Frase fatta capo ha/3 – «A bizzeffe»

Frase fatta capo ha

“A bizzeffe” è un’espressione della lingua italiana, utilizzata nel lessico colloquiale e letterario, che significa “in grande quantità”, “a iosa”, “abbondantemente”. Questa locuzione è utilizzata, ad esempio, da Alessandro Manzoni nei suoi Promessi Sposi: «Si sparse la voce della predizione e tutti correvano a guardare il noce. Infatti, a primavera, fiori a bizzeffe e, a suo tempo, noci a bizzeffe» (IV,52).

Dal punto di vista sintattico, “a bizzeffe” è considerata una locuzione avverbiale. L’espressione compare anche nei vari repertori di polirematiche della lingua italiana, si tratta cioè di un’espressione composta da due parole con un solo significato.

“A bizzeffe” deriva dall’arabo “biz-zā-f”, che significa “in abbondanza”, “abbondantemente”.

C’è da rilevare che l’origine araba, per molto tempo, non fu riconosciuta da studiosi e osservatori dei fatti linguistici. Fino all’Ottocento, infatti, l’espressione “a bizzeffe” veniva fatta risalire al latino.

Un esempio classico di questo approccio è la fantasiosa pseudoetimologia suggerita nel 1688 da Paolo Minucci nelle sue “Note” al Malmantile racquistato di Lorenzo Lippi, che pure sono un prezioso tesoro di informazioni sugli usi linguistici dal Medioevo al Seicento. Ora, secondo Minucci, “bizzeffe” sarebbe derivato dall’espressione latina “bis effe”, “due volte effe”:

«Quando il sommo magistrato romano intendeva fare a un supplicante la grazia senza limitazione, faceva il rescritto sotto al memoriale, che diceva “fiat, fiat” (sia sia) anziché semplicemente “fiat”, che scrivevasi quando la grazia era meno piena, di poi per brevità costumarono di dimostrare questa pienezza di grazia con due sole “ff”, onde quello che conseguiva tal grazia diceva: Ho avuto la grazia a “bis effe”» (Malmantile racquistato I,125).

Questa interpretazione fu accolta da Sebastiano Paoli, nel suo Modi di dire toscani ricercati nella loro origine, appresso Simone Occhi, Venezia 1740, p. 57; da Tommaseo e da altri studiosi della lingua italiana e ha retto, come già detto, fino all’Ottocento. Ma questa derivazione così gustosa, di stampo legal-burocratico, non viene più nemmeno citata dalla maggior parte dei dizionari moderni.

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Frase fatta capo ha/2 – «Factum… fieri infectum non potest» (“Ciò che è stato fatto non può diventare non fatto”)

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Il primo autore a testimoniarci questo motto, che gode tuttora di una certa notorietà, è Plauto (Aulularia, 741, cf anche Truculentus, 730), ma esso fu – anche grazie al gioco etimologico che ne sta alla base – diffuso nella latinità, e ripreso da vari autori, da Terenzio (Phormio, 1034), a Orazio (Carm. 3,29,45 s.), a Plinio (Panegirico, 40,3), a Stazio (Silvae, 4, praef.), a Gellio (6,3,42), che riporta qui una critica di Tullio Tirone (l’amico di Cicerone) a Catone.

Variazione sul tema è il Praeterita mutare non possumus «non possiamo cambiare il passato» ciceroniano (In Pisonem, 25,59), che assunse anch’esso una valenza proverbiale: l’immutabilità di ciò che è stato fatto si ha anche altrove, ad es. in Quintiliano (7,4,25), in Livio (30,30,7) e in Seneca (De ira, 1,19,7).

Vanno poi collegate al nostro motivo le locuzioni Actum est «è fatta», la quale indica che le cose non possono più essere mutate ed è spesso usata nel teatro (si vedano Plauto, Trinummus, 308, Rudens, 683, Terenzio, Andria, 465, Adelphoe, 324 s., Eunuchus, 54 s.; 717, Heautontimoroumenos, 256; 584) e in Cicerone (Epistulae ad familiares, 14,3,3, Ad Atticum, 5,15,1; 9,12,4; Pro Sexto Roscio, 52,150), e Rem actam agere «fare una cosa già fatta», che designa un’azione palesemente stolta (Plauto, Pseudolus, 260, Terenzio, Phormio, 419, Adelphoe, 232, Cicerone, De amicitia, 22,85).

Molti sono i precedenti greci, tra cui spicca il teognideo τὰ μὲν προβέβηκεν, ἀμήχανόν ἐστι γενέσθαι / ἀεργά «ciò che è passato, è impossibile che diventi non fatto» (vv. 583 s.), una massima che prelude all’invito a occuparsi non del passato, ma del futuro; simili sentenze si hanno poi in Simonide (fr. 98), Pindaro (Olimpiche, 2,16 ss.), in cui neppure il tempo, padre di tutto, può trasformare in «non fatto» ciò che è stato fatto, Sofocle (Aiace, 377 s.), Agatone (fr. 5: il testimone è un passo aristotelico [Etica nicomachea, 6,2, 1137b 6-11], in cui il motivo è ulteriormente sviluppato), in Plutarco (Consolatio ad Apollonium, 115a) e infine nello Pseudo-Focilide (56).

Anche l’Actum est trova un puntuale precedente nel drammatico πέπρακται con cui nell’Ippolito euripideo (v. 778) è annunciata l’impiccagione della regina Fedra.

Numerosi anche i proverbi moderni che riprendono questo topos, come i nostri Il fatto non si può disfare (che ha corrispettivi in tutte le lingue eropee, cf Arthaber A., «Dizionario comparato di proverbi e modi proverbiali», Milano 1927, 497), Quel che è fatto è fatto e Cosa fatta capo ha, e lo spagnolo A lo hecho, pecho, che significa: «se è andata male, rassegnamoci!».

Frase fatta capo ha/1 – «Cosa fatta, capo ha»

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«Cosa fatta, capo ha»: si usa quando si vuol tagliar corto in una discussione o per indicare che una decisione, buona o cattiva, è sempre meglio d’un lungo e logorante temporeggiamento, poiché una cosa, una volta fatta, si impone, non può essere annullata, raggiunge l’effetto per il quale è compiuta.

L’origine di questo modo di dire risale al Medioevo e precisamente a un fatto di sangue che fece scalpore nella Firenze del Duecento. Così importante e ricordato da sancire, in modo convenzionale, la data di inizio di una guerra che segnò l’Italia medievale: quella tra i guelfi e i ghibellini.

Nel 1215 il podestà Corrado Orlandi aveva organizzato una festa nel suo castello di Campi Bisenzio per celebrare il passaggio in società di Mazzingo dei Mazzinghi, un giovane che con la maggiore età diventava un cavaliere. Come era consuetudine, erano state invitate tutte le famiglie più importanti di Firenze.

Durante il ricco banchetto, un giullare fece sparire per scherzo un piatto ricolmo di carni sotto il naso di Uberto degli Infangati, che era seduto vicino al suo amico Buondelmonte. Uberto non accettò la burla e si lamentò ad alta voce con gli altri commensali. Un terzo convitato, Oddo de’ Fifanti, abituale protagonista di risse, accusò a sua volta Uberto di aver fatto sparire quel piatto succulento. Lo fece con particolare insolenza, spalleggiato da altri invitati. Uberto replicò insultando a sua volta Oddo, che rispose lanciando un tagliere ricolmo di carni in faccia all’avversario. Si scatenò una rissa, che fu domata a stento dal padrone di casa. Poco dopo, finito il banchetto, mentre si sparecchiava, quando tutto sembrava finito, accadde il fattaccio: Buondelmonte aggredì Oddo a tradimento e lo ferì con un coltello. La lite fu bloccata. Ma non finì lì.

Con il sangue di mezzo, non si trattava più di una rissa. Le usanze del tempo prevedevano che si dovesse tutelare prima di tutto l’onore dei contendenti. Per evitare guai peggiori, serviva una ricomposizione pubblica e formale. Nella chiesa di Santa Maria sopra Porta venne convocato d’urgenza un consiglio di alcune famiglie legate da vincoli di sangue e di interesse: Fifanti, Gangalandi, Uberti, Lamberti e Amidei. Trovarono una soluzione riproposta spesso nelle liti tra le famiglie illustri: fu deciso che la questione si sarebbe potuta risolvere soltanto con un matrimonio riparatore. Così, fu proposto a Buondelmonte di sposare una ragazza di cui nessuna cronaca ci ha tramandato il nome: era la nipote di Oddo de’ Fifanti, figlia di una sua sorella e di Lambertuccio degli Amidei.

La proposta fu accolta. Venne stipulato anche un contratto da un notaio che prevedeva una forte penale in caso di mancata celebrazione del matrimonio. Sembrava quindi che il conflitto tra i maggiorenti fiorentini fosse appianato.

Ma Gualdrada Donati, che voleva a tutti i costi Buondelmonte come genero, accusò il giovane di aver paura dei potenti Fifanti e dei loro tanti amici. Ironizzò anche sull’aspetto fisico della giovane Amidei. E propose al ragazzo di sposare sua figlia. D’accordo con il marito, si offrì anche di pagare la penale prevista insieme alla ricca dote della fanciulla.

Così Buondelmonte cambiò volentieri idea. Ma lo fece tardi e male. In spregio alla forma e in modo plateale. Il giorno delle nozze non si presentò al matrimonio. La promessa sposa, i parenti e i tanti invitati lo aspettarono invano nella chiesa di Santo Stefano. La sorpresa diventò irritazione e poi sconcerto. E la rabbia si trasformò presto in furore e voglia di vendetta. Anche perché, quello stesso giorno, il 10 febbraio 1216, alcuni testimoni videro passare l’incauto e sfrontato giovanotto lungo le vie adiacenti alla chiesa, dove la famiglia Amidei aveva molte case di proprietà: Buondelmonte andava a giurare amore eterno a un’altra ragazza fiorentina, figlia di madonna Gualdrada e di Forese Donati il Vecchio.

Lo scandalo fu enorme. A Firenze non si parlava d’altro. L’insulto pubblico del matrimonio saltato all’ultimo momento, senza scuse, chiarimenti o spiegazioni, non poteva essere dimenticato.

In un conciliabolo gli Amidei discussero di come vendicarsi di questa ingiuria, senza che nessuno osasse sostenere la decisione di uccidere l’offensore (erano tutti d’accordo infatti nel dare una lezione esemplare a Buondelmonte: alcuni proponevano di bastonarlo, altri di umiliarlo in pubblico, altri di sfregiarlo in modo permanente). Mosca dei Lamberti tagliò ogni discussione con quella frase che diventò una sentenza: “Cosa fatta, capo ha”. Buondelmonte doveva morire:

«E benché alcuni discorressero i mali che da quella cosa dovessero seguire, il Mosca Lamberti disse, che chi pensava assai cose, non ne concludeva mai alcuna, dicendo quella trita e nota sentenza: “Cosa fatta, capo ha”», nel senso che una risoluzione per quanto drastica era sempre meglio di una paralizzante immobilità nell’indecisione.

Come teatro dell’imboscata venne scelto Ponte Vecchio, luogo simbolo della città. L’omicidio avvenne la mattina di Pasqua, proprio il giorno nel quale Buondelmonte aveva fissato le nuove nozze con la bella figlia di Forese Donati.

Il giovane stava andando in chiesa a cavallo, vestito di bianco e con una corona di fiori sulla testa. Una bastonata dell’Uberti lo disarcionò. Amidei e Mosca lo pugnalarono. E Fifanti, come colpo finale, gli tagliò le vene quando già agonizzava.

Il fatto, uno di quelli che si radicano nella fantasia popolare come nella tradizione dotta, è ricordato da Dante Alighieri che giudica severamente Mosca Lamberti accusandolo con la sua sentenza di aver dato l’avvio alla vendetta degli Amidei che causarono tra i cittadini partigiani dei Buondelmonti e quelli sostenitori degli Amidei, una divisione dalla quale si sviluppò quella tra Guelfi e Ghibellini.

Nell’Inferno dantesco Mosca Lamberti appare nella bolgia dei seminatori di discordia, con le mani mutilate, tenute in alto:

«E un ch’avea l’una e l’altra man mozza
levando i moncherin per l’aura fosca,
sì che ’l sangue facea la faccia sozza,
gridò: “Ricodera’ti anche del Mosca,
che dissi, lasso!, ‘Capo ha cosa fatta’,
che fu ’l mal seme per la gente tosca”».
(Inferno, Canto XXXI, vv. 106-111).

Villani precisa: «E questa morte di messere Bondelmonte fu la cagione e cominciamento delle maledette parti guelfe e ghibelline in Firenze».

C’è da ricordare che l’espressione “Cosa fatta, capo ha” ha un suo corrispondente nella sentenza latina “Factum… fieri infectum non potest” (Ciò che è stato fatto non può diventare non fatto).