Fine vita – Invenzione choc. La macchina per l’eutanasia? Una camera a gas

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Philip Nitschke, l’australiano noto come «Dottor morte», lancia l’agghiacciante prototipo di Sarco, capsula per darsi la morte riempiendola con l’azoto. Per realizzarla basta una stampante 3D

Tecnica e medicina al servizio dell’eutanasia. È questo il piano che ormai da due decenni porta avanti il medico Philip Nitschke, l’australiano significativamente noto come «Dottor morte». Celebre per aver eseguito la prima eutanasia in Australia nel 1996 e aver fondato nel 1997 l’associazione «Exit» per il suicidio assistito, periodicamente Nitschke sale alla ribalta delle cronache per le sue trovate in tema di morte procurata. L’ultima occasione è coincisa col meeting annuale che Exit organizza per condividere e illustrare le nuove invenzioni di dispositivi di varia natura con un unico obiettivo: far sì che chiunque abbia a disposizione strumenti facilmente reperibili o addirittura “fai da te” per darsi la morte.

Quest’anno il raduno si è tenuto pochi giorni fa a Toronto, ad attirare l’attenzione dei convenuti e dei media che hanno fatto filtrare i contenuti dell’incontro è stata una capsula che nelle intenzioni del dottor Nitschke dovrebbe rivoluzionare le modalità del ricorso all’eutanasia. «Sarco» – il nome della capsula, abbreviazione di sarcofago – è stata definita dallo stesso medico australiano una euthanasia machine. Il concetto è tutto sommato molto semplice e facilmente intuibile dalle illustrazioni pubblicitarie reperibili online: la capsula monoposto ha un comodo lettino al suo interno, dopo esser stata chiusa ermeticamente e reclinata viene riempita con azoto, causando la morte per asfissia.

Da anni Nitschke ha messo in atto il suo piano che si potrebbe definire di “anarchia eutanasia”. Su Internet è facilmente reperibile un vademecum per suicidarsi, dal titolo Peaceful Pill Handbook. Pubblicato nel 2013 e aggiornato in ottobre, è acquistabile al prezzo di 85 dollari e fornisce «informazioni pratiche sulle strategie di fine vita, come farmaci da banco e farmaci da prescrizione, gas e veleni».

Per Sarco l’associazione Exit sembra avviarsi sulla stessa strada. Il progetto della capsula dovrebbe essere reso pubblico e quindi consultabile da tutti. Nelle intenzioni del progettista, l’ingegnere olandese Alexander Bannink, la costruzione e l’assemblaggio di Sarco dovranno essere facilmente realizzabili attraverso una stampante tridimensionale. In una sorta di delirio da offerta “paghi uno prendi due” il progetto prevede che una volta eseguita l’eutanasia la capsula possa essere scollegata dal dispositivo di iniezione di azoto e usata come bara per il defunto. L’accesso alla capsula sarà consentito digitando un codice di quattro cifre che si ottiene compilando un questionario online.

Secondo Nitschke, «Sarco porta il mondo un passo più vicino alla meta in cui ogni persona razionale può concludere la propria vita in un modo pacifico e affidabile nel momento in cui sceglie di farlo». Sempre secondo il medico australiano, la capsula renderà accessibili eutanasia e suicidio assistito a tutte quelle persone che incontrano difficoltà di tipo legale: Sarco, infatti, non presuppone l’uso di sostanze di per sé proibite.

Lorenzo Schoepflin, «Invenzione choc. La macchina per l’eutanasia? Una camera a gas», in “Avvenire”, giovedì 23 novembre 2017.

Foto: L’agghiacciante prototipo di Sarco, capsula per darsi la morte riempiendola con l’azoto.

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DAT Disposizioni anticipate di trattamento 2/18 – Per la vita in quest’oggi. La scoperta della piena visione cattolica

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Non c’è alcun dubbio che papa Francesco, nel messaggio inviato ai partecipanti al meeting romano della “World Medical Association”, abbia voluto ribadire le posizioni magisteriali sulle tematiche del fine vita e in particolare sull’accanimento terapeutico fissate lucidamente da Pio XII, ben sessant’anni fa, e successivamente confermate da numerosi testi e documenti della Sante Sede, tra cui il Catechismo della Chiesa cattolica e la Dichiarazione sull’eutanasia della Congregazione per la dottrina della fede. Ma non può nemmeno esserci alcun dubbio sul fatto che il messaggio del Papa a diversi commentatori sia apparso, almeno potenzialmente, molto innovativo e qualcuno è arrivato a sostenere (o a temere) che esso alterasse indebitamente la bioetica cattolica tradizionale.

Come si spiega questo apparente paradosso? Lo si spiega se si prende in considerazione un dato di fatto: se la dottrina della Chiesa in tema di accanimento terapeutico non è mutata negli ultimi decenni, anzi è stata costantemente riaffermata, è mutata però la lettura che ne è stata data. Il “no” all’accanimento terapeutico, nonostante le parole chiare che anche su queste colonne sono state spese soprattutto in questo già lungo avvio di secolo, è stato oggetto da parte di sin troppi avversari e purtroppo di non pochi sostenitori di interpretazioni sempre più restrittive e a volte talmente riduttive, da trasformarlo in un’esortazione, non priva di ragioni ma tutto sommato banale, ad aiutare i morenti a morire in pace, supportati da doverose cure compassionevoli. Il “no” della Chiesa all’accanimento terapeutico è ben più forte e incisivo e basta leggere i testi cui fa riferimento papa Francesco nel suo messaggio per rendersene conto. Questo “no” si sostanzia in una ferma denuncia dell’illiceità bioetica di interventi medici (ancorché motivati da generose intenzioni) che si rivelassero nel caso concreto sproporzionati, futili, indebitamente invasivi, irragionevoli, irrispettosi dell’esplicita volontà del malato correttamente informato, e tali, in sintesi, «da produrre potenti effetti sul corpo», non giovevoli però «al bene integrale della persona».

Il Papa è chiarissimo nel suo messaggio nel sottolineare quanto sia difficile prendere posizione «nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica», e quanto numerosi e complessi sono i fattori da valutare per stabilire se una determinata pratica realizzi o no una forma di accanimento. Queste difficoltà non si possono risolvere però dando un indebito spazio a quella categoria, pur nobile, ma ingenua, che definirei la “speranza terapeutica”; questa, se, applicata coerentemente, giungerebbe non solo a giustificare le più estreme forme di accanimento sul corpo dei malati, ma addirittura a favorirle o a renderle doverose.

Ribadendo il “no” all’accanimento e legando indissolubilmente (anche in questo caso riconfermando la dottrina tradizionale della Chiesa in materia) questo “no” a quello nei confronti dell’eutanasia e a un altrettanto forte “no” ad ogni forma di abbandono e di «ineguaglianza terapeutica» (cioè a cure sempre più raffinate e costose per sempre meno persone…) , il Papa rivolge a tutti un forte monito perché ci si sappia calare con coraggio nelle temperie del tempo presente, nel quale, proprio perché si stanno moltiplicando situazioni laceranti e tragiche, c’è la necessità per un verso di operare per la giustizia e per l’altro di ricorrere a forme di discernimento sempre più attente, sempre più personalizzate e individualizzate. In questo contesto, la parte finale del messaggio del Papa è di notevole importanza e non va assolutamente trascurata.

Esortando tutti ad affrontare «con pacatezza e in modo serio e riflessivo» tematiche bioetiche come quelle del fine vita e insistendo sul dovere dello Stato a tutelare tutti i soggetti coinvolti e in particolare i più deboli, quelli «che non possono far valere da soli i propri interessi», il Papa insiste nel sottolineare quanto sia importante, anche in una prospettiva de iure condendo, creare «un clima di reciproco ascolto e accoglienza», tenendo conto della «diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose».

Il che equivale ad un appello perché si abbandoni quella che chiamerei un’indebita “bioetica difensiva”, che si rivela troppo pigra nella ricerca di quelle risposte nuove, che sono imposte dal nuovo che avanza. Le moderne biotecnologie, scrive il Papa, sono diventate ben capaci di sostenere le funzioni biologiche o addirittura di sostituirle, ma questo di per sé «non equivale a promuovere la salute»: esse perciò vanno valutate con pazienza, serenità e coraggio, per accettarle, quando sia opportuno farlo, ma anche per rifiutarle, quando il ricorso a esse si riveli sterile per il bene della persona.

Non c’è alcuna ragione per pensare che la dottrina della Chiesa sui temi del fine vita debba cambiare (o che sia già cambiata): è il contesto in cui essa opera che cambia incessantemente e vorticosamente e richiede che ci si interroghi con onestà intellettuale «su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete» di oggi.

Francesco D’Agostino, «Per la vita in quest’oggi. La scoperta della piena visione cattolica», in “Avvenire”, domenica 19 novembre 2017.

DAT Disposizioni anticipate di trattamento 2/17 – Per amore e per giustizia. La vita, la morte, la buona cura

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La morte, la nemica. Non facciamo finta, è un pensiero che punge, ne abbiamo paura, ripugnanza, tutti. La morte di quelli che amiamo è dolore. La morte che verrà, la sua attesa temuta è un’emozione rimossa, a scansarne l’angoscia. C’è nella morte qualcosa di sbagliato, di ingiusto, come un segno d’invidia triste, di sconfitta e nonsenso. «Dio non ha creato la morte» è scritto nel Libro sacro. Tutta la tensione dell’essere, anche dentro l’istinto, è per la vita.

Oppure. Oppure la morte, la sorella. Come una sorta di approdo del senso, o di varco intravisto dal cuore sino a intonarvi una lauda, come nel cantico del santo d’Assisi. Sino a indovinarvi un’ultima beatitudine, quasi un’eco dell’estrema preghiera sapienziale «beati mortui» (qui in Domino moriuntur).

La vita dell’uomo si disegna dunque in faccia alla sua morte. La morte ne delimita il corso, ma non solo: la morte ne definisce la vocazione all’eterno. Alla perpetua lux. L’uomo si studia di tenere accesa la vita studiando i misteri del corpo e i segreti delle sue mappe genomiche, lottando contro le malattie e il declino, affinando le arti chirurgiche, inventando i prodigi della farmacopea; e in questo c’è qualcosa di grande. Grande non per l’illusione di tener scacco infinito alla morte, epos perdente, ma per la cura da uomo a uomo, e in ultima analisi per l’amore che la sostiene, in vita e in fine-vita, fino al commiato.

Umanamente. Umanamente è la parola che ho in cuore, intanto che leggo la lettera del papa Francesco al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni di fine-vita, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita. C’è umanità e ispirazione in quello scritto. A cominciare proprio dalla coscienza del limite della condizione umana mortale, quando gli interventi sul corpo non hanno più proporzionata ragione. Non è dare o darsi la morte, questo: è accettare di non poterla impedire, e «restituire umanità all’accompagnamento del morire». Fa pensare, questa parola del Papa; è una visione etica già solida nella tradizione; ma ne esce come accentuata dalla sua collocazione prolettica.

Fermo che intendere la disponibilità della vita e della morte è inaccettabile hybris, e l’eutanasia sempre illecita, nell’accanimento affiora un’inversa iattanza. Fa pensare, dico, perché mette a fuoco la difficoltà e la complessità del giudizio nei casi concreti, e in primo piano esalta il ruolo della persona malata nel dialogo terapeutico decisionale. È lui che conta più di tutti. Anche quando è povero, senza potere e nel nostro mondo sempre più abituato a cure strabilianti e costose, teme e denuncia il Papa, vittima designata di «ineguaglianza terapeutica».

Brilla, su tutto, una frase che fa da bandiera, come nervo centrale della lettera: papa Francesco la chiama «prossimità responsabile», citando il vangelo del samaritano. E traducendola la innesta nella «relazione senza abbandono» anche nei casi di angoscia. È un passo, questo, dove il linguaggio si fa d’improvviso colloquiale, e dice di dare amore ciascuno come può, nel modo che gli è proprio («ma lo dia!»).

A volte i dibattiti fra esperti di bioetica sembrano un’esercitazione che incrocia princìpi, assiomi, visioni, sistemi, talvolta sfocando la concretezza delle infinite variabili delle vicende umane del vivere e del morire. E forse non c’è un rasoio di Occam che tutto riduca all’uniformità dell’agire. Mettere in una legge le regole non è facile, ma farlo è doveroso, nel modo il più possibile condiviso. L’ultima parte della lettera vi fa cenno, auspicando un clima «di reciproco ascolto e accoglienza», con il compito di proteggere ogni essere umano e in primis i più deboli.

Viene d’istinto rammentare che in Italia c’è una proposta di legge (sulle Dat) molto discussa, in stallo. Non v’è uniformità di giudizi; ma ciò che è imperfetto potrebbe essere migliorato, corretto, reso adeguato, invece che accantonato senza fine. L’etica è una guida preziosa per esprimere il bene, non per tacerlo; preziosa ed esigente, perché vuole che sia il bene. Ci proviamo? C’è spazio, nella riflessione giuridica, per un briciolo di quel lievito, di cui parla il Papa? Un po’ d’amore, ognuno come gli è proprio. E di giustizia.

Giuseppe Anzani, «Per amore e per giustizia. La vita, la morte, la buona cura», in “Avvenire”, venerdì 17 novembre 2017.

DAT Disposizioni anticipate di trattamento 2/16 – Il Papa: «Mai abbandonare il malato, ma niente accanimento»

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Da Francesco il no ad eutanasia ed accanimento terapeutico. I trattamenti siano proporzionali alla situazione concreta del malato

Con la consapevolezza dei successi raggiunti dalla medicina in campo terapeutico e di quanto “gli interventi sul corpo umano diventino sempre più efficaci, ma non sempre risolutivi”, Papa Francesco puntualizza la necessità di “un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”.

Nella Lettera a mons. Paglia e ai partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association, e citando la Dichiarazione sull’eutanasia del 5 maggio 1980, il Santo Padre ricorda quanto sia “moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure”.

“Una scelta – procede il Papa – che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare”, “senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere”. Un’azione, dunque, “che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte”. Per un attento discernimento, spiega infatti Francesco, tre sono gli aspetti da considerare: “L’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano”.

In questo percorso – sottolinea il Pontefice – “la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità». È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante.”

Il Papa non nasconde la difficoltà della valutazione, soprattutto se si considerano “le molteplici mediazioni” a cui è chiamato il medico: “richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.” Altra Sua preoccupazione, la disuguaglianza terapeutica “presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura”.

Da qui, la necessità di tenere “in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile” con “l’imperativo categorico” “di non abbandonare mai il malato” perché, spiega ancora Francesco, la relazione “è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio (…) Ma lo dia!”

In questa cornice d’amore, con la consapevolezza che non si può sempre garantire la guarigione e non ci si deve accanire inutilmente contro la morte, “si muove la medicina palliativa” che “riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine”.

Francesco non manca di rivolgere l’attenzione ai più deboli “che non possono far valere da soli i propri interessi” e, senza dimenticare “la diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza”, sottolinea che “lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società”. Ecco perché, conclude Francesco, “Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede” uno “sguardo complessivo” perché si promuova “il bene comune nelle situazioni concrete” e “in vista del bene di tutti”.

«Il Papa: “Mai abbandonare il malato, ma niente accanimento”», in “Avvenire”, giovedì 16 novembre 2017.

DAT Disposizioni anticipate di trattamento 2/15 – L’allarme. La discesa verso l’eutanasia per i minori

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Dal Belgio al Canada, alla Colombia, la legge che autorizza forme di «morte a richiesta» porta in tempi brevi a proporre e accettare la fine anticipata anche per bambini e adolescenti

Eutanasia su minori, perché no? Sembra questa l’ineluttabile conclusione dei percorsi legislativi intrapresi da diversi Paesi che si sono dotati di leggi per introdurre eutanasia e suicidio assistito a determinate condizioni. Una strada segnata, percorsa a diverse velocità ma la cui meta è sempre la stessa: la morte procurata di bambini e adolescenti malati previo il loro consenso o quello dei genitori.

Il record lo fa segnare il Canada, dove l’eutanasia è legale dal giugno 2016, dopo che la regione del Quebec aveva fatto da apripista nel 2014. È trascorso poco più di un anno e il dibattito sull’applicazione dell’eutanasia ai bambini è già accesissimo. Risale a fine ottobre un report della Società di pediatria canadese nel quale non si esclude la possibilità di aggiornare la legge alla luce di due soli requisiti: salvaguardare il minore da possibili abusi e valutare attentamente con i genitori la sua capacità di prendere decisioni attraverso un team di consulenti qualificati (psichiatri, psicologi, bioeticisti). Come dire: fate pure, ma con cautela. Il documento della Società di pediatria è la base per una più ampia analisi del problema che il governo canadese ha richiesto e che dovrebbe essere discussa dal parlamento entro la fine del 2018.

Nel documento si fa anche riferimento a un questionario sottoposto ai pediatri, che ha visto rispondere un totale di 1.050 medici. Tra loro, 35 hanno dichiarato di aver avuto negli anni passati discussioni esplorative direttamente con 60 minori in tema di eutanasia. Sono stati invece 9 i pediatri che hanno affermato di aver ricevuto richieste esplicite di accesso all’eutanasia da un totale di 17 minori. Ben 118 invece hanno riportato notizie circa valutazioni sull’eutanasia con i genitori dei pazienti, per un totale di 419 casi. Numeri che sembrano voler dire chiaramente che l’eutanasia su minori non è più un tabù – ribadiamo: dopo solo un anno dall’approvazione della legge – e che dunque sarebbe ora di affrontare la questione a livello parlamentare.

La Colombia non è stata tanto veloce quanto il Canada, ma è andata dritta al sodo: l’eutanasia su minori non è infatti oggetto di una discussione aperta ma è stata di fatto già introdotta da una recentissima sentenza della Corte costituzionale. La legge colombiana risale al 2015 e adesso, dopo neppure tre anni, al governo i giudici richiedono di varare un provvedimento che traghetti fino alla nuova versione della legge, che entro due anni, per invito della stessa Corte, dovrà essere approvata dal parlamento. Nel nuovo testo i parlamentari colombiani dovranno inserire la possibilità per i minori di accedere all’eutanasia, per essere risparmiati da trattamenti crudeli e disumani, come ha stabilito la Corte esprimendosi sul caso di un minorenne per il quale i genitori avevano chiesto una valutazione circa l’applicabilità della legge attualmente in vigore. Di «passo gravissimo» ha parlato monsignor Elkin Fernando Álvarez Botero, vescovo ausiliare di Medellín e segretario generale della Conferenza episcopale della Colombia (Cec), presentando una nota ufficiale firmata da Oscar Urbina Ortega, arcivescovo di Villavicencio, e da Ricardo Tobón, arcivescovo di Medellín, rispettivamente presidente e vicepresidente della Cec.

In Belgio la legalizzazione dell’eutanasia risale al 2002 – primo Paese al mondo – e il percorso verso l’allargamento ai minori è stato molto più lento, dando comunque i suoi frutti concreti. La limitazione sulla base dell’età è stata rimossa nel 2014 e nel settembre 2016 si è registrato il primo caso di un diciassettenne malato terminale, vittima della “morte a richiesta”. Nel febbraio di quest’anno si è registrato il secondo – e per il momento ultimo – caso di eutanasia su minore, per il quale però non sono stati resi noti i dettagli sull’età del paziente e la patologia di cui soffriva.

Quando si parla di eutanasia su bambini è impossibile non ricordare il Protocollo di Groningen, elaborato in Olanda dal dottor Eduard Verhagen nel 2005, tre anni dopo l’approvazione della legge olandese. Secondo il Protocollo, è lecito sopprimere un neonato in base alle aspettative di vita e alle sofferenze che può trovarsi ad affrontare. Nel 2015 e nel 2016 l’Associazione pediatri olandesi (Nederlandse Vereniging voor Kindergeneeskunde, Nvk) si è espressa ripetutamente a favore dell’abbassamento del limite di età per l’accesso all’eutanasia (che anche in Olanda è legale dal 2002), già portato prima a 16 e poi a 12 anni. Secondo i pediatri, questo potrebbe risolvere i problemi che i medici si trovano ad affrontare quando devono trattare casi di bambini gravemente malati.

Lorenzo Schoepflin, «L’allarme. La discesa verso l’eutanasia per i minori», in “Avvenire”, giovedì 2 novembre 2017.

DAT Disposizioni anticipate di trattamento 2/14 – Equivoci antropologici sulla legge delle Dat. Perché non esiste un diritto a morire

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Il dibattito in corso sulla legalizzazione delle Dat (Disposizioni anticipate di trattamento) solleva il problema della morte come un diritto della persona, da riconoscere e tutelare legalmente. Se non nelle forme radicali ed estreme del suicidio ad libitum – “la vita è mia e la chiudo quando voglio io” – almeno in quelle soft e contenute del suicidio inteso a mettere fine a una vita considerata non più degna di essere vissuta. Diritto connesso al principio di autodeterminazione, per il quale ciascuno è padrone e arbitro di sé e delle sue cose, di cui decide in tutta autonomia. Diritto cui si può rinunciare, ma di cui a nessuno deve essere impedito di avvalersi.

Il problema è l’oggetto di questo diritto: la soppressione della vita di una persona. Diritto arbitrario per il credente, per il quale la vita è dono di Dio, di cui il soggetto è custode e non padrone, ma anche per il non credente. Il motivo teologico infatti si salda con quello antropologico. La vita non è dell’ordine dell’avere: qualcosa che uno ha, e di cui dispone, ma dell’essere che uno è, e di cui non dispone. Io non ho una vita: io sono la mia vita. La persona è l’unico esistente con dignità di soggetto e non di oggetto, con valore “in sé” e non derivato “da altro”, con natura di fine e non di mezzo.

Come tale irreificabile: non riducibile a cosa, e perciò a oggetto di diritto per nessuno. La persona è soggetto di diritto, mai oggetto. «La persona è il diritto sussistente», diceva Antonio Rosmini. La vita partecipa – è l’anima, il principio attivo – di questo diritto.

C’è pertanto un diritto alla vita, alla sua tutela e promozione, non un diritto sulla vita. Di qui la sua indisponibilità e inviolabilità anche per il soggetto, che priva di senso il diritto di morire. Disconoscere la differenza umana, riducendo la vita della persona a valore di cosa e di uso, di cui alla fine potersi disfare, non rappresenta un più, ma un meno di civiltà. Avremo maggiorato il principio di autodeterminazione, spinto fino al potere sulla vita, ma diminuito il principio di umanità. Un’autodeterminazione come puro potere di decisione, sganciato dall’ordine del bene e dei suoi obblighi, dal bene primo e basilare della vita, è un feticcio che narcotizza le libertà, abbandonandole alla loro solitudine.

Al punto cui siamo, le libertà non hanno bisogno di maggiorazioni di poteri, ma di consolidamenti valoriali. Altrimenti girano su se stesse in un vortice mortale, che le risucchia in quell’inconfessato cupio dissolvi che estingue il gusto della vita, tanto più quanto più questa è segnata dalla fragilità, dalla malattia, dalla disabilità, cui non si è più capaci di riconoscere e dare un senso.

E diventano insopportabili, tramontano le virtù di fiducia e di condivisione, come l’empatia, la compassione, la consolazione, nel loro significato originario e profondamente umano di enpaheia, sun-patheia, cumpassio, con-solatio: entrare nel pathos, nella passio, nella sofferenza e nella solitudine dell’altro, con-dividerla e far percepire anche in esse la bontà e la bellezza della vita. Unico argine a quel taedium vitae e libido moriendi che allignano in una cultura che perde logos e telos di significati, valori e orizzonti di vita. È una cultura, questa, che non sa proporre di più e meglio di un diritto a morire, rivendicato come indice di progresso e di modernità, fino alle apologie del suicidio, elogiato come supremo atto di libertà, con cui un individuo mette fine alla sua esistenza.

Elogio ingannevole, perché il suicidio non è mai affermazione di libertà, ma espressione d’infelicità. Rivendicazioni e plausi socialmente deludenti, per l’indebolimento progressivo del bene e dell’amore per la vita nell’immaginario delle coscienze, specialmente dei più giovani e dei più deboli. Ne è sintomo inquietante il possibile diffondersi, tra i teenagers, dell’ancora misteriosa sindrome della blue whale, che “Avvenire” ha preso in esame nei suoi controversi aspetti in queste ultime settimane.

Dire che non c’è una libertà per la morte non significa tuttavia perseguire la vita a ogni costo. Non c’è un diritto a morire volto a mettere fine alla vita. C’è però un diritto a morire bene. Tutti dobbiamo morire, ma non è detto che dobbiamo morire male.

C’è un diritto a morire con dignità umana e cristiana, volto a umanizzare il morire con la terapia del dolore e la rinuncia a mezzi di cura straordinari e sproporzionati. Rinunciare ai quali non vuol dire sopprimere la vita, ma accogliere e vivere la morte come l’ultimo atto della vita.

Mettersi dalla parte della vita, dando ragione della sua inviolabilità, non porta a ergersi a giudici, in tutta fedeltà all’imperativo evangelico: «Non giudicate!». Chi conosce infatti il cuore dell’uomo, al confine critico tra la vita e la morte? «Solo Dio», è la risposta della Bibbia. Per questo la Chiesa affida al giudizio e alla misericordia di Dio chi arriva al gesto tragico della rinuncia alla vita.

Mauro Cozzoli, «Equivoci antropologici sulla legge delle Dat. Perché non esiste un diritto a morire», in “Avvenire”, domenica 18 giugno 2017.

DAT Disposizioni anticipate di trattamento 2/13 – Sulle Dat le condizioni dei notai

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«Registro nazionale per le volontà di fine vita. Legge da cambiare». I professionisti del diritto chiamati ad applicare la norma in discussione al Senato chiedono più chiarezza

Più domande che risposte. Quel che sta accadendo lungo il percorso della legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) è eloquente: mano a mano che l’iter avanza (dopo il varo alla Camera il 20 aprile la legge, è in Commissione Sanità al Senato), il ventaglio dei dubbi anziché assottigliarsi si amplia. E viene alimentato da quanti la legge saranno chiamati ad applicarla. Chi ha assistito al convegno organizzato ieri dai notai milanesi per vederci chiaro sul piano dei contenuti – con interventi di Paola Binetti, Adriano Pessina, Umberto Galimberti, Barbara Randazzo, Luciano Eusebi, Andrea Nicolussi, Filippo Anelli e Alberto Gambino – ha toccato con mano le rilevanti perplessità di una categoria che in fatto di accertamento delle volontà chiede certezze e non la retorica della “libertà” e dei “diritti” individuali.

Alla quale hanno fatto puntuale riferimento Mina Welby e Marco Cappato («quella sulle Dat è una legge che offre una possibilità di scelta, non si impone a nessuno») ma che ha dovuto fare i conti con la serietà dei rilievi giuridici di professionisti del diritto tutt’altro che tranquilli all’idea di dover applicare forse di qui a pochi mesi una legge ancora nebulosa.

Per i notai è infatti insormontabile la questione del come e dove raccogliere le volontà di fine vita: «Il notariato – dice Carmelo Di Marco, presidente di Federnotai – sostiene la necessità di un registro nazionale delle Dat, che ne permetta la conservazione e la conoscenza in tempo reale in qualunque punto del territorio nazionale». La legge nell’attuale formulazione non prevede un registro simile ma all’articolo 4, 6° comma, si limita a dire che la Dat vanno «redatte per atto pubblico o per scrittura privata autenticata ovvero per scrittura privata consegnata personalmente dal disponente presso l’ufficio dello stato civile del comune di residenza del disponente medesimo, che provvede all’annotazione in apposito registro, ove istituito, oppure presso le strutture sanitarie».

Una formulazione dove spicca l’assenza di un registro unico che dia certezza su un terreno delicatissimo. Per i notai certo non può bastare il generico impegno di Emilia De Biasi, relatrice pd del provvedimento a Palazzo Madama, che rimanda a linee guida successive al varo della legge così com’è («nel testo – riconosce – ci sono imprecisioni, ma le possiamo correggere dopo»). Posizione comprensibile se l’obiettivo è varare a ogni costo il biotestamento entro la legislatura e quindi evitare una correzione qualunque che la farebbe tornare alla Camera. La correzione in questione, poi, sarebbe di non poco conto richiedendo un capitolo di spesa, attualmente non previsto, da spuntare nella legge di bilancio. Ma le incognite e le lungaggini inevitabili per una pro- simile segnerebbero probabilmente la fine del ddl, agitato da troppi come una nuova bandiera simbolica da inalberare.

Le obiezioni dei notai non terminano qui: in questione è anche la formulazione del documento per raccogliere le Dat, sul quale la legge non si pronuncia. «I modelli oggi circolanti, predisposti dai soggetti più diversi, sono troppo generici per una materia così rilevante – dice Enrico Sironi, consigliere nazionale del Notariato –: sui vari moduli scaricabili dal Web non si entra mai nel merito delle infinite patologie e dei conseguenti scenari possibili».

Pare chiaro che il notaio non potrà mai sostituire il rapporto tra il paziente e il suo medico, né può sapere di medicina a sufficienza (ma certo dovrà imparare a destreggiarsi tra diagnosi e terapie). «La nostra proposta di garantire la presenza del medico alla stesura delle Dat davanti al notaio è caduta alla Camera con il facile argomento dei costi per i cittadini – nota amaro Sironi –. Così si è lasciato campo libero alla soluzione attuale: scrittura privata presentata in Comune su un foglietto, con il solo accertamento dell’identità. Un po’ poco per decidere della propria vita».

Per i notai è decisivo che le volontà di fine vita siano espresse da una persona competente e informata, che sia in sé e certamente priva di condizionamenti esterni. Ma chi lo accerta? E chi lo garantisce davanti allo Stato? La legge su questo si mostra ancora deficitaria. Le Dat – afferma Giuseppe Calafiori, notaio e presidente di Confprofessioni Lombardia – «non devono rendere la relazione del paziente con medico e notaio «burocratica, non ci può essere spazio per moduli, formulari, carte copiative o crocette, al contrario c’è bisogno di una relazione sempre più proattiva e personale». C’è ancora tempo per rimediare.

Francesco Ognibene, «Sulle Dat le condizioni dei notai: “Registro nazionale per le volontà di fine vita. Legge da cambiare”. I professionisti del diritto chiamati ad applicare la norma in discussione al Senato chiedono più chiarezza», in “Avvenire”, sabato 17 giugno 2017.