L’intervista 5 – «Per la piccola Sofia De Barros una sepoltura accanto ai Grandi»

padre bernardo

Parla l’abate di San Miniato, vicino alla famiglia della bambina-simbolo nella lotta alla leucodistrofia

Padre Bernardo Gianni è l’abate di San Miniato al Monte, l’abbazia e la basilica – con annesso il cimitero delle Porte Sante – che da sopra al Piazzale Michelangelo dominano la città di Firenze. È stato lui… a celebrare il funerale della piccola Sofia De Barros in una chiesa gremita di parenti e amici tra cui il cantante Nek, che negli ultimi anni ha seguito le vicende della bambina e sostenuto l’associazione nata in suo nome.

Padre Bernardo, che rapporti ha con i genitori di Sofia?

Ho assistito al loro matrimonio prima di diventare sacerdote. Ero presente all’altare come monaco. Li conoscevo da tempo, da quando da fidanzati si erano affacciati a San Miniato, un luogo molto caro soprattutto alla famiglia di Caterina. Li ho accolti, accompagnati e poi seguiti quando hanno scoperto la malattia della figlia. Da allora il rapporto si è rafforzato. Sono diventato destinatario delle richieste di preghiera che puntualmente mi arrivavano non solo da Caterina e Guido, ma anche dai loro genitori.

Cosa insegna sul piano umano una vicenda del genere?

Insegna la determinazione di una coppia di genitori che difendono la dignità, il valore, la consistenza della vita a prescindere dalla qualità della salute. Sembra banale dirlo, ma questo loro arroccarsi in difesa della vita mi pare l’eredità più preziosa che lasciano all’intera società civile, mentre a chi crede lasciano un patrimonio di fede e di speranza. Questa dignità in termini di cura, attenzione, qualità delle relazioni con cui vivere, comunicare, condividere si è contrapposta alla freddezza del linguaggio scientifico che spesso ha ferito il cuore di questi genitori.

sofia de barros

Accennava alla fede. Anche l’arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori, ha detto che «c’è fede nelle parole con cui i genitori di Sofia hanno annunciato la morte della figlia».

Hanno sempre vissuto tutto con fede e affidamento. Per questo non mi aspettavo niente di diverso dal messaggio con cui Caterina e Guido hanno annunciato la morte realmente in Cristo di questa creatura. Ha fatto benissimo il cardinale a sottolineare come ci sia davvero una testimonianza in ciò che questi genitori hanno fatto finché Sofia era in vita, ma anche dal momento della morte in poi, giorni vissuti in una dimensione di pace. Non è una cosa scontata quando un genitore perde un figlio. La tentazione umana in questi casi è di una rivendicazione nei confronti di Dio. Ma il lungo travaglio di Caterina e Guido li ha preparati a non cedere.

Il fatto che Sofia venga sepolta nel cimitero delle Porte Sante, qui a San Miniato, dove ci sono personaggi illustri legati alla storia di Firenze, ha un significato particolare?

Sì, perché è una sepoltura in un cimitero gravido di significati non solo spirituali, ma anche civili. L’amministrazione comunale ha scelto di essere vicina alla famiglia, anche perché in tante circostanze le istituzioni hanno mostrato una certa distanza. In questo gesto un po’ straordinario di concedere a Sofia una delle pochissime sepolture disponibili c’è come un voler unire tutta la città di Firenze al dolore della famiglia. Ma non solo: Sofia suo malgrado è diventata una persona simbolo che ci spinge a una maggiore attenzione verso chi soffre di malattie degenerative e verso le loro famiglie. La sua esemplarità viene sottolineata dalla eccezionalità della sepoltura qui a San Miniato.

Andrea Fagioli, «Per la piccola Sofia una sepoltura accanto ai Grandi», in “Avvenire”, venerdì 5 gennaio 2018, p. 6.

Una canzone di Nek e palloncini bianchi e blu per l’ultimo saluto a Sofia De Barros, la bambina di otto anni scomparsa per una rara malattia neurodegenerativa e di cui nella basilica di San Miniato a Firenze è stato celebrato il funerale. La piccola è morta nella notte tra il 30 e il 31 dicembre 2017. «È volata in cielo – hanno scritto i genitori Caterina Ceccuti e Guido De Barros –. Ora per lei non esiste più dolore, c’è solo l’amore». Sofia aveva un anno e mezzo quando si scoprì che era affetta da leucodistrofia metacromatica. Da quel momento i genitori hanno cercato ogni cura possibile, compreso il metodo Stamina, poi bloccato dal Ministero. Al tempo stesso, nel 2013, hanno dato vita all’associazione «Voa Voa» (dal titolo del libro che la madre, giornalista e scrittrice, ha dedicato alla figlia) con l’obiettivo di aiutare i bambini affetti da gravi patologie e le loro famiglie. In breve l’associazione è diventata un punto di riferimento in Italia e in particolare a Firenze, dove la famiglia è molto conosciuta anche per il nonno di Sofia, il professor Cosimo Ceccuti, erede culturale di Giovanni Spadolini. (A.F.)

Da “Avvenire”, venerdì 5 gennaio 2018, p. 6.

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Intervista 4 – Consolmagno: C’è vita nell’universo

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L’astronomo direttore della Specola parla del lento lavoro di ricerca. «Ma è ancora impossibile avere delle certezze»

«Metterci in contatto con extraterrestri? Credo che questo non possa avvenire in tempi brevi. Il problema sono le grandi distanze in gioco. Più guardiamo lontano dalla Terra, maggiori sono le probabilità che ci sia un pianeta con intelligenza; ma più difficile sarà comunicare con loro in modo significativo».

Fratel Guy Consolmagno è un grande astronomo. Non a caso, da due anni è direttore della Specola Vaticana, l’osservatorio astronomico della Santa sede, uno dei più antichi in Europa, con sede a Castel Gandolfo. E sempre non a caso, i direttori della Specola vengono chiamati “Gli astronomi del Papa”.

La Specola Vaticana è una sede ricca di cultura scientifica e astronomica: nella sua biblioteca sono conservati oltre 22 mila volumi tra cui rare seconde edizioni originali di Copernico, Keplero e Newton.

Guy Consolmagno, 65 anni, americano di Detroit, ha tre lauree, di cui una al celebre Mit di Boston, con una tesi in cui ha dimostrato l’esistenza di un oceano sotto la superficie ghiacciata della luna di Giove, Europa, quattro anni prima che la sonda Voyager lo confermasse. Al Mit è stato anche docente e oggi è considerato uno dei maggiori esperti al mondo di meteoriti. L’Unione astronomica internazionale ha battezzato un asteroide con il nome di “4597 Consolmagno”. Si interessa anche di bioastronomia, e tra i vari libri che ha scritto, uno dei più recenti ha il titolo, in inglese, Battezzereste un alieno?

Abbiamo intervistato Consolmagno, appena rientrato da Tucson, in Arizona, per parlare di astronomia, nuovi pianeti e di vita nello spazio.

A che punto è oggi la ricerca della vita extraterrestre?

«Quando ero uno studente, più di 40 anni fa, la Nasa mandò su Marte un paio di sonde di atterraggio chiamate “Viking” con strumenti ed esperimenti che si sperava potessero scoprire la vita lì, immediatamente. I risultati furono assai ambigui e per lo più inutili. Si scoprì che sia Marte che la vita su quel pianeta erano molto più complicati di quanto pensassimo in quel momento. Invece, abbiamo imparato che per scoprire la vita dobbiamo avere una comprensione molto più ampia, sia dei luoghi in cui stiamo guardando che del tipo di cose che stiamo cercando».

Abbiamo fatto passi avanti in questo settore?

«Abbiamo intrapreso un’esplorazione passo-passo dei luoghi probabili nel nostro sistema solare. Le nostre sonde su Marte hanno esplorato la superficie dall’orbita in grande dettaglio, quindi abbiamo inviato robot rover per esplorare la geochimica di particolari regioni. Dopo ogni missione ci fermiamo per determinare cosa abbiamo imparato e quali nuove domande emergono dopo. Ci vorranno almeno altri venti anni prima che possiamo davvero dire qualcosa di definitivo della vita su Marte. Altri luoghi probabili per cercare la vita sono l’acqua degli oceani che ora sappiamo esistere sotto le croste di ghiaccio delle lune come Europa ed Encelado. Sfortunatamente quei luoghi sono più distanti e più difficili da esplorare, così abbiamo solo iniziato a inviare le appropriate sonde spaziali laggiù. Non mi aspetto una risposta definitiva da loro per almeno altri cinquanta anni. Eppure, dobbiamo fare questo lavoro ora per dare ai nostri figli e nipoti i dati di cui avranno bisogno per fare quelle scoperte. Ci vorranno decenni prima di dare affermazioni consolidate. Ma abbiamo iniziato».

Il progetto Seti è sempre operativo. Lei ne fa parte?

«Sì, sono membro del comitato consultivo scientifico dell’Istituto Seti, fondato per la ricerca dell’intelligenza extraterrestre. Attualmente vi lavorano più di 70 scienziati, tutti su questi piccoli e necessari passaggi. Nessuno di loro sta cercando di trovare un chiaro segnale univoco che dice “qui c’è vita”».

L’enorme numero di stelle suggerisce che l’universo potrebbe ospitare milioni di forme di vita intelligenti. Pensa che sia probabile?

«”Probabile” non è corretto. Più di cinquanta anni fa, Frank Drake ha suggerito un’equazione con tutti i fattori che riteneva necessari affinché la vita intelligente potesse esistere altrove come probabilità: quante stelle ci sono, quante hanno dei pianeti, quale percentuale di pianeti sarebbero in grado di ospitare la vita, ecc. Il problema è che anche se ora abbiamo alcuni numeri da mettere in questa equazione (il numero di stelle e la frazione dei pianeti, per esempio) ci sono altri termini in questa equazione che sono completamente sconosciuti. Quindi, a questo punto, è impossibile dire che la vita intelligente al di fuori del nostro pianeta sia probabile oppure no».

Il concetto di vita è più di una semplice “vita intelligente”. La vita, anche solo la vita microbica, esiste nel nostro sistema solare?

«Non lo sappiamo. A questo punto, non siamo nemmeno sicuri se saremmo in grado di riconoscerla nel caso la trovassimo. Ecco perché dobbiamo procedere con i passi lenti, noiosi, ma necessari che ho descritto sopra. Ad esempio, circa vent’anni fa un team di scienziati ha trovato diverse prove chimiche che suggerivano la presenza di vita fossile in un meteorite che si era spezzato impattando sulla superficie di Marte e successivamente arrivato sulla Terra. Tutti sono d’accordo con le prove che hanno trovato, ma pochissime persone ne sono convinte. È possibile; ma possiamo immaginare che vi siano altri modi per spiegare la presenza di quei traccianti chimici senza per forza evocare la presenza di vita extraterrestre. Quindi le prove non sono ancora convincenti. Continuiamo a cercare».

L’ultimo gemello della Terra è stato scoperto pochi giorni fa. Tutti questi “esopianeti” intorno ad altre stelle della nostra galassia, possono ospitare forme di vita evolute?

«Assolutamente sì! Ma naturalmente, questa è un’espressione della nostra scarsa conoscenza. Dal momento che non abbiamo ancora un’idea chiara di quali siano le condizioni assolutamente necessarie perché la vita esista, non possiamo ancora escluderne nessuna!».

Parliamo della creazione, con il Big Bang, di circa 13,7 miliardi di anni fa. Tutto era nato in quel momento? O la creazione non è limitata a quel momento?

«Questo è un punto molto importante, dal momento che molte persone sembrano fraintendere ciò che noi cristiani intendiamo per “creazione”. Quando la teoria che ora chiamiamo il Big Bang fu proposta per la prima volta dall’astrofisico Georges Lemaître alla fine degli anni ’20, molti atei si opposero alla teoria perché Lemaître era un prete cattolico e pensavano che stesse cercando di dimostrare la storia della creazione della Genesi! Ma Lemaître ha capito bene che la creazione non è un evento accaduto solo al momento del Big Bang. Dio è fuori dallo spazio e dal tempo poiché Egli ha creato lo spazio e il tempo! E ciò significa che la sua creazione avviene in ogni punto dello Spazio, in ogni momento. Dio vuole che l’universo esista. Dal nostro punto di vista vediamo che questa volontà di Dio si manifesta in ogni momento, nello spazio e nel tempo. Quindi, quando un ateo oggi pensa di poter rendere conto del momento del Big Bang usando le leggi della fisica, questo difficilmente smentisce il ruolo di Dio. Dio non è una forza, insieme alla gravità o all’elettricità, che fa accadere le cose nell’universo. Piuttosto, la creazione di Dio è la ragione del perché esiste un universo, e perché ci sono tutte queste leggi».

Cosa vede quando guarda le stelle? Scienza, paradiso, Dio? Tutte queste cose insieme?

«La prima cosa che vedo è la bellezza delle stelle. Ma ho anche imparato a riconoscere le costellazioni da bambino. Ho usato un libro meraviglioso dello scrittore per bambini HA Rey (che è stato recentemente tradotto in italiano: https://www.amazon.it/Trova- costellazioni-H-Rey/dp/8897248020). E così quando guardo le stelle inizio subito a riconoscere vecchi amici, identificando particolari stelle che conosco. Purtroppo vedo anche quante stelle sono state nascoste alla mia vista da tutte le brutte luci della città che noi umani abbiamo gettato in cielo. L’inquinamento luminoso – come ha sottolineato Papa Benedetto XVI in un sermone del Sabato Santo del 2012 – è un’analogia perfetta per come tentiamo di nascondere Dio e la sua gloria ai nostri occhi. È come se avessimo paura di Dio e avessimo paura delle stelle invece di avere paura delle tenebre. Ma solo abbracciando l’oscurità possiamo veramente vedere la luce.

«Dal punto di vista teologico, Dio è fuori dallo spazio e dal tempo, ciò significa che la sua creazione avviene in ogni luogo in ogni momento».

Antonio Lo Campo, «Consolmagno: C’è vita nell’universo», in “Avvenire”, giovedì 4 gennaio 2018, p. 22.

Foto: Specola Vaticana. Il direttore Guy Consolmagno, 65 anni, americano di Detroit

Intervista 3 – L’infinito perdono di Vecchioni

vecchioni

Nel nuovo disco del cantautore milanese un brano dedicato a papa Francesco. «Le mie idee coincidono con le sue e anche se provengo da una tradizione laica passo dopo passo ho scoperto lo spirito. Dio e l’Aldilà ci sono». «Perdonare è l’atto più alto e dignitoso verso un altro essere umano, vuol dire aver capito fino in fondo la vita. Nella scuola ho dato tutto me stesso e dai giovani ho ricevuto tanto. Ma la tecnica ora sta dominando l’uomo»

C’è una colonna sonora ideale per aprire l’anno nuovo, ed è Canzone del perdono, il brano clou del nuovo album di Roberto Vecchioni dal titolo L’infinito (DME / Artist first). Un brano che il cantautore milanese dedica apertamente a papa Francesco «perché non c’è niente nella vita di un uomo, / niente di così grande come il perdono, / niente così infinito come un perdono». In un disco intimo, dai tocchi commoventi, che è un vero diario molto personale in 12 capitoli che parla della forza della vita, passando da Italo Calvino a Giulio Regeni, da Alex Zanardi a Leopardi in cui compare un duetto con l’amico Francesco Guccini e con Morgan.

Vecchioni, nei suoi nuovi brani si colgono molti spunti spirituali: come mai il titolo L’Infinito?

Il primo spunto per il titolo deriva dall’assurdità della storia di Leopardi. La vita è da amare comunque in ogni caso. Prendiamo l’esempio più astruso, ovvero Leopardi e il suo pessimismo. Eppure i suoi giorni a Napoli segnano una tregua col dolore, da quello diventa emozionale e anche universale il suo senso dell’amore per la vita. Come disco, L’infinito ha un senso spirituale, non ha nulla di materiale.

In ogni brano si sottolinea l’importanza della vita, raccontando di uomini e donne che hanno un afflato superiore.

Nel desiderio di andare oltre le finzioni, la superficie, le incomprensioni, c’è il desiderio di abbracciare la vita. Vivere è un percorso continuo di felicità se sai badare a te stesso. Se hai un riferimento valido, una fede integra nella persona umana, non c’è destino che possa combatterti e batterti.

Perché ha dedicato il brano Perdono a papa Francesco?

Perché penso fortemente che le nostre idee coincidano. E poi perché io vengo da una tradizione laica e lentamente, passo dopo passo, ho scoperto lo spirito. Infine perché per me comunque questo mondo è importantissimo viverlo non solo come una speranza dell’altro mondo, ma vale la pena viverlo anche se non ci fosse Dio, anche se non ci fosse un Aldilà. Meno male che ci sono. C’è una frase di Pasternak che io eleggo a principio, cioè che questa vita non è una sala d’attesa, ma è già di per sé un salone luminoso.

In tutto questo, perdonare che significato ha?

Devi perdonare comunque, non solo perché ci sono il bene e il male o perché ci sarà un Aldilà dove sarà perdonato a te quello che hai perdonato. Perdonare è l’atto più alto, più dignitoso, più grande che possa fare un essere umano verso un altro essere umano. Vuol dire aver capito fino in fondo la vita. Io ho sempre perdonato. Non sono stato qualche volta perdonato (ride ndr). Penso che nell’imperscrutabile azione che hai fatto tu, ci deve essere qualcosa in cui credi. Per cui anche se io non la capisco, devo almeno darti il beneficio del dubbio.

Vecchioni, che bilancio fa dell’impegno politico dei cantautori della sua generazioni a confronto con i tempi di oggi?

Viviamo periodi strani e neri. Di impegno canto anche nel brano Formidabili quegli anni. Più che una storia del ’68, è un ricordare come ero io in quegli anni, con tutte le gioie addosso, con tutte le speranze. E molte si sono realizzate. I primi anni all’università con tutte quelle speranze e quei sogni sono stati bellissimi per me, ho avuto una gioventù meravigliosa. Poi la violenza e tutto il resto, è ovvio che ci hanno fatto male a tutti. Ma l’inizio è stato fantastico. Non potevo dimenticare quel periodo, non l’avevo mai descritto e volevo farlo.

Di quel ragazzo oggi cosa rimane?

Quel giovane Roberto pieno di energia me lo tengo dentro. Quel Pinocchietto è una persona che non è mai sparita, che è rimasta sempre dentro di me. È un po’ il fanciullino del Pascoli, il fanciullino che hai dentro che non sbaglia mai nella sua autenticità.

Lei come insegnante si è sempre occupato dei giovani. Quanto ha dato loro e quanto ne ha guadagnato?

I miei studenti mi hanno dato tantissimo. Io ho fatto 38 anni al liceo e 18 all’Università e ho dato tutto me stesso. Entravo in classe per distruggermi e uscirne senza più respiro. Perché bisognava mettere dentro ai ragazzi la possibilità di altre certezze, di certezze che esistano e che non siano nebulose, di qualcosa cui aggrapparsi. Quelli che si chiamano valori, che in realtà non sono valori ma sono pesanti pietre, montagne da scalare per arrivare in cima. Sono verità, altro che valori.

Verità anche negli studi classici e umanistici di cui ribadisce il valore in un’epoca ipertecnologica come questa…

Non posso combatterlo, il tecnicismo. In realtà sta dominando sull’uomo, non è l’uomo che domina la tecnica. E questo è il dramma. Invece l’umanesimo è tutta un’altra cosa. È l’uomo che domina, è l’uomo che si conosce con l’altro uomo, che si capisce attraverso l’arte, la cultura. La parola cultura è sfuggita completamente dall’orizzonte, non esiste più. Ma non esiste tecnica senza cultura. Se uno non ha cultura di base, non ha nemmeno la tecnica. Noi non potremo mai concepire e amare questa vita se non rinvanghiamo i greci e i latini, tutto quello che c’è stato dato ed è presentissimo in noi ancora oggi, in tutti i campi, non solo nella letteratura.

Con questo sguardo lei affronta anche l’attualità, raccontando in Giulio il caso Regeni dal delicato punto di vista della madre.

In effetti è molto strano come ritratto. L’avevo già fatto qualche anno fa sulla madre di Che Guevara nel brano Celia de la Serna. Io sono molto devoto alle madri, mi piacciono tutti i sacrifici che fanno, la stragrandezza che hanno. Non posso concepire che una madre possa pensare a un figlio morto. È così forte il senso autoillusorio che nella canzone riesce a ricordalo sempre vivo.

C’è anche una canzone dedicata a Cappuccio Rosso, la ragazza turca che lottava per la causa curda, morta combattendo in Siria contro il daesh.

Ayse Deniz Karacagil, Cappuccio Rosso, è un simbolo di quanto le donne siano fortissime o di quando debbano essere forti e credere in se stesse. E Ayse crede nella sua patria e in se stessa, lo fa con amore, ed è anche una lettera d’amore quella che ho messo in musica.

A proposito di amore, come sta passando queste festività?

Le passo in famiglia. Non c’è niente di più giustamente retorico del Natale: figli, nipoti, alberi e regali. Quelli che fanno gli snob e che non lo fanno, mi fan ridere…

Nella Foto, il 75enne cantautore milanese Roberto Vecchioni che ha da poco pubblicato l’album “L’infinito”

Angela Calvini, «L’infinito perdono di Vecchioni», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 22.

Intervista 2 – Rémi Brague: «È tempo di far vivere la fede»

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«L’Europa deve porsi chiare domande e smettere di trincerarsi dietro l’ipocrisia del laicismo militante. La felicità dei nostri giovani dipende da questo». A colloquio col pensatore francese

«Non accetto facilmente le nozioni di “tre religioni monoteiste” e di “tre religioni del Libro”. Non è allo stesso modo che le tre religioni comprendono che Dio è unico. E il loro rapporto con il Libro è pure molto diverso. Amo invece la parola ormai tanto vituperata, perché mal compresa, di “dogma”».

Il celebre filosofo francese Rémi Brague conduce da anni un lavoro di elucidazione sui fondamenti del fatto religioso, come nel suo ultimo saggio intitolato, in modo molto classico, Sur la Religion (Flammarion). Per il filosofo, la dimensione dogmatica non potrà mai perdere la sua centralità, «perché costruisce un oggetto della fede dai contorni ben definiti, proponendolo alla ragione e alla libertà, non all’affettività, al sentimento che, in fondo, crede molto meno in Dio che alla propria esperienza soggettiva».

Perché ha scritto un’opera sulla religione in generale?

Per via di un certo fastidio davanti al modo in cui s’impiega, come qualcosa di banale, questo termine straordinariamente ambiguo. Molti dicono “le religioni” mettendole tutte nello stesso paniere, anzi spesso nella stessa pattumiera. Ho scelto un titolo piano perché volevo riconsiderare in modo pieno questa nozione, ponendo domande semplici: da dove proviene la parola e il suo uso? Appartiene al passato, o invece siamo di fronte all’apparizione continua di nuovi idoli, ancor più sanguinari di tutti quelli di un tempo? Quali relazioni intrattengono le religioni con il diritto, la politica, la violenza?

Le sue tesi sulle radici anche cristiane dell’Europa, esposte più di un quarto di secolo fa, vengono oggi accolte più favorevolmente anche fuori dal mondo cattolico e cristiano. È un altro piccolo segno di una riflessione che, in un modo o nell’altro, avanza nei Paesi europei?

Quelle tesi mi permisero di uscire dal microcosmo accademico. Sono felice di aiutare a riflettere sul significato dell’Europa, la quale è molto più antica e profonda rispetto all’Unione europea. L’Europa attinge a fonti culturali (preferisco questa metafora a quella di “radici”) che sono dei tesori. Sarebbe stupido smettere di appropriarsene. Continuiamo ancora a vivere grazie a queste fonti.

Nella nostra epoca segnata da preoccupazioni ecologiche, le religioni restano il fondamento più saldo per legittimare il nostro appello a esistere rivolto alle generazioni future?

Non ne vedo davvero altri. Quelli che parlano di “trascendenza orizzontale” e ci servono una versione precotta del vecchio mito del progresso non sanno ciò che dicono. L’avvenire, le generazioni future, dipendono dalla nostra volontà. Come potrebbe trascenderci ciò che dipende da noi? Le generazioni future esisteranno se decidiamo ora di chiamarle all’esistenza. Ma non possiamo certamente chiedere la loro opinione. E non possiamo essere del tutto sicuri che saranno felici. Abbiamo il diritto di farle nascere solo se la vita è un bene, un bene forte e in sé. Come affermarlo se non crediamo che tutto ciò che esiste è stato creato da un Dio benevolo?

In Francia e non solo, gli ambienti laicisti agitano spesso lo spettro delle guerre di religione. Queste critiche e paure hanno un fondamento concreto nell’Europa di oggi?

La Francia è un Paese che, dopo due secoli di relativa pace civile, punteggiata da rivolte rurali, ha assaporato il sangue durante la Rivoluzione e non ne ha perduto il gusto. Lo si è visto con la Comune e la sua repressione, con la Resistenza seguita dalle “epurazioni” del dopoguerra. C’è una certa ironia nel fatto che i sostenitori di una “laicità militante”, dunque guerriera, vogliano mettere in imbarazzo i credenti rievocando le violenze passate. Del resto, queste sono imputate alla religione, dimenticando il contesto che ha avvelenato le differenze religiose, cioè la nascita dello Stato moderno e la sua politica secolarizzata, alla Machiavelli o alla Hobbes.

A proposito della presenza demograficamente considerevole dei credenti musulmani nelle società europee, quali sono le domande più urgenti che i poteri pubblici dovrebbero porsi?

Innanzitutto, chiedersi se il dinamismo demografico dei musulmani non sia un atteggiamento sano, e il nostro rifiuto della vita, invece, una sorta di malattia. È il vuoto delle nostre società un tempo cristiane che attira dei supplenti. In Francia, un organismo statale come l’Ined, Istituto nazionale di studi demografici, è stato fondato nel 1945 per promuovere politiche d’incoraggiamento alla natalità. Oggi, sostiene la necessità dell’immigrazione. Un interrogativo salutare consiste nel chiedersi fino a che punto le persone provenienti da Paesi sottomessi all’islam vorranno accettare le regole in vigore nei nostri Paesi, che non lo sono. Ma occorre porre queste domande chiaramente e cessare di promuovere misure dette “di portata sociale”, come le nozze gay, l’aborto, l’eutanasia, l’utero in affitto, che scioccano i musulmani. E che li spingono nelle braccia di coloro che, nel mondo musulmano, sostengono che l’Occidente è marcio e che basterà attendere che caschi da solo.

Il filosofo Jean-Luc Marion ha pubblicato di recente una “breve apologia” del cattolicesimo. Quest’ultimo ha bisogno oggi di apologie? E chi dovrà occuparsene?

Con la parola “apologia”, il mio vecchio amico Jean-Luc vuole riallacciarsi alla seconda generazione dei Padri della Chiesa. Si trattava allora di rispondere alle calunnie con cui il potere romano cercava di giustificare le persecuzioni. Adesso, almeno in Europa, le persecuzioni non sono violente. Altrove, lo sono, anche se non si vuole molto parlarne. Da noi, sono per il momento ancora soft. Agiscono indirettamente. Con la derisione e il sogghigno. Col silenzio e il rifiuto di diffondere ciò che diciamo. Col rifiuto di affidare un posto a qualcuno che sarà percepito come “troppo cattolico”, cosicché occorrerà essere bravi il doppio degli altri per ottenerlo. Detto questo, noi non difendiamo i cattolici, ma la fede cattolica, e non è lo stesso.

Chi dovrebbe farlo? Ma chiunque lo vorrà! Che si parli, si scriva, nel modo più intelligente e convincente possibile. Sapere poi se saremo ascoltati è evidentemente un’altra questione.

Daniele Zappalà, «Brague: “È tempo di far vivere la fede», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 19.

Intervista 1 – Ramírez. La vera rivoluzione è la democrazia

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Ex vicepresidente sandinista, lo scrittore nicaraguense, insignito del premio Cervantes, parla di Rubén Darío e dei suoi “maestri”. Ritiratosi dalla politica attiva, critica la dilagante retorica populista: «Solo le urne costruiscono Paesi liberi e giusti»

«I Paesi latinoamericani hanno come fondatori uomini a cavallo, con la spada sguainata. I loro “padri della patria” sono combattenti. Il Nicaragua e il Centroamerica in generale sono l’eccezione. Siamo discendenti “spirituali” di un eroe disarmato: Rubén Darío. Il grande poeta ha plasmato la lingua con cui ci esprimiamo e, attraverso essa, la nostra identità di popolo».

Il nome del creatore del modernismo, con la celebre opera Azul (Azzurro) del 1888, ricorre spesso nelle parole di Sergio Ramírez. «Mi sono formato come uomo e come narratore leggendo i suoi versi», afferma lo scrittore, saggista, giornalista, rivoluzionario, vicepresidente, oggi settantacinquenne, già alla scrivania di prima mattina. Ogni giorno si sveglia poco dopo l’alba e si chiude nello studio della casa di Managua a scrivere. A meno che non sia in giro per il mondo a tenere incontri e conferenze. Fatto frequente. Con una produzione di oltre cinquanta tra romanzi e racconti, per cui ha ottenuto vari premi, dall’Alfaguara al Carlos Fuentes – in Italia, purtroppo, finora sono stati tradotti solo Adiós muchachos. Una memoria della rivoluzione sandinista (Frilli) e Sua eccellenza il dittatore (Edizioni associate) -, Ramírez è uno degli esponenti più noti della cosiddetta generazione del “bostboom latino”, insieme a Tomás Eloy Martínez, Roberto Bolaño e Antonio Skármeta. Con molti di loro, con lo stesso Gabriel García Márquez, ha o ha avuto rapporti d’amicizia.

Confessa, però, di aver pensato a Darío appena ricevuta la chiamata, il 17 novembre scorso, con cui, da Madrid, gli è stata annunciata l’assegnazione del Cervantes, massimo riconoscimento per un autore ispanico. Il nicaraguense è il primo centroamericano a esserne insignito: ad aprile ci sarà la cerimonia presieduta dal re di Spagna, Filippo VI. «Ricevo la notizia con molto onore e molta umiltà. Premiando il mio lavoro, i giurati hanno voluto, al contempo, valorizzare la tradizione letteraria centroamericana. Questa piccola porzione di Continente è stata il vivaio di autori di straordinario valore, dal Nobel guatemalteco Miguel Ángel Asturias, ai “nostri” Ernesto Cardenal e Rubén Darío».

Si sono susseguiti due anniversari importanti di Darío: nel 2016 il centenario della morte e nel 2017 i 150 anni della nascita. Per lei chi è Darío?

«È il grande rinnovatore della lingua castigliana. Quest’ultima ha avuto tre trasformazioni fondamentali. La prima è stata compiuta dal peruviano e meticcio Garcilaso de la Vega, nel XVI secolo, con l’introduzione, in Spagna, della nuova metrica italiana.

Poi, è arrivato il “terremoto” Cervantes, con il suo Don Chisciotte. E, infine, tra Ottocento e Novecento, c’è stato Darío. Egli ha preso l’idioma di Cervantes, l’ha fatto suo e l’ha restituito a Madrid rivoluzionato. Nel modernismo si fondono influssi francesi ed europei e motivi popolari, rendendolo unico».

A parte Darío, quali autori l’hanno maggiormente influenzata?

«Di certo Miguel Ángel Asturias col suo mondo magico e meticcio. Anche se io, nello scrivere, più che al realismo magico, mi rifaccio al “realismo reale”. Del resto, ciò che appare “bizzarro”, “esagerato” e, dunque, “magico” a uno sguardo europeo, è parte della quotidianità per un latinoamericano. Il fatto è che, dietro una patina di modernità, il mio Continente è un mondo ancora arcaico. È proprio lo scarto tra modernità e arcaico a generare il caudillo, come figura letteraria e reale.

L’altro mio autore di riferimento è il messicano Juan Rulfo. Ha cambiato il modo di raccontare di una generazione. Prima, gli scrittori descrivevano fatti e personaggi “dal balcone”. Rulfo scende e si unisce alle moltitudini, mescolando la lingua dotta con l’idioma popolare».

Lei ha vissuto la storia recente del Nicaragua in prima linea. Ha contribuito a far crollare la dittatura dei Somoza ed è stato vicepresidente del governo sandinista. Ora si dedica a tempo pieno alla letteratura. Le manca la politica?

«Sono arrivato alla politica per caso. Ho scelto, come dovere etico, di partecipare alla rivoluzione contro i Somoza. Dopo la vittoria sandinista, mi hanno chiesto di entrare nel governo. Ma è stata una contingenza. Scrivere è sempre stata la mia vera “professione”».

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Il suo impegno civile non è, però, finito.

«Sento il dovere, come cittadino, di non tacere di fronte all’ingiustizia o alla mancanza di democrazia. Non scrivo, però, “romanzi militanti”. Poiché la letteratura non è lo strumento per difendere ideologie. Il che non vuol dire che i libri non possano cambiare il mondo…».

In che modo lo fanno?

«Mettendo a nudo lo spirito umano, oltre alle apparenze. La letteratura fa cogliere l’essenza delle persone e dei fatti».

L’attuale presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, è stato un leader della rivoluzione sandinista. Nonché suo vecchio amico, anche se ora non avete più rapporti. Come vede il Paese oggi?

«La rivoluzione per cui ho lottato appartiene al passato. Ora c’è una retorica rivoluzionaria che non corrisponde alla realtà. Il governo, al di là dell’enfasi populista, non è riuscito a eliminare il problema della povertà, profonda e terribile».

Ci vorrebbe una nuova rivoluzione?

«Non è quella la via. La grande battaglia che l’America Latina deve combattere, in questo momento storico, è per rafforzare la democrazia. Nella maggior parte del Continente ci sono elezioni libere e regolari. Sono le urne – e non il vecchio leader – la possibilità concreta per costruire Paesi liberi e giusti».

Il suo ultimo romanzo, Sara, prende spunto dalla matriarca biblica. Perché ha scelto lei come protagonista?

«Sono credente e un accanito lettore della Bibbia. Al di là di questo, mi attrae la figura di Sara. Pur vivendo in una società patriarcale, rifiuta di essere relegata al margine della storia di Abramo. E lotta perché la sua voce sia ascoltata. Come fanno milioni di donne nell’ancora maschilista America Latina. Il mio libro è un omaggio al loro coraggio».

Lucia Capuzzi, «Ramírez. La vera rivoluzione è la democrazia», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 20.

La foto: La statua di Augusto Cesar Sandino, tra i condottieri della resistenza rivoluzionaria alla presenza militare statunitense in Nicaragua tra il 1927 e il 1933. Al centro, Sergio Ramírez è il primo autore nicaraguense e dell’America Centrale che riceve il Premio Cervantes, il Nobel delle lettere in lingua spagnola. Presentatosi alla cerimonia di consegna del riconoscimento con un nastro nero sulla giacca, in segno di lutto, ha dedicato il suo premio ai suoi compatrioti “uccisi negli ultimi giorni per aver reclamato giustizia e democrazia”.