Cibo 5 – Il 2018 «Anno nazionale del cibo italiano». Trionfo dell’agroalimentare

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Dodici mesi per dire che il cibo e l’agroalimentare italiani sono i più grandi al mondo. Manifestazione (giusta) di orgoglio nazionale e grande macchina promozionale, il 2018 sarà l’Anno nazionale del cibo italiano. L’annuncio è stato dato ieri con tanto di logo che dovrà accompagnare ogni manifestazione a riguardo. Gli intenti sono lodevoli, l’impegno anche. Dietro due ministri – Maurizio Martina delle Politiche agricole e Dario Franceschini della Cultura –, che certamente hanno un merito: quello di non litigare ma, al contrario, di unire forze e risorse per promuovere e difendere qualcosa che fa parte della nostra economia oltre che della nostra storia. E che vale ormai decine e decine di miliardi di euro oltre che il buon nome dell’Italia nel mondo.

Da gennaio dunque, prenderanno il via manifestazioni, iniziative, eventi legati alla cultura e alla tradizione enogastronomica italiana. Si punterà – spiega una nota congiunta dei due ministri –, sulla valorizzazione dei riconoscimenti Unesco legati al cibo come la Dieta mediterranea, la vite ad alberello di Pantelleria, i paesaggi della Langhe Roero e Monferrato, Parma città creativa della gastronomia e all’Arte del pizzaiuolo napoletano iscritta di recente. Ma sarà anche l’occasione per il sostegno alla candidatura Unesco già avviata per il Prosecco e quella per l’Amatriciana.

Allo stesso tempo saranno attivate iniziative per far conoscere e promuovere, anche in termini turistici, i paesaggi rurali storici, per il coinvolgimento e la promozione delle filiere e ci sarà un focus specifico per la lotta agli sprechi alimentari. Con alcune iniziative particolari. Il legame fra cibo, paesaggio, identità, cultura per esempio, verrà sottolineato «dando avvio al nuovo progetto dei distretti del cibo coinvolgendo i protagonisti a partire da agricoltori, allevatori, pescatori, cuochi», ha spiegato Martina che ha dedicato il 2018 a Gualtiero Marchesi. Mentre Franceschini ha evidenziato la capacità di «fare sistema» per «un grande investimento per l’immagine del nostro Paese nel mondo».

Iniziando magari dalla corretta informazione, in luoghi inusuali: dal primo gennaio una campagna di comunicazione dei musei statali porrà l’attenzione sul rapporto, nei secoli, tra arti e enogastronomia, sottolineandone il ruolo fondamentale nella costruzione del patrimonio culturale italiano. Dunque cibo, arte e paesaggio, cultura e storia, buona tavola ed economia, in un insieme difficile da scomporre nelle sue parti, ma certamente significativo.

Anche dal punto di vista del bilancio dell’intero Paese. Basta pensare che nel 2017 le esportazioni agroalimentari toccheranno il traguardo dei 40 miliardi di euro.

Andrea Zaghi, «Il 2018 “Anno nazionale del cibo italiano”. Trionfo dell’agroalimentare», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 20.

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Cibo 4 – Bruchi, formiche, cavallette: gli insetti entrano nel menù. In vigore la norma Ue che consente produzione e vendita

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Il regolamento sui «cibi insoliti» abbatte una barriera tecnica, non quella culturale. L’entomofagia però è già praticata da 2 miliardi di persone. Anche perché presenta vantaggi ambientali e nutrizionali

Dal 1° gennaio, è in vigore anche in Italia il regolamento della Ue sui novel food, i cibi insoliti, termine che più azzeccato non si può per definire gli insetti che potremo – perché la legge lo consentirà – servire in tavola. Esclusa la corsa a rifornire i frigoriferi di grilli, cimici d’acqua, bachi da seta e tarantole: secondo lo studio più recente di Coldiretti, il 54% degli italiani è contrario alla novità, i favorevoli sono solo 16 su cento, il resto si divide tra indifferenti e indecisi. Passerà comunque un po’ di tempo prima di trovare questi prodotti nei supermercati, perché mancano leggi nazionali che definiscano i protocolli per l’allevamento e la trasformazione degli insetti.

Ma se in noi occidentali l’idea di assaggiare larve e bruchi scatena il disgusto più sincero, per le tradizioni culinarie di molte zone del pianeta gli insetti sono una prelibatezza: fritti, in umido o arrosto si trasformano in piatti nutrienti, gradevoli al palato e salutari. L’uso alimentare degli insetti è molto diffuso al mondo, sebbene sparpagliato, con 1.400 specie considerate commestibili e portate in tavola – seguendo i gusti locali – in quasi cento Paesi, 36 in Africa, 29 in Asia, 23 nelle Americhe e 11 in Europa (dati della National Geographic Society).

La Fao – impegnata da decenni a combattere le emergenze alimentari del pianeta – ha mobilitato fin dal 2008 un cospicuo gruppo di ricerca internazionale in modo da verificare le potenzialità di questa risorsa per risolvere carenze alimentari e proteiche, consapevole che l’entomofagia è comunque una prassi per circa due miliardi di persone. La carne di insetto eguaglia – dal punto di vista nutritivo – le carni rosse e il pollame: cento grammi di termiti africane contengono 610 calorie, 38 grammi di proteine e 17 grammi di grassi. Un’analoga porzione di larve di falena di calorie ne offre 375, di proteine 46 grammi e dieci di grassi. Basta fare il confronto con un hamburger: 245 calorie, 21 grammi di proteine e 17 di grassi. Se dai bruchi si potessero ricavare bistecche sarebbero percentualmente più proteiche di quelle dei manzi: 30 a 27.

Gli insetti sono una fonte proteica di tutto rispetto, a basso costo e altrettanto basso impatto ambientale: al contrario dei manzi, necessitano di quantità di acqua irrisorie, il loro allevamento non dipende dalla disponibilità di terreno – per gli allevamenti ma anche per la coltivazione del foraggio – e basta poco per alimentarli.

Di più: è possibile nutrirli con i rifiuti organici di cibo e prodotti umani. E se il destino di mucche e vitelli – il macello – si compie in mesi o anni, vermi e bachi sono pronti a finire in padella dopo poche settimane. E non è tutto: per produrre un chilo di carne bovina ce ne vogliono otto di nutrimento, e solo due per un chilo di carne di insetto.

Anche eticamente una dieta a base di locuste e termiti è più sostenibile, ed è facile capire perché considerato che il settanta per cento della produzione cerealicola mondiale è impiegato per sfamare animali che a loro volta nutriranno appena il dieci per cento della popolazione del pianeta. Mangiare carne è un lusso per pochi.

Ci sarebbe da procurarsi subito un libro di ricette… È escluso, però, che il consumo di insetti si diffonda alle nostre latitudini e non solo perché qui da noi sarebbe antieconomico procurarsene quantità sufficienti per un pranzo ottimo e abbondante. È probabile che, essendo riservato a una nicchia di consumatori, il prodotto non sarà a buon mercato e resterà confinato a una cerchia ristretta in grado di spendere per togliersi lo sfizio. Gli insetti, cioè, rischiano di diventare il contrario di quel che la Fao si prefiggeva: non un cibo nutriente ed economico destinato a placare la fame di molti ma una moda per pochi.

Un indizio di ciò sta nel fatto che sono già scesi in campo gli ormai immancabili chef stellati, e anche da parecchio: René Redzepi, chef e co-proprietario a Copenaghen del «Noma» – eletto per ben quattro volte miglior ristorante del mondo – già nel 2015 proponeva nel menu il Garum di cavallette, una rivisitazione della salsa di pesce fermentata che tanto piaceva agli antichi romani, con aggiunta di cavallette e larve di scarabeo. E nel 2012 il nostrano Carlo Cracco si cimentava con locuste brasate al vino rosso, conquistando la copertina di Wired.

Ma il vero ostacolo che si frappone tra noi e l’entomofagia è di carattere culturale: come recita l’ormai arcinota frase dell’antropologo Claude Lévi-Strauss un cibo deve essere prima di tutto «buono da pensare». Anche la scienza ha chiarito ormai da tempo che è il cervello, e non la lingua, l’organo del gusto. Tutti insieme – i nostri organi, il nostro intelletto, la nostra cultura – hanno esiliato gli insetti dalle nostre abitudini alimentari. Esiliati, cioè allontanati – per ora – perché un tempo neppure troppo lontano anche gli europei erano insettivori. Secondo Aristotele le cicale sono più prelibate allo stato di crisalide, mentre se gli esemplari sono adulti «i maschi sono i migliori da mangiare; ma, dopo l’accoppiamento, le femmine, tutte piene di bianche uova come sono»: dal che si deduce che Aristotele doveva essere abituato a consumarne in quantità. Anche i Romani – come attesta Plinio nella Naturalis Historia – erano ghiotti in special modo di una larva dotata di corazza, chiamata cossus.

Può darsi che l’esilio degli insetti duri ancora per poco se ha ragione Marvin Harris che – in Buono da mangiare, un libro del 1985 fondamentale per la storia del gusto – ribalta la teoria di Lévi-Strauss affermando che il «buono da pensare» diviene tale solo se «buono da mangiare» e quindi solo se è utile e conveniente: i cibi preferiti – scrive l’antropologo americano – sono quelli «che fanno pendere la bilancia dalla parte dei benefici pratici, rispetto a quella dei costi, a differenza di quanto non avvenga per i cibi aborriti, cattivi da mangiare». Se e quando lo riterremo conveniente, non è escluso che modificheremo la nostra cultura e cominceremo a mangiare insetti. Oppure alghe e meduse. Le prime contengono un tesoro di vitamine e antiossidanti. E non solo: per cento grammi di prodotto secco, 60 sono di proteine.

Nella stessa quantità di carne secca le proteine sono tra il 45 e il 50%, se si considera la soja la percentuale scende tra il 30 e il 35. Con una sostanziale differenza: la produzione di soja si aggira sulle tre tonnellate per ettaro, mentre nello stesso ettaro si possono coltivare trenta tonnellate di alga spirulina. Per il momento la produzione dell’alga non è economicamente competitiva, ma ci sono gruppi di scienziati – il Cnr in prima linea – al lavoro per la riduzione dei costi.

E che dire delle meduse? Per il momento, in Italia sono interessanti esclusivamente per l’industria alimentare che produce mangimi animali (quegli animali che poi nutrono noi). Ma in Giappone, Cina, Corea e nel Sudest asiatico fanno normalmente parte del menu.

Nicoletta Martinelli, «Bruchi, formiche, cavallette gli insetti entrano nel menù. In vigore la norma Ue che consente produzione e vendita», in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 3.

Da sapere: Importate o da allevamento ecco le specie commestibili

Le specie di insetti che ora – volendo – possiamo portare in tavola sono 17. Il regolamento Ue riconosce gli insetti sia come nuovi alimenti sia come prodotti tradizionali da Paesi terzi. Quali sono quelli edibili? Si comincia con il Verme Agave, apprezzato dai messicani che lo conservano nella tequila, e il verme del bambù che dà il suo meglio pastellato e fritto. Altro verme – il Mopane – ricorda i cereali se essiccato. Ecco poi le formiche Honeypot, dal caratteristico addome rigonfio di una sostanza simile al miele, e le Hormigas Culonas, cucinate in Sudamerica (pare sappiano di pistacchio) mentre sa di limone la terza e ultima specie di formiche amazzoniche che la Ue ha reso legale importare.

La lista prosegue con i millepiedi, i grilli – questi ultimi reperibili in commercio anche sotto forma di farina – e le libellule, consumate soprattutto in Cina e in Indonesia tanto allo stato larvale che da adulte.

Ci sono poi le vespe, i coleotteri, le cavallette – una tra le specie più consumate al mondo – e le locuste.

L’elenco termina con i bachi da seta, le camole, le larve di mosca e – chi avrà il coraggio di mangiarli? – gli scarafaggi.

N.Ma., in “Avvenire”, martedì 2 gennaio 2018, p. 3.

Cibo 3 – Cibo, una questione di giustizia

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Anticipiamo qui alcuni passaggi di “Il cibo. Respiro dell’anima, energia per la vita, nutrimento per la pace. I lasciti di Expo 2015” (Rubbettino, pagine 122, euro 12,00) in cui Benito Perrone, avvocato e dal 2005 direttore di “Iustitia”, rivista dei Giuristi Cattolici Italiani, indaga «le attuali politiche sull’alimentazione, food safety e food security e la possibilità di configurare un diritto al cibo. Per ragioni di giustizia e come “nutrimento della pace”». Il cibo, infatti, «è una necessità vitale della persona ed è un fondamento del vivere liberi. Inscindibile dal diritto alla vita, il diritto al cibo è, quindi, un aspetto decisivo del patrimonio giuridico di ogni persona». Il volume ha la presentazione di Remo Danovi e la postfazione di Livia Pomodoro.

Il diritto al cibo diventi un valore universale

L’alimentazione e il diritto al cibo costituiscono gli snodi cruciali del presente e del prossimo futuro. Basti guardare al grande dibattito e all’approfondita riflessione dottrinale che si sono sviluppati negli ultimi decenni, e alla loro traduzione in documenti e norme che hanno raggiunto i più recenti e aggiornati testi costituzionali di vari Paesi. Il culmine di questo movimento si è avuto con Expo 2015 che ha onorato il suo motto “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”, affrontando i relativi temi in concreto e appassionatamente, producendo importanti e fondati documenti di programma in vista dei risultati da conseguire nei tempi prefissati.

Il percorso da compiere è lungo; le questioni da risolvere complesse; ne sono coinvolte le singole persone e, insieme, i popoli del mondo.

In mancanza di un riconoscimento formale, universale e codificato, concretizzare il diritto di ogni persona e di ogni popolo al cibo è arduo: alla soluzione debbono necessariamente concorrere politiche nazionali e, in comunione di intenti, politiche internazionali. Lo ha detto in passato san Giovanni Paolo II: «Non è infrequente l’esitazione della comunità internazionale nei confronti del dovere di rispettare e di applicare i diritti umani». La situazione non è cambiata, è stato rilevato ed è pienamente condivisibile che oggi affermare il diritto al cibo in tutti gli ordinamenti giuridici costituirebbe il primo formidabile passo per la sua concreta realizzazione.

Un altro poderoso compito attende allora gli studiosi e ogni persona di buona volontà: oggi, più che in passato, è necessario promuovere con la massima urgenza e in ogni sede la riconciliazione con la natura, manomessa da ormai troppi oltraggi. Qualche anno fa l’allora Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace monsignor Mario Toso, oggi vescovo di Faenza, ha scritto che «dal punto di vista pratico» il diritto al cibo è spesso vanificato nelle più diverse forme: «Suoli sfruttati al di là dei parametri di sostenibilità senza pensare ai bisogni di chi verrà dopo; terre usate senza prendere in considerazione il rispetto dovuto alle culture locali e alle esigenze della sicurezza alimentare; acquisizione a vile prezzo di piccoli terreni per accorparli e coltivarli con una produzione intensiva che rifornirà le società maggiormente abbienti, che già navigano nell’abbondanza. Il tutto alla ricerca del massimo tornaconto, senza curarsi delle fondamentali necessità occupazionali o alimentari delle comunità locali. Insomma, il completo disconoscimento dell’altro, dei suoi bisogni e della sua appartenenza alla famiglia umana». Non possiamo che essere d’accordo e confermare questi giudizi.

In questo contesto, esasperato dalla martellante stimolazione all’acquisto anche se non necessario di ogni bene disponibile sul mercato, il risultato è uno scandaloso spreco di alimenti e un sempre più aggravato stato di indigenza dei soggetti deboli: l’esperienza della fame che convive accanto all’abbondanza e allo spreco. Se l’obiettivo è fare del diritto al cibo un diritto universale, valido per tutti, individui e popoli, sempre e in ogni luogo, tenere alta la fiaccola dell’ottimismo non è agevole.

Ma districarsi non è impossibile.

Per cominciare, si tratta di coinvolgersi personalmente e coinvolgere via via le comunità più ampie, dalla famiglia ai governi che i loro elettori devono sempre più sensibilizzare alla soluzione degli imponenti problemi.

Il primo indispensabile impegno: risolvere efficacemente la questione degli accessi; oltre al diritto al cibo, ottenere la garanzia del diritto all’acqua potabile, alla casa, alla propria identità e a ogni altro diritto fondato sulla dignità della persona umana. In proposito, è assolutamente necessario l’accordo degli Stati; ogni loro iniziativa in questa direzione non potrà che essere vista con favore e incoraggiata. In molti casi, non si otterranno i risultati sperati ma certamente non rimarranno trascurate le ineludibili esigenze della giustizia sociale a livello mondiale e saranno poste in essere concrete iniziative contro le guerre e in favore della pace.

Benito Perrone, «Il diritto al cibo diventi un valore universale», in “Avvenire” domenica 31 dicembre 2017, p. 22.

Cibo 2 – La storia della cucina è piena di bufale

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I cuochi di Caterina de’ Medici, gli spaghetti e Marco Polo, la cotoletta di Radetzky: tutte fake news antiche o molto recenti. Alla base di credenze universali ma per nulla fondate ci sono leggende messe in circolo apposta da scuole nazionali per screditare quelle rivali, riviste, film di Hollywood ma anche guide turistiche di solo quarant’anni fa

Le fake news non sono una novità e uno dei settori in cui imperversano da secoli è la storia gastronomica. Per esempio è solo una leggenda che Caterina de’ Medici abbia portato in Francia la cucina italiana e il gelato. Non è vero nulla, non c’è alcuna prova che la regina avesse cuochi fiorentini a Parigi. Anzi, sappiamo che provò a introdurre la forchetta a corte, ma fu respinta con perdite dagli aristocratici francesi che non volevano saperne di usare quell’attrezzo da italiani, incapaci di toccare il cibo con le mani, come invece orgogliosamente facevano loro. I cuochi francesi avevano imparato a cucinare sulle traduzioni dei ricettari italiani: il Cinquecento è stato il secolo della cucina italiana. Infatti, per quanto oggi possa sembrare incredibile, sono stati gli stessi francesi a mettere in giro la leggenda della presenza di cuochi italiani a corte, e questo per nobilitare se stessi.

Il Seicento era destinato a diventare il secolo della cucina francese, ma il cambio della guardia tra Italia e Francia ci ha messo un po’ ad avvenire e nel periodo di transizione i cuochi francesi affermavano di essersi formati alla scuola di quelli italiani. La leggenda scavalca i secoli e, come fa notare la studiosa del Settecento francese, Francesca Sgorbati Bosi, viene ripresa dall’Encyclopedie di Diderot e d’Alembert. Alla voce “cucina”, scritta dal cavaliere de Jaucourt, si legge di «questa folla di italiani corrotti che servivano alla corte di Caterina de’ Medici» e qui è già avvenuta l’inversione: gli italiani ora sono considerati male.

D’altra parte la stessa Sgorbati Bosi smentisce un’ulteriore leggenda dura a morire, ovvero che la maionese sia stata inventata dal cuoco del cardinale Richelieu durante l’assedio di Mahon (da cui il nome). In realtà non c’è traccia di maionese nei ricettari francesi del Settecento, la prima citazione di una “bayonnaise” è del 1808 ed è una salsa verde per l’aggiunta di varie erbette.

Veniamo a tempi più vicini a noi, e al presunto ruolo di Marco Polo nell’aver portato gli spaghetti in Italia. Non è vero nulla ovviamente: la prima citazione di pasta filiforme risale al 1154, nella Sicilia di Ruggero II, e a Genova nel 1279 si trova per la prima volta la parola maccheroni, vent’anni prima che Marco Polo andasse in Cina. La leggenda nasce nel 1929 grazie a un articolo non firmato pubblicato dall’organo dei produttori di pasta degli Stati Uniti: “The Macaroni Journal”. Vi si scrive che, tornando in Europa, la flottiglia del mercante veneziano si ferma per fare acqua. Una volta a terra, il marinaio Spaghetto trova un villaggio dove fanno la pasta e la porta a bordo, con relativo giubilo dell’equipaggio. Il marinaio Spaghetto? Ebbene sì… e la leggenda riceve il definitivo suggello nel 1938 grazie a Gary Cooper che interpreta il mercante veneziano nel film The Adventures of Marco Polo (inopinatamente trasformato dalla censura fascista in Uno scozzese alla corte del Gran Khan), punta il dito verso una scodella di vermicelli e domanda al cinese che gli sta accanto che nome abbia quella cosa. «Nella nostra lingua li chiamiamo spaget», risponde il cinese. Basta, è fatta: a quel punto, con la benedizione hollywoodiana, la storia farlocca fa il giro del mondo.

A tempi ancora più recenti risale la leggenda che il maresciallo Radetzky abbia portato a Vienna la ricetta della cotoletta alla milanese dando così origine alla Wiener Schnitzel. Ma ve lo vedete voi un comandante militare che, convocato a corte, venga mandato in cucina a dettare una ricetta? Non sta proprio in piedi. Infatti la storiella è stata raccontata per la prima volta nel 1963 da un giornalista gastronomico milanese di origine siciliana, Felice Cùnsolo, autore del libro La cucina lombarda.

Sei anni più tardi Cùnsolo cura la nuova edizione della Guida gastronomica d’Italia del Touring Club e riporta la presunta origine milanese della Wiener Schnitzel citando il proprio libro, ma senza precisare che citante e citato erano la stessa persona. La Guida del Touring nel 1971 viene tradotta in tedesco e la leggenda attraversa le Alpi. Sempre leggenda resta, però. Wiener Schnitzel e cotoletta (o costoletta) alla milanese non sono neanche parenti: la prima ha origini rurali ed era una fettina di coscia di manzo tagliata sottile e impanata; la seconda ha origini urbane, è arrivata a Milano da Parigi transitando per Torino, e si faceva con un taglio nobile. Infine la prima citazione di Wiener Schnitzel si trova in un ricettario del 1831, invece le «costoline di vitello fritte alla milanese» esordiscono nel 1855. Come si vede, Radetzky non c’entra niente.

Alessandro Marzo Magno, «La storia della cucina è piena di bufale», in “Avvenire”, domenica 31 dicembre 2017, p. 22.

Cibo 1 – Dalle confezioni al riuso: l’innovazione italiana contro lo spreco alimentare

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Premiate dal governo le migliori idee per cambiare i processi produttivi, aumentare la durata dei prodotti e se possibile recuperarli

Dieci progetti contro lo spreco alimentare sono stati premiati dal Governo con 500mila euro totali. È la conclusione di un bando del Ministero per le politiche agricole che aveva l’obiettivo di sostenere iniziative di ricerca applicata e innovativa per limitare gli sprechi e per l’impiego delle eccedenze alimentari. Il bando rientra nella legge contro gli sprechi alimentari ed è servito a finanziarie con un massimo di 50mila euro i migliori progetti provenienti da tutto il sistema di ricerca nazionale. I progetti che hanno partecipato dovevano riguardare la prevenzione o la diminuzione delle eccedenze attraverso il miglioramento del processo produttivo, lo sviluppo di tecniche per l’aumento della durata dei prodotti agroalimentari, la creazione di programmi per l’uso intelligente del magazzino industriale, per la limitazione degli sprechi e il recupero delle eccedenze nella ristorazione o a livello domestico, il recupero e il riutilizzo di prodotti agroalimentari di seconda scelta. Altri progetti potevano prevedere il recupero e riutilizzo di sottoprodotti o di residui derivanti dalla raccolta, dalla lavorazione principale o dalla preparazione degli alimenti, il recupero degli alimenti invenduti e di quelli da destinare agli indigenti anche attraverso l’utilizzo del servizio civile nazionale.

A partecipare e vincere, alcuni dei migliori centri di ricerca italiani come il Cnr Istituto di Nanotecnologia, la Scuola superiore di studi universitari e di perfezionamento Sant’Anna, l’Università di Modena e Reggio Emilia, l’Università di Napoli Federico II, l’Università di Messina; ma anche strutture come Italmercati Wholesale, Item.oxygen, ILPI s.r.l., Istituto per la famiglia, Cauto Cantiere Autolimitazione.

«Il bando è stato un successo – ha spiegato il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Maurizio Martina – sono arrivate tantissime candidature nel giro di poche settimane. I progetti vincitori hanno un forte taglio innovativo e possono contribuire a centrare l’obiettivo di recuperare un milione di tonnellate di cibo a favore dei più bisognosi. La nostra priorità, infatti, è garantire l’assistenza agli indigenti attraverso il lavoro insostituibile degli enti caricativi». Martina ha poi aggiunto che il bando e i progetti premiati sono «la conferma del nostro approccio positivo anche per combattere lo spreco casalingo, che rappresenta oltre il 50% del totale».

Andrea Zaghi, «Dalle confezioni al riuso: l’innovazione italiana contro lo spreco alimentare», in “Avvenire”, sabato 30 dicembre 2017, p. 19.