Cinema 3 – Ridley Scott, la storia di Getty III è tutta da rigirare

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Delude “Tutti i soldi del mondo” del cineasta americano che realizza una modesta fiction sul rapimento a Roma di John Paul, nipote del magnate del petrolio

Sarà probabilmente ricordato come il film che Ridley Scott ha dovuto in parte rigirare per sostituire in 22 scene Christopher Plummer a Kevin Spacey, l’attore nel frattempo travolto dallo scandalo delle molestie sessuali. Per il resto Tutti i soldi del mondo, che ricostruisce il rapimento di John Paul Getty III, nipote del magnate del petrolio, a Roma il 10 luglio 1973 per mano della ’ndrangheta calabrese, è un lavoro da dimenticare, e in fretta.

Il film, dicevamo, ripropone un fatto di cronaca divenuto un caso mediatico internazionale. Il giovane Paul viene rapito e i sequestratori chiedono 17 milioni di dollari per il riscatto. Una cifra iperbolica, certo, ma non per il nonno del ragazzo, l’uomo più ricco del mondo e probabilmente della storia dell’umanità sino a quel momento. Per il vecchio, che continua ad accumulare preziose opere d’arte, sono spiccioli, ma lui non ama separarsi dai suoi soldi e non è dunque disposto a pagare per la vita del nipote preferito, l’erede del suo impero. «Ho 14 nipoti – dice – se tirassi fuori un centesimo avrei 14 nipoti rapiti». Così Gail, la madre del ragazzo, e l’uomo della sicurezza Fletcher Chace, cominciano una corsa contro il tempo per trovare il denaro, soprattutto dopo che i rapitori spediscono in una busta l’orecchio del giovane.

Ispirato a fatti realmente accaduti, – avvisano -, e tratto dal romanzo di John Pearson, il film vorrebbe essere una riflessione sull’avidità umana e sul potere dei soldi che influenzano e controllano la vita delle persone. Vale la pena ricordare che Paul Getty III è morto nel 2011 all’età di 54 anni ed era da tempo malato, paralizzato e quasi cieco a causa di un ictus provocatogli da un’overdose a soli 24 anni. Il risultato invece è una modesta fiction dalla sceneggiatura sgangherata, inverosimile anche quando racconta eventi reali, e dove la mano del regista di Blade Runner e Alien è irriconoscibile.

L’approssimativa ricostruzione delle vicende girate in Italia vanta tutti gli stereotipi sul nostro paese più amati dal cinema – dalle Vespe ai pararazzi, dalle chitarre alla malavita – molti passaggi narrativi sono vaghi se non addirittura incomprensibili così come appena abbozzati sono alcuni personaggi, tra cui quello del padre del rapito, tossicodipendente con gli occhi rigorosamente cerchiati di rosso e dall’aria inebetita, perduto in Marocco a drogarsi con Mick Jagger, come dice Gail in una scena del film.

Imbarazzante poi il dialogo tra Chace e alcuni brigatisti rossi che suggeriscono l’idea di un rapimento organizzato dallo stesso Paul per spillare dei soldi al nonno taccagno, per non parlare delle forze dell’ordine, distratte e incompetenti, dipinte come in una barzelletta italiana sui carabinieri, e del fantasioso, rocambolesco epilogo del sequestro di Paul, fatto coincidere con la morte di zio Paperone, che nella realtà fu costretto ad abbandonare tutti i soldi del mondo due anni dopo.

Il dialetto calabrese poi nella bocca dell’attore francese Romain Duris, doppiato e costretto a una gestualità che non gli appartiene, fa sobbalzare sulla sedia, mentre Plummer sembra lo Scrooge che abbiamo appena visto in Dickens – L’uomo che inventò il Natale.

A salvarsi da questo autentico naufragio è Michelle Williams, sempre credibile nei panni della coraggiosa e risoluta Gail, che gioca le sue carte in maniera mai banale per salvare la vita del figlio rubatole e che nei suoi duri scontri con il suocero senza cuore ci regala gli unici momenti decenti del film.

Alessandra De Luca, «Ridley Scott, la storia di Getty III è tutta da rigirare», in “Avvenire”, giovedì 4 gennaio 2018, p. 23.

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Cinema 2 – Cinema e letteratura mai antagonisti nelle visioni di Truffaut

Cinema

Passano gli anni, cambiano le stagioni, ma c’è sempre qualcuno che prova a contrapporre il cinema a qualcos’altro. Alla letteratura, per esempio, che è stata la prima e continua a essere la più longeva tra le figure che appaiono in questa galleria di antagonisti immaginari. Come se il cinema non fosse, al contrario, la forma d’arte più versatile e accogliente, “impura” nell’accezione stabilita fin dagli anni Cinquanta da André Bazin, il grande critico francese al quale più di una generazione di spettatori e cineasti ha guardato con ammirazione e riconoscenza. Per Bazin il cinema è “impuro” perché non si accontenta di sé stesso, ma trova spunti e conferme dappertutto, dalle arti figurative alla letteratura, appunto, attingendo a quest’ultima mediante l’adattamento, pratica la cui originalità scaturisce – per paradosso – dalla rielaborazione di un’opera preesistente.

Bazin morì, appena quarantenne, l’11 novembre del 1958. Quello stesso giorno il suo allievo prediletto, François Truffaut, cominciava le riprese del suo lungometraggio d’esordio, I quattrocento colpi. Espressione che in italiano non significa granché, visto che si tratta del calco letterale di Les Quatre Cents Coups, corrispettivo francese del nostro “fare il diavolo a quattro”. È questa, infatti, la specialità di Antoine Doinel, il giovanissimo protagonista del film: un monello parigino che potrebbe essere la versione moderna del Gavroche dei Miserabili, se la sua epopea non risultasse priva anche di quel tanto di eroismo concesso da Victor Hugo al proprio personaggio. Ma non bisogna affrettare il giudizio, e non solo perché quello dei Quattrocento colpi è uno dei più celebri fra i tanti “finali sospesi” nella storia del cinema. Quando arriva l’ultima scena sappiamo già abbastanza di Antoine, delle sue intemperanze da dodicenne trascurato e della sua sgangherata famiglia (ha un padre che è suo padre solo all’anagrafe e una madre che quasi mai si ricorda di essere madre), ma non abbiamo idea di come possa finire la sua storia. Truffaut ce lo mostra al termine dell’ennesima fuga, solo come di fatto è sempre stato, mentre corre su una spiaggia che, tanto per cambiare, ha raggiunto trascinato dal caso. Il mare sarebbe lì, davanti a lui, ma il ragazzino ha deciso di voltargli le spalle per guardare verso di noi. “In macchina”, come si dice in gergo. Antoine non dice niente, eppure ci sembra di capire che cosa sta pensando: ce n’est qu’un debut.

“Questo è solo l’inizio” è la parola d’ordine di ogni poeta e di ogni rivoluzionario. Truffaut fu l’uno e l’altro: sincero fino alla spietatezza nella rievocazione della propria infanzia (dopo aver visto I quattrocento colpi, la famiglia interruppe i rapporti con lui) e generosissimo nell’immaginare nuove strade, nuove esistenze. Jean-Pierre Léaud, il piccolo protagonista del film, è destinato a diventare l’alter ego del regista. Un titolo dopo l’altro, interpreterà Antoine Doinel in diverse età della vita, passando con lui dagli entusiasmi della gioventù alle disillusioni della maturità. Primo capitolo di questa saga personalissima e imprevedibile, I quattrocento colpi è il film che contiene già tutto il cinema di Truffaut, compreso l’altro suo capolavoro, Effetto notte (1973), nel quale tornano i temi dell’assenza del padre, del tradimento, della potenza salvifica del racconto. Nel film del 1959 nessuno prova veramente a educare il ribelle Antoine, che però ha la fortuna di amare con pari trasporto il cinema e la letteratura. Riconosce qualcosa di sé ovunque la trovi e, quando gli succede, se ne impossessa senza scrupoli, magari mandando a memoria una pagina di Balzac, questo scrittore vorace e vitale, “impuro” come il cinema.

I QUATTROCENTO COLPI

di François Truffaut con Jean-Pierre Léaud, Albert Rémy, Claire Maurier, Patrick Auffay (1959)

Alessandro Zaccuri, «Cinema e letteratura mai antagonisti nelle visioni di Truffaut», in “Avvenire”, giovedì 4 gennaio 2018, p. 3.

Cinema 1 – India. Una taglia su regista e attrice per un film sulla regina indù

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Il kolossal bollywoodiano “Padmavati”, su una figura iconica del nazionalismo induista, è diventato un caso politico internazionale

L’India indù ha in Padmavati il suo ideale femminile: bellissima, capace di superare le avversità, fedele senza compromessi, obbediente alle regole e al suo ruolo fino al sacrificio della vita. Tutto sintetizzato in una leggenda che risale al XIV secolo, quella della regina che si immola accanto al marito e sovrano indù pur di non cadere nelle mani del conquistatore musulmano. Esemplare nella versione agiografica riportata da testi, spettacoli, pellicole con qualche variante che non ne intaccasse lo sfondo ideologico induista. Un induismo oggi associato allo strapotere del Bharatiya Janata Party (Bjp) al governo guidato da Narendra Modi.

Per questo anche la figura di Padmavati, altera eroina del jauhar (sacrificio con il fuoco) che negli ultimi tempi andava un po’ perdendo di incisività davanti al moltiplicarsi di ben altri esempi femminili veicolati dai media e dall’industria dell’intrattenimento, è diventata oggetto di una contesa che da culturale è diventata politica e da nazionale è diventata internazionale. Già un anno fa, il regista Sanjay Leela Bhansali era stato costretto da accese proteste a interrompere per qualche tempo la lavorazione del film Padmavati nello Stato del Rajasthan (dove si situa storicamente la vicenda). Ma a film finito ne è diventata rischiosa la proiezione. Inizialmente prevista per il 1 dicembre scorso l’uscita in India del film è stata volontariamente ritardata dai produttori a data da definirsi a causa delle proteste. L’8 dicembre è stato annunciata l’uscita internazionale nel febbraio prossimo, ma anche a Londra e in città del mondo in cui è forte la diaspora indiana le minacce sono state aperte.

Proprio ieri il Central Board of Film Certification, il comitato di censura indiano, ha approvato il film, dopo aver imposto cinque modifiche tra cui quella del titolo (da Padmavati a Padmavat, il titolo di un poema) e l’obbligo di specificare che non si tratta di un film storico. Ma il clamore resta alto. Nel film Padmavati, questa è l’accusa, sarebbe colpevole di manifestare un qualche interesse onirico per il sovrano musulmano di Delhi, che si era infatuato di lei al punto di condurre una guerra per conquistare il regno del marito Ratansen e stringere d’assedio nel 1303 la capitale Chittorgarh. Nel film, dove pure l’eroina si sacrifica sulla pira dello sposo ucciso in battaglia entrando così nel mito, i dilemmi di una donna presa tra ragione di stato e sentimenti individuali ne metterebbero in dubbio l’immagine di icona induista.

Sulla testa di Bhansali pesa una taglia di decine di milioni di rupie e altrettante sul celebrato naso della protagonista femminile, la star di Bollywood Deepika Padukone. Entrambe offerte da notabili del Bjp. Al Karni Sena (Esercito dei Karni, ala militante di un gruppo castale intransigente sulla conservazione del sistema sociale e dei valori dell’induismo) è bastata la visione del trailer per emettere la sua sentenza capitale sulla pellicola per «mancanza di rispetto per i sentimenti della comunità».

La vicenda torna a evidenziare i molti limiti del progresso e della democrazia indiani. A maggior ragione con una politica che dal 2014 è “pigliatutto” sul piano elettorale e che sta gettando la basi di un Paese non solo sensibile alle necessità o velleità della maggioranza induista, come comprensibile, ma anche governato dall’“induità” (hinduttva), ideologia di un’India a uso esclusivo degli indù, con altre espressioni religiose e gruppi sociali in ruolo subalterno.

Padmavati come icona indù è un’immagine non supportata dalla storia, frutto di un racconto di due secoli successivo alle vicende, usata però nel tempo dagli indù ma anche dai colonizzatori britannici in funzione anti-musulmana. Utile oggi alle mosse di una leadership che pretende di guidare il futuro guardando al passato, confondendo opportunamente mito e storia.

Stefano Vecchia, «India. Una taglia su regista e attrice per un film sulla regina indù», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 25.