Giovanni Paolo II: Udienze 1978 – Udienza Generale – Mercoledì, 27 dicembre 1978

Gv Paolo II, Udienze

1. Ci incontriamo nel tempo liturgico del Natale. Desidero quindi che le parole, che oggi vi rivolgerò, corrispondano alla gioia di questa festa e di questa ottava. Desidero inoltre che corrispondano a quella semplicità e insieme profondità che il Natale irradia su tutti. Affiora spontaneo alla mia mente il ricordo dei miei sentimenti e delle mie vicende, cominciando dagli anni della mia infanzia nella casa paterna, attraverso gli anni difficili della giovinezza, il periodo della seconda guerra, la guerra mondiale. Possa essa non ripetersi mai più nella storia dell’Europa e del mondo! Eppure, perfino negli anni peggiori, il Natale ha sempre portato con sé qualche raggio. E questo raggio penetrava anche nelle più dure esperienze di disprezzo dell’uomo, di annientamento della sua dignità, di crudeltà. Basta, per rendersene conto, prendere in mano le memorie degli uomini che sono passati per le carceri o per i campi di concentramento, per i fronti di guerra e per gli interrogatori e i processi.

Questo raggio della Notte natalizia, raggio della nascita di Dio, non è soltanto un ricordo delle luci dell’albero, accanto al presepio nella casa, nella famiglia o nella chiesa parrocchiale, ma è qualcosa di più. Esso è il più profondo barlume dell’umanità che è stata visitata da Dio, l’umanità nuovamente accolta e assunta da Dio stesso; assunta nel Figlio di Maria nell’unità della Persona divina: il Figlio-Verbo. Natura umana assunta misticamente dal Figlio di Dio in ciascuno di noi, che siamo stati adottati nella nuova unione col Padre. L’irradiazione di questo mistero si estende lontano, molto lontano; raggiunge anche quelle parti e quelle sfere dell’esistenza degli uomini, nelle quali qualsiasi pensiero su Dio è stato quasi offuscato, sembra essere assente, come se fosse bruciato e spento del tutto. Ed ecco, con la notte di Natale, spunta un barlume: forse nonostante tutto? Felice questo “forse nonostante tutto”: esso è già un barlume di fede e di speranza.

2. Nella festività del Natale leggiamo dei pastori di Betlemme, che per primi furono chiamati al presepe, a vedere il Neonato: “Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia” (Lc 2,16).

Fermiamoci a quel “trovarono”. Questa parola indica la ricerca. Infatti, i pastori di Betlemme, mettendosi a riposare col loro gregge, non sapevano che era giunto il tempo, in cui sarebbe avvenuto ciò che da secoli avevano preannunziato i profeti di quel Popolo, a cui essi stessi appartenevano; e che si sarebbe compiuto proprio in quella notte; e che sarebbe avvenuto nelle vicinanze del luogo dove sostavano. Anche dopo il risveglio dal sonno in cui erano immersi, essi non sapevano né che cosa fosse successo né dove fosse successo. Il loro arrivo alla grotta della Natività era il risultato di una ricerca. Ma, nello stesso tempo, essi erano stati condotti, erano – come leggiamo – guidati dalla voce e dalla luce. E se risaliamo ancor più nel passato, li vediamo guidati dalla tradizione del loro Popolo, dalla sua attesa. Sappiamo che Israele aveva ottenuto la promessa del Messia.

Ed ecco l’Evangelista parla dei semplici, dei modesti, dei poveri d’Israele: dei pastori che per primi l’hanno trovato. Parla, del resto, con tutta semplicità, come se si trattasse di un avvenimento “esteriore”: hanno cercato dove potesse essere, e infine hanno trovato. Allo stesso tempo questo “trovarono” di Luca indica una dimensione interiore: ciò che si è avverato negli uomini la notte di Natale, in quei semplici pastori di Betlemme. “Trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia”, e poi: “…se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro” (Lc 2,16-20).

3.“Trovarono” indica “la ricerca”.

L’uomo è un essere che cerca. Tutta la sua storia lo conferma. Anche la vita di ciascuno di noi lo testimonia. Molti sono i campi in cui l’uomo cerca e ricerca e poi trova e, talvolta, dopo aver trovato, ricomincia nuovamente a cercare. Fra tutti questi campi in cui l’uomo si rivela come un essere che cerca, ve n’è uno, il più profondo. È quello che penetra più intimamente nella stessa umanità dell’essere umano. Ed è il più unito al senso di tutta la vita umana.

L’uomo è l’essere che cerca Dio.

Diverse sono le vie di questa ricerca. Molteplici sono le storie delle anime umane proprio su queste strade. Talvolta le vie sembrano molto semplici e vicine. Altre volte sono difficili, complicate, lontane. A volte l’uomo arriva facilmente al suo “heureka”: “ho trovato!”. A volte lotta con le difficoltà, come se non potesse penetrare se stesso e il mondo, e soprattutto come se non potesse comprendere il male che c’è nel mondo. Si sa che perfino nel contesto della Natività questo male ha mostrato il suo volto minaccioso.

Non pochi sono gli uomini che hanno descritto la loro ricerca di Dio sulle strade della propria vita. Ancor più numerosi sono coloro che tacciono, considerando come il proprio mistero più profondo e più intimo tutto ciò che su queste strade hanno vissuto: quello che hanno sperimentato, come hanno cercato, come hanno perduto l’orientamento e come l’hanno nuovamente ritrovato.

L’uomo è l’essere che cerca Dio.

E perfino dopo averlo trovato, continua a cercarlo. E se lo cerca con sincerità, lo ha già trovato; come, in un celebre frammento di Pascal, Gesù dice all’uomo: “Consolati, tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato” (Pascal, Pensées, 553: “Il mistero di Gesù”).

Questa è la verità sull’uomo.

Non la si può falsificare. Non la si può nemmeno distruggere. La si deve lasciare all’uomo perché essa lo definisce.

Che cosa dire dell’ateismo di fronte a questa verità? Bisogna dire moltissime cose, più di ciò che è possibile racchiudere nella cornice di questo mio breve discorso. Ma almeno una cosa è necessario dire: è indispensabile applicare un criterio, cioè il criterio della libertà dello spirito umano. Non va d’accordo con questo criterio – fondamentale criterio – l’ateismo, sia quando nega a priori che l’uomo è l’essere che cerca Dio, sia quando mutila in vari modi tale ricerca nella vita sociale, pubblica e culturale. Tale atteggiamento è contrario ai diritti fondamentali dell’uomo.

4. Ma non voglio fermarmi su questo. Se vi accenno, lo faccio per dimostrare tutta la bellezza e la dignità della ricerca di Dio.

Questo pensiero mi è stato suggerito dalla festa del Natale.

Come è nato il Cristo? Come è venuto al mondo? Perché è venuto al mondo? È venuto al mondo perché Lo possano trovare gli uomini; coloro che lo cercano. Così come l’hanno trovato i pastori nella grotta di Betlemme.

Dirò ancor di più. Gesù è venuto al mondo per rivelare tutta la dignità e nobiltà della ricerca di Dio, che è il più profondo bisogno dell’anima umana, e per venire incontro a questa ricerca.

Ai malati

Un affettuoso saluto desidero rivolgere adesso alle nostre sorelle e ai nostri fratelli ammalati, presenti in questa udienza. Pensando a voi e a tutti gli infermi, vedo una profonda e misteriosa analogia tra la vostra situazione e quella di Gesù neonato sulla mangiatoia di Betlemme: quel bimbo era un essere piccolo, fragile, debole, bisognoso di tutto, dipendente da tutti: eppure era il Figlio di Dio, il Verbo eterno incarnato nel tempo, il Salvatore dell’umanità, il Signore della storia. Quante volte, figlie e figli carissimi, nella vostra infermità vi siete forse sentiti inutili, di peso ai vostri cari; avete provato – possiamo ben dirlo – l’umiliazione, così intimamente umana, di dover avere in tutto bisogno degli altri, di essere quasi alla mercé degli altri. Guardate Gesù nella grotta di Betlemme, il quale vi assicura che è il mondo ad aver bisogno della ricchezza incommensurabile della vostra sofferenza per la sua purificazione e la sua crescita. Coraggio! Dio vi ama, perché vede in voi l’immagine del suo Figlio sofferente sulla terra! I vostri cari vi amano, perché siete sangue del loro sangue! La Chiesa vi ama, perché arricchite il tesoro della comunione dei Santi! Il Papa vi predilige, perché siete i suoi figli più sensibili e vi chiede l’aiuto e la forza della vostra apparente debolezza, delle vostre preghiere e dei vostri sacrifici!

Alle coppie di giovani sposi

Buon Natale di gran cuore agli sposi novelli!

Figlie e figli carissimi, questo mio cordiale augurio, che è anche quello di tutti i presenti e della Chiesa intera, vuole essere un paterno invito perché fin dall’inizio della vostra vita coniugale – che è stata consacrata col Sacramento – sappiate guardare, come a vostro costante modello, alla Santa Famiglia di Nazaret, che è stata una scuola autentica e singolare di vita e di virtù domestiche. Nell’unirvi in matrimonio, voi, di fronte a Dio, alla Chiesa e ai vostri cari, avete solennemente promesso di esservi fedeli in ogni circostanza felice o avversa, e di amarvi e rispettarvi per tutta la vita: fedeltà, amore, rispetto sono gli atteggiamenti fondamentali che debbono stare alla base di ogni ordinata convivenza familiare e che, nel Sacramento, vengono elevati e sono quelle virtù cristiane, che vi daranno la possibilità di formare la vostra “Chiesa domestica”. Sull’esempio di Maria Santissima e di San Giuseppe, brilli la vostra casa per tali virtù, perché la gioia e la pace di Cristo siano sempre con voi.

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Giovanni Paolo II: Udienze 1978 – Udienza Generale – Mercoledì, 20 dicembre 1978

Gv Paolo II, Udienze

1. Il nostro incontro di oggi ci offre l’occasione per la quarta e ultima meditazione sull’Avvento. Il Signore è vicino, ce lo ricorda ogni giorno la liturgia dell’Avvento. Questa vicinanza del Signore la sentiamo tutti: tanto noi, sacerdoti, recitando ogni giorno le mirabili “antifone maggiori” dell’Avvento, quanto tutti i cristiani che cercano di preparare i loro cuori e le loro coscienze alla sua venuta. So che in questo periodo i confessionali delle chiese nella mia patria, la Polonia, sono assediati (non meno che durante la Quaresima). Penso che sia certamente così anche in Italia e ovunque un profondo spirito di fede fa sentire il bisogno di aprire l’anima al Signore che sta per venire. La gioia più grande di questa attesa dell’Avvento è quella che vivono i bambini. Ricordo che proprio loro più volentieri si affrettavano nelle parrocchie della mia patria per le messe che si celebrano all’aurora (cosiddette “Rorate…” dalla parola con cui si apre la liturgia, “Rorate coeli”: Stillate, cieli, dall’alto) (Is 45,8). Essi contavano ogni giorno quanti “gradini” rimanevano ancora sulla “scala celeste”, dalla quale Gesù sarebbe sceso sulla terra, per poterlo incontrare alla mezzanotte di Natale nel presepe di Betlemme.

Il Signore è vicino!

2. Già una settimana fa, abbiamo parlato di questo avvicinarsi del Signore. Esso era, infatti, il terzo tema delle considerazioni del mercoledì, scelte per l’Avvento di quest’anno. Abbiamo meditato successivamente, riportandoci agli inizi stessi dell’umanità, cioè al libro della Genesi, le verità fondamentali dell’Avvento: Dio che crea (Elohim) e in questa creazione rivela simultaneamente Se stesso; l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, “rispecchia” Dio nel mondo visibile creato. Questi sono stati i primi e fondamentali temi delle nostre meditazioni durante l’Avvento. Poi il terzo tema che può essere brevemente riassunto nella parola: “grazia”. “Dio vuole, che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). Dio vuole che l’uomo divenga partecipe della sua verità, del suo amore, del suo mistero, affinché possa prendere parte alla vita di Dio stesso. “L’albero della vita” simboleggia questa realtà già sin dalle prime pagine della Sacra Scrittura. Però sulle stesse pagine c’incontriamo anche con un altro albero: il libro della Genesi lo chiama “l’albero della conoscenza del bene e del male” (Gen 2,16). Affinché l’uomo possa mangiare il frutto dell’albero della vita, non deve toccare il frutto dell’albero “della conoscenza del bene e del male”. Questa espressione può suonare come una leggenda arcaica. Più però penetriamo “la realtà dell’uomo”, come ci è dato di capirla dalla sua storia terrena – così come ne parla a ciascuno di noi la nostra umana interiore esperienza e la nostra coscienza morale – più avvertiamo di non poter restare indifferenti, scuotendo le spalle davanti a queste immagini bibliche primitive. Quanta carica di verità esistenziale sull’uomo esse contengono! Verità che ciascuno di noi sente come propria. Ovidio, l’antico poeta romano, pagano, non ha forse detto in modo esplicito: “Video meliora proboque, deteriora sequor”: Vedo ciò che è migliore, lo approvo, ma seguo ciò che è peggiore (Ovidio, Le Metamorfosi, VII, 20)? Le sue parole non si discostano molto da ciò che più tardi ha scritto San Paolo: “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto” (cf. Rm 7,15). L’uomo stesso, dopo il peccato originale, sta tra “il bene e il male”.

“La realtà dell’uomo” – la più profonda “realtà dell’uomo” – sembra svolgersi continuamente tra ciò che fin dall’inizio è stato definito come l’“albero della vita” e quello che è stato definito “l’albero della conoscenza del bene e del male”. Perciò non si può nelle nostre meditazioni sull’Avvento, che riguardano le leggi fondamentali, le realtà essenziali, escludere un altro tema: quello cioè che si esprime con la parola: peccato.

3. Peccato. Il catechismo ci induce in modo semplice e facile a ricordare che esso è trasgressione al comandamento di Dio. Indubbiamente il peccato è trasgressione di un principio morale, violazione di una “norma”, e su questo sono d’accordo tutti, anche coloro che non vogliono sentir parlare di “comandamenti di Dio”. Anch’essi sono concordi nell’ammettere che le principali norme morali, i più elementari principi di comportamento, senza i quali la vita e la convivenza tra gli uomini non è possibile, sono proprio quelli che noi conosciamo come “comandamenti di Dio” (in particolare il quarto, il quinto, il sesto, il settimo e l’ottavo). La vita dell’uomo, la convivenza tra gli uomini, si svolge in una dimensione etica, ed è questa la sua essenziale caratteristica, ed è anche la dimensione essenziale della cultura umana.

Vorrei tuttavia che oggi ci concentrassimo su quel “primo peccato” che – malgrado quanto comunemente si pensa – è descritto nel libro della Genesi con tanta precisione che dimostra tutta la profondità della “realtà dell’uomo” in esso racchiusa. Questo peccato “nasce” contemporaneamente “dal di fuori”, cioè dalla tentazione, e “dal di dentro”. La tentazione è espressa nelle seguenti parole del tentatore: “Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Gen 3,5). Il contenuto della tentazione colpisce ciò che il Creatore stesso ha plasmato nell’uomo, perché, difatti, egli è stato creato a “somiglianza di Dio”, che vuol dire: “così come Dio”. Esso colpisce anche il desiderio della conoscenza che è nell’uomo, e il desiderio della dignità. Solo che l’uno e l’altro vengono falsificati, così che il desiderio della conoscenza come quello della dignità – cioè della somiglianza a Dio – sono nell’atto della tentazione adoperati per contrapporre l’uomo a Dio. Il tentatore mette l’uomo contro Dio suggerendogli che Dio è suo avversario, che cerca di mantenere lui, l’uomo, nello stato di “ignoranza”; che cerca di “limitarlo” per sottometterlo. Il tentatore dice: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che qualora voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Secondo l’antica traduzione: “sarete come dei”) (Gen 3,4-5).

Occorre, non una volta sola, meditare questa “arcaica” descrizione. Non so se anche nella Sacra Scrittura si possano trovare molti altri passi in cui la realtà del peccato sia descritta non soltanto nella sua forma d’origine, ma anche nella sua essenza, cioè dove la realtà del peccato sia presentata in dimensioni così piene e profonde, dimostrando come l’uomo abbia usato contro Dio proprio ciò che in lui era di Dio, ciò che doveva servire ad avvicinarlo a Dio.

4. Perché di tutto ciò ne parliamo oggi? Per meglio capire l’Avvento. Avvento vuol dire: Dio che viene, perché vuole che “tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). Viene perché ha creato il mondo e l’uomo per amore e ha stabilito con lui l’ordine della grazia.

Viene però “a causa del peccato”; viene “malgrado il peccato”; viene per togliere il peccato.

Non meravigliamoci perciò che, nella notte di Natale, non trovi posto nelle case di Betlemme e debba nascere in una stalla (nella grotta che serviva da riparo agli animali).

Tanto più però importante è il fatto che egli viene. L’Avvento di ogni anno ci ricorda che la grazia, e cioè la volontà di Dio di salvare l’uomo, è più potente del peccato.

Ai malati

Permettete che rivolga adesso il mio particolare pensiero a voi ammalati e infermi, che portate nel vostro corpo ferito e dolorante i segni della passione del Signore, e a voi anziani delle baracche della periferia romana, che siete amorevolmente assistiti – e oggi qui accompagnati – dalle buone suore di madre Teresa di Calcutta. A voi dirò con affezione del tutto speciale: sappiate sopportare la sofferenza con fortezza cristiana, senza mai perdervi d’animo. Il Signore è vicino a voi; date un valore superiore al vostro dolore, santificatelo con le vostre sofferenze, abbandonatevi con fiducia a Colui che misteriosamente vi prova, perché sappiate “soffrire insieme con lui, per essere con lui glorificati” (cf. Rm 8,17). La gioia del Natale, annunziata dagli angeli ai pastori di Betlemme, vi procuri conforto e sollievo, unitamente alla pace che è il dono più bello portato agli uomini dal neonato Redentore. Avvalori questi voti la speciale Benedizione Apostolica che di cuore imparto a voi e a quanti vi assistono.

Alle coppie di giovani sposi

Saluto poi i novelli sposi che sono qui presenti. Ad essi e alla nuova famiglia cristiana rivolgo i miei auguri. Carissimi figli, il Signore ha benedetto il vostro amore e vi accompagna nel vostro cammino. Impegnatevi sempre più nel colloquio con Dio e nella santificazione della vita, proprio anche perché il Signore vi ha fatti incontrare e vi ha uniti. A tutti la mia benedizione.

Giovanni Paolo II: Udienze 1978 – Udienza Generale – Mercoledì, 13 dicembre 1978

Gv Paolo II, Udienze

1.Già per la terza volta in questi nostri incontri del mercoledì, riprendo il tema dell’Avvento, seguendo il ritmo della Liturgia, che nel modo più semplice e insieme più profondo ci introduce nella vita della Chiesa. Il Concilio Vaticano II, che ci ha dato una dottrina ricca e universale sulla Chiesa, ha richiamato la nostra attenzione anche sulla Liturgia. Attraverso essa conosciamo non soltanto che cosa sia la Chiesa, ma sperimentiamo, giorno per giorno, ciò di cui essa vive. Anche noi ne viviamo perché siamo la Chiesa: “La Liturgia… contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa, che ha la caratteristica di essere, nello stesso tempo, umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell’azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina” (Sacrosanctum Concilium, 2).

Ora la Chiesa vive l’Avvento e perciò i nostri incontri del mercoledì sono centrati su tale periodo liturgico. L’Avvento significa “venuta”. Per penetrare la realtà dell’Avvento, abbiamo finora cercato di guardare in direzione di chi viene e per chi viene. Abbiamo quindi parlato di un Dio, che creando il mondo rivela se stesso: di un Dio Creatore. E mercoledì scorso abbiamo parlato dell’uomo. Oggi proseguiremo, per trovare una risposta più completa alla domanda: perché l’“Avvento”? perché Dio viene? perché vuol venire all’uomo?

La liturgia dell’Avvento si fonda principalmente sui testi dei profeti dell’Antico Testamento. In essa parla quasi ogni giorno il profeta Isaia. Egli era, nella storia del Popolo di Dio dell’antica alleanza, un particolare “interprete” della promessa, che questo Popolo aveva da tempo ottenuto da Dio nella persona del suo capostipite: Abramo. Come tutti gli altri profeti, e forse più di tutti, Isaia rafforzava nei suoi contemporanei la fede nelle promesse di Dio confermate dall’alleanza ai piedi del monte Sinai. Egli insegnava soprattutto la perseveranza nell’attesa e la fedeltà: “Popolo di Sion, il Signore verrà a salvare i popoli e farà sentire la sua voce potente per la gioia del vostro cuore” (cf. Is 30,19.30).

Quando Cristo era nel mondo più volte fece riferimento alle parole di Isaia. Diceva chiaramente: “Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi” (Lc 4,21).

2.La liturgia dell’Avvento è di carattere storico. L’attesa della venuta dell’Unto (Messia) fu un processo storico. Essa infatti ha permeato tutta la storia d’Israele, che fu eletto proprio al fine di preparare la venuta del Salvatore.

Le nostre considerazioni vanno però, in un certo modo, oltre la liturgia quotidiana dell’Avvento. Ritorniamo quindi alla domanda basilare: perché Dio viene? Perché egli vuole venire all’uomo, alla umanità? A queste domande cerchiamo risposte adeguate e le cerchiamo negli inizi stessi, cioè prima ancora che cominciasse la storia del Popolo eletto. Quest’anno, la nostra attenzione è rivolta ai primi capitoli del libro della Genesi. L’Avvento “storico” non sarebbe comprensibile senza un’accurata lettura e analisi di quei capitoli.

Quindi, cercando una risposta alla domanda: “perché” l’Avvento? dobbiamo ancora una volta rileggere attentamente tutta la descrizione della creazione del mondo e, in particolare, della creazione dell’uomo. È significativo (quanto ho già avuto occasione di accennare) come i singoli giorni della creazione finiscano col constatare: “Dio vide che era cosa buona”; e, dopo la creazione dell’uomo: “…vide che era cosa molto buona”. Tale constatazione, come ho già detto la scorsa settimana, si unisce alla benedizione del creato, e soprattutto a un’esplicita benedizione dell’uomo.

In tutta questa descrizione sta davanti a noi un Dio che, per usare l’espressione di San Paolo, si compiace della verità, del bene (cf. 1Cor 13,6). Là dove è la gioia, che scaturisce dal bene, là c’è l’amore. E solo là dove c’è l’amore, c’è la gioia che viene dal bene. Il libro della Genesi, fin dai suoi primi capitoli, ci rivela Dio che è Amore (benché di tale espressione si servirà molto più tardi San Giovanni). Egli è Amore, perché gioisce del bene. La creazione è quindi insieme un’autentica donazione: là dove c’è amore, c’è dono.

Il libro della Genesi indica l’inizio dell’esistenza del mondo e dell’uomo. Interpretandola dobbiamo senz’altro, come ha fatto San Tommaso d’Aquino, costruire una conseguente filosofia dell’essere, filosofia nella quale verrà espresso l’ordine stesso dell’esistenza. Tuttavia il libro della Genesi parla della creazione come dono. Dio che crea il mondo visibile è donatore; e l’uomo è colui che riceve il dono. Egli è colui per il quale Dio crea il mondo visibile, colui che Dio, sin dagli inizi, introduce non soltanto nell’ordine della esistenza, ma anche nell’ordine della donazione. Il fatto che l’uomo è “immagine e somiglianza” di Dio significa, fra l’altro, che è in grado di ricevere il dono, che è sensibile a questo dono, e che è capace di ricambiarlo. Perciò proprio Dio fin dall’inizio stabilisce con l’uomo, e solo con lui, l’alleanza. Il libro della Genesi ci rivela non soltanto l’ordine naturale della esistenza, ma in pari tempo, fin dall’inizio l’ordine soprannaturale della grazia. Della grazia possiamo parlare solamente se ammettiamo la realtà del Dono. Ricordiamo dal catechismo: la grazia è il dono soprannaturale di Dio per cui diventiamo figli di Dio ed eredi del cielo.

3.Quale legame ha tutto ciò con l’Avvento? possiamo giustamente chiederci. Rispondo: l’Avvento si è delineato per la prima volta all’orizzonte della storia dell’uomo, quando Dio rivelò se stesso come Colui che si compiace del bene, che ama e che dona.

In questo dono all’uomo Dio non si è limitato a “dargli” il mondo visibile – questo è chiaro fin dall’inizio – ma dando all’uomo il mondo visibile, Dio vuole dargli anche Se stesso, così come l’uomo è capace di darsi, così come “dona se stesso” all’altro uomo: da persona a persona; cioè dare Se stesso a lui, ammettendolo alla partecipazione ai suoi misteri, anzi alla partecipazione alla sua vita. Questo si attua in modo tangibile nelle relazioni tra familiari: marito-moglie, genitori-figli. Ecco perché i profeti si riferiscono molto spesso a tali relazioni, per mostrare la vera immagine di Dio.

L’ordine della grazia è possibile solo “nel mondo delle persone”. Esso riguarda il dono che tende sempre alla formazione e alla comunione delle persone; infatti il libro della Genesi ci presenta una tale donazione. La forma di questa “comunione delle persone” è in esso delineata fin dal principio. L’uomo è chiamato alla familiarità con Dio, all’intimità e amicizia con lui. Dio vuole essergli vicino. Vuole renderlo partecipe dei suoi disegni. Vuole renderlo partecipe della sua vita. Vuole renderlo felice della sua stessa felicità (del suo stesso Essere).

Per tutto questo è necessaria la Venuta di Dio, e l’attesa dell’uomo: la disponibilità dell’uomo. Sappiamo che il primo uomo, che godeva della originaria innocenza e di una particolare vicinanza del suo Creatore, non ha dimostrato questa disponibilità. Questa prima alleanza di Dio con l’uomo è stata interrotta, ma non è cessata da parte di Dio la volontà di salvare l’uomo. Non si è spezzato l’ordine della grazia, e perciò l’Avvento dura sempre.

La realtà dell’Avvento viene tra l’altro espressa dalle seguenti parole di San Paolo: “Dio… vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4).

Quel “Dio vuole” è proprio l’Avvento, e si trova alla base di ogni avvento.

Ai Membri dell’“Accademia Sistina”

Desidero ora rivolgere un particolare saluto al Signor Cardinale Pietro Palazzini e ai Membri dell’“Accademia Sistina” da lui accompagnati. So che già il mio amatissimo Predecessore Paolo VI ebbe modo, lo scorso anno, di significare il suo apprezzamento per il vostro Sodalizio, allora costituito. Anch’io sono lieto di confermare questo sentimento, incoraggiandovi nella vostra attività di ricerca intorno alla grande figura di Papa Sisto V e, in generale, di promozione culturale e umana nel nome e nel ricordo di questo illustre e tuttora ammirato Pontefice della Chiesa Romana. Con voi, Soci dell’Accademia, intendo anche salutare e benedire i pellegrini, che son qui convenuti dal suo paese natale.

A gruppi di malati

Un saluto e una benedizione particolari agli ammalati che sono qui presenti e a quanti soffrono. Il mio pensiero corre e si estende dovunque nel mondo il dolore fisico o quello morale tormenta e mortifica esseri umani.

Appello per la liberazione delle vittime dei sequestri

Seguendo le cronache quotidiane si incontrano drammi e sofferenze che stringono il cuore. In particolare vorrei ricordare oggi coloro che sono nella afflizione a causa di una forma di violenza che si è fatta, purtroppo, tanto frequente in questi ultimi anni: quella dei sequestri. È una piaga indegna di Paesi civili, che è giunta purtroppo anche a forme di crudeltà che fanno orrore. Nel nome di Dio supplico i responsabili di volere dare libertà a coloro che tengono sotto sequestro e ad essi ricordo che Dio è vindice delle azioni degli uomini. Il Signore tocchi veramente il loro cuore e faccia trionfare quella scintilla di umanità che non può essere assente dai loro animi, dando così plausibile conclusione ad un atto vivamente deplorevole.

Alle coppie di giovani sposi

Rivolgo poi un cordiale saluto e un augurio sincero ai novelli sposi che anche oggi sono presenti numerosi. Il Signore benedica il vostro amore, vi sia vicino e vi accompagni lungo la via che avete scelto di percorrere insieme, fino alla morte.

Giovanni Paolo II: Udienze 1978 – Udienza Generale – Mercoledì, 6 dicembre 1978

Gv Paolo II, Udienze

Sorelle e Fratelli carissimi!

Mi riporto al tema di mercoledì scorso.

1. Per penetrare nella pienezza biblica e liturgica del significato dell’Avvento, occorre seguire due direzioni. Bisogna “risalire” agli inizi, e nello stesso tempo “scendere” in profondità. Lo abbiamo già fatto, per la prima volta, mercoledì scorso, scegliendo per temi della nostra meditazione le prime parole del libro della Genesi: “In principio Dio creò” (“Beresit bara Elohim”). Verso la fine del tema svolto l’altra settimana, abbiamo, fra l’altro, rilevato che, per intendere l’Avvento nel suo pieno significato, bisogna anche introdurci nel tema dell’“uomo”. Il pieno significato dell’Avvento sorge dalla riflessione sulla Realtà di Dio che crea, e creando rivela Se stesso (questa è la prima e fondamentale rivelazione, e anche la prima e fondamentale verità del nostro “Credo”). Il pieno significato dell’Avvento emerge in pari tempo dalla profonda riflessione sulla realtà dell’uomo. A questa seconda realtà che è l’uomo ci avvicineremo un po’ di più durante l’odierna meditazione.

2. Una settimana fa ci siamo intrattenuti sulle parole del libro della Genesi, in cui l’uomo viene definito “immagine e somiglianza di Dio”. È necessario riflettere con maggiore intensità sui testi che ne parlano. Essi fanno parte del primo capitolo del libro della Genesi, in cui la descrizione della creazione del mondo è presentata nella successione di sette giorni. La descrizione della creazione dell’uomo, il sesto giorno, si differenzia un po’ dalle descrizioni precedenti. In queste descrizioni siamo testimoni solo dell’atto di creazione, espresso con le parole: “Dio disse: sia…”; qui invece l’autore ispirato vuole mettere in evidenza prima l’intenzione e il disegno del Creatore (di Dio-Elohim); vi leggiamo infatti: “E Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gen 1,26). Come se il Creatore entrasse in Se stesso, come se, creando, non soltanto chiamasse dal nulla all’esistenza con la parola: “sia”, ma come se, in modo particolare, traesse l’uomo dal mistero del suo proprio Essere. Ciò è comprensibile, perché non si tratta solamente dell’Essere, ma dell’Immagine. L’immagine deve “rispecchiare”, deve, in un certo modo, quasi riprodurre “la sostanza” del suo Prototipo. Il Creatore dice, inoltre, “a nostra somiglianza”. E ovvio che non si deve intenderlo come un “ritratto”, ma come un essere vivo, che viva la vita simile a quella di Dio.

Solamente dopo queste parole, che testimoniano, per così dire, il disegno di Dio-Creatore, la Bibbia parla dell’atto stesso della creazione dell’uomo: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27).

Questa descrizione è resa completa dalla benedizione. Vi sono quindi: il disegno, l’atto stesso della creazione e la benedizione: “Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra” (Gen 1,28).

Le ultime parole della descrizione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31), sembrano esser l’eco di questa benedizione.

3. Certamente il testo della Genesi è tra i più antichi: secondo gli studiosi della Bibbia, è stato scritto verso il secolo IX prima di Cristo. Quel testo contiene la verità fondamentale della nostra fede, il primo articolo del “Credo” apostolico. La parte del testo, che presenta la creazione dell’uomo, è stupenda nella sua semplicità e insieme nella sua profondità. Le affermazioni che essa contiene corrispondono alla nostra esperienza e alla nostra conoscenza dell’uomo. È chiaro per tutti, senza distinzione di ideologia sulla concezione del mondo, che l’uomo, pur appartenendo al mondo visibile, alla natura, si differenzia in qualche modo da questa stessa natura. Infatti, il mondo visibile esiste “per lui” e lui ne “esercita il dominio”; per quanto, in vari modi, sia “condizionato” dalla natura, egli la “domina”. La domina, forte di ciò che lui è, delle sue capacità e facoltà di ordine spirituale, che lo differenziano dal mondo naturale. Sono proprio queste facoltà che costituiscono l’uomo. Su tale punto il libro della Genesi è straordinariamente preciso. Definendo l’uomo “immagine di Dio”, mette in evidenza ciò per cui l’uomo è uomo; ciò per cui è un essere distinto da tutte le altre creature del mondo visibile.

Sono noti i numerosi tentativi che la scienza ha fatto – e continua a fare – nei vari campi, per dimostrare i legami dell’uomo con il mondo naturale e la sua dipendenza da esso, al fine di inserirlo nella storia della evoluzione delle diverse specie. Pur nel rispetto di tali ricerche, non possiamo limitarci ad esse. Se analizziamo l’uomo nel più profondo del suo essere, vediamo che egli si differenzia più di quanto somiglia al mondo della natura. In questo senso procedono anche l’antropologia e la filosofia, quando cercano di analizzare e comprendere l’intelligenza, la libertà, la coscienza e la spiritualità dell’uomo. Il libro della Genesi sembra andare incontro a tutte queste esperienze della scienza, e, parlando dell’uomo come l’“immagine di Dio”, fa intendere che la risposta al mistero della sua umanità non si trova sulla strada della somiglianza col mondo della natura. L’uomo somiglia più a Dio che alla natura. In questo senso dice il Salmo 82,6: “Voi siete dei”, le parole che poi riprenderà Gesù (cf. Gv 10,34).

4. Questa affermazione è audace. Bisogna aver fede per accettarla. Tuttavia la ragione, senza pregiudizi, non si oppone a tale verità sull’uomo, al contrario, vede in essa un complemento a ciò che emerge dall’analisi della realtà umana e soprattutto dello spirito umano.

È cosa molto significativa che già lo stesso libro della Genesi, nella lunga descrizione della creazione dell’uomo, obbliga l’uomo – il primo uomo creato (Adamo) –a fare una simile analisi. Ciò che vi leggiamo può “scandalizzare” qualcuno, a causa dell’arcaico modo di espressione, ma in pari tempo è impossibile non meravigliarsi dell’attualità di quel racconto, quando si prende in considerazione il nocciolo del problema.

Ed ecco il testo: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di li si divideva e formava quattro corsi…

Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse…

Poi il Signore disse: Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio dare un aiuto che gli sia simile. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile” (Gen 2,7-20).

Di che cosa siamo testimoni? Ecco, il primo “uomo” compie il primo e fondamentale atto di conoscenza del mondo. Nello stesso tempo questo atto gli permette di conoscere e di distinguere se stesso, “l’uomo”, da tutte le altre creature, e soprattutto da coloro che come “esseri vivi” – dotati di vita vegetativa e sensitiva – dimostrano proporzionalmente la più grande somiglianza con lui, “con l’uomo”, anche lui dotato di vita vegetativa e sensitiva.

Si potrebbe dire che questo primo uomo fa ciò che di solito compie ogni uomo di qualunque tempo; vale a dire: riflette sul proprio essere e si domanda chi è lui.

Risultato di tale processo conoscitivo è la constatazione della fondamentale ed essenziale differenza: sono diverso. Sono più “diverso” che “simile”.

La descrizione biblica conclude: “l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile” (Gen 2,20).

5. Perché oggi parliamo di tutto questo? Lo facciamo per comprendere meglio il mistero dell’Avvento – per comprenderlo dalle stesse fondamenta – e così penetrare con maggiore profondità nel nostro cristianesimo.

L’Avvento significa “la Venuta”.

Se Dio “viene” all’uomo, lo fa perché nel suo essere umano ha preparato una “dimensione di attesa” attraverso la quale l’uomo può “accogliere” Dio, è capace di farlo.

Già il libro della Genesi, e soprattutto questo capitolo, lo spiega quando, parlando dell’uomo, afferma che Dio lo “creò… a sua immagine” (Gen 1,27).

Giovanni Paolo II: Udienze 1978 – Udienza Generale – Mercoledì, 29 novembre 197

Gv Paolo II, Udienze

1. Anche se il tempo liturgico dell’Avvento inizia solo domenica prossima, desidero fin da oggi parlare di questo ciclo.

Siamo ormai abituati al termine “avvento”; sappiamo che cosa esso significa, ma proprio per il fatto che ci siamo così familiarizzati con esso, non arriviamo forse a comprendere tutta la ricchezza che tale concetto racchiude.

Avvento significa “venuta”.

Dobbiamo quindi domandarci: chi è che viene? e per chi viene? A questa domanda troviamo subito la risposta. Anche i bambini sanno che è Gesù che viene, per loro e per tutti gli uomini. Viene una notte a Betlemme, nasce in una grotta, che serviva da stalla per il bestiame.

Questo sanno i bambini, lo sanno pure gli adulti che partecipano alla gioia dei bambini, e che la notte di Natale sembrano diventare bambini anch’essi. Tuttavia molte sono le domande che vengono fatte. L’uomo ha il diritto, e perfino il dovere, di interrogare per sapere. Vi sono anche coloro che dubitano e, benché partecipino alla gioia del Natale, sembrano estranei alla verità che esso contiene.

Proprio per questo abbiamo il tempo dell’Avvento, in modo che ogni anno di nuovo possiamo penetrare in questa verità essenziale del cristianesimo.

2. La verità del cristianesimo corrisponde a due realtà fondamentali che non possiamo mai perdere di vista. Tutte e due sono fra loro strettamente connesse. È proprio questo legame, così intimo che una realtà sembra spiegare l’altra, è la nota caratteristica del cristianesimo. La prima realtà si chiama “Dio”, la seconda “l’uomo”. Il cristianesimo sorge da una particolare relazione reciproca fra Dio e l’uomo. Negli ultimi tempi – specialmente durante il Concilio Vaticano II – si discuteva a lungo, se tale relazione fosse teocentrica oppure antropocentrica. Non si avrà mai una risposta soddisfacente a questa domanda, se continueremo a considerare separatamente i due termini della questione. Infatti il cristianesimo è antropocentrico proprio perché è pienamente teocentrico; e contemporaneamente è teocentrico grazie al suo singolare antropocentrismo.

Ma è proprio il mistero dell’Incarnazione che, da se stesso, spiega questa relazione.

Ed è per questo che il cristianesimo non è soltanto una “religione di avvento”, ma l’Avvento stesso.

Il cristianesimo vive il mistero della venuta reale di Dio verso l’uomo, e di questa realtà palpita e pulsa costantemente. Essa è semplicemente la vita stessa del cristianesimo. Si tratta di una realtà profonda e semplice insieme, che è vicina alla comprensione e alla sensibilità di ogni uomo e soprattutto di chi, in occasione della notte di Natale, sa farsi bambino.

Non invano disse Gesù una volta: “Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3).

3. Per comprendere fino in fondo questa duplice realtà di cui ogni giorno palpita e pulsa il cristianesimo, occorre risalire fino agli inizi stessi della Rivelazione, anzi quasi agli inizi del pensare umano.

Agli inizi del pensare umano possono stare concezioni diverse; il pensare di ciascun individuo ha la propria storia nella sua vita, sin dall’infanzia. Tuttavia parlando dell’“inizio” non intendiamo tanto trattare della storia del pensiero. Vogliamo invece costatare che alle basi stesse del pensare, cioè alle sue sorgenti, si trova il concetto di “Dio” e il concetto di “uomo”. Talvolta essi sono ricoperti da uno strato di molti altri concetti diversi (in particolare nell’odierna civiltà di “cosificazione materialista” e anche “tecnocratica”), ma ciò non significa che quei concetti non esistano o che non stiano alle basi del nostro pensare. Anche il più elaborato sistema ateo ha un senso solo se si presuppone che esso conosca il significato dell’idea di “Theos”, cioè Dio. A questo proposito giustamente c’insegna la Costituzione pastorale del Vaticano II, che molte forme di ateismo derivano dalla mancanza di un adeguato rapporto con questo concetto di Dio. Esse sono dunque, o almeno possono essere, negazioni di qualche cosa o piuttosto di Qualcun altro che non corrisponde al Dio vero.

4. L’Avvento – come tempo liturgico dell’anno ecclesiale – ci riporta agli inizi della Rivelazione. E proprio agli inizi c’incontriamo subito col legame fondamentale di queste due realtà: Dio e l’uomo.

Prendendo in mano il primo libro della Sacra Scrittura, cioè la Genesi, cominciamo la lettura delle parole: “Beresit bara!: In principio creò…”. Segue poi il nome di Dio, che in questo testo biblico suona “Elohim”. In principio creò, e colui che creò è Dio. Queste tre parole costituiscono quasi la soglia della Rivelazione. Dio all’inizio del libro della Genesi non è definito soltanto col nome “Elohim”; altre parti di questo libro adopereranno anche il nome “Jahvè”. Più chiaramente ancora parla di lui il verbo “creò”. Questo verbo di fatto rivela Dio, chi è Dio. Esprime la sua sostanza non tanto in se stessa, quanto in rapporto con il mondo, cioè con l’insieme delle creature soggette alle leggi del tempo e dello spazio. Il complemento circostanziale “in principio” indica Dio come Colui che è prima di questo principio, che non è limitato né dal tempo né dallo spazio, e che “crea”, cioè che “dà inizio” a tutto ciò che non è Dio, ciò che costituisce il mondo visibile e invisibile (secondo la Genesi: il cielo e la terra). In questo contesto il verbo “creò” dice di Dio anzitutto che lui stesso esiste, che è, che lui è la pienezza dell’essere, che tale pienezza si manifesta come Onnipotenza, e che questa Onnipotenza è insieme Sapienza e Amore. Tanto ci dice su Dio la prima frase della Sacra Scrittura. In tale modo si forma nel nostro intelletto il concetto di “Dio”, se ci riferiamo agli inizi della Rivelazione.

Sarebbe significativo esaminare in quale rapporto sta il concetto di “Dio”, così come lo troviamo agli inizi della Rivelazione, con quello che troviamo alle basi del pensare umano (perfino nel caso della negazione di Dio, cioè dell’ateismo). Oggi però non intendiamo sviluppare questo argomento.

5. Vogliamo invece costatare che agli inizi della Rivelazione – nello stesso libro della Genesi – e questo già nel primo capitolo, troviamo la fondamentale verità sull’uomo, che Dio (“Elohim”) crea a sua “immagine e somiglianza”. Vi leggiamo infatti: “Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gen 1,26), e in seguito: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27).

Sul problema dell’uomo ritorneremo mercoledì prossimo. Ma già oggi dobbiamo segnalare questa relazione particolare tra Dio e la sua immagine, cioè l’uomo.

Questa relazione ci illumina sulle basi stesse del cristianesimo. Ci permette pure di dare una risposta fondamentale a due domande: prima, che cosa significa l’“Avvento”, seconda, perché proprio l’“Avvento” fa parte della sostanza stessa del cristianesimo?

Queste domande le lascio alla vostra riflessione. Torneremo su di esse nelle nostre future meditazioni e più di una volta. La realtà dell’Avvento è piena della più profonda verità su Dio e sull’uomo.

Ai malati

Ora voglio rivolgere un saluto particolare agli ammalati. Con sincera benevolenza di padre e di pastore vi invito a rinnovare la vostra adesione totale a Cristo crocifisso, dalle cui sofferenze tutti noi in quanto cristiani traiamo la realtà della nostra salvezza. La Chiesa perciò conta anche su di voi. Che il Signore vi aiuti a tener ferma la vostra fede e la vostra speranza, perché si compia la sua volontà sia nel dolore che nella guarigione.

Ai giovani sposi

Poiché è pure presente un numeroso gruppo di giovani sposi, intendo salutare anche loro con particolare affetto. Il Signore vi conceda un mutuo amore indefettibile, che il tempo non consumi mai, e lo renda fecondo sia con la reciproca maturazione di fronte alla vita sia con la responsabile procreazione di figli buoni e sani. Il Signore vi sostenga con la sua grazia e la mia Benedizione vi accompagni sempre.

Giovanni Paolo II: Udienze 1978 – Udienza Generale – Mercoledì 22 novembre 1978

Gv Paolo II, Udienze

1. Nel corso delle udienze del mio ministero pontificio ho cercato di eseguire il “testamento” del mio prediletto Predecessore Giovanni Paolo I. Come è noto, egli non ha lasciato un testamento scritto, perché la morte lo ha colto inaspettatamente e all’improvviso, ma ha lasciato alcuni appunti, dai quali risulta che si era proposto, nei primi incontri del mercoledì, di parlare dei principi fondamentali della vita cristiana, cioè delle tre virtù teologali – e questo ha avuto il tempo di attuarlo – e poi delle quattro virtù cardinali – e questo lo sta facendo il suo indegno Successore –. Oggi è venuto il turno di parlare della quarta virtù cardinale, la “temperanza”, portando così a compimento, in un certo modo, il programma di Giovanni Paolo I, nel quale possiamo vedere quasi il testamento del Pontefice defunto.

2. Quando parliamo delle virtù – non soltanto di queste cardinali, ma di tutte, di ogni virtù – dobbiamo avere sempre davanti agli occhi l’uomo reale, l’uomo concreto. La virtù non è qualche cosa di astratto, staccato dalla vita, ma, al contrario, ha profonde “radici” nella vita stessa, scaturisce da essa e la forma. La virtù incide sulla vita dell’uomo. Sulle sue azioni e sul suo comportamento. Ne deriva che, in tutte queste nostre riflessioni, non parliamo tanto della virtù quanto dell’uomo che vive e agisce “virtuosamente”; parliamo dell’uomo prudente, giusto, coraggioso, e infine, oggi appunto, parliamo dell’uomo “temperante” (oppure “sobrio”).

Aggiungiamo subito che tutti questi attributi, o piuttosto atteggiamenti dell’uomo, provenienti dalle singole virtù cardinali, sono reciprocamente connessi. Non si può quindi essere uomo veramente prudente né autenticamente giusto né realmente forte, se non si ha anche la virtù della temperanza. Si può dire che questa virtù condiziona indirettamente tutte le altre virtù, ma si deve dire pure che tutte le altre virtù sono indispensabili, affinché l’uomo possa essere “temperante” (o “sobrio”).

3. Il termine stesso di “temperanza” sembra in un certo modo riferirsi a ciò che è “fuori dell’uomo”. Infatti diciamo che temperante è colui che non abusa di cibi, di bevande, di piaceri, chi non beve smodatamente alcolici, chi non si priva della coscienza per l’uso di stupefacenti, ecc. Questo riferimento ad elementi esterni all’uomo ha però la sua base dentro l’uomo. È come se in ciascuno di noi esistesse un “io superiore” e un “io inferiore”. Nel nostro “io inferiore” si esprime il nostro “corpo” e tutto ciò che gli appartiene: i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue passioni di natura anzitutto sensuale. La virtù della temperanza garantisce ad ogni uomo il dominio dell’“io superiore” sull’“io inferiore”. È questa forse un’umiliazione del nostro corpo? Oppure una menomazione? Al contrario, questo dominio valorizza il corpo. La virtù della temperanza fa sì che il corpo e i nostri sensi trovino il giusto posto, che spetta loro nel nostro essere umano.

L’uomo temperante è colui che è padrone di se stesso. Colui nel quale le passioni non prendono il sopravvento sulla ragione, sulla volontà, e anche sul “cuore”. L’uomo che sa dominare se stesso! Se è così, ci rendiamo facilmente conto di quale valore fondamentale e radicale abbia la virtù della temperanza. Essa è addirittura indispensabile, perché l’uomo “sia” pienamente uomo. Basta guardare qualcuno che, trascinato dalle sue passioni, ne diventa “vittima”, rinunciando da se stesso all’uso della ragione (come, ad esempio, un alcolizzato, un drogato) e constatiamo con chiarezza che “essere uomo” significa rispettare la propria dignità, e perciò, fra l’altro, farsi guidare dalla virtù della temperanza.

4. Questa virtù viene anche chiamata “sobrietà”. È proprio giusto che sia così! Infatti, per poter dominare le nostre passioni, la concupiscenza della carne, le esplosioni della sensualità (ad esempio nelle relazioni con l’altro sesso), ecc., dobbiamo non oltrepassare il giusto limite nei confronti di noi stessi e del nostro “io inferiore”. Se non rispettiamo questo giusto limite, non saremo in grado di dominarci. Questo non vuol dire che l’uomo virtuoso, sobrio, non possa essere “spontaneo”, non possa gioire, non possa piangere, non possa esprimere i propri sentimenti, non significa cioè che egli debba diventare insensibile, “indifferente”, come se fosse di ghiaccio o di pietra. No, in nessun modo! Basta guardare Gesù per convincersene. La morale cristiana non si è mai identificata con quella stoica. Al contrario, considerando tutta la ricchezza degli affetti e delle emotività di cui ogni uomo è dotato – del resto ciascuno in modo diverso: in un modo l’uomo, in altro la donna a motivo della propria sensibilità – bisogna riconoscere che l’uomo non può raggiungere questa spontaneità matura, se non attraverso un lavorio su se stesso e una particolare “vigilanza” su tutto il suo comportamento. In questo difatti consiste la virtù della “temperanza”, della “sobrietà”.

5. Penso che questa virtù esiga da ciascuno di noi una specifica umiltà riguardo ai doni che Dio ha posto nella nostra natura umana. Direi, “l’umiltà del corpo” e quella “del cuore”. Questa umiltà è condizione necessaria per l’“armonia” interiore dell’uomo: per la bellezza “interiore” dell’uomo. Ognuno vi rifletta bene e in particolare i giovani, e ancor più le giovani, nell’età in cui ci si tiene tanto ad essere belli o belle per piacere agli altri! Ricordiamoci che l’uomo deve essere bello soprattutto interiormente. Senza questa bellezza, tutti gli sforzi diretti al solo corpo non faranno – né di lui, né di lei – una persona veramente bella.

Del resto, non è proprio il corpo a subire danni sensibili e spesso anche rilevanti alla salute, se manca all’uomo la virtù della temperanza, della sobrietà? A questo proposito, molto potrebbero dire le statistiche e le cartelle cliniche di tutti gli ospedali del mondo. Ne hanno grande esperienza anche i medici impegnati nei consultori ai quali si rivolgono sposi, fidanzati e giovani. È vero che non possiamo giudicare la virtù basandoci esclusivamente sul criterio della salute psicofisica, tuttavia numerose sono le prove che la mancanza della virtù, della temperanza, della sobrietà porta danno alla salute.

6. Occorre che io finisca qui, benché sia convinto che questo argomento è piuttosto interrotto che esaurito. Forse un giorno si presenterà l’occasione di tornarci sopra. Per ora basta così.

In tale modo ho cercato, come potevo, di eseguire il testamento di Giovanni Paolo I. Gli chiedo di pregare per me, quando dovrò passare ad altri temi durante le udienze del mercoledì.

Ai malati

Vada ora un saluto particolarmente affettuoso ai malati. Tutti voi che soffrite, sappiate che il Papa vi predilige perché siete chiamati a partecipare più da vicino alla Passione redentrice del Salvatore, e perché a voi appartiene la beatitudine evangelica: “Beati voi afflitti, perché sarete consolati” (cf. Mt 5,4). Coraggio! Il Papa è con voi: il vostro dolore non è vano, ma costituisce la ricchezza della Chiesa. Vi sia di conforto la mia speciale Benedizione.

Agli sposi novelli

Mi è gradito rivolgere adesso una parola agli sposi novelli qui presenti e a tutte le giovani coppie, che col loro amore, benedetto e santificato dalla virtù del sacramento del matrimonio, hanno iniziato una nuova vita. A voi dico: non temete di dare un’impronta cristiana alla vostra nuova famiglia: Cristo è con voi! È vicino a voi per rendere stabile e indissolubile il vincolo che vi unisce nella reciproca donazione; è vicino a voi per sostenervi in mezzo alle difficoltà e alle prove immancabili, sì, ma non insuperabili, non mai distruttive dell’amore sponsale, quando esso è autentico e non egoistico. Con questi lieti voti, il Papa vi benedice nel gaudio del Signore.

Giovanni Paolo II: Udienze 1978 – Udienza Generale – Mercoledì 15 novembre 1978

Gv Paolo II, Udienze

Carissimi Fratelli e Sorelle.

Papa Giovanni Paolo I, parlando dalla loggia della Basilica di San Pietro, il giorno dopo la sua elezione, ha ricordato, fra l’altro, che durante il Conclave del 26 agosto, quando tutto già indicava che proprio lui sarebbe stato scelto, i Cardinali che gli erano accanto gli hanno sussurrato all’orecchio: “Coraggio!”. Probabilmente questa parola, in quel momento, era necessaria per lui e si era impressa nel suo cuore, dato che subito l’indomani la ricordò. Giovanni Paolo I mi perdonerà, se ora mi servo di questa sua confidenza. Credo che proprio essa potrà in modo migliore introdurre noi tutti qui presenti nel tema che intendo svolgere. Infatti, desidero parlare oggi della terza virtù cardinale, cioè della fortezza. Proprio a questa virtù ci riferiamo, quando vogliamo esortare qualcuno ad aver coraggio, come fece il Cardinale vicino di Giovanni Paolo I al Conclave, quando gli disse: “coraggio”.

Chi riteniamo noi uomo forte, uomo coraggioso? Questa parola rievoca, di solito, il soldato che difende la Patria, esponendo al pericolo la sua salute e perfino la sua vita in tempo di guerra. Ci rendiamo però conto che anche in tempo di pace abbiamo bisogno di fortezza. E perciò nutriamo grande stima per le persone che si distinguono per il cosiddetto “coraggio civile”. Una testimonianza di fortezza ci è offerta da chi espone la propria vita per salvare qualcuno che sta per annegare, oppure dall’uomo che porta il suo aiuto nelle calamità naturali, come incendi, alluvioni, ecc. Certamente si distingueva per questa virtù San Carlo, il mio Patrono, il quale durante la peste di Milano adempiva il suo ministero pastorale fra gli abitanti di tale città. Ma pensiamo anche con ammirazione a quegli uomini che scalano le vette dell’Everest o ai cosmonauti, per esempio, quelli che per la prima volta mettono il piede sulla luna.

Come risulta da tutto questo, le manifestazioni della virtù della fortezza sono numerose. Alcune di esse sono largamente note e godono una certa fama. Altre sono meno conosciute, benché spesso esigano una virtù ancor maggiore. La fortezza, infatti, come abbiamo detto all’inizio, è una virtù, una virtù cardinale. Permettete che attiri la vostra attenzione su esempi in genere poco noti, ma che in sé stessi testimoniano una grande virtù, talvolta addirittura eroica. Penso, per esempio, ad una donna, madre di una famiglia già numerosa, alla quale viene “consigliato” da tanti di sopprimere una nuova vita concepita nel suo seno, sottoponendosi “all’intervento” di interruzione della maternità; ed ella risponde con fermezza: “no”. Senz’altro sente tutta la difficoltà che questo “no” porta con sé, difficoltà per lei, per suo marito, per tutta la famiglia, e tuttavia risponde: “no”. La nuova vita umana in lei concepita è un valore troppo grande, troppo “sacro”, perché ella possa cedere a simili pressioni.

Ancora un esempio: un uomo al quale viene promessa la libertà e anche una facile carriera a condizione che egli rinneghi i propri principi, oppure approvi qualche cosa che sia contro la sua onestà verso gli altri. E anche lui risponde “no”, pur di fronte a minacce da una parte, e attrattive dall’altra. Ecco un uomo coraggioso!

Molte, moltissime sono le manifestazioni di fortezza, spesso eroica, di cui non si scrive sui giornali, o di cui si sa poco. Solo la coscienza umana le conosce… e Dio lo sa!

Desidero rendere omaggio a tutti questi coraggiosi sconosciuti. A tutti coloro che hanno il coraggio di dire “no” o “sì”, quando questo costa! Agli uomini che danno una testimonianza singolare di dignità umana e di profonda umanità. Proprio per il fatto che sono ignoti, meritano un omaggio e un particolare riconoscimento.

Secondo la dottrina di San Tommaso, la virtù della fortezza s’incontra nell’uomo,

– che è pronto “aggredi pericula”, cioè ad affrontare il pericolo;

– che è pronto “sustinere mala”, cioè a sopportare le avversità per una giusta causa, per la verità, per la giustizia, ecc.

La virtù della fortezza richiede sempre un certo superamento della debolezza umana e soprattutto della paura. L’uomo infatti, per natura, teme spontaneamente il pericolo, i dispiaceri, le sofferenze. Perciò bisogna cercare gli uomini coraggiosi non soltanto sui campi di battaglia, ma anche nelle corsie di un ospedale o sul letto del dolore. Tali uomini si potevano incontrare spesso nei campi di concentramento e nei luoghi di deportazione. Erano degli autentici eroi.

La paura toglie alle volte il coraggio civile agli uomini che vivono in un clima di minaccia, di oppressione o di persecuzione. Particolare valore hanno allora gli uomini, che sono capaci di varcare la cosiddetta barriera della paura, al fine di rendere testimonianza alla verità e alla giustizia. Per arrivare a tale fortezza, l’uomo deve in un certo modo “oltrepassare” i propri limiti e “superare” se stesso, correndo “il rischio” di una situazione ignota, il rischio di essere malvisto, il rischio di esporsi a spiacevoli conseguenze, ingiurie, degradazioni, perdite materiali, forse la prigionia o le persecuzioni. Per raggiungere tale fortezza, l’uomo deve essere sorretto da un grande amore per la verità e per il bene, a cui si dedica. La virtù della fortezza procede di pari passo con la capacità di sacrificarsi. Questa virtù aveva già presso gli antichi un profilo ben definito. Con Cristo ha acquistato un profilo evangelico, cristiano. Il Vangelo è indirizzato agli uomini deboli, poveri, miti e umili, operatori di pace, misericordiosi e, nello stesso tempo, contiene in sé un costante richiamo alla fortezza. Ripete spesso: “non abbiate paura” (Mt 14,27). Insegna all’uomo che, per una giusta causa, per la verità, per la giustizia, bisogna saper “dare la vita” (Gv 15,13).

Desidero qui riferirmi ancora ad un altro esempio, che ci proviene da 400 anni fa, ma che rimane sempre vivo e attuale. Si tratta della figura di San Stanislao Kostka, patrono dei giovani, la cui tomba si trova nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, a Roma. Qui, infatti, finì la sua vita a 18 anni di età questo santo, per natura molto sensibile e tenero, tuttavia molto coraggioso. La fortezza condusse lui, proveniente da nobile famiglia, a scegliere di essere povero, seguendo l’esempio di Cristo, e a porsi al suo esclusivo servizio. Benché la sua decisione incontrasse una ferma opposizione da parte dell’ambiente egli riuscì con grande amore ma anche con grande fermezza, a realizzare il suo proposito, racchiuso nel motto: “Ad maiora natus sum”: sono nato per cose più grandi. Arrivò al noviziato dei Gesuiti, percorrendo a piedi la strada da Vienna a Roma e cercando di sfuggire ai suoi inseguitori che volevano, per forza, distogliere quest’“ostinato” giovane dai suoi intenti.

So che nel mese di novembre molti giovani di tutta Roma, e specialmente studenti, alunni, novizi, visitano la tomba di San Stanislao nella chiesa di Sant’Andrea. Io sono insieme con loro, perché anche la nostra generazione ha bisogno di uomini che sappiano con santa “ostinazione” ripetere: “Ad maiora natus sum”. Abbiamo bisogno di uomini forti!

Abbiamo bisogno di fortezza per essere uomini. Infatti l’uomo veramente prudente è solo quello che possiede la virtù della fortezza.

Preghiamo per questo dono dello Spirito Santo che si chiama il “dono della fortezza”. Quando all’uomo mancano le forze per “superare” se stesso, in vista di valori superiori, come la verità, la giustizia, la vocazione, la fedeltà matrimoniale, bisogna che questo “dono dall’alto” faccia di ciascuno di noi un uomo forte e, al momento giusto, ci dica “nell’intimo”: coraggio!

Agli sposi novelli

Un saluto e un augurio cordiale agli sposi novelli, presenti all’udienza. Il sacramento del matrimonio porta l’amore umano alla sua perfezione costituendolo simbolo dell’alleanza che v’è tra Cristo e la Chiesa. Vivetelo in questa luce con fedeltà reciproca e con generosa fiducia nell’aiuto di Cristo.

Ai malati

Un’attenzione particolare il Papa vuole riservare ai malati, per recare loro un saluto affettuoso e una parola di conforto e di incoraggiamento. Voi, cari malati, avete un posto importante nella Chiesa, se sapete interpretare la vostra situazione difficile alla luce della fede e se, in questa luce sapete vivere la vostra malattia con cuore generoso e forte. Ognuno di voi può allora affermare con San Paolo: “completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa”.

No alla violenza

Parlando della sofferenza umana, vorrei menzionare il caso della signora Marcella Boroli Balestrini, sequestrata a Milano il 9 ottobre scorso e non restituita ancora all’affetto dei suoi cari, nonostante lo stato di avanzata gravidanza e le precarie condizioni di salute. Il Papa rivolge la sua preghiera accorata al Signore, perché infonda nel cuore dei rapitori, e di tutte le persone implicate nei numerosi episodi di violenza in ogni parte d’Italia e del mondo, pensieri di umana sensibilità, affinché pongano fine a tante, troppe sofferenze atroci e indegne di Paesi civili. Alle vittime e ai loro parenti vada, intanto, il conforto della mia paterna Benedizione.

Alle Pontificie Opere Missionarie

Con particolare intensità d’affetto rivolgo ora il mio saluto ai membri del Consiglio Superiore delle Pontificie Opere Missionarie, accompagnati a questa udienza dal Prefetto della Sacra Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, l’Eminentissimo Cardinale Angelo Rossi.

La vostra presenza, figli carissimi, mi offre l’opportunità di esprimere, insieme con la gratitudine per questo vostro gesto di sincera devozione, l’alta considerazione che nutro per l’attività intelligente e solerte, da voi svolta con ammirevole dedizione a servizio della causa missionaria. Per il credente, questa deve essere la causa che primeggia fra tutte, perché riguarda il destino eterno degli uomini, perché risponde al disegno misterioso di Dio sul significato della vita e della storia dell’umanità, perché abilita le diverse culture a perseguire efficacemente la meta di un vero e plenario umanesimo.

Continuate, dunque, con immutato impegno nel vostro lavoro di animazione missionaria, in stretto collegamento, da una parte, con le Conferenze Episcopali dei vostri Paesi e, dall’altra, con la Congregazione di “Propaganda Fide”, a cui spetta il compito di coordinare gli sforzi di tutti verso mete comuni.

Che lo Spirito di Cristo vi illumini e vi sostenga, unitamente a tutti coloro che qui rappresentate, in questa vostra opera delicata e importantissima per la vita della Chiesa. Il Papa vi è vicino con la sua preghiera e con la sua Benedizione.