Femminicidio 2 – Il femminicida è un uomo sbagliato

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Le donne spiegano i femminicidi come una questione di possesso: l’uomo vuole la sua donna come una schiava, priva di volontà. L’unica volontà che conta è quella di lui, e se lei si ribella e cerca la propria libertà, lui l’ammazza. Sì, c’è questo impulso nel femminicida, ma sotto c’è molto di più, e può essere utile che un uomo entri nella discussione esponendo il punto di vista maschile. Il femminicidio non è opera di un marito sbagliato, o di un compagno sbagliato, o di un fidanzato sbagliato, ma di un uomo sbagliato.

Un uomo che non capisce cosa vuol dire vivere insieme, stare insieme. Mettersi insieme, sposandosi o semplicemente convivendo (benché siano due cose diverse, la prima è un’unione definitiva, la seconda è un’unione con riserva), non vuol dire che l’uomo deve andar d’accordo con la donna e accettarla così com’è. Dopo qualche mese di matrimonio o di convivenza, tu scopri che lei non è lei, la sua cultura non è la tua cultura: se fosse così, fai un piccolo sforzo con lei (e lei fa un piccolo sforzo con te), e vivete in pace. Ma guardando un film, parlando di politica, facendo progetti, scopri che lei è figlia di un’altra famiglia, di un’altra cultura, di un’altra politica, ha altre idee per la testa… Lei “è” sua madre e suo padre e le sue amiche. Tu credevi di sposare lei, in realtà hai sposato il suo clan.

Per andar d’accordo con lei, per “accettare” lei, devi accettare il suo clan. E questo è interminabilmente difficile, perché anche tu sei prodotto da una storia, e per convivere devi modificarti. E quando confliggi con la tua moglie o compagna, devi mettere in conto che lei possa essere sbagliata, ma che anche tu possa essere sbagliato. E questa ammissione, sul tuo amor proprio, è una pugnalata.

Certo, reagire pugnalando è follia pura. Ma se uno cade in preda alla follia pura, e commette un omicidio, nessuno dica che è un raptus post-matrimoniale o postconvivenza.

No, il marito o il compagno che non riesce a cambiare, e per salvarsi dal cambiamento ricorre all’omicidio, il marito o compagno che pretende che la moglie o compagna cambi lei e si adatti a lui, era un fidanzato che pretendeva che la fidanzata si adattasse a lui. L’uomo che si sposa o che convive trova nella convivenza un equilibrio. La donna che lo pianta in asso gli spezza questo equilibrio. Lui cade nel precipizio. È da questo precipizio che si difende, uccidendola.

In realtà la vita è una continua richiesta di cambiamenti, a tutti, bambini ragazzi adulti e vecchi. Chi non sa cambiare non sa vivere. Convivere significa adattarsi.

Il proverbio “mi spezzo ma non mi piego” è una sciocchezza. Le donne di una volta, che restavano sposate 60-70 anni, alla domanda come facessero, rispondevano: “Tanta pazienza”. Ma soprattutto oggi si entra nella vita di relazione con un presupposto: la mia felicità è al di sopra di tutto. Una volta il presupposto era un altro: avrò dei figli, e i figli valgono più di me, sono un valore che mi supera.

A scatenare i femminicidi interviene anche un altro fattore. Quando lei se ne va con un altro, lui non solo si sente scalzato dal suo equilibrio, ma si sente anche umiliato, perché nell’abbandono sente un disprezzo. E un disprezzo “totale”. Perché l’uomo che viene scartato ha condiviso con quella donna la totalità del proprio essere, confidenze confessioni segreti sesso, e vedendosi sostituito si sente svalutato nella sua totalità. Una simile scoperta è una martellata sul cranio. Lui sragiona. Delira.

L’uomo che in questa settimana ha strangolato la sua donna e poi se la portava in giro in auto, morta, io credo che fosse in questo stadio di sragionamento.

L’uomo colpito nella sua virilità si sente vittima di un torto, e se si vendica sente la sua vendetta come giusta. Se la giustizia giudica diversamente e lo condanna, si sente vittima di una doppia ingiustizia. Sono uomini costruiti male. Ma non si venga a dire che questo difetto di costruzione vien fuori solo dopo il matrimonio o la convivenza, e non prima. In realtà prima di essere compagni violenti erano figli violenti, violenti a casa, a scuola e nel lavoro.

La coppia è una piccola società, e questi violenti sono dei disadattati sociali. Se falliscono nella convivenza è difficile che riescano nel lavoro. Una raddrizzata è nel loro interesse. Prima viene, meglio è.

Ferdinando Camon, «Il femminicida è un uomo sbagliato. C’è più del “possesso” in un marito che uccide», in “Avvenire”, domenica 6 agosto 2017, p. 3.

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Femminicidio 1 – La rabbia uccide

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In Italia ogni tre giorni nel 2016 una donna è stata uccisa dal marito, o dal compagno, o dall’ex convivente. 120 donne assassinate. A volte erano madri, altre volte giovanissime. Come le ultime due che hanno allungato il tragico elenco nel 2017: Alba Chiara, trentina, 21 anni, e Nadia, di Dignano, in Friuli, 22 anni. Due ragazze, gli ultimi nomi della terribile catena che prosegue con un ritmo analogo anche quest’anno. Pressoché inalterata. A guardare le statistiche infatti la sorpresa è che da anni il bilancio delle mogli o fidanzate uccise è sostanzialmente stabile: secondo l’Istat, 136 nel 2014, 128 nel 2015. Una tragica “media”. Perché allora la percezione comune è che questi reati siano aumentati?

Perché negli ultimi vent’anni gli omicidi di uomini, compiuti soprattutto dalla criminalità organizzata, sono notevolmente diminuiti: dai 1916 del 1991 sono passati ai 468 del 2014. Quindi i femminicidi, che negli anni 90 erano un decimo degli omicidi totali, oggi ne costituiscono circa un terzo. In un caso su tre di morte violenta, la vittima è una donna uccisa dall’uomo che ha accanto.

Che abbia a che fare, con questo atroce reiterarsi di crimini uguali nel giro di poche ore, anche lo spazio che i media danno a simili fatti? È possibile. Si sa che la notizia di un suicidio può creare emulazione. Non è da escludersi che il clamore con cui si raccontano i femminicidi ingeneri un fenomeno analogo, e forse fra giornalisti dovremmo rifletterne. Tuttavia, è chiaro che resta insoluto il nodo della questione: come è possibile una tale violenza all’interno della coppia, in tempi in cui, in teoria, è sempre più facile e veloce scegliersi, e lasciarsi.

Ma proprio qui sembra stare la prima contraddizione insita nel fenomeno. La maggior parte dei mariti e fidanzati e conviventi omicidi confessano che hanno ucciso perché “lei” voleva lasciarli. Andando a rileggere le storie di quelle coppie spesso si scopre che l’uomo era violento, picchiava e minacciava, e lei taceva e sopportava, a volte per amore, a volte per via dei figli. È quando la donna, alla fine, dice di no, che può scattare la violenza estrema. Spesso in colluttazioni brutali, in cui un coltello o un oggetto domestico diventano armi letali, e la vittima viene colpita ripetutamente, come dentro una rabbia incontenibile che esplode. Dunque, proprio nel tempo in cui è comunemente ritenuto normale avere più di una storia di amore e poi rapidamente lasciarsi, i numeri testimoniano che resta inalterata una percentuale di uomini che non tollerano l’abbandono, nella maniera più assoluta. E se fino ad ora gli assassini avevano più di trent’anni, ultimamente l’età media di chi uccide si sta abbassando. Non è un residuo del passato la violenza mortale sulle donne, e non c’entra nemmeno con l’immigrazione e le nuove culture: il 75 per cento di chi infierisce sulla propria donna è italiano.

Statistiche stabili, statistiche che raccontano di una ferocia costante. Pazzia? Chi conosceva quegli uomini li considerava, fino al giorno prima, del tutto normali. Un anno fa, dopo l’ultima raffica di donne uccise, chiedemmo a Eugenio Borgna, grande vecchio della psichiatria italiana e scrittore, se vedeva della pazzia in questa catena di sangue. Borgna disse di no. Disse, all’interno di una desertificazione dei valori, di una “reificazione” dell’altro e dell’altra, di un considerare la propria donna come una “cosa”. Di uomini che si sentono minacciati dall’abbandono, fino a distruggere l’oggetto che sfugge dalle loro mani: come fa un bambino con un giocattolo che si è rotto. Un istinto arcaico, aggiunse il professore, ma non ebbe timore a chiamarlo per nome, quell’istinto: «malvagità», pronunciò.

E certo, come oggi tutti concordano, occorre prevenire, mettere in allerta le donne contro i compagni possessivi e violenti, insegnare loro a chiedere aiuto agli amici, ai parenti, alle istituzioni. Tutto questo è necessario e indispensabile, ma tardivo.

Cosa si può fare contro la violenza che abita in noi, nel fondo di noi?

Ostinatamente, pazientemente educare i figli che oggi sono solo bambini ad accettare un no, un limite, una fine, a “rispettare” senza distruggere nella rabbia. E forse, anche, educare a non dipendere solo e soltanto, drammaticamente, da un amore, fosse anche il più grande, perché se quello viene meno si può crollare come un castello di carte. Nella certezza e nella memoria di un Dio che ci ama sta anche la sorgente di un equilibrio profondo; di un bene grande che, comunque vada nei tempi degli amori effimeri e dei divorzi veloci, nessuno ci può togliere. Di un bene che non ci abbandona, e non ci lascia distrutti, annientati, rabbiosi.

Marina Corradi, «La rabbia uccide. Peso dei femminicidi, cause, antidoti», in “Avvenire”, giovedì 3 agosto 2017, pp.1-2.