Azzardo 14 – Il documento. Azzardo, una svolta possibile in 12 punti

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Il ministero della Salute al Tesoro: tessera sanitaria e stop al gioco dei minori. Con l’introduzione delle nuove slot, potranno cambiare anche le regole

È un ministero che scrive a un altro ministero. L’oggetto della comunicazione, datata 31 gennaio 2017, riguarda l’offerta da immettere sul mercato per l’azzardo che verrà, ovvero le caratteristiche delle slot machine del prossimo futuro. È qualcosa di più di una semplice lettera. È la prova che almeno un’anima del governo è consapevole della necessità di rimediare ai danni causati dalla ludocrazia imperante negli ultimi anni. Come? Riducendo i rischi di “gioco” problematico nei cittadini attraverso dissuasori, avvisi di pericolo e argini da inserire direttamente nelle “macchinette mangiasoldi”.

Ma veniamo subito ai fatti. Il mittente è il ministero della Salute. Il dicastero ha fatto suo – con tanto di timbro – un testo elaborato dall’Osservatorio interno che ha il compito «di valutare le misure più efficaci per contrastare la diffusione dell’azzardo e il fenomeno della dipendenza grave». Subito dopo, lo stesso ministero ha spedito tale proposta al gruppo di lavoro misto Agenzia dei Monopoli-Sogei. Si tratta dell’organo deputato alla definizione del «processo di evoluzione tecnologica degli apparecchi». In pratica, però, il destinatario è a tutti gli effetti il ministero dell’Economia e delle Finanze, visto che è proprio il Tesoro a gestire i Monopoli di Stato. Avvenire è entrato in possesso di una copia di questo documento ufficiale e ne rivela il contenuto.

Le premesse.

La missiva nasce da una serie di presupposti: normativi e scientifici. Partendo dai primi, si ricorda che – in base alla legge di Stabilità 2016 – i nulla osta per le attuali newslot non potranno essere rilasciati dopo la fine di quest’anno. Non solo: tutte le attuali macchinette dovranno essere dismesse entro il 31 dicembre 2019 per essere sostituite da nuovi apparecchi. Successivamente, si citano i risultati di alcuni studi effettuati finora: «Ricerche scientifiche dimostrano che la variabilità di gioco, la velocità dei rulli, la frequenza di piccole vincite e altre caratteristiche sono fortemente collegate all’aumento dell’attrattività del gioco e al rischio di una perdita di controllo sullo stesso da parte del giocatore».

Il vaglio preventivo.

Alla luce di un quadro tanto allarmante, la prima grande richiesta del ministero della Salute al Tesoro è fin troppo chiara: «Tutta l’offerta futura di gioco d’azzardo in concessione dovrà essere preventivamente sottoposta a una valutazione d’impatto circa gli effetti di induzione alla dipendenza patologica». Nello specifico, si sottolinea la necessità di vagliare «con attenta disamina il progetto industriale, l’architettura funzionale, la tecnologia e i modelli» degli strumenti confezionati dall’industria del comparto «al fine di misurare preventivamente eventuali danni alla persona, e dunque di fronteggiare l’insorgenza di patologie». Pur dicendosi consapevoli che alcune caratteristiche delle slot sono già indicate nel rispetto delle leggi, il soggetto proponente ritiene indispensabile intervenire per cambiare le “regole del gioco”. Ecco, allora, che arriva una lista con 12 proposte concrete. A cui si aggiunge, in calce, l’invito a mettere mano alle vlt, strumenti considerati ancor più attrattivi e pericolosi delle slot.

Capitolo perdite.

Al primo punto c’è l’obbligo di introduzione della tessera sanitaria per accedere alle slot. Una pretesa fondata su tre motivi: impedire formalmente il gioco ai minori; salvaguardare coloro che desiderano autoescludersi dal gioco; limitare le perdite fissando in 50 euro al giorno la cifra massima che un singolo può arrivare a spendere (in questo modo anche il giocatore più patologico d’Italia potrà mandare in fumo al massimo 1.500 euro al mese). Anche le tre richieste successive si concentrano su questo aspetto: consentire esclusivamente l’utilizzo di monete e mai quello di banconote; mantenere la vincita massima a 100 euro per partita; dimezzare la puntata più alta, da 1 euro a 50 centesimi.

I parametri da rispettare.

Poi si passa all’inserimento di altri segnali visivi, meccanismi vari e impostazioni stringenti di cui le slot attuali sono sprovviste. Si chiede, per esempio, di allungare la durata della partita da 4 a 7 secondi. Si invita, inoltre, a rendere obbligatori alcuni parametri che finora sono solo facoltativi. Come l’impostazione iniziale del tempo massimo da trascorrere davanti all’apparecchio e il limite del denaro che ci si è messi in preventivo di poter perdere, in modo tale che al raggiungimento di una delle due soglie la macchinetta risulti inutilizzabile. Completano l’elenco altri punti specifici: ogni 20 minuti di gioco continuativo deve apparire un messaggio a tutto schermo per almeno cinque secondi in cui sia indicato il tempo trascorso; ogni ora l’apparecchio deve andare in stand-by per tre minuti con scritte di allerta che indichino un recapito a cui rivolgersi per eventuali richieste di aiuto; la presenza fissa di un orologio visibile sulla slot; un ciclo di gioco che restituisca il payout previsto ogni 3.000 partite (ora avviene ogni 40.000 circa) per rendere più equilibrato il rapporto tra tempo di gioco, denaro inserito e soldi persi; l’eliminazione di premi di sala o jackpot aggiuntivi che aumentino la vincita potenziale. Infine, per facilitare i controlli delle forze dell’ordine e degli enti locali che hanno emesso ordinanze per limitare gli orari di gioco, si esige un meccanismo di controllo che segnali alle autorità eventuali inosservanze e violazioni delle regole.

Governo a un bivio.

Da qualche giorno, insomma, i Monopoli e il Mef hanno ricevuto questo pacchetto di proposte in cui si fissano determinati paletti. Ora la palla è in mano al dicastero dell’Economia. Dall’impostazione e dai parametri dei nuovi apparecchi si vedrà “se” e “come” sarà stato recepito il contenuto della lettera. Ma la portata di questa “partita” va ben oltre un possibile braccio di ferro tra due ministeri, perché coinvolge l’intero governo. Tutto ruoterà attorno a un enorme punto interrogativo: nel confezionamento delle slot del 2020 si darà la priorità alla salvaguardia della salute dei cittadini o si penserà a non diminuire la cassa garantita all’Erario dall’azzardo? In attesa di vedere quale direzione si prenderà forse vale la pena ricordare che i costi della spesa sociale per curare nuovi giocatori patologici saranno comunque di gran lunga superiori alle entrate per lo Stato derivanti dal settore.

Luca Mazza, «Il documento. Azzardo, una svolta possibile in 12 punti», in “Avvenire”, giovedì 9 febbraio 2017.

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Azzardo 13 – Testimonianza. «Io, rovinato dalle slot, dico che non basta»

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«Le proposte? Solo un primo passo. Chi è dipendente non si ferma finché non finisce i soldi»

«Sono buone idee, una proposta discreta, è un primo passo ma non basta. Non sono abbastanza disincentivanti per chi ha la malattia del gioco, non servirà a molto per risolvere il problema se non faremo dei rigidi controlli. Io so cosa sente una persona quando gioca alle slot. Perdi 50 euro, ma non vedi l’ora di andare avanti, di provare ancora». Francesco Fiore, 43 anni, una vita rovinata da slot e scommesse, poi il riscatto e l’impegno andando nelle scuole a raccontare la sua esperienza, così commenta la proposta del ministero della Salute. «È buona la proposta del massimo di 50 euro al giorno da spendere nelle slot. Se non c’è la possibilità di rifarsi viene a scemare il gioco compulsivo, il rincorrere le perdite o perdere il controllo perché si ha vinto e continui a giocare anche le vincite. Ma credo che non passerà».

Perché?

Si passerebbe da un macchina che mangia mille euro l’ora, a una in cui si potrebbe giocare solo 50 al giorno. Non passerà mai. È una proposta giusta, ma le lobby si opporranno.

Cosa altro va bene?

Va bene allungare la durata della partita da 4 a 7 secondi. Io direi anche 10. Perché è il gioco frenetico che fa perdere il controllo, non si capisce più niente, si vince, si perde e il giocatore poi alla fine perde solo, perché è su questo che l’azzardo fa i soldi, sulla mancanza di controllo.

E l’obbligo della tessera sanitaria per accedere alle sale?

Lo chiedo da anni come strumento di autoesclusione. Se tu giocatore malato non hai accesso al gioco, non puoi entrare in quella sala, questo ti aiuta tanto. Ma dovrebbe valere anche per il gratta e vinci. Un malato non si ferma da solo.

Cosa manca invece nella proposta?

Quello che hanno fatto in Svizzera: riunire tutte le slot in minicasinò dove l’accesso è controllato all’entrata e non dipende da un barista o da un tabaccaio, e dove è obbligatoria la presenza di uno psicologo pagato dal ministero della Salute. Chi vuole andare a “giocare” alle slot, macchine infernali pensate bene per far soldi, deve accettare questi controlli, con la presenza di un esperto che deve aiutare queste persone in difficoltà e non si rendono conto che sono malate. Sale dove lo Stato dice «io tutelo i miei cittadini», chi vuole andare a giocare vada pure però appena sorge qualche campanello d’allarme è pronto a impedire che vada a farsi male del tutto.

Ma questo può davvero aiutare?

Sono luoghi dove non solo il giocatore può autoescludersi, ma anche la famiglia può chiedere al giudice di escludere il giocatore per il bene dei suoi figli e di se stesso. Dobbiamo capire che chi è in dipendenza non si ferma finché non finisce i soldi. Così faremo davvero una manovra forte. Con sale apposite e con accesso verificato escludiamo anche la visione delle slot ai minori perché anche il vedere fa venire voglia di “giocare”, come un bel piatto di spaghetti che ti fa venire fame.

Antonio Maria Mira, «Testimonianza. “Io, rovinato dalle slot, dico che non basta”», in “Avvenire”, giovedì 9 febbraio 2017.

Azzardo 12 – Assenteismo. Giocavano alle slot invece di lavorare: nei guai 18 tra medici e impiegati

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L’inchiesta partita dalle segnalazioni dei cittadini di Rogliano, in provincia di Cosenza. In orario di lavoro i dipendenti facevano la spesa e non disdegnavano il gioco d’azzardo

Giocavano alle slot machine, facevano la spesa o altre faccende private, sempre in orario di lavoro. Sono 18 i medici e dipendenti degli uffici di Rogliano dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza destinatari di altrettante misure cautelari. Quattro persone sono state sospese per un anno (due medici, un capo infermiere e un ausiliario) e 14 hanno ricevuto l’obbligo di presentazione, tutte misure eseguite nell’ambito di un’operazione anti-assenteismo dei carabinieri. Le indagini dopo segnalazioni che lamentavano il comportamento disinvolto di alcuni dipendenti dell’Asp. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del Tribunale di Cosenza, Giuseppe Greco, su richiesta del sostituto procuratore di Cosenza, Giuseppe Cava, del procuratore Mario Spagnuolo e dell’aggiunto, Marisa Manzini.

Ogni giorno, secondo quanto documentato dai carabinieri della Compagnia di Rogliano, c’era qualcuno che si occupava di strisciare i cartellini per tutti. E questo consentiva ad alcuni di accompagnare i figli a scuola per poi tornare tranquillamente a casa, o svolgere attività nel proprio studio privato durante l’orario di servizio. Inoltre, i medici e gli impiegati, anziché trovarsi sul posto di lavoro, venivano visti anche per le vie della cittadina occupati nelle faccende più disparate, dal fare la spesa al supermercato fino ad arrivare a spendere il tempo pagato dai contribuenti giocando alle slot machine. Su cinquantotto dipendenti degli uffici di Rogliano dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza, ben 48 sono stati monitorati e denunciati. Per incastrare i 18 indagati ci sono volute 6 mila ore di filmati e più di 200 servizi di osservazione. L’operazione, denominata, “All Walking”, ha documentato 725 episodi di assenteismo. Il Codacons chiede, se verranno accertate le inadempienze, il “licenziamento in tronco e un’azione di recupero degli stipendi pagati ai dipendenti assenteisti”.

«Assenteismo. Giocavano alle slot invece di lavorare: nei guai 18 tra medici e impiegati», in “Avvenire”, martedì 7 febbraio 2017.

Azzardo 11 – Caserta. Camorra e azzardo: 46 arrestati, legati al clan dei casalesi

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Misure cautelari in diverse provincie: tra i destinatari anche l’ex boss Francesco Schiavone, detto Sandokan

Nuovo importante colpo delle forze dell’ordine contro gli affari della camorra sull’azzardo. In particolare il gioco on line, scommesse e poker. Ma anche le slot e perfino una bisca clandestina in un bar di Casapesenna, dove durante l’orario di chiusura si organizzavano partite a “zecchinetta”. E con la novità dell’imposizione di tangenti sui gestori delle piazze di spaccio di stupefacenti. Tutto pur di incassare e pagare così gli “stipendi” ai membri del clan, compresi quelli in galera. E nello stesso tempo confermare il controllo del territorio.

Nelle prime ore della giornata i carabinieri della compagnia di Casal di Principe, coordinati dalla Dda di Napoli, hanno arrestato 46 persone collegate al clan dei “casalesi”, in particolare alla fazione “Schiavone-Venosa”. L’operazione, che ha riguardato le province di Caserta, Napoli, Benevento, Viterbo, Parma, Cosenza e Catanzaro, conferma il grande interesse del clan sull’azzardo, fino ai più alti livelli. L’ordinanza di custodia cautelare ha infatti raggiunto il capo della cosca Francesco Schiavone “Sandokan”, in carcere da anni con vari ergastoli ma ancora operativo, e il secondogenito Walter detto “la capra”, che come gli altri fratelli Nicola e Carmine, già arrestati in inchieste sul mondo delle scommesse, gestiva sul territorio gli affari del clan sull’azzardo. Ultimamente aveva assunto il ruolo di coordinamento del clan, diventando il riferimento soprattutto delle giovani leve criminali. Come nella recente operazione contro il clan Bidognetti, anche in questa i protagonisti sono i figli dei capi storici.

Gli inquirenti parlano di un vero e proprio racket che imponeva agli esercenti il collegamento ad una piattaforma di poker on line, denominata Dgb Poker. Il profilo di amministratore era gestito da Mary Venosa, figlia del reggente Raffaele, diventato collaboratore di giustizia nel 2015. Secondo le indagini il clan riusciva così ad incassare quasi il 60% dei guadagni degli stessi esercenti.

“Questo assicurava al gruppo criminale un duplice tipo di proventi, quelli del gioco e quello dell’imposizione estorsiva”, commenta il procuratore Giovanni Colangelo. Mentre per le slot venivano imposte quelle di una società che, in cambio del monopolio, versava al clan una quota per ogni “macchinetta” installata. I referenti dell’azienda sono ora indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Le accuse contestate dagli inquirenti agli esponenti della cosca sono associazione mafiosa, ricettazione, estorsione, illecita concorrenza con minacce e violenza, intestazione fittizia di beni, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione illegale di armi.

“Le famiglie dei capicamorra continuano ad avere un tenore di vita molto elevato. Dobbiamo tagliare queste fonti di finanziamento”, sottolinea il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli. Che sul tema dell’azzardo usa parole molto forti. “Permane un problema. Non è possibile che non riusciamo ad arrestare il controllo monopolistico da parte dei “casalesi” delle piattaforme del gioco d’azzardo on line attraverso le quali vengono pagati gli “stipendi” a chi si trova al 41bis. È una cosa su cui apriremo una riflessione nelle prossime settimane perché non è possibile che si continui con questo andazzo. Dobbiamo tagliare queste fonti di finanziamento”.

Che oltretutto sono molto agevoli, come spiega il capitano Simone Calabrò, comandante della compagnia di Casal di Principe. “Sul territorio sono ben conosciuti. Bastava passare nei bar. Non potevano opporsi. Non erano necessarie minacce, era sufficiente il loro nome. Anche se, come abbiamo accertato, andavano armati”. La conferma arriva dal fatto che, aggiunge l’ufficiale, “denunce non ne abbiamo avute. Nessuno si è presentato. Abbiamo riscontrato con l’attività tecnica che c’erano queste imposizioni, anche attraverso i movimenti di denaro verso certi conti bancari collegati al clan”.

Antonio M. Mira, «Caserta. Camorra e azzardo: 46 arrestati, legati al clan dei casalesi», in “Avvenire”, martedì 7 febbraio 2017.

Azzardo 10 – Napoli. Una rete contro l’azzardo

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Comune, Azienda sanitaria e associazioni insieme per contrastare la diffusione delle macchinette mangiasoldi

Una nuova generazione di operatori competenti per prevenire e affrontare il Gap (Gioco d’azzardo patologico) fenomeno sempre più in ascesa. È una delle proposte emerse dal convegno nazionale svoltosi ieri e organizzato dall’Assessorato al Lavoro e alle Attività Produttive del Comune di Napoli e dal Coordinamento dipendenze della Asl Napoli1, con la partecipazione di esperti, ricercatori, operatori di alcune tra le più significative esperienze italiane di Servizi Pubblici e di breve residenzialità gestiti dal Terzo Settore.

Un primo passo per costruire una rete che intrecci vari soggetti, dalle amministrazioni comunali ai servizi sanitari, dai progetti delle associazioni al sostegno alle famiglie. «Rendere più competente la società», sintetizza Stefano Vecchio, direttore Asl Na1 Centro. L’intento infatti è di rendere più informati i cittadini sulle conseguenze di quella che erroneamente viene definita ludopatia anche coinvolgendo i “giocatori” che, istruiti e responsabilizzati, possono costituire “antenne” sociali. Non è infatti importante fare campagne contro l’azzardo piuttosto avviare campagne per imparare a conoscere e a difendersi dai danni prodotti da un mercato legale. Questo significa migliorare i servizi e lavorare su più livelli.

A cominciare dal controllo pubblico per limitare gli esercizi e le sale. Ci sono Comuni, come Napoli, Firenze e Grosseto, che hanno regolamenti avanzati e restrittivi che prevedono regole nella distribuzione dei luoghi nei quali è possibile praticare l’azzardo a vario titolo ed un intervento circa gli orari di apertura. Ma non è sufficiente e «bisogna agire complessivamente sul territorio», osserva Enrico Panini, assessore al lavoro del Comune di Napoli. I regolamenti sono limitati ai Comuni che li emanano non certo a quelli vicini. Nel Lazio, ad esempio, una ricerca della Federconsumatori ha verificato che l’80% degli esercizi con slot e sale d’azzardo non rispettano le distanze previste dalla norma.

In seguito al Decreto Balduzzi, che ha previsto l’introduzione della patologia da azzardo nei Lea, i servizi per dipendenze italiani hanno realizzato una molteplicità di esperienze di servizi pubblici e del terzo settore di grande interesse e innovatività: residenze temporanee, gruppi di autoaiuto, consulenza legale, strategie per limitare i danni collaterali come suicidi, violenza domestica, impoverimento economico, sovra indebitamento.

Restano insoluti due gravi problemi: la pubblicità dell’azzardo e la tassazione. Uno Stato che guadagna sull’azzardo non lo combatterà.

Valeria Chianese, «Napoli. Una rete contro l’azzardo», in “Avvenire”, martedì 31 gennaio 2017.

Azzardo 9 – Un ragazzo su 2 tenta la fortuna. E 1 su 5 è «incallito»

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La ricerca di Nomisma e Gruppo Unipol sui 14-19enni italiani. Propensione al gioco più alta al Centro-Sud che al Nord.

Ad essere irretiti dal sinistro fascino, e dal miraggio di facili vincite, esercitato dal gioco d’azzardo, sono sempre di più i giovanissimi. Per questo Nomisma e Gruppo Unipol hanno creato l’Osservatorio Young millennials monitor, che oggi a Bologna ha presentato i risultati della terza edizione dell’indagine che ha approfondito comportamenti e approccio dei 14-19enni italiani (11mila quelli coinvolti nello studio) verso il gioco d’azzardo. Con risultati affatto tranquillizzanti.

Forse l’unico dato non negativo è che nel 2016 gli studenti italiani che hanno “tentato la fortuna” almeno una volta è un po’ calato (dal 54% al 49%). Ma è pur sempre quasi un ragazzo su due, in numeri 1.240.000 giovani. La propensione al gioco è più alta al Centro (54%) e al Sud (53%), cala al Nord (42%), e interessa più i maschi (59%) delle femmine (38%), con quasi i tre quarti (72%) dei giocatori che dichiara di spendere meno di 3 euro alla settimana. Gratta & Vinci (sperimentato dal 35%), scommesse sportive in agenzia (23%) e online (13%) sono i giochi più popolari, mentre quelli più tradizionali come il Lotto perdono appeal.

Per i dati negativi c’è l’imbarazzo della scelta. Il 47% dei giocatori è minorenne. Il 27% dei giovani ha giocato a una o due tipologie di gioco, un altro 11% ne ha sperimentate fino a tre-quattro, l’11% almeno cinque, denotando una ricorsività preoccupante. Il 17% degli studenti delle superiori gioca una volta alla settimana o più spesso, cioè è un frequent player (in pratica un giocatore incallito), anche se nella maggior parte dei casi lo considera un passatempo occasionale. Proprio in come i giovani vedono il gioco d’azzardo si può intravedere uno dei rischi più gravi: lo percepiscono prima di tutto (32%) come perdita di denaro, poi c’è chi (17%) effettivamente ne avverte la componente di dipendenza o rischio, ma anche chi (19%) lo considera semplicemente un modo per occupare il tempo libero. Nel complesso, secondo il modello di screening elaborato dall’Osservatorio insieme all’Università di Bologna, i ragazzi con un approccio problematico al gioco sono il 5%. Un ulteriore 9% è considerato a rischio.

Che fare? Le conclusioni del rapporto indicano una serie di piste d’azione. Innanzitutto servono più informazione e trasparenza sui sistemi di controllo già esistenti. Bisogna anche parlare di più dell’impatto negativo che fenomeni quali il gioco problematico hanno sulla collettività, cioè in ultima istanza sui cittadini contribuenti, in termini assistenziali e di costi sanitari. E poi occorre creare maggiore consapevolezza sui rischi che derivano da un approccio non equilibrato al gioco d’azzardo, specie quando i soggetti coinvolti sono particolarmente esposti a tali rischi e quindi più vulnerabili, com’è appunto nel caso dei giovanissimi.

C’è ovviamente tanto da riflettere, infine, sul ruolo giocato in questa drammatica partita dalle istituzioni e dalle famiglie: «Tra i fattori predittivi che influenzano la propensione al gioco – ha dichiarato Luca Dondi, consigliere delegato di Nomisma – non c’è solo il profilo socio-demografico dei ragazzi ma anche le caratteristiche della famiglia di provenienza». C’è un abisso, ad esempio, fra la proporzione al gioco dei giovani in famiglie con un’abitudine al gioco rispetto a quelli di famiglie non giocatrici (64% contro 9%). Idem, o quasi, tra chi ha o non ha amici giocatori (64% contro 16%). Inoltre, il 36% dei giovani giocatori tende in famiglia a nascondere o ridimensionare le proprie abitudini di gioco. E se non lo si vuol dire a mamma e papà, evidentemente è anche perché si avverte che è cosa né giusta, né buona.

Andrea Di Turi, «Un ragazzo su 2 tenta la fortuna. E 1 su 5 è “incallito”. La ricerca di Nomisma e Gruppo Unipol sui 14-19enni italiani. Propensione al gioco più alta al Centro-Sud che al Nord», in “Avvenire”, lunedì 23 gennaio 2017.

Azzardo 8 – Gioca d’azzardo un italiano su due

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Il Dipartimento nazionale antidroga: appena 21 pagine su 498 dedicate al gioco patologico

Arriva con sette mesi di ritardo, è ampiamente incompleta e inevitabilmente deluderà chi si aspettasse di trovarvi dati fondamentali come, finalmente, una stima ufficiale, “governativa” dei malati di Gap (gioco d’azzardo patologico) in Italia. La Relazione annuale al Parlamento da parte del Dipartimento politiche antidroga (Dpa) per il 2016 dedica all’azzardo appena 21 pagine su 498, di cui la metà sono la sintesi dello studio Espad su azzardo e studenti, ampiamente noto, a cui Avvenire ha dedicato già ampio spazio nei mesi scorsi.

Relazione incompleta ma, va detto, senza colpa apparente per il Dna: appena il 60% dei 343 servizi del Sistema sanitario nazionale e il 17% delle strutture del privato sociale hanno infatti fornito dati sugli affetti da Gap in cura presso di loro. Di nuovo, o almeno poco noto, c’è soltanto un’indagine demoscopica realizzata dal Sistema di sorveglianza nazionale sul disturbo da gioco d’azzardo, intervistando 3000 italiani di oltre 15 anni sulla percezione rispetto all’azzardo. Circa la metà (49,7%) ha dichiarato di aver giocato almeno una volta negli ultimi 12 mesi, in maggioranza maschi (56%) e con una forte incidenza di fumatori (61,7%), a conferma del legame tra azzardo e ricorso a fumo, alcol e sostanze.

Un dato positivo: la dipendenza da azzardo è ritenuta grave, da curare con l’aiuto di uno psicologo e presso comunità e strutture specializzate.

Un dato negativo: se il poker è in assoluto il gioco più citato, seguito dalle “macchinette”, per più della metà (56%) gratta e vinti e Lotto non sono considerati azzardo.

Tra i provvedimenti per la lotta all’azzardo, gli italiani intervistati indicano l’eliminazione delle slot da bar e tabaccherie (51,8%), il divieto di pubblicità (34,3%), la prevenzione delle scuole (30,6%), l’introduzione di limiti nelle giocate (28,5%) e limitare il numero delle sale (26,6%).

Umberto Folena, «Gioca d’azzardo un italiano su due. Il Dipartimento nazionale antidroga: appena 21 pagine su 498 dedicate al gioco patologico», in “Avvenire”, martedì 17 gennaio 2017.