Islam 1 – Scozia – Quella strada per l’islam

Moschea Edimburgo

Parla Stefano Bonino, ricercatore e docente universitario in Gran Bretagna, autore del libro “Muslim in Scotland” sintesi dei suoi studi. «Nel vincente modello scozzese si sta realizzando l’identificazione degli immigrati in una società caratterizzata da un nazionalismo interculturale, civico e inclusivo anziché etnico»

In un’Europa che stenta a trovare modelli efficaci di convivenza con le comunità islamiche che da tempo hanno messo radici e stanno aumentando per numero e per influenza, arrivano dalla Scozia dei segnali che possono indicare una strada interessante da percorrere. Ne è convinto Stefano Bonino, originario di Vercelli, che per anni ha esaminato in Gran Bretagna i musulmani scozzesi prima come ricercatore nelle università di Edimburgo e di Durham e poi come docente nelle università della Northumbria a Newcastle e di Birmingham. Recentemente ha pubblicato una sintesi dei suoi lavori in un libro (Muslim in Scotland: the making of community in a post-9/11 world) che è stato scelto come finalista al Saltire Society Research Book of the Year Award 2017, il più prestigioso premio letterario scozzese.

La comunità musulmana che vive in Scozia è piuttosto piccola, meno di 100 mila persone su una popolazione di 5 milioni, ed è costituita per la grande maggioranza da pakistani, seguita da arabi, africani e bengalesi. È una comunità con molti giovani, con tre generazioni nate in Scozia, distribuita sul territorio e con un forte senso di appartenenza nazionale.

Quali sono gli elementi che rendono interessante anche per l’Europa il modello che si è venuto costruendo in Scozia?

«L’identità della nazione scozzese è forte e al tempo stesso più fluida e inclusiva di quella inglese. Si realizza nei fatti lo slogan “One Scotland, many cultures”, che non si limita a concedere libertà di espressione ma riconosce anche il contributo che le diverse identità portano alla convivenza, nella condivisione di alcuni valori di riferimento come democrazia, tolleranza e libertà. La maggioranza dei musulmani si riconosce in questo background, non coltiva sogni egemonici e non costruisce ghetti in cui potrebbero alimentarsi correnti di radicalismo. Certo, anche in Scozia non mancano gruppi che si rifanno al salafismo, ma sono piuttosto ridotti».

Le seconde e terze generazioni sono “occidentalizzate” o prevale il richiamo alle tradizioni dei padri?

«Le due dimensioni convivono e non sono avvertite come alternative. Molti giovani vivono un’esperienza spirituale e religiosa intensa, ma non la sentono come qualcosa di “altro” rispetto alla loro presenza nella società scozzese, che considerano come la loro “casa”. Studiano, lavorano e mangiano “fish and chips” come tutti gli scozzesi, restando dentro i limiti dettati dalla religione.

Questi confini, però, non sono sempre così rigidi come chi immagina una sorta di homo islamicus standardizzato. Nella vita concreta si realizza una sorta di “fusione” che magari non piace alle componenti più tradizionaliste che stigmatizzano qualsiasi comportamento deviante rispetto al Corano, ma questo è il modo che prevale nel vivere l’islam».

Quale stato d’animo si è sviluppato dopo l’11 settembre 2001?

«Molti musulmani si sono sentiti ingiustamente identificati con i terroristi, anche se hanno preso le distanze da quell’attentato e dai numerosi che sono seguiti negli anni a venire. Ma questo non è bastato per superare una vulgata improntata al sospetto rispetto alla religione islamica. Ne è nato un sentimento di “oppressione” all’interno della comunità musulmana che ha finito per coniugarsi con un analogo sentimento che si era storicamente radicato tra gli scozzesi nei confronti degli inglesi. E questo, anche se potrebbe sembrare paradossale, ha finito per avvicinare ancora di più gli scozzesi agli immigrati e ai loro discendenti. Ad alimentare questa vicinanza hanno contributo anche l’ostilità dell’opinione pubblica locale alla guerra in Iraq e una gestione dell’immigrazione improntata all’accoglienza e all’inclusione che ha conquistato i cuori di molti musulmani. Oggi la maggioranza della comunità manifesta un sentimento di appartenenza nazionale che si esprime anche in forme esteriori significative».

Quali, per esempio?

«Il fatto più emblematico è stato l’adozione del simbolo nazionale per antonomasia, il tartan, realizzato secondo una versione “islamica”, che racchiude nei suoi colori e nella sua fattura sia la Scozia sia l’islam. Cito altri due esempi significativi del grado di “interconnessione” raggiunto: la presenza nel governo scozzese di un ministro di origini pakistane, il titolare del Ministero dei Trasporti Humza Yousaf, e la possibilità per le poliziotte di fede islamica di indossare il velo, considerato un simbolo identitario che non si pone in opposizione alla società. La comunità musulmana, da parte sua, ha evitato di chiedere il riconoscimento dell’urdu – la lingua parlata dalla maggioranza dei fedeli islamici, i pakistani – sullo stesso piano del gaelico, o di fare troppe pressioni per l’apertura di scuole confessionali».

Cosa differenzia le comunità musulmane in Scozia da quelle che vivono in Inghilterra?

«C’è anzitutto un aspetto quantitativo da considerare: i musulmani in Inghilterra sono il 5 per cento della popolazione, mentre in Scozia sono meno del 2 per cento. Inoltre, a parte il caso di due quartieri di Glasgow (East Pollokshields e Govanhill), non si sono create “aree musulmane” come è accaduto a Birmingham, Bradford o a Londra. Inoltre, le diverse componenti nazionali non sono prevalse sul senso di appartenenza alla medesima fede religiosa, e anche questo è diventato un antidoto alla nascita di ghetti su base etnica. Bisogna tenere conto anche della dimensione economica: i pakistani, che sono l’etnia di gran lunga più numerosa, sono originari del Punjab, una regione meno depressa del Mirpur, da dove sono partiti molti musulmani arrivati in Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale. Credo, però, che il dato più rilevante sia il fatto che la Scozia promuove un nazionalismo civico interculturale e inclusivo che accetta chiunque ne condivida i principi fondanti, a differenza del nazionalismo etnico inglese, dove l’essere bianco e con radici inglesi è una discriminante ancora forte per appartenere alla comunità nazionale. Magari non dal punto di vista formale, ma sostanzialmente è così».

Giorgio Paolucci, «Scozia. Quella strada per l’islam», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 22.

La foto: Moschea centrale di Edimburgo, in Scozia

Annunci