Clima 3 – Quando gli alci sostituiscono le foche

alci

L’innalzamento delle temperature induce varie specie animali e vegetali a spostare i loro normali areali di distribuzione. I cervidi dell’Alaska migrano più a nord e prendono il posto del mammiferi marini nella catena alimentare.

Gli alci, che avevano il loro habitat in Alaska, sono stati tra i primi animali a spostarsi verso latitudini più elevate in seguito ai cambiamenti climatici. Furono richiamate oltre il circolo polare artico da alcuni alberi, come i salici e gli ontani, che nell’arco di pochi decenni avevano aumentato la loro altezza da una media di ottanta centimetri a oltre centottanta centimetri, diventando così ghiotto cibo per quegli animali. Con gli alci si fecero avanti anche le “lepri scarpe da neve” (Lepus americanus), così chiamate perché il pelo, corto e folto, ricopre anche le piante dei piedi permettendo loro di non affondare nella neve e di isolare termicamente le zampe.

Oggi gli alci e le “lepri scarpe da neve” sono diventate parte essenziale della dieta dei cacciatori del nord dell’Alaska, anche perché lo scioglimento dei ghiacci marini ha reso sempre più difficile la caccia alle foche, un tempo cibo tradizionale.

Questo è solo un esempio di ciò che stanno causando i cambiamenti climatici in atto: mentre la temperatura del pianeta sale, le specie viventi si spostano là dove trovano ambienti più adatti alla loro sopravvivenza. Generalmente si muovono più a nord del pianeta e, a parità di latitudine, verso quote più alte. Questo ha già alterato i comportamenti e la vita di alcune società, ha scatenato nuovi rischi di malattie e sta mutando il modo col quale venivano sfruttati i mari e le terre.

Spiega Gretta Pecl, autrice di un lavoro da poco apparso sulla rivista scientifica “Science”: «È in atto una vera e propria ridistribuzione delle specie viventi dell’intero pianeta e i cambiamenti sono già molto evidenti». La malaria, ad esempio, ha raggiunto quote mai toccate in Colombia e in Etiopia, grazie al fatto che la temperatura permette alle zanzare di sopravvivere ad altitudini più elevate. La leishmaniosi trasmessa dai flebotomi, noti anche come pappataci, una volta colpiva solo le aree tropicali, oggi è arrivata nel Texas settentrionale.

Anche l’agricoltura ne risente pesantemente, perché i parassiti stanno espandendo i loro territori. Le falene Diamondback, sempre più resistenti agli insetticidi, che devastano cavoli e cavolfiori, sono arrivate in Sudafrica dove solo pochi decenni or sono non se ne conosceva l’esistenza. Funghi e parassiti della pianta del caffè si stanno diffondendo in America Latina, in aree dove non erano mai arrivati, minacciando una settore chiave dell’economia. Lo stesso sta accadendo in Francia per gli ulivi e le viti. E negli Stati Uniti i ricercatori sospettano che i cambiamenti climatici abbiano diffuso molto rapidamente l’erba di Johnson, una pianta infestante che riduce fortemente i rendimenti dei legumi, del mais, del sorgo e della soia.

E ancora: lo scongelamento del permafrost (il suolo permanentemente ghiacciato che si trova a nord del mondo) sta facendo scomparire un gran numero di laghi che i nomadi siberiani utilizzavano per pescare e dare acqua alle renne. In Svezia numerosi laghi e corsi d’acqua utilizzati come fonte di acqua potabile sono ora contaminati dal parassita che causa la giardiasi, una malattia intestinale dell’uomo. Secondo Maria Furberg, una ricercatrice che sta rintracciando i focolai della malattia, sembra che il parassita sia stato portato dai castori che seguono l’espansione verso nord dei salici.

In casi sporadici gli spostamenti di specie animali sono un elemento benefico per alcune popolazioni: gli sgombri ad esempio, si sono spostati così a nord e ora vengono normalmente pescati dalle flotte islandesi che un tempo invece, li catturavano casualmente.

«Ma aldilà delle ricadute nel bene e (soprattutto) nel male, il fatto è che quel che sta accadendo è incredibilmente sorprendente in quanto è in atto il più grande cambiamento dei sistemi ambientali che il mondo ha visto in milioni di anni a questa parte», sottolinea Pecl.

I numeri parlano chiaro: uno studio su 4000 specie presenti del nostro pianeta dimostra che circa la metà sono in movimento. Quelle che vivono sulla terraferma si muovono a una media di circa 15 km per decennio, mentre le specie marine si spostano ad una velocità quattro volte superiore. Alcune singole specie poi, si trasferiscono a velocità incredibili: secondo una ricerca condotta da Camille Parmesan, dell’Università di Plymouth (Regno Unito) il merluzzo bianco e la farfalla Iride o Apatura si sono spostati verso nord a una velocità di oltre 200 chilometri al decennio.

È difficile prevedere cosa succederà in futuro. Non tutte le specie infatti, si spostano allo stesso ritmo e non tutte rispondono al medesimo modo ai cambiamenti climatici. In California per esempio, alcune piante di montagna come la cicuta, stanno occupando nuove aree a quote più basse, dove le temperature sono più calde e dove i cambiamenti climatici portano maggiori precipitazioni nelle valli che un tempo erano asciutte.

Ancora tutta da capire è la conseguenza della nascita di nuove specie ibride, in particolare riguardo a rospi, squali, farfalle, orsi e trote, risultato di razze diverse che sono venute a contatto. Altre invece, sono minacciate dal dipanarsi delle relazioni ecologiche. Un esempio è ciò che subisce il piovanello maggiore (Calidris canutus), un uccello che migra dai tropici all’Artide ogni primavera per riprodursi e qui si nutre di insetti. Poiché le nevi artiche si fondono sempre prima le uova degli insetti si schiudono in anticipo rispetto all’arrivo degli uccelli che rimangono così senza il loro cibo primario. Allo stesso modo nella Groenlandia occidentale il tasso di mortalità dei giovani caribù è in aumento perché le piante di cui si nutrono le madri durante il periodo di gestazione sono sempre meno abbondanti.

Luigi Bignami, «Quando gli alci sostituiscono le foche», in “Avvenire”, sabato 24 giugno 2017, p. 22.

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Clima 2 – «Sul clima ricette semplicistiche». No, iniziamo a cambiare approccio

Clima

«Non esistono tecnologie che permettano una mobilità a buon prezzo riducendo nettamente la CO2». Risponde Gesualdi: in realtà nel Nord Europa un migliore servizio pubblico limita l’uso privato delle auto e quindi le emissioni

Gentile direttore,

su “Avvenire” del 14 dicembre ho letto con interesse l’editoriale di Francesco Gesualdi in cui si sostiene che per «salvare il clima» i governi dovrebbero obbligare le imprese «ai cambiamenti che la gravità della situazione impone», e che, comunque, le cose potrebbero migliorare se «noi opulenti accettassimo di fare un passo indietro perché c’è competizione per le risorse scarse».

Mi lasci essere provocatorio. Sarebbe interessante capire meglio dall’autore quali obblighi suggerirebbe, atteso che al momento non ci sono tecnologie pronte a soddisfare la domanda di mobilità senza emettere CO2. Tassare ulteriormente i carburanti fossili in modo che solo i detestati ricchi (senz’altro neoliberisti) possano utilizzare l’auto? Obbligare per legge l’acquirente che compra per 10mila euro una Panda a guidare (più facile, a ordinare) per 40mila euro una Tesla? Stampare moneta da regalare a chi parla di economia circolare? Quanto all’idea che i cambiamenti climatici derivino da una visione della vita orientata all’avere piuttosto che all’essere, sono certo che, nella nuova Gerusalemme, ci troveremo in perfetto accordo sul punto. E se, alla fine, su argomenti difficili, provassimo a rinunciare alla semplificazione di una facile soluzione per descrivere le parziali ma possibili risposte alla complessità della realtà? Un caro saluto a lei e all’autore dell’articolo.

Andrea Tredici

Caro signor Andrea,

ricambio cordialmente, e anche a nome del direttore, il suo saluto e la ringrazio davvero per i suoi commenti.

Credo che uno degli ostacoli ai cambiamenti che la situazione ci impone sia la mancanza di dibattito, per cui ben vengano le provocazioni. Vorrei sottolineare che per ridurre la CO2 servono trasformazioni profonde non solo nel modo di muoverci, ma anche di produrre energia elettrica e di gestire la produzione industriale.

Ma volendo rimanere all’ambito dei trasporti, che sembra starle particolarmente a cuore, sarebbe un errore pensare che la soluzione vada ricercata solo in ambito tecnologico. Il Nord Europa ci insegna che è altrettanto importante porre attenzione all’aspetto organizzativo, specie se vogliamo evitare che ci siano vincitori e perdenti. La soluzione adottata Oltralpe si basa sull’abbandono dell’auto privata, utilizzando la bicicletta per le piccole distanze, e il mezzo pubblico per le distanze più ampie. L’organizzazione di un serio servizio pubblico, sia in ambito urbano sia territoriale, è un modo molto concreto per ridurre la CO2 garantendo a tutti la possibilità di muoversi rapidamente e a buon mercato. In altre parole, nessuno rimane a piedi perché è stata interiorizzata l’idea che insieme i bisogni si soddisfano meglio che singolarmente. Un messaggio di condivisione che si iscrive nella cultura dell’essere piuttosto che in quella dell’avere e che non proviene dalla “Gerusalemme celeste”, ma da una terra (capitalista) come la nostra. Ma loro, a differenza di noi, hanno cominciato a capire che la conversione ecologica è possibile solo se ci liberiamo dall’idea ossessiva del possesso.

Francesco Gesualdi

«”Sul clima ricette semplicistiche”. No, iniziamo a cambiare approccio», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 2.

Clima 1 – Servono incentivi, leggi e una nuova coscienza

Clima

«Non abbiamo un piano B perché non abbiamo un pianeta B, perciò l’unica cosa da fare è unire le nostre forze per un impegno comune», recitava il documento di presentazione di One Planet Summit, l’incontro che si è chiuso ieri a Parigi, ancora una volta sui cambiamenti climatici. Due giornate tutte dedicate ai soldi, alle strategie per finanziare la gigantesca rivoluzione tecnologica che serve per passare da un’economia basata sui combustibili fossili a un’economia decarbonizzata, vale a dire a zero emissioni di anidride carbonica.

Quanto serva veramente nessuno lo sa, anche se qualcuno ha provato ad azzardare delle stime. Fra questi l’Iea, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, secondo la quale per avere l’80% di probabilità di mantenere l’aumento della temperatura terrestre al di sotto dei due gradi centigradi servono investimenti per 140mila miliardi di dollari, da qui al 2050. Una somma equivalente a tutta la ricchezza prodotta in due anni a livello mondiale.

E ancora non basta perché la stima non tiene conto della riparazione dei danni provocati dai cambiamenti climatici e dei denari necessari per proteggersi da fenomeni come l’innalzamento dei mari, la desertificazione, l’espandersi di vecchie e nuove malattie dovute all’alterazione degli equilibri ecologici. Problemi che riguardano soprattutto i Paesi più poveri per importi che secondo la Banca Mondiale richiedono fra i 70 e i 100 miliardi all’anno da qui al 2050.

Stima benevola dal momento che l’Agenzia per l’ambiente delle Nazioni Unite calcola un fabbisogno fra i 140 e i 300 miliardi all’anno fino al 2030 e fra i 280 e 500 miliardi annui nel ventennio successivo.

Conscio dello sforzo immane da compiere, il presidente Macron, che ha fortemente voluto l’incontro e ha avvertito che «stiamo perdendo la battaglia sul clima», ha convocato non solo i governi, ma anche le imprese per chiedere pure a loro di fare la propria parte. Naturalmente in un rapporto alla pari, di discussione cortese fra gentiluomini che non giungono mai a conclusioni vincolanti, ma lasciano sempre la libertà ad ognuno di fare ciò che vuole, secondo i dettami del laissezfaire. Vista la drammaticità del momento, però, si pongono due domande. La prima: se possiamo relegare una sfida tanto importante al mero senso di responsabilità delle imprese o se i governi non debbano utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione per ottenere dalle imprese i cambiamenti che la gravità della situazione impone. Dunque non solo la leva fiscale e creditizia, per orientare le scelte, ma anche la legge per imporre obblighi e divieti.

Proposte inaccettabili per i sostenitori del neoliberismo, ma se l’umanità si trova sull’orlo del baratro è perché abbiamo lasciato campo libero a una concezione economica accecata dall’ideologia della crescita e del tornaconto personale. Il capitalismo ha dimostrato di non avere alcuna attenzione per il bene comune, per cui bisogna aiutarlo ad andare in questa direzione. Non farlo ci rende complici dei suoi misfatti e inadempienze.

E mentre rimane aperta la discussione sul come gestire la transizione ecologica, un’altra domanda si affaccia alla mente: se sia sufficiente concentrarsi sul cambio tecnologico o se non si debba attivare anche la strategia della riduzione considerato che si produce anidride carbonica non solo quando andiamo in automobile, ci scaldiamo o accendiamo una lampadina, ma anche quando consumiamo qualsiasi altra cosa, alimenti compresi. L’associazione Grain ci informa che fra il 44 e il 57% di tutti i gas serra emessi a livello mondiale sono connessi al sistema alimentare globale. Del resto la crisi del pianeta non è rappresentata solo dall’eccesso di anidride carbonica, ma anche dal calo di acqua, legname, minerali, un depauperamento che grida vendetta agli occhi di quella parte di umanità che non ha ancora conosciuto il gusto della dignità umana. Tre miliardi di persone hanno bisogno di mangiare di più, vestirsi di più, alloggiare meglio, curarsi di più, ma potranno farlo solo se noi opulenti accettiamo di fare un passo indietro perché c’è competizione per le risorse scarse. Ecco perché l’efficienza da sola non basta.

Contemporaneamente va battuta anche la strada della sufficienza per garantirci un futuro equo, sostenibile e pacifico.

Ridurre ci spaventa, ma è arrivato il tempo di chiederci cosa ci rende veramente felici. È opinione diffusa che la felicità è una variabile dipendente della ricchezza, ma varie ricerche hanno mostrato che solo fino ad un certo punto ricchezza e felicità procedono di pari passo. Dopo di che la ricchezza cresce, ma la felicità rimane piatta, addirittura decresce. Semplicemente perché a questo mondo tutto ha un prezzo. E il prezzo di una vita tutta tesa al guadagno è la mancanza di tempo per le relazioni umane, affettive, sociali. Per non parlare del senso di insicurezza che si crea quando le disparità si fanno acute. Quando le città sono popolate da chi ha troppo e chi troppo poco, inevitabilmente i benestanti si fanno assalire dalla paura di essere derubati. Come difesa ci chiudiamo dietro sbarre e cancellate, trasformiamo le nostre case in prigioni dorate che ci isolano dal resto del mondo e ci tolgono la gioia di vivere. Alla fine scopriamo che un diverso stile di vita meno orientato all’avere, più concentrato sull’essere, prima che per il pianeta serve per la nostra serenità.

Francesco Gesualdi, «Servono incentivi, leggi e una nuova coscienza. Per salvare il clima ritroviamo la sufficienza», in “Avvenire”, giovedì 14 dicembre 2017, p. 3.