Festività francescane/1 – Santissimo Nome di Gesù – 3 gennaio

Nome di Gesù

Il culto liturgico del Nome di Gesù

Il SS. Nome di Gesù, fu sempre onorato e venerato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma solo nel XIV secolo cominciò ad avere culto liturgico.

Durante il Medioevo la devozione per il Nome di Gesù è ben presente in alcuni Santi, fra cui Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) e in san Francesco d’Assisi (1181-1226). Fu poi praticata in tutto il Senese, pochi decenni prima della predicazione di Bernardino da Siena (1380-1444), dai Gesuati (una fraternità laica dedita all’assistenza degli infermi, fondata nel 1360 dal senese beato Giovanni Colombini[1304-1367]), i quali erano chiamati così per il loro frequente ripetere il nome di Gesù.

L’elaborazione, però, di una liturgia associata al Nome di Gesù è conseguenza della predicazione di san Bernardino da Siena, il quale focalizzò sul Nome di Gesù il suo sforzo di rinnovare la Chiesa, sottolineando la centralità della persona di Gesù Cristo: “Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa”, spiegando che, mentre la croce evocava la Passione di Cristo, il suo Nome rammentava ogni aspetto della sua vita: la povertà del presepio, la modesta bottega di falegname, la penitenza nel deserto, i miracoli della carità divina, la sofferenza sul Calvario, il trionfo della Resurrezione e dell’Ascensione. Nella sottomissione al Nome di Gesù Bernardino risolveva i problemi concreti e attuali della vita pratica e sociale: gli odi politici, l’etica familiare, i doveri dei mercanti, la maldicenza, ecc.

San Bernardino da Siena fu appoggiato e continuato da altri confratelli, soprattutto dai beati Alberto da Sarteano (1385-1450) e Bernardino da Feltre (1439-1494).

La Chiesa, raccogliendo i frutti della predicazione di questo figlio di san Francesco d’Assisi, prima, nel 1530 con papa Clemente VII, autorizzò l’Ordine Francescano a celebrare la festa odierna, poi, nel 1721 con papa Innocenzo XIII, la estese alla Chiesa universale di rito latino.

Il giorno di celebrazione variò tra le prime domeniche di gennaio, per attestarsi al 2 gennaio fino agli anni Settanta del Novecento, quando fu soppressa. Papa San Giovanni Paolo II, nel 2002, ha ripristinato al 3 gennaio la memoria facoltativa nel Calendario Romano.

trigramma

Il trigramma di san Bernardino da Siena

Affinché la sua predicazione non fosse dimenticata facilmente, Bernardino con profondo intuito psicologico inventò uno stemma dai colori vivaci, con cui rappresentare il Nome di Gesù: il trigramma; stemma che veniva posto in tutti i locali pubblici e privati, sostituendo blasoni e stemmi delle varie Famiglie e Corporazioni spesso in lotta fra loro.

Il trigramma, disegnato da Bernardino stesso (per questo è considerato patrono dei pubblicitari), consiste in un sole raggiante in campo azzurro, sopra vi sono le lettere IHS che sono le prime tre del nome Gesù in greco ΙΗΣΟΥΣ (Iesûs), (ma si sono date anche altre spiegazioni, come l’abbreviazione di “In Hoc Signo [vinces]”, il motto costantiniano, oppure di “Iesus Hominum Salvator”).

Ad ogni elemento del simbolo, Bernardino applicò un significato. Il sole centrale è chiara allusione a Cristo che dà la vita come fa il sole, e suggerisce l’idea dell’irradiarsi della Carità.

Il calore del sole è diffuso dai raggi, ed ecco allora i dodici raggi serpeggianti come i dodici Apostoli e poi da otto raggi diretti che rappresentano le beatitudini, la fascia che circonda il sole rappresenta la felicità dei beati che non ha termine, il celeste dello sfondo è simbolo della fede, l’oro dell’amore.

Il significato mistico dei raggi serpeggianti era espresso in una litania: 1° rifugio dei penitenti; 2° vessillo dei combattenti; 3° rimedio degli infermi; 4° conforto dei sofferenti; 5° onore dei credenti; 6° gioia dei predicanti; 7° merito degli operanti; 8° aiuto dei deficienti; 9° sospiro dei meditanti; 10° suffragio degli oranti; 11° gusto dei contemplanti; 12° gloria dei trionfanti.

Bernardino allungò anche l’asta sinistra dell’H, tagliandola in alto per farne una croce, in alcuni casi la croce è poggiata sulla linea mediana dell’H.

Tutto il simbolo è circondato da una cerchia esterna con le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi di san Paolo: “Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10).

Origine e diffusione del trigramma di San Bernardino

Il primo biografo di san Bernardino, Barnabò da Siena, tramanda il racconto di come per la prima volta il famoso simbolo è stato rappresentato per volontà del Santo da un artigiano… tal Valesio di Bologna.

Questi si era recato in lacrime da San Bernardino per esser caduto in disgrazia economica, poiché gli strumenti da gioco come dadi, scacchiere e tarocchi, che egli realizzava, finivano inesorabilmente sul rogo che i bolognesi appiccavano nelle piazze, mossi dalla grande ondata di spiritualità dello stesso S. Bernardino. A quel punto, il Santo, preso un cartoncino, vi disegnò sopra il trigramma “IHS” entro un sole in campo azzurro, consigliando di riprodurre tale emblema a Valesio, che da quel giorno stesso iniziò una florida ripresa economica.

Il trigramma bernardiniano del nome di Gesù, divenne un emblema celebre e diffuso in ogni luogo, non solo in Italia, ma anche in Europa. Sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena campeggia enorme e solenne, opera dell’orafo senese Tuccio di Sano e di suo figlio Pietro, ma lo si ritrova in ogni posto dove Bernardino e i suoi discepoli abbiano predicato o soggiornato. La stessa Giovanna D’Arco (1412-1431) lo ricamò sul suo stendardo.

Si può ritrovare, oltre che sulle facciate delle chiese e dei palazzi, sulle tegole e sulle pianelle, sulle vesti da neonato, sui documenti ufficiali e sulle ceramiche come decorazione, per lunghissimo tempo fin quasi alla soglia del XIX Sec.

Ortodossia del trigramma bernardiniano

Tanta popolarità e successo portò tuttavia la stessa Chiesa a riflettere su un possibile caso di fanatismo religioso, che poteva condurre ad una nuova dottrina, al punto che San Bernardino per questo, dovette subire ben tre processi per eresia: nel 1426 con Martino V, nel 1431 con Eugenio IV e nel 1438 al Concilio di Basilea.

Fu pienamente assolto a causa delle sue profonde radici nel Nuovo Testamento e grazie all’appassionata difesa da parte di san Giovanni da Capestrano (1386-1456) e riprese con ancor più vigore di prima la predicazione errante per le città. Successivamente, quasi come riabilitazione, gli vennero offerti i tre vescovadi di Siena, Ferrara ed Urbino, che per altro… rifiutò, continuando la sua missione ascetica di predicazione ed umiltà francescana.

Il Trigramma di San Bernardino entrò ufficialmente a far parte della liturgia ecclesiastica con Papa Clemente VII nel 1530.

La Compagnia di Gesù (i Gesuiti), diventò sostenitrice del culto e della dottrina, prendendo il trigramma bernardiniano come suo emblema e dedicando al Santissimo Nome di Gesù le sue più belle e grandi chiese, edificate in tutto il mondo. Fra tutte si ricorda, la “Chiesa del Gesù” a Roma, la maggiore e più insigne chiesa dei Gesuiti: vi è nella volta il “Trionfo del Nome di Gesù”, affresco del 1679, opera del genovese Giovanni Battista Gaulli detto “il Baciccia” (1639-1709), dove centinaia di figure si muovono in uno spazio chiaro con veloce impeto, attratte dal centrale Nome di Gesù.

Fondamento neotestamentario della devozione al Nome di Gesù

La venerazione del Nome di Gesù affonda le sue radici nel Nuovo Testamento. Leggiamo nel Vangelo secondo Matteo:

«Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. […] Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù» (1,18-21; 24-25).

L’angelo non solo indicò il nome, ma ne diede anche la spiegazione: «egli salverà il suo popolo». Il nome che il Padre dà al suo Figlio fatto uomo, Verbo incarnato, dice molto bene l’essenza della sua missione: egli è il nostro Salvatore.

Dopo la sua morte e risurrezione a questo nome se ne aggiunse un altro: Cristo, che vuol dire l’unto, l’inviato dal Padre.

Chi ha celebrato in maniera insuperabile il Nome di Gesù è stato san Paolo nella “Lettera ai Filippesi”:

«Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (2,6-11).

Per noi cristiani chiamare Gesù per nome vuol dire stabilire con Lui un rapporto personale profondo. Riconoscendolo come Salvatore, rinnoviamo l’impegno battesimale di seguirlo con tutto il cuore e per tutta la vita in modo che ognuno di noi possa dirgli ogni giorno: «Gesù, non c’è persona alcuna o cosa al mondo che io ami più di te».

Quest’amore incondizionato al Salvatore ci rende poi capaci di dilatare il nostro cuore su ogni prossimo e anche noi, come Gesù, passeremo nel mondo facendo del bene a tutti, anche a chi ci avesse fatto soffrire.

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