Iran 13 – I commenti

La scrittrice: «È assente una leadership politica»

Le proteste che hanno infiammato l’Iran da giovedì scorso hanno un grande problema di fondo: mancano di leadership politica e quindi di un piano a lungo termine. Parola della scrittrice iraniana Marina Nemat, l’autrice di «Prigioniera di Teheran», che dal Canada osserva con una certa sfiducia i moti di piazza contro il carovita e la corruzione nel suo Paese d’origine, dal quale fuggì all’inizio degli anni Novanta dopo aver vissuto sulla pelle la tortura nel famigerato carcere di Evin. «C’è una grave mancanza di leadership nelle proteste in Iran. Sono eventi spontanei che germogliano senza alcun punto di riferimento (politico, ndr). Questo fatto può impedire che producano frutti concreti», afferma.

Secondo la scrittrice, «liberarsi del regime che si è dimostrato brutale, omicida e armato fino ai denti con il sostegno di Russia e Cina è una cosa, ma chi lo sostituirà? Qual è il piano a lungo termine? Quando c’è un vuoto politico, gruppi pericolosi di solito ne approfittano per guadagnare potere e l’Iran potrebbe affondare nella guerra civile se il regime dovesse crollare». Queste proteste possono «scuotere» il sistema politico della Repubblica islamica, «ma difficilmente rovesciarlo».

Il giornalista: «Concessioni economiche impossibili»

Se presto le strade non si svuotano, le proteste di piazza che hanno incendiato l’Iran potranno trovare una repressione violenta, perché le autorità non sono pronte a questo fenomeno e il governo di Hassan Rohani non ha risorse per fare concessioni alle richieste, primariamente economiche, della gente. È il timore che esprime Mostafa Khosravi, giornalista iraniano che ha lasciato il suo Paese dopo le proteste del 2009 e ora vive in Italia. Concessioni economiche da parte del governo per fermare la protesta «sono impossibili – dice – semplicemente non hanno soldi. Nella realtà molte sanzioni sono ancora attive e il governo ha ammesso di disporre effettivamente di meno della metà delle risorse del bilancio annuale, perché il resto è sotto il controllo dei Guardiani della rivoluzione e di Khamenei», la Guida suprema.

«Ho paura di quello che succede oggi in Iran – conclude – ho paura della violenza. Questo è un allarme rosso per noi, la società deve rimanere viva. Tante volte abbiamo tentato un cambiamento pacifico, ma se ora cominciano davvero ad uccidere nelle strade il Paese pagherà un caro prezzo».

Da “Avvenire”, giovedì 4 gennaio 2018, p. 7.

La foto: A sinistra, manifestanti contro il carovita e la corruzione in Iran; a destra, massiccia dimostrazione a favore dell’ayatollah Ali Khamenei.

Annunci

Iran 12 – Prima notte senza scontri. I pasdaran: «Rivolta finita»

Iran12

I Guardiani della rivoluzione, braccio armato dell’ayatollah Khamenei, sono stati dispiegati in forze per fermare i dimostranti. E ieri le piazze di varie città del Paese si sono riempite di sostenitori del regime. Ma il malessere resta latente

Le piazze iraniane si sono riempite di nuovo di migliaia di persone. Ieri, però, a differenza dei giorni scorsi, il colore dominante è stato il nero-ayatollah. A manifestare – a Kermanshah, Ilam e Gorgan – sono stati i sostenitori del regime, chiamati in massa (come venerdì scorso) a ribadire la propria fedeltà alla Guida suprema. E a condannare, a gran voce, il «complotto di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita», come ripeteva la folla urlante. Sarebbero questi ultimi gli architetti, secondo l’ayatollah Ali Khamenei, delle proteste che, da giovedì scorso, hanno infiammato l’Iran. Negli scontri sono morte almeno 26 persone. Le ultime tre – tutte esponenti dell’intelligence – sono state uccise ieri. Altre 700 sono state arrestate: tra queste vi sarebbe anche un cittadino europeo, fermato nella zona di Borujerd. I presunti “mandanti internazionali” hanno prontamente respinto le accuse. Non solo. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, sembra aver voluto rendere “pan per focaccia” con l’annuncio di aver neutralizzato una cellula terroristica «che agiva sotto l’egida dell’intelligence di Teheran».

Dopo una settimana incandescente, in ogni caso, per la prima volta, nella notte tra martedì e mercoledì, non ci sono stati altri cortei in Iran, a parte una fiammata a Piranshahr. Non è un caso. Martedì sera, la Guida suprema aveva rotto il silenzio e, su Twitter, si era scagliato contro i «nemici esterni della Repubblica». Poco dopo, il leader aveva dispiegato i Guardiani della rivoluzione, i pasdaran, con l’ordine di fermare la rivolta. «L’abbiamo fatto», ha annunciato con una punta di orgoglio, il capo dei pasdaran, il generale Mohammad Ali Jafari. «La sedizione è finita», ha tuonato Jafari. Quest’ultimo ha descritto l’intervento dei Guardiani come «chirurgico» e «limitato alle province di Isfahan, Lorestan e Hamedan», dove ci sono state le maggiori violenze, provocate da «una piccola minoranza di agitatori, addestrati da forze contro-rivoluzionarie e dai terroristi del Mojahedin del popolo iraniano», organizzazione al bando nel Paese.

Jafari ha anche ventilato la complicità di un non precisato «dirigente che di recente parla e agisce contro i nostri valori e che, al momento, è sotto inchiesta». Gli analisti vi hanno letto un riferimento all’ex presidente conservatore Mahmoud Ajmadinejad, ormai caduto in disgrazia dopo la rottura con Khamenei.

La dinamica è simile al 2009, quando un’onda di giovani tinse di verde Teheran e le principali città per contestare la rielezione del citato Ajmadinejad. Anche quella volta furono i pasdaran – insieme ai volontari basij – a reprimere le proteste. Con un bilancio di 36 vittime per il governo, 72 secondo l’opposizione.

Mentre la tv di Stato mostrava le immagini delle “folle in nero”, ieri, restava il dubbio se la fiammata delle proteste si fosse spenta. A giudicare dalla dichiarazione di Donald Trump, la risposta sembrerebbe affermativa. Dopo una raffica di tweet quotidiani al vetriolo, il presidente Usa, ieri, ha digitato un messaggio sibillino. In cui, promette ai manifestanti l’aiuto statunitense ma «al momento opportuno».

La frase pare sottendere che quello attuale non lo sia. Forse perché i cortei sono al capolinea. Anche se, ieri, ci sono stati scontri a Piranshahr, in cui sono stati uccisi tre 007.

Le radici della contestazione sono profonde. E riguardano le attese tradite della popolazione che la fine delle sanzioni – in seguito all’accordo nucleare con Washington del 2015 – portasse benefici alla acciaccata economia. I proventi, invece, sono stati impiegati per finanziare le “guerre per procura” con cui l’Iran ha accresciuto la propria leadership in Medio Oriente. Nonché per foraggiare le costose università islamiche e i centri religiosi.

Non sorprende, dunque, che proprio questi ultimi siano stati bersaglio dei dimostranti. In gran parte giovani disoccupati, fascia in cui rientra il 29 per cento della popolazione. Un quarto dei cittadini, inoltre, è povero. Il presidente – vicino al fronte moderato, pur con tutti i limiti del caso –, Hassan Rohani, aveva cercato, nei primi giorni, di blandire i manifestanti con annunci di riforme per venire incontro alla loro richieste. I suoi appelli alla calma e all’unità, però, sono rimasti inascoltati. A quel punto è entrata in scena l’ala dura del regime, rappresentata da Khamanei, che ha reagito con il pugno di ferro. Un messaggio alla piazza. Ma anche – e probabilmente soprattutto – al rivale Rohani. Quest’ultimo aveva sperato di acquisire consensi, lasciando aperto un canale di dialogo con i dimostranti. Il fallimento della strategia ha reso la sua posizione più fragile. A tenere in mano le redini della situazione è, ancora una volta, l’ayatollah Khamanei e i suoi potenti pasdaran.

Lucia Capuzzi, «Prima notte senza scontri. I pasdaran: “Rivolta finita”. Trump agli iraniani: sostegno a tempo debito», in “Avvenire”, giovedì 4 gennaio 2018, p. 7.

Iran 11 – Domande & Risposte

Iran11

Chi sta dietro le proteste e fino a che punto sono «serie»?

Le manifestazioni sono le più imponenti dopo quelle avvenute nel 2009 per contestare la rielezione a presidente di Mahmoud Ahmadinejad. Le proteste politiche sono rare in Iran, dove i servizi di sicurezza sono onnipresenti. Eppure decine di migliaia di persone sono scese in piazza da giovedì scorso in tutto il Paese. A differenza del 2009, quando le proteste erano guidate da leader riformisti come Mehdi Karrubi e Mir Hossein Mousavi (oggi agli arresti domiciliari), le attuali proteste appaiono più spontanee, il che rende difficile per le autorità arrestarne i capi. Un’altra novità è il fatto che la maggior parte dei dimostranti appartenga agli strati meno abbienti, considerati fedeli al regime.

Perché il governo stenta a trovare una soluzione rapida della crisi?

La principale sfida del governo è quella di trovare un modo per mettere fine alle proteste senza provocare maggiore rabbia tra i manifestanti che attaccano stazioni di polizia, banche e moschee. Finora, e nonostante gli ammonimenti e la morte di vari manifestanti, le autorità hanno evitato di usare misure estreme come il ricorso ai basiji, le forze d’élite che avevano schiacciato le precedenti proteste. Il governo vorrebbe probabilmente evitare di ripetere gli errori del 2009, quando alcuni caduti sono diventati delle icone per il movimento di opposizione. Tuttavia, il protrarsi delle dimostrazioni potrebbe indurre le autorità ad agire diversamente.

Quali sono le principali richieste dei manifestanti scesi in piazza?

Gli iraniani chiedono in primo luogo salari più alti e la fine della corruzione. Quest’ultima rappresenta una grave accusa per un regime che ha sempre descritto la rivoluzione islamica del 1979 contro lo scià come una rivolta dei poveri contro lo sfruttamento e l’oppressione. Ma con la propagazione della protesta sono comparse altre richieste, come quella di focalizzarsi sui problemi interni dell’Iran anziché correre dietro l’egemonia su altri Paesi del Medio Oriente. Un’altra richiesta è quella di limitare i poteri dell’establishment religioso sciita.

I cortei sono quindi un segnale del fallimento di Rohani?

Rohani aveva sconfitto il candidato conservatore Ebrahim Raisi alle elezioni del 19 maggio scorso con il 57% dei voti, grazie alla mobilitazione in suo favore di tutti i leader riformisti. Elogiato per aver fatto uscire l’Iran dall’isolamento internazionale, i suoi elettori speravano in un suo concentrarsi sui problemi economici. Rohani viene quindi accusato di non aver mantenuto le promesse di massicci investimenti stranieri e soprattutto di aver fatto poco per aiutare i poveri. In verità, le sanzioni poste dalle grandi banche internazionali sugli investimenti in Iran hanno cancellato gli effetti positivi dell’accordo nucleare. Rohani ha probabilmente esagerato con la politica dell’austerity e non è riuscito a dare una spinta all’economia spendendo di più sui progetti di sviluppo.

Camille Eid, «Domande & Risposte», in “Avvenire”, giovedì 4 gennaio 2018, p. 7.

Iran 10 – Il piano per la Mezzaluna sciita e le mance a Hezbollah e Hamas: «dirottato» l’accordo sul nucleare

iran-mappa

La guerra costa cara, e da sempre è la gioia dei banchieri, perché per poter sostenere un conflitto le nazioni si indebitano, come ben sapevano i fiorentini, che sulle guerre, soprattutto quelle di caratura internazionale, avevano costruito la propria fortuna e qualche volta la propria disfatta – quando il debito di principi e re (oggi lo chiameremmo “sovrano”) diventava un credito inesigibile, come accadde ai Bardi e ai Peruzzi, documentati dalla Nova Cronica di Giovanni Villani. L’Iran di oggi non sfugge a questa regola.

Una cospicua parte delle risorse finanziarie iraniane è confluita nello sforzo militare, propagandistico e anche nella più opaca remunerazione di milizie e formazioni di stampo terroristico, non ultimi gli Hezbollah libanesi. E proprio per finanziare il proprio intervento in Siria, in Iraq, nel Libano e nello Yemen la Repubblica Islamica dell’Iran ha affidato ai Guardiani della Rivoluzione la gestione di gran parte dei propri fondi: come dire, una sorta di ministero dell’Economia che risponde soltanto alla Guida suprema Alì Khamenei e la cui trasparenza nel dar conto dei movimenti di denaro è quanto mai dubbia.

Per contro, a dispetto della rimozione delle sanzioni che ha consentito a Teheran di riprendere la produzione e la vendita di greggio (le esportazioni raggiungono i 2,6 milioni di barili al giorno) il nuovo corso ha attratto smilzi capitali stranieri perché dell’Iran degli ayatollah il mondo ancora non si fida, mentre le spese militari sostenute per realizzare quella “Mezzaluna sciita” che va dal Mar Caspio al Mar Mediterraneo passando per l’Iraq, la Siria e il Libano hanno impoverito le casse dello Stato: la sola Siria, stimano all’Onu, sarebbe costata al governo almeno una ventina di miliardi di dollari all’anno; gli hezbollah libanesi costano molto meno, ma finanziarli necessita di non meno di ottocento milioni di dollari ogni anno.

Mance generose vengono elargite anche a Gaza, sia a Hamas sia ai gruppi jihadisti presenti nella Striscia, agli Houthi dello Yemen e agli sciiti del Bahrein. Come si è detto, le guerre costano care. Non meravigliamoci dunque se l’iraniano medio che guadagna l’equivalente di undicimila euro all’anno scenda in piazza e reclami più crescita, più libertà e meno corruzione e soprattutto, come recitano gli slogan «No Gaza, no Libano, no Siria». Perché è soprattutto il lungo conflitto siriano ad aver prodotto ristrettezze, mentre il decollo sociale ed economico latita ed è in pesante ritardo rispetto al trend mondiale nonostante secondo il Fondo Monetario Internazionale la crescita dovrebbe attestarsi tra il 4 e il 4,3% con il Pil in aumento al 5,6%.

In compenso la disoccupazione ha raggiunto il 12,5% (quella giovanile è al 25%, ma i giovani sono oltre la metà della popolazione) e l’inflazione viaggia attorno al 9,8%, mentre in vaste aree del Paese l’80% della gente vive sotto la soglia di povertà. Nel bilancio dello Stato reso pubblico per la prima volta dal presidente Rohani si scopre tra l’altro come una porzione non trascurabile del budget iraniano sia destinata a istituti, fondazioni e centri di natura religiosa, emanazione cioè dell’oligarchia che fa capo alla Guida Suprema. Un pugno nello stomaco per i milioni di iraniani che hanno visto ridursi all’osso gli aiuti sociali e salire alle stelle il prezzo del carburante e dei generi alimentari. Che ora sono scesi in piazza. Con una rivolta che potrebbe anche diventare una rivoluzione.

Giorgio Ferrari, «Il piano per la Mezzaluna sciita e le mance a Hezbollah e Hamas: “dirottato” l’accordo sul nucleare», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 7.

Iran 9 – «In piazza i ceti poveri: l’onda nuova rispetto al 2009»

Iran9

L’esule Karim Lahidji: «Per chi manifesta oggi non c’è più differenza fra conservatori e riformatori: vogliono solo un vero cambiamento»

«Rispetto alle manifestazioni del passato, c’è una ventata d’aria nuova nella società iraniana, il desiderio diffuso di un Paese diverso, ma siamo solo all’inizio». A pensarlo è l’avvocato e giurista Karim Lahidji, fra i più noti esponenti della diaspora iraniana in Europa, già presidente della Fidh, la Federazione internazionale delle leghe dei diritti dell’uomo, con sede a Parigi. Protagonista in gioventù di manifestazioni a Teheran per i diritti umani, Lahidji segue in tempo reale l’evoluzione vorticosa della situazione, temendo «un’escalation repressiva».

La sorprende l’ampiezza delle proteste?

No, perché da circa 5 mesi serpeggiava un malcontento diffuso rispetto al bilancio abbastanza magro del presidente Rohani, dopo tante promesse di campagna. Sui social, la frustrazione era evidente. La gente attendeva cambiamenti già durante il primo mandato di Rohani, in vista dell’accordo con gli occidentali. Successivamente, con la prospettiva della fine delle sanzioni, un clima d’attesa si è instaurato sulle libertà fondamentali, anche a proposito del cosiddetto progetto presidenziale sui diritti civili, e sulla situazione economica. Il malcontento generale è esploso anche attorno a questioni come il costo della vita o la scarsità di derrate basilari come le uova.

Si può già delineare un profilo dei manifestanti?

Dopo essere state più circoscritte, le manifestazioni hanno raggiunto, fra venerdì e domenica, una cinquantina di città, non solo grandi. Nelle piccole città, sembrano protestare soprattutto i ceti più modesti, principalmente per ragioni di costo della vita, o contro la corruzione. Ma a Teheran, Ispahan, nel Nord, le proteste hanno avuto un taglio più politico, anche additando apertamente l’intero sistema delle istituzioni centrali. Venerdì, a Teheran, hanno manifestato soprattutto gli studenti, ma non sono stati ascoltati. Poi, purtroppo, da sabato, sono entrati in azione, come in passato, anche dei provocatori e degli agenti del regime in borghese. Hanno infranto vetrine o distrutto cabine telefoniche, venendo poi presentati ufficialmente come agenti stranieri.

Cos’è cambiato rispetto alle manifestazioni del passato?

Nel 2009, le manifestazioni erano state soprattutto a Teheran e nelle altre tre o quattro città principali. Inoltre, le rivendicazioni additavano solo i brogli elettorali. Stavolta, il taglio è diverso e più trasversale, nonostante le minacce repressive, con il capo del tribunale rivoluzionario che in particolare torna già ad evocare la pena capitale. Non si tratta affatto di manifestazioni isolate, legate principalmente a studenti e giovani, ma sono scesi in piazza, in molte città e cittadine, pure i ceti più modesti e poveri.

Cosa spinge questa gente più «comune»?

Per loro, non esiste più differenza fra governi conservatori e riformatori. Adesso, la gente di ceti diversi vuole veri cambiamenti su un ventaglio vasto di problemi, da quelli sociali ed economici a quelli che riguardano la legittimità stessa del sistema politico e di quello giudiziario, che include ancora istituzioni speciali come i tribunali rivoluzionari. Dato il pesante contesto delle istituzioni del tutto slegate dal potere politico, se consideriamo il bilancio dei diritti umani, la differenza fra l’era Ahmadinejad e l’era Rohani non è stata enorme.

Si possono fare ipotesi sugli sviluppi?

Le proteste sembrano finora piuttosto spontanee e senza leader, benché sui social, altra grande novità rispetto al 2009, circolino messaggi per incitare a scendere in piazza con certi slogan precisi. La situazione resta aperta e conteranno pure le mosse di Rohani, anche se in queste ultime ore pare già prepararsi un’escalation repressiva del potere giudiziario.

Daniele Zappalà, «In piazza i ceti poveri: l’onda nuova rispetto al 2009», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 7.

La foto: Vida Movahed, la giovane che si strappa il velo, emblema dei cortei, è stata, dapprima, arrestata e poi, grazie alla pressione popolare e alle campagne internazionali, scarcerata.

Iran 8 – Iran, ancora sangue. Khamenei: «Complotto dei nemici»

Iran 8

La rivolta prosegue, sui social e nelle strade Sono già 23 le vittime, tra queste un bimbo. Oltre 450 arresti nella capitale: alcuni rischiano il patibolo Il regime: americani, israeliani e sauditi fomentano la violenza

Il tycoon valuta misure contro i Pasdaran, chiede una riunione urgente all’Onu e «pensa» all’intesa nucleare: entro gennaio la firma sulle sanzioni. Netanyahu: «Manifestanti coraggiosi. Le accuse contro di noi? Ridicole»

Al termine di un’altra notte di proteste – la sesta –, ieri, l’ayatollah Ali Khamenei ha rotto il silenzio. La Guida suprema – massima autorità della Repubblica islamica – ha scelto Twitter per scagliarsi contro i «nemici dell’Iran» che, nell’ombra, muoverebbero i fili dei disordini. Segno che internet e i social network – nonostante i tentativi di censura, puntualmente aggirati – sono ormai uno strumento vitale per far proseguire o spegnere le manifestazioni. «Negli ultimi giorni, i nemici si sono uniti e stanno utilizzando tutti i loro mezzi, soldi, armi, politiche e servizi di sicurezza per crearci problemi», ha scritto, sottolineando che avrebbe parlato al popolo «al momento giusto».

Khamenei non ha precisato chi fossero tali «nemici». A farlo, ci hanno pensato, uno dopo l’altro, due figure di spicco vicine all’Ayatollah. In primis, il portavoce dei Pasdaran, Guardiani della rivoluzione, il generale Ramezan Sharif che ha puntato il dito apertamente contro «gli Stati Uniti, il regime sionista e i sauditi».

A rincarare la dose è stato Ali Shamkhani, il potente segretario del Consiglio di sicurezza nazionale che non ha lesinato accuse a Washington, Londra e Riad. Shamkhani ha parlato addirittura di «guerra per procura» contro l’Iran. Combattuta con l’“arma impropria” del Web. La prova della “matrice saudita” del cyber-conflitto sarebbe il fatto che «il 27 per cento dei nuovi hashtag anti-iraniani vengono generati dal governo del Regno».

Lo spettro del “complotto esterno” è alimentato dai bellicosi tweet del presidente statunitense, Donald Trump, che non perde giorno per criticare Teheran. «Il popolo iraniano sta finalmente reagendo contro il regime corrotto e brutale», ha scritto il capo della Casa Bianca, chiedendo di nuovo «cambiamenti» perché «hanno fallito in tutto». Washington non si limita agli “attacchi virtuali”. Secondo quanto precisato dal dipartimento di Stato e anticipato dal Wall Street Journal, sta valutando di imporre nuove sanzioni, colpendo i Pasdaran. Ma soprattutto – secondo quanto ha affermato la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders –, Trump potrebbe fare marcia indietro sull’accordo nucleare, il cuore della diatriba tra Washington e Teheran. «Il presidente non ha ancora preso la sua decisione finale sulla firma, entro fine gennaio, delle esenzioni delle sanzioni previste in base all’intesa». Gli Usa starebbero, inoltre, cercando di formare un fronte geopolitico anti-iraniano. Come dimostra la richiesta dell’ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Haley, di una riunione urgente del Consiglio di sicurezza. Finora, però, la comunità internazionale ha scelto la prudenza. L’Unione Europea ha rivolto un appello alla calma. Il presidente francese Emanuel Macron, al telefono con l’omologo Hassan Rohani, ha espresso preoccupazione per le violenze e ha chiesto «moderazione». Russia e Siria, invece, si sono schierate con gli Ayatollah.

Puntuale e piccata la risposta del ministro degli Esteri iraniano, Bahram Qasemi: «Invece di perdere tempo con tweet inutili e che insultano gli altri popoli, farebbe meglio a occuparsi dei problemi interni del suo Paese», in particolare dei «milioni di senzatetto e affamati».

Anche l’altro rivale storico di Teheran – Israele – è intervenuto per bocca del presidente Benjamin Netanyahu che, prima, ha definito «ridicole» le accuse contro il suo Paese, poi ha elogiato i «manifestanti coraggiosi» in lotta «per la libertà».

In realtà, le motivazioni politiche si sono sovrapposte a un malessere serpeggiante da lungo tempo. Dovuto alla difficile congiuntura economica. Gli ingenti rincari, contenuti nella finanziaria, presentata a dicembre dal governo,  non hanno fatto che acuirlo. Alle proteste anti-austerithy si sono sommati, pian piano, slogan contro il regime, creando un mix esplosivo. Nella notte tra lunedì e martedì, ci sono state nuove violenze nella zona di Isfahan. Negli scontri sono morte altre 9 persone, tra cui due agenti e un bimbo di undici anni. Il bilancio totale delle vittime confermate ha raggiunto, dunque, quota 23.

La rabbia popolare ha ampliato le crepe interne del regime. Il fronte riformista a cui, con tutti i limiti del caso, appartiene il presidente Hassan Rohani, è in precario equilibrio tra pugno di ferro e dialogo. Gli spazi di manovra del governo, però, si stanno progressivamente restringendo, dato che gli appelli all’unità di Rohani non hanno, finora, sortito l’effetto sperato. Al contrario, l’ala dura – facente capo alla Guida suprema – sembra pronta a prendere le redini della situazione. Gli arresti hanno già superato la cifra dei 450 nella sola capitale, per un totale di oltre 700. Quasi il 90 per cento ha meno di 25 anni. Molti di loro, secondo il capo del Tribunale rivoluzionario di Teheran, Musa Ghazanfarabadi, rischiano di essere processati come “moharebeh”, nemici di Dio, delitto punito con la pena di morte.

Lucia Capuzzi, «Iran, ancora sangue. Khamenei: “Complotto dei nemici”. Trump: stanno fallendo in tutto La replica: pensi ai senzatetto Usa», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 7.

La foto: Un giovane mostra la pagina di un social network in farsi, la lingua parlata in Iran. Internet è uno strumento chiave della protesta, e i giovani hanno imparato ad aggirare regolarmente la censura. Anche la Guida suprema Khamenei, però, ha impiegato Twitter per diffondere il suo messaggio (Epa)

Iran 7 – Vittime durante le proteste

Il presidente iraniano, Hassan Rohani, 69 anni

TEHERAN. Venti persone sono morte finora nelle proteste che da alcuni giorni stanno scuotendo l’Iran. A confermare il bilancio è stata oggi la televisione di stato, che parla anche di centinaia di arresti, mentre il governo chiede il ritorno alla legalità per «tutelare gli interessi nazionali» contro «un piccolo gruppo che grida slogan illegali, insulta la religione e i valori della rivoluzione islamica».

Scoppiate giovedì scorso nella città di Mashhad per protestare contro il carovita e la disoccupazione, le manifestazioni si sono diffuse a macchia d’olio in molte città e province. Numerosi edifici pubblici sono stati attaccati e danneggiati. Nelle ultime ore – secondo i media locali – un bambino di undici anni e un ventenne sono stati uccisi a Khomeinishahr, mentre un membro dei guardiani della rivoluzione è morto a Najafabad, ucciso da colpi esplosi da un fucile da caccia. Le due città si trovano nella provincia centrale di Isfahan, circa 350 chilometri a sud di Teheran.

Circa 450 manifestanti sono stati arrestati, come riferisce il vicegovernatore per la sicurezza di Teheran, Ali Ashgar Nasserbakht, citato dall’agenzia Irna. Nel dettaglio, duecento persone sono state arrestate sabato 30 dicembre, 150 domenica 31 e 100 nella giornata di ieri, primo gennaio. Il governo continua a precisare che le forze di polizia e i guardiani della rivoluzione «non stanno utilizzando armi da fuoco contro i manifestanti». Notizie in senso contrario erano state diffuse da alcuni organi di stampa.

Evidenziando il carattere circoscritto delle proteste e criticandone l’immediata politicizzazione, il presidente iraniano, Hassan Rohani, ha lanciato un appello «all’unità tra governo, parlamento, giustizia ed esercito». Ora – ha detto ieri il presidente in un intervento – «dobbiamo concentrarci sull’importanza del sistema, della rivoluzione, degli interessi nazionali, della sicurezza e della stabilità della regione».

Il presidente Rohani ha sottolineato la necessità di riportare la protesta nei limiti della legalità. «Non voglio parlare delle ragioni dei disordini – ha proseguito Rohani – ma qualunque protesta deve essere fatta nel rispetto della legge e senza provocare nessuno». Il popolo iraniano «è libero di manifestare» ma le proteste «debbono essere autorizzate e legali» e non debbono sfociare nella violenza. «Una cosa è la critica – ha messo in rilievo ancora il presidente – un’altra la violenza e la distruzione della proprietà pubblica».

La situazione dell’economia iraniana, ha detto Rohani, «è migliore rispetto al livello medio mondiale; la crescita economica del paese si è attestata al sei per cento nella prima metà dell’anno iraniano, ma ciò non significa che tutti i problemi siano stati risolti. Per far ciò ci vuole tempo». Rohani ha poi ricordato che il governo ha creato 700.000 posti di lavoro, ma, ha aggiunto, «accettiamo le critiche contro l’attuale alto tasso di disoccupazione».

«Vittime durante le proteste in Iran. Il presidente Rohani chiede il ritorno alla legalità», in “L’Osservatore Romano”, martedì-mercoledì 2-3 gennaio 2018, p. 1.

La foto: Il presidente iraniano, Hassan Rohani, 69 anni.