Economia 14 – Carige e Mps alla resa dei conti

++ Carige: Moody's taglia rating, teme default ++

Il 2018 è stato difficile per quasi tutta Piazza Affari, ma le perdite accumulate in Borsa dal settore bancario la dicono lunga su quanto abbia pesato l’innalzamento dello spread negli ultimi sei mesi

Nel 2018 l’azione di Intesa Sanpaolo ha perso il 31% del suo valore, quella di Unicredit il 37%. È vero che l’anno appena trascorso è stato difficile per quasi tutta Piazza Affari, ma il rosso di un terzo della capitalizzazione delle due maggiori banche italiane la dice lunga su quanto abbia pesato sulla pessima performance la vicenda dell’innalzamento dello spread negli ultimi sei mesi, tant’è vero che da giugno a dicembre l’azione dell’istituto guidato da Carlo Messina ha lasciato sul terreno il 20% e il 28% quello al cui timone c’è Jean Pierre Mustier.

Le grandi banche italiane possono consolarsi, si fa per dire, perché sono in buona compagnia nel disastroso 2018 che ha visto i maggiori istituti di credito europei perdere in Borsa in media il 25% del loro valore, bruciando 380 miliardi di dollari di controvalore dei loro azionisti con la maglia nera conquistata dalla tedesca Deutsche Bank, il cui titolo nello scorso anno è crollato del 52%.

Se è vero che Intesa e Unicredit hanno continuato a macinare utili, il 2019 del sistema bancario italiano si apre tuttavia all’insegna di molte incognite, di cui due – spread a parte – riguardano i destini di istituti di credito di medie dimensioni, ma importanti per le rispettive regioni di riferimento, Carige e Monte dei Paschi di Siena. La banca ligure, il cui titolo lo scorso anno ha perso oltre l’80% del suo valore, è di nuovo in stallo perché la famiglia Malacalza proprietaria di quasi il 28% e che ha insediato alla presidenza Pietro Modiano e Fabio Innocenzi quale amministratore delegato, s’è rifiuta di varare l’ennesimo aumento di capitale. Una “botta” da 400 milioni di euro che equivale all’incirca all’attuale investimento dei Malacalza nell’istituto ligure e che giunge a ridosso dell’intervento di salvataggio di quasi 320 milioni varato dal Fondo Interbancario. Inutile dire che a dispetto di quanti pensavano si dovesse rinviare il matrimonio con una banca più forte – chiesto espressamente dalla Bce – questo è diventato quanto mai urgente. Ma chi si accollerà il disastro di Carige?

Parimenti a Siena la situazione non è rosea, perché l’azione Mps nel 2018 ha perso oltre il 60% del suo valore. Lo Stato è diventato il padrone dell’istituto di credito con oltre il 68% e non può certamente essere contento di come sta andando il suo investimento, anche se la banca guidata da Marco Morelli ha archiviato i primi nove mesi dell’anno con un risultato netto di 379 milioni di euro che si confronta con una perdita di 3 miliardi nell’analogo periodo dello scorso anno e pur a fronte di ricavi pari a 2,5 miliardi (in calo del 21,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) i volumi della raccolta sono risultati stabili rispetto a fine 2017 a 193,3 miliardi ma in calo di 2,6 miliardi rispetto al 30 giugno 2018 per il decremento della raccolta diretta. Non è ipotizzabile che Mps resti ancora a lungo una banca di Stato e quindi anche in tal caso si pone con urgenza il problema di una aggregazione che abbia una valenza industriale.

E proprio come per Carige due sono gli istituti italiani candidati da molti ad entrare in queste partite, Banco BPM e Ubi Banca. Le due ex banche popolari trasformate in società per azioni, guidate rispettivamente da Giuseppe Castagna e Victor Massiah, sono anch’esse tuttavia reduci da un 2018 difficile con i titoli in caduta del 24% e del 32%.

Ma l’anno che si apre sarà importante anche per la più grande banca italiana che dovrà rinnovare i vertici. È in scadenza, infatti, il mandato di Gian Maria Gros Pietro alla presidenza di Intesa Sanpaolo e l’amministratore delegato Carlo Messina vorrebbe riconfermarlo con l’appoggio dei grandi azionisti. Non è però escluso che da qui a primavera spuntino outsider come l’attuale vicepresidente Paolo Andrea Colombo o il consigliere Giovanni Gorno Tempini, meno in sintonia col capoazienda.

Andrea Giacobino, «Carige e Mps alla resa dei conti. La banca ligure fallisce l’ultima ricapitalizzazione. Siena in utile, ma lo Stato non può restare a lungo. Il 2019 si apre con l’attesa di un cavaliere bianco per i due istituti. Banco-Bpm e Ubi possibili candidati», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 17.

Unimpresa: prestiti giù di 3 miliardi al mese

Credito a ritmo ridotto anche nel 2018. Il dato emerge dal rapporto mensile di Unimpresa, secondo cui lo stock di impieghi al settore privato è diminuito di oltre 38 miliardi di euro, passando da 1.360 miliardi a 1.322 miliardi: in media oltre 3 miliardi al mese tagliati ad aziende e famiglie.

In particolare, i crediti alle imprese italiane sono calati di 40 miliardi (4,89%) nonostante l’aumento di 3 miliardi dei finanziamenti a medio termine. A pesare è la diminuzione di 22 miliardi dei finanziamenti a breve e di 20 miliardi di quelli di lungo periodo. In aumento di 1,5 miliardi, invece, i prestiti alle famiglie, spinti dal credito al consumo (+7,1 miliardi) e dai mutui (+4,9 miliardi), comparti che hanno compensato il pesante calo registrato sul fronte dei prestiti personali (10,5 miliardi).

Migliora il dato sulle sofferenze. Tra ottobre 2017 e ottobre 2018, le rate non pagate sono calate e nell’ultimo anno si è registrata una diminuzione di oltre 53 miliardi (30,62%) da 173 miliardi a 120 miliardi.

«Siamo preoccupati: dopo il Quantitative easing, vediamo solo il buio. La situazione in banca, per le imprese italiane –, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci – potrebbe peggiorare ulteriormente, da gennaio, quando termineranno le misure straordinarie della Bce. E poi ci sono le misure fiscali inserite nella legge di bilancio dal governo, contro gli stessi istituti bancari, che possono contribuire a creare problemi al motore del credito».

Numeri di un anno difficile per il credito

30%
La perdita registrata nel 2018 dall’indice Ftse Italian Banks
40miliardi
La capitalizzazione di Borsa virtualmente bruciata dalle banche
400milioni
L’aumento di capitale non approvato dai soci di Banca Carige
22 punti base
Il costo sul coefficiente Cet1 dello spread sopra quota 300

Da “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 17.

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Economia 13 – Non tutte le startup sanno stare in piedi: TechCrunch stila la classifica dei dieci fallimenti più clamorosi negli Usa

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Anche le società più promettenti possono deludere. Il sito TechCrunch ha infatti compilato la classifica delle dieci startup Usa più finanziate che hanno chiuso i battenti quest’anno, dimostrando che la loro promessa di crescita ha certamente attratto investimenti ingenti – complessivamente 1,7 miliardi di dollari – ma che questo non ha impedito il loro tracollo.

Jawbone, uno dei pionieri dei dispositivi indossabili – mercato che ha cercato invano di dominare e che, comunque, è in declino – ha, ad esempio, intrapreso la liquidazione a luglio dopo che, dalla sua nascita alla fine degli anni novanta, ha raccolto complessivamente 951 milioni di dollari.

Stessa sorte ha colpito, a maggio, la startup Quixey che, cercando di creare un’assistente digitale per le app – purtroppo allo stesso momento di Apple e Google – ha ottenuto finanziamenti di quasi 165 milioni. Così come Auctionata che ha avuto 96 milioni di dollari per trasmettere dal vivo aste di oggetti d’arte per poi accettare la fusione con la concorrente Paddle8.

Di per sè, tale realtà non stupisce; ogni mese, negli Stati Uniti, oltre mezzo milione di persone intraprende un’attività in proprio. Sono numeri enormi destinati a un’auto-riduzione naturale, anche se meno pronunciata del dato che circola e che quantifica tale selezione nel «fallimento di nove startup su dieci». In realtà, la società di investimento Cambridge Associates dopo aver analizzato gli investimenti iniziali in oltre 27 mila nuove imprese tra il 1990 e il 2010 ha rivelato come, dal 2001, i “fallimenti” – definiti come un ritorno economico negativo – non siano mai andati oltre al 60%. L’ammonimento, per i finanziatori, però è chiaro.

Tra gli investitori colpiti ci sono nomi noti. È stato il caso del sito di compravendita di auto usate Beepi che ha raccolto 149 milioni di dollari vendendo agli investitori un ottimo prodotto e servizio clienti. Purtroppo neppure Sherpa Capital, Redpoint, Yuri Milner e Comerica potevano prevedere che la gestione aziendale lasciasse a desiderare. O che passare da lavoratori a contratto a impiegati assunti potesse far perdere identità e affari alla società di servizi di assitenza domiciliare HomeHero dopo l’iniezione di 23 milioni di capitali.

È vero che il boom della tecnologia – e, di conseguenza, delle start up del settore – ha prodotto una “bolla” che non è scoppiata. Dal punto di vista dei capitalisti di ventura – secondo la rivista Fortune che pubblica una rubrica specifica sulle startup – il flusso di finanziamenti continua in quanto ci sarebbe troppa liquidità e troppi pochi obiettivi d’investimento. Questo spiegherebbe come 73 milioni e mezzo di dollari siano stati versati nel social network Yik Yak – che in soli due anni di vita ha raggiunto nel 2014 la valutazione di 400 milioni di dollari – sebbene la promessa dell’anonimato offerta agli utenti avrebbe potuto far prevedere il problema del bullismo che ha fatto poi crollare la società. E i 118 milioni e mezzo di dollari investiti, tra gli altri, da Google Ventures e dalla Campbell in Juicero e nelle sue macchinette da 400 dollari per ottenere succhi di frutta e verdura utilizzando sacchetti pre-dosati invece del prodotto fresco.

Loretta Bricchi Lee, «Non tutte le startup sanno stare in piedi. TechCrunch stila la classifica dei dieci fallimenti più clamorosi negli Usa», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 15.

Economia 12 – Per una macroeconomia civile. Il “di più” ora necessario

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La macroeconomia giapponese è come il Paese delle Meraviglie di Alice, un mondo alla rovescia che però sembra funzionare. L’Abenomics ha perseguito la via dell’iperespansione monetaria, senza preoccuparsi della crescita del debito pubblico acquistato dagli stessi giapponesi e Banca centrale nipponica, per finanziare investimenti pubblici. Nel suo discorso di fine anno il governatore Kuroda ha snocciolato dati positivi ricordando che da 50 mesi l’economia cresce (anche se a ritmi molto bassi), la disoccupazione è al 2,7%, il debito pubblico è a livelli stratosferici (248% del Pil) ma l’inflazione resta rasoterra allo 0,6%.

Se della microeconomia civile sappiamo ormai tutto il dibattito sulla macroeconomia civile è assolutamente aperto e il mondo alla rovescia giapponese è un’occasione per fare qualche riflessione in materia, utile per l’anno e il tempo politico nuovi che si stanno aprendo davanti a noi.

La microeconomia civile, supportata dal consenso degli studi di frontiera in materia, non ha ormai dubbi nell’affermare che generatività e bene comune possono essere perseguiti superando visioni riduzioniste di persona, impresa e valore. Passando dalla razionalità inferiore dell’homo oeconomicus, miopemente autointeressato e incapace di risolvere i dilemmi sociali a quella superiore dell’uomo cooperativo che produce capitale sociale e sa costruire squadre che generano superadditività (dove uno più uno fa tre). Dall’impresa massimizzatrice di profitto a quella responsabile e creatrice di valore condiviso che guarda all’impatto sociale oltre che al profitto. Dal Pil al benessere multidimensionale.

La macroeconomia civile dovrebbe essere quella che individua le combinazioni migliori di politica fiscale, monetaria e tasso di cambio per perseguire benessere multidimensionale, ma soprattutto dignità del lavoro e occupazione stabile.

Se confrontiamo la via giapponese con la nostra gli approcci sono però completamente diversi, proprio come le opinioni degli esperti, assolutamente divisi su come raggiungere l’obiettivo. L’unico dato parzialmente acquisito è quello della convenienza dell’espansione monetaria, quel quantitative easing che ha salvato l’Europa – per il quale ci siamo battuti con l’appello lanciato su “Avvenire” e condiviso da centinaia e centinaia di economisti – e che oggi accomuna Giappone, Unione Europea e Stati Uniti (anche se negli ultimi due casi le Banche centrali hanno iniziato a togliere il piede dall’acceleratore).

Sul fronte fiscale invece l’approccio europeo del Fiscal Compact è radicalmente opposto perché teso all’obiettivo della riduzione progressiva del rapporto debito/Pil. La disoccupazione media europea è significativamente più elevata, attorno all’8% (e fino al 18% se aggiungiamo scoraggiati e sotto-occupati), la divergenza tra i Paesi membri è un problema, e gli investimenti pubblici sono al di sotto del livello necessario per uno stimolo robusto all’economia.

Gli Stati Uniti sono un po’ a metà strada tra noi e il Giappone. Perseguono l’obiettivo della crescita e della riduzione della disoccupazione, con un focus esplicito sul secondo obiettivo della Banca centrale (che ha operato con successo per contribuire a ridurla al 4%) e con un’imponente riduzione delle tasse voluta dalla Casa Bianca che, nei prossimi vent’anni, farà venir meno nelle casse pubbliche 1.500 miliardi di dollari. Il che, di fatto, significa che l’obiettivo del contenimento della crescita del debito pubblico non è così importante essendo assai improbabile che le entrate fiscali per la maggiore crescita economica attesa compensino la gigantesca perdita iniziale per il fisco.

Una “novità” che accomuna tutti e tre gli approcci è che l’inflazione non sembra essere più un problema nell’economia globale e che dunque è possibile pigiare a fondo il pedale dell’espansione monetaria se necessario in momenti di difficoltà.

La riflessione che emerge dai tre quadri è che in Europa è possibile fare molto di più sul fronte delle politiche fiscali e degli investimenti in infrastrutture senza necessariamente compromettere le finanze pubbliche. Guardando ad esempio a politiche ad alto moltiplicatore (come quelle legate al rilancio degli investimenti privati e alle agevolazioni per la ristrutturazione edilizia sostenibile) e a investimenti in infrastrutture realizzati attraverso la finanza a progetto e i nuovi approcci delle obbligazioni a impatto sociale e le partnership pubblico-privato.

Non aspettiamo che una nuova crisi scuota di nuovo le fragili fondamenta dell’edificio europeo. È questo il momento di agire per una macroeconomia civile che riduca le ragioni del malcontento di vasti strati sociali in Italia e in Paesi membri dell’Eurozona. La macroeconomia non ha la bacchetta magica per risolvere alcuni problemi strutturali sul tappeto e la qualità del lavoro latita in tutti i Paesi ad alto reddito. Ma sicuramente essa può fare di più per alzare quella buona marea che consentirebbe di togliere dalla secca e rimettere in acqua molte più barche.

Leonardo Becchetti, «Per una macroeconomia civile. Il “di più” ora necessario», in “Avvenire”, giovedì 4 gennaio 2018, pp. 1-2.

Economia 11 – Arte e impresa – L’idea e il talento di madre e figlie per creare gioielli esportati in Usa

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Metti una mamma, designer del gioiello contemporaneo, e due figlie: la maggiore, grafica e comunicatrice, la più piccola, jewelry disegner come la madre, ma più pop. Falle lavorare insieme sull’argento purissimo – ricercando, sperimentando, osando – e infine aggiungi un bel po’ di colore. È in questo modo che è nato Aname, un nuovo brand di gioielli tutto al femminile che da Padova, sua città natale, è già approdato a New York, suscitando l’interesse delle più attente fashion victims con una collezione di originali anelli alfabetici.

La mamma in questione è l’artista marchigiana Alberta Vita, allieva di importanti maestri orafi come Francesco Pavan e Giampaolo Babetto, e a sua volta fondatrice, nel 1994, del marchio AVJ-Alberta Vita Jewels, con cui propone creazioni concettuali, fatte di pietre dure e di forme essenziali, molte volte esposte in gallerie d’arte europee e nordamericane.

Le eredi si chiamano Lucia e Chiara Ferraro, hanno 27 e 23 anni e, grazie al padre, americano, anche il doppio passaporto. “Ci siamo avvicinate all’arte del gioiello da bambine”, ricorda Lucia, responsabile della comunicazione e del marketing per Aname e per il marchio di Alberta: “Andavamo nella bottega di mamma e ci divertivamo a disegnare le collezioni e ad imparare da lei a lavorare il metallo”.

Il brand nasce quasi per caso, grazie a una cliente arrivata un giorno nello studio padovano di Alberta con una richiesta inaspettata: un anello con una iniziale. “Non avevamo mai fatto niente del genere e in un primo momento la sua richiesta ci aveva lasciato perplesse: poi, però, ha vinto l’idea di provarci e abbiamo così realizzato a mano la prima lettera. A questa ne sono seguite altre, e dopo quella prima cliente ne sono arrivate di nuove. Alla fine abbiamo creato una collezione con un alfabeto intero, tutto rigorosamente handmade, unisex e taglia unica, che abbiamo voluto chiamare Aname, cioè A-Name, che significa “Un nome”. La sorella Chiara, trasferitasi a New York per collaborare con Chris Habana (jewelry designer amatissimo da Madonna, Lady Gaga, Rihanna, giusto per fare qualche nome), si porta appresso le creazioni ideate con Lucia e Alberta e le arricchisce e le perfeziona con le influenze che le arrivano dalla city life, dalla moda, dall’arte, dallo street style, conquistando appassionati del bello e celebrities.

Al principio le “gioie” del team rosa Aname non erano, come oggi, in argento 925 – il più puro, il più facile da lavorare e il più sicuro contro il rischio allergie – ma in bronzo, metallo facilmente ossidabile. Inoltre, le si potevano trovare solo nei concept store. “Con il passaggio all’argento siamo arrivati nelle boutique e oggi i nostri gioielli sono accessori di lusso indossati da big come Jovanotti, Gianna Nannini, Levante, Nelly Furtado, Renzo Rosso. Di recente li abbiamo esposti anche a Le Bon Marchè Rive Gauche, uno dei più importanti ed esclusivi grandi magazzini di Parigi”. Lo scorso novembre Aname ha presentato la nuova collezione in argento, pietre, resine e altri materiali: al centro, per la prima volta, non ci sono le lettere ma la ricerca della massima pulizia delle forme e la possibilità di personalizzare ogni singolo pezzo.

Monica Zornetta, «Arte e impresa. L’idea e il talento di madre e figlie per creare gioielli esportati in Usa», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 19.

Economia 10 – Fare affari con il passaparola

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I membri italiani dell’organizzazione di economia collaborativa hanno avviato anche nel nostro Paese il progetto di solidarietà «Business Voices»

Tutto è iniziato in California nel 1985. Bni (Business Network International) nel giro di pochi anni sarebbe diventata la più grande organizzazione di scambio di referenze a livello mondiale. Lo stesso fondatore, Ivan Misner, è rimasto stupito dalla rapidità e dal successo di quello che era nato come un modo per aumentare il proprio volume d’affari. Misner, consulente d’azienda, attraversava, agli inizi degli anni ’80, un periodo di crisi nella propria attività. Aveva bisogno di nuovi clienti e nuovi contatti per aumentare il suo fatturato.

Da quella prima riunione è nato un meccanismo che da 32 anni contribuisce a incrementare il volume d’affari di professionisti e imprenditori che hanno deciso di iscriversi a Bni.

In Italia il primo incontro (Capitolo) si è svolto il 5 dicembre 2003 a Lainate, cittadina di 26 mila abitanti vicino a Milano. «Abbiamo iniziato raccogliendoci intorno a un tavolo in 25, tutti di personalità e professionalità diverse», racconta il direttore nazionale Paolo Mariola. Dopo una prima espansione in Lombardia, Piemonte e Liguria, Bni ha iniziato a svilupparsi anche in altre zone d’Italia (Veneto, Lazio, Campania, Calabria e Sicilia) raccogliendo al suo interno un numero sempre maggiore di membri.

Un successo che dimostra che anche gli imprenditori e i professionisti italiani hanno visto nel passaparola e nello scambio delle referenze strutturato e regolato un’opportunità per l’allargamento della propria sfera di contatti e l’incremento del proprio giro d’affari. E ora ci mettono anche il cuore.

Seguendo l’esempio delle altre nazioni dove Bni è presente, i membri italiani hanno infatti avviato anche nel nostro Paese il progetto di solidarietà denominato Business Voices, un movimento non profit orientato a realizzare progetti educativi e formativi dedicati al supporto di scuole e giovani, non tramite la donazione di denaro, ma mettendo a disposizione il talento, la disponibilità, la competenza e il tempo degli aderenti al movimento. In pratica i membri dei Capitoli si rendono disponibili per risolvere piccole e grandi cause dedicando la loro professionalità in vari ambiti.

Complessivamente, in un anno le iniziative di volontariato realizzate sono state una ventina e hanno riguardato diversi ambiti della educazione e formazione dei ragazzi (dalla decorazione con murales di una sala giochi all’orientamento ai ragazzi di una scuola media, dal progetto pilota di judo contro il bullismo alle sedute di ippoterapia o alle donazioni di materiali di consumo), in prevalenza in Piemonte, nelle province di Cuneo, Asti e Vercelli.

«Fare business – sottolinea Mariola – significa non soltanto curare il fatturato, ma anche il contesto sociale in cui si è inseriti. In Bni siamo infatti convinti che il business deve essere qualcosa che migliora anche la vita delle persone. Per questo ogni gruppo attivo in Bni è chiamato a realizzare la mission di Business Voices. Abbiamo scelto la scuola come contesto dove portare il nostro contributo volontario e gratuito perché è lì che si formano gli uomini e le donne che domani saranno manager, professionisti e imprenditori e Bni intende portare loro il modello di un nuovo modo di fare economia, non fondata sulla competitività, ma sulla collaborazione. Aiutiamo insomma i ragazzi di oggi a diventare imprenditori buoni di domani, ovvero capaci di lavorare su basi etiche e di cultura delle relazioni umane autentiche».

Maurizio Carucci, «Fare affari con il passaparola. L’esperienza di Bni, il network per lo scambio di referenze», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 18.

Economia 9 – Interpump compra attività internazionali del gruppo finlandese dei tubi GS-Hydro

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Interpump ha sottoscritto un contratto vincolante per l’acquisizione delle attività internazionali del gruppo finlandese GSHydro, leader mondiale nella progettazione e realizzazione di sistemi “piping” nei settori industriale, navale e offshore. Lo ha annunciato il gruppo italiano, secondo il quale GSHydro ha rivoluzionato il settore inventando la tecnologia per l’assemblaggio dei tubi senza saldature.

L’accordo prevede l’acquisizione delle società controllate nel Regno Unito, in Spagna, Austria, Germania, Danimarca, Benelux, Polonia, Svezia, Stati Uniti, Cina, Corea del Sud, Singapore e Brasile, nonché delle attività manifatturiere della capogruppo GS-Hydro Oy, inclusi brevetti e certificazioni.

Il totale consolidato delle vendite nel perimetro è atteso per il 2017 a 60 milioni con un margine operativo lordo di 4 milioni: il prezzo concordato per le acquisizioni è di 9 milioni, con la posizione finanziaria netta a fine novembre che mostra un attivo per 3 milioni. Il perfezionamento è previsto entro fine febbraio.

Economia/8 – Agenda Globale per lo Sviluppo Sostenibile

SVILUPPO

Il portavoce dell’ASviS: «Inserire gli Obiettivi Onu al 2030 nella Costituzione sarebbe anche un buon modo per riprendere il dialogo sulle riforme. Miope non aver cambiato nome al Cipe

Nell’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile (ASviS) ha portato l’Agenda 2030 dentro la società civile, in quello che si apre vorrebbe metterla nella Costituzione. «Sarebbe una scelta dal valore simbolico altissimo – sostiene Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS, già presidente Istat e ministro del Lavoro – per un Paese che si è posto all’avanguardia nella programmazione economica dotando la legge di Bilancio di una strumentazione innovativa come gli indicatori del Benessere equo e sostenibile (Bes)».

In ogni caso, con il ritmo attuale e nonostante i passi avanti compiuti, l’Italia non sarà certo in grado di centrare né i target da raggiungere entro il 2020. Né gli obiettivi fissati al 2030. A meno di un cambiamento radicale del proprio modello di sviluppo.

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite ha un carattere fortemente innovativo proprio perché viene superata l’idea che la sostenibilità sia solo una questione ambientale e si afferma una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo. Questioni decisive che vengono analizzate nel dettaglio da Giovannini nel libro “L’utopia sostenibile” (Laterza) in uscita nelle prossime settimane.

Il disegno di Legge costituzionale per modificare gli articoli 2, 9 e 41 è stato presentato il 20 ottobre (dai senatori Del Barba, Marcucci, Cociancich e Collina), la lista “Insieme” l’ha rilanciato. Ma essendo a fine legislatura, si è trattato più che altro di un gesto simbolico. Perché ripartire nel 2018 proprio dalla proposta di rendere la nostra Carta fondamentale sostenibile?

Per due ragioni. Anzitutto perché è in corso un dibattito internazionale fra costituzionalisti per modificare le Leggi fondamentali di diversi Paesi inserendo in esse lo sviluppo sostenibile. Per il nostro, di Paese, che ha già introdotto il Bes nel Documento di economia e finanza, sarebbe dunque il coronamento di un percorso che mette il futuro dentro il sistema legislativo. Politicamente, poi, sarebbe davvero un buon modo per riprendere il dialogo sulle riforme costituzionali, dialogo che si è bruscamente interrotto con il referendum, partendo da una proposta che può rinnovare quello spirito unitario sul tema evocato dallo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Non è piaciuta invece all’ASviS la bocciatura di un altro passo nella stessa direzione, e cioè verso il futuro: il cambio di nome suggerito per il Cipe in «Comitato interministeriale per lo sviluppo sostenibile». Anche in questo caso, sarebbe un cambio di paradigma non da poco…

È stata in effetti una grande delusione perché nei lavori delle Commissioni, al Senato prima e alla Camera poi, si è avvertita una forte resistenza a un cambio di paradigma assolutamente necessario, soprattutto per quel che riguarda gli investimenti pubblici. Evidentemente dispiace a qualcuno. Ma per un Paese che ha un bisogno impellente di incrementarli, è paradossale non cogliere l’occasione di rilanciare la spesa pubblica in chiave sostenibile. Lo hanno già fatto la Commissione europea, il Consiglio e il Parlamento europeo con il cosiddetto “Piano Juncker due”, che prevede una quota rilevante di investimenti i quali, per essere cofinanziati, devono andare in questa direzione. Già il programma Horizon 2020 per la ricerca prevede una quota del 60% dei fondi a questo scopo. La stessa finanza privata e persino i fondi sovrani hanno scelto esattamente questa linea per i propri investimenti, considerandola oramai indifferibile. Risulta miope, pertanto, non farlo: è il frutto di un modo vecchio di pensare. Segno che l’Italia deve percorrere ancora molta strada.

Anche sull’onda della pressione esercitata dall’ASviS, il Governo ha deciso di effettuare l’aggiornamento della Strategia di sviluppo sostenibile utilizzando l’Agenda 2030 e gli SDGs come quadro di riferimento. Oltre alla questione del Cipe, cos’altro manca all’appello?

Manca l’attuazione della governance prevista dalla Strategia e dell’impegno annunciato dal premier Paolo Gentiloni di emanare una direttiva ai Ministeri per incorporare gli Obiettivi nei propri piani per il triennio 2018-2020. E manca un piano d’azione concreto che includa target quantitativi da raggiungere entro il 2030. Insomma: siamo in stallo. Per questo abbiamo già iniziato una serie di incontri con le forze politiche: se c’è la volontà, certi impegni si possono onorare anche in questa fase di gestione ordinaria.

L’anno passato ha sancito invece il definitivo ingaggio della società civile nell’attuazione dell’Agenda.

L’Alleanza è effettivamente riuscita a coinvolgere a tal punto la società, a tutti i livelli, che dalla Francia, il super-ministero della Transizione ecologica e solidale ci ha contattati per chiedere come avessimo fatto. Da questo punto di vista l’Italia rappresenta un unicum nel panorama internazionale.

Quali gli avvenimenti più significativi?

Una grossa spinta all’ingaggio è stato dato dal primo Festival dello Sviluppo Sostenibile: 221 eventi su tutto il territorio nazionale con oltre 2.300 relatori e decine di migliaia di persone. All’inizio del 2017, poi, è stato firmato un Protocollo d’intesa tra l’ASviS e il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca per collaborare sul tema della promozione e divulgazione della cultura dello sviluppo sostenibile. A giugno i sindaci delle città metropolitane hanno firmato la “Carta di Bologna”, realizzata con il contributo dell’Alleanza, contenente impegni concreti sui temi dello sviluppo sostenibile per le nostre città. E sempre a giugno i rappresentanti delle maggiori organizzazioni imprenditoriali hanno sottoscritto la dichiarazione congiunta «Le imprese italiane insieme per gli Obiettivi di sviluppo sostenibile», un impegno condiviso per informare le imprese sull’Agenda 2030 e promuovere l’innovazione e la finanza necessarie per orientare le strategie aziendali verso gli SDGs. Infine il 2017 ha segnato l’entrata nell’Alleanza anche della Conferenza delle Regioni, che hanno già presentato il loro contributo al Piano nazionale di riforme seguendo gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. A breve metteremo a disposizione una nostra analisi dettagliata sulle competenze per i diversi livelli territoriali rispetto a tali obiettivi, la prima nel suo genere.

A livello europeo, invece, a che punto siamo?

Tra qualche giorno si riunirà per la prima volta la piattaforma europea degli stakeholder che dovranno aiutare la Commissione a sviluppare la propria strategia. Entro giugno ci sarà poi la proposta per introdurre l’Agenda 2030 nelle politiche dell’Unione. Proprio per questo, abbiamo deciso di dedicare uno dei tre eventi principali del Festival 2018 alla prospettiva europea per lo sviluppo sostenibile, invitando i “colleghi” dei diversi Paesi europei in Italia.

Marco Girardo, «Sviluppo sostenibile nella Carta. L’Italia è in ritardo sull’Agenda. Giovannini: ma siamo primi nell’ingaggio della società civile», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 6.

Da sapere : L’impegno globale dell’Onu e l’Alleanza nata nel nostro Paese

Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile e i relativi 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs nell’acronimo inglese), articolati in 169 Target da raggiungere entro il 2030.

L’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) è nata il 3 febbraio del 2016, su iniziativa della Fondazione Unipolis e dell’Università di Roma “Tor Vergata”, per far crescere nella società italiana, nei soggetti economici e nelle istituzioni la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitarli allo scopo di realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

L’Alleanza riunisce attualmente 185 tra le più importanti istituzioni e reti della società civile italiana.

Da “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 6.