L’Italia che piace 4/3 – Storie di ragazzi sospesi tra strada e clan

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Successi e sconfitte nel duro cammino per recuperare i figli di famiglie difficili.

«Adesso ho capito quello che dicevate. Se potessi tornate indietro… ». È la frase che molti ragazzi “difficili” dicono agli operatori della cooperativa Eughenia che a Bitonto gestisce i centri Chiccolino e Baloo, per minori a rischio o già finiti in storie di illegalità (ieri abbiamo raccontato le sue attività). Lo dicono quelli che ce la fanno ma anche quelli che falliscono. Perché ci sono anche insuccessi nell’importante e preziosa attività della cooperativa, a fronte di molti esiti positivi. Sia di adolescenti ma soprattutto di bambini. L’età conta molto, come ci spiegano gli operatori dei due centri, soprattutto per gli adolescenti già troppo coinvolti nel sistema criminale. Basti pensare che i clan arrivano a dare a questi ragazzini fino a 250 euro al giorno, come vedette o corrieri. Come i due di 16 e 21 anni arrestati dai carabinieri il 31 gennaio nei controlli a tappeto nelle zone dei clan, perché trovati con più di un chilo di droga. O come Giuseppe Casadibari, il ventenne probabile obiettivo dei killer che hanno ucciso Anna Rosa Tarantino.

Storie di vittorie, alcune davvero miracolose, e di sconfitte che fanno molto male, quelle che ci raccontano la fondatrice della cooperativa, Patrizia Moretti e alcune operatrici. Come quella di un ragazzo col padre arrestato ma con la madre molto collaborativa. «Voleva a tutti costi che studiasse. L’abbiamo seguito e inserito a scuola, liceo classico. E ora ha tutti dieci». La dimostrazione di quanto conti l’aiuto delle famiglie, o almeno di uno dei genitori. È il caso di una mamma rom di 30 anni con 8 figli tra 6 e 15 anni. Chiedeva l’elemosina coi bimbi agli incroci e davanti ai negozi, ma voleva che andassero a scuola. «Non li facevano entrare perché sporchi. Vivevano in una baracca in un cantiere, senza l’acqua per lavarsi e neanche la luce ». Ma dopo l’incontro con la cooperativa la vita per i bambini cambia, e con essa il rischio di finire in qualche “giro” pericoloso. «Ora vengono da noi la mattina, fanno la doccia, gli diamo vestiti puliti e li portiamo a scuola. Li andiamo a riprendere e nel pomeriggio fanno attività comune con gli altri bambini. C’è integrazione, nessuno li fa sentire diversi. Anche a scuola sono soddisfatti, sono ben inseriti: la mamma è felice. Lei continua a chiedere l’elemosina ma non porta più i figli».

Ci sono poi successi che lasciano strascichi dolorosi. È la storia di due fratellini di 6 e 8 anni, col padre alcolista e violento. Vengono così separati dai genitori e anche tra di loro perché quel clima di violenza li aveva coinvolti. Ma non ci si arrende. «Sono stati inseriti insieme nel centro Baloo e hanno recuperato il rapporto di fratellanza. Abbiamo lavorato su di loro e anche sulla famiglia. Purtroppo il padre è scomparso. Uno dei bambini ora vive con la madre e l’altro coi nonni paterni, ma ormai il rapporto è stato ricreato. È stata sotterrata l’ascia di guerra. Si incontrano a casa della mamma e studiano con impegno».

Ma alcune volte neanche le mamme riescono a salvare i figli. Come dimostra una storia di violenza terribilmente precoce. «Abbiamo aiutato una donna a denunciare il marito alcolista e giocatore d’azzardo patologico, che la picchiava. Il figlio di 7 anni imitava il padre e anche lui la picchiava. Dopo la denuncia ora è una donna libera, ha un lavoro e una casa. Il bambino è stato da noi per due anni ma era già troppo coinvolto, picchiava gli altri, sputava. Ora è lontano in una comunità residenziale».

Ma l’insuccesso più duro, quello che Patrizia non riesce a togliersi dalla memoria e dal cuore, è quello di due gemelli di 7 anni, i primi arrivati al Baloo. «Venivano da una famiglia “criminale” che remava contro e con un padre seduttivo. Abbiamo fatto di tutto ma li abbiamo dovuti dimettere quando avevano 10 anni. Dopo poco sono finiti sui giornali per alcuni furti. Poi arrestati più volte per droga». Spaccio e consumo. Non casi isolati, visto che il 100% dei ragazzi inseriti nel centro ha consumato cannabis e alcuni anche altre sostanze. Ma per i due fratelli si presenta una nuova occasione, quando a 21 anni sono tornati. «Si riprendeva il discorso. Con uno ha funzionato. Aveva ricordi lucidissimi di quello che aveva fatto al Baloo, soprattutto le gite. Con l’altro non andava per colpa della dipendenza dalle droghe». Ma gli operatori si impegnano per recuperare quel percorso. Un impegno vanificato dal passato che riaffiora. «Il primo ragazzo sembrava potesse farcela. Ma poi è stato arrestato proprio qui da noi per vecchie vicende. Ora è in carcere, mentre il fratello è libero ma ancora dentro la droga». Ma ne valeva la pena? «Sì, sempre. I loro sorrisi, i loro progressi ci dicono che dobbiamo continuare».

(2-fine)

Antonio Maria Mira, «Storie di ragazzi sospesi tra strada e clan. Le lotte di Eughenia, che sottrae adolescenti al crimine organizzato», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 9.

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L’Italia che piace 8 – È Nicola il «più buono d’Italia»: A 17 anni si prende cura (in classe e fuori) del compagno di banco distrofico

Nicola

Il riconoscimento, istituito nel 1974, è stato consegnato ieri alla presenza dell’arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo. Il giovane premiato è alunno del liceo scientifico di Bernalda e a casa si occupa anche di tre fratelli più piccoli

È Nicola Zaffarese, 17 anni, di Marconia (Matera) «L’alunno più buono d’Italia», secondo il premio nazionale istituito nel 1974 per ricordare Ignazio Salvo (alunno del Collegio Nazareno degli Scolopi, colpito da distrofia muscolare progressiva e morto a 19 anni).

Cosa ha fatto Nicola per meritarsi questo titolo? Con generosità e spirito di dedizione si prende cura del suo compagno di banco Roberto Scasciamacchia, affetto da distrofia muscolare di Duchenne, sia durante le lezioni al Liceo scientifico «Matteo Parisi» di Bernalda che nella vita di tutti i giorni. Un’amicizia forte diventata esempio di amore fraterno e di condivisione.

Nicola Zaffarese ha ricevuto ieri a scuola, circondato dalla simpatia di tanti studenti, il premio che gli è stato consegnato dal vicepresidente dell’associazione «L’alunno più buono d’Italia», padre Giorgio Testa; era presente anche Antonio Giuseppe Caiazzo, arcivescovo di Matera-Irsina, che ha evocato l’insegnamento evangelico di san Francesco d’Assisi.

Le parole di Nicola, che fa parte del gruppo Azione Cattolica di Marconia, sono state come sempre sobrie, condite da un’immensa felicità per essere quotidianamente al fianco del suo amico Roberto, costretto a muoversi su sedia a rotelle, che ha abbracciato non senza un pizzico di emozione: «Mi fa piacere avere un riconoscimento così importante. Sono contento anche per Roberto che aiuto ogni giorno. È qualcosa che sento dentro, lo faccio spontaneamente e per me non è certo un sacrificio. Gli voglio davvero bene».

Anche Zaffarese ha una storia per certi versi difficile, che dà un ulteriore significato al suo gesto di solidarietà. «Nicola è cresciuto in fretta – narra Giosuè Ferruzzi, dirigente scolastico del liceo “Farina” – dovendo badare ai suoi tre fratelli più piccoli, con il padre che lavora spesso di notte al porto di Taranto e la madre che ha lasciato da tempo la sua famiglia. È molto più maturo dei suoi 17 anni. Ha una forza interiore incredibile».

Eloquente anche la testimonianza di Arianna Carbone, insegnante di sostegno di Roberto Scasciamacchia, che suona la chitarra ed è un grande ammiratore del musicista Ezio Bosso: «Da circa tre anni Nicola si rende protagonista di atti di bontà nei confronti del compagno di banco. Lo aiuta durante le lezioni e rimane con lui anche per la pausa della ricreazione. Spesso organizza in palestra gare di basket coinvolgendo e incitando Roberto per renderlo partecipe delle attività sportive. Nicola ha sempre mostrato di dare priorità alle esigenze degli altri prima che alle proprie, esprimendo un innato senso di responsabilità. In casa si dedica alle faccende domestiche e accudisce i fratelli più piccoli. La sua felicità e il benessere personale sono al servizio degli altri».

Nicola Lavacca, «È Nicola il “più buono d’Italia”. A 17 anni si prende cura (in classe e fuori) del compagno di banco distrofico», in “Avvenire”, venerdì 6 ottobre 2017.

L’Italia che piace 7 – Il gusto del riscatto nei biscotti siciliani, prodotti dai detenuti del Malaspina di Palermo

Biscotti

La scommessa di cinque ragazzi dell’istituto minorile, che dietro le sbarre hanno imparato un mestiere per la vita

Palermo. Sgranocchiandoli a colazione o a merenda, si riescono ad assaporare il mandarino di Ciaculli e lo zenzero, il cioccolato di Modica e le erbe aromatiche, ma soprattutto resta sul palato il gusto del riscatto e del sogno di una vita nuova fuori dalle sbarre.

I biscotti di “Cotti in fragranza”, realizzati dai detenuti dell’Istituto penale minorile Malaspina di Palermo, hanno spopolato quest’anno in Sicilia, sono finiti nelle ceste natalizie dei negozi e sui banconi di alcuni supermercati, dono speciale di valore doppio e sono pronti a sbarcare oltre lo Stretto, grazie a un accordo commerciale con Coop Alleanza 3.0. Da questo mese, nei punti vendita dall’Emilia Romagna in giù, tra i prodotti di eccellenza siciliani, saranno in vendita 7mila confezioni di “Buoni cuore”, frollini secchi al mandarino tardivo di Ciaculli, detto “Marzuddu” perché matura a marzo, diventati il core business di questa piccola impresa corsara nata per dare un futuro di lavoro e speranza a chi ha sbagliato strada e vuole ritrovare quella giusta, valorizzando le materie prime siciliane di qualità.

Promosso dal Malaspina, dall’associazione Centro studi Opera Don Calabria e dalla Fondazione San Zeno, il laboratorio dà lavoro a cinque giovani detenuti che hanno imparato un mestiere diventato una scommessa per il proprio futuro. Le ricette molto innovative di tre tipi di biscotti dolci e, da poco tempo, anche di biscottini salati con erbe aromatiche sono state inventate dal pasticciere Giovanni Catalano, che ha creduto nel progetto puntando a valorizzare la tradizione dell’Isola. E la Sicilia viene fuori da ogni briciola, ma anche dai nomignoli originali dialettali che suscitano il sorriso appena si pronunciano. Quelli con arancia e pezzetti di cioccolato di Modica sono “Coccitacca” (si dice di ciò che è piccolo ma impertinente), quelli con limone e zenzero sono “Parrapicca” (ossia parla poco), quelli salati a bastoncino i “Picciottelli” (ragazzini). A insegnare ai cinque ragazzi detenuti tutti i segreti del mestiere, la conoscenza delle materie prime e del processo di lavorazione, è lo chef Nicola Cinà, in sedia a rotelle a causa di un incidente, che in questo progetto ha trovato anche lui un’occasione di rinascita.

Un’avventura cominciata oltre un anno e mezzo fa, grazie all’impegno delle due responsabili Lucia Lauro e Nadia Lodato e alla lungimiranza del direttore del Malaspina, Michelangelo Capitano.

«La prima scelta importante è stata quella di posizionare il laboratorio all’interno del complesso Malaspina, ma fuori dalle mura detentive – sottolinea Nadia Lodato –. Se i detenuti cominciano questo percorso, esso può continuare anche dopo il fine pena. Vogliamo creare impresa sociale che dia lavoro ai ragazzi». Infatti i cinque giovani sono stati messi in regola, guadagnano mensilmente circa 600 euro. Mario ha potuto finalmente permettersi le cure dentarie, Giovanni, che ha appena finito di scontare la pena, è riuscito a pagare l’affitto di un bilocale per vivere dignitosamente.

«È una vera occasione di lavoro – aggiunge il direttore Capitano – che dà la possibilità a ciascuno, in un ambiente sereno, di cambiare il filo, il destino della propria vita».

Il segreto non è solo coinvolgere i ragazzi «nella realizzazione pratica del prodotto ma in tutta la organizzazione. Hanno acquisto padronanza e conoscenza del processo produttivo, dalla scelta della materia prima all’impacchettamento» racconta Lucia Lauro, una delle responsabili, assistente sociale e un lungo passato con i minori delle comunità di accoglienza. Ha ancora i dolori alle mani per l’enorme lavoro portato a termine con i ragazzi per rispondere alle tantissime richieste in vista del Natale: circa 9mila pacchi e 1.300 scatole da degustazione con i tre biscottini dolci, costruite a mano una per una. Circa 18mila pacchi sono usciti dal laboratorio e poi c’è stata la corsa a confezionare i 7mila sacchetti per la Coop. «Li abbiamo scelti per l’alta qualità e il forte valore simbolico – conferma Alfio Leanza, responsabile dell’acquisto dei prodotti siciliani per Coop –. Per tutto il mese di gennaio saranno inseriti nel volantino dei “Sapori, si parte! Sicilia?”».

L’umore dei giovani pasticcieri è alle stelle. Giuseppe è particolarmente orgoglioso, perché è stata sua l’intuizione che ha generato lo slogan che ha commosso e convinto tutti: «Se non li gusti, non li puoi giudicare». E racconta com’è andata: «Eravamo in riunione e ho pensato che poteva essere un messaggio riferito alla nostra esperienza, perché se la gente non ci conosce, non ci può giudicare – dice ancora incredulo per il successo dell’attività –. All’inizio non pensavo ci saremmo ingranditi così, eppure ci siamo riusciti. Se uno non prende delle responsabilità, non può andare avanti. Abbiamo cominciato e dobbiamo continuare».

Alessandra Turrisi, «Il gusto del riscatto nei biscotti siciliani. Prodotti dai detenuti del Malaspina saranno venduti da Coop Alleanza», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 10.

L’Italia che piace 6 – Marta, che recupera il cibo per i poveri

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A 79 anni con una vecchia bici verde tutte le mattine passa da tre supermercati di Torino: ritira i possibili sprechi alimentari, con cui poi mantiene 8 famiglie

Una bicicletta è progettata per trasportare una persona e non certo decine di chili di cibo. Eppure, la bici della signora Marta ormai ci è abituata, grazie a un cestello davanti al manubrio, una cassetta appoggiata sulla ruota posteriore e un sellino ben appiattito.

Da anni viene caricata quasi come un camioncino e spinta a mano da una donna forte, determinata e che semplicemente ha voglia di fare del bene. Marta ha 79 anni (saranno 80 a luglio) e ogni mattina, insieme all’inseparabile due ruote di un bel colore verde acceso, percorre il consueto itinerario nel quartiere Santa Rita di Torino, la zona in cui vive da molti anni. Intorno alle 9 passa davanti a tre diversi supermercati e, guardando nei cassonetti dell’immondizia all’esterno, cerca ciò che viene quotidianamente gettato, ma che resta ancora perfettamente commestibile. Raccoglie tutto il possibile e se ne va a casa con la sua bicicletta smisuratamente carica, con oltre 40 chilogrammi di generi alimentari ogni giorno.

«È incredibile – racconta – quanto spreco ci sia ancora oggi. Viene gettato il cibo prossimo alla scadenza oppure quello contenuto in confezioni non più perfette, magari a causa di un urto durante il trasporto. In questo periodo, ad esempio, ci sono le arance: se una è andata a male, buttano via intero l’intero sacchetto da 5 chili. È vergognoso».

Ma la signora Marta è tenace: di origine contadina, per molti anni ha intervistato la gente in tutto il Piemonte per le indagini di mercato. Oggi è in pensione, vive con il marito, ha un figlio medico e una figlia biologa e tre nipoti iscritti a Medicina.

Non si vergogna, però, a rovistare nella spazzatura, anche se viene guardata continuamente con sospetto dai passanti e di certo senza particolare simpatia neppure dai responsabili dei supermercati: «Non mi interessa. Lo faccio perché so che ci sono persone che hanno bisogno e che mi aspettano ». Tre volte alla settimana, infatti, carica la sua auto di tutte le provviste raccolte e va a distribuirle a chi ha bisogno a Casalborgone, un paese di duemila persone a circa 30 chilometri da Torino.

«Ho iniziato quasi per caso, portando qualche genere alimentare a una famiglia che, a causa della crisi economica, si era ritrovata a perdere tutto. In poco tempo, poi, il giro si è allargato e continuavano ad arrivarmi segnalazioni di nuove situazioni di disagio. Adesso seguo 8 famiglie, per un totale di oltre venti persone. Mi accolgono sempre a braccia aperte e con grande dignità. Non mi hanno mai chiesto nulla e riescono a non sprecare mai nulla. Con la farina si fanno il pane, con il latte producono da soli le formaggette. Ciò che avanza (quando avanza) viene portato in una sorta di scuola popolare che ospita gratuitamente anche a dormire persone in grave indigenza».

A scoprire il motivo della frenetica attività della signora Marta è stato un diacono torinese, Benito Cutellè, della parrocchia Natale del Signore, che racconta: «Quando l’ho vista, affaticata nel trascinare la sua bici piena di scatolami e borse, l’ho scambiata per un’indigente e l’ho invitata a venire nella nostra parrocchia, dove avremmo provveduto a darle ciò che le serviva attraverso la San Vincenzo. Mi sbagliavo: non stava rovistando nei cassonetti per se stessa, ma per chi non ha nulla da mangiare. Sono rimasto davvero sorpreso. Alla sua età presta con estrema modestia un servizio importante a favore dei fratelli più poveri. E il suo rammarico è che, quando lei sarà troppo stanca, non ci sia più nessuno ad aiutarli».

Per ora, però, la signora Marta è ancora energica e molto risoluta: «Soprattutto i politici e i decisori pubblici dovrebbero rendersi conto della situazione reale e di quanta povertà esista ancora oggi. C’è chi veste alla moda e mangia a crepapelle e chi non ha più nulla. Tutti dovremmo darci da fare e, invece, siamo troppo insensibili ai bisogni del prossimo».

Danilo Poggio, «Marta, che recupera il cibo per i poveri», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 10.

L’Italia che piace 5/2 – Gioia Tauro, chiesa in terra confiscata

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«Questo luogo che un tempo è stato luogo di mafia, ora, sottratto a un possesso iniquo, è stato riscattato, benedetto, dedicato al Signore, luogo santo dove c’è posto solo per le cose sante. Da luogo di illegalità a luogo santo». Così il vescovo di Oppido Mamertina-Palmi, monsignor Francesco Milito, spiega la chiesa di San Gaetano Catanoso, la prima realizzata su un bene confiscato. Oggi, dopo tredici anni nei quali la parrocchia è stata un tendone, si celebra la dedicazione della grande chiesa in muratura. «Dalla chiesa tenda alla chiesa tempio», sottolinea il vescovo, nella quale, aggiunge, «c’è posto anche per chi un tempo aveva questo bene e ora non l’ha più». Dunque, «condanna netta della ’ndrangheta come male, ma apertura anche ai mafiosi. Questa chiesa può essere anche per loro luogo di pace e riconciliazione. Ricordando sempre che la misericordia non può essere slegata dalla giustizia».

Così monsignor Milito ha voluto far porre all’ingresso della chiesa una lapide che oltre a ricordare «la scelta profetica del mio predecessore monsignor Luciano Bux, che volle questa realizzazione», ribadisce che ci troviamo «su un terreno sottratto a iniquo e criminale possesso» e «a futura e perenne memoria della santità del luogo, oasi di pace e casa di sante ispirazioni, monumento e monito di conversione dalle vie dell’empietà alla vita nuova in Cristo».

Parole molto chiare, monsignor Milito. Scelte importanti ma anche un iter difficile.

«Il sorgere della Chiesa su uno dei primi terreni confiscati alla ’ndrangheta e la concessione di contributi di finanziamento con i fondi dell’8 per mille della Cei per la costruzione, è un dato unico in ambito nazionale, che dovrà essere ricordato per più motivi: la conversione di un’iniqua proprietà privata in un bene di interesse comune e per di più religioso; la condivisione e la collaborazione degli organismi della Cei a prova dell’attenzione del sostegno della Chiesa Italiana alla scelta coraggiosa di una Chiesa locale; la riconfermata volontà della Cei per il completamento dei lavori dopo un’ampia pausa di interruzione, dovuta ad impreviste pastoie e gravi inadempienze burocratiche, con gravi pregiudizi per il completamento dell’opera stessa».

Ma ora ci siamo. Non è però l’unico esempio di impegno della diocesi su questo fronte.

«Si inserisce in un cammino e ne è l’elemento più monumentale non solo in senso fisico ma anche di significato. I latini dicevano”monumentum monimentum”, ogni qualcosa che si erige ed è potente diventa una monizione, un avviso. Nella sua imponenza si inserisce in una città che ha una scarsa identità, diventando casa di Dio in mezzo alle case degli uomini in un contesto difficile. Per la sua collocazione è il segno del sacro per chi entra a Gioia Tauro e l’ultimo segno per chi ne esce».

E in questa terra i segni, i simboli hanno avuto e hanno ancora una grande importanza. Nel bene e nel male….

«È proprio così. Infatti ho voluto che nella chiesa ci fossero dei segni particolari. Sulla mensa dell’altare c’è un rivolo rosso che rappresenta il sangue di Cristo sparso per noi, il sacrificio della Croce che ci redime, ma richiama anche il tanto sangue versato in queste zone. Quindi il riscatto in Cristo ma anche le colpe permanenti. Un segno semplice ma potente. Poi di fronte c’è l’ambone in foglia d’oro, per rappresentare la Parola di Dio che come l’oro resta in eterno. Quindi abbiamo la nequizia degli uomini e la presenza permanente di Dio. Sia l’altare che l’ambone sono sopraelevati, per dire che il sacrificio avviene in terra ma è per il cielo. Infine sul Tabernacolo c’è il Volto Santo di Cristo, il Mandylion, della cui devozione fu promotore San Gaetano Catanoso».

Una grande chiesa ma anche tanti spazi per tante iniziative. Un luogo dove accogliere, condividere, ascoltare….

«È una delle chiese più grandi della Piana di Gioia Tauro. Ha i locali parrocchiali più vasti della diocesi. E questo anche grazie all’unico blocco di progettazione. Anche per questo devo sottolineare la grande perspicacia della Cei, nel rispetto delle norme che valgono per tutti, nel capire l’importanza di questo progetto e nel continuare a sostenerci malgrado ritardi e altri problemi delle imprese. E questo grazie all’8 per mille che ha affiancato l’impegno della diocesi. Capendo quanto questa chiesa sia davvero un segno forte».

Anche l’intitolazione a san Gaetano Catanoso è un segno. Un prete profondamente calabrese, che in tempi difficili fece scelte chiare contro le mafie.

«È proprio così. Per questo la chiesa diventa cattedra per tutta la diocesi, per il suo significato intrinseco. Ancora una volta, attraverso dei segni molto forti, proclamiamo l’incompatibilità tra ’ndrangheta e Vangelo».

Antonio Maria Mira, «Gioia Tauro, chiesa in terra confiscata. “Sarà luogo santo”. Oggi dedicazione e apertura al culto. Il vescovo Milito: è l’ora del riscatto», in “Avvenire”, venerdì 20 ottobre 2017, p. 10.

L’Italia che piace 5/1 – Gioia Tauro, chiesa in terra confiscata

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Oggi alle 17.30 a Gioia Tauro sarà celebrata la solenne dedicazione e apertura al culto della chiesa parrocchiale San Gaetano Catanoso, la prima realizzata in Italia su un terreno confiscato alla mafia. La celebrazione sarà presieduta da monsignor Francesco Milito, vescovo di Oppido-Palmi, una diocesi molto impegnata sul fronte della legalità.

Oltre alla chiesa, realizzata su un terreno confiscato al potentissimo clan ndranghetista dei Piromalli, la diocesi ha in gestione, sempre a Gioia Tauro, il “palazzo Molè”, confiscato all’omonima cosca, che ospita da tredici anni gli uffici della Caritas diocesana, l’Istituto di scienze religiose e altre iniziative destinate soprattutto al laicato. Sempre nel 2004 è nata la cooperativa Valle del Marro, frutto della collaborazione tra Diocesi e Libera, col sostegno del Progetto Policoro della Cei, che coltiva terreni confiscati ai clan della Piana di Gioia Tauro.

Nel paese di Polistena, un palazzo confiscato alla cosca Versace è stato assegnato alla parrocchia di Santa Marina Vergine, guidata da don Pino Demasi, già vicario generale, e ospita un centro di aggregazione giovanile, un ostello e l’ambulatorio di Emergency per migranti.

Lungo e faticoso l’iter per la parrocchia di San Gaetano Catanoso. Il terreno è stato sequestrato il 27 marzo 1984, confiscato definitivamente il 7 aprile 1994, assegnato al comune di Gioia Tauro il 26 aprile 1999. Abbandonato per anni fino all’intervento della diocesi e del suo vescovo Luciano Bux che lo chiese per una nuova parrocchia assieme al “palazzo Molè”. Nel 2005 nasce la parrocchia, ospitata in una grande tenda e guidata allora da don Pasquale Galatà.

Il 20 settembre 2010 la posa della prima pietra, prelevata dalla casa di San Gaetano Catanoso a Chorio di San Lorenzo. Comincia così la costruzione della grande chiesa. Un iter interrotto da ritardi, abbandoni e problemi economici delle imprese incaricate. Oggi finalmente, terminati i lavori, la dedicazione. Dal 2015 il parroco è don Giovanni Battista Tillieci. Una vicenda che è stata narrata ieri dai vari protagonisti nel convegno «Ora… “il luogo sul quale tu stai è luogo santo” (Es 3,5). Iter di una conversione simbolo».

Antonio Maria Mira, «Gioia Tauro, chiesa in terra confiscata. Oggi dedicazione e apertura al culto», in “Avvenire”, venerdì 20 ottobre 2017, p. 10.

L’Italia che piace 4/2 – L’altra Bitonto che aiuta i minori difficili

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Eughenia, la coop sociale in prima linea per ridare speranza senza troncare il legame con le famiglie

Non c’è solo la Bitonto che spara e uccide. C’è anche la Bitonto che spera e prova a ricostruire la vita. Anche quella di chi ha sbagliato. Luigi ci tiene a mostrarmi i lavoretti in legno preparati per le festività: l’immagine stilizzata di un adulto e di un bambino uniti da un grande cuore. Francesco mi fa vedere con orgoglio il mobiletto che ha appena finito di scartavetrare e poi verniciare di un azzurro intenso. «Guarda, lo abbiamo riciclato». Già, recuperato dai rifiuti e riportato a nuova vita. Oggetti e persone. Qui si prova a riciclare gli scarti dell’umanità, o a evitare che lo si diventi. Come provano a fare anche Luigi e Francesco, ospiti del centro “Chiccolino”, gestito dal 2003 dalla cooperativa sociale Eughenia, guidata da Patrizia Moretti e Michele Bulzis, moglie e marito, lei educatrice professionale, lui giudice onorario al Tribunale per i minorenni di Bari, con l’identica «vocazione» (lei la chiama proprio così) nata in parrocchia tra oratorio e catechismo, quella di lavorare coi bambini e i ragazzi difficili «perché crediamo nel cambiamento. Se non ci credessimo non crederemmo più in niente. E quindi ci proviamo comunque ».

Lo dice lo stesso nome della cooperativa, Eughenia, che significa «nato bene, anche se può succedere in un contesto sbagliato». Come Luigi e Francesco, storie di droghe e illegalità. Di storie come la loro, o simili, ne sono passate più di cento nel “Chiccolino” e nel “Baloo”, l’altro centro della cooperativa che prende nome dall’orso maestro del ragazzino Mowli nel Libro della Giungla. Il primo è un centro socio educativo diurno collegato al circuito penale, ospita attualmente 10 ragazzi tra i 12 e i 19 anni, ed è finanziato dal Pon sicurezza Obiettivo Sud, del ministero dell’Interno. Baloo è nato, invece, nel 2010 per ragazzi a rischio per famiglie di provenienza: droga, criminalità, difficoltà genitoriali. Vengono seguiti, grazie alla retta pagata dal comune, 30 ragazzi da 6 a 16 anni, oltre a 6 bambini rom e 6 immigrati ospitati nello Sprar comunale. Ci lavorano trenta persone, un’equipe in gran parte di laureati, tutti contrattualizzati. «È un lavoro di squadra. La professionalità è vincente per ragazzi che vivono una difficoltà – ci spiega Patrizia Moretti –. Figure che devono offrire alternative di adulti». Ma senza tagliare completamente i legami con le famiglie di origine. «Per questo abbiamo scelto la presa in carico diurna. Li portiamo a scuola, pranzano da noi e poi facciamo sostegno. Aiutiamo le famiglie a rapportarsi con gli insegnanti e sosteniamo questi ultimi. Non li vogliamo sostituire. Facciamo inoltre laboratori di falegnameria, cucito, teatro, introspettivo-creativo, in base alle loro attitudini e possibilità. C’è anche un laboratorio sulle emozioni, per dominare la rabbia, dare un nome alla tristezza e alla frustrazione». Primo risultato è stato il calo della dispersione scolastica.

Un impegno prezioso ma difficile. «Viviamo molti insuccessi. Ragazzi che vengono arrestati da noi per reati commessi precedentemente. Famiglie che non collaborano. Abbandoni». E allora perché farlo? «Perché ci sono quegli sguardi dei ragazzi. Quelli che tornano a dicono “sto studiando”, “sto lavorando”. Questo ci fa continuare ». Anche se i problemi aumentano. «La devianza minorile sta cambiando. È diversa. La difficoltà è stare dietro ai cambiamenti. Girano più facilmente le “canne”. Addirittura i genitori le preparano per i figli, “così stanno calmi”. E poi per questi ragazzi tutto è più facile, tutto è più veloce. Non hanno la capacità di aspettare: tutto e subito. Così appena entrano da noi la prima cosa che facciamo è togliere il cellulare».

E c’è un nuovo allarme. «Tra i ragazzi gira molto l’azzardo, soprattutto le scommesse. E si lega al resto. I furti servono per recuperare le perdite al “gioco”, l’azzardo serve per comprare le “canne”». Una mix di dipendenze che spesso è dietro ai fallimento nel recupero di questi ragazzi. Ma per fortuna la bilancia pende dalla parte dei successi. Al punto che il “Chiccolino” è stato inserito, assieme a una comunità torinese, nel progetto della Comunità europea “ReWind- Rehabilitation Way in New Direction”, per condividere la “buona prassi” sperimentate e applicate a Bitonto. Frutto di tante storie che racconteremo.

(1-continua)

Antonio Maria Mira, «L’altra Bitonto che aiuta i minori difficili», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 11.