Giornalismo 6 – In ricordo di Albino Longhi

albino longhi

Giornalista di razza certo, attento osservatore anche dei fatti che riguardavano la Chiesa nel mondo, direttore dal volto umano, ma soprattutto un autentico «patriarca» per tutte le generazioni di giornalisti del Tg1 che lo ebbero come fidato timoniere per ben tre volte (1982-87; 1993; 2000-2002) – un record ancora imbattuto – alla guida dell’ammiraglia dell’informazione della Rai.

È la storia e la trama della vita del mantovano Albino Longhi, classe 1929 spentosi ieri nella sua città d’adozione: Roma. Un personaggio Longhi che ha fatto parte di quella generazione all’interno della Rai una schiera di giornalisti di ispirazione cattolica dei “Dc purosangue” che resero grande anche per l’impronta laica impressa il servizio pubblico: da Emilio Rossi a Vittorio Citterich fino a Ettore Bernabei.

Ma la sua carriera di giornalista, non solo in Rai, è stata molto lunga. Ha iniziato la sua esperienza alla Sicilia del Popolo di Palermo, dove è rimasto dal 1951 al 1961, fino a diventare redattore capo. Sono gli stessi anni in cui Longhi conosce da vicino il cardinale di Palermo, mantovano come lui, Ernesto Ruffini. «Appartenevo a quel piccolo drappello di mantovani – confidò una volta a chi scrive – sbarcato in Sicilia proprio negli anni dell’epsicopato ruffiniano… ».

Successivamente il passaggio a Bologna all’Avvenire d’Italia (’61-’67): un’esperienza cruciale per Longhi che assieme a Raniero La Valle e Giancarlo Zizola vivrà all’interno del quotidiano cattolico tutte le novità e lo spirito del Vaticano II e del magistero profetico del cardinale Giacomo Lercaro.

Con il 1968 vi è il passaggio al Gazzettino di Venezia (1968).

Nel 1969 è assunto alla Rai come redattore capo. Diventa direttore della sede di Palermo nel 1973, nel ’78 viene nominato responsabile della struttura Informazioni e dati per il consiglio del Cda, nomina che nel 1982 viene affiancata a quella di direttore ad interim della sede regionale del Friuli Venezia Giulia.

Ma certamente lo spezzone più rilevante della biografia di Longhi è stata la sua guida del Tg1 richiamato spesso come “uomo della provvidenza” dopo le burrascose dimissioni di giornalisti del rango di Bruno Vespa e Gad Lerner. Tra i suoi grandi meriti alla guida del Tg1 – direzione definita «esemplare» da Mattarella nel suo messaggio di cordoglio – Longhi nell’ 86, porta Enzo Biagi e la sua “Linea diretta”, primo esempio di striscia quotidiana di informazione. La redazione non digerisce Biagi, Longhi lo difende con ogni mezzo. Biagi lo ripaga intervistando Gheddafi in una caserma-bunker a Tripoli: uno scoop che piace a molti, meno che al direttore generale Agnes. Se il servizio va in onda è soprattutto per volontà di Longhi.

Nella sua lunga carriera «il mio tredicesimo incarico» è stato anche direttore dell’Arena di Verona (1993-1995) e membro dell’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana).

Filippo Rizzi, «Morto Albino Longhi storico direttore del Tg dell’ammiraglia Rai», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 22.

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Giornalismo 5/2 – “Avvenire”: 1968-2018 – Il futuro ogni giorno

avvenire 50 anni

50 anni di “Avvenire”. 50 anni della nostra storia. L’Italia e il mondo, la Chiesa e le religioni, la cultura e la scienza, il costume e la tecnologia, l’ambiente naturale e i diritti umani: il racconto dell’ultimo mezzo secolo attraverso le nostre pagine è un percorso ampio e coinvolgente, guidato da uno sguardo solidale e universale, “cattolico” nel senso più vero e profondo del termine.

“Avvenire”, oggi, è un punto di riferimento autorevole e sicuro nel panorama mediatico italiano, frequentato su carta e Web da persone di ogni età, realizzato con uno stile informativo trasparente, deciso e rispettoso, fuori dal coro perché sempre sensibile al lato umano delle grandi vicende storiche, della cronaca cosiddetta minore, delle evoluzioni (e involuzioni) sociali e politiche.

Questa scelta aperta e coerente ha permesso ad “Avvenire” di farsi conoscere da un numero crescente di italiani in un momento storico complesso, che chiede a chi lo vive più consapevolezza, e dunque interesse per il mondo, curiosità per decifrarlo, desiderio di incidere sulla realtà, coraggio di agire. Per noi che oggi “facciamo” questo giornale l’impegno è lo stesso degli inizi: proporre contenuti originali, documentati, costruttivi, nati ascoltando la realtà, i lettori, gli interrogativi della coscienza.

Leggere “Avvenire” oggi più che mai significa sentirsi non semplici consumatori di notizie, ma protagonisti, nel vivo di un grande cambiamento d’epoca, scoprendo sempre nuovi motivi per rendere più giusta e umana la nostra società e perché il mondo che ci è dato sia, non solo a parole, una “casa comune” da amare e mantenere ospitale.

Il nostro linguaggio giornalistico, l’articolazione dell’informazione che offriamo a tutti, le stesse modalità tecniche che utilizziamo confermano un tratto originario di “Avvenire”: lo sguardo rivolto a domani.

Accanto e assieme al quotidiano di carta, i nostri abbonati possono leggere sin dal primo minuto dopo la mezzanotte le edizioni digitali per tablet, smartphone e computer e, con tutti gli altri lettori, hanno a disposizione un sito Web aggiornato, potenziato nei contenuti e nei dossier. Sappiamo che occorre farci trovare dovunque, da tutti: per questo, con un ulteriore impegno diretto della nostra redazione, abbiamo sviluppato una presenza attiva sui social network, frontiera comunicativa complessa: luogo di semplificazioni e scontri eccessivi, ma anche spazio aperto al dialogo e al confronto.

E così manteniamo saldi i due pilastri e il cuore dell’impegno con i lettori.

Primo: proporre un’informazione accurata e di qualità, capace di vedere e valorizzare tutta la realtà, e cominciare da quella di chi fa il bene perché vive e agisce aprendosi ai propri fratelli e sorelle in umanità e riconosce nei poveri e nei perseguitati il volto di Dio.

Secondo: esprimere opinioni ispirate ai valori del concreto e generoso umanesimo che germina dal Vangelo.

Al centro, poi, e per principio, da 50 anni, mettiamo con convinzione la dignità infinita dell’uomo e ci spendiamo perché sia così sempre, e in ogni dove.

Sappiamo bene che il lavoro è tutt’altro che finito. Perciò teniamo care le nostre radici e vogliamo continuare a crescere insieme a chi ci dà fiducia.

Questo è “Avvenire”. Il futuro, ogni giorno.

«50° 1968-2018. Il futuro ogni giorno», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 26.

Giornalismo 5/1 – I cinquant’anni di “Avvenire”

avvenire

Siamo entrati, già da alcune settimane, nel cinquantesimo anno di vita di “Avvenire” che si compirà il 4 dicembre prossimo. Il 2018 sarà, dunque, un tempo speciale per la nostra redazione, per tutta la struttura del giornale, per la famiglia dei nostri lettori e per l’Editore che continua a promuovere il progetto avviato grazie alla lucida intuizione e alla tenace volontà di Paolo VI di offrire agli italiani, in quel 1968 colmo di speranze e inquietudini per l’intera comunità civile e di solido e solare cambiamento nella Chiesa del dopo Concilio Vaticano II, la limpida fonte informativa di un grande quotidiano nazionale d’ispirazione cattolica. Siamo consapevoli di tutto questo, e ne siamo felici.

Un modo per celebrare degnamente un’impresa giornalistica è certamente quello di dimostrarne l’attualità e l’efficacia, e a maggior ragione in una stagione elettrizzante e complicata come quella “ibrida” nella quale siamo immersi e che pure definiamo (e sperimentiamo) come il tempo nuovo della comunicazione digitale. Per me, non ne ho certo fatto mistero in questi otto anni di direzione, non ne esistono di migliori. Sarà dunque questo l’impegno posto al cuore della lunga eppure sobria “festa” per il primo mezzo secolo di vita del nostro giornale: continuare a fare bene “Avvenire”. Confermarne, cioè, le caratteristiche di affidabilità, completezza e originalità che lo hanno portato a essere stabilmente uno dei principali quotidiani d’informazione del nostro Paese. E, al tempo stesso, mantenerne la specificità sottolineata dallo stile e dal suo timbro inconfondibile di «giornale d’idee», portatore di un’idea e di uno sguardo davvero «cattolici» – ovvero universali – nel racconto, nell’analisi e nel commento nei fatti e dei processi in corso sulla faccia della Terra e dentro la società umana. Valorizzando ogni dimensione della vita delle persone, delle comunità e del mondo, dando giusta “cittadinanza mediatica” a chi se la vede negata, scegliendo sempre e senza esitazione di stare a fianco dei poveri, dei piccoli e dei deboli, dando lo spazio che merita alla forza buona, e davvero rivoluzionaria rispetto alle logiche del mondo, di coloro che hanno fede in Dio, il Dio di Gesù Cristo, e sono Chiesa, ma anche di tutti quelli che credono con cuore sincero o, comunque, sanno vivere etsi Deus daretur (come se Dio ci fosse) o, ancora, nutrono quella «buona volontà» che noi cristiani sappiamo «amata dal Signore» e necessaria per costruire e abitare nella «casa comune», secondo giustizia e con vera libertà.

Una linea editoriale così ci porta a essere un giornale mai aggressivo, ma stimolante e spesso, scomodamente e quasi inevitabilmente, “fuori dal coro”. Ma soprattutto questa fedeltà a valori vivi e contagiosi, si condensa in un duplice «servizio all’unità». Unità nella Chiesa attorno al successore di Pietro, sempre, e oggi con speciale convinzione e gioia nel cammino su cui ci guida papa Francesco. Unità nella città dell’uomo e della donna, attorno a una visione antropologica positiva e mai manipolatoria o cosificatrice della persona e della sua vera dignità. Un mandato che uno straordinario uomo di Dio e comunicatore come Ersilio Tonini, il vescovo e futuro cardinale al quale Paolo VI poco prima di morire chiese di amare, amministrare e sostenere con speciale dedizione “Avvenire”, ha sempre ricordato ai miei predecessori e a me. Io credo che, per dei cronisti come noi, questo sia «leggere i segni dei tempi». E ci imponga di tenere viva, con determinazione paziente e umile, la tensione a cercare e proporre, attraverso le verità minuscole della cronaca, la via alla Verità con la maiuscola.

Certo, ci saranno anche eventi e iniziative che cadenzeranno i mesi che ci stanno davanti. E lungo il cammino, useremo certamente a dovere le occasioni che ci sono offerte dalle “Feste di Avvenire”, nate in diverse regioni e diocesi italiane dalle appassionate e generose iniziative dei nostri lettori e che in questi ultimi anni si sono moltiplicate, impegnandoci e – lo ammetto – emozionandoci davvero tanto. Ma soprattutto la festa per i nostri cinquant’anni sarà nell’incontro rinnovato con tutta la “gente d’Avvenire” che ci segue attraverso i canali (di carta e digitali) attraverso i quali la raggiungiamo e che ci dà l’energia per dire e condividere «il futuro, ogni giorno».

Marco Tarquinio, «Il futuro ogni giorno. I cinquant’anni di questo giornale», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 1.

Giornalismo 4 – Il fascismo e le penne a stelle e strisce

Giornalismo

Lo storico Mauro Canali rilegge gli articoli degli “special correspondent” americani sul Duce, fra infatuazioni e ripensamenti. Anche per Hemingway

La raffigurazione di Mussolini e del suo regime, che, per lunghi anni, i giornalisti americani fornirono all’opinione pubblica del loro Paese, fu a lungo ispirata a giudizi largamente benevoli. Almeno fino alla guerra d’Etiopia, se non oltre, tra la stampa Usa e il Duce vi fu un vero idillio, che ora lo storico Mauro Canali, grazie a un sistematico scavo negli archivi statunitensi, racconta nel suo nuovo libro, edito da Marsilio (La scoperta dell’Italia. Il fascismo raccontato dai corrispondenti americani, pagine 496, euro 20,00). Gli inviati e gli special correspondents, scrive l’autore, facevano a gara per accaparrarsi le interviste al dittatore, il quale venne addirittura scritturato per una collaborazione con la catena Hearst, che pubblicava con enfasi i suoi articoli: in realtà, essi erano farina del sacco della sua amante e consigliera politica Margherita Sarfatti, ambasciatrice dell’Italia littoria presso le élite internazionali.

Le più brillanti penne del giornalismo a stelle e strisce, sintetizza Canali, di Mussolini esaltavano «il decisionismo, l’iperattivismo e la ferrea volontà di imporre regole a un popolo che in fondo consideravano anarchico», vale a dire bisognoso di un domatore. Se Lincoln Steffens giunse a paragonare il novello Cesare d’Italia a Theodore Roosevelt, definendolo «il divino dittatore», non da meno fu Vera Bloom, ebrea e figlia di un deputato democratico, la quale, dopo aver difeso il capo del fascismo durante la crisi seguita al delitto Matteotti, non riuscì a prenderne le distanze neppure dopo il varo delle leggi razziali del 1938.

Un caso emblematico è quello di Herbert L. Matthews, celebre firma del “New York Times” – l’organo della borghesia liberal –: un grande giornalista che gli americani contemporanei considerano tuttora un mito. Ebbene, Matthews, inviato sul fronte africano durante la campagna etiopica, fu un infervorato cantore delle gesta dei conquistatori italiani, tanto da guadagnarsi perfino un’onorificenza: la croce di guerra al valor militare. Solo dopo il deflagrare del conflitto civile in Spagna, Matthews aprì gli occhi e cominciò a delineare i rischi del fascismo, su scala internazionale: le sue corrispondenze furono talmente orientate a favore dei repubblicani, da suscitare le reazioni ostili della parte più moderata e conservatrice dei lettori del suo giornale.

Neppure il giovane Ernest Hemingway si fece mancare una breve infatuazione per il Duce. A metà del 1922, prima della Marcia su Roma, dopo aver incontrato Mussolini a Milano, scrisse un paio di articoli sul “Toronto Daily Star” in cui non dissimulava la propria simpatia per colui che aveva saputo arrestare la marea montante del bolscevismo. Ma, già alcuni mesi più tardi, nel 1923, corresse il tiro, valutando il neocapo del governo italiano come il più grande bluff d’Europa. Nella conversione, era stato influenzato dalle valutazioni acute di un giovane giornalista sudafricano, William Bolitho, il cui vero nome era William Ryall.

Canali ricorda anche un curioso incidente premonitore che capitò a Francis Scott Fitzgerald, giunto a Roma nel novembre del 1924, insieme alla moglie Zelda, per rimanervi alcuni mesi. Lo scrittore statunitense, nel dicembre successivo, venne fermato dai carabinieri, malmenato, e detenuto per alcune ore in una cella. All’episodio dedicò, anni dopo, alcune pagine, in Tenera è la notte, quasi a sintesi simbolica del lato più oscuro e minaccioso del fascismo.

Roberto Festorazzi, «Il fascismo e le penne a stelle e strisce», in “Avvenire”, sabato 30 dicembre 2017, p. 21.

Giornalismo 3 – Il senso di una presenza alternativa sul web

avvenire

No, non è il prossimo matrimonio del principe Harry con l’americana Meghan Markle. E nemmeno la finale del Festival di Sanremo, o le cronache che più nere non si può – e nel 2017 ce ne sono state parecchie, comprese le violenze sessuali di Rimini e di Firenze. No, dalla nostra «casa» sul web, www.avvenire.it a irrompere è la vita: storie di speranza, soprattutto, che gettano una luce diversa anche sulle notizie più dure.

«Tortura abbastanza a lungo i dati ed essi confesseranno qualunque cosa»: una frase di cui non si conosce la paternità ma che si attaglia anche a internet. In realtà, per «misurare» un sito web non servono marchingegni particolarmente sofisticati: è sufficiente uno strumento online come Analytics di Google – semplice da usare, almeno nelle sue componenti base – per sapere tutto, ma proprio tutto, di ciò che «passa» attraverso un sito: visualizzazioni di pagina, tempi di lettura, età degli utenti, collocazione geografica, ingresso dai social o dalla home page oppure dai motori di ricerca…

Così è stato facile stabilire che nella classifica dei dieci articoli di avvenire.it più letti nel 2017 (cioè che hanno ottenuto il maggior numero di visualizzazioni) spiccano più le «storie» originali che le cronache comuni a tutti gli altri siti di informazione, più le esperienze raccolte dai protagonisti-testimoni e le opinioni che i nudi fatti.

Accade così che l’articolo più letto dell’anno sul web riguarda la triste vicenda di Fabiano Antoniani, l’uomo tetraplegico e cieco portato a morire di eutanasia in Svizzera, ma vista da una angolatura speciale, quella del 19enne milanese Matteo Nassigh, inchiodato a una carrozzella per l’anossia sofferta alla nascita, che, sfiorando la tavoletta di legno che usa per comunicare, urla: «Dj Fabo, non andare a morire». «Se le persone vengono misurate per ciò che fanno, è ovvio che uno come me o dj Fabo vuole solo morire – racconta Matteo all’inviata Lucia Bellaspiga –. Ma se venissero capite per quello che sono, tutto cambierebbe. Ci vedete come mancanza di libertà, ma noi siamo libertà, se ci viene permesso di essere diversi».

Se i navigatori del web si soffermano su storie così, non sarà anche perché desiderano andare oltre le cronache di morte e magari trovano conforto da un messaggio (in controtendenza) di speranza? Tra l’altro anche il tempo medio di lettura registrato da questo articolo è un piccolo miracolo del web: 5 minuti e 12 secondi, più del doppio di quanto mediamente ogni italiano trascorre ogni giorno sui siti di informazione (dato Audiweb).

Il secondo articolo più letto di avvenire.it nel 2017 riguarda una vicenda apparentemente «piccola» eppure preziosa: sul muro di una chiesa della periferia sud di Milano compare un murales che inneggia all’«aborto libero», con una postilla: «Anche per Maria». Il resto lo racconta Gigio Rancilio: il parroco, don Andrea Bellò, il 31 maggio risponde all’imbrattatore di muri con una bellissima lettera aperta, pubblicata sul profilo Facebook della parrocchia. Parole che colpiscono: «Tua madre è stata coraggiosa perché ti ha concepito e ti ha partorito. L’aborto è la morte che vince contro la vita. È scegliere chi ha diritto di vivere e chi no. Tu visto che sei anonimo di coraggio non ne hai. Vuoi dimostrare di essere coraggioso? Migliora il mondo invece di distruggerlo (con le scritte sul muro, ndr). Ama invece di odiare. E dai la vita invece di toglierla». Il post del parroco è stato condiviso centinaia di volte, e l’articolo di Rancilio ha «girato» nel web, anche attraverso i social network, per giorni e giorni, a dispetto di chi pensa che ai navigatori interessino solo le sciocchezze acchiappa-clic o i particolari più scabrosi della «nera».

Un’altra vicenda che ha tenuto desta l’attenzione degli italiani nel 2017 è stata quella di Charlie Gard, il bimbo inglese, affetto da una rarissima malattia genetica, protagonista di un drammatico braccio di ferro tra i genitori che volevano tentare cure sperimentali e l’ospedale Great Ormond di Londra, che fino all’ultimo ha negato il trasferimento del piccolo, morto il 28 luglio, poche ore dopo che i medici avevano staccato i macchinari che lo tenevano in vita. Sul nostro sito (e naturalmente sul giornale) tra giugno e luglio sono apparse decine di articoli sul dramma della famiglia Gard, dai commenti alle cronache, ma su tutti uno ha ottenuto la massima attenzione degli utenti digitali: «Mio figlio come Charlie, vivo malgrado tutto». Il figlio di cui si parla è Emanuele, 9 anni, affetto dalla stessa malattia del piccolo inglese ma che nonostante tutto vive.

«Nessuno sa dirci ora quanto vivrà, nessuno si lancia più in previsioni sul futuro – commentava la madre il 29 giugno –, ma la sua vita è stata rispettata così com’era. E il suo presente è bellissimo».

Oltre la linea dilagante del cinismo, che si esprime con tanta disinvoltura sui social, e di coloro che hanno la verità in tasca (e si tratta spesso di una scorciatoia di morte), le parole della mamma di Emanuele, Chiara Paolini, sono state lette, condivise, hanno vissuto per mesi sul web e continueranno a vivere, diffondendo speranza. «Queste malattie sono sconosciute, non sappiamo se si riprenderebbe ma non possiamo escluderlo, e ucciderlo non è certo la soluzione. I bambini non accusano nessuno quando sono malati, vogliono solo stare nelle braccia dei loro genitori, godono di essere accarezzati».

Nella nostra personale top ten di lettura digitale ci sono poi due editoriali che hanno lasciato il segno. Il primo, pubblicato sabato 12 agosto (in piene ferie estive, eppure in decine di migliaia hanno speso quasi 4 minuti per leggerlo… ), commentava l’assurda uccisione di due fratelli agricoltori, colpevoli di aver assistito, mentre lavoravano nei campi, all’omicidio di un boss della mafia del Gargano. In tanti avevano scritto: «Erano nel posto sbagliato al momento sbagliato», ma Antonio Maria Mira rimette al centro la verità: «Al posto sbagliato ci sono i mafiosi. le vittime erano al posto giusto», cioè a faticare chini sulla terra.

Il secondo, altrettanto duro, è scritto da una suora impegnata contro la tratta di giovani donne: «Ignorati stupri» è un drammatico atto d’accusa contro il Circo Barnum dell’informazione, soprattutto televisiva, che per giorni e giorni ha scandagliato ogni dettaglio della violenza sessuale ai danni di una povera turista sulla spiaggia di Rimini, e però dimentica lo scempio che si compie ogni notte sui corpi di giovani donne, «comprate e vendute, schiavizzate e violentate da cinici sfruttatori e da migliaia e migliaia di “clienti”. Chi pensa a loro? – si chiede Eugenia Bonetti –. Chi si preoccupa di denunciare le migliaia di stupri sistematici e organizzati che avvengono nelle nostre città, nell’indifferenza di chi vede e passa oltre?».

Infine, c’è un altro genere di articoli digitali «premiati» dagli utenti, e sono quelli di servizio, che si consultano per sapere esattamente i termini della questione o perché si è personalmente interessati. È il caso del terzo assoluto nella classifica del gradimento 2017: «Come funziona il Reddito di inclusione», in cui Francesco Riccardi, aggiornando l’articolo nell’arco dei mesi (da luglio a novembre) in cui si è sviluppato il provvedimento, spiega fin nei dettagli i requisiti richiesti e come fare la domanda per ottenere il nuovo contributo mensile destinato ai poveri assoluti.

È il buon vecchio giornalismo di contenuti e di servizio, in barba ai profeti di sventura che celebrano i funerali dell’informazione «di qualità», quello che emerge dal web per quanto riguarda avvenire.it.

Antonella Mariani, «Il senso di una presenza alternativa sul web. Testimonianze e vita vera. Le grandi storie sulla rete. Da dj Fabo a Charlie, i 10 articoli più letti su avvenire.it», in “Avvenire”, sabato 30 dicembre 2017, p. 3.

La classifica
Andare oltre la notizia. Scritti (e letti) per riflettere

Ecco i titoli e le data di pubblicazione dei primi 10 articoli di avvenire.it più letti nel 2017.

1) «Dj Fabo, non andare a morire», 25 febbraio
2) Scritta pro aborto sulla chiesa, la reazione del parroco vola sui social, 31 maggio
3) Domande al via, 20 giorni per risposta. Ecco come funziona il reddito di inclusione, 27 novembre
4) Ultime ore di vita per Charlie. E un altro caso fa discutere, 1 luglio
5) «Mio figlio come Charlie, vivo malgrado tutto», 29 giugno
6) Papa Francesco su Medjugorje: Maria non fa la postina, 13 maggio
7) Al posto sbagliato ci sono i mafiosi. Le vittime erano al posto giusto, 12 agosto
8) Gli ignorati stupri. Il «branco» che agisce ogni notte, 7 settembre
9) Addio a Flavio, uno dei Ragazzi del Bambino Gesù, 5 agosto
10) Proteste per l’Ave Maria all’Università. E il vescovo si scusa (a modo suo), 17 ottobre

Da “Avvenire”, sabato 30 dicembre 2017, p. 3.

Giornalismo 2 – Memoria grata e felice di amico e «memorie» false e ignoranti

Giornalismo

Due facce.

1: ieri (“Osservatore”, p. 6) bel ricordo di padre Maurice Borrmans, «Studioso tra due culture», che a 92 anni ha salutato questo mondo e riposa in pace. Di qua non aveva mai riposato: abbiamo abitato insieme per 4 anni. Lui insegnava al Pisai (Pontificio istituto di Studi arabi e islamici), sempre a disposizione di tutti, sempre entusiasta: missionario senza superbo proselitismo; apostolo per liberare e mai per catturare; rispettoso delle ricerche altrui senza mai perdere la coscienza di essere stato cercato e trovato dal Signore Gesù per superare i confini angusti. Un sorriso sapiente e trascinante durato una vita…

2: Per Natale pagine vergognose. Su “Libero” (27/12, p. 1 e interno) un giovane Sallusti indignatissimo contro il Papa e l’affermazione che «Maria e Giuseppe erano migranti». Seguono varie offese: «Raro trovare il nome del Papa associato a qualche passo del Vangelo», è «onnipresente rubando il mestiere al Principale», cioè il Padreterno. E ci si mette anche il vicepresidente del Senato Calderoli: «Far passare San Giuseppe e la Madonna per migranti e profughi… non è consentito neppure al Papa»! E giù altre follie.

Che dire? Che “Lorsignori”, come avrebbe detto il mitico Fortebraccio, maestro di giornalismo pungente, non hanno letto bene non solo l’evento di Betlemme, ma soprattutto e anche il racconto della “fuga in Egitto”, per sfuggire alla strage di Erode: veri profughi o no?

E non basta: stessi giornali indignati per l’aggettivo, “profughi”, elogiano Papa Benedetto contrapposto a Francesco… Ignorano colpevolmente, come ricorda su “La Stampa” (26/12) Andrea Tornielli che per primo proprio Benedetto nell’omelia del Natale 2012, disse che «Oggi facciamo fatica a riconoscere Dio in chi è migrante e rifugiato, come lo era Gesù Bambino». Tanti auguri. Buon anno.

Gianni Gennari, «Memoria grata e felice di amico e “memorie” false e ignoranti», in “Avvenire”, sabato 30 dicembre 2017, p. 2.

Giornalismo 1 – Combattere con le parole di luce e un berretto da Babbo Natale

Giornalismo

È questa «la missione delle parole di luce: vincere la notte, ogni tipo di notte, oscurità o freddezza. Si tratta, direbbe Cormac McCarthy, di “combattere con le parole”, le vere spade laser capaci di penetrare nella profondità dell’ombra e spalancarla alla luce». Con queste parole don Alessandro Andreini, assistente ecclesiastico dell’Ucsi in Toscana, conclude sul sito dell’associazione (tinyurl.com/y72bvjwy) una sua suggestiva riflessione sulla «sfida di notiziare il Natale». Ovvero su come le luminose parole chiave dei Vangeli che leggiamo e ascoltiamo nelle liturgie di questi giorni possano riflettersi nel lavoro giornalistico. Il suggerimento è quello di prendere esempio da Maria, il cui custodire e meditare nel cuore le cose che le accadono evoca, dice don Andreini, un approccio giornalistico fatto di confronto «con la vita, con le sue ferite, le sue paure, le sue chiusure invincibili».

Mi è parso di vedere tutto ciò concretizzarsi in un post apparso ieri su Facebook, nel quale Fabio Colagrande ha condiviso con gli amici l’encomio pubblico di una squadra del 118 che la sera della vigilia di Natale ha soccorso, purtroppo invano, una sua anziana parente colpita da ictus. «Nel dramma di questa vigilia mi è rimasta una luce», scrive infatti con parole di riconoscenza raccontando il comportamento di quei medici e infermieri. «Giunti quando ormai la situazione era disperata», prima «hanno fatto tutto il possibile, con efficienza e passione», e dopo si sono rivolti con «le parole giuste», «misurate e affettuose», certamente parole di luce, ai familiari, «dimostrando autentica e sincera compassione», per poi andarsene «a testa bassa, sconfitti, come se avessero perso anche loro un parente caro».

Mi si obietterà che l’ispirazione cristiana dei protagonisti di questa parabola non è né certa né dimostrabile. In effetti a connetterla alla festa della nascita di Gesù ci sono solo la data e un berretto da Babbo Natale indossato, annota Colagrande, da uno degli infermieri. A me bastano.

Guido Mocellin, «Combattere con le parole di luce e un berretto da Babbo Natale», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 2.