Criticità e positività nel mondo 4 – Coree. «Medaglia» della diplomazia olimpica

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Il presidente sudcoreano Moon: «Diamo rapido seguito alle richieste di dialogo» Il ministro per l’Unificazione Cho ha proposto come luogo del primo incontro il villaggio di Panmunjon che si trova a ridosso del confine non ufficiale tra i due Paesi

Dopo avere accolto con favore l’apertura del regime nordcoreano verso una partecipazione di suoi atleti alle Olimpiadi invernali che si terranno a febbraio in Corea del Sud, le autorità di Seul hanno proposto un rapido avvio dei colloqui a riguardo, avanzando la data del 9 gennaio.

Il presidente sudcoreano Moon Jae-in ha invitato ieri i propri ministeri dell’Unificazione e dello Sport «a dare rapidamente seguito a misure per riavviare un dialogo Nord-Sud» che, ha segnalato nella prima riunione ministeriale del nuovo anno, «non può essere separato» dal nodo del nucleare che rischia di portare la Penisola coreana sull’orlo del conflitto.

«Accolgo le dichiarazioni del leader Kim Jongun sul possibile invio di una delegazione nord- coreana ai giochi di Pyeonchang e di voler aprire un dialogo a livello governativo come una risposta al nostro proposito di fare di Pyeongchang (sede dei Giochi) un’innovativa opportunità per migliorare i rapporti Sud-Nord e di dare concretezza alla pace», ha sottolineato il cattolico e progressista Moon, forte oppositore della nuclearizzazione della regione.

Un auspicio che rischia di essere vanificato dalle tensioni tra Pyongyang e Washington e acuite dal progresso del nucleare bellico e della tecnologia missilistica della Corea del Nord. La Corea del Sud ha proposto di tenere colloqui ad alti livelli con il vicino nordcoreano il 9 gennaio e si è detta pronta a prendere «misure rapide per una dialogo sulla partecipazione della delegazione nordcoreana». A confermarlo, il ministro per l’Unificazione, Cho Myoung-Gyon, che ha segnalato la disponibilità sudcoreana «a tenere colloqui con il Nord in qualsiasi momento e luogo, in qualsiasi forma». «Speriamo che il Sud e il Nord possano sedersi faccia a faccia e discutere della partecipazione della delegazione nordcoreana ai Giochi di Pyeongchang e di altre questioni di reciproco interesse per il miglioramento dei legami inter-coreani», ha detto ieri Cho in una conferenza stampa proponendo come luogo dell’incontro il «villaggio della tregua» di Panmunjon, a ridosso di un confine fortemente militarizzato mai ufficializzato da un trattato tra i due Paesi.

Le posizione sudcoreane sono una risposta al leader nordoreano Kim Jong-un che lunedì, in occasione del suo discorso di Capodanno alla nazione, ha augurato «successo» ai Giochi olimpici invernali di Pyeongchang, prospettando di essere «pronto a intraprendere diversi passi, compreso l’invio di una delegazione».

Quest’ultimo, come altri cenni distensivi in un discorso tenuto da un leader rilassato, apparso in abito grigio di foggia occidentale e lontano dall’atteggiamento bellicoso o arrogante di altre occasioni, ha per gli analisti il senso di aprire una crepa nell’alleanza tra Seul e Washington. La Corea del Sud propone anzitutto un negoziato associato a sanzioni internazionali verso il regime nordcoreano, mentre Washington persegue la massima pressione, inclusa l’opzione militare in caso di aperta aggressione nordcoreana contro il suo territorio o gli alleati nell’area. Contemporaneamente, con le sue aperture, Kim Jong-un mira a ottenere un maggior credito dai tradizionali alleati cinese e russo, che partecipano al regime delle sanzioni ma che cercano di evitare l’isolamento del Paese nel tentativo di evitare un’escalation che avrebbe conseguenze imprevedibili per l’intero Estremo Oriente.

La partecipazione di Pyongyang alle competizioni sportive nel Sud, come in altri appuntamenti internazionali, è sempre stata subordinata alla situazione politica e militare tra i due Paesi. Ad esempio, il Nord ha boicottato le Olimpiadi di Seul del 1988 ma ha inviato propri atleti a Incheon, sede nel 2014 dei Giochi asiatici.

Stefano Vecchia, «Coree. ”Medaglia” della diplomazia olimpica. Accelerazione verso “colloqui ad alto livello” tra Nord e Sud», in “Avvenire”, mercoledì 3 gennaio 2018, p. 11.

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Criticità e positività nel mondo 3 – Nel Mali amnistia nazionale per la riconciliazione

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BAMAKO. Il governo del Mali proporrà una legge di «intesa nazionale» volta a evitare che «tutti gli implicati nella rivolta armata» siano perseguiti, a condizione che non abbiamo «le mani macchiate di sangue»: così ha dichiarato il presidente Ibrahim Boubacar Keita nel suo messaggio di fine anno.

Per «garantire la riconciliazione nazionale» questa carta «propone delle misure speciali per porre fine ai procedimenti in corso o l’amnistia per i fautori della rivolta armata del 2012», spiega il presidente. Il progetto di legge prevede dunque «l’esonero dai procedimenti dei ribelli che non hanno le mani macchiate di sangue». Saranno anche previste «misure di pacificazione dopo l’accelerazione di procedimenti in corso e delle riparazioni a favore delle vittime riconosciute», così come un «programma di inserzione dei combattenti che hanno deposto le armi e si dichiarano pubblicamente ostili alla violenza», afferma il capo dello stato. Ma questo non costituisce «né un incentivo all’impunità, né un segno di debolezza, e ancor meno un rifiuto di rendere giustizia alle vittime».

Il presidente Keita dice essersi ispirato dalla «Carta per la pace, l’unità e la riconciliazione nazionale» che gli è stata rimessa a giugno, due anni dopo la firma dell’accordo di pace con gli ex ribelli del nord del paese in maggioranza tuareg.

«Nel Mali amnistia nazionale per la riconciliazione», in “L’Osservatore Romano”, martedì-mercoledì 2-3 gennaio 2018, p. 2.

Criticità e positività nel mondo 2 – La San Vincenzo sbarca in Albania

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La prima Conferenza in questo Paese si è costituita a Mollas, grazie all’impegno di volontari italiani che negli ultimi anni hanno finanziato gli studi di alcuni giovani albanesi

Anche l’Albania ha la sua prima Conferenza della San Vincenzo. È nata a Mollas, una cittadina di cinquemila abitanti a un’ora e mezzo da Tirana. Ma soprattutto è nata tra i giovani e dal contagio nascosto ma potente della carità evangelica, con lo stesso spirito che portò nel 1833 il beato Federico Ozanam a fondare a Parigi le Conferenze al servizio dei più poveri.

È la storia di un’amicizia con l’Italia e in particolare con un gruppo di famiglie che hanno seguito con intelligenza in questi anni la comunità di Mollas. «Tutto è iniziato nel 2011 – racconta Licia Latino, vincenziana che a Lecco fa parte di un Conferenza San Vincenzo formata da famiglie –. Su internet abbiamo trovato la storia di una comunità di suore italiane delle Figlie della Carità, in questa piccola cittadina dell’Albania. Abbiamo scritto loro chiedendo se potevamo fare qualcosa per aiutarle; ci hanno risposto: “Venite a trovarci”. Così quell’estate siamo partiti per Mollas insieme alla famiglia Ceste di Torino, anche loro vincenziani di lungo corso».

L’impatto è stato forte: le visite alle famiglie, in un contesto di povertà diffusa in quest’angolo dell’Albania profonda. E la domanda inevitabile: «Che cosa possiamo fare?» La risposta delle suore fu l’invito a puntare sui giovani, farli studiare per la rinascita della comunità. «Ce ne sono di meritevoli, ma non possono andare all’università: un anno di studi qui costa 2.000 euro, una cifra impossibile», raccontarono le Figlie della Carità. Rientrati in Italia parte la rete della solidarietà: una trentina di famiglie tra Lecco e Torino si mettono insieme, coinvolgono gli amici. Alla fine di giovani universitari ne sosterranno ben dieci per tutto il ciclo dei tre anni di studi ad Elbasan; e poi altri dieci e adesso hanno ricominciato ancora con un terzo gruppo. Intanto le visite dall’Italia a Mollas si sono moltiplicate.

Ed è stato a questo punto che ai ragazzi gli amici italiani hanno cominciato a dire: «Potete mettere anche voi a disposizione degli altri quanto avete ricevuto». Finché due anni fa è scattata la scintilla: a Mollas un primo gruppo di giovani ha iniziato a ritrovarsi, in estate hanno partecipato ai campi dei giovani vincenziani in Italia. Hanno cominciato a progettare interventi per l’aiuto alle famiglie.

Ieri il percorso ha avuto il suo suggello con la nascita di una vera e propria Conferenza: l’Albania è diventato così il 151 Paese al mondo dove è presente la Società di San Vincenzo de’ Paoli. A tenere a battesimo l’esperienza degli amici dell’Albania è arrivato il presidente italiano Antonio Gianfico, che ha presieduto l’assemblea in cui il gruppo ha eletto la sua guida e il suo consiglio. «Tutte le esperienze vincenziane – commenta Gianfico – scongiurano la forma assistenzialistica, in Italia come all’estero, ponendo al centro la persona nella sua totalità con pari dignità con il volontario e con la società circostante».

Ora a Mollas arrivano giovani anche dai Paesi vicini: la speranza è che quello avvenuto nella città albanese sia un inizio anche per tanti altri.

Giorgio Bernardelli, «La San Vincenzo sbarca in Albania», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 22.

Criticità e positività nel mondo 1 – Case sfitte e senzatetto: La sfida della Caritas

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I responsabili del “Secours catholique” sperano di coinvolgere i proprietari di quasi 200mila abitazioni. Garantita la copertura dell’affitto che però deve tenere conto della situazione economica della famiglia

Di fronte all’acutissima emergenza alloggi nella pur ricca regione parigina, il Secours catholique, ovvero la Caritas transalpina, ha deciso di opporsi al fatalismo e di non rassegnarsi. Estendendo il perimetro abituale delle proprie operazioni, l’associazione ha annunciato che creerà nel 2018 la prima “agenzia immobiliare sociale” del Paese, sperando così di contribuire a sbloccare il drammatico stallo all’origine di uno scandalo persistente: decine di migliaia di famiglie di ogni origine geografica costrette a vivere in alloggi insalubri o di fortuna, se non in strada, nonostante una vasta disponibilità di abitazioni sfitte.

«Speriamo di individuare e mettere a disposizione fra 150mila e 200mila alloggi», ha detto Véronique Fayet, presidente del Secours catholique, illustrando il sistema attraverso il quale l’associazione spera di raggiungere quest’obiettivo: la nuova agenzia offrirà una garanzia ai proprietari degli alloggi contro il rischio di mensilità non versate, in cambio della disponibilità dei proprietari a fissare un ammontare dell’affitto alla portata delle famiglie in difficoltà.

Il progetto riguarderà le famiglie francesi di condizione modesta, così come i migranti che spesso non trovano un alloggio, anche quando ottengono lo status di rifugiati politici. In proposito, a Parigi, l’anno scolastico è cominciato con circa 300 bambini rimasti in strada, soprattutto nei quartieri nord in cui le famiglie cercano di accedere al centro di prima accoglienza della «Porte de la Chapelle», da mesi incapace di prestare aiuto ai nuovi arrivati.

Come altre associazioni impegnate da tempo nell’assistenza ai migranti, anche il Secours catholique ha denunciato il numero insufficiente di strutture offerte dai servizi pubblici per permettere a chi non ha un tetto di restare al coperto almeno nelle notti invernali. L’area metropolitana parigina, di gran lunga la regione più popolata e ricca del Paese, è divenuta una delle tre aree nazionali maggiormente segnate dalla crisi migratoria, assieme al litorale settentrionale attorno a Calais e alla frontiera con l’Italia.

Oltre ad assicurare in ogni caso ai proprietari il versamento dell’affitto mensile, l’agenzia, grazie alla rete dei propri volontari, affiancherà le famiglie nelle operazioni di trasloco e d’insediamento in un nuovo quartiere.

Per Véronique Fayet, non serve stigmatizzare i proprietari di appartamenti sfitti. Prima di tutto, occorrerebbe migliorare le attuali politiche pubbliche, per fronteggiare in modo progressivo e strutturale la crisi, ad esempio attraverso il rilancio dell’edilizia popolare o la semplificazione del tortuoso iter per trovare soluzioni provvisorie d’alloggio. Per la responsabile dell’associazione, in generale, «costa molto meno» offrire subito un vero alloggio, rispetto al sistema attuale delle strutture d’emergenza.

Secondo gli ultimi dati della Fondazione Abbé Pierre, la crisi resta cronica su scala nazionale: circa 4 milioni di persone soffrono ancora di problemi d’alloggio più o meno gravi.

Sulla situazione dei migranti nel Paese, le contestatissime misure governative in materia e il destino delle famiglie che non hanno ottenuto l’asilo, Véronique Fayet, assieme a Jean-Michel Hitter, presidente della Fédération de l’entraide protestante, ha appena scritto direttamente al presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron: «Migliaia di persone “respinte”, fra cui delle famiglie con bambini, hanno cominciato una vita in Francia e sopravvivono in uno stato inaccettabile di negazione dei loro diritti e della loro dignità».

Daniele Zappalà, «Case sfitte e senzatetto. La sfida della Caritas. Nasce in Francia un’agenzia solidale. “Risposta a una grande emergenza”», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 22.