Giovanni Paolo II: Angelus – Regina Cæli 1978 – Angelus – Domenica, 31 dicembre 1978

Gv Paolo II, Angelus

Oggi è l’ultimo giorno dell’Anno del Signore 1978. Ci congediamo da questo anno ringraziando Dio per tutto il bene che abbiamo ricevuto durante i dodici mesi trascorsi. Lo salutiamo chiedendo a Dio perdono per tutto il male che nel corso di questi dodici mesi è stato iscritto nei cuori umani, nella storia dei popoli, nella storia dei continenti. Chiediamo perdono a Dio dei nostri peccati, delle nostre manchevolezze e negligenze. Preghiamo per aver la grazia e le forze necessarie per entrare nel nuovo periodo di tempo, nel nuovo anno, e, come dice l’Apostolo, per non lasciarci vincere dal male, ma per vincere con il bene il male (cf. Rm 12,21).

Nel periodo del Natale i nostri pensieri e i nostri cuori sono orientati, in modo particolare, ai bambini. Ed è giusto, perché per noi è nato a Betlemme il Bambino Gesù.

Oggi però vorrei che questi nostri pensieri, i nostri cuori e soprattutto le nostre preghiere orientate ai più piccoli e ai più giovani, vadano ai più anziani. Ho in mente non tanto coloro che sono di mezza età (nella pienezza delle forze fisiche), ma piuttosto quelli di età avanzata: nonni, nonne; le persone anziane.

Queste persone qualche volta sono abbandonate. Soffrono a causa della loro anzianità. Soffrono anche a causa dei diversi disturbi, che l’età avanzata porta con sé. Però, la loro più grande sofferenza è quando non trovano la dovuta comprensione e gratitudine da parte di quelli, dai quali hanno diritto di aspettarla.

Oggi, nella domenica dopo il Natale, dedicata alla venerazione della Famiglia di Nazaret, sappiamo ricordarci e meditare sul quarto comandamento divino: “Onora tuo padre e tua madre”. Questo comandamento ha un’importanza fondamentale per lo sviluppo dei rapporti tra le generazioni non solo nella famiglia, ma anche in tutta la società. Preghiamo Iddio affinché questi rapporti si sviluppino nello spirito del quarto comandamento!

Proprio ai più anziani dobbiamo guardare con rispetto (“onora!”); a loro devono le famiglie la propria esistenza, l’educazione, il mantenimento, che spesso sono stati pagati con duro lavoro e con molta sofferenza.

Non possono essere trattati come se fossero ormai inutili. Anche se qualche volta mancano ad essi le forze per poter svolgere le azioni più semplici, hanno però l’esperienza della vita e la saggezza, che molto spesso mancano ai giovani. Meditiamo le parole della Sacra Scrittura: “Come s’addice il giudicare ai capelli bianchi, e agli anziani intendersi di consigli! Come s’addice la sapienza ai vecchi, il discernimento e il consiglio alle persone eminenti! Corona dei vecchi è un’esperienza molteplice, loro vanto il timore del Signore” (Sir 25,4-6).

Perciò, oggi a voi, anziani, si rivolgono i pensieri e la preghiera del Papa. Spero che tutti i presenti ben volentieri siano pienamente in sintonia col Papa; spero che ben volentieri lo siano soprattutto i più giovani. I nipoti amano i loro nonni e le loro nonne, e meglio degli altri stanno con loro.

Così, concludiamo quest’anno nello spirito di avvicinamento delle generazioni, nello spirito di reciproca comprensione e reciproco amore.

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Giovanni Paolo II: Angelus – Regina Cæli 1978 – Angelus – Martedì, 26 dicembre 1978

Gv Paolo II, Angelus

Sì, ho capito, volete pregare col Papa e pregheremo, nonostante non fosse prevista per oggi la recita comunitaria dell’Angelus.

Mi rallegro con voi e mi domando perché siete venuti. Forse siete venuti per vedere se il secondo giorno di Natale il Papa si trova in casa. E poi penso che siete venuti perché oggi è veramente una bella giornata e attira fuori. Ma il Papa deve stare in casa perché non sa mai quando viene la gente per recitare l’Angelus. Poi penso che siete venuti perché sapete che il Papa ha bisogno delle vostre preghiere e ha bisogno soprattutto di pregare con voi. Vi ringrazio per questo e per questa vostra inattesa ma certamente tanto più gradita e preziosa presenza. Voglio ripetere i miei auguri di buon Natale a tutti. Specialmente ai giovani”.

… Non capisco bene quello che dite. Voi non avete i microfoni.
Però capisco che volete molto bene al Papa.
Grazie e Buon Natale ancora a tutti. Sia lodato Gesù Cristo.

Giovanni Paolo II: Angelus – Regina Cæli 1978 – Angelus – Domenica, 24 dicembre 1978

Gv Paolo II, Angelus

“Hodie scietis quia veniet Dominus; et cras videbitis gloriam eius” (Es 16,6-7): Oggi saprete che il Signore verrà a salvarci; e domani vedrete la sua gloria.
Con queste parole la liturgia di oggi si rivolge a noi: è la vigilia della Natività di Cristo. È l’ultimo giorno dell’attesa, giorno di profonda gioia, poiché il Signore sta per venire, e noi lo vedremo, come ogni anno, in quell’insolito luogo della sua nascita: in una stalla, in una mangiatoia. È questo, infatti, il luogo che gli uomini gli hanno “assegnato”: gli abitanti di Betlemme e, in un certo modo, tutti gli uomini. E questo stesso luogo Dio ha scelto per il suo Figlio. C’è ben da meditare su questa realtà, e noi lo faremo durante la Messa di mezzanotte.
Adesso, secondo l’usanza della vigilia, desidero esprimervi i miei più cordiali auguri. In questo momento, li formulo soprattutto come Vescovo di Roma, e desidero indirizzarli a tutti i Romani. Sì, io desidero che questi miei auguri giungano a ciascuno di voi, perché quest’oggi è un giorno in cui ogni uomo si avvicina all’altro uomo.
Desidero che questi miei auguri arrivino in ogni casa, in ogni famiglia. Nelle festività natalizie si sente maggiormente il bisogno di essere vicini ai propri familiari, nel calore del focolare domestico. Lasciate, dunque, che anch’io mi associ a questa vostra unione di cuori.
Ai genitori auguro che si realizzi quanto essi desiderano per i loro figlioli. Ai giovani auguro che si riveli loro in modo particolare l’umanità, cioè “la bontà e l’amore del Salvatore nostro” (cf. Tt 3,4).
Con lo stesso augurio mi reco spiritualmente in ogni parrocchia di Roma e in tutte le Case dei religiosi e delle religiose.
Mi rivolgo specialmente ai nomadi, ai malati, ai sofferenti, agli anziani, agli abbandonati, agli emarginati, a tutti coloro che sono soli e lontani dalle loro famiglie, perché accettino l’amore che offre loro Cristo per la salvezza di ogni uomo.
I miei auguri si estendono, inoltre, a tutti gli ambienti di lavoro, di studio, di attività artistica, di ricerca scientifica e di ogni attività umana.
Busso alle porte delle diverse Istituzioni della vita comunitaria, nei suoi molteplici aspetti, e dico: “Pace agli uomini di buona volontà”, perché è questo messaggio che è stato annunciato nella grotta di Betlemme.
Invito tutti all’incontro di mezzanotte, la vigilia natalizia, per il banchetto d’amore, che il Salvatore del mondo ci ha preparato.
Rivolgo particolari parole di riconoscenza e di comunione fraterna ai Sacerdoti, ai Vescovi, al Cardinale Vicario di Roma.

Carissimi Fratelli e Sorelle!
Che nella nostra vita possa avere attuazione quanto ci annuncia la liturgia di oggi: avvenga, dunque, che sappiamo (“scietis”), accettiamo, viviamo nel profondo della nostra coscienza la verità che “il Signore è venuto”.
Accettiamolo oggi (“hodie”), ricordando che quest’oggi è l’essenza di tutta la nostra vita sulla terra. E che domani (“cras”) potremo vedere la sua gloria ed essere tutti partecipi di essa!
La letizia del Natale vicino rende particolarmente viva la mia profonda afflizione per la grave sciagura aerea avvenuta ieri notte nei pressi di Palermo, causando numerose vittime, le quali sono in gran parte costituite da emigrati, che ritornavano alle loro case per trascorrere in famiglia le imminenti festività.
Ho già espresso al riguardo i miei sentimenti in un telegramma al Cardinale Arcivescovo di quella città. Desidero però rinnovare ora l’assicurazione della mia preghiera di suffragio per coloro che hanno perso la vita in tale incidente, mentre esprimo ai loro familiari la mia intima partecipazione al loro cordoglio e rivolgo ai feriti i miei voti e il mio incoraggiamento.

Giovanni Paolo II: Angelus – Regina Cæli 1978 – Angelus – Domenica, 17 dicembre 1978

Gv Paolo II, Angelus

Oggi mi rivolgo specialmente ai ragazzi e alle ragazze che sono venuti in piazza San Pietro a portare la statuina di Gesù Bambino perché sia benedetta dal Papa prima di essere deposta nel presepio preparato a casa.

1. Siate benvenuti, figliuole e figliuoli carissimi! Vi saluto con vera letizia, specialmente per il gesto così spiritualmente significativo, che avete accettato di compiere con tanto entusiasmo.

La prima rappresentazione plastica del presepio è nata, come sapete, dalla geniale intuizione di San Francesco d’Assisi: profondamente colpito e commosso dall’umiltà dell’Incarnazione, nella notte di Natale del 1223 fece predisporre a Greccio, da un fedele e pio amico di nome Giovanni, tutto l’occorrente: paglia, fieno, la mangiatoia e un bue e un asinello in carne e ossa. “Vorrei rappresentare – disse il Santo – il Bambino Gesù nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva nel fieno fra il bue e l’asinello” (Tommaso da Celano, Vita Prima, 84). Sul luogo vennero vari frati; uomini e donne giunsero festanti dai casolari della regione, portando ceri e fiaccole per illuminare quella notte nella quale, come nota ancora il biografo, “s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi”. Un sacerdote celebrò l’Eucaristia e Francesco d’Assisi, che era diacono, cantò con la sua voce forte e dolce, limpida e sonora, il Santo Vangelo.

2. Da Greccio, che, diventato come una nuova Betlemme, la rappresentazione del presepio, sgorgata dal cuore di un Santo, capace di realizzare nella vita la poesia più sublime, si diffuse in tutta l’Italia, nell’Europa, nel mondo intero, conservando intatto, nelle diverse espressioni delle culture e del folklore, il messaggio fondamentale, autenticamente evangelico, che Francesco voleva che giungesse alle anime dalla contemplazione del presepio, scuola di semplicità, di povertà, di umiltà. La società contemporanea non è sempre, purtroppo, fautrice e messaggera di tali atteggiamenti, che vengono talvolta considerati addirittura come debolezze o come frustrazioni della personalità umana. Eppure il Figlio di Dio, per venire incontro all’uomo, per camminare accanto a lui, per salvarlo ha scelto la rinunzia al fulgore degli attributi della sua Persona divina, la totale mancanza dei mezzi e degli strumenti umani, la lotta alla superbia e alla tracotanza.

3. Mentre benedico le vostre statuine, carissimi figliuoli, penso con serena speranza a voi, al bene immenso che voi, proprio perché siete piccoli, potete fare nell’ambito della vostra famiglia, della scuola, delle associazioni, della stessa società: non per nulla Gesù stesso vi ha scelti come i modelli per coloro che vogliono partecipare al suo Regno (cf. Mt 18,4; Mc 10,15).

Portate a casa, con grande cura, la statuina di Gesù Bambino, anche come segno dell’amore del Papa per voi e per le vostre famiglie; deponetela nel vostro presepio con intensa fede, con quella fede con cui Maria Santissima, la Madre di Dio, depose il neonato Gesù nella mangiatoia (cf. Lc 2,7); invitate il papà, la mamma, i fratelli e le sorelle, tutta la vostra famiglia, a stringersi in questi giorni della Novena di Natale attorno al presepio, per recitare insieme le preghiere imparate sulle ginocchia materne, per cantare i dolci canti popolari, così carichi di umano e cristiano sentimento.

Gesù Bambino, presente nel presepio della vostra casa, sia il segno concreto di una fede limpida e schietta, che illumini, orienti e diriga la vita vostra e quella dei vostri cari.

Ed ora, mentre perdura ancora il tempo dell’Avvento ed incomincia la sua ultima settimana, vi presento una mia richiesta. Durante questa settimana vi invito a pregare in modo particolare per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata.

Come chiediamo a Dio che la terra produca il raccolto, così, e ancora di più, dobbiamo pure chiedere che le anime portino i frutti particolarmente necessari alla vita spirituale di tutta la Chiesa. C’è un grande bisogno di sacerdoti, di missionari, di suore, di missionarie, di catechiste, di infermiere che curino i malati.

Ritornando a casa, ricordatevi di ciò che vi dico; e più di una volta inginocchiatevi in preghiera insieme con il Papa e con tutti per chiedere: Gesù, manda operai nella tua messe (cf. Mt 9,38). Con tale preghiera, mi aiuterete molto. Gesù che vi ama particolarmente, cari ragazzi e ragazze, più facilmente ascolterà le preghiere del Papa e di tutto il Popolo di Dio, se voi, sì, proprio voi, pregherete insieme con tutti noi.

Giovanni Paolo II: Angelus – Regina Cæli 1978 – Angelus – Domenica, 10 dicembre 1978

Gv Paolo II, Angelus

1. Nel tempo dell’Avvento la Chiesa si unisce in modo particolare a Maria Santissima. Ella, infatti, è per noi di grande esempio in quell’attesa della venuta di Cristo, che pervade tutto questo periodo. In lei tale attesa, dal momento stesso dell’Incarnazione del Verbo, assume una forma concreta: diventa maternità. Sotto il suo cuore verginale pulsa già la nuova vita: la vita del Figlio di Dio, che diventò uomo nel suo grembo. Maria è tutta Avvento!

Ed ecco la vediamo recarsi, dopo l’annunciazione, dalla Galilea verso il meridione, per visitare la sua parente Elisabetta in Ain-Karin. Là, proprio sulla soglia della casa di Elisabetta e di Zaccaria, verranno pronunciate le parole, che noi ripetiamo ogni volta che salutiamo Maria: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto è il frutto del seno tuo”.

2. In questo momento il nostro pensiero e il nostro cuore si rivolgono a quelle regioni. Seguiamo Maria da Nazaret verso il meridione, mentre davanti a noi si stende il panorama della sua terra, di quel suolo che sarebbe divenuto la patria del Messia. Verso questa Terra Santa vanno in pellegrinaggio intere generazioni di cristiani, per ritrovarsi sulle orme del Salvatore.

Mi ritorna alla mente l’immensa gioia con la quale i Vescovi, radunati nella seconda sessione del Concilio Vaticano II, accolsero le parole di Papa Paolo VI, il quale, nel discorso tenuto alla chiusura di quella sessione, aveva loro annunziato che si sarebbe recato – per la prima volta – come pellegrino in Terra Santa.

Oh! come vorrei poter ripetere, in questo istante, le sue parole! Come vorrei soffermarmi sul monte della Trasfigurazione, da dove vorrei trovarmi in quelle stesse vie, in cui il Popolo di Dio camminava a quel tempo, salire sulla cima del Sinai, dove ci furono dati i Dieci Comandamenti! Come vorrei, con amore e umiltà, percorrere tutte le vie fra Gerusalemme, Betlemme e il lago di Genesaret! Come vorrei soffermarmi sul monte della Trasfigurazione, da dove appare il massiccio del Libano: “Il Tabor e l’Ermon cantano il tuo nome” (Sal 89,13).

Questo era ed è il mio più grande desiderio, fin dagli inizi del mio pontificato. Sono riconoscente per le istanze e i suggerimenti che mi sono venuti in proposito. Ma pur con rammarico, devo, almeno per ora, rinunciare a questo pellegrinaggio, a questo particolare atto di fede, il cui significato può essere più profondamente compreso dal Vescovo di Roma, che è Successore di Pietro. Infatti Pietro proviene proprio di là: è dalla Terra di Cristo e di Maria che egli è venuto a Roma.

3. Intanto vi prego, carissimi Fratelli e Sorelle, raccomandiamo al Signore, nella nostra preghiera, questa parte della terra, così strettamente connessa con la storia della nostra salvezza.
Preghiamo per la Terra Santa.
Preghiamo per il Libano, che già da molti anni è duramente provato dalla guerra e dalle distruzioni.
Raccomandiamo al Signore la missione speciale affidata al Cardinale Paolo Bertoli, che si è recato in questi giorni in Libano.
Preghiamo per la pace nel Medio Oriente.
Raccomandiamo al Signore anche l’Iran, che nelle ultime settimane è diventato teatro di lotte e inquietudini.
Sappiamo che la Madre di Cristo è circondata da grande venerazione anche da parte dei nostri fratelli Musulmani.
Preghiamola, affinché si mostri per la terra dei suoi antenati, come per tutte le terre confinanti, Madre e Regina della Pace!

[Recitata la preghiera, prende nuovamente la parola:]

Desidero ora rivolgere un saluto agli iscritti all’ALMA, l’associazione religiosa dei marchigiani residenti in Roma, qui convenuti per pregare col Papa in occasione della festa della Madonna di Loreto, celeste patrona della loro regione. Nel ricordo dell’illustre Basilica, nella quale una speciale Cappella è dedicata alla Polonia, e del vicino Cimitero di guerra, in cui riposano i resti di tanti miei connazionali, di cuore benedico i fedeli presenti e la loro terra d’origine.

Giovanni Paolo II: Angelus – Regina Cæli 1978 – Angelus – Venerdì, 8 dicembre 1978

Gv Paolo II, Angelus

1. Fra poco reciteremo l’Angelus. In questa preghiera ricorderemo l’avvenimento che è accaduto in una città della Galilea chiamata Nazaret. L’avvenimento che aspettava tutto il mondo immerso nel buio dell’avvento, dell’attesa.

“Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28).

Queste sono le parole di Dio che l’Angelo rivolge ad una povera ragazza di Nazaret, di nome Miriam (Maria), i cui genitori, secondo la tradizione, erano Gioacchino e Anna, e che dai primissimi anni desiderava appartenere senza riserva, completamente, al Signore, come testimonia la commemorazione della Presentazione che viene ricordata ogni anno il 21 novembre.

2. Ave, o piena di grazia. Che cosa significano queste parole? L’Evangelista Luca scrive che Maria (Miriam), a queste parole pronunciate dall’Angelo, “rimase turbata e si domandava che senso avesse tale saluto” (Lc 1,29).

Queste parole esprimono una elezione singolare. Grazia significa una pienezza particolare della creazione attraverso la quale l’essere, che rassomiglia a Dio, partecipa alla stessa vita interiore di Dio. Grazia vuol dire l’amore e il dono di Dio stesso, il dono completamente libero (“dato gratuitamente”) in cui Dio affida all’uomo il suo Mistero, dandogli, nello stesso tempo, la capacità di poter testimoniare il Mistero, di colmare di esso il suo essere umano, la sua vita, i pensieri, la volontà e il cuore.

La pienezza di grazia è costituita dal Cristo stesso. Maria di Nazaret riceve Cristo, e insieme con Cristo e per Cristo Ella riceve la più piena partecipazione al Mistero eterno, alla vita interiore di Dio: del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Tale partecipazione è la più piena di tutto il creato, sovrasta tutto ciò che separa l’uomo da Dio. Esclude anche il peccato originale: l’eredità di Adamo. Il Cristo, che è l’artefice della vita divina, cioè della Grazia in ciascun uomo, mediante la Redenzione da lui compiuta, deve essere particolarmente generoso con sua Madre. Deve redimerla in modo particolarmente sovrabbondante dal peccato (“copiosa apud eum redemptio”: è grande presso di lui la redenzione) (Sal 129,7). Questa generosità del Figlio verso la Madre risale al primo momento della sua esistenza. Si chiama Immacolata Concezione.

3. Cento anni fa è morto un grande Papa, il Servo di Dio Pio IX. Ricordiamoci oggi con quali parole egli ha espresso la dottrina della Chiesa sull’Immacolata Concezione: “Con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei beati apostoli Pietro e Paolo e nostra dichiariamo, pronunciamo e definiamo che la dottrina, la quale afferma che la beatissima Vergine Maria nel primo istante del suo concepimento, per singolare grazia e privilegio concessole da Dio Onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia di peccato originale, è verità rivelata da Dio e perciò da credersi fermamente e costantemente da tutti i fedeli” (Pio IX, Ineffabilis Deus).

Ritenuto tutto ciò nella memoria, recitiamo oggi l’“Angelus Domini” con una emozione particolare.

Con questo saluto dell’Angelo prega Roma, tutta la Chiesa e il mondo.

[In polacco:]

Con questo saluto dell’Angelo prega la Chiesa in Polonia, ricordando il Beato Massimiliano Kolbe, che ha legato tutta la sua santità e tutta la sua attività apostolica all’Immacolata e che ha fondato la sua vita su questo primo mistero con il quale Dio stesso ha segnato l’inizio terreno della Madre di Cristo e della Chiesa.

Giovanni Paolo II: Angelus – Regina Cæli 1978 – Angelus – Domenica, 3 dicembre 1978

Gv Paolo II, Angelus

1. Oggi è la prima domenica di Avvento. Comincia il nuovo anno liturgico: ogni anno, infatti, iniziando dalla prima domenica di Avvento, la Chiesa, attraverso il ciclo delle domeniche e delle feste, cerca di renderci consapevoli dell’opera salvifica di Dio nella storia dell’uomo, dell’umanità e del mondo. Proprio per questo “adventus”, che vuol dire “venuta”, Dio viene all’uomo, e questa è una dimensione fondamentale della nostra fede. Noi viviamo la nostra fede, quando siamo aperti alla venuta di Dio, quando perseveriamo nell’Avvento. L’Angelus che recitiamo ci ricorda come era aperta alla venuta di Dio la Vergine Maria: ella ci introduce nell’Avvento.

2. Oggi, per la prima volta, mi reco in visita pastorale ad una parrocchia di Roma: la parrocchia di San Francesco Saverio, alla Garbatella. Mi reco in questa parrocchia come Vescovo, per dare testimonianza al mistero dell’Avvento, che forma la vita della parrocchia perché plasma la vita di ogni parrocchiano.

Penso, soprattutto, all’Avvento che si realizza nel Sacramento del Santo Battesimo. Ecco, un uomo viene al mondo: nasce come figlio dei suoi genitori; viene al mondo con l’eredità del peccato originale. I genitori, consapevoli di tale eredità e ispirati dalla fede nelle parole di Cristo, portano il loro figlio al Battesimo. Essi desiderano aprire l’anima del loro bambino alla venuta del Salvatore, al suo “Avvento”. Così l’Avvento indica l’inizio della nuova vita: viene tolto, in un certo senso, da questo bambino il sigillo del peccato originale, e viene innestato in lui l’inizio della nuova vita, della vita divina. Poiché il Cristo non viene “con le mani vuote”: egli ci porta la vita divina; egli vuole che noi abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza (cf. Gv 10,10).

Sappiamo che ogni parrocchia è un luogo in cui si battezza. Nella comunità del Popolo di Dio, che porta il nome di San Francesco Saverio, ogni anno vengono battezzati tanti Romani che nascono nella nostra città, appunto in questa parrocchia. E così essa diviene il luogo della “Venuta”: continuamente persevera nell’“Avvento”, e in ogni suo nuovo parrocchiano aspetta la venuta del Signore.

Pensiamoci sopra.

3. E pensiamo ancora, in questa prima domenica di “Avvento”, ad un altro fatto. Ho ricordato San Francesco Saverio, perché proprio oggi, 3 dicembre, lo ricorda la Chiesa. È noto che egli fu un grande missionario dell’Oriente, dell’Estremo Oriente.

Ebbene, in questi ultimi giorni, il mio cuore e i miei pensieri sono spesso andati all’Estremo Oriente, al Vietnam, perché ci è giunta la notizia della morte del Cardinale Joseph-Marie Trin-Nhu-Khuê, Arcivescovo di Hanoi nel Vietnam. Appena due settimane fa, l’ho incontrato qui e ho parlato con lui. Nonostante i suoi 79 anni di vita (e di vita difficile), sembrava giovane e vivace. Tuttavia, l’età avanzata ha le sue leggi, ed ecco è arrivata la notizia della sua morte. Ricordo, dunque, oggi questo pastore fedele e tenace: ricordo questo servitore di Dio, il quale in mezzo ai suoi connazionali ha dato una testimonianza tanto eloquente a Cristo, nel suo Paese, il Vietnam, così lontano e al tempo stesso così vicino al cuore della Chiesa.

Pure questo è un tema di Avvento. Forse, all’ultimo momento della sua vita, quel Pastore e Vescovo, il Cardinale Trin-Nhu-Khuê, è riuscito ancora a pronunciare le parole “Vieni, Signore Gesù” (Ap 22,20), per sentire poi la sua risposta: “Sì, verrò presto!”.

Del Vietnam si torna a parlare molto in questi giorni. Tutti avete seguito le notizie riferite dai giornali.
Preghiamo pertanto per quei Vietnamiti che, lasciata la loro terra, soffrono perché non trovano chi con senso di umanità li accolga o chi venga incontro ai loro disagi e alle loro necessità.
Nell’auspicare che l’appello rivolto dalla Santa Sede mediante le Nazioni Unite raggiunga lo scopo desiderato, vi invito tutti a pregare perché il Signore sostenga e benedica gli sforzi di quanti si prodigano per venire incontro a questi fratelli in difficoltà.
Per questa intenzione e per la Chiesa in Vietnam recitiamo l’Angelus