto McKinsey Global Institute e della International Labour Organisation nel 2017) per rendersi conto delle trasformazioni. Le principali linee di sviluppo riportate nell’era della cosiddetta “rivoluzione industriale 4.0” sono quelle connesse alla automatizzazione, alla robotica e all’intelligenza artificiale, alle tecnologie digitali e agli algoritmi computerizzati, con ricadute sul piano del lavoro. In particolare sono menzionate la sostituzione di alcuni lavori o compiti (soprattutto quelli ripetitivi), la flessibilizzazione in termini spazio-temporali (con cambiamenti su luoghi e tempi del lavoro), l’aumento del “lavoro non standard” con lo sviluppo di nuove forme di lavoro “collaborativo” e “condiviso” nella “gig platform economy”.

Ne conseguono nuove opportunità e nuove sfide. Le prime riguardano la possibilità di aumentare la produttività e l’efficienza, nel rapporto costi/benefici, per aiutare a superare possibili barriere di mobilità, riducendo le distanze spaziali e temporali, oltre che migliorare e rendere più efficace la comunicazione. Ma emergono nuovi “rischi etici”, che possono mettere in crisi i valori fondamentali, sui quali si registra – seppur in una società pluralistica – una condivisione in Europa (come mostrano i valori della Carta fondamentale dei diritti umani): pensiamo a dignità umana, autonomia, privacy, giustizia, solidarietà.

È questo il tema affrontato dal parere «Future of Work, future of Society» pubblicato il 19 dicembre 2018 dallo «European Group on Ethics in Science and New Technologies», organismo di consulenza del presidente della Commissione Europea.

Le nuove tecnologie possono “de-umanizzare” il lavoro: possono sostituirlo, almeno in alcuni settori o compiti, producendo disoccupazione, ma anche escludendo l’uomo e umiliandolo rispetto alle possibilità di sviluppo delle sue capacità naturali. Le migliori performances automatizzate e automatiche rischiano di sovrapporsi e superare le attività ritenute tradizionalmente “umane” (si pensi alle attività di “artificial care” dei robots nei confronti di persone anziane e disabili).

Il lavoro può ridurre l’autonomia aumentando la tendenza alla “delega tecnologica”: affidarle compiti complessi (in particolare a intelligenze artificiali, smart machine o machine learning), porta a diminuire le capacità umane o la fiducia in esse e la perdita di controllo dell’uomo sulle macchine, con difficoltà di interazione con i robots, la diluizione delle responsabilità (tra umano e artificiale) e la “dipendenza tecnologica”.

Il costante monitoraggio e la sorveglianza tecnologica eccessiva e sproporzionata sul lavoratore (come i braccialetti elettronici o i sensori indossabili) al fine di rendere sempre più efficiente il lavoro rischiano di rompere il confine tra vita professionale e vita personale e di trasformare il lavoro in un’attività solo orientata alla quantificazione della produttività, privandola della dimensione di realizzazione personale.

Il lavoro può produrre nuove diseguaglianze o incrementare quelle esistenti: molte persone possono essere lasciate “fuori” o “indietro” perché non hanno le abilità (le “skills”) sufficienti, o perché non sono nelle condizioni socio-culturali per adeguarsi ai nuovi standard tecnico-scientifici di ingresso nel mondo del lavoro, non avendo gli strumenti, la motivazione e le abilità digitali ritenute requisiti indispensabili. Le persone anziane, coloro che hanno meno preparazione e/o provengono da ceti socialmente indigenti, quanti provengono da Paesi in via di sviluppo, le persone con disabilità fisiche e cognitive, sono coloro che possono pagare il prezzo più alto del cosiddetto “divario digitale”. La flessibilizzazione e fluidificazione del lavoro produce precarietà, dunque nuove vulnerabilità che necessitano nuove politiche solidali di protezione sociale adeguata rispetto ai bisogni emergenti.

Di fronte a queste sfide bisogna ripensare il lavoro, ma soprattutto acquisire sin da oggi la consapevolezza che il futuro del lavoro non è inevitabile, non è un “destino”: abbiamo oggi l’opportunità di cambiare, di orientare lo sviluppo tecnologico e le applicazioni nell’ambito del lavoro, nel rispetto di valori che riteniamo fondamentali per l’uomo, la società, e l’umanità futura. E questo è possibile sensibilizzando i governi ad attuare nuove politiche che sappiano proteggere adeguatamente i cittadini.

Le politiche sociali nelle nuove configurazioni del lavoro che si stanno delineando nell’era 4.0 sono eticamente chiamate a garantire a tutti l’accesso a un lavoro dignitoso, che consenta le condizioni oltre che di sicurezza economica anche di realizzazione personale e promozione delle capacità individuali e di contribuzione alla società. Un lavoro che non soffochi la libertà personale ma sappia rispettarla in condizioni di trasparenza e proporzionalità, ossia con un uso di tecnologie e dati ispirato a criteri di necessità, pertinenza e minimizzazione.

Di particolare rilevanza è la riprogrammazione dell’educazione alle nuove esigenze, sempre ricordando che la formazione non deve essere solo tecnica, orientata all’acquisizione di abilità (“skilling”,re-skilling”,up-skilling”) per chi è in grado di acquisirle. Si parla spesso di polarizzazione come fenomeno e conseguenza di questo processo: una parola, apparentemente neutra, che nasconde nuove forme di discriminazione, con l’esclusione di coloro che non sono in grado per ragioni cognitive o di indigenza sociale di apprendere le nuove abilità. In questo senso l’educazione non deve essere solo insegnamento tecno-scientifico ma formazione della persona, quale che sia il livello cognitivo o sociale, allo sviluppo delle capacità naturali e intrinseche, incluse anche le capacità critiche nell’uso delle tecnologie. Infine, le politiche devono assicurare un’adeguata protezione sociale, sulla base della giustizia e della solidarietà, con particolare attenzione nei confronti delle persone in condizione di maggiore vulnerabilità. In questo senso andrebbero sollecitate anche tecnologie di inclusione e integrazione nel mondo del lavoro di persone con disabilità.

Riflettere sul futuro del lavoro significa riflettere sul presente, sull’uomo e su come vogliamo costruire il futuro nostro e della società in cui viviamo. Abbiamo infatti una responsabilità forte nei confronti delle generazioni presenti e future, nella costruzione di una società inclusiva e non escludente, rispettosa della dignità, dell’autonomia, della privacy, della giustizia e della solidarietà nel mondo del lavoro.

Laura Palazzani (Ordinario di Filosofia del diritto, Lumsa; membro dell’European Group on Ethics in Science and new Technologies, Commissione Ue e vicepresidente del Comitato nazionale per la bioetica), «Tecnologie al lavoro la prima sfida è etica. La riflessione in un rapporto del comitato di esperti della Commissione europea», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 3.

Lavoro 11 – Tecnologie al lavoro la prima sfida è etica. La riflessione in un rapporto del comitato di esperti della Commissione europea

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Sotto minaccia, oltre all’occupazione, le stesse capacità umane di «saper fare». Servono valori forti, regole e una formazione della persona, che non sia solo «tecnica». Un futuro negativo non è inevitabile: abbiamo l’opportunità di orientare lo sviluppo tecnologico, nel rispetto dei valori che riteniamo fondamentali

Siamo di fronte a considerevoli cambiamenti del lavoro nell’ambito delle nuove tecnologie emergenti e delle trasformazioni sociali in atto. Tali cambiamenti coinvolgono lo stesso significato del lavoro, dell’uomo e della società. Molte le “predizioni” sull’inevitabile futuro, prossimo e remoto, che ci aspetta: predizioni a volte intrise di retorica, in un futuro dove il lavoro non ci sarà più perché verrà sostituito interamente dalle macchine, o forse non ci sarà più nemmeno l’uomo in un futuro tecnologizzato postumano e transumano.

È sufficiente leggere i più recenti rapporti sullo stato del lavoro (dall’Oecd nel 2016, il Rapporto McKinsey Global Institute e della International Labour Organisation nel 2017) per rendersi conto delle trasformazioni. Le principali linee di sviluppo riportate nell’era della cosiddetta “rivoluzione industriale 4.0” sono quelle connesse alla automatizzazione, alla robotica e all’intelligenza artificiale, alle tecnologie digitali e agli algoritmi computerizzati, con ricadute sul piano del lavoro. In particolare sono menzionate la sostituzione di alcuni lavori o compiti (soprattutto quelli ripetitivi), la flessibilizzazione in termini spazio-temporali (con cambiamenti su luoghi e tempi del lavoro), l’aumento del “lavoro non standard” con lo sviluppo di nuove forme di lavoro “collaborativo” e “condiviso” nella “gig platform economy”.

N e conseguono nuove opportunità e nuove sfide. Le prime riguardano la possibilità di aumentare la produttività e l’efficienza, nel rapporto costi/benefici, per aiutare a superare possibili barriere di mobilità, riducendo le distanze spaziali e temporali, oltre che migliorare e rendere più efficace la comunicazione. Ma emergono nuovi “rischi etici”, che possono mettere in crisi i valori fondamentali, sui quali si registra – seppur in una società pluralistica – una condivisione in Europa (come mostrano i valori della Carta fondamentale dei diritti umani): pensiamo a dignità umana, autonomia, privacy, giustizia, solidarietà.

È questo il tema affrontato dal parere «Future of Work, future of Society» pubblicato il 19 dicembre 2018 dallo «European Group on Ethics in Science and New Technologies», organismo di consulenza del presidente della Commissione Europea.

Le nuove tecnologie possono “de-umanizzare” il lavoro: possono sostituirlo, almeno in alcuni settori o compiti, producendo disoccupazione, ma anche escludendo l’uomo e umiliandolo rispetto alle possibilità di sviluppo delle sue capacità naturali. Le migliori performances automatizzate e automatiche rischiano di sovrapporsi e superare le attività ritenute tradizionalmente “umane” (si pensi alle attività di “artificial care” dei robots nei confronti di persone anziane e disabili).

Il lavoro può ridurre l’autonomia aumentando la tendenza alla “delega tecnologica”: affidarle compiti complessi (in particolare a intelligenze artificiali, smart machine o machine learning), porta a diminuire le capacità umane o la fiducia in esse e la perdita di controllo dell’uomo sulle macchine, con difficoltà di interazione con i robots, la diluizione delle responsabilità (tra umano e artificiale) e la “dipendenza tecnologica”.

Il costante monitoraggio e la sorveglianza tecnologica eccessiva e sproporzionata sul lavoratore (come i braccialetti elettronici o i sensori indossabili) al fine di rendere sempre più efficiente il lavoro rischiano di rompere il confine tra vita professionale e vita personale e di trasformare il lavoro in un’attività solo orientata alla quantificazione della produttività, privandola della dimensione di realizzazione personale.

Il lavoro può produrre nuove diseguaglianze o incrementare quelle esistenti: molte persone possono essere lasciate “fuori” o “indietro” perché non hanno le abilità (le “skills”) sufficienti, o perché non sono nelle condizioni socio-culturali per adeguarsi ai nuovi standard tecnico-scientifici di ingresso nel mondo del lavoro, non avendo gli strumenti, la motivazione e le abilità digitali ritenute requisiti indispensabili. Le persone anziane, coloro che hanno meno preparazione e/o provengono da ceti socialmente indigenti, quanti provengono da Paesi in via di sviluppo, le persone con disabilità fisiche e cognitive, sono coloro che possono pagare il prezzo più alto del cosiddetto “divario digitale”. La flessibilizzazione e fluidificazione del lavoro produce precarietà, dunque nuove vulnerabilità che necessitano nuove politiche solidali di protezione sociale adeguata rispetto ai bisogni emergenti.

D i fronte a queste sfide bisogna ripensare il lavoro, ma soprattutto acquisire sin da oggi la consapevolezza che il futuro del lavoro non è inevitabile, non è un “destino”: abbiamo oggi l’opportunità di cambiare, di orientare lo sviluppo tecnologico e le applicazioni nell’ambito del lavoro, nel rispetto di valori che riteniamo fondamentali per l’uomo, la società, e l’umanità futura. E questo è possibile sensibilizzando i governi ad attuare nuove politiche che sappiano proteggere adeguatamente i cittadini.

Le politiche sociali nelle nuove configurazioni del lavoro che si stanno delineando nell’era 4.0 sono eticamente chiamate a garantire a tutti l’accesso a un lavoro dignitoso, che consenta le condizioni oltre che di sicurezza economica anche di realizzazione personale e promozione delle capacità individuali e di contribuzione alla società. Un lavoro che non soffochi la libertà personale ma sappia rispettarla in condizioni di trasparenza e proporzionalità, ossia con un uso di tecnologie e dati ispirato a criteri di necessità, pertinenza e minimizzazione.

Di particolare rilevanza è la riprogrammazione dell’educazione alle nuove esigenze, sempre ricordando che la formazione non deve essere solo tecnica, orientata all’acquisizione di abilità (“skilling”,re-skilling”,up-skilling”) per chi è in grado di acquisirle. Si parla spesso di polarizzazione come fenomeno e conseguenza di questo processo: una parola, apparentemente neutra, che nasconde nuove forme di discriminazione, con l’esclusione di coloro che non sono in grado per ragioni cognitive o di indigenza sociale di apprendere le nuove abilità. In questo senso l’educazione non deve essere solo insegnamento tecno-scientifico ma formazione della persona, quale che sia il livello cognitivo o sociale, allo sviluppo delle capacità naturali e intrinseche, incluse anche le capacità critiche nell’uso delle tecnologie. Infine, le politiche devono assicurare un’adeguata protezione sociale, sulla base della giustizia e della solidarietà, con particolare attenzione nei confronti delle persone in condizione di maggiore vulnerabilità. In questo senso andrebbero sollecitate anche tecnologie di inclusione e integrazione nel mondo del lavoro di persone con disabilità.

Riflettere sul futuro del lavoro significa riflettere sul presente, sull’uomo e su come vogliamo costruire il futuro nostro e della società in cui viviamo. Abbiamo infatti una responsabilità forte nei confronti delle generazioni presenti e future, nella costruzione di una società inclusiva e non escludente, rispettosa della dignità, dell’autonomia, della privacy, della giustizia e della solidarietà nel mondo del lavoro.

Laura Palazzani (Ordinario di Filosofia del diritto, Lumsa; membro dell’European Group on Ethics in Science and new Technologies, Commissione Ue e vicepresidente del Comitato nazionale per la bioetica), «Tecnologie al lavoro la prima sfida è etica. La riflessione in un rapporto del comitato di esperti della Commissione europea», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 3.

Lavoro 10 – L’accoglienza ha le mani in pasta

Pasta

Casa Novella accoglie ogni giorno a Castel Bolognese 115 persone in difficoltà. Ora producono anche cappelletti fatti a mano

Si può produrre pasta fresca di qualità o gestire un e-commerce di prodotti monastici allo scopo di «accogliere, lavorare, educare»: è la mission di Casa Novella, l’opera sociale che a Castel Bolognese accoglie ogni giorno 115 persone tra madri in difficoltà, minori e ragazzi con diverse disabilità, con un’ottantina tra collaboratori e volontari coinvolti.

Con la nascita della cooperativa sociale Botteghe e Mestieri l’accoglienza si è trasformata in opportunità di lavoro. «Nella concezione cristiana il lavoro rappresenta la realizzazione di qualsiasi persona, a prescindere dalle sue capacità e funzionalità. Non potremo mai sostituire un ragazzo disabile con una macchina, anche se risparmiassimo tempo e risorse»: lo dice Claudio Mita, presidente della cooperativa, che da una decina d’anni occupa circa 15 persone – tra cui ragazze sordomute e persone con problemi psichici o forme di disagio sociale – nella produzione di pasta artigianale. Come “Pasta della Casa”, i cappelletti fatti a mano secondo le antiche tradizioni romagnole, prodotti nel pastificio di Tebano (Faenza) e appena sbarcati nei supermercati e negozi delle province di Ravenna e Bologna, dopo un progetto di rebranding e marketing che porterà la cooperativa a raddoppiare la produzione puntando ai 60mila chilogrammi nel 2018.

Decisiva la sinergia creatasi con i consorzi Il Solco e Fare Comunità aderenti a Confcooperative Ravenna. «Abbiamo deciso di spingerci più avanti cercando di distribuire i nostri prodotti nei supermercati e nel settore della ristorazione. Ora siamo anche sul web con il sito www.pastadellacasa.it«, aggiunge Mita, che ricorda l’altra attività di commercio on line della cooperativa: il portale www.bottegadelmonastero.it, una delle più grandi piattaforme italiane di e-commerce dedicata a oltre 600 prodotti provenienti da più di 40 tra monasteri, conventi e abbazie di tutta Europa, dai liquori camaldolesi alle birre trappiste, dai presepi artigianali ai prodotti di cosmesi e benessere. «Il negozio online è nato otto anni fa e al suo interno trova occupazione una squadra di persone svantaggiate che nel periodo natalizio arriva a gestire ben 3.000 confezioni regalo».

Daniele Garavaglia, «L’accoglienza ha le mani in pasta», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 19.