Giovanni Paolo II: Omelie 1978 – “Te Deum” di ringraziamento per la fine dell’anno nella chiesa dedicata al Ss. mo Nome di Gesù – Domenica, 31 dicembre 1978

Gv Paolo II, Omelie

Carissimi fratelli e sorelle.

Innanzitutto voglio salutare tutti i qui presenti romani e ospiti venuti per celebrare la chiusura dell’anno 1978, celebrare religiosamente. Rivolgo il mio cordiale saluto al cardinale Vicario, ai fratelli Vescovi, ai rappresentanti dell’autorità civile, ai sacerdoti, religiose, religiosi, soprattutto della Compagnia di Gesù, con il loro Padre Generale.

1. La domenica fra l’Ottava del Natale del Signore, cioè la domenica odierna, unisce, nella liturgia, la solenne memoria della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. La nascita di un bambino, sempre, dà inizio ad una famiglia. La nascita di Gesù a Betlemme ha dato inizio a questa Famiglia unica ed eccezionale nella storia dell’umanità; in questa Famiglia è venuto al mondo, è cresciuto ed è stato educato il Figlio di Dio, concepito e nato dalla Madre-Vergine, e contemporaneamente affidato, dall’inizio, alle cure autenticamente paterne di Giuseppe, falegname di Nazaret, il quale dinanzi alla legge ebraica fu marito di Maria, e dinanzi allo Spirito Santo fu degno suo sposo e il tutore, veramente a modo paterno, del materno mistero della sua Sposa.

La Famiglia di Nazaret, che la Chiesa, soprattutto nella liturgia odierna, mette dinanzi agli occhi di tutte le famiglie, costituisce effettivamente quel punto culminante di riferimento per la santità di ogni famiglia umana. La storia di questa Famiglia viene descritta nelle pagine del Vangelo in modo molto conciso. Veniamo a sapere appena di alcuni avvenimenti della sua vita. Tuttavia, ciò che apprendiamo è sufficiente per poter coinvolgere i momenti fondamentali nella vita di ogni famiglia, e per fare apparire quella dimensione, alla quale sono chiamati tutti gli uomini che vivono la vita familiare: padri, madri, genitori, figli. Il Vangelo ci mostra, con grande chiarezza, il profilo educativo della famiglia. “Tornò a Nazaret e stava loro sottomesso…” (Lc 2,51). È necessaria, da parte dei ragazzi e da parte della giovane generazione, questa “sottomissione”, obbedienza, prontezza ad accettare i maturi esempi della umana condotta della famiglia. Anche Gesù in questo modo era “sottomesso”. E con questa “sottomissione”, con questa prontezza del bambino ad accettare gli esempi del comportamento umano, devono misurare i genitori tutta la loro condotta. Questo è il punto particolarmente delicato della loro responsabilità di genitori, della loro responsabilità nei confronti dell’uomo, di questo piccolo, e poi crescente uomo, ad essi affidato da Dio stesso. Devono anche tener presente tutto ciò che è accaduto nella vita della Famiglia di Nazaret quando Gesù aveva dodici anni; essi, cioè, educano il proprio figlio non solo per loro, ma per lui, per i compiti che in seguito egli dovrà assumere. Gesù dodicenne ha risposto a Maria e a Giuseppe: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49).

2. I più profondi problemi umani sono collegati con la famiglia. Essa costituisce la comunità primaria, fondamentale e insostituibile per l’uomo. “La famiglia ha ricevuto da Dio questa missione, di essere la prima e vitale cellula della società”, afferma il Concilio Vaticano II (Apostolicam Actuositatem, 11). Di ciò anche la Chiesa vuole dare una testimonianza particolare durante l’Ottava del Natale del Signore mediante la festa della Santa Famiglia. Vuole ricordare che con la famiglia sono collegati i valori fondamentali, che non si possono violare senza danni incalcolabili di natura morale. Spesso le prospettive di ordine materiale e il punto di vista “economico-sociale” prevalgono sui principi di cristiana e perfino umana moralità. Non basta, allora, esprimere solo un rammarico. Bisogna difendere questi valori fondamentali con tenacia e fermezza, perché la loro violazione porta danni incalcolabili alla società, e, in ultima analisi, all’uomo. L’esperienza delle diverse nazioni nella storia dell’umanità, come pure la nostra esperienza contemporanea, possono servire come argomento per riaffermare questa verità dolorosa, cioè che è facile, nella fondamentale sfera dell’umana esistenza in cui è decisivo il ruolo della famiglia, distruggere i valori essenziali, mentre è molto difficile ricostruire tali valori.

Di quali valori si tratta? Se dovessimo rispondere adeguatamente a questa domanda, bisognerebbe indicare tutta la gerarchia e l’insieme dei valori che vicendevolmente si definiscono e si condizionano. Però, cercando di esprimerci in modo conciso, diciamo che qui si tratta di due valori fondamentali che rigorosamente entrano nel contesto di ciò che noi chiamiamo “amore coniugale”. Il primo di essi è il valore della persona che si esprime nella reciproca fedeltà assoluta fino alla morte: fedeltà del marito nei confronti della moglie e della moglie nei confronti del marito. La conseguenza di questa affermazione del valore della persona, che si esprime nella reciproca relazione tra marito e moglie, deve essere anche il rispetto del valore personale della nuova vita, cioè del bambino, dal primo momento del suo concepimento.

La Chiesa non può mai dispensarsi dall’obbligo di custodire questi due valori fondamentali, collegati con la vocazione della famiglia. La custodia di essi è stata affidata alla Chiesa da Cristo, in modo tale che non lascia alcun dubbio. Allo stesso tempo, l’evidenza – umanamente compresa – di questi valori fa sì che la Chiesa, difendendoli, vede se stessa come portavoce della autentica dignità dell’uomo: del bene della persona, della famiglia, delle nazioni. Pur mantenendo il rispetto verso tutti coloro che pensano diversamente, è ben difficile riconoscere, dal punto di vista obiettivo e imparziale, che si comporti a misura della vera dignità umana chi tradisce la fedeltà matrimoniale, oppure chi permette che si annienti e si distrugga la vita concepita nel grembo materno. Di conseguenza, non si può ammettere che i programmi che suggeriscono, che facilitano, ammettono tale comportamento, servano al bene obiettivo dell’uomo, al bene morale, e contribuiscano a rendere la vita umana veramente più umana, veramente più degna dell’uomo; che servano alla costruzione di una società migliore.

3. La domenica odierna è anche l’ultimo giorno dell’anno 1978. Ci siamo riuniti qui, in questa liturgia, per rendere grazie a Dio per tutto il bene che ci ha elargito e dato la grazia di fare durante l’anno trascorso, e per chiedere il suo perdono per tutto ciò che, essendo contrario al bene, è anche contrario alla sua santa volontà.

Permettete che, in questo ringraziamento e in questa richiesta di perdono, mi serva anche del criterio della famiglia, questa volta però nel senso più largo. Siccome Dio è Padre, allora il criterio della famiglia ha anche questa dimensione; si riferisce a tutte le comunità umane, alle società, alle nazioni, ai paesi; si riferisce alla Chiesa e alla umanità.

Concludendo così quest’anno, rendiamo grazie a Dio per tutto ciò per cui gli uomini – nelle diverse sfere dell’esistenza terrena – diventano ancor più “famiglia”, cioè più fratelli e più sorelle, che hanno in comune l’unico Padre. Allo stesso tempo, chiediamo perdono per tutto ciò che è estraneo alla comune fratellanza degli uomini, che distrugge l’unità della famiglia umana, che la minaccia, che la impedisce.

Perciò, avendo sempre negli occhi il mio grande Predecessore Paolo VI, e l’amatissimo Papa Giovanni Paolo I, io, loro successore, nell’anno della morte di ambedue, dico oggi: “Padre nostro che sei nei cieli, accettaci in quest’ultimo giorno dell’anno 1978 nel Cristo Gesù, tuo eterno Figlio, e in lui guidaci avanti nel futuro. Nel futuro che tu stesso desideri: Dio dell’Amore, Dio della Verità, Dio della Vita!”.

Con questa preghiera sulle labbra io, successore dei due Pontefici morti in questo anno, attraverso insieme con voi la frontiera che, tra qualche ora, dividerà l’anno 1978 dal 1979.

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Giovanni Paolo II: Omelie 1978 – Santa Messa di Mezzanotte – Domenica, 24 dicembre 1978

Gv Paolo II, Omelie

Carissimi Fratelli e Sorelle.

1. Ci troviamo nella Basilica di San Pietro a quest’ora insolita. Ci fa da sfondo l’architettura nella quale intere generazioni attraverso i secoli hanno espresso la loro fede nel Dio Incarnato, seguendo il messaggio portato qui a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo. Tutto ciò che ci circonda parla con la voce dei due millenni che ci separano dalla nascita di Cristo. Il secondo millennio si sta avvicinando celermente alla fine. Permettete che, così come siamo, in questo contesto di tempo e di luogo, io vada con voi a quella grotta nei pressi della cittadina di Betlemme, situata a sud di Gerusalemme. Facciamo in modo di essere tutti insieme più là che qua: là, dove “nel silenzio della notte” si è fatto sentire il vagito del Neonato, espressione perenne dei figli della terra. In quello stesso tempo si è fatto sentire il cielo, “mondo” di Dio che abita nel tabernacolo inaccessibile della Gloria. Tra la maestà di Dio eterno e la terra-madre, che si annunzia col vagito del Bimbo neonato, s’intravede la prospettiva di una nuova pace, della riconciliazione, dell’alleanza: È nato per noi il Salvatore del mondo “tutti i confini della terra hanno visto la salvezza del nostro Dio”.

2. Tuttavia in questo momento, in questa insolita ora, i confini della terra rimangono distanti. Sono pervasi da un tempo di attesa, lontani dalla pace. La stanchezza riempie piuttosto i cuori degli uomini, che si sono addormentati, così come si erano addormentati non lungi i pastori nelle valli di Betlemme. Ciò che accade nella stalla, nella grotta di roccia ha una dimensione di profonda intimità: è qualcosa che avviene “fra” la Genitrice e il Nascituro. Nessuno dall’esterno vi ha accesso. Perfino Giuseppe, il falegname di Nazaret, rimane testimone silenzioso. Lei sola è pienamente consapevole della sua Maternità. E solo lei capta l’espressione propria del vagito del bimbo. La nascita di Cristo è innanzitutto il suo mistero, il suo grande Giorno. È la festa della Madre.

È una strana festa: senza alcun segno della liturgia della Sinagoga, senza letture profetiche e senza canto di Salmi. “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato» (Eb 10,5) sembra dire, col suo vagito, Colui che, essendo Figlio eterno, Verbo consustanziale al Padre, “Dio da Dio, Luce da Luce”, si è fatto carne (Is 1,14), egli si rivela in quel corpo come uno di noi, piccolo infante, in tutta la sua fragilità e vulnerabilità. Soggetto alla sollecitudine degli uomini, affidato al loro amore, indifeso. Vagisce, e il mondo non lo sente, non può sentirlo. Il vagito del bimbo neonato può udirsi appena a distanza di qualche passo.

3. Vi prego quindi, Fratelli e Sorelle, che affollate questa Basilica, cerchiamo di essere più presenti là che qua. Non molti giorni fa, manifestai il mio grande desiderio di trovarmi nella grotta della Natività, per celebrare proprio là l’inizio del mio pontificato. Dato che le circostanze non me lo consentono, e trovandomi qui con tutti voi, ancor più cerco di essere là spiritualmente con voi tutti, per colmare questa liturgia con la profondità, l’ardore, l’autenticità di un intenso sentimento interiore. La liturgia della notte di Natale è ricca di un particolare realismo: realismo di quel momento che noi rinnoviamo, e anche realismo dei cuori che rivivono quel momento. Tutti, infatti, siamo profondamente emozionati e commossi, benché ciò che celebriamo sia avvenuto circa duemila anni fa.

Per avere un quadro completo della realtà di quell’evento, per penetrare ancor più nel realismo di quel momento e dei cuori umani, ricordiamoci che ciò è avvenuto così come è avvenuto: nell’abbandono, nell’estrema povertà, nella stalla-grotta, fuori della città, perché gli uomini, nella città, non hanno voluto accogliere la Madre e Giuseppe in nessuna delle loro case. Da nessuna parte c’era posto. Sin dall’inizio, il mondo si è rivelato inospitale verso il Dio che doveva nascere come Uomo.

4. Riflettiamo ora brevemente sul significato perenne di questa mancata ospitalità dell’uomo nei riguardi di Dio. Noi tutti, che siamo qui, vogliamo che sia diversamente. Vogliamo che a Dio, che nasce come uomo, sia aperto tutto in noi uomini.

Con questo desiderio siamo venuti qui!

Pensiamo quindi questa notte anche a tutti gli uomini che cadono vittime dell’umana disumanità, della crudeltà, della mancanza di qualsiasi rispetto, del disprezzo dei diritti oggettivi di ciascun uomo. Pensiamo a coloro che sono soli, anziani, ammalati; a coloro che non hanno una casa, che soffrono la fame, la cui miseria è conseguenza dello sfruttamento e dell’ingiustizia dei sistemi economici. Pensiamo anche a coloro, ai quali non è permesso, in questa notte, di partecipare alla liturgia della Nascita di Dio, e che non hanno un sacerdote che possa celebrare la Messa. E andiamo col pensiero anche a coloro, le cui anime e coscienze sono tormentate non meno che la loro fede.

La stalla di Betlemme è il primo luogo della solidarietà con l’uomo: di un uomo con l’altro e di tutti con tutti, soprattutto con coloro, per i quali “non c’è posto nell’albergo” (cf. Lc 2,7), ai quali non sono riconosciuti i propri diritti.

5. Il Bambino neonato vagisce.
Chi sente il vagito del bimbo?
Per lui parla però il cielo, ed è il cielo che rivela l’insegnamento proprio di questa nascita. È il cielo che la spiega con queste parole: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14).
Bisogna che noi, toccati dal fatto della nascita di Gesù, sentiamo questo grido del cielo.
Bisogna che esso giunga a tutti i confini della terra, che lo odano nuovamente tutti gli uomini.
“Filius datus est nobis.
Christus natus est nobis. Amen”.

Giovanni Paolo II: Omelie 1978 – Celebrazione eucaristica nella Basilica di San Paolo fuori le mura – Domenica, 17 dicembre 1978

Gv Paolo II, Omelie

1. Dopo la presa di possesso della Basilica di San Giovanni in Laterano, che è la cattedrale del Vescovo di Roma, dopo la commovente visita alla Basilica di Santa Maria Maggiore all’Esquilino, dove ho potuto, agli inizi del mio pontificato, esprimere tutta la mia fiducia e il mio completo abbandono nelle mani di Maria, Madre della Chiesa, oggi mi è dato di venire qui.

La Basilica di San Paolo fuori le Mura – uno dei quattro più importanti templi della Città Eterna – evoca pensieri e sentimenti particolari nel cuore di colui che, come Vescovo di Roma, è divenuto Successore di San Pietro. La vocazione di Pietro – unica per volere di Cristo stesso – è unita con un singolare legame alla persona di Paolo di Tarso. Ambedue, Pietro e Paolo, si sono trovati qui a Roma al termine del loro pellegrinaggio terreno; ambedue sono venuti qui per lo stesso fine: dare testimonianza a Cristo. Entrambi per la stessa causa hanno subito qui la morte e, come narra la tradizione, ciò è avvenuto nello stesso giorno. Tutti e due costituiscono il fondamento di questa Chiesa che li invoca, ricordandoli insieme come suoi Patroni. E benché Roma sia la cattedra di Pietro, tutti ci rendiamo conto di quanto profondamente negli inizi di questa cattedra, nelle sue fondamenta, sia iscritto Paolo: la sua conversione, la sua persona, la sua missione.

Il fatto che San Pietro si sia trovato a Roma, che sia venuto qui da Gerusalemme attraverso Antiochia, che qui abbia adempiuto il suo mandato pastorale, che qui abbia concluso la sua vita, era espressione di quella universalità del Vangelo, della cristianità, della Chiesa, di cui San Paolo, sin dagli inizi fu deciso e intrepido araldo. Nel momento della sua conversione da persecutore, noi sentiamo risuonare le parole: “egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele” (At 9,15).

Roma non fu l’unico traguardo della vita apostolica e del pellegrinaggio di Paolo di Tarso. Bisogna dire piuttosto che il suo obiettivo fu l’universum dell’impero romano di allora (come attestano i suoi viaggi e le sue lettere). Di questi viaggi Roma fu l’ultima tappa. Paolo arrivò qui già come prigioniero, messo in carcere per la causa a cui aveva dedicato tutto se stesso: la causa dell’universalismo, quella causa, che colpiva le basi stesse di una certa visione rabbinica del Popolo Eletto e del suo Messia. Sottoposto a giudizio proprio a ragione di questa sua attività, Paolo si era appellato come cittadino romano a Cesare. “Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai” (At 25,12). E così Paolo si trovò a Roma come prigioniero in attesa della sentenza di Cesare. Si trovò qui, allorché il principio dell’universalità della Chiesa, del Popolo di Dio della nuova alleanza era già stato sufficientemente affermato, ed anzi consolidato in modo irreversibile nella vita della Chiesa stessa. E allora Paolo, che all’inizio della sua missione, dopo la conversione, aveva considerato suo particolare dovere “videre Petrum” (vedere Pietro) poteva giungere qui a Roma per incontrarsi nuovamente con Pietro: qui, in questa città, in cui l’universalità della Chiesa ha trovato nella Cattedra di Pietro il suo baluardo per secoli e millenni.

Ben poco è quanto ho detto su Paolo di Tarso, Apostolo delle genti e grande Santo. Si potrebbe e si dovrebbe dire molto di più, ma per necessità debbo limitarmi a questi cenni.

2. Ed ora mi sia lecito parlare di quel Pontefice che scelse il nome dell’Apostolo delle genti: di Paolo VI. Le circostanze di tempo e di luogo mi spingono in modo particolare a parlare di lui. Ma, soprattutto, è questa un’esigenza del cuore: desidero infatti parlare di colui che a buon diritto considero non soltanto come mio Predecessore, ma proprio come Padre. E di nuovo sento che potrei e dovrei parlare a lungo, ma anche qui, per la tirannia del tempo, il mio discorso dovrà essere breve. Desidero ringraziare tutti coloro che onorano la memoria di questo grande Pontefice. Desidero ringraziare i suoi concittadini di Brescia per il recente solenne atto dedicato alla sua memoria e desidero ringraziare il Cardinale Pignedoli per avervi partecipato. Non una volta soltanto torneremo su quanto egli operò e su ciò che egli era.

Perché egli scelse il nome di Paolo? (dopo molti secoli questo nome è rientrato nell’annuario dei Vescovi di Roma). Certamente perché riscontrò una particolare affinità con l’Apostolo delle genti. Del resto il pontificato di Paolo VI non testimonia forse come egli fosse profondamente consapevole, a somiglianza di San Paolo, della nuova chiamata di Cristo all’universalismo della Chiesa e della cristianità secondo la misura dei nostri tempi? Non scrutava egli forse, con straordinaria penetrazione, i segni dei tempi di questa difficile epoca, come lo fece Paolo di Tarso? Non si sentiva egli chiamato, come questo Apostolo, a portare il Vangelo sino ai confini della terra? Non conservava forse, come San Paolo, la pace interiore anche quando “la nave fu travolta nel turbine e non poteva più resistere al vento” (cf.At 27,15)? Paolo VI, Servo dei servi di Dio, Successore di Pietro, che aveva scelto il nome dell’Apostolo delle genti, col nome ne aveva ereditato il carisma.

3. Venendo oggi nella Basilica di San Paolo desidero unirmi con nuovo legame d’amore e di unità ecclesiale con la comunità dei Padri Benedettini, i quali da secoli custodiscono questo luogo nella preghiera e nel lavoro.

Desidero inoltre come nuovo Vescovo di Roma visitare la parrocchia di cui la Basilica di San Paolo è la sede.

Questa antica e venerabile Basilica, infatti, che lungo i secoli è sempre stata meta di pellegrinaggi e che era fuori le mura di Roma, in questi ultimi decenni – a seguito dello sviluppo urbanistico della città – è stata costituita parrocchia, diventando in tal modo il centro della vita religiosa degli abitanti di questo settore.

E così qui abbiamo tre aspetti che, benché ben distinti fra loro, costituiscono altrettante facce della medesima realtà: Abbazia, Basilica, parrocchia, tre entità che si alimentano reciprocamente, donando ai fedeli copiosi frutti spirituali.

Estendo poi il mio saluto alle varie associazioni che collaborano sul piano pastorale con la parrocchia; saluto i catechisti, saluto con paterno affetto i religiosi e le religiose che svolgono la loro attività nell’ambito della parrocchia, con una particolare intenzione per coloro che prestano la loro opera al Pontificio Oratorio San Paolo, il quale promuove un’azione interparrocchiale a favore della gioventù. A tutti i fedeli il mio saluto cordialissimo, la mia benedizione e il mio incoraggiamento ad amare la loro parrocchia. E rivolgo, infine, un pensiero speciale ai sofferenti, sia perché afflitti da malattia, sia perché nelle angustie per mancanza di lavoro, assicurando loro un particolare ricordo nella preghiera.

4. “Gaudete in Domino semper: iterum dico vobis, gaudete…”: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi”. Queste parole della liturgia odierna, e cioè della terza domenica di Avvento, sono prese da San Paolo. Le stesse parole furono ripetute da Paolo VI nell’esortazione da lui pubblicata sulla gioia cristiana (cf. Paolo VI, Gaudete in Domino: AAS 67 [1975] 289-322).

Mi unisco a loro due oggi con tutto il cuore e grido a voi, dilettissimi Fratelli e Sorelle: “iterum dico vobis, gaudete”: “ve lo ripeto, rallegratevi”!

“Dominus… prope est”: “Il Signore è vicino”!

Giovanni Paolo II: Omelie 1978 – Celebrazione eucaristica nella Parrocchia di Sant’Anna in Vaticano – Domenica, 10 dicembre 1978

Gv Paolo II, Omelie

1. “Vobis… sum episcopus, vobiscum sum christianus” (“Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano”). Queste parole di Sant’Agostino trovarono forte eco nei testi del Concilio Vaticano II, nel suo magistero. Esse mi vengono in mente proprio oggi, mentre visito la parrocchia di Sant’Anna, parrocchia della Città del Vaticano. Questa, infatti, è la mia parrocchia. Ho dimora stabile sul suo territorio come i miei Venerati Predecessori, e anche come voi, Venerabili Fratelli Cardinali, Arcivescovi, Vescovi, Sacerdoti e voi, cari Fratelli e Sorelle, miei comparrocchiani. Qui, in questa chiesa, posso ripetere, in modo particolare, le parole che Sant’Agostino rivolgeva ai suoi fedeli nell’anniversario della sua ordinazione episcopale: “Sed et vos sustinete me, ut secundum praeceptum apostolicum, invicem onera nostra portemus et sic adimpleamus legem Christi… Ubi me terret quod vobis sum, ibi me consolatur quod vobiscum sum. Vobis enim sum episcopus, vobiscum sum christianus. Illud est nomen officii, hoc gratiae; illud periculi est, hoc salutis”: “Ma anche voi sostenetemi, perché, secondo il comando dell’Apostolo, portiamo i pesi gli uni gli altri, e così adempiamo la legge di Cristo… (Gal 6,2). Se mi atterrisce l’essere per voi, mi consola l’essere con voi. Perché per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. Quello è nome di ufficio, questo grazia; quello è nome di pericolo, questo di salvezza” (Sant’Agostino, Sermo 340,1: PL 38,1483).

Infatti, la verità che ognuno di noi – voi, Venerabili e Cari Fratelli, e io – siamo “cristiani” è la prima sorgente della nostra gioia, del nostro nobile e sereno orgoglio, della nostra unione e comunione.

“Cristiano”: quale significato ha questa parola e quale ricchezza essa contiene! Per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani ad Antiochia, come leggiamo negli “Atti degli apostoli”, quando descrivono gli avvenimenti del periodo apostolico in questa città (At 11,26). Cristiani sono coloro che hanno ricevuto il nome da Cristo; coloro che portano in sé il suo mistero; coloro che appartengono a lui, con tutta la loro umanità; coloro che, con piena consapevolezza e libertà, “acconsentono” perché lui incida nel loro essere umano la dignità dei figli di Dio. Cristiani!

La parrocchia è una comunità di cristiani. Comunità fondamentale.

2. La nostra parrocchia vaticana è dedicata a Sant’Anna. Come è noto, fu il nostro Predecessore Pio XI, con la Costituzione Apostolica Ex Lateranensi pacto, in data 30 maggio 1929, a dare una particolare fisionomia religiosa alla Città del Vaticano: il Vescovo Sacrista, carica che fin dal 1352 da Clemente VI era stata affidata all’Ordine di Sant’Agostino, veniva nominato Vicario Generale della Città del Vaticano; la chiesa di Sant’Anna, già da tempo curata dai solerti Padri Agostiniani, veniva eretta parrocchia. Sua Santità Paolo VI di venerata memoria, poi, col Motu Proprio Pontificalis domus del 28 marzo 1968, eliminava il titolo di “Sacrista”, lasciando tuttavia intatto l’ufficio, che veniva mantenuto sotto la denominazione di “Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano”.

Un paterno ed affettuoso saluto desidero, pertanto, indirizzare al mio Vicario Generale e ai suoi immediati collaboratori; al Parroco; agli zelanti Padri, che dimostrano tanta dedizione per la cura pastorale della parrocchia e per il decoro delle varie Cappelle del Vaticano; agli altri religiosi e alle religiose, che svolgono il loro operoso e meritorio servizio per la Santa Sede; a tutti i parrocchiani e alle parrocchiane di questa singolare Comunità.

3. Avevo tanto desiderio di visitare “la mia parrocchia” già agli inizi del mio pontificato, come una delle prime fra le parrocchie della diocesi di Roma. Sono lieto che questo si realizzi proprio nel tempo dell’Avvento.

La figura di Sant’Anna ci ricorda, infatti, la casa paterna di Maria, Madre di Cristo. Là Maria è venuta al mondo, portando in sé quello straordinario mistero dell’immacolata concezione. Là era circondata dall’amore e dalla sollecitudine dei suoi genitori: Gioacchino e Anna. Là “imparava” da sua madre, proprio da Sant’Anna, come essere madre. E benché, dal punto di vista umano, ella avesse rinunciato alla maternità, il Padre Celeste, accettando la sua donazione totale, La gratifico della maternità più perfetta e più santa. Cristo, dall’alto della Croce, trasferì in un certo senso la maternità della sua genitrice al suo discepolo prediletto, e parimenti la estese a tutta la Chiesa, a tutti gli uomini. Quando dunque come “eredi della promessa” (cf. Gal 4,28.31) divina, ci troviamo nel raggio di questa maternità, e quando risentiamo la sua santa profondità e pienezza, pensiamo allora che fu proprio Sant’Anna la prima a insegnare a Maria, sua figlia, come essere madre.

“Anna” in ebraico significa: “Dio [soggetto sottinteso] ha fatto grazia”. Riflettendo su questo significato del nome di Sant’Anna, così esclamava San Giovanni Damasceno: “Poiché doveva avvenire che la Vergine Madre di Dio nascesse da Anna, la natura non osò precedere il germe della grazia; ma rimase senza il proprio frutto perché la grazia producesse il suo. Doveva nascere infatti quella primogenita, dalla quale sarebbe nato il primogenito di ogni creatura” (San Giovanni Damasceno, Serm. VI, “De Nativ. B.M.V.”,2: PG 96,663).

Mentre oggi veniamo qui, noi tutti, parrocchiani di Sant’Anna in Vaticano, a lei rivolgiamo i nostri cuori e, per mezzo suo, a Maria, figlia e madre, ripetiamo: “Mostrati Madre per tutti, / offri la nostra preghiera, / Cristo l’accolga benigno, / lui che si è fatto tuo Figlio”.

Nella seconda domenica dell’Avvento queste parole sembrano riacquistare un particolare significato.

Giovanni Paolo II: Omelie 1978 – Celebrazione eucaristica nella Basilica di Santa Maria Maggiore – Venerdì, 8 dicembre 1978

Gv Paolo II, Omelie1. Mentre per la prima volta come Vescovo di Roma varco oggi la soglia della Basilica di Santa Maria Maggiore, mi si presenta dinanzi agli occhi l’evento che ho vissuto qui, in questo luogo, il 21 novembre del 1964. Era la chiusura della terza sessione del Concilio Vaticano II, dopo la solenne proclamazione della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, che comincia con le parole: “Lumen Gentium” (luce delle genti). Lo stesso giorno il Papa Paolo VI aveva invitato i Padri conciliari a trovarsi proprio qui, nel più venerato tempio mariano di Roma, per esprimere la gioia e la gratitudine per l’opera ultimata in quel giorno.

La Costituzione Lumen Gentium è il documento principale del Concilio, documento “chiave” della Chiesa del nostro tempo, pietra angolare di tutta l’opera di rinnovamento che il Vaticano II ha intrapreso e di cui ha dato le direttive.

L’ultimo capitolo di questa Costituzione porta il titolo: “La beata Vergine Maria Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa”. Paolo VI, parlando quel mattino nella Basilica di San Pietro, col pensiero fisso sull’importanza della dottrina espressa nell’ultimo capitolo della Costituzione Lumen Gentium, chiamò per la prima volta Maria “Madre della Chiesa”. La chiamò così in modo solenne, e cominciò a chiamarla con questo nome, con questo titolo, ma soprattutto ad invocarla perché partecipasse come Madre alla vita della Chiesa: di questa Chiesa che durante il Concilio ha preso più profondamente coscienza della propria natura e della propria missione. Per dare maggiore rilievo a questa espressione, Paolo VI, insieme con i Padri conciliari, è venuto proprio qui, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dove Maria da tanti secoli è circondata da particolare venerazione e amore, sotto il titolo di “Salus Populi Romani”.

2. Seguendo le orme di questo grande Predecessore, che è stato per me un vero padre, anch’io vengo qui. Dopo il solenne atto in Piazza di Spagna, la cui tradizione risale al 1856, vengo qui in seguito ad un cordiale invito rivoltomi dall’Eminentissimo Arciprete di questa Basilica, il Cardinale Confalonieri, Decano del Sacro Collegio, e da tutto il Capitolo.

Penso però che, insieme a lui, mi invitano qui tutti i miei Predecessori nella cattedra di San Pietro: il Servo di Dio Pio XII, il Servo di Dio Pio IX; tutte le generazioni dei Romani; tutte le generazioni dei cristiani e tutto il Popolo di Dio. Essi sembrano dire: Va’! Onora il grande mistero nascosto fin dall’eternità, in Dio stesso. Va’, e da’ testimonianza a Cristo nostro Salvatore, figlio di Maria! Va’, e annuncia questo particolare momento nella storia, il momento di svolta della salvezza dell’uomo.

Tale punto decisivo nella storia della salvezza è proprio l’“Immacolata Concezione”. Dio nel suo eterno amore ha scelto fin dall’eternità l’uomo: l’ha scelto nel suo Figlio. Dio ha scelto l’uomo, affinché possa raggiungere la pienezza del bene mediante la partecipazione alla sua stessa vita: vita divina, attraverso la grazia. L’ha scelto fin dall’eternità, e irreversibilmente. Né il peccato originale, né tutta la storia delle colpe personali e dei peccati sociali hanno potuto dissuadere l’eterno Padre da questo suo piano di amore. Non hanno potuto annullare la scelta di noi nell’eterno Figlio, Verbo consustanziale al Padre. Poiché questa scelta doveva prendere forma nell’Incarnazione, e poiché il Figlio di Dio doveva per la nostra salvezza farsi uomo, proprio per questo il Padre eterno ha scelto per lui, tra gli uomini, la Madre. Ognuno di noi diventa uomo perché concepito e nato dal grembo materno. L’eterno Padre ha scelto la stessa via per l’umanità del suo Figlio eterno. Ha scelto sua Madre dal popolo, a cui da secoli affidava in modo particolare i suoi misteri e le sue promesse. L’ha scelta dalla stirpe di Davide e contemporaneamente da tutta l’umanità. L’ha scelta di stirpe regale, ma al tempo stesso tra gente povera.

L’ha scelta sin dal principio, sin dal primo momento della concezione, facendola degna della maternità divina, alla quale nel tempo stabilito sarebbe stata chiamata. L’ha fatta prima erede della santità del proprio Figlio. Prima tra i redenti dal suo sangue, ricevuto da lei, umanamente parlando. L’ha resa immacolata nel momento stesso della concezione.

Tutta la Chiesa contempla oggi il mistero dell’Immacolata Concezione e ne gioisce. Questo è un giorno particolare del tempo di Avvento.

3. Esulta di questo mistero la Chiesa Romana e io, come nuovo Vescovo di questa Chiesa, partecipo per la prima volta a tale gioia. Perciò desideravo tanto venire qui, in questo tempio, dove da secoli Maria viene venerata come “Salus Populi Romani”. Questo titolo, questa invocazione non ci dicono forse che la salvezza (salus”) è diventata in modo singolare retaggio del Popolo Romano (“Populi Romani”)? Non è forse questa la salvezza che Cristo ci ha portato e che Cristo ci porta continuamente, lui solo? E sua Madre, che proprio come Madre, è stata in modo eccezionale, “più eminente” (Paolo VI, Credo), redenta da lui, suo Figlio, non è forse anche lei – da lui, suo Figlio – chiamata, in modo più esplicito, semplice e potente insieme, a partecipare alla salvezza degli uomini, del popolo Romano, dell’umanità intera? Per condurre tutti al Redentore. Per dare testimonianza di lui, anche senza parole, solo con l’amore nel quale si esprime “il genio della madre”. Per avvicinare perfino coloro che oppongono maggiore resistenza, per i quali è più difficile credere nell’amore; che considerano il mondo come un grande poligono “di lotta di tutti contro tutti” (come si è espresso uno dei filosofi nel passato). Per avvicinare tutti – cioè ciascuno – a suo Figlio. Per rivelare il primato dell’amore nella storia dell’uomo. Per annunziare la vittoria finale dell’amore. Non pensa forse la Chiesa a questa vittoria, quando ci ricorda oggi le parole del libro della Genesi: “Questa [la stirpe della donna] schiaccerà la testa del serpente” (cf. Gen 3,15)?

4. “Salus Populi Romani”!

Il nuovo Vescovo di Roma varca oggi la soglia del tempio mariano della Città Eterna, consapevole della lotta tra il bene e il male, che pervade il cuore di ogni uomo, che si svolge nella storia dell’umanità e anche nell’anima del “popolo Romano”. Ecco ciò che al riguardo ci dice l’ultimo Concilio: “Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio” (Gaudium et Spes, 37).

E perciò il Papa,
agli inizi del suo servizio episcopale nella cattedra di San Pietro a Roma,
desidera affidare la Chiesa in modo particolare
a Colei in cui si è compiuta la stupenda
e totale vittoria del bene sul male,
dell’amore sull’odio,
della grazia sul peccato;
a Colei della quale Paolo VI disse
che è “inizio del mondo migliore”,
all’Immacolata.
Le affida se stesso,
come servo dei servi,
e tutti coloro che egli serve,
e tutti coloro che con lui servono.
Le affida la Chiesa Romana,
come pegno
e principio di tutte le Chiese del mondo,
nella loro universale unità.
Gliela affida e offre come sua proprietà!

“Totus tuus ego sum
et omnia mea tua sunt.
Accipio Te in mea omnia!”:
Sono tutto tuo,
e tutto ciò che ho è tuo.
Sii tu mia guida in tutto.

Con questo semplice e insieme solenne atto di offerta il Vescovo di Roma, Giovanni Paolo II, desidera ancora una volta riaffermare il proprio servizio al Popolo di Dio, che non può essere nient’altro che l’umile imitazione di Cristo e di Colei, che ha detto di se stessa: “Eccomi, sono la serva del Signore” (Lc 1,38).

Sia questo atto segno di speranza, come segno di speranza è il giorno dell’Immacolata Concezione sullo sfondo di tutti i giorni del nostro Avvento.

Giovanni Paolo II: Omelie 1978 – Visita alla Parrocchia di San Francesco Saverio -Domenica, 3 dicembre 1978

Gv Paolo II, Omelie

Dilettissimi Fratelli e Sorelle.

1. Sono qui oggi per visitare la vostra parrocchia dedicata a San Francesco Saverio; lo faccio con grande commozione e intima gioia. Questa è la mia Prima visita a una parrocchia nella diocesi di Roma, che Cristo mi ha affidato mediante l’elezione a Vescovo di Roma, avvenuta il sedici ottobre in seguito ai voti dei Cardinali, riuniti in conclave. Nel prendere possesso della Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale del Vescovo di questa Città, ho detto che in quel momento entravo, in un certo modo, in tutte le parrocchie della diocesi di Roma. Naturalmente, quest’ingresso nelle parrocchie di Roma, durante le cerimonie al Laterano del dodici novembre, era piuttosto intenzionale. Le visite effettive alle parrocchie romane debbono invece essere fatte gradualmente. Spero che tutti lo comprendano e siano con me indulgenti, in considerazione della mole immensa di impegni connessi col mio ministero.

È una grande gioia per me poter visitare come prima parrocchia romana proprio la vostra, a cui mi unisce un ricordo particolare. Infatti, negli anni dell’immediato dopoguerra, come studente a Roma, mi recavo quasi ogni domenica proprio alla Garbatella, per aiutare nel servizio pastorale. Alcuni momenti di quel periodo sono ancora vivi nella mia memoria, benché mi sembri che, nel corso di più di trent’anni, molte cose qui siano enormemente cambiate.

2. Tutta Roma è cambiata. Allora vi erano poche borgate. Oggi ci troviamo al centro di un grande quartiere abitato. Gli edifici occupano ormai tutto il terreno del verde suburbano. Essi stessi parlano della gente che li abita. Voi, carissimi parrocchiani, siete questi abitanti. Costituite la cittadinanza di Roma e, in pari tempo, una definita comunità del Popolo di Dio. La parrocchia è proprio una tale comunità. Lo è, e sempre più lo diventa attraverso il Vangelo, la Parola di Dio, che viene qui regolarmente annunziata e anche per il fatto che qui si vive la vita sacramentale. Venendo oggi da voi, nel nome di Cristo, penso soprattutto a ciò che Cristo stesso trasmette a voi per mezzo dei suoi sacerdoti, vostri pastori. Ma non soltanto per mezzo loro. Penso a quanto Cristo opera per mezzo di voi tutti.

3. A chi va il mio pensiero in modo particolare e a chi mi rivolgo? Mi rivolgo a tutte le famiglie che vivono in questa comunità parrocchiale e che costituiscono una parte della Chiesa di Roma. Per visitare le parrocchie, come parte della Chiesa-diocesi, bisogna raggiungere tutte le “chiese domestiche”, cioè tutte le famiglie; così infatti erano chiamate le famiglie dai Padri della Chiesa. “Fate della vostra casa una chiesa”, raccomandava San Giovanni Crisostomo ai suoi fedeli in un suo sermone. E l’indomani ripeteva: “Quando ieri vi dissi: fate della vostra casa una chiesa, voi prorompeste in acclamazioni di giubilo e manifestaste in maniera eloquente quanta gioia avesse inondato il vostro animo all’udire quelle parole” (San Giovanni Crisostomo, In Genesim Serm., VI,2; VII,1: PG 54,607ss., cf. Lumen Gentium, 11; Apostolicam Actuositatem, 11). Perciò, trovandomi oggi qui tra voi, davanti a questo altare, come Vescovo di Roma, mi reco in spirito in tutte le famiglie. Molte sono certamente qui presenti: ad esse rivolgo il mio cordiale saluto; ma, col pensiero e col cuore, ricerco tutte.

Dico a tutti gli sposi e ai genitori, giovani e adulti: datevi le mani come avete fatto il giorno delle vostre Nozze, nel ricevere gioiosamente il sacramento del matrimonio. Immaginate che il vostro Vescovo, oggi di nuovo vi chieda il consenso e voi pronunciate come allora, le parole della promessa matrimoniale, il giuramento del vostro matrimonio.

Sapete perché lo ricordo? perché dall’osservanza di questi impegni dipendono la “chiesa domestica”, la qualità e la santità della famiglia, l’educazione dei vostri figli. Tutto ciò Cristo ha affidato a voi, carissimi Sposi, nel giorno in cui, mediante il ministero del sacerdote, ha unito per sempre le vostre vite, nel momento in cui avete pronunciato le parole che non dovete mai dimenticare: “fino alla morte”. Se le ricordate, se le osservate, miei carissimi Fratelli e Sorelle, siete anche apostoli di Cristo e contribuite all’opera della Salvezza (cf. Lumen Gentium, 35 e 41; Gaudium et Spes, 52).

4. Ora il mio pensiero va anche a voi, bambini, a voi, giovani. Il Papa ha per voi una particolare predilezione perché non solo rappresentate ma siete l’avvenire della Chiesa e quindi l’avvenire della vostra parrocchia. Siate profondamente amici di Gesù e portate in famiglia, nella scuola, nel quartiere l’esempio della vostra vita cristiana, limpida e lieta. Siate sempre giovani cristiani, veri testimoni dell’insegnamento di Cristo. Anzi siate portatori di Cristo a questa società sconvolta, oggi più che mai bisognosa di lui. Annunciate a tutti con la vostra vita che solo Cristo è la vera salvezza dell’umanità.

5. E ancora mi rivolgo, in questa visita, agli ammalati, ai sofferenti, alle persone sole, abbandonate, che hanno bisogno della comprensione, del sorriso, dell’aiuto, della solidarietà dei fratelli. In questo momento il mio pensiero va altresì a tutti gli ospiti – infermi, medici, personale di assistenza, cappellani, suore – del grande ospedale che si trova nell’ambito della parrocchia, il Centro Traumatologico Ortopedico. A tutti il mio affettuoso incoraggiamento e l’assicurazione della mia preghiera.

6. Ora che abbiamo abbracciato col pensiero e col cuore tutta la vostra Comunità, desidero dedicarmi a coloro che in essa, in modo particolare, si sono donati a Cristo.

Un paterno apprezzamento voglio esprimere alle religiose che vivono, pregano e operano in questa popolosa parrocchia: le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, che si dedicano alla cura dei piccoli e dei poveri; le Suore Ancelle del Santuario, che sono consacrate all’apostolato della scuola; le Suore Discepole di Gesù Eucaristico, che, all’adorazione incessante verso Gesù Eucaristia, uniscono l’impegno per l’educazione dei ragazzi; le Clarisse Cappuccine, che da quattrocento anni, nel silenzio e nella povertà, pregano e si offrono per la Chiesa e per il mondo.

Grazie, grazie, Sorelle carissime! Il vostro Sposo Gesù vi ricompensi del bene che fate! Continuate a servire il Signore “in letizia”, con generosa e intensa costanza.

7. Le ultime parole le rivolgo a voi, carissimi Fratelli Sacerdoti, a lei, carissimo Parroco, e a tutti i suoi collaboratori. Ho già avuto occasione d’incontrarmi con voi a parte e di riflettere insieme su varie questioni della vostra parrocchia. Vi ringrazio molto per la vostra collaborazione con me, con il Cardinale Vicario di Roma, con il Vescovo Ausiliare del vostro settore. Mediante il vostro ministero Cristo stesso viene e vive in questa comunità, insegna, santifica, assolve e, soprattutto, di tutti e di tutto fa un dono al Padre, come dice la terza Preghiera Eucaristica. Non stancatevi del santo ministero, non stancatevi del lavoro per il vostro Maestro. Per mezzo vostro giunga a tutti la voce dell’Avvento, che suona così chiara nelle parole del Vangelo: “Vegliate!”.

8. La vostra parrocchia celebra oggi la festa del suo Titolare: San Francesco Saverio, apostolo dell’Estremo Oriente, missionario e patrono delle missioni. Quanto meritò lui per questa unica causa: portare l’avvento di Cristo nei cuori di coloro che lo ignoravano, di coloro a cui non era ancora giunto il suo Vangelo! La vostra parrocchia intende seguire il suo Patrono, e oggi celebra la sua giornata missionaria.

Che la parola di Dio possa raggiungere tutti i confini della terra! Che possa trovare la via verso ogni cuore umano!

Questa è la preghiera che elevo, insieme con voi, per intercessione di San Francesco Saverio, io, vostro Vescovo: Vieni, Signore Gesù, “Maranatha”! Amen.

Giovanni Paolo II: Omelie 1978 – Incontro con il laicato cattolico di Roma – Domenica, 26 novembre 1978

Gv Paolo II, Omelie

1. Desidero anzitutto esprimere la mia grande gioia per questo nostro odierno incontro. Ringrazio il Cardinale Vicario di Roma che, insieme con i Vescovi Ausiliari, ha organizzato questo incontro, a cui partecipano i rappresentanti del laicato di questa prima diocesi nella Chiesa, di cui da poco, per Volontà di Cristo, sono diventato Vescovo. Tutte le organizzazioni dell’apostolato dei laici nella diocesi di Roma sono qui presenti nella persona dei loro rappresentanti, accompagnati dagli Assistenti spirituali delle singole organizzazioni. Assumendo il mio servizio episcopale a Roma, dopo l’esperienza di venti anni nell’arcidiocesi di Cracovia, devo dichiarare anzitutto che do molta importanza all’apostolato dei laici, nei confronti del quale, nelle circostanze precedenti ben diverse da quelle che trovo qui, cercavo di far sempre il mio meglio.

Un particolare motivo della mia gioia è il fatto che noi ci incontriamo nella festa di Cristo Re dell’Universo, che fra tutti i giorni nell’anno liturgico forse è il più adatto, anche a causa di talune tradizioni, per assumere il dovere della nostra collaborazione.

Riprendiamo questa nostra collaborazione, cari Fratelli e Sorelle, nella celebrazione del Sacratissimo Sacrificio per ritornare così al Cenacolo, che è diventato, sia nel Giovedì Santo sia nel giorno della Pentecoste, il luogo singolare dell’“invio degli apostoli”.

2. La parola divina della liturgia odierna, che ascoltiamo con la massima attenzione, ci introduce nella profondità del mistero di Cristo Re. Ne parlano tutte le letture. In modo particolare voglio richiamare la vostra attenzione sulle parole di San Paolo ai Corinzi; egli fa un paragone tra le due dimensioni dell’umana esistenza: quella che è la nostra partecipazione in Adamo e quella che otteniamo in Cristo.

La partecipazione dell’uomo in Adamo vuol dire disubbidienza: “Non serviam”: non servirò.

E proprio quel “non servirò”, in cui all’uomo sembrava di sentire il segnale della liberazione e la sfida della propria grandezza a misura di Dio stesso, è diventato la fonte del peccato e della morte. E siamo ancora testimoni come quell’antico “non servirò” porti una molteplice dipendenza e schiavitù dell’uomo. È un argomento per una profonda analisi, che è difficile fare adesso in tutta l’estensione. Dobbiamo accontentarci solo di un semplice accenno.

Cristo, il nuovo Adamo, è Colui che entra nella storia dell’uomo proprio “per servire”. “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita” (Mt 20,28): questa è, in un certo senso, la fondamentale definizione del suo Regno. In questo servizio, secondo il modello di Cristo, l’uomo ritrova la sua piena dignità, la sua meravigliosa vocazione, la sua regalità. Vale la pena ricordare qui le parole della Costituzione dogmatica Lumen Gentium sulla Chiesa, al capitolo IV che è dedicato ai laici nella Chiesa e al loro apostolato: “Il sommo ed eterno sacerdote Gesù Cristo, volendo anche attraverso i laici continuare la sua testimonianza e il suo ministero, li vivifica col suo Spirito e incessantemente li spinge ad ogni opera buona e perfetta. Ad essi infatti, che intimamente congiunge alla sua vita e alla sua missione, concede anche parte del suo ufficio sacerdotale per esercitare un culto spirituale, affinché sia glorificato Dio e gli uomini siano salvati… Così anche i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operanti, consacrano a Dio il mondo stesso” (Lumen Gentium, 34).

Servire Dio vuol dire regnare. In questo compito, che esprime l’atteggiamento di Cristo stesso e dei suoi seguaci, viene spezzata l’eredità del peccato. E viene iniziato il “regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia di amore e di pace” (Prefazio per la festa di Cristo Re).

3. La liturgia odierna ci fa vedere quasi due tappe del regnare-servire. La prima tappa è la vita della Chiesa sulla terra; la seconda è di giudizio. Il vero senso della prima tappa diventa comprensibile attraverso il significato della seconda. Prima che il Figlio dell’uomo si presenti dinanzi ad ognuno di noi, e dinanzi a tutti, come Giudice che separerà “le pecore dai capri”, è sempre con noi come Pastore che ha cura delle sue pecore. La stessa sollecitudine egli vuole condividere con noi, con ciascuno di noi. Vuole che il suo servizio diventi il nostro servizio nel più ampio significato della parola. “Nostro” vuol dire non soltanto dei vescovi, sacerdoti, religiosi, ma anche, nel senso più ampio della parola, dei laici. Di tutti. Perché questo servizio-sollecitudine richiede la partecipazione di tutti. “Ho avuto fame… ho avuto sete… ero forestiero… nudo… malato… carcerato… perseguitato” oppresso, affamato, incosciente, dubbioso, abbandonato, minacciato (forse già nel grembo materno). Enorme è la cerchia dei bisogni e dei doveri che dobbiamo intravedere, e che dobbiamo porre davanti agli occhi, se vogliamo essere “solidali con Cristo”. Perché, alla fin fine, si tratta proprio di questo: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Cristo è dalla parte dell’uomo; e lo è da ambedue le parti: dalla parte di colui che aspetta la sollecitudine, il servizio e la carità; e dalla parte di chi presta il servizio, porta la sollecitudine, dimostra l’amore.

Esiste dunque un grande spazio per la nostra solidarietà con Cristo, un grande spazio per l’apostolato di tutti, per l’apostolato dei laici in particolare. Purtroppo ancora una volta nel quadro di questa breve omelia diventa impossibile sottoporre questo argomento ad una analisi più dettagliata. Tuttavia le parole della liturgia d’oggi ci spronano a rileggerle di nuovo, a meditarci sopra ed a mettere in pratica tutto ciò che, in dimensioni così ampie, è diventato oggetto dell’insegnamento del Concilio sull’apostolato dei laici. In passato il concetto dell’apostolato sembrava essere quasi riservato solo a coloro che “d’ufficio” sono i successori degli Apostoli, che esprimono e garantiscono l’apostolicità della Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha svelato quanto grandi campi dell’apostolato fossero sempre accessibili ai laici. Al tempo stesso ha di nuovo stimolato a tale apostolato. Basta riprendere una sola frase del decreto Apostolicam Actuositatem che in un certo senso contiene e riassume tutto: “la vocazione cristiana… è per sua natura anche vocazione all’apostolato” (Apostolicam Actuositatem, 2).

4. Cari miei Fratelli e Sorelle!

Voglio esprimere la mia gioia particolare per questo incontro con voi, che della verità sulla vocazione cristiana compresa come la chiamata all’apostolato dei laici, avete fatto, qui a Roma, il programma della vostra vita. Sono lieto e spero che mi metterete al corrente dei vostri problemi, e mi introdurrete nei diversi campi della vostra attività. Mi rallegro di poter entrare su queste strade sulle quali voi già camminate, di potervi accompagnare su di esse e guidarvi pure come vostro Vescovo.

Proprio per questo desideravo tanto che ci potessimo incontrare nella solennità di Cristo Re dell’Universo. Desidero che lui stesso ci riceva. Forse bisogna che senta da noi questa domanda, tante volte diretta a lui dai diversi interlocutori: “che devo fare?” (Lc 18,18); che dobbiamo fare noi?

Ricorderò ancora quello che sua Madre ha detto a Cana di Galilea ai servi del maestro di tavola: “Fate quello che egli vi dirà” (Gv 2,5). Noi rivolgiamo i nostri occhi a questa Madre; rinasce in noi la speranza e rispondiamo: siamo pronti!