Congo 5 – Le presidenziali. Sangue sulle elezioni in Congo, bloccato Internet

congo

Aumenta la tensione in vista dei risultati provvisori del voto di domenica. Già quattro morti, molte le irregolarità. Le autorità ammettono: «Niente Web per evitare l’anarchia»

Lomé. La tensione continua a salire in Congo dove è in corso lo spoglio dei voti per le presidenziali e amministrative. Sono già 4 i morti e decine i casi di irregolarità denunciati. Inoltre, le autorità hanno tagliato l’accesso a Internet da due giorni in gran parte del territorio. Un agente, due civili e un funzionario elettorale sono rimasti uccisi domenica sera a Walungu, cittadina del Sud Kivu nel nord-est. In buona parte dell’Est, comunque, il voto è stato rinviato a marzo, ufficialmente per il pericolo rappresentato da ebola.

La stampa locale ha riportato che sono scoppiati disordini in seguito alle proteste contro le irregolarità avvenute in un seggio e che le elezioni «sono state caratterizzate da ritardi, intimidazioni e gravi problemi logistici». Alcuni cittadini hanno anche denunciato minacce da parte delle autorità all’interno dei seggi, ha riferito un osservatore: «A molti dei miei colleghi è stato persino impedito di entrare nelle urne per svolgere il loro lavoro di controllo».

Dopo varie smentite, il governo ha invece ammesso di aver tolto la connessione a Internet per motivi di sicurezza. «Internet e gli Sms sono stati interrotti per preservare l’ordine nel Paese – ha dichiarato Barnabe Kikaya, consigliere del presidente uscente Joseph Kabila –. Permettere la diffusione di falsi risultati potrebbe portare il Congo verso l’anarchia».

Sebbene le prime cifre provvisorie verranno pubblicate il 6 gennaio, sia il partito al potere, rappresentato dal candidato Emmanuel Shadary, che quelli all’opposizione, i cui principali candidati sono Martin Fayulu e Felix Tshisekedi, già si dichiarano vincitori.

Papa Francesco ha ricordato la crisi durante l’Angelus: «Preghiamo insieme per tutti coloro che nella Repubblica democratica del Congo soffrono a causa della violenza e dell’ebola – ha detto –. Auspico che tutti si impegnino a mantenere un clima pacifico che permetta un regolare svolgimento delle elezioni».

Matteo Fraschini Koffi, «Le presidenziali. Sangue sulle elezioni in Congo, bloccato Internet», in “Avvenire”, mercoledì 2 gennaio 2019, p. 12.

Annunci

Congo 4 – L’indifferenza e il silenzio del mondo. Il filo rosso che accomuna i veri «padroni» del Paese

Congo

C’è un filo rosso, come il sangue, che lega il dittatore congolese dell’era post-coloniale, Mobutu Sese Seko, all’attuale “presidente”, Joseph Kabila. Hanno sempre represso ogni opposizione e perpetrato il potere con elezioni “governate” e con l’utilizzo dell’esercito come mezzo di annientamento di qualsiasi protesta. Come è avvenuto nell’ultimo giorno dell’anno appena finito: morti, arresti e feriti. Spari ad altezza d’uomo su una marcia guidata dai sacerdoti di 150 diocesi. E l’anno apertosi con la speranza che l’accordo raggiunto a San Silvestro potesse portare alla fine di un regime trasmesso di padre in figlio – perché Joseph Kabila è semplicemente succeduto a suo padre, Laurent- Désiré, assassinato il 16 gennaio del 2001 dopo aver a sua volta scalzato Mobutu nel 1997 –, si è chiuso con una strage.

La speranza, dunque, come il Congo ci ha abituato, è annegata esattamente un anno dopo nel sangue. Quello dei religiosi, dei fedeli, dell’unica entità (la Chiesa) che, dopo aver mediato quell’accordo di transizione, si è battuta per il suo rispetto. Fino alla convocazione, domenica, della marcia per segnare il mancato rispetto degli accordi. Marcia vietata dal potere, per «ragioni di ordine pubblico». E repressa dallo stesso potere e per gli stessi motivi.

Nel Paese di un vescovo martirizzato a Bukavu, durante la guerra per l’ascesa al potere di Laurent Kabila (Christophe Munzihirwa), e di una Chiesa tutt’uno con la società civile – soprattutto nel depredato, abbandonato e insanguinato Kivu –, un eccidio come quello di domenica rischia però di restare ancora una volta impunito. Come in questi anni è avvenuto per ragioni di interesse nell’Est o nel Kasai. Nel silenzio del mondo. Lo stesso mondo rappresentato alle Nazioni Unite e che paga nella Repubblica democratica del Congo il “contingente di pace” più costoso della sua storia: 1,14 miliardi di budget annuo per garantire la presenza di 18mila caschi blu e 4.000 civili che forniscono la logistica ai reparti militari.

Le stesse Nazioni Unite che si sono limitate a sterili «prese di posizione» e «inviti a garantire la transizione democratica» quando il presidente Kabila prima ha stracciato l’accordo sottoscritto un anno fa con la mediazione della Chiesa a Kinshasa, poi ha schierato i soldati a più riprese per fermare le contestazioni e, alla fine, ha perpetuato la sua permanenza sul trono spostando le elezioni fissate nel 2016 al 2019. Forse. Tanti i dubbi, infatti, sul rispetto di una scadenza che difficilmente potranno in qualche modo “onorare” le opposizioni, più impegnate a evitare il carcere che a preparare programmi di alternativa al presidente nato 46 anni fa a Hewa Bora. Città che, (maledetta ironia della sorte), in swahili significa «aria fresca».

Un presidente che in questi anni ha saputo sfruttare la forza del suo Paese: le risorse. Metalli rari, utilizzati nell’industria dei semiconduttori, diamanti, petrolio. Risorse che aveva prima arricchito e poi condannato il “filo-francese” Mobutu, scalzato da quel (filo-multinazionali americane) Laurent-Désiré, padre dell’attuale presidente e «più avvezzo alle hall degli alberghi occidentali che alla guerra di liberazione», come l’aveva dipinto Che Guevara il quale, agli inizi degli anni ’60, da quelle parti aveva anche combattuto. Perché, alla fine, la storia e la maledizione del Congo è tutta qui: le sue risorse. Da sempre.

Fabio Carminati, «L’indifferenza e il silenzio del mondo. Il filo rosso che accomuna i veri “padroni” del Paese», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 15.

Congo 3 – Il presidente: Succeduto a un padre poco avvezzo al voto

kabila3

Quello di Joseph Kabila, 46 anni, è un destino politico che reca in sé tante contraddizioni e storture non disgiunte dalla permanente instabilità nell’Africa centrale. La sua precocissima ascesa a responsabilità presidenziali, nel gennaio 2001, fece immediatamente seguito all’assassinio del padre, Laurent-Désiré Kabila, nella sanguinosissima congerie della «seconda guerra del Congo».

Da allora, prendendo pieghe sempre più brutali, il potere di origine dinastica di Joseph Kabila si è protratto per 17 anni, fra proroghe, scorciatoie, irregolarità elettorali, repressioni e deroghe a basilari regole democratiche, denunciati pure dall’Unione europea. Gli stessi anni sono stati segnati dall’arricchimento esorbitante del clan Kabila, che controlla un vasto perimetro di interessi. In un Paese martoriato, destabilizzato di continuo da violenze inaudite e brame economiche internazionali, il presidente ha continuato a presentarsi come erede dell’aura del padre, l’oppositore che riuscì nel 1997 a rovesciare la dittatura del maresciallo Mobutu. Risale al 2002 la creazione del Partito del popolo per la ricostruzione e la democrazia (Pprd), il movimento ancor oggi diretto dal presidente.

In un clima segnato pure da presunti tentativi di golpe sventati e da annose controversie anagrafiche sulla nascita del presidente, la legittimità fabbricata dall’esecutivo poggia su due date. Nel 2006, dopo gli anni del «dialogo» fra le diverse forze armate interne, Joseph Kabila ha ufficialmente battuto alle elezioni il rivale Jean-Pierre Bemba.

Nel 2011, giunge la rielezione, contestata dal rivale Etienne Tshisekedi. Ma in base al dettato costituzionale, il secondo e ultimo mandato di Joseph Kabila avrebbe dovuto chiudersi nel dicembre 2016.

Daniele Zappala, «Il presidente: Succeduto a un padre poco avvezzo al voto», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 15.

Congo 2 – I punti chiave

Kabila

IL POTERE IN UN NOME

Il padre Laurent-Désiré Kabila, nel giro di 9 mesi con gli appoggi militari di Uganda e Ruanda e i soldi delle multinazionali occidentali a caccia delle risorse naturali controllate dal dittatore Mobutu, conquista Kinshasa nel maggio del 1997. Dimenticandosi per anni di legittimare la sua “vittoria” con un voto. Fino al suo assassinio il 16 gennaio 2001 e l’ascesa al potere, come regnante, del figlio Joseph.

LE RISORSE NATURALI

Uno scrigno di risorse minerarie che da decenni ingolosiscono tragicamente affaristi, corrotti e signori della guerra, spesso in relazione con potentati economici internazionali. Anche questo è la Repubblica democratica del Congo, che ha pagato molto più di altri Paesi il «paradosso dell’abbondanza». Fra le risorse più ricercate presenti in abbondanza: coltan, diamanti, oro, rame, cobalto, bauxite.

LA MISSIONE PIÙ COSTOSA

Fin dal suo insediamento, nel novembre del 1999 a due anni dal “golpe” di Laurent Kabila, il continente Onu nella Repubblica democratica del Congo (Monusco), si è dimostrato inefficace. Lo scopo di controllare un confine sterminato non è mai stato onorato. È la più costosa missione del Palazzo di Vetro: 1,14 miliardi l’anno per 18mila soldati e 4.000 civili.

Da “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 15.

Congo 1 – Cobalto. Basta con le lacrime di coccodrillo

Congo1

La questione mineraria del Congo è alla ribalta. E stavolta i riflettori sono stati accesi dalla Borsa dei metalli di Londra che ha chiesto a tutte le società minerarie presenti al suo interno di dimostrare l’«eticità» dei loro prodotti.

Una richiesta non proprio motivata da ragioni morali, ma dalla denuncia di operatori che accusano alcune società cinesi, fra cui la Yantai Cash Industrial, di concorrenza sleale proprio a causa del fatto che ottengono materie prime dal Congo a prezzi bassissimi in forza dell’alto grado di sfruttamento del lavoro e della violazione delle leggi fiscali e doganali.

In Congo l’etica è una parola dimenticata da tempo, sicuramente dal 1890 quando divenne colonia belga, all’inizio per produrre gomma, poi per fornire minerali.

All’indomani dalla liberazione, Lumumba provò a togliere le miniere di mano alle compagnie straniere per metterle al servizio del popolo congolese, ma venne assassinato brutalmente.

Mobutu, che gli succedette, gestì le ricchezze minerarie del Congo secondo un accordo di spartizione con le imprese straniere e in 35 anni di dittatura, accumulò all’estero 8 miliardi di dollari, mentre il suo popolo si dibatteva nella fame e nella miseria.

Nel 1997 il potere venne rilevato da una nuova “dinastia”, quella di Laurent-Désiré Kabila, che però ereditò un Paese a pezzi.

Una condizione di debolezza che nel Kivu, la parte orientale del Congo, favorì la proliferazione di movimenti secessionisti che risentivano delle tensioni etniche esistenti in Ruanda e Burundi. Nel 1998 il Kivu si trasformò in un campo di battaglia con la presenza di sei eserciti stranieri, parte a sostegno di Kabila, parte a sostegno di gruppi etnici locali, parte a sostegno solo di se stessi con l’obiettivo di avere accesso ai giacimenti di oro, zinco, tantalio, tungsteno, di cui la zona è ricca e che sono di fondamentale importanza per l’industria informatica. In effetti, vari generali ruandesi e ugandesi approfittarono della presenza armata in Kivu per appropriarsi di minerali e arricchirsi vendendoli sul mercato nero internazionale. Operazione resa possibile dal fatto che gran parte dell’estrazione è su base artigianale.

Si calcola che nel Kivu ci siano 400mila minatori imprenditori di se stessi che grattano il terreno alla ricerca di pietre grezze che contengono minerali preziosi. Durante la guerra erano obbligati a cedere i loro prodotti ai signori della guerra per prezzi irrisori. E se ufficialmente gli eserciti stranieri si sono ritirati dal Kivu a fine 2002, l’ultimo rapporto presentato alle Nazioni Unite nell’agosto 2017, testimonia che nella zona operano ancora vari gruppi armati che continuano a controllare l’estrazione e la vendita dei minerali per finanziare, col ricavato, l’acquisto di armi.

Tuttavia il minerale che ha indotto la direzione della Borsa di Londra ad avviare la sua indagine di eticità, non è né il tantalio, né il tungsteno, ma il cobalto, un minerale che sta assumendo un’importanza crescente come componente per batterie, dal momento che il futuro dell’industria automobilistica è nell’auto elettrica. Il Congo contribuisce a metà del cobalto mondiale, soprattutto nella regione del Katanga, attraverso una varietà di attori che comprendono potenti multinazionali, dotate delle più moderne tecnologie, e un esercito di minatori che grattano il terreno con ferri e picconi. Le condizioni di lavoro sono indegne. E non solo per la presenza di lavoro minorile e per le angherie dei grossisti, in gran parte cinesi.

Di tutti questi aspetti, quello che più inquieta i responsabili della Borsa di Londra è il lavoro minorile perché urta, ormai, tanta parte della sensibilità collettiva. Come rimedio si pensa di chiedere alle imprese che trasformano il minerale grezzo in metallo, di autocertificare, davanti all’opinione pubblica, l’uso di materie prime che escludono il lavoro minorile. Ma questo genere di operazioni salva l’immagine delle imprese, non l’avvenire dei bambini. Il lavoro minorile non si combatte con le dichiarazioni, bensì eliminando la povertà. I poveri non vogliono ai loro figli meno bene dei ricchi. Le famiglie mandano i figli al lavoro quando i soldi non bastano e quando non c’è scuola. Perciò, se davvero vogliamo eliminare il lavoro minorile, è dai salari degli adulti che dobbiamo partire.

Ci vuole un’operazione a tenaglia: da una parte la disponibilità delle imprese a riconoscere salari più alti ai propri lavoratori e a pagare prezzi più alti sui prodotti acquistati dai lavoratori autonomi; dall’altra la disponibilità da parte degli Stati ricchi ad assistere quelli poveri con mezzi e personale affinché i bambini di ogni parte del mondo possano trovare una scuola che li accoglie. Non più lacrime di coccodrillo, ma concrete scelte di giustizia, così si costruisce un mondo migliore.

Francesco Gesualdi, «Cobalto, adesso basta lacrime di coccodrillo. Risposta a sfruttamento e lavoro minorile in Congo», in “Avvenire”, venerdì 29 dicembre 2017, p. 3.