Economia 19 – L’industria è in retromarcia. L’Istat vede «serie difficoltà»

Economia

Calo annuale del 5,5% a dicembre: è il dato peggiore dal 2012. Auto ancora in caduta libera. L’Istituto di statistica avverte: gli indicatori “anticipatori” mostrano che è a rischio la «tenuta dei livelli di attività economica»

La battuta d’arresto dell’economia nel quarto trimestre certificata dall’Istat; gli indici Pmi sulla fiducia dell’industria e dei servizi che a maggio hanno registrato una frenata; la nota del Fmi sul debito; la revisione al ribasso delle stime di crescita del Paese da parte delle Commissione europea; le recenti tensioni diplomatiche con la Francia. La nota mensile sull’andamento dell’economia del Bel Paese è chiara: il rallentamento dell’economia internazionale si è prolungato anche nell’ultima parte dello scorso anno: «Nel quarto trimestre 2018, il Pil italiano ha segnato la seconda variazione negativa consecutiva, determinata da una nuova flessione della domanda interna. A gennaio 2019, il clima di fiducia dei consumatori, dopo due flessioni consecutive, ha segnato un aumento mentre è proseguito il peggioramento dell’indice di fiducia delle imprese. L’indicatore anticipatore ha registrato una marcata flessione, prospettando serie difficoltà di tenuta dei livelli di attività economica».

Sfogliando l’ultima statistica Istat sulla produzione industriale si ha la conferma del momento no del nostro Paese. A dicembre, infatti, è nuovamente diminuita la produzione industriale con una variazione ampiamente negativa sia in termini mensili sia annuali. E si tratta, evidenzia l’Istituto di statistica, «di una flessione diffusa a livello settoriale». Il fatto è che, dopo il punto massimo toccato nel dicembre 2017, la produzione industriale in tutti i trimestri dell’anno passato ha registrato, senza considerare i fattori stagionali, flessioni in tutti i trimestri con un calo maggiormente accentuato nell’ultimo.

Nonostante ciò nell’arco dei dodici mesi i livelli produttivi hanno registrato una crescita moderata grazie all’effetto trainante dell’andamento positivo dell’anno precedente. E viene rilevata una dinamica positiva per il settore dei beni strumentali e per quello dei beni di consumo, mentre i beni intermedi e il settore energetico sono risultati in flessione.

Nel dettaglio l’Istat segna che a dicembre 2018 l’indice della produzione industriale è diminuito dello 0,8% rispetto a novembre e, nel complesso, del quarto trimestre il livello della produzione registra una flessione dell’1,1% rispetto ai tre mesi precedenti. L’indice destagionalizzato mensile mostra comunque un lieve aumento congiunturale solo nel comparto dei beni intermedi cresciuti dello 0,1%; sono diminuiti, invece e in misura marcata, i beni di consumo che hanno segnato un calo del 2,9% e l’energia con un calo dell’1,5%. Variazione nulla, infine, per i beni strumentali.

Pur considerando il calendario particolare del mese – i giorni lavorativi sono stati 19 contro i 18 di dicembre 2017 –, dicembre 2018 ha visto l’indice della produzione diminuire in termini tendenziali del 5,5% il peggiore dal 2012. Nella media del 2018 la produzione è cresciuta dello 0,8% rispetto all’anno precedente.

Gli indici nel mese fanno segnare un’accentuata diminuzione tendenziale per i beni di consumo, con un calo del 7,2% e per i beni intermedi, scesi del 6,4%; diminuzioni più contenute si osservano, invece, per l’energia calata del 4,4% e per i beni strumentali del 3,5%.

Resta il fatto che tutti i principali settori di attività economica registrano variazioni negative. Le più rilevanti sono quelle dell’industria del legno, della carta e stampa, con un crollo del 13%, delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori, con una diminuzione dell’11,1% e della fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi scesi del 7,9%. Il calo prosegue con la voce apparecchiature elettriche (-6,4%); il calo del 5,5% è condiviso da attività manifatturiere, metallurgia/affini e fabbricazione mezzi di trasporto.

Calo annuale del 5,5% a dicembre: è il dato peggiore dal 2012. Auto ancora in caduta libera L’Istituto di statistica avverte: gli indicatori “anticipatori” mostrano che è a rischio la «tenuta dei livelli di attività economica».

Paolo Pittaluga, «L’industria è in retromarcia. L’Istat vede “serie difficoltà”», in “Avvenire”, venerdì 8 febbraio 2019.

Foto: Ansa

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Economia 18 – L’uso comune. Condivisione o business? Lo «sharing» cambia volto

Economia

La grande illusione ha il suono di tre parole: “Proud to Share ”, orgoglioso di condividere. È lo slogan pubblicitario di car2go, il più grande provider al mondo di car sharing a flusso libero. L’aspetto psicologico del condividere in effetti è importante e gratificante: rende fieri di se stessi, perché – soprattutto in tema di mobilità – permette di risparmiare e preservare risorse economiche e ambientali. Ma anche perché chi divide qualcosa con qualcuno diventa parte di una comunità stimolante, di un grande club di persone che guardano avanti, e per questo si sentono uguali tra loro, e talvolta anche migliori di altri. Fino a quando la realtà non supera ciò che si crede reale.

Per capirlo basta esaminare la classifica – pubblicata dal sito media di Daimler – delle diverse tipologie di beni che vengono maggiormente condivise in tutto il mondo. In testa c’è, appunto, l’automobile. Non esiste nessun altro oggetto che a livello planetario venga passato di mano in mano come un veicolo a quattro ruote. Car2go conta attualmente 2,9 milioni di utenti e 22 milioni di noleggi all’anno. Numeri destinati a crescere, come segnala la società di consulenza Frost & Sullivan, che prevede che entro il 2025 saranno 36 milioni le persone che utilizzeranno quasi quotidianamente il car-sharing nel mondo.

Esiste poi un’altra forma di condivisione dell’auto, il cosiddetto ride-sharing , al secondo posto assoluto. Il provider numero uno al mondo qui è Uber. Ogni anno la compagnia americana mette in relazione tra i quattro e i cinque miliardi di spostamenti. In questa categoria rientrano anche i viaggi in taxi, mediati attraverso una app. In questo caso è mytaxi il più grande fornitore, con oltre 40 milioni di viaggi all’anno.

Al terzo posto assoluto c’è la condivisione degli alloggi: Airbnb da sola oggi ha addirittura 150 milioni di clienti, copre 65.000 città in 191 nazioni, con oltre 3 milioni di indirizzi registrati. E il mercato è in rapida crescita a livello internazionale.

Tutto bene, inevitabile, moderno. Ma chi immaginava una società in cui la sharing economy – ovvero la pratica di mettere in condivisione tra più persone un bene sottoutilizzato – giocasse un ruolo sempre più importante si è trovato a vivere in una realtà in cui questo modo di abbandonare progressivamente il concetto di “proprietà esclusiva” è diventato qualcosa che con la condivisione vera non c’entra quasi nulla. Dall’idea di condividere la propria auto quando è inutilmente parcheggiata per lungo tempo si è passati agli autisti professionisti di Uber; dall’idea di condividere un posto letto che nessuno utilizza, si è arrivati ai professionisti degli appartamenti affittati su Airbnb.

In tutto questo, di “ sharing” c’è ben poco. «In verità, non c’è proprio nulla; al limite dovremmo parlare di rental economy, perché ciò che si sta facendo è affittare la propria macchina o il proprio appartamento», ha spiegato al sito “Le Macchine Volanti” Tiziano Bonini, che assieme a Guido Smorto ha curato Shareable! L’economia della condivisione , volume uscito per Edizioni di Comunità. «Molte di queste aziende hanno semplicemente cavalcato l’idea di mettere beni e servizi in comune a livello retorico, ma se vai veramente ad analizzare che cosa abilitano con le loro piattaforme, si tratta di pure forme di locazione».

Il concetto di “condivisione” insomma non è più sinonimo di “cooperazione”. L’inevitabile processo evolutivo fondato sul profitto, ha stravolto un ideale forse impossibile da realizzare ma comunque emozionante, sia eticamente sia dal punto di vista della sua utilità. Pensiamo solo alla soluzione di problemi pratici come la ricerca di un parcheggio nel traffico cittadino: chi guida l’auto spreca mediamente più del 20% del tempo in cui la usa nel cercare un luogo di sosta libero. Una piattaforma del parcheggio condiviso, formata da migliaia di utenti disposti a segnalare in rete il posto che lasciano libero ogni volta che risalgono in macchina, sarebbe una forma evoluta di socialità. Invece un’utopia del genere sta diventando realtà, ma sotto forma di impresa: la compagnia di consulenza Roland Berger ritiene che entro il 2020 il mercato del parcheggio condiviso crescerà generando un volume di affari di circa due miliardi di euro, collocandosi nei primi 5 posti della classifica assoluta.

Praticamente tutto è condivisibile quando l’idea di esclusività viene meno per le mutate condizioni economiche generali, o per il cambiamento in atto dei bisogni e delle priorità. Che portano a noleggiare – o comunque a non possedere per sempre – ciò che prima inevitabilmente si acquistava. Sono migliaia le piattaforme con cui quasi tutti gli oggetti possono essere condivisi: tra le prime dieci cose condivise al mondo ci sono i libri, l’abbigliamento, gli articoli per la casa e per lo sport, e le tecnologie. Che si tratti di un’attrezzatura fotografica, di una tenda da campeggio o di un gioco da tavola, tutto può essere messo in comune facilmente.

Qualcuno ha calcolato che in media, nel mondo, un trapano viene utilizzato per soli 13 minuti in tutta la sua vita. Questo dato dimostra che metterne a disposizione l’uso sarebbe davvero una buona idea. Ecco perché esistono piattaforme di condivisione gratuita “di quartiere” in tutto il mondo. La vera sharing economy porta a porta. Un dato interessante: l’unico oggetto che le persone non vogliono assolutamente condividere è quello ritenuto in assoluto più prezioso, il proprio smartphone. Un sondaggio statunitense ha mostrato che l’85% delle persone ha rifiutato l’idea senza tanti giri di parole.

Ma cellulari a parte, quel che più conta è che la commercializzazione di qualunque idea in pochi anni ha comportato il passaggio dal couch-surfing (sistema che permette di mettere in condivisione gratuitamente il proprio divano a chiunque ne avesse bisogno, con la promessa di restituire il favore) al colosso miliardario Airbnb.

Non è il concetto della gratuità quello determinante ma la logica della auto-organizzazione, che realizzerebbe invece risultati impensabili. Pensiamo a come funzionerebbe Uber se tutti coloro i quali ne fanno parte fossero in cooperativa, condividendone valore, rischi, guadagni e avendo l’opportunità di decidere assieme le regole che governano la piattaforma.

Oppure se chiunque offrisse il proprio appartamento su Airbnb ne fosse anche azionista. Un’idea diversa di condivisione, più matura e meno succube di quella attuale, dove ci stiamo abituando a guidare macchine e biciclette che non ci appartengono o ad accedere a musica e film senza bisogno di acquistare materialmente i Cd o i Dvd, usando Spotify o Netflix in nome della semplicità di accesso e della indubbia economicità che offrono.

Per il momento, però, le auto in condivisione si aggiungono a quelle di proprietà, più che sostituirle. E la musica in streaming ci rende pur sempre dipendenti dalle piattaforme che offrono questo servizio. Una “condivisione” che rischia di diventare la nuova schiavitù moderna.

Alberto Caprotti, «Condivisione o business? Lo «sharing» cambia volto. Fenomeni come Airbnb e Uber alterano l’idea originaria. Auto, case, libri, bici: il nuovo modello di consumo si trasforma», in “Avvenire”, sabato 6 gennaio 2018, p. 3.

Economia 17 – Il giocattolo è redditizio ed è un “affare” lombardo-campano

giocattoli

I giocattoli a Natale non fanno solamente la fortuna dei bambini. L’intero settore in Italia vale 3 miliardi di euro e vede 7mila imprese occupate, che danno lavoro a oltre 18mila addetti. Si va dalla fabbricazione di giochi – definizione molto ampia che comprende, per esempio, anche i tricicli e gli strumenti musicali giocattolo – e poi giochi elettronici, per computer, commercio all’ingrosso, incluso quello di giochi per i luna park.

Sono i dati diffusi dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi che ci mostrano come questo business redditizio veda due città primeggiare. Da una parte c’è Milano, che con 1,2 miliardi di euro, è la prima per giro d’affari: da sola fa il 42% del fatturato nazionale. Per numero di imprese invece prima è Napoli: sul suo territorio hanno sede 852 aziende, il 12% del totale italiano. Dopo Napoli c’è Roma con 549 imprese (7,8%), Milano Monza Brianza Lodi con 513 (7,3%) e Torino con 218 (3,1%). Per restituire un termine di paragone, basti pensare che Napoli ha quasi lo stesso numero di imprese presenti in Lombardia, che sono circa 900.

Milano è anche prima per numero di addetti, che sono oltre 4.900, il 27,2% del totale. Secondo posto per Napoli con 1.350 addetti (7,5%) e Roma con oltre mille (5,5%). In Lombardia invece sono in tutto 6mila.

Quello dei giochi è sicuramente uno dei settori più colpiti dalla contraffazione. Le notizie di maxi sequestri di prodotti falsi, tossici, non sicuri da parte delle forze dell’ordine si susseguono ininterrottamente, non solo nei periodi prossimi alle feste.

Per riconoscere un prodotto originale, è bene sapere che i giocattoli a norma devono presentare caratteristiche precise. Innanzitutto la marcatura CE e poi il numero di tipo, di lotto, di serie, di modello o altro elemento che consenta la loro identificazione. E ancora il nome/denominazione commerciale registrata o marchio registrato del fabbricante e indirizzo dove può essere contattato. Se il fabbricante è situato fuori dall’Unione europea, estremi dell’importatore, avvertenze e istruzioni sulla sicurezza in lingua italiana.

Tra le più recenti misure messe in campo per arginare il problema della contraffazione, c’è il Comitato provinciale per la lotta alla contraffazione, istituito a Milano in Camera di commercio su invito del ministero dello Sviluppo economico e di Unioncamere, in raccordo con la prefettura, con le autorità e le associazioni. Si tratta di un “rilevatore” del fenomeno sul territorio, con funzioni di promozione, supporto e monitoraggio, attività di prevenzione e repressione degli illeciti connessi alla contraffazione e di informazione al consumatore e alle imprese sui rischi e i danni.

Caterina Maconi, «Il giocattolo è redditizio ed è un “affare” lombardo-campano», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 17.

Economia 16 – L’incognita dei tassi Fed e la mina vagante dazi

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Il quadro internazionale, quello europeo con la Brexit e quello italiano con la tenuta dei conti pubblici sono ricchi di elementi di incertezza, che si ripercuotono negativamente sul ciclo economico. Per contrastare questi aspetti occorreranno buone politiche

Quali sono i temi cruciali per capire se, nel 2019, l’economia sarà in grado di generare lavoro e benessere? Proviamo a sintetizzarli analizzandoli nei diversi, ma connessi scenari: mondiale, europeo ed infine italiano.

Dal dicembre 2016, la Federal Reserve ha aumentato i tassi di interesse otto volte, non escludendo ulteriori aumenti. La scelta è stata giustificata dal basso livello di disoccupazione negli Stati Uniti. Tuttavia, come la storia recente ci insegna, un aumento troppo rapido dei tassi della Fed determina una minore liquidità nei mercati, che può dar vita a choc finanziari globali. Ricordiamo che il solo annuncio della fine del Quantitative easing (tapering) nel 2013 ha fatto fuoriuscire ingenti capitali dai Paesi emergenti, provocando in quelle economie conseguenze negative. Altro esempio: i 17 rialzi della Fed, tra giugno 2004 e giugno 2006, hanno gettato le basi sulle quali successivamente e congiuntamente ad altre forti cause si è innescata la crisi del 2008. In questo scenario, nell’anno appena concluso, si è inserita anche la guerra commerciale tra Usa e Cina per il predominio tecnologico nei prossimi anni (es. intelligenza artificiale). I dazi americani, infatti, sono stati predisposti sui prodotti ad alto contenuto tecnologico, che la Cina intende produrre in futuro (non adesso). Dissuadere le imprese internazionali dall’investire in alta tecnologia in Cina è il vero scopo del protezionismo dell’attuale Amministrazione americana. Essendo quindi una finalità di medio periodo, la guerra commerciale in atto è destinata a durare anche nei prossimi anni con un conseguente peggioramento del ciclo economico mondiale.

Per quanto riguarda l’Europa, due elementi sono destinati a caratterizzare il 2019: la Brexit e le elezioni europee.

Entro la fine di marzo dovrà essere trovato un accordo tra l’Unione Europea ed il Regno Unito per evitare la cosiddetta hard Brexit ovvero l’uscita senza accordo. In questo contesto, data l’impossibilità di tenere unite (senza barriera doganale) l’Irlanda del Nord e la Repubblica di Irlanda, nonché gli ingenti costi che l’economia britannica dovrà sopportare in caso di uscita e, da ultimo, la mancanza in Parlamento di una maggioranza in grado di votare una soft Brexit, la soluzione più probabile sembra essere quella di un nuovo referendum. In altre parole, potremmo scoprire, con beneficio per l’economia, che la Brexit è stata un grande bluff.

Per quanto riguarda le elezioni europee, non c’è da attendersi molto. In questi anni l’Unione Europea, ed a maggior ragione l’Area Euro, avrebbe dovuto avviare un processo di integrazione che permettesse di proteggere meglio i propri cittadini (ad esempio con un contributo europeo per la lotta alla povertà); un segnale in questa direzione sarebbe in grado di migliorare le aspettative per il futuro con ricadute positive per l’economia.

Per l’Italia le prospettive sono ancora più incerte. Per quanto riguarda le finanze pubbliche, la ripresa dell’economia, iniziata nel 2014, è stata sprecata dai vari governi con troppi provvedimenti irrilevanti agli effetti della crescita, ma altresì capaci di esporre il Paese al rischio di non possedere risorse sufficienti per proteggere i più deboli nella prossima recessione. Inoltre, nel 2018, i disordinati annunci sui futuri provvedimenti di politica economica, hanno prodotto incertezza che si è già concretizzata nel calo della fiducia delle imprese e delle famiglie, oltreché nell’aumento dello spread. Purtroppo, la recente legge di stabilità non fa molto per contrastare questo scenario, limitandosi, in larga parte, a redistribuire risorse tra le diverse classi sociali, aumentando la pressione fiscale, senza però preoccuparsi di stimolare gli investimenti.

Come possiamo constatare, il quadro internazionale, quello europeo e quello italiano sono ricchi di elementi di incertezza, che si ripercuotono negativamente sul ciclo economico. Per contrastare questi aspetti occorreranno buone politiche. In altre parole, avremo bisogno di una politica che torni ad occuparsi del futuro con spirito solidale a tutti i livelli: mondiale, europeo, italiano.

Andrea Monticini (Economista Università Cattolica), «L’incognita dei tassi Fed e la mina vagante dazi», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 17.

Economia 15 – Sulla strada che porta oltre il CAPITALE

new york

Nel libro postumo di Bauman si parla della sfiducia globale per l’odierna economia e del desiderio di ritornare al passato. Ma il mondo nuovo è nel futuro. Lo studioso polacco legge il momento storico come un interregno economico e sociale. Un processo denso di contraddizioni, in cui però si può lavorare a un innovativo modello di sviluppo

«Perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza. Ogni epoca tende a sviluppare una scarsa autocoscienza dei propri limiti». Così Papa Francesco nel paragrafo 105 della sua Lettera Enciclica Laudato Si. Questo costante scarto tra sviluppo delle forze produttive, economiche e sociali e livelli “arretrati” nella sensibilità delle opinioni pubbliche, fa sì che molte questioni scaturite, in questi ultimi anni, dallo sviluppo distorto dei modi di produzione al dilagare pervasivo della precarietà dei lavori in tutti i settori del mercato, siano stati percepiti lentamente.

Oggi siamo dentro uno di questi passaggi accelerati non sufficientemente percepiti. Infatti i differenti movimenti di lotte sociali, durante il “grande ventennio” degli anni ’60 e ’70 del passato secolo, con i loro continui obiettivi, diciamo così, “al rialzo” rispetto ai livelli di potere, in molti luoghi di lavoro e di studio, su scala internazionale, avevano prodotto una consapevolezza, nei gruppi imprenditoriali più accorti e preparati, che bisognava intervenire proprio sul “modo di produzione” della catena di montaggio, dei processi di massificazione sociale del lavoro e di egualitarismo. Attraverso formidabili applicazioni nelle innovazioni tecnologiche di alta qualità automatizzata e cibernetica.

Insomma andavano liquidate quelle diffuse “casematte sociali” che avevano prodotto quelle rivolte operaie, studentesche, delle donne, delle minoranze etniche emarginate. In mille rivoli antiautoritari, financo a livelli ecclesiali! Quelle conflittualità avevano rimesso in discussione le coerenze istituzionali che le premesse democratiche avevano definito. Si doveva riconoscere, da parte imprenditoriale, che all’origine dei cambiamenti è dominante il conflitto sociale. E che, infine, la cultura dell’economia di mercato doveva comprendere che la sua stessa organizzazione del lavoro andava modificata per continuare a funzionare e comandare sui nuovi livelli di auto consapevolezza dei movimenti collettivi.

Ci fu un caos creativo, in quegli anni. La Trilaterale lo chiamava ’68, altri non lo chiamavano così. Di fatto ci fu una mutazione radicale in tutto il decennio degli anni ’90, inizio terzo millennio. Si trattava di un vero e proprio mutamento di paradigma del modello economico. Sappiamo infatti che il capitalismo è una relazione sociale, un rapporto conflittuale di forze. E che, in continuità, dai pensieri giovanili di Marx, alle elaborazioni del Capitale, il carattere interpretativo fondamentale è un concetto politico che agisce come destabilizzazione e tentativo di risparmio di fatica della forza lavoro. Abbiamo infatti assistito, negli ultimi trent’anni, a una trasformazione radicale delle tecnologie e dei processi lavorativi. Il lavoro è diventato cognitivo, empatico e cooperativo. L’attuale fase di accelerazione innovativa non è neanche più in quello che si suole definire «fase del postfordismo », ma ci stiamo inoltrando nel pieno del capitalismo cognitivo nel senso che, pervasivamente, in molti ambienti lavorativi e urbani, sono presenti processi di robotizzazione e di intelligenza artificiale.

A seconda del tipo di attività, registriamo un’intensa cooperazione sociale supportata da algoritmi, insiemi di formule matematico-statistiche, che misurano codificazioni di tecnologie linguistiche e comunicative. Cosicché abbiamo assistito dal 2008 a uno strano fenomeno delle classiche “crisi cicliche” su scala internazionale. Si è dispiegata una lunga stagione di stagnazione economica che, collegandosi alle dinamiche tecnologiche precedentemente descritte, non determina crescita di posti di lavoro, creando una situazione di «anomia del futuro» specialmente per le giovani generazioni. Tutto ciò si accompagna, come ben ha descritto Piketty, a una crescita costante del potere della rendita di contro all’intraprendere del profitto e del conflitto di lavoro.

Insomma starebbe vincendo il ’700 economico protezionista e starebbero perdendo gli operai e il capitale produttivi. Bastiat da una parte, contro Ricardo e Marx, dall’altra. La straordinaria socializzazione capitalistica globalizzante non trova corrispondenze redistributive, né crescite democratiche dal basso. Ecco l’aspetto di miseria culturale prodotto da quello che i ricercatori sociali denotano paradossalmente come «comunismo del capitale». Solo che non c’è assolutamente nessun proletariato e che il protagonista di questo sgangherato otium è il capitale finanziarizzato globale con tutte le sue impressionanti distorsioni, tra cui primeggia il “non-lavoro”, non come libera attività sensibile, ma come brutale precarietà.

La maturità dello sviluppo e la crisi della globalizzazione, portano alla presa di coscienza che questo sviluppo economico altro non può dare e che è necessario un nuovo modello di sviluppo. Il riflesso, sul piano istituzionale di questo tipo di scenario socio-economico, è la crisi della democrazia delle costituzioni del dopoguerra. Questa crisi riguarda la necessità di velocizzare i processi e i prodotti lavorativi. La stessa crisi è condizionata da altri tre fattori: il frazionismo degli interessi, le rendite politiche, la crisi della rappresentanza. Quest’ultima si è ormai compiuta in tutta la realtà europea. Il frazionismo degli interessi indica che sempre di più le varie classi sociali non esistono, esistono le moltitudini di individui nati con la trasformazione tecnologica che ha rotto tutte le classi sociali.

Tuttavia anche nell’ultimo libro (postumo) del sociologo polacco Zygmunt Bauman Retrotopia, (edizioni Tempi Nuovi, pagine 206, euro 15) siamo avvertiti che si stanno delineando inedite aggregazioni social-popolari, di medie dimensioni in diversi Paesi europei. Rivendicano chiusure sociali a tutti i livelli: innanzitutto contro le masse di migranti provenienti dalle aree africane e mediorientali e ciò che era “liquido”, nella società civile, comincia a esprimere indubbi segni di solidificazione. Di fronte al caos programmatico della globalizzazione in crisi, l’Angelus Novus della storia, così ben intuito dal grande sociologo Walter Benjamin, già negli anni Venti, non guarda al passato per capire meglio il futuro, ma c’è una spinta di nostalgia, pura e semplice, al passato.

Sorte migliore non trova neanche il paradigma del progresso che è confinato dalla globalizzazione in una sorta di utopia, trionfando la stagnazione economica prolungata. Noi aggiungiamo che, però, alle porte non c’è un collasso generale dei sistemi economici, non c’è il destino di “Weimar”. Né una sorte di guerra di tutti contro tutti, quasi una “terra di Hobbes” che indicherebbe l’avvicinarsi di guerre civili in Europa. Dunque il mondo che emerge è una sorta di “interregno” che Bauman denota come «Medioevo digitale», non gli albori di una nuova modernità capitalistica. Dopo il proletariato non c’è un’altra classe, non si può andare oltre i poveri, poiché sono lo strato più basso della storia. Questo “interregno” è un processo sociale in cui siamo inseriti che produce moltissime aporie e contraddizioni, dove le tante agenzie educative, di tutti i tipi, possono lavorare per educare, formare, verso prospettive di nuove combinazioni tecnologiche, culturali e sociali nel formare nuovi modelli di sviluppo, oltre il profitto.

Paolo Sorbi, «Sulla strada che porta oltre il CAPITALE», in “Avvenire”, giovedì 4 gennaio 2018, p. 20.

Foto: New York, L’ingresso del Palazzo della Borsa in Wall Street, il cuore pulsante del capitalismo statunitense e mondiale

Economia 14 – Carige e Mps alla resa dei conti

++ Carige: Moody's taglia rating, teme default ++

Il 2018 è stato difficile per quasi tutta Piazza Affari, ma le perdite accumulate in Borsa dal settore bancario la dicono lunga su quanto abbia pesato l’innalzamento dello spread negli ultimi sei mesi

Nel 2018 l’azione di Intesa Sanpaolo ha perso il 31% del suo valore, quella di Unicredit il 37%. È vero che l’anno appena trascorso è stato difficile per quasi tutta Piazza Affari, ma il rosso di un terzo della capitalizzazione delle due maggiori banche italiane la dice lunga su quanto abbia pesato sulla pessima performance la vicenda dell’innalzamento dello spread negli ultimi sei mesi, tant’è vero che da giugno a dicembre l’azione dell’istituto guidato da Carlo Messina ha lasciato sul terreno il 20% e il 28% quello al cui timone c’è Jean Pierre Mustier.

Le grandi banche italiane possono consolarsi, si fa per dire, perché sono in buona compagnia nel disastroso 2018 che ha visto i maggiori istituti di credito europei perdere in Borsa in media il 25% del loro valore, bruciando 380 miliardi di dollari di controvalore dei loro azionisti con la maglia nera conquistata dalla tedesca Deutsche Bank, il cui titolo nello scorso anno è crollato del 52%.

Se è vero che Intesa e Unicredit hanno continuato a macinare utili, il 2019 del sistema bancario italiano si apre tuttavia all’insegna di molte incognite, di cui due – spread a parte – riguardano i destini di istituti di credito di medie dimensioni, ma importanti per le rispettive regioni di riferimento, Carige e Monte dei Paschi di Siena. La banca ligure, il cui titolo lo scorso anno ha perso oltre l’80% del suo valore, è di nuovo in stallo perché la famiglia Malacalza proprietaria di quasi il 28% e che ha insediato alla presidenza Pietro Modiano e Fabio Innocenzi quale amministratore delegato, s’è rifiuta di varare l’ennesimo aumento di capitale. Una “botta” da 400 milioni di euro che equivale all’incirca all’attuale investimento dei Malacalza nell’istituto ligure e che giunge a ridosso dell’intervento di salvataggio di quasi 320 milioni varato dal Fondo Interbancario. Inutile dire che a dispetto di quanti pensavano si dovesse rinviare il matrimonio con una banca più forte – chiesto espressamente dalla Bce – questo è diventato quanto mai urgente. Ma chi si accollerà il disastro di Carige?

Parimenti a Siena la situazione non è rosea, perché l’azione Mps nel 2018 ha perso oltre il 60% del suo valore. Lo Stato è diventato il padrone dell’istituto di credito con oltre il 68% e non può certamente essere contento di come sta andando il suo investimento, anche se la banca guidata da Marco Morelli ha archiviato i primi nove mesi dell’anno con un risultato netto di 379 milioni di euro che si confronta con una perdita di 3 miliardi nell’analogo periodo dello scorso anno e pur a fronte di ricavi pari a 2,5 miliardi (in calo del 21,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) i volumi della raccolta sono risultati stabili rispetto a fine 2017 a 193,3 miliardi ma in calo di 2,6 miliardi rispetto al 30 giugno 2018 per il decremento della raccolta diretta. Non è ipotizzabile che Mps resti ancora a lungo una banca di Stato e quindi anche in tal caso si pone con urgenza il problema di una aggregazione che abbia una valenza industriale.

E proprio come per Carige due sono gli istituti italiani candidati da molti ad entrare in queste partite, Banco BPM e Ubi Banca. Le due ex banche popolari trasformate in società per azioni, guidate rispettivamente da Giuseppe Castagna e Victor Massiah, sono anch’esse tuttavia reduci da un 2018 difficile con i titoli in caduta del 24% e del 32%.

Ma l’anno che si apre sarà importante anche per la più grande banca italiana che dovrà rinnovare i vertici. È in scadenza, infatti, il mandato di Gian Maria Gros Pietro alla presidenza di Intesa Sanpaolo e l’amministratore delegato Carlo Messina vorrebbe riconfermarlo con l’appoggio dei grandi azionisti. Non è però escluso che da qui a primavera spuntino outsider come l’attuale vicepresidente Paolo Andrea Colombo o il consigliere Giovanni Gorno Tempini, meno in sintonia col capoazienda.

Andrea Giacobino, «Carige e Mps alla resa dei conti. La banca ligure fallisce l’ultima ricapitalizzazione. Siena in utile, ma lo Stato non può restare a lungo. Il 2019 si apre con l’attesa di un cavaliere bianco per i due istituti. Banco-Bpm e Ubi possibili candidati», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 17.

Unimpresa: prestiti giù di 3 miliardi al mese

Credito a ritmo ridotto anche nel 2018. Il dato emerge dal rapporto mensile di Unimpresa, secondo cui lo stock di impieghi al settore privato è diminuito di oltre 38 miliardi di euro, passando da 1.360 miliardi a 1.322 miliardi: in media oltre 3 miliardi al mese tagliati ad aziende e famiglie.

In particolare, i crediti alle imprese italiane sono calati di 40 miliardi (4,89%) nonostante l’aumento di 3 miliardi dei finanziamenti a medio termine. A pesare è la diminuzione di 22 miliardi dei finanziamenti a breve e di 20 miliardi di quelli di lungo periodo. In aumento di 1,5 miliardi, invece, i prestiti alle famiglie, spinti dal credito al consumo (+7,1 miliardi) e dai mutui (+4,9 miliardi), comparti che hanno compensato il pesante calo registrato sul fronte dei prestiti personali (10,5 miliardi).

Migliora il dato sulle sofferenze. Tra ottobre 2017 e ottobre 2018, le rate non pagate sono calate e nell’ultimo anno si è registrata una diminuzione di oltre 53 miliardi (30,62%) da 173 miliardi a 120 miliardi.

«Siamo preoccupati: dopo il Quantitative easing, vediamo solo il buio. La situazione in banca, per le imprese italiane –, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci – potrebbe peggiorare ulteriormente, da gennaio, quando termineranno le misure straordinarie della Bce. E poi ci sono le misure fiscali inserite nella legge di bilancio dal governo, contro gli stessi istituti bancari, che possono contribuire a creare problemi al motore del credito».

Numeri di un anno difficile per il credito

30%
La perdita registrata nel 2018 dall’indice Ftse Italian Banks
40miliardi
La capitalizzazione di Borsa virtualmente bruciata dalle banche
400milioni
L’aumento di capitale non approvato dai soci di Banca Carige
22 punti base
Il costo sul coefficiente Cet1 dello spread sopra quota 300

Da “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 17.

Economia 13 – Non tutte le startup sanno stare in piedi: TechCrunch stila la classifica dei dieci fallimenti più clamorosi negli Usa

successo-fallimento

Anche le società più promettenti possono deludere. Il sito TechCrunch ha infatti compilato la classifica delle dieci startup Usa più finanziate che hanno chiuso i battenti quest’anno, dimostrando che la loro promessa di crescita ha certamente attratto investimenti ingenti – complessivamente 1,7 miliardi di dollari – ma che questo non ha impedito il loro tracollo.

Jawbone, uno dei pionieri dei dispositivi indossabili – mercato che ha cercato invano di dominare e che, comunque, è in declino – ha, ad esempio, intrapreso la liquidazione a luglio dopo che, dalla sua nascita alla fine degli anni novanta, ha raccolto complessivamente 951 milioni di dollari.

Stessa sorte ha colpito, a maggio, la startup Quixey che, cercando di creare un’assistente digitale per le app – purtroppo allo stesso momento di Apple e Google – ha ottenuto finanziamenti di quasi 165 milioni. Così come Auctionata che ha avuto 96 milioni di dollari per trasmettere dal vivo aste di oggetti d’arte per poi accettare la fusione con la concorrente Paddle8.

Di per sè, tale realtà non stupisce; ogni mese, negli Stati Uniti, oltre mezzo milione di persone intraprende un’attività in proprio. Sono numeri enormi destinati a un’auto-riduzione naturale, anche se meno pronunciata del dato che circola e che quantifica tale selezione nel «fallimento di nove startup su dieci». In realtà, la società di investimento Cambridge Associates dopo aver analizzato gli investimenti iniziali in oltre 27 mila nuove imprese tra il 1990 e il 2010 ha rivelato come, dal 2001, i “fallimenti” – definiti come un ritorno economico negativo – non siano mai andati oltre al 60%. L’ammonimento, per i finanziatori, però è chiaro.

Tra gli investitori colpiti ci sono nomi noti. È stato il caso del sito di compravendita di auto usate Beepi che ha raccolto 149 milioni di dollari vendendo agli investitori un ottimo prodotto e servizio clienti. Purtroppo neppure Sherpa Capital, Redpoint, Yuri Milner e Comerica potevano prevedere che la gestione aziendale lasciasse a desiderare. O che passare da lavoratori a contratto a impiegati assunti potesse far perdere identità e affari alla società di servizi di assitenza domiciliare HomeHero dopo l’iniezione di 23 milioni di capitali.

È vero che il boom della tecnologia – e, di conseguenza, delle start up del settore – ha prodotto una “bolla” che non è scoppiata. Dal punto di vista dei capitalisti di ventura – secondo la rivista Fortune che pubblica una rubrica specifica sulle startup – il flusso di finanziamenti continua in quanto ci sarebbe troppa liquidità e troppi pochi obiettivi d’investimento. Questo spiegherebbe come 73 milioni e mezzo di dollari siano stati versati nel social network Yik Yak – che in soli due anni di vita ha raggiunto nel 2014 la valutazione di 400 milioni di dollari – sebbene la promessa dell’anonimato offerta agli utenti avrebbe potuto far prevedere il problema del bullismo che ha fatto poi crollare la società. E i 118 milioni e mezzo di dollari investiti, tra gli altri, da Google Ventures e dalla Campbell in Juicero e nelle sue macchinette da 400 dollari per ottenere succhi di frutta e verdura utilizzando sacchetti pre-dosati invece del prodotto fresco.

Loretta Bricchi Lee, «Non tutte le startup sanno stare in piedi. TechCrunch stila la classifica dei dieci fallimenti più clamorosi negli Usa», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 15.