Droga 5 – Nuova legge sulla marijuana in California

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SACRAMENTO. L’arrivo del nuovo anno in California ha portato con sé l’entrata in vigore della nuova, discutibile normativa sull’uso di marijuana: la legge, denominata Proposition 64 e approvata via referendum nel novembre del 2016, permette il cosiddetto uso ricreativo della cannabis. La marijuana è una sostanza psicoattiva che si ottiene facendo essiccare le infiorescenze della Cannabis sativa.

La California, che già aveva legalizzato l’utilizzo medico, si unisce così agli stati e alla capitale degli Stati Uniti che già hanno legalizzato l’uso ricreativo: Alaska, Colorado, Nevada, Oregon e nello stato di Washington. Inoltre, nel Maine è consentito il possesso per uso personale, ma non è stata autorizzata l’apertura di appositi negozi per la vendita legale come negli altri stati. In Massachusetts la legalizzazione partirà da luglio.

In particolare, in California la marijuana è diventata legale per chi ha compiuto 21 anni e ciascun individuo può coltivare fino a sei piante e possedere fino a una oncia (28,35 grammi) di canapa. Tuttavia, acquistarla per motivi ricreativi non sarà facile, almeno per il momento. Lo stato, infatti, ha concesso solo una novantina di licenze a negozi per iniziare la vendita dal primo dell’anno. Secondo Business Insider, il mercato della marijuana in California dovrebbe crescere fino a 3,7 miliardi di dollari quest’anno e a oltre cinque miliardi nel 2019.

Resta vivo il dibattito sui suoi effetti. È un farmaco utile in diverse malattie, ma è anche una sostanza che può indurre dipendenza, e alla lunga provocare gravissimi danni al fisico e alla mente.

«Nuova legge sulla marijuana in California», in “L’Osservatore Romano”, martedì-mercoledì 2-3 gennaio 2018, p. 3.

La foto: Photo by Mason Trinca for The Washington Post.

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Droga 4 – Torino, primo caso in Italia: La droga sconosciuta che uccide di nascosto

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La chiamano Pink o Pinky, ma il nome tecnico è U-47700 e, malgrado sia una droga sintetica quasi sconosciuta, continua a mietere vittime in giro per il mondo e, ora, per la prima volta anche in Italia. Mario era un papà torinese di 42 anni, informatico di professione e l’aveva ordinata attraverso internet. Utilizzandola, il suo comportamento era cambiato, portandolo ad addormentarsi all’improvviso e ad avere profondi momenti di rabbia in famiglia.

Dagli esami tradizionali (del sangue o dei capelli) non risultava nulla di anomalo, ma le droghe sintetiche hanno un potere omicida in gran parte ancora nascosto. Dopo la morte di Mario, la Procura ha aperto un’indagine per scoprire quali siano le strade di smercio della sostanza e per comprendere se davvero non sarebbe stato possibile evincere nulla dagli esiti degli esami clinici, cui volontariamente l’uomo si era sottoposto. «Le sostanze in circolazione sul mercato – spiega il direttore del Dipartimento delle dipendenze e della prevenzione dell’Asl Torinese, Antonino Matarozzo – cambiano in continuazione e i laboratori clandestini sono continuamente al lavoro per inventarne di nuove. Per questo è difficile trovarle anche durante gli esami: sono centinaia e per riconoscerle bisogna cercarle specificatamente».

L’U-47700, ad esempio, nasce negli anni Settanta come farmaco sperimentale, con un enorme potere analgesico (sette volte la morfina). Per diverse ragioni, non venne mai testato sull’uomo e la ricetta si trova ancora oggi sul web a disposizione dei produttori di droga. Anche la commercializzazione non è un problema: nella maggioranza dei Paesi la normativa è ancora arretrata. Nei casi in cui Internet è troppo controllata, basta passare attraverso il cosiddetto dark web (il web oscuro, non accessibile attraverso i comuni di motori di ricerca) per vendere le sostanze e poi spedirle in ogni angolo del mondo, magari partendo dai numerosi laboratori clandestini dell’Estremo Oriente (soprattutto Cina e Vietnam).

Il costo è bassissimo (si arriva a circa 5 euro al grammo) e i consumatori avvertono subito una sensazione di effimero «felice rilassamento» in grado di far dimenticare per un breve periodo ogni problema. I rischi per la salute sono altissimi: «Gli oppiacei sono dei narcotici, tendono a rilassare e ad addormentare, ma possono arrivare alla depressione estrema del sistema cardiocircolatorio e quindi alla morte. Anche gli psicostimolanti come il crack possono uccidere, conducendo a infarti o ictus».

E le sostanze sintetiche si fumano, si ingoiano come pastiglie o si sniffano, quasi mai vengono iniettate, ma non per questo sono meno pericolose: subdolamente nascondono sia il principio attivo sia la quantità contenuta, rendendone difficile il riconoscimento e il trattamento, con risultati disastrosi per la salute. «A Torino – conclude Matarozzo – sono circa cinquemila i pazienti che vengono curati dalle loro dipendenze, da sostanze o da comportamenti. Di questi, circa 170 sono sotto i trent’anni e ci sono anche ragazzini di tredici anni».

Danilo Poggio, «Torino, primo caso in Italia: La droga sconosciuta che uccide di nascosto», in “Avvenire”, sabato 21 ottobre 2017, p. 11.

Droga 3 – Cannabis ancora al primo posto tra i giovani

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Secondo il Cnr hanno fatto uso della sostanza almeno 800mila adolescenti

È ancora la cannabis la sostanza psicoattiva illegale più diffusa tra i giovani: lo certifica uno studio di Ifc-Cnr (Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle Ricerche), per il quale quasi un terzo dei 15-19enni (32,4%, circa 804mila ragazzi) l’avrebbe utilizzata almeno una volta, mentre un altro 25,8% (640 mila) ne avrebbe fatto uso nell’ultimo anno.

Ma alle spalle della prima fa capolino un’altra sostanza denominata “spice”, un cannabinoide sintetico capace di riprodurre gli effetti della cannabis, reperibile sul web. Di questa sostanza avrebbe fatto uso almeno una volta l’11% dei ragazzi (circa 275mila), mentre un altro 35,5% (98mila) l’avrebbe provata dieci volte o più.

A gettare una nuova luce nel 2016 sull’uso delle sostanze stupefacenti e sui comportamenti a rischio dei ragazzi con età compresa tra i 15 e i 19 anni (in forma estesa anche a alcol e tabacco), è “Espad Italia”, rapporto messo a punto da Ifc e Cnr.

Ebbene, secondo lo studio nel nostro Paese circa il 33% dei 15-19enni (circa 800 mila ragazzi) avrebbe utilizzato almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita, mentre il 26% ha riferito di averlo fatto durante l’ultimo anno.

«Cannabis ancora al primo posto tra i giovani», in “Avvenire”, sabato 30 dicembre 2017, p. 12.

Droga 2 – Sequestrato il libro mastro della droga

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Scrivono “kane hy” e “kane dale”. Entrate e uscite. Perché sono trafficanti meticolosi. Tengono i conti in ordine, con puntiglio, ogni giorno. Ad aprile scorso viene arrestato un trafficante che in meno di un mese ha mosso cocaina per 630 mila euro: tutto annotato su un quaderno. E un altro «libro mastro» è spuntato durante una perquisizione nell’inchiesta chiusa ieri dai carabinieri della compagnia di Legnano: Dorian Daja, 37 anni, grossista, nella sua casa di via Belluno a Canegrate ha annotato movimenti di cocaina per 2.374.000 euro in otto mesi. Daja era il grossista, si muoveva tra Como, Milano, Arezzo, Prato. Riforniva due famiglie, sempre albanesi, che gestivano un giro a flusso continuo di spaccio, con basi in un bar di Villa Cortese e un circolo di San Vittore Olona. Ma in questa inchiesta coordinata dalla Procura di Busto Arsizio bisogna fare attenzione soprattutto a quei due paesi: al centro di un sempre più vasto quadrante che dalla Comasina arriva a Saronno, e poi a Ovest verso Legnano e la parte bassa della provincia di Varese. Un pezzo di Lombardia dove si muovono quintali di cocaina ed eroina ogni mese. E dove il traffico è in mano al «cartello albanese».

«Lavorano dalle 12»

Mercato ricchissimo. Polmone di consumo. In quel territorio la criminalità albanese s’è affermata da anni perché ha canali di approvvigionamento fluidi e abbondanti (dall’Olanda per la cocaina; dai Balcani per eroina e marijuana). E perché i consumatori sono un esercito sempre affamato.

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La dimostrazione sta nelle centinaia di ore di registrazione accumulate dalle telecamere nascoste dai carabinieri di Legnano, guidati da Francesco Cantarella, fuori dal bar e dal circolo usati come base di spaccio dalle due famiglie: flusso continuo, oltre 40 cessioni di droga al giorno. I clienti entravano. Il barista faceva il caffè. Lo spacciatore passava la bustina sotto il bancone.

Il racconto di un ragazzo fermato dai militari dopo aver comprato una dose definisce i particolari di un’attività quotidiana e continua: «Appena entrato nel bar mi sono avvicinato a uno dei due ragazzi che conoscevo di vista, lui ha intuito immediatamente il motivo della mia visita. Proprio davanti al bancone mi ha dato mezzo grammo di cocaina e io gli ho allungato 45 euro. Poi ho bevuto il caffè, l’ho pagato e sono uscito. Non ho il numero di cellulare di quella persona, me l’ha presentata un amico. Non avevo bisogno del numero perché sapevo di trovarlo sempre all’interno del bar, diciamo da mezzogiorno in poi; tutte le volte che gli ho chiesto la droga l’ha tirata fuori dalle tasche. Dentro lo stesso bar c’è un secondo personaggio al quale il primo fa sempre riferimento».

Traffici e agguati

All’alba di mercoledì i carabinieri hanno arrestato dieci persone: il fornitore, due famiglie e i loro “cavallini” di spaccio. Un maresciallo camuffato da agente di commercio di una nuova marca di tequila (che è il nome dato all’operazione) ha frequentato il bar e il circolo dello spaccio per osservare l’ambiente da vicino. Ma sono tutti i carabinieri di quelle zone a seguire ormai da anni i trafficanti balcanici. Un territorio nel quale, a differenza del mercato della droga a Milano, tra gruppi albanesi si continua a sparare con una frequenza ormai dimenticata in città.

Il 10 novembre 2016 i due cugini Alban e Agron Lleshaj, 37 e 31 anni, vengono massacrati nella loro auto investita da decine di pallottole (cinque albanesi sono stati arrestati dai carabinieri a maggio scorso per quel duplice omicidio). Equilibri fragili; gruppi che si contendono le piazze; egemonie sempre a tempo. Altro agguato: 10 gennaio scorso, circolo «Magna Grecia», un bar in via La Cava, a Bollate. Un proiettile trapassa il cranio di un ragazzo albanese, 31 anni, senza ucciderlo (a fine marzo è stato arrestato il killer, connazionale). E due giorni fa è stato fermato Emiljano Biqmeti, 33 anni, per l’assassinio di un ragazzo, 24 anni, «scaricato» all’ospedale di Desio con due pallottole in corpo la sera del 15 settembre. L’omicidio è avvenuto a Cermenate, provincia di Como, la fascia più a Nord del territorio per le nuove faide albanesi.

Gianni Santucci, «Lombardia, sequestrato il libro mastro della droga. Ogni mese 250 mila euro. Il giro di spaccio gestito da due famiglie, arrestate dieci persone», dal “Corriere della Sera”, giovedì 21 settembre 2017, p. 13.

Droga 1/2 – Il “paco” – Ogni mese uccide in Argentina decine di minorenni

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Il “paco” è la droga a basso costo, tipico dei momenti di penuria. Il “paco” è la sostanza che riempie la vita degli esclusi, di una generazione di diseredati argentini, protagonista di un intero quartiere di Buenos Aires assediato dai signori del narcotraffico, dove il codice etico è scritto dal “paco”. Se c’è un momento storico recente che è rimasto impresso nell’immaginario di un’intera generazione di argentini è senz’altro il mese di dicembre del 2001.

A quel tempo la grave crisi economica attraversata dal paese, dovuta a una politica di sovraindebitamento, era degenerata in un irrimediabile default di circa 100.000 milioni di dollari. Di fronte alla mancanza di liquidità e alla massiccia fuga di capitali, il governo di Fernando de la Rúa, all’inizio di dicembre, aveva decretato la chiusura dell’attività bancaria.

Era stato appena coniato un nuovo termine economico: il “corralito”. E questa “droga di scarto” è giunta in Argentina proprio per mano del “corralito”. Per la mancanza di liquidità e l’aumento del dollaro, la cocaina era scomparsa dal “mercato”, soprattutto nei settori più poveri. In realtà, una delle caratteristiche proprie della pasta di coca è che non genera reti di narcotrafficanti, come fanno altre sostanze. In pratica si consuma nel posto dove viene prodotta, il che ha cambiato drasticamente il profilo del narcotrafficante che, per quanto riguarda il “paco”, non ha bisogno di essere un signore locale della droga. Può essere chiunque riesca a ottenere i resti della fabbricazione della cocaina.

Un narcotrafficante tipo potrebbe essere perfettamente una donna capofamiglia. Tra l’altro, la vicinanza e la conoscenza tra consumatori, produttori e trafficanti creano situazioni di estrema tensione. Questa droga devastante provoca ogni mese in Argentina la morte di decine di minorenni, e tra i suoi consumatori ci sono persino bambini di 10 o 11 anni. I dati della Secretaría de Programación de la Drogadicción y la Lucha contra el Narcotráfico rivelano che ci sono ragazzi tra gli 11 e i 12 anni che mostrano già sintomi di dipendenza dalla pasta di coca. Il “paco” genera dipendenza fin dalla prima volta che lo si consuma e il suo potere distruttivo è superiore persino a quello del “crack”, un’altra droga a basso costo che sta imperversando. In questa storia ci sono solo vittime. Figli e madri protagonisti in prima fila, ma su marciapiedi opposti della cultura dello scarto.

L’associazione “Madres del Paco”, conosciuta anche come “Madres por la vida”, è nata nel 2006 in un quartiere povero chiamato Ciudad Oculta dinanzi alla mancanza di risposte dello Stato nella lotta contro il consumo della pasta di coca. La sua fondatrice, Bilma Acuña, ha vinto la paura e ha denunciato gli assassini di suo figlio. È riuscita a far condannare i colpevoli: narcotrafficanti e poliziotti corrotti. Non tutte però ci riescono.

L’Observatorio de la Deuda Social Argentina (Odsa), che dipende dall’Università cattolica argentina (Uca), alla fine di maggio di quest’anno ha presentato il suo primo rapporto sulle dipendenze di giovani in quartieri vulnerabili. Secondo tale studio, il 22,1 per cento dei ragazzi tra i 17 e i 25 anni che vivono in insediamenti informali della conurbazione bonaerense consuma sostanze illegali almeno una volta al mese.

Il lavoro, intitolato «Vendita di droghe e consumi problematici in giovani di quartieri vulnerabili» è stato realizzato in 15 quartieri umili del Gran Buenos Aires. Stando ai suoi dati, il 43,7 per cento dei ragazzi intervistati ha ammesso di aver qualche volta consumato droga nella vita. I ragazzi sono molto più inclini delle ragazze all’uso delle droghe, specialmente quelli che non concludono gli studi secondari, o che non studiano né lavorano, e che non hanno responsabilità familiari.

Silvina Pérez, «Ogni mese uccide in Argentina decine di minorenni», in “L’Osservatore Romano”, venerdì 29 settembre 2017

Droga 1/1 – Come lupi tra vicoli bui – Reportage del fotografo Valerio Bispuri sulla devastante droga che sta invadendo le città del Sud America

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Se vedesse le foto del drammatico reportage di Valerio Bispuri, Papa Francesco probabilmente riconoscerebbe alcune di quelle strade polverose e malandate, circondate da baracche. Sono le strade delle villas miserias della sua Buenos Aires. Ed è lì che il fotografo romano ha iniziato il suo viaggio per documentare le terribili conseguenze dell’ultima, devastante “droga dei poveri” che sta invadendo inesorabilmente i quartieri degradati delle città sudamericane: il “paco”, un sassolino composto dall’ultimo scarto della lavorazione della cocaina, miscelato a cherosene, colla, veleno per topi o polvere di vetro. Costa poco, il suo effetto è istantaneo, dura pochi secondi, come una scossa, ma è dieci volte più potente di quello della cocaina. Chi comincia a farne uso non ha scampo: non può farne a meno e la sua vita si trasforma in una continua caccia alla dose – anche venti al giorno – in una condizione di perenne stordimento.

Viaggiando tra Argentina, Perú, Brasile, Colombia e Paraguay, Bispuri ha attraversato con coraggio e determinazione questo inferno abitato da morti viventi per raccontare la sofferenza e la vita nei ghetti periferici, condividendo la quotidianità dei consumatori di “paco”, ed entrando, bendato, anche in una “cocina”, uno dei piccoli laboratori clandestini nei quali si produce questa droga, per concludere il reportage laddove tutto ha inizio. E come con Encerrados (2014), che era uno sguardo crudo sul mondo delle carceri latinoamericane, anche con questo lavoro – frutto di 14 anni di ricerche e svolto in contemporanea al precedente – l’autore offre una documentazione puntuale di un fenomeno poco conosciuto, ma di dimensioni preoccupanti. Un reportage altrettanto crudo e drammatico raccontato in un libro, «Paco. A Drug Story» (Roma, Contrasto, 2017, pagine 123, euro 35), con una introduzione dello scrittore Marco Lodoli e un testo del giornalista argentino César Gonzáles, che sarà presentato al Festival di Internazionale a Ferrara sabato 30 settembre, e in una mostra allestita fino all’8 ottobre a Forma Meravigli di Milano nell’ambito dell’esposizione Altre storie, altre voci.

Lo stile di Bispuri non ha spazio per fronzoli o artifizi. Gli interessa la realtà. Lì c’è già tutto e non serve cercare spasmodicamente l’inquadratura più raffinata per rappresentarla. Il suo però non riesce a essere uno sguardo distaccato, perché vi si colgono compassione e urgenza della denuncia. Ma il coinvolgimento non arriva al giudizio. Quello lo lascia agli altri, a chi guarda le foto, che parlano di vite distrutte, perlopiù di giovani, e di famiglie disperate. Immagini dure di povertà estreme, di disperazioni senza vie d’uscita, che hanno un grande impatto emotivo. Pagina dopo pagina, il fotografo ci porta, anche con le parole, lungo quelle strade, raccontando non solo ciò che ha visto, ma anche quello che ha sentito e provato a contatto con le vittime del “paco”.

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«Lomas Zamora – scrive Bispuri – è una delle periferie più colpite dal “paco”. Ragazzini tra i dieci e i ventidue anni si muovono come lupi tra vicoli bui, la pelle consumata, magri, affamati, lo sguardo fisso nel vuoto. Non ci sono regole o leggi, l’unico e il solo scopo è procurarsi quanti più “sassolini” possibili. La loro giornata inizia con la notte. Si svegliano quando cala il sole e comincia con la caccia ai 50 pesos che costa una dose, a quei pochi secondi in cui si dimentica tutto e si inizia a morire». E i ragazzi-lupo di Lomas non hanno paura di morire.

Per quella dose sono disposti a tutto, non si fermano davanti a nulla e possono diventare merce di scambio persino sorelle e madri. Madri disperate, che attendono sveglie tutta la notte, sperando che i loro figli rientrino vivi, ma già pronte per quella, interminabile successiva. Ma anche madri che, per dare da mangiare ai figli, diventano venditrici di quella stessa droga. Come la donna trentaduenne, «ma ne dimostra cinquanta», che confeziona e smercia da anni le bustine col “paco”. Ma non per i suoi figli, anch’essi a caccia di dosi. Lo fa – dice – perché è l’unico modo per andare avanti, per poter comprare il latte all’ultima arrivata in famiglia. E come lei, molte altre, costrette, per sopravvivere, a foraggiare l’inarrestabile piovra che ha trasformato i loro stessi figli in lupi notturni. Abitanti di quelle notti che a Lomas, come in altre periferie di Buenos Aires e di molte città dell’America del sud, non hanno fine.

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Quello di Bispuri, scrive Lodoli, «è un viaggio negli inferi, senza alcuna speranza che presto o tardi riappaiano le stelle, senza alcuna possibilità di riscatto. Il “paco” è l’ultima porta aperta sulla vertigine che tutto assorbe e inghiotte. Prima c’è solo lo schifo di una vita senza neppure un fiore o un bacio rubato, dopo c’è solo la morte, e più che una condanna sembra una liberazione».

Con le sue foto Bispuri – per il quale «Paco non vuole essere solo un’esposizione su una terribile droga, ma un’esplorazione antropologica e sociologica della nuova povertà in Sud America» – chiede uno sforzo di empatia a chi osserva. Mostrando quei volti deturpati e smunti, quegli occhi spenti che guardano il nulla, quei corpi inerti in attesa di un altro tremito di una vita mai vissuta, ma anche i tentativi dei “paqueros” che provano una disperata fuga dall’abisso nei pochi centri di riabilitazioni, il reporter ci invita a non voltare la testa. Le sue foto disturbanti la nostra quieta e comoda esistenza rappresentano uno dei tanti scandali di oggi e per questo pretendono attenzione, non indifferenza. Ci chiedono di prendere coscienza di come è costretta a vivere una fetta di umanità. E di farcene carico, in qualche modo.

Gaetano Vallini, «Come lupi tra vicoli bui. Reportage del fotografo Valerio Bispuri sulla devastante droga che sta invadendo le città del Sud America», in “L’Osservatore Romano”, venerdì 29 settembre 2017