Lavoro 11 – Tecnologie al lavoro la prima sfida è etica. La riflessione in un rapporto del comitato di esperti della Commissione europea

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Sotto minaccia, oltre all’occupazione, le stesse capacità umane di «saper fare». Servono valori forti, regole e una formazione della persona, che non sia solo «tecnica». Un futuro negativo non è inevitabile: abbiamo l’opportunità di orientare lo sviluppo tecnologico, nel rispetto dei valori che riteniamo fondamentali

Siamo di fronte a considerevoli cambiamenti del lavoro nell’ambito delle nuove tecnologie emergenti e delle trasformazioni sociali in atto. Tali cambiamenti coinvolgono lo stesso significato del lavoro, dell’uomo e della società. Molte le “predizioni” sull’inevitabile futuro, prossimo e remoto, che ci aspetta: predizioni a volte intrise di retorica, in un futuro dove il lavoro non ci sarà più perché verrà sostituito interamente dalle macchine, o forse non ci sarà più nemmeno l’uomo in un futuro tecnologizzato postumano e transumano.

È sufficiente leggere i più recenti rapporti sullo stato del lavoro (dall’Oecd nel 2016, il Rapporto McKinsey Global Institute e della International Labour Organisation nel 2017) per rendersi conto delle trasformazioni. Le principali linee di sviluppo riportate nell’era della cosiddetta “rivoluzione industriale 4.0” sono quelle connesse alla automatizzazione, alla robotica e all’intelligenza artificiale, alle tecnologie digitali e agli algoritmi computerizzati, con ricadute sul piano del lavoro. In particolare sono menzionate la sostituzione di alcuni lavori o compiti (soprattutto quelli ripetitivi), la flessibilizzazione in termini spazio-temporali (con cambiamenti su luoghi e tempi del lavoro), l’aumento del “lavoro non standard” con lo sviluppo di nuove forme di lavoro “collaborativo” e “condiviso” nella “gig platform economy”.

N e conseguono nuove opportunità e nuove sfide. Le prime riguardano la possibilità di aumentare la produttività e l’efficienza, nel rapporto costi/benefici, per aiutare a superare possibili barriere di mobilità, riducendo le distanze spaziali e temporali, oltre che migliorare e rendere più efficace la comunicazione. Ma emergono nuovi “rischi etici”, che possono mettere in crisi i valori fondamentali, sui quali si registra – seppur in una società pluralistica – una condivisione in Europa (come mostrano i valori della Carta fondamentale dei diritti umani): pensiamo a dignità umana, autonomia, privacy, giustizia, solidarietà.

È questo il tema affrontato dal parere «Future of Work, future of Society» pubblicato il 19 dicembre 2018 dallo «European Group on Ethics in Science and New Technologies», organismo di consulenza del presidente della Commissione Europea.

Le nuove tecnologie possono “de-umanizzare” il lavoro: possono sostituirlo, almeno in alcuni settori o compiti, producendo disoccupazione, ma anche escludendo l’uomo e umiliandolo rispetto alle possibilità di sviluppo delle sue capacità naturali. Le migliori performances automatizzate e automatiche rischiano di sovrapporsi e superare le attività ritenute tradizionalmente “umane” (si pensi alle attività di “artificial care” dei robots nei confronti di persone anziane e disabili).

Il lavoro può ridurre l’autonomia aumentando la tendenza alla “delega tecnologica”: affidarle compiti complessi (in particolare a intelligenze artificiali, smart machine o machine learning), porta a diminuire le capacità umane o la fiducia in esse e la perdita di controllo dell’uomo sulle macchine, con difficoltà di interazione con i robots, la diluizione delle responsabilità (tra umano e artificiale) e la “dipendenza tecnologica”.

Il costante monitoraggio e la sorveglianza tecnologica eccessiva e sproporzionata sul lavoratore (come i braccialetti elettronici o i sensori indossabili) al fine di rendere sempre più efficiente il lavoro rischiano di rompere il confine tra vita professionale e vita personale e di trasformare il lavoro in un’attività solo orientata alla quantificazione della produttività, privandola della dimensione di realizzazione personale.

Il lavoro può produrre nuove diseguaglianze o incrementare quelle esistenti: molte persone possono essere lasciate “fuori” o “indietro” perché non hanno le abilità (le “skills”) sufficienti, o perché non sono nelle condizioni socio-culturali per adeguarsi ai nuovi standard tecnico-scientifici di ingresso nel mondo del lavoro, non avendo gli strumenti, la motivazione e le abilità digitali ritenute requisiti indispensabili. Le persone anziane, coloro che hanno meno preparazione e/o provengono da ceti socialmente indigenti, quanti provengono da Paesi in via di sviluppo, le persone con disabilità fisiche e cognitive, sono coloro che possono pagare il prezzo più alto del cosiddetto “divario digitale”. La flessibilizzazione e fluidificazione del lavoro produce precarietà, dunque nuove vulnerabilità che necessitano nuove politiche solidali di protezione sociale adeguata rispetto ai bisogni emergenti.

D i fronte a queste sfide bisogna ripensare il lavoro, ma soprattutto acquisire sin da oggi la consapevolezza che il futuro del lavoro non è inevitabile, non è un “destino”: abbiamo oggi l’opportunità di cambiare, di orientare lo sviluppo tecnologico e le applicazioni nell’ambito del lavoro, nel rispetto di valori che riteniamo fondamentali per l’uomo, la società, e l’umanità futura. E questo è possibile sensibilizzando i governi ad attuare nuove politiche che sappiano proteggere adeguatamente i cittadini.

Le politiche sociali nelle nuove configurazioni del lavoro che si stanno delineando nell’era 4.0 sono eticamente chiamate a garantire a tutti l’accesso a un lavoro dignitoso, che consenta le condizioni oltre che di sicurezza economica anche di realizzazione personale e promozione delle capacità individuali e di contribuzione alla società. Un lavoro che non soffochi la libertà personale ma sappia rispettarla in condizioni di trasparenza e proporzionalità, ossia con un uso di tecnologie e dati ispirato a criteri di necessità, pertinenza e minimizzazione.

Di particolare rilevanza è la riprogrammazione dell’educazione alle nuove esigenze, sempre ricordando che la formazione non deve essere solo tecnica, orientata all’acquisizione di abilità (“skilling”,re-skilling”,up-skilling”) per chi è in grado di acquisirle. Si parla spesso di polarizzazione come fenomeno e conseguenza di questo processo: una parola, apparentemente neutra, che nasconde nuove forme di discriminazione, con l’esclusione di coloro che non sono in grado per ragioni cognitive o di indigenza sociale di apprendere le nuove abilità. In questo senso l’educazione non deve essere solo insegnamento tecno-scientifico ma formazione della persona, quale che sia il livello cognitivo o sociale, allo sviluppo delle capacità naturali e intrinseche, incluse anche le capacità critiche nell’uso delle tecnologie. Infine, le politiche devono assicurare un’adeguata protezione sociale, sulla base della giustizia e della solidarietà, con particolare attenzione nei confronti delle persone in condizione di maggiore vulnerabilità. In questo senso andrebbero sollecitate anche tecnologie di inclusione e integrazione nel mondo del lavoro di persone con disabilità.

Riflettere sul futuro del lavoro significa riflettere sul presente, sull’uomo e su come vogliamo costruire il futuro nostro e della società in cui viviamo. Abbiamo infatti una responsabilità forte nei confronti delle generazioni presenti e future, nella costruzione di una società inclusiva e non escludente, rispettosa della dignità, dell’autonomia, della privacy, della giustizia e della solidarietà nel mondo del lavoro.

Laura Palazzani (Ordinario di Filosofia del diritto, Lumsa; membro dell’European Group on Ethics in Science and new Technologies, Commissione Ue e vicepresidente del Comitato nazionale per la bioetica), «Tecnologie al lavoro la prima sfida è etica. La riflessione in un rapporto del comitato di esperti della Commissione europea», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 3.

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Lavoro 10 – L’accoglienza ha le mani in pasta

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Casa Novella accoglie ogni giorno a Castel Bolognese 115 persone in difficoltà. Ora producono anche cappelletti fatti a mano

Si può produrre pasta fresca di qualità o gestire un e-commerce di prodotti monastici allo scopo di «accogliere, lavorare, educare»: è la mission di Casa Novella, l’opera sociale che a Castel Bolognese accoglie ogni giorno 115 persone tra madri in difficoltà, minori e ragazzi con diverse disabilità, con un’ottantina tra collaboratori e volontari coinvolti.

Con la nascita della cooperativa sociale Botteghe e Mestieri l’accoglienza si è trasformata in opportunità di lavoro. «Nella concezione cristiana il lavoro rappresenta la realizzazione di qualsiasi persona, a prescindere dalle sue capacità e funzionalità. Non potremo mai sostituire un ragazzo disabile con una macchina, anche se risparmiassimo tempo e risorse»: lo dice Claudio Mita, presidente della cooperativa, che da una decina d’anni occupa circa 15 persone – tra cui ragazze sordomute e persone con problemi psichici o forme di disagio sociale – nella produzione di pasta artigianale. Come “Pasta della Casa”, i cappelletti fatti a mano secondo le antiche tradizioni romagnole, prodotti nel pastificio di Tebano (Faenza) e appena sbarcati nei supermercati e negozi delle province di Ravenna e Bologna, dopo un progetto di rebranding e marketing che porterà la cooperativa a raddoppiare la produzione puntando ai 60mila chilogrammi nel 2018.

Decisiva la sinergia creatasi con i consorzi Il Solco e Fare Comunità aderenti a Confcooperative Ravenna. «Abbiamo deciso di spingerci più avanti cercando di distribuire i nostri prodotti nei supermercati e nel settore della ristorazione. Ora siamo anche sul web con il sito www.pastadellacasa.it«, aggiunge Mita, che ricorda l’altra attività di commercio on line della cooperativa: il portale www.bottegadelmonastero.it, una delle più grandi piattaforme italiane di e-commerce dedicata a oltre 600 prodotti provenienti da più di 40 tra monasteri, conventi e abbazie di tutta Europa, dai liquori camaldolesi alle birre trappiste, dai presepi artigianali ai prodotti di cosmesi e benessere. «Il negozio online è nato otto anni fa e al suo interno trova occupazione una squadra di persone svantaggiate che nel periodo natalizio arriva a gestire ben 3.000 confezioni regalo».

Daniele Garavaglia, «L’accoglienza ha le mani in pasta», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 19.

Lavoro 9 – Formazione e inclusione – Il progetto che ha creato posti di lavoro per giovani con sindrome di Asperger

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A Milano la collaborazione tra la filiale italiana della multinazionale informatica Everis e Specialisterne si è tradotta in dieci assunzioni stabili

Per loro non è facile trovare un lavoro ma hanno delle capacità, spendibili soprattutto in ambito informatico, non comuni. Secondo i più recenti studi Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) soltanto una persona con autismo su dieci ha oggi un impiego, ma si registra un crescente interesse da parte di multinazionali americane come Microsoft e Sap. Il valore aggiunto di queste menti è una particolare attenzione ai dettagli, una predisposizione a svolgere lavori ripetuti nel tempo e una grande capacità di analisi.

E anche in Italia qualcosa si muove. Si è concluso da poco a Milano il percorso di formazione in Everis Italia di 14 giovani con sindrome di Asperger realizzato grazie alla collaborazione con Specialisterne, realtà nata nel 2004 in Danimarca che offre formazione e sbocchi professionali ad adulti con autismo e Asperger ed è attiva in quindici paesi diversi e in una cinquantina di grandi aziende.

La collaborazione tra Everis Italia e Specialisterne si è tradotta nell’assunzione a tempo indeterminato di dieci persone con diversi ruoli: programmatori, addetti al service desk, all’incident management e al software testing. Hanno fatto tre mesi di corso e poi 15 giorni di training prima di iniziare a lavorare, lo scorso 1 ottobre. Everis è una multinazionale di servizi informatici con sede in Spagna, il cui fatturato supera il miliardo di dollari.

L’apertura del mondo del lavoro alla neurodiversità ha origini danesi, si deve infatti a Thorkil Sonne, informatico che quando diagnosticarono l’autismo al figlio di 3 anni decise di impegnarsi per garantirgli un futuro e iniziò a studiare come impiegare le abilità di queste persone nel mondo della tecnologia. Nel 2004 ha fondato la società Specialisterne. Adesso questa realtà grazie al progetto con Everis ha aperto una sede anche in Italia e cerca nuove aziende con cui collaborare per far vivere ad altri giovani con Asperger un’esperienza come quella di Dario Fici, ragazzo di 26 anni, di Verbania. Pur essendo alla sua prima esperienza lavorativa, Dario sta già lavorando per il cliente Fastweb per cui supporta le attività di software testing, nell’ambito dell’implementazione di flussi e di attività gestionali. «Ringrazierò per sempre Specialisterne ed Everis per avermi aiutato a trovare un lavoro, ma soprattutto perché continuano ad aiutarci nell’integrazione in azienda – racconta Dario. – Attraverso delle sedute, i nostri tutor ci danno consigli sui comportamenti da tenere in ufficio e ci assegnano dei compiti, ma soprattutto ci aiutano a migliorare il nostro modo di relazionarci, cosa in cui noi Asperger facciamo molta fatica».

«É un progetto per cui siamo orgogliosi di essere pionieri nel nostro Paese – racconta Patrizia Manganaro di Everis Italia, – ma speriamo che altre aziende vogliano seguire il nostro esempio. Questi ragazzi hanno incredibile capacità di individuare gli errori, sono molto precisi a discapito di una socialità complicata, proprio per questo abbiamo avuto bisogno della metodologia collaudata di Specialisterne».

L’obiettivo per Specialisterne – come spiega il country manager Italia Pablo Mas – è fare un ulteriore passo avanti, e «contribuire alla creazione di più di 100 posti di lavoro nei prossimi tre anni per giovani italiani con Asperger e autismo».

Cinzia Arena, «Formazione e inclusione. Il progetto che ha creato posti di lavoro per giovani con sindrome di Asperger», in “Avvenire”, 3 gennaio 2018, p. 6.

Lavoro 8 – Virtus Lab, anche la parrocchia fa squadra

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Il progetto: diocesi e associazioni di categoria lavorano insieme per processi d’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro

«Oggi il lavoro è, senza dubbio, la priorità più importante per il Paese. E la disoccupazione giovanile è la grande emergenza». L’espressione inequivocabile del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nella 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani di Cagliari, rappresenta il richiamo programmatico del modello costituito da Virtus Lab, progetto apprezzato tanto nella stessa occasione a Cagliari quanto al Cattolica Center di Verona nell’ambito del Festival della dottrina sociale della Chiesa svoltosi tra il 23 ed il 26 novembre scorsi.

«Siamo partiti da un’analisi – spiega il principale promotore del progetto, Francesco Augurusa, giovane imprenditore calabrese formatosi per oltre un decennio anche tra Stati Uniti e Canada attraverso l’esperienza virtuosa dell’organizzazione Faith & Action: nonostante in diverse regioni del sud Italia la disoccupazione dei nostri coetanei tocchi anche il 50%, i dati esposti recentemente da Confindustria denunciano paradossalmente come un quarto delle imprese del nostro paese non riesca a soddisfare il suo bisogno di profili dotati delle necessarie competenze. In altri termini – continua – il vero problema risiede nella mancanza di adeguata formazione dei nostri giovani rispetto ai bisogni delle imprese».

In tempo di rivoluzione industriale 4.0 che minaccia buona parte dei posti di lavoro da occupazione tradizionale, ma offre altrettante nuove opportunità professionali, Virtus Lab offre la possibilità di un ingaggio completo di tre entità: la diocesi, l’azienda interessata, con la facilitazione di associazioni di categoria come Ucid o Confindustria locale, e la parrocchia o gli organismi associativi del territorio individuato, per avviare i giovani interessati a un processo d’inserimento nel mondo del lavoro.

La diocesi mette a disposizione uno o più locali inutilizzati per ospitare ambienti atti alla formazione; l’azienda intercettata, attraverso la segnalazione di associazioni, segnala le proprie necessità in termini di risorse umane, così da selezionare profili che hanno una preparazione almeno di base coerente con il percorso formativo da sviluppare. A selezione ultimata, i giovani iniziano un percorso che può durare due o tre mesi di 8 ore al giorno, condotto anche da formatori della stessa azienda, avendo così la certezza dell’inserimento nel mondo del lavoro a fine corso grazie alle specializzazioni maturate. Il percorso è sostanzialmente finanziato dal Fondo per la formazione e il sostegno al reddito dei lavoratori in somministrazione.

Il progetto Virtus Lab è già stato sperimentato in un territorio non certo semplice come quello calabrese: la diocesi di Mileto-Nicotera- Tropea si è resa partner di corsi di formazione professionalizzanti gratuiti in ottica di industria 4.0 nel campo della meccanica, dell’informatica e della comunicazione digitale.

Mario Agostino, «Virtus Lab, anche la parrocchia fa squadra», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 21.

Lavoro 7 – Federsolidarietà. Persone svantaggiate, con il lavoro diventano risorsa per la società

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Inserire nel mondo del lavoro persone svantaggiate fa bene a loro e all’intera società: nella sola Emilia Romagna, ad esempio, lo scorso anno sono stati generati benefici per più di 9 milioni di euro per la pubblica amministrazione dall’inserimento di questi lavoratori all’interno di 203 cooperative sociali.

I dati sono emersi da una ricerca commissionata dalla sezione regionale di Federsolidarietà/Confcooperative e curata da Aiccon. Le 203 cooperative analizzate stipendiano attualmente 1940 lavoratori svantaggiati su un totale di quasi 7mila addetti, di cui il 77,5% con contratti a tempo indeterminato, generando un fatturato complessivo che si avvicina ai 277 milioni di euro e un patrimonio netto di 65,9 milioni di euro (+17,9% dal 2012 al 2015). In crescita del 7,7% rispetto al 2015 anche il numero dei lavoratori svantaggiati impiegati, che ora sono quasi duemila: le cooperative coprono la richiesta di svariate mansioni, dalla manutenzione del verde ai servizi socio-assistenziali, ai servizi educativi e scolastici, custodia e pulizie, fino a ristorazione e alloggio, commercio, trasporto e magazzinaggio, attività culturali e agricoltura.

Servizi sempre più richiesti anche dal settore privato: se fino al 2014, infatti, le cooperative sociali dell’Emilia Romagna avevano rapporti principalmente con la pubblica amministrazione (51%) ora la percentuale si è ribaltata in favore del privato (53,7%).

A beneficiare dell’inserimento in cooperativa sono ovviamente i lavoratori, che in otto casi su dieci hanno ottenuto stabilità attraverso un contratto a tempo indeterminato; ma anche le stesse cooperative sociali, che hanno visto tra il 2012 e il 2015 incrementare il patrimonio netto del 17,9% e il capitale sociale del 24,8%.

C’è poi lo Stato, che da sole 20 cooperative nel 2014 ha ricevuto 2,4 milioni di euro in imposte versate. Non solo: grazie al calcolo effettuato dai ricercatori di Aiccon con il metodo Valoris, basato sull’analisi costibenefici, è emerso che l’inserimento nel mondo del lavoro di persone con difficoltà certificate genera un indotto positivo anche in termini di Iva prodotta e spese pubbliche evitate. Un beneficio per lo Stato calcolato in un valore medio di 4.729,74 euro a persona, che, moltiplicato per i 1919 lavoratori svantaggiati impiegati nel 2016 dalle cooperative esaminate, porta a un totale di oltre 9 milioni di euro nella sola Emilia Romagna. «Il costo dell’intervento pubblico per gli inserimenti lavorativi di persone svantaggiate è più basso dei vantaggi economici generati», sintetizza Luca Dal Pozzo, presidente di Federsolidarietà/ Confcooperative Emilia Romagna. «Le cooperative sociali aggiungono un pezzo fondamentale di welfare senza sostituirsi al sistema pubblico, ma arricchendolo con servizi alla persona. Se coinvolte in un progetto di inserimento lavorativo, le persone con difficoltà certificate di vario tipo possono diventare una risorsa per la comunità in cui vivono. E la cooperazione sociale si conferma uno strumento privilegiato per generare questi benefici collettivi».

Chiara Merico, «Federsolidarietà. Persone svantaggiate, con il lavoro diventano risorsa per la società», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 21.

Lavoro 6 – Cattolica Assicurazioni: La Fondazione ha avviato 480 nuove iniziative e creato 360 posti di lavoro

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I risultati di forte sviluppo nel bilancio dell’attività annuale dell’ente veneto. Bedoni: «Abbiamo accolto la sorprendente creatività di chi ha avuto il coraggio di vincere l’indifferenza»

Il rilancio (pieno di idee) di un ostello nel Sulcis, il riutilizzo delle plastiche delle bottiglie che diventano oggetti di design realizzati con stampanti 3D dai ragazzi del rione Sanità, uno dei quartieri più difficili di Napoli. Sono alcuni dei progetti di successo che Fondazione Cattolica Assicurazioni ha contribuito a realizzare in questo 2017. È stato un anno di forte crescita per l’attività della fondazione veronese: sono state avviate più di 480 iniziative (un forte aumento rispetto alle 360 del 2016), tra le quali 50 nuove attività di impresa sociale che hanno ridato dignità, attraverso un lavoro, a più di 380 persone che ne erano escluse. Oltre 11mila volontari coinvolti e 203 nuove associazioni incontrate.

«Dal 2012 abbiamo deciso che la nostra priorità sarebbero state le persone – ha spiegato presentando questi risultati alla stampa il presidente Paolo Bedoni –, è stato l’inizio di una trasformazione che ha stupito anche noi stessi. In 5 anni abbiamo incontrato moltissime persone che avevano un’idea valida in risposta ai crescenti disagi determinati dalla crisi ed espressi nelle fragilità di famiglie, anziani, disabili e nuovi poveri. A fronte di un’idea valida, abbiamo sostenuto la costruzione di un progetto concreto andando oltre il mero supporto finanziario. In questi anni abbiamo accolto la sorprendente creatività di chi ha avuto il coraggio di vincere l’indifferenza per dare risposta alle criticità dei nostri tempi. Ci siamo così arricchiti di esperienze, idee, soluzioni e relazioni. Ed è questo il vero patrimonio che la Fondazione mette a disposizione».

Esemplare il metodo che la Fondazione ha adottato per l’intervento straordinario di supporto alla scuola dell’infanzia paritaria cattolica veronese. Dopo un questionario utile a comprendere la situazione economica, finanziaria ed organizzativa delle famiglie veronesi e un colloquio con i 95 presidi la Fondazione ha trovato conferma di come le scuole dell’infanzia siano una delle espressioni più belle della vitalità di Verona, perché rappresentano il 70% dell’offerta formativa da 0 a 6 anni, e perché sanno accogliere tutti: si reggono sul volontariato silenzioso di oltre 1200 genitori e su docenti che si impegnano con passione anche oltre le ore retribuite. «Per questi motivi la Fondazione ha riconosciuto che questa scuola è la risposta più efficace alle fragilità citate e non semplicemente un’alternativa alla scuola statale: la loro scomparsa lascerebbe un vuoto nel territorio » spiega Fondazione Cattolica, che ha stanziato un contributo straordinario di 500mila euro col quale sono stati avviati 95 progetti per lo sviluppo dell’attività formativa e didattica ed il supporto alla genitorialità.

«Cattolica Assicurazioni: La Fondazione ha avviato 480 nuove iniziative e creato 360 posti di lavoro», in “Avvenire”, sabato 30 dicembre 2017, p. 18.

Lavoro 5 – Welfare aziendale: In Cattolica Assicurazioni i congedi parentali potranno essere usati a ore

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Un nuovo accordo con i sindacati facilita il rientro al lavoro di chi ha avuto dei bambini, migliorando la conciliazione tra impiego e famiglia

VERONA. Nuovo accordo sindacale alla Cattolica Assicurazioni per la conciliazione tra prestazioni lavorative ed esigenze personali e familiari. Si tratta del “congedo parentale ad ore” che permette alle mamme di riprendere l’attività in azienda con gradualità dopo la gravidanza, organizzando in modo più efficace e sostenibile il ritorno professionale. Ciò che riguarda anche i papà.

La novità è che la cosiddetta “maternità facoltativa”, pari a sei mesi consecutivi o a 180 giorni frazionati nel corso dei primi sei anni di vita del bambino, che scattano una volta utilizzata quella “obbligatoria”, potrà essere usata anche a ore e non più a giorni, evitando la riduzione dello stipendio e sostenendo quindi il reddito familiare.

Con il nuovo sistema le mamme o i papà potranno, già dal quarto mese del bambino, rientrare al lavoro con un minimo di mezza giornata di presenza, pur rimanendo assunti con un contratto full time.

Negli ultimi cinque anni, si sono registrate mediamente nel gruppo 50 nascite l’anno. Quello sottoscritto dalle parti alla Cattolica è una delle forme più avanzate di welfare aziendale. La nuova intesa segue i due precedenti accordi siglati nei mesi scorsi: il “Welfare 2017” che prevede un bonus a rimborso delle spese scolastiche, culturali e socio-assistenziali sostenute dai collaboratori, e lo “Smart Working” che offre la possibilità, in alcuni giorni della settimana, di lavorare fuori dagli spazi dell’ufficio.

Welfaremeet.it, il portale di Confindustria Vicenza per la strutturazione di piani di welfare aziendale, ha intanto certificato che la prima scelta fra gli 8 mila lavoratori delle aziende associate rimane quella dei buoni benzina con il 28,8% delle preferenze (+0,4% rispetto a giugno 2017). Prendono quota, poi, i buoni alimentari, che oggi rappresentano ben il 18,5% del valore dei benefit scelti dai lavoratori delle aziende aderenti a Welfaremeet. «Sono benefit riguardanti spese ricorrenti e di utilizzo immediato, non sorprende che rappresentino quasi la metà delle scelte dei lavoratori – afferma Carlo Frighetto, responsabile dell’Area Lavoro, previdenza ed education di Confindustria Vicenza – tanto più che, grazie alla nuova legislazione e agli sgravi, questi buoni vanno fondamentalmente ad alzare il potere d’acquisto di chi li utilizza».

Francesco Dal Mas, «Welfare aziendale. In Cattolica Assicurazioni i congedi parentali potranno essere usati a ore», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 24.